Foto di bondage

Luglio 29th, 2010

bondage

Racconti di sculacciata: Amonis

Luglio 28th, 2010

“uffa, però… Sempre a me!” sbuffò Amonis; i riccioli biondastri sembravano anguiformi, a causa della palese ingiustizia subita; un misto di rabbia, irritazione, delusione le venava la voce. Non c’era paura, perché alle sculacciate la donna era abituata. Amonis, infatti, non si poteva definire più una ragazza, tecnicamente parlando; aveva 35 anni e, sebbene ancora illibata, il suo corpo li esprimeva tutti, però il leggero strato d’adipe che la contornava dalla testa ai piedi, la rendeva piacevole a quelli dell’altro sesso. Ma la verecondissima vergine non cedeva alle profferte di costoro; beh: ad uno avrebbe ceduto volentieri, sacrificando persino la propria virtù; solo che lui la ignorava.
Amonis piegò il busto in avanti. Sapeva benissimo che Xenia non ci avrebbe messo tanta violenza, nel frustarla; anche l’anziana fantesca sembrava seguire un copione già scritto, che interpretava di malavoglia. Quasi sconcertata, la buona Xenia si tolse la cintura che le cingeva la tunica ai fianchi, e la impugnò, facendo fare al cuoio un doppio giro intorno alla propria mano callosa.
“Su la gonna!” ordinò la perfida Anida, leccandosi vogliosa le labbra in attesa che lo spettacolo avesse inizio.
La frusta, ma robusta e comoda, gonna di fustagno indossata da Amonis si sollevò, sotto la spinta delle mani della proprietaria; apparve il suo bel sedere. Carnuto, bianco, pressoché perfetto, appena un filino troppo ampio. Colpa di quella nuova invenzione dei francesi, quella cosa dolce, cremosa e fredda che qualcuno chiamava gelato, e di cui Amonis era così ghiotta. Xenia evitò, nell’ordine, a) di alzare troppo il braccio che teneva la cinghia b) di mettere troppa forza nello stesso braccio c) di far sibilare l’arnese di cuoio, abbastanza lasco. Eppure, anche così come se fosse al rallentatore, la cintura schioccò sulla pelle candida del sedere di Amonis e vi lasciò una lunga traccia rosata.
Anida aumentò la frequenza dei tocchi di lingua sulle proprie labbra, indulgendo agli angoli delle stesse; gli occhi castani sembravano persi nel vuoto, fantasticanti in un mondo tutto diverso dal reale. Il cervello, corto in verità, della ragazza (questa sì ragazza, con le sue 22 primavere) già pregustava la seconda staffilata; per esperienza (eh, ne aveva ricevute fin troppe) sapeva che pure Xenia si eccitava nel frustare, voleva dare a vedere di andarci morbida, però man a mano avrebbe aumentato la violenza del braccio e la sofferenza per Amonis sarebbe aumentata.
Così fu. La seconda frustata fu più forte della prima ed Amonis strinse tutto quello che c’era da stringere, per sopportarne il morso; un attimo dopo, quando il cuoio scivolò via dalle proprie natiche, tornò ad aprire gli occhi, le labbra e a rilassare i muscoli.
“Mettici più decisione; la devi punire, mica accarezzare!” sibilò, contrariata, la crudele Enox. Fu la volta di Xenia a sbuffare: non sopportava che quell’antipatica le desse ordini: era al suo servizio per libera scelta, mica per schiavitù.
Eppure, la terza cinghiata fu più violenta delle due precedenti. Xenia non voleva per niente sentire il seguito delle parole di Enox: che avrebbe chiamato Otrebor; il gigante, niente affatto buono, sarebbe arrivato con il suo micidiale frustino dall’anima di legno, ma rivestito di pelle di balena, ed allora sarebbero stati guai per le chiappe di tutt’e tre! Quindi, meglio che Amonis soffrisse un poco di più, per evitare a lei, Xenia, e alla piccola (tale la considerava) Anida una sofferenza ben maggiore. L’ultima volta, oramai quasi due anni prima, che Otrebor era stato chiamato in causa, Xenia non aveva potuto sedersi agevolmente per un mese!
