Racconti di sculacciata: Incontri Felsinei
21 settembre 2009Questo racconto è un regalo di Fabian che fino ad oggi ha contribuito al blog con poesie come questa: se volete contattarlo direttamente, potete scrivergli a handy.fabian@yahoo.it
Buona lettura!
Arrivo alla stazione di Bologna, e sono circa le 10. Chi me lo ha fatto fare di affidarmi ad una vocina dentro che mi fa sognare sempre la stessa cosa? Mah, in un impeto letterario mi sento come Ulisse, che si spinse oltre le colonne d’Ercole, osando, perché si sa… “fatti non foste per viver come bruti”, come ci ha tramesso Dante (o forse era solo una pubblicità televisiva?).
La ragazza in questione, la molla che mi ha fatto muovere, dice che sarà lì, fuori, nell’assolata piazzetta, e al telefono sembrava “timidamente decisa”.
Non ci siamo mai visti, ma scritti parecchio, accorate missive inneggianti al medesimo tema, ma anche altro, anche cose che ci hanno permesso di saggiare le nostre caratteristiche, e a volte pure di litigare. E’ senz’altro colta, legge molto, e anche se viene dal Lazio (chissà da quale anfratto di quella bellissima regione, non me lo ha mai voluto dire..) sembra non abbia nessun problema a sentirsi a suo agio viaggiando in Padania. Le mie paure, pur legittime, temo siano anche le sue. Anzi, sicuramente la fragilità di una donna le amplifica, le rende ancor più ossessive. Ci sarà davvero?
Dalla rubrica compongo il suo numero, con questo maledetto cellulare che, con i miei 40 anni suonati, da insensato anacronismo, sembra dirmi “caro mio, non dovresti neppure pensare a queste cose da giovani, l’età delle cazzate è finita, non riesci neppure a schiacciare i tastini, matusa..”
Lei risponde, e dice che è lì, tra le colonne marmoree, vestita di scuro, e mi attende. Si schernisce affermando che non è bella, che capisce se… ci ripenserò.
Così ci scorgiamo da lontano, mentre le nostre voci sono già vicine, all’apparecchio.
Qualche stupido convenevole, stupido ma indispensabile per renderci meno sconosciuti.
Mi dice che ha preso un appartamento, tra l’altro dall’altra parte della piazzetta. Ha fatto tutto lei, e non mi dispiace, pigro come sono. Continuiamo a discutere di cose che non ci interessano, ostentando sicurezza. Saliamo, e ci sediamo sul divano, fianco a fianco. Mi offre tè, opto per l’acqua… stamattina non ho neppure bevuto il caffè, temendo che i nervi mi giochino un brutto tiro. Brutto essere emotivi, farsi agitare dalla passione, quando devi essere chi conduce il gioco, e la tua partner si aspetta momenti inenarrabili.
Superata la fase di malcelata diffidenza iniziale, e stabilito che tutto è ok, sappiamo entrambi che da lì in avanti le cose cambieranno, che il sorridente (e un po’ idiota…) uomo che prima, in modo quasi affettato, discuteva di qualsiasi amenità, diverrà un severo e implacabile spanker, senza nessuna voglia di scherzare, né di rendersi simpatico.
Spanker… che termine strano, che stereotipo abusato, utilizzato anche a sproposito per definire gente che mira al sesso, e che con due pacchette sul sedere prima dell’amplesso si sente tale.
Ma qui non si tratta di una moda, entrambi agognamo la stessa cosa… e non ci interessa sfoggiar con nessuno quel che accade, nella penombra da lei espressamente richiesta, in una stanza dimenticata dal mondo.
Si toglie orologio e catenina, e un braccialetto d’acciaio. Le precauzioni non sono mai troppe, in questi casi, ogni oggetto si trasforma in “corpo accidentalmente contundente”.
LE dico “Ora basta, signorina, è giunto il momento che ti accomodi sulle mie ginocchia, per ricevere quel che ti meriti da tempo.” Si lascia prendere per la mano, e trascinare meccanicamente, in trance, sulle mie gambe, supina. Indossa dei pantaloni, che per ora faranno da tenue barriera.
La rimprovero “ Alla tua età, andartene in giro così, sapendo che a casa stanno in pensiero” (un pretesto futile, suggerito da alcune sue mail al riguardo) “e magari impiegassi il tuo tempo in maniera migliore, ragazzina”.
Alle parole seguono i fatti, ovvio… e la mia mano comincia, piano piano, senza fretta né eccessiva violenza, a colpire i suoi glutei. “Ciack, ciack, ciack!”
“Ehi, fa male…” con una vocina che non lascia dubbi sul fatto che devo continuare.. “Silenzio, e cerca almeno di sopportare il tuo castigo con dignità”, appioppandole un altro sculaccione, più forte degli altri. Un sobbalzo, il suo corpo che salta sulle mie cosce, in un protendersi inutile.
Pochi colpi, e la faccio alzare. “Togliti quei calzoni, è ora che impari veramente cosa ci vuole per una monella!”. Mi sembra di intuire un sorriso sul suo volto, mentre lentamente cerca di spingere il bottone dentro l’asola. Imbranata o crudelmente provocante? Le assesto un ennesimo colpo, e in modo burbero le impongo di sbrigarsi, che non possiamo stare tutto il giorno in attesa dei suoi comodi.
