Racconti di sculacciata: Domestico, parte 7
30 Settembre 2009Cap 19
Constance sta in piedi, il suo atteggiamento è contrito, remissivo. Non aspetta altro che di ascoltare quale sia la punizione. Lady Winterbottom è categorica: “Forse, non ti rendi conto di quello che hai fatto! Ti sei comportatata come una manuntengola, come una prosseneta. Peggio: come una donnaccia da strada! Farti trovare così, seminuda, ad amoreggiare con William! Che, oltretutto ha pure 15 anni meno di te! Hai trasformato la mia casa in un bordello!” e via con simili espressioni. Era successo che la domestica era stata colta da un’insana passione carnale- secondo la padrona- per un giovane groom di casa. Era stata lei a corromperlo, a concederglisi carnalmente: e chissà quante volte, prima che Jo li scoprisse. Beh, era stato imprudente da parte loro farlo proprio nel letto della lady! Ma, mi spiega Constance mentre si spoglia, lei, la padrona, era uscita, dicendo che sarebbe tornata tardi. Allora lei, Constance, era salita nella camera di milady per rassettarla; stava rifacendo il letto, sistemando le coltri, quando aveva sentito le mani di William sul suo sedere, poi la sua bocca baciargli il collo. La carne è debole, lei, Constance, è una povera donna intristita da un perpetuo zitellaggio, eccetera. Non hanno resistito al richiamo dei sensi: si sono abbracciati e rotolati sul letto morbido; Constance si è alzata la gonna, William ha tirato fuori il suo JohnThomas e… E’ arrivata lady Winterbottom: proprio sulla porta della sua camera da letto. I due amanti si sono ricomposti subito: ma, oramai, non c’era più niente da fare.
Constance è tutta nuda. Il suo corpo tende alla magrezza; appoggia le mani al sedile del divano, i piedi ben piantati a terra. I seni le pendono in basso. Severo, ma per assecondare i desideri inespressi di Elka e di Josephine più che per mia cattiveria, le dico di voltare di lato la testa e di guardarmi sempre, mentre le somministro la giusta punizione.
Lady Winterbottom ha detto che non c’è un numero prestabilito di vergate: deciderà lei quando mi dovrò fermare.
La bacchetta è quella di bamboo leggera. Al tirar delle somme, Constance ed io siamo colleghi! Non alzo eccessivamente il braccio: i colpi non sono estremamente violenti, ma ne bastano pochi per arrossarle il culo. La testa piegata le fa indolenzire i muscoli del collo, chiude gli occhi ogni volta che vede partire la verga. Lei tende a portarsi in avanti con il busto, ogni volta che ha ricevuto il colpo. Mi fermo e passo la mano sul suo posteriore rosso bollente. Riprendo a bacchettarla: ormai le striature sono sempre più cupe. La donna comincia a piangere, mentre io intensifico la quantità e la forza delle bacchettate: lady Winterbottom non mi fa alcun cenno di smettere. Constance emette gridolini sempre più frequenti; riporta la testa in posizione naturale. Non le ho contate, ma saranno almeno 50 le vergate che sopporta, prima che la sua padrona pronunci il fatidico: “Basta così”. Constance aspetta qualche secondo a rialzarsi.
Sa che non è finita. Si inginocchia davanti alla padrona, a cui Antoinette ha dato il martinetto; lady Winterbottom si alza in piedi, per quanto glielo permette la corta statura. Constance porta le braccia dietro la schiena, inspira aria e la trattiene nei polmoni, la testa rovesciata all’indietro. Chiude gli occhi. Per due volte il martinetto le colpisce le mammelle. Alla fine, la domestica espira soggiungendo le labbra come se fischiasse. Ma nessun suono esce dalla sua bocca. Il seno si sta illividendo. Si rimette in piedi, ma deve far ausilio delle mani: mi offre, dacchè sono discosto vicino all’uscio, la visione del suo culo screziato. Si reinfila la sottoveste e poi il leggero vestito scuro. Finalmente, calza le scarpe. Chiede il permesso di allontanarsi.