Per questa serie di ragioni, l’anziana fantesca caricò nel braccio quasi tutto il quintale (ad esser approssimativi per difetto) del proprio peso. Amonis si lasciò sfuggire un Ahi! e sentì tornarle su lo spezzatino mangiato a pranzo. Il bruciore alla bocca dello stomaco, però, non era niente in confronto a quello che provava dall’altra parte: mai, che ella ricordasse, Xenia l’aveva frustata così forte. Amonis ritornò sui talloni, perché le dita dei piedi, arricciate, non avrebbero sopportato più a lungo il non indifferente peso del corpo. Era come se acqua bollente fosse stata versata sulle proprie chiappone, che, immaginava, scottassero. Ed infatti la pelle cominciava a sollevarsi, notò Anida, proprio come per una scottatura; la giovane pregustò il piacere che l’avrebbe avvolta più tardi: sarebbe stata lei a curare quel culo, ex bianco; l’avrebbe deterso, l’avrebbe delicatamente asciugato ed avrebbe cosparso odoroso linimento sui segni lasciati dalla cintura, e poi, la sua mano sarebbe scivolata in basso, fra le cosce di Amonis e… Fu lo schiocco della quinta cinghiata a distrarla dalle sue fantasie: il rumore risuonò nei padiglioni auricolari di Anida come il rombo di un tuono lontano, in primavera; o, meglio, come quello di una corda che si spezza.
E qualcosa si era veramente spezzato in Amonis: le gambe le tremarono, il busto andò in avanti, i lacrimoni finalmente uscirono dai cerulei occhi, le dita strinsero ancor più la gonna, i denti stridettero fra di loro. I mille e mille aghi roventi che erano stati scagliati dal deretano avevano raggiunto il cervello, dopo faticosa ricerca. Stille di sudore imperlarono la fronte (ed altre varie parti del corpo) di Amonis. Per consolarsi (ben magra consolazione) si disse che il tormento stava per finire: mancavano soltanto altri cinque colpi!
Non che non fosse eccitata, questo no, ma la cosa stava diventando noiosa. Enox ambiva a spettacoli più raffinati di quello del sedere di una donna preso a cinghiate: ne aveva visti tanti; ed una volta, era stata lei stessa sculacciata con la cintura, da Otrebor, ma era poco più che una bambina allora. Inoltre, dieci colpi le parevano troppi per una semplice disattenzione, sia pure commessa da una schiava. Così Enox tossicchiò per attirare l’attenzione di Xenia e, quando costei le rivolse lo sguardo, Enox alzò la mano a palmo aperto per interrompere la punizione.
Amonis, che non aveva potuto vedere la silenziosa scena, aspettava fremente la sferzata successiva. Che non venne. Venne però Adin e le baciò immediatamente il sedere in fiamme; per meglio dire, sfiorò con le labbra umide una sola volta la pelle; Amonis sospirò senza emettere fiato. Il buon Olo-Ages, pensò la schiava che aveva finalmente capito che si poteva rimettere dritta, l’avrebbe curata meglio di questa stupida gallinella; ma il brav’uomo era da tempo scomparso da quella casa. Ce ne era uno nuovo, adesso, ma Anomis lo considerava troppo intellettuale. Lui parlava bene e tranciava giudizi su tutti gli abitanti della casa; si raccontava, ma si raccontava solo, che Enox, molto più vecchia di lui, lo sculacciasse regolarmente con reciproco piacere d’entrambi (scusate la tutologia!).
Così, dopo essersi massaggiata le abbondanti chiappe, Amonis si abbassò la gonna e si volò verso il centro della stanza. Per poco non le venne un coccolone! Rossef, l’uomo di cui era innamorata, stava sulla porta, un sorrisetto ironico stampato sulle labbra. L’aveva vista nuda, oddio!, le guance di Amonis diventarono ancor più rosse…però, al pudore vergognoso si sostituì un’altra sensazione mentale di piacevolezza; forse ne aveva apprezzato le callipigie beltà ed avrebbe potuto chiederle qualcosa…. Chi invece era rosa dalla gelosia, era proprio Anida: a lei, quel todesco alto e grosso, stava proprio antipatico, con quella sua aria svagata, da professore, con quelle parole che lui diceva e lei non capiva… E fu allora che l’uomo alto parlò “ Anomis ha errato, ed è stata punita. Chi l’ha indotta in errore, tuttavia, è stata Anida. Deve essere punita pure lei!”. Anida l’avrebbe strozzato, Anomis l’avrebbe baciato, Xenia voleva andarsene ed Enox ristette. Non le andava di assitere ad un’altra punizione “Sculacciatela voi!” disse a Rossef.
Adina si fece piccola piccola, ma sentì pesanti come magli le mani di Anomis calarle sulle spalle, e costringerla a piegarsi in avanti. E sentì pure l’aria più fresca invaderle il deretano, quando la sua, di gonna, fu sollevata dall’abile Rossef. Un’attimo dopo, le arrivò il primo, sonoro, pesante, crudele sculaccione.