I calzoni sono ora appoggiati alla sedia, “le donne riescono ad esser ordinate anche in questi frangenti”, penso in un attimo di tenerezza. Dopo tutto chi mi sta di fronte avrà non più di 30 anni, non potrebbe essere mia figlia, ma una nipote certo sì…
“Riassumi la posizione, forza!” e a questo punto non vedo l’ora di riprendere, rinfrancato dal suo atteggiamento… temevo che alle prime sculacciate potesse cambiare parere. Sculacciate tra adulti consenzienti, certo, ma se uno dei due cambia idea… che succede? e quando sei proprio sicuro che l’ha veramente cambiata?
Le do qualche timido assaggio, prima di aumentare il ritmo, e via via la forza. Danza, poi cerca di proteggersi con una mano, che subito rimetto fermamente al suo posto “Piantala, altrimenti raddoppio la dose”
“sei cattivo, e antipatico.. ahi ahi”
“Adesso basta, togliamo anche queste” le dico abbassando piano piano le mutandine bianche, incorniciando un magnifico sedere, che in contrasto con la pelle candida che lo attornia, comincia a colorarsi splendidamente. Vorrei rimirarlo a dovere, ma adesso il contatto tra la mano e il suo corpo si fa più invitante… non resisto, riprendo a sculacciarla, la sua danza è magnifica, il suo culo impertinente si protende e le gambe scalpitano, scalciando all’aria, ostacolate dalle mutandine che scendono alle ginocchia, per poi finire impigliate solo in una caviglia, e poi a terra, dimenticate.
Smetto, voglio lasciar per un attimo che si riprenda, non so quale sia la sua reale resistenza, al di là dei gridolini che emette. Le accarezzo i capelli scuri, e poi le gote, umide vicino agli occhi marroni, che mi guardano con un’espressione timorosa, da coniglietto impaurito, ma che non lasciano dubbi.. vuole che insista, non le basta di sicuro.. Le bacio la nuca, ma è una pausa … avulsa, estranea al resto, che deve continuare.
“Ora vai nell’angolo, in silenzio e con la faccia rivolta al muro e le mani dietro la testa… Guai a te se ti tocchi le natiche!”
L’aiuto a rialzarsi, e la accompagno quasi spingendola verso la parete vicina.
“quanto tempo mi lasci qui?” protesta…
“Ti ho detto di tacere… Resti immobile e zitta per cinque minuti, stai ferma o è peggio…”
“uffa, sei cattivo..” Le assesto un paio di colpi, che in piedi risuonano ancora più violenti nella stanza, ricordandole che non ha il diritto di parlare, in questo castigo silente.
Fingo indifferenza, distacco, seduto rimiro la scena, accattivante, e dopo poco le annuncio “Mancano ancora due minuti a ricevere il resto”. Inesorabile, il tempo come si dilata in quei momenti… a dir la verità non vedo l’ora neppure io di riprendere, e baro sul termine, anticipandolo…
Ora vieni qui, e mettiti a quattro zampe sul divano.
“Che mi vuoi fare?” … non sembra terrorizzata, ma impaziente, mentre si acquatta.
Lentamente tolgo la cintura dai passanti, e le dico di arcuare meglio la schiena, di tenersi pronta, perché questo farà più male. Muta, come raramente le monelle riescono ad essere, gli occhioni chiusi.
“Uno” anticipo, per poi lasciar cadere pesantemente (ma non troppo.. non ancora) il cuoio “Sciack!!”. “ah” protesta flebilmente, ma tiene la posizione.
“Due” ed il secondo colpo arriva sul bersaglio, già provato a dismisura….
“Tre”
“Quattro”
“Cinque!” annuncio, ..ma non colpisco, divertendomi a vederla contrarre i glutei, automaticamente.. e poi girarsi verso il mio braccio, che solo allora, approfittando di un momento di distensione, fa vibrare un colpo più forte dei precedenti. “Uahh!” grida davvero…
Ho esagerato? Mah, chi lo sa.. Le dico di alzarsi, e rimettersi sulle mie gambe (poi mi dirà, in una mail, che avrei tranquillamente potuto continuare..), perché voglio sculacciarla ancora, farla sentire una mocciosa, per come si comporta.
La motteggio un poco, le dico che con il culetto per aria, così nuda (anche se la camicetta in realtà è ancora al suo posto) sarebbe un bello spettacolo per i suoi amici, che sarebbe interessante sentire i loro commenti sulla sua condotta. Poi la sistemo meglio sulle ginocchia, come se fosse un oggetto completamente in mano mia… o lo è?
“Ciack! Ciack!” “Basta! Mi fa male!” ma il tono è talmente strano che non convincerebbe nessuno..
Alterno i colpi sulle due natiche, immagino che oramai sia provata (in tutti i sensi, dallo sguardo trasognato che scorgo di tanto in tanto, tra i capelli scompigliati) e diminuisco l’intensità, fin quasi ad accarezzarla, e trattenendomi da più languide e lascive attenzioni (i patti erano chiari.. no sex!)
“Brava, ora sarai più buona?”
“beh, certo non ci sei andato leggero… comunque… grazie.”