Cap 20
Il vecchio Homer mi fissa, almeno credo, attraverso gli spessi occhiali neri “ Ci sarà una riunione plenaria prossimamente e parteciperà anche Eugenia. Ne siamo sicuri. Come hai detto che si chiama quella che frusteranno?” “Lady Elisabeth Wintermare, nata Duncan. Madre e sposa felice dell’ufficiale di Stato Maggiore della nostra flotta nel Mediterraneo” Dopo una breve pausa, torna a parlare “Ed il nostro… la nostra misteriosa dama ne è sicuramente interessata. Benjamin ancora non si è pronunciato: staremo sicuramente a fianco di Napoleone ma dobbiamo fargliela sudare questa alleanza! A proposito di Russia, lo sapevi che la moglie e la sorella del Duca Kinskj, l’ambasciatore a Londra, potrebbero potenzialmente essere membri del “Merry Order”?” “Mi fa piacere! Ma io che c’entro?” “Nulla, per adesso. Si è fatto tardi! Dobbiamo interrompere il nostro colloquio….Buonasera, Bob”. Non conosco affatto madame Kinskj. Le parole di Homer mi hanno messo in curiosità. L’ambasciatore fa vita molto ritirata. Il personale è tutto russo e non sembra parlare una sola parola d’inglese; anche gli uomini di fatica sono russi. L’unica occidentale che frequenti la villa, al di là delle occasioni pubbliche, è Miss Moss. Dà lezioni di piano alla nipote dell’ambasciatore: due volte a settimana. La Moss è una vecchia zitella acida, esageratamente grassa. Però, è tra le conoscenze di lady Pottingham.
Decido per l’approccio diretto: proprio perché ingenuo e scoperto potrebbe rivelarsi efficace. Chiedo un colloquio all’addetto culturale zarista, nella mia qualità di curatore della biblioteca Wallstone. Vi sono molti testi in russo presenti, avrei bisogno di qualcuno che li traducesse: sono testi rarissimi, stampati dalle tipografie impiantate dallo zar Pietro. Avrei potuto chiedere in qualche università, ma i conoscitori della lingua russa scarseggiano. Egli non può aiutarmi. Tuttavia… tuttavia la dama di compagnia della sorella del signor conte conosce anche l’inglese….
Si chiama Marsha ed è una donna assai bella: bionda, porta la treccia arrotolata sulla nuca, alla maniera russa; i suoi occhi sono di lapislazzulo ed il suo corpo…beh! È alta quanto me!
Marsha traduce i titoli dei 18 libri in russo della biblioteca. Un paio li ha pure letti: brevemente me ne accenna l’argomento, in modo che io possa catalogarli al loro posto. In maniera casuale, le chiedo se vuole vedere le vere rarità della biblioteca. Istruita da milady, che gliene ha parlato a profusione, mi chiede di mostrargli la sezione dei libri libertini. Faccio il finto scandalizzato, sembro esser io la vereconda verginella. Marsha rimane affascinata dalle illustrazioni, specie da quelle che adornano “Le Brulant Plaisir”: donne sculacciate e fustigate, nelle pose più ardite. Mormora qualcosa. Mi chiede se posso prestarglielo: lo vorrebbe far vedere a Ljuba. Purtroppo, è impossibile: nessun volume può uscire dal Museo, però se la signora contessa esprimesse il desiderio di venire a consultarlo in codesta sala….