Racconti di sculacciata: JOLESSONTWO

Luglio 27th, 2010

Si era vestiva alla marinara: blusa a righe orizzontali bianche e bleu, con tanto di bavagliola con stelline azzurre agli angoli, e gonna rossa. Voleva essere sculacciata: non c’erano dubbi, con un abbigliamento così. L’avrei accontentata, subito.
Jo guardava fissa negli occhi il Professore, il primo, e finora unico, uomo che l’avesse mai avuta. Non si poteva dire che fossero amanti, questo no; lei si era lasciata trascinare dal vortice dei sensi e il dopo era stato pure piacevole. Ma c’era stato un prima! E quello non era stato poi così piacevole, ricordò Josephine. Brividi freddi le correvano ancora lungo la schiena, rammentando le vergate che Lui le aveva dato sul culetto nudo, e poi l’aveva fatta sua. La breve fitta provata per la perduta verginità non era stata nulla in confronto al dolore bruciante che ancora le tormentava le natiche, soltanto a richiamare alla memoria quel giorno, quattro mesi prima.
Naturalmente, mi aveva dato una ragione per punirla. Le avevo affidato il compito di battere a macchina la sua tesi; Jo sapeva farlo, l’aveva imparato quando le era passato per la testa di abbandonare l’università, visto che non ce la faceva a sostenere gli esami. Così era andata a scuola di dattilografia: caso mai suo padre l’avesse presa bene, avrebbe potuta assumerla come segretaria alla direzione generale. Invece, la madre aveva pensato bene di chiamare me, a sostenere la figlia per quei pochi, ultimi esami che mancavano. E Jo li aveva dati, ed era stata promossa: ormai rimaneva da discutere soltanto la tesi, alla prossima sessione. La tesi, appunto.
“Signorina, è zeppa di errori di battitura! Eppure, le avevo caldamente raccomandato di stare attenta, di impiegarci la massima concentrazione. Ci vorrà almeno una settimana per ribattere queste cento pagine, e lei non se lo può permettere, di perdere così tanto tempo!” disse il Professore, sventolando i fogli sotto il naso di Jo; per farlo, però, dovette piegarsi in avanti perché lei era parecchio più bassa di Lui.
Ci siamo, si prefigurò la donna, adesso andrà a prendere la bacchetta, laggiù nell’angolo, e mi dirà di spogliarmi, mi farà chinare e mi batterà sul culetto, tutto nudo, e dopo, quando me lo avrà riscaldato per bene, chissà se…Lo spero proprio!
Jo assunse un atteggiamento di finto rincrescimento, fissandosi la punta delle scarpette nere e basse. Con la coda dell’occhio, lo osservò mentre andava a prendere la bacchetta, che da troppo tempo, secondo lei, era inutilizzata.
Le dita di Jo tormentavano i bottoni della blusa, pronte a slacciarli.
Battei leggermente la bacchetta sul palmo della mano; avevo in mente qualcosa di speciale per lei; oggi avrebbe avuto una lezione memorabile.
“Si tolga le mutandine e si sdrai sul tavolo, bocconi naturalmente, signorina”.
Ah, voleva sperimentare una nuova posizione si disse la donna dal corpo di bambina; l’avrebbe assecondato.
Con le bianche mutandine in mano, Jo si accostò al tavolo; Lui passò la bacchetta nella mano sinistra e con le porse la destra per salire: senza il suo aiuto non ce l’avrebbe mai fatta da sola, piccolina com’era.
Si mise in ginocchio sul piano del tavolo. Avevo parecchio tempo davanti a me, la contessa madre non sarebbe rientrata che alle 19, al minimo, ed era giovedì pomeriggio, giorno di libertà delle cameriere. Si appoggiò sui gomiti nudi e con lentezza, stando bene attenta a non fare movimenti bruschi, si distese sul tavolo; in mano aveva ancora le mutandine, le appoggiò distrattamente sullo spigolo, vicino alla testa e poi mise gli avambracci incrociati sotto il mento, come se stesse prendendo il sole in spiaggia.
Il corpo di Jo fremette tutto, quando il Professore le sollevò la gonna rossa: l’aveva scelta apposta ampia, un po’ per eleganza innata ed un po’ per facilitargli l’operazione di sollevamento.
Apparve il suo bel sederino, a mandolino e polputo, bello a vedersi e soffice a toccarsi, vero campo perfetto per le mie due bacchette, quella di legno lunga e dura e quella di carne, più corta ma altrettanto rigida.
Chissà se avrebbe agito come l’ultima volta: bacchettate leggere e, subito dopo, quelle forti, ma ad intervalli. E la sofferenza si trasformava in goduria e la goduria tornava ad essere sofferenza. Jo divaricò appena le cosce.
Mi piazzai proprio all’altezza del suo fondo schiena. Il mio esimio collega di Heidelberg mi aveva accennato alla “Panca” punizione molto in uso nelle università tedesche del secolo scorso; in mancanza di una panca, adopravamo il tavolo dello studio.
Strillò. Non si aspettava subito la vergata violenta. Credeva, e sperava, che Lui la preparasse con quei tocchettini leggeri inferti con la punta della bacchetta, sempre più rapidi, sempre più stuzzicanti, sempre più eccitanti. Invece gliela aveva data subito forte, inattesa. Talmente forte che la ragazza sentì il formicolio mescolato al bruciore.
Beh, c’è una bella striscia rossa, assai rilevata. Così impara. Niente giochini, almeno per il momento. Trema ma non so se a motivo del dolore o per l’ansia dell’attesa. Facciamola sperare.
La bacchetta ticchettò sulle natiche di Jo, ora più in alto ora più in basso rispetto a dove si era abbattuta la prima volta. Una diffusa sensazione di calore iniziò lentamente a pervaderle il ventre, sempre più in basso. Non per apparire sfacciata, ma stava spingendo il sedere sempre più in alto, sempre più esposto: le sembrava un massaggio corroborante più che una dolorosa punizione.
Bene, è pronta. Per sei volte, alzo ed abbasso il braccio con parecchia forza. Data la rapidità dell’azione, non ho il tempo di prendere la mira: può anche darsi che due o più colpi siano caduti nello stesso posto. La vedo arrovesciare la testa, le palpebre chiuse, i denti serrati, il respiro veloce.
Dolore puro, fuoco liquido che spegneva ogni altra sensazione di dolore. Jo alzò la testa e la voltò in direzione opposta al Professore per non farsi vedere che stavo cominciando a piangere. Poi sentì il tocco del palmo della sua mano, che le calcava la carne, con un movimento circolare dall’esterno verso l’interno. Il bruciore si affievolì, non di molto tuttavia, sotto quel massaggio corroborante se la parte non fosse stata così dolorante. Capì che lui stava girando attorno al tavolo, per mettersi dalla parte opposta rispetto a dove stava prima.
Non ho ancora il polso ben sciolto: dai segni che le ho lasciato, capisco di aver calcato troppo la bacchetta in punta; le strisce sono più profonde e più marcate dalla parte della natica destra di Jo. Bisogna riequilibrare la situazione.
Stavolta aveva tenuto le orecchie ben aperte; anche se aveva paura a guardare, il sibilo del bambù nell’aria l’avvertiva un attimo prima, giusto il tempo di stringere ancor più i denti e poi l’esplosione di dolore.
Niente tocchettini stavolta, stavolta deve provare pura sofferenza. E sei! Il suo culo è striato, belle strisce parallele o quasi, dai bordi rilevati: color porpora su fondo rosso. “ Basta così! credo che abbia capito, signorina” le faccio.
Jo si puntellò con i gomiti, per un attimo ebbe la tentazione di afferrare le mutandine e di usarle come un fazzoletto per asciugarsi le lacrime. Le doleva perfino il labbro, dove i suoi propri denti erano affondati. Rinculò fino a quando non sentì più il tavolo sotto le ginocchia; allora, con un saltello, poggiò i piedi sul pavimento. Una fitta le ricordò quello che aveva subito fino pochi secondi prima. Le ci volle un bel po’, per voltarsi.
Abbassa gli occhi, non le può certo sfuggire la protuberanza nei miei pantaloni; la sua gonna è ricaduta giù, ma lei si sfila la blusa: il reggiseno è di quello tipo bikini, senza spalline. Un attimo e casca per terra. L’abbraccio, le bacio i piccoli seni…
“Oh, oh, oh” monotona si esprime la contessa madre, che, inattesa, ha appena aperto la porta.