Mi è toccato sforzarmi a persuadere il direttore: egli non ritiene regolare che una femmina entri nei sotterranei del Museo; non considera morale che si mostrino illustrazioni oscene ad una donna, seppur contessa e sebbene russa. Gli ho dovuto ricordare un paio di cose per ottenere il suo assenso: si è alterato al sentire che le donne saranno addirittura tre. Ha voluto esser presente, naturalmente, ed è rimasto affascinato dalla beltà di Marsha. La cosa è stata abbastanza lunga, perché io parlavo a Marsha che traduceva alla contessa. Il mio francese non è così buono da sostenere una conversazione. La Kinskj è, anch’essa, una bella donna, benchè dai lineamenti un po’ troppo marcatamente slavi per i miei gusti: insieme a Marsha fanno indubbiamente una bella coppia. La contessa fa fremere l’angolo del labbro, mentre osserva attentamente, molto attentamente, le illustrazioni libertine; se ne esce, ad una particolarmente esplicita con un “Parbleu!”. Milady le ha invitate a casa per un tè rigeneratore, dopo tanto umido nei sotterranei; esse rifutano: hanno altri impegni improrogabili. Ma, ormai, la via è aperta.
Non passa molto tempo che la contessa Kinskj ci conceda l’onore di una sua visita. Servo le bevande e le tartine e mi ritiro. Tanto Antoinette mi racconterà tutto, più tardi. A parer suo, le due dame sono persone squisite: si vede proprio che sono aristocratiche. Oh sì, la conversazione ha toccato qualche argomento scabroso ma di sfuggita…ed è stato subito lasciato cadere. Comunque, domani sera è invitata lei, lady Wallstone, al ballo privato dato dall’ambasciatore russo: poche persone, appena una cinquantina. L’accompagnerà Corinne, non dovrò stare alzato fino a tardi.
Cap 21 TER SANTA MADRE RUSSIA
“Sai, Bob, la contessa mi ha fatto pressanti domande sul “Merry Order”. Pensi che debba presentarla?” mi fa Elka. “Non sono d’accordo e per svariati motivi: innanzi tutto, tu sei una neofita nell’associazione; poi con queste slave non si può mai sapere ed infine avrai l’ostracismo di lady Pottingham. Quindi, ti conviene aspettare tempi migliori. Potrai accennarne, ma solo accennarne, alla prossima riunione, che, tanto, è fra poco tempo…” E’ perplessa, ma concede “Forse, hai ragione! Pero, Marsha è proprio un gran bella donna, molto più bella di Pollipot!” “Certamente!” convengo.
Homer non c’è, oggi, al parco. Un suo messaggio per me era deposto direttamente sulla tomba di Lord Wallstone.
Più si avvicina la data della riunione, più Antoinette diventa tesa. Oramai, Marsha viene a trovarla a giorni alterni. Parlano molto fra loro. E’ giovedì: una carrozza anonima si ferma davanti alla porta. Ne scende Marsha, splendente. Antoinette l’aspettava, vi risalgono insieme. Corinne oggi non è potuta venire: dice che ha da fare per motivi personali.
Parlo con Jenny: è proprio innamorata cotta di quell’Hyde…fa grandi progetti per quando ci sarà la sua presentazione in società. E’ proprio, ancora, una bambina!
Non me lo aspettavo che rientrassero così presto! E sono entrambe alterate, si vede ad occhio nudo. Si rinchiudono nel salottino. Quando vengo chiamato, Marsha ha gli occhi rossi di pianto, rossi come il suo viso.