Culetto in cornice

Luglio 23rd, 2010

culetto

Esami orali

Luglio 22nd, 2010

università……..
sessione estiva…..
qualche giorno fa…. mi sveglio prima del solito…. doccia rinfrescante…… giro perc casa in asciugamano pensando a come vestirmi….. caffè…. sono in ritardissimo…..
prendo un vestitino leggero dall’armadio…. diamine…. si nota un po troppo il perizoma nero…. non ho tempo per cambiarmi…. alzo su i capelli e corro via……
autobus….. treno……
sono in facoltà…..
ho l’esame fra…. 15minuti… bene… ho addirittura il tempo x comprare una penna visto che ho dimenticato tutto……
ore 10:45….. il professore chiama all’appello i prenotati per firmare le presenze…..
ecco è il mio turno…. lo sguardo di tutti è fermo su di me…. sono imbarazzatissima…. arrosisco chinandomi a firmare…..
l’esame inizia…….
30domande… cazzo le so tutte…… ma il coglione del prof nn ha messo la 31° domanda xla lode…. inizio ad incavolarmi………
dopo un ora i risultati….. ovviamente ho preso un fantastico 30….. ma la lode?diamine voglio la lode…..
decido di andare a colloquio col prof…..
entro nel corridoio della presidenza…… cerco il suo studio….. eccolo…. busso….. ‘è permesso’…..mi riconosce quasi subito…. ‘avanti signorina ….lei ha sostenuto l’esame stamattina…qlcosa non è andato? vogliamo rivedere insieme gli errori?’
‘nessun errore professore…..’ lui si alza…. e inizia a girarmi attorno……’allora…come mai qui?’ ‘professore… volevo sapere perchè non c’era la 31° domanda….perchè nn ci ha dato la possibilità di prendere la lode….?’ ’signorina….. sono io il professore… decido io cosa chiedere e quanti punti dare….lo sa?’ le sue parole terminano quasi sul mio collo…. sento il suo respiro…… continua….’ è cosi sicura di meritare la lode signorina?’ sento la penna che aveva in mano sfiorarmi le cosce…. fino a quando…… non la sento poggiata sul perizoma……. ‘ s…s…si… si professore puo kiedermi qlalunque argomento….. ‘ ‘posso kiederle qualunque argomento…… bene…’ inizia….lentamente da dietro a spingermi verso la scrivania……. ‘ragionando….. potremmo fare qualcosa per questa lode…..’ mi fa poggiare con il busto sulla scrivania…….. il vestito….era cosi leggero e corto…. che ormai….. ho il sedere all’aria…… la penna del prof….. fa su e giu sul mio perizoma…..
‘professre…. questo non fa parte del programma…….’ cerco di dire con voce timorosa……….. ma mentre termino la frase…. il professore inizia a sculacciarmi…..
‘impertitende…….’ CLAAP ‘vuoi la lode?’ CLAAP CLAAAP CLAAAP ’se ancora fiati ti boccio…CLAAP CLAAAP CLAAAP cerco di muovermi per liberarmi….. ma il professore è un’uomo grande e grosso…… sulla 40ntina…… forte…. muscoloso…. io…classica vippettina che non faccio grandi sforzi per paura che mi si spezzino le unghie…….
CLAAAP…. si ferma…….
io non so perchè resto immobile cosi come mi ha lasciato……
‘vdiamo quanti 30 c sono stati…. in base a questi calcoleremo la tua punizione’…….. avevo gia il culetto dolorante…… ma la cosa non so perchè….mi stava eccitando……sentivo…la passerina umida……’ bene….. 7 persone hanno preso 30…. 210 sculacciate possono bastare….. ‘ no prof la prego…. non fa niente…… facciamo finta d nulla……..’ a qst parole si alza…… mi tira x i capelli… e mi porta la faccia sul sul pacco….. ‘finta di niente….. ? bambina….. ora saresti bocciata….lo sai…?’
torno dietro di me……. e ricomincia a sculacciarmi…….abbassandomi il perizoma fino alle ginokkia……
CLAAAP CLAAAP CLAAAP CLAAAAP sempre piu cadenzate sempre piu forti….. una sculacciata sul culetto… n’altra sul sesso…… CLAAAP CLAAAP CLAAAP ogni mio tentativo d liberarmi è vano…… ‘BAMBINA….. OGNI LAMENTO SONO 10SCULACCIATE IN PIù…… SU SU…. RLIASSATI SIAMO A 200…… ALTRE 50 E ABBIAMO FINITO…….’ avevo il culetto in fiamme…… piangevo ormai quasi senza farmi sentire……. quando improvvisamente..la sua voce mi riporta alla realtà…… ‘ecco….. ora….. lei ha d nuovo il suo 30…… vogliamo discutere x la lode…..?’…..
apro gli occhi… e lui è d nuovo avanti a me….. coi calzoni abbassati….. ’su signorina…… mi faccia un bell esame orale…… è la lode è sua……’
……dopo 1ora esco sfatta dal suo ufficio…… ma con un bellissimo 30e lode in più sul libretto…….. e un foglio….. ‘venga piu spesso a sostenere gli orali…’

Che male!

Luglio 21st, 2010

sculacciate fa male

Racconti di sculacciata: Elisabeth

Luglio 20th, 2010

ELISABETH
“Elisabetta, vieni qua!”. L’ho chiamata attraverso la porta a vetri. Dopo pochi secondi, lei compare sull’uscio della stanza. E’ una bella donna, Elisabetta, magari un po’ cicciottella ma io la preferisco così; porta i capelli corvini pettinati a caschetto per mettere in risalto l’ovale del viso ed i suoi occhi chiari. Oggi indossa una maglietta nera ed un paio di jeans scuri, di quelli di velluto a coste, che fasciano perfettamente i suoi fianchi morbidi.
Le sventolo sotto il naso il foglio. “Ma come ti è venuto in mente di scrivere queste cose?- le faccio, burbero- A questo signore che riponeva tanta fiducia in noi, nella nostra azione. L’hai liquidato seccamente, troppo seccamente. Ci mancava solo che gli scrivessi degli insulti!” “Se lo merita!- mi ribatte pronta- Voleva tutto e subito e, praticamente, gratis. Eppoi mi guardava con un fare strano, come se mi volesse spogliare con gli occhi…lo definirei…ecco, un vecchio bavoso!” “E’ perché sei troppo carina!- sorrido, poi mi riprendo subito- E’ il terzo cliente che perdiamo a causa della tua suscettibilità”. Abbasso la voce di un tono. “Lo sai che dovrei farti, vero?”. Si passa leggermente la lingua sopra le labbra, per inumidirle; ha capito ed ha come un fremito interno. Chiude la porta lentamente alle sue spalle. Porta le mani dietro la schiena: ha assunto artatamente l’espressione della monella colta con le mani nella marmellata. Sa che la sculaccerò, e la cosa non le dispiace. Ogni volta che lo faccio, ha brividi di piacere che si mescolano al dolore, dopo. Non mi va di farle troppo male; forse se lo è andata a cercare? Penso fra me. E’ tanto tempo che non la sculaccio più. Forse i rapporti col suo moroso stanno attraversando un periodo di stanca e lei cerca un diversivo o un motivo per rinvigorirli, chissà? Lo scopriremo subito! Ed, infatti, il suo volto assume un’espressione fra il contrito e il deliziato. “Avvicinati” le chiedo: imposto la mia voce con tono gentile. Anche a me fa piacere sculacciarla, però non cerco la violenza fine a se stessa.
Il gioco comincia.
“ Ti darò dodici sculaccioni, stavolta, però, sulla pelle nuda. Sai quello che devi fare!”. Nel suo sguardo un vago e rapido lampo, come di delusione. Forse dodici sono troppo pochi? Se così fosse, sarebbe la giusta punizione per lei.
Avanza di qualche passo, fino a portare il suo pancino quasi a contatto con il bordo della scrivania. Le sue mani slacciano il bottone della cintura nei jeans, abbassano la zip. Le basta un movimento sinuoso delle anche per farli scendere giù, lungo le gambe. I pollici s’infilano tra la pelle dei fianchi e l’elastico delle mutandine e lo allargano. Lentamente, molto lentamente le spinge giù, quasi a metà coscia. Ho agio di vedere il suo pancino e le sue parti intime, solo leggermente pelose. Si piega in avanti ed appoggia i gomiti sul piano della scrivania. Sospira: non certo di noia.
Vado dietro di lei, alla sua sinistra. Le sue natiche sono cicciotte ma non adipose, rotonde al punto giusto; ci passo sopra il palmo della mano, per sentire la loro morbidezza e la sericità della pelle. Elisabetta freme per un attimo, allarga vieppiù le gambe, per quanto le è concesso dalla larghezza dei jeans ed abbassa la testa. E’ il segnale. Allargo le dita della mano destra, indurisco il palmo e lo porto con forza brutale sulla sua natica sinistra: vi rimane stampata l’impronta sulla pelle chiara. “Ahia, così mi fai male!” si lamenta, ma sottovoce. Sapessi quanto brucia a me, il palmo! E per un solo sculaccione; rendo la mano leggermente più morbida e stavolta la sculaccio con maggior attenzione. Il colmo delle sue natiche si appiattisce e ritorna su con elasticità, dopo ogni colpo. Questo per i primi sei; le lascio un attimo di tregua: il suo culo è arrossato, ma non troppo. Entrambi respiriamo con frequenza superiore al normale. Con la mano ancora morbida colpisco il suo posteriore dal sotto in su, come se volessi tastarglielo, ma con più violenza. Un breve brivido la scuote. Mi fermo. “Beh? Continua, no?” mi sussurra. Seguito in questo modo per altre cinque volte. Poi, faccio un mezzo passo indietro e mi fermo per un attimo ad ammirare il bel polposo deretano, ben rossastro. Come la buccia delle mele. Lei volge il capo verso di me e con voce emozionata, mi sussurra “ Dammene un altro po’. Me le sono meritate!”. Proprio così, mia cara. La percuoto con la mano ben tesa, a dita unite tipo “paletta”. Fa più male così? Immagino, più che vedere, la piccola smorfia (di dolore?) sul suo viso. Dodici sculaccioni in questo modo, inferti da uno che è alto e grosso quanto me, non sono una passeggiata per le sue natiche. E’ proprio questa la seconda parte della punizione: dopo il “piacere”, il dolore della penitenza. Concetto tipicamente cattolico. Debbo ammettere che se le prende tutte, le sculacciate senza grossi movimenti o reazioni; solamente, ogni tanto, fa sibilare l’aria fra i denti, espirando. Ho smesso: il suo culo è rosso rosso, la pelle ben irritata; qualche macchia più bianca sta ad indicare che non ha ancora smaltito il contatto con l’estremità delle mie dita. Passo dall’altra parte della scrivania e mi rimetto a sedere. Non voglio che lei veda la protuberanza dentro i miei pantaloni. Rimane così, chinata col sedere all’aria per qualche istante, forse vuole raffreddarlo. Torna in posizione eretta, ma subito piega il busto per tirarsi su le mutandine; quando la leggera stoffa acrilica prima sfiora poi tocca la pelle rovente piega gli angoli delle labbra. Ma è un attimo. Fa un sospiro, quando si piega del tutto per afferrare i jeans, alle caviglie. Tira su anche quelli e, come con un saltello, ne porta la cintura all’altezza della vita. Fa un lungo sospiro e si allaccia il bottone. Sono improvvisamente diventati più stretti o si è gonfiato il suo posteriore? Si passa le mani sulla maglietta, come per stirarla; se la sistema ben bene, si liscia i capelli leggermente scarmigliati. I suoi profondi occhi chiari hanno assunto la tonalità cerulea: mandano lampi. Non d’ira: di desiderio. Prende fiato. “Se non c’è altro che devi dirmi, io vado di là”. Abbassa la maniglia della porta, la apre, si blocca un attimo, si volge verso di me e, con voce estremamente sensuale, mi saluta: “Grazie, Bob!”