“Sono nata in un villagio non distante da San Pietroburgo; mio padre faceva il fabbro. Eravamo sette sorelle ed un solo maschio, io l’ultima. Mio padre non ci poteva mantenere tutte. Così a sette anni, mi spedì in convento. Era un convento misto: un edificio per i frati, uno per le monache. Ero ancora una bambina, non mi rendevo conto di ciò che accadeva là dentro. Padre Grigorj, che doveva insegnarci a leggere e a scrivere, ci batteva spesso sul sedere nudo con i rami; poi si alzava la tonaca e noi dovevamo toccargli o baciargli quello che aveva in mezzo alle gambe; qualche volta lo strofinava sul sedere pesto di qualcuna di noi. Si ubriacava molto di frequente padre Grigorj ed allora faceva a noi piccole, ma anche alle suore più adulte, cose innominabili. Mi sverginò che avevo dieci anni, con violenza. Appena mi fui rimessa, cercai di scappare. Mi ripresero. La superiore, presenti tutti frati e suore, mi frustò a sangue. Mi stesero sulla panca e mi diedero 50 vergate con i rami spinosi. Avevo la febbre ancora, quando tre monaci me lo infilarono di dietro: mentre la superiora mi faceva tener ferma. Così avrei imparato, ridevano. La vita era infernale: servivano Satana, non Dio! Tornai al villaggio per la morte della mamma e decisi di non tornare mai più al convento. Avevo terrore degli uomini. Dicevano che ero molto bella ma rifiutavo qualsiasi proposta di matrimonio: il semplice contatto con un maschio mi faceva schifo. Così iniziai ad andare con le femmine: nel villaggio ce ne erano tante. Diventai l’amante di Lucja, una ragazza che il padre voleva far letterare. Era l’unica figlia che egli aveva, la moglie era morta di parto e lui non si era risposato. Io e Lucja trascorrevamo dei momenti insieme: d’estate, la mattina presto, scendevamo giù al torrente, facevamo il bagno e, dopo, ci sdraiavamo nude a prendere il sole. I nostri corpi si toccavano, le nostre labbra si accostavano, le nostre lingue si intrecciavano. Purtroppo ci scoprirono, una mattina. Ci punirono duramente. Fui legata nuda ad un albero e venni frustata, sul deretano a lungo e dolorosamente. Mi raparono a zero e mi scacciarono dal villaggio. Mio padre-seppi più tardi- ne morì dalla vergogna. Facevo la sguattera in una stazione di posta. Conobbi Anton Fiodorovic. Era gentile, colto, sapeva parlare e cantare molto bene. Mi affascinò. Mi insegnò molte cose, fra cui la lingua inglese. Era impotente, dormiva vestito accanto a me. Scappammo insieme a San Pietroburgo. La mia bellezza mi attirava molti spasimanti: promettevo sempre, senza concedere mai. Casualmente feci la conoscenza con la Kinskj, la sorella del conte. Una scintilla scoccò fra noi due. Mi volle come dama di compagnia, benchè io non fossi nobile. Ma ero bella e saffica. Da otto anni le sono accanto. Lei si fa sculacciare da me, leggermente. Dopo, facciamo l’amore. Giocoforza, l’ho seguita qui a Londra. Ecco la mia storia. Da tempo si vocifera, in certi ambienti, che qui esista un’associazione di sole donne che hanno fatto del dolore inferto e sopportato la loro ragione di piacere…. ”
Beh –pensai fra me- se la duchessa di Worcester esige la segretezza, non ha ottenuto splendidi risultati. O forse si? Meglio far circolare voci, sussurri, rivelare lo stretto necessario coprendolo di fumo che mantenere il segreto più stretto. Prima o poi, si presenterà una falla e qualcuno comincerà ad indagare seriamente.
Lady Antoinette: “Vi ringrazio per la vostra schiettezza, signorina. Siete ammirabile. Quanto a quella cosa, dite alla vostra…mmhh…amica che sono soltanto voci incontrollate, ma che potrebbero avere un fondo di verità” la voce di milady ammicca nel pronunciare quest’ultima frase “ho, forse, una conoscente che potrebbe, badate bene: potrebbe, saperne un po’ di più. Vi piacerebbe conoscerla?…” Tentava di fare proseliti, Antoinette! “Riguardo al mio maggiordomo, egli è persona rispettabilissima, di ferreei principi, senza alcuna velleità. Potrete fidarvi di lui così come io me ne fido ciecamente” In pratica, le sta dicendo che anch’io sono impotente. Non ha nulla da preoccuparsi, la russa.