Dopo la sculacciata

Luglio 19th, 2010

Racconti di sculacciate: Jolection

Luglio 18th, 2010

Il Professore era molto inquieto, quella mattina. Jo lo aveva capito subito: sembrava che anche la sua barba incolta sprizzasse elettricità. Jo temeva che le impartisse un’altra punizione corporale, come lui la chiamava; gliene aveva data una circa tre mesi prima e Jo aveva avuto difficoltà a sedersi per qualche giorno.
E, quella mattina, lei era assolutamente impreparata! Arrivare a quasi 30 anni, si disse Jo ripercorrendo mentalmente la sequenza d’avvenimenti che l’avevano portata a quel punto, ed essere sculacciata come una bambina, era ridicolo! Ma lei non aveva scelta, si disse. Il banchiere suo padre e la contessa sua madre volevano ad ogni costo che lei si laureasse.
E così, avevano scelto il miglior professore che ci fosse in città, per darle ripetizioni private. Solo che lui avrebbe accettato solamente se avesse avuto mano libera, il che voleva dire in soldoni, se avesse potuto sculacciarla. Fissando gli occhi severi di mammà, Jo chinò la testa affermativamente. D’altra parte, era cosciente di essere una donna affascinante, non bellissima, ma affascinante e pure il Professore non era affatto male, se non fosse stato così alto.
“Signorina, secondo gli accordi da lei accettati liberamente, mi vedo costretta a punirla. Dieci bacchettate. Si metta faccia al muro, prego” le aveva detto quella volta, prima dell’esame di D***. Jo l’aveva fatto, mettersi faccia al muro.
Non era mai stata picchiata da nessuno, neppure da piccola, e voleva provare, in fondo al suo animo, questa cosa, le sculacciate, che, diceva qualche sua amica debole di cervello, erano tanto eccitanti. Invece, aveva provato soltanto dolore: morsi, bruciature, unghiate si erano abbattute sul suo sedere sporgente; Jo aveva stretto i denti per non gridare, aveva sudato freddo per tutta l’interminabile serie di bacchettate.
Aveva superato l’esame e pure con la lode, però.
E adesso ci risiamo, si disse: non posso confessargli di non aver studiato perché desidero essere battuta, perché, la prima volta, dopo il dolore mi è venuto un qualcosa dalla parte opposta a quella colpita e…e sono stata tanto felice!
Il Professore scosse la testa, fece ssstt ssst battendo la lingua fra i denti e la guardò severa. Ecco ci siamo! Un misto di paura e di desiderio avvolse Jo. Egli, invece, non prese la bacchetta che stava costantemente appoggiata in piedi nell’angolo, perenne monito, ma come la calma piatta precede la tempesta il Professore le fece “Si spogli!”. Nooo, non può chiedermi questo! La vergogna fu il primo sentimento di Jo, seguito da una punta d’indignazione. “Signorina, le ricordo i nostri patti, ed il suo assenso a loro. Sarò costretto, qualora non obbedisse, a rimettermi a sua madre. Ah, un’altra cosa. Non deve affatto pensare che io voglia attentare alla sua virtù….”. E lasciò in sospeso la frase, ma l’aveva pronunciata come se Jo fosse una bambolina asessuata, peggio: come se fosse una bambolina bruttissima!
Jo, in effetti, era vergine: non aveva mai voluto concedersi ad alcuno, nonostante l’età, in attesa che arrivasse il Principe Azzurro, possibilmente su un cavallo bianco, ma anche una limousine le sarebbe andata bene. E adesso, questo…questo essere la sfotteva pure! La insultava, anzi. Poi, Jo si fermò a riflettere. Le mancavano solamente due esami, e la tesi che, praticamente, era il Professore a compilare, lei la stava semplicemente battendo a macchina, almeno la prima bozza; lui pensava a tutto: alla documentazione, alla stesura. La nobildonna, sua madre, si sarebbe di sicuro inquietata: Jo, al minimo, avrebbe dovuto rinunciare ai soldi, parecchi, che le passava settimanalmente; e ai vestiti, ai divertimenti, a… tutto!
Spesso Jo e il Professore discutevano sulla tesi insieme, seduti alla stesso tavolo, le bocche vicine vicine, il fiato che si mescolava eppure lui non aveva mai perso il suo aplomb, mai le aveva fatto una advance, come se lei non esistesse, come donna. E adesso le diceva di spogliarsi. E la guardava pure con un’espressione di sfida, come se lei non avesse il coraggio, come se fosse una vereconda mammoletta, che non sapeva accettare le conseguenze….
“Va bene!” ammise Jo, deglutendo e cominciò a sbottonarsi la camicetta, iniziando però dai bottoni più in basso. “Non completamente, signorina, solo i pantaloni e quello che c’è sotto di loro” l’avvertì il professore, sempre con voce freddissima più di una ghiacciaia.
Jo lasciò aperti gli ultimi due bottoni della camicia a scacchi ed aprì quello della cintura dei pantaloni, seguito immediatamente dagli altri tre. I pantaloni non fecero certo un lungo tragitto, prima di scivolare alle caviglie di Jo; adesso, veniva il peggio. Jo si sentì arrossire, tremava dalla vergogna (ma anche dall’eccitazione di mostrarsi nuda (o meglio: ignuda, come avrebbe detto Lui) di fronte ad un uomo, per la prima volta in vita sua. Jo sospirò, chiuse gli occhi, deglutì e fece il gran gesto. Quando riaprì gli occhi, vide che lui aveva in mano la bacchetta. “Si pieghi sul tavolino, prego” e la sua voce era un po’ meno fredda, adesso. Pur intralciata dagli indumenti alle caviglie, Jo fece due o tre passettini, ma il bordo del tavolo le arrivava sopra l’ombelico, adesso nudo “Si dia una spinta con le braccia” consigliò il professore, e la voce era incrinata; almeno, così sembrò a Jo. Non era per niente fredda la superficie di legno, ora a contatto con la pancia di Jo, anzi aveva un che d’accogliente si ritrovò a constatare.
Oddio! La bacchetta le aveva toccato le natiche nude, ma non era stato per niente doloroso, anzi sembra una carezza, un tocchetto leggero, affettuoso. Ne seguirono altri, parecchi. Jo si stava abituando: un lieve friccichìo sulla pelle nuda, che era pure piacevole. Udì lo swisshhh, ma troppo tardi. Centomila aghi di ferro rovente le s’infilarono nella pelle delle natiche. Un’indicibile sensazione di bruciore; due lacrimoni spuntarono agli angoli degli occhi di Jo. Il sedere le faceva male. Ne prese un’altra ed un’altra ancora, più forti. Le lacrime le scesero lungo le guance, lei si mordeva il labbro inferiore per non gridare, per non urlare. Sembrava che avesse un intero falò al posto delle natiche. Aspettò le altre bacchettate. Non vennero. Il tremore delle gambe cessò. Cautamente, volse appena la testa per vedere cosa accadesse, perché quell’improvviso arresto. Di nuovo lo swiisshhh e di nuovo una fitta di dolore, che la fece sobbalzare: un sandalo le si sfilò dal piede contratto. Oddio, oddio, fa che si sbrighi, che questa tortura finisca presto, si trovò ad implorare mentalmente Jo. Rabbrividì, sentendo che la mano di lui le stava passando sopra la pelle, che lei immaginava ustionata; non c’era lascivia, non c’era oscenità in quel tocco. Anzi, sembrava il tocco di un innamorato…Alzò di scatto la testa a quel pensiero e si chiese: possibile che…? Si dovette ricredere subito. Le due frustate tremende reiterarono l’atroce dolore. Jo riprese a tremare, incontenibilmente; inconsciamente, allargò le cosce ma neppure se n’accorse.
Il suo cervello, oltre alla sofferenza, registrava una sensazione strana, come una smania indefinibile. Una sensazione mai provata, dolce e amara insieme, come se volesse ma non potesse. Jo, sempre inconsciamente, strofinò le cosce fra di loro. Provò fortissima la voglia di togliere un mano da dove la teneva, ben serrata a pugno sopra il tavolo, e di andarsi a toccare là sotto. Ma forse era meglio di no, pensò, Lui avrebbe potuto equivocare.
La mano di Lui che la sfiorava, sembrava lenire il dolore ed aumentare la pulsazione al basso ventre: il sudore si mescolava alle lacrime sul viso di Jo.
Ha un bel culetto, pensai, piccolo ma ben fatto e molto molto arrossato e si sta pure eccitando sessualmente. Vorrei tentare di impedirglielo, ma se prendesse coscienza di essere intimamente masochista, sarebbe meglio per me: mancano ancora due esami, più la tesi, e le dovrò dare ripetizioni almeno per altri sei mesi. No. L’ultima, e che non se la scordi!
Caricai tutta la mia forza nel braccio, come si carica una molla, e lo feci scattare in avanti. La donna, dal corpo di ragazzina, sussultò e, lentamente, cominciò a scivolare verso il basso. Forse che l’avevo colpita troppo forte e questa stupida mi era svenuta? Mi precipitai a sostenerla, ma lei aprì gli occhi, socchiuse le labbra offrendomele. E non solo le labbra. Era come se udissi la sua vulva pulsare, allo stesso modo in cui pulsava il mio, di sesso. Mi fermai di botto, quel fragile corpo ancora fra le mie braccia, seppur avessi le mani sotto le sue ascelle. Respirai profondamente.
Oh Signore, fa che la prima volta sia con Lui. Non resisto, non ce la faccio più, la mia natura chiede di essere penetrata, lo urla: Voglio diventare una vera donna, ADESSO!
Secondo gli stimatissimi lettori, come andò a finire?

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