Archivio per Ottobre, 2009
Racconti di sculacciata: La Sculacciata di M.
30 Ottobre 2009Stamattina ho trovato questa mail di M.:
Cara Simona, due sere fa è successo qualcosa che ha dell’incredibile. Ho allora pensato di raccontarvelo. Spero ti piaccia questo racconto (realmente accaduto).
Grazie per l’attenzione
Ieri sera è avvenuto un fatto piuttosto strano che ancora mi fa sentire una carica fortissima.
Erano circa le dieci di sera.
Io ero stesa sul letto a leggere mentre il mio fidanzato era in cucina a finire di lavare i piatti.
Portavo un paio di mutandine bianche, una cannottiera e sotto il reggiseno.
Non è la stagione per restare poco vestiti, ma io sono abituara a dormire poco vestita e anche ad aggirarmi per casa circa nuda.
Non lo faccio per provocazione, ma proprio perché i vestiti mi stressano.
Leggevo, tranquilla, aspettando il suo arrivo per due coccole e addormentarci serenamente, avendo il giorno dopo molto lavoro entrambi.
Lui si affaccia alla porta e mi osserva.
Sento il suo sguardo scendermi sulle cosce, guardarmi il sedere e soffermarsi all’interno delle cosce, probabilmente smettendo di guardare ed iniziando ad immaginare.
“M. credo che sia arrivato il momento…”
Non capisco cosa vuole dire, sollevo il volto dal libro e lo guardo con aria interrogativa chiedendo cosa intende.
Lui non mi risponde. S’avvicina e mi prende per le braccia sollevandomi.
Mi trascina giù dal letto, io non mi rifiuto troppo. Il suo gento è deciso ma non violento.
Mi alzo.
Lui si siede sul letto e mi trascina sulle sue ginocchia.
All’inizio non comprendo, mi mette sulle sue ginocchia in quella posizione che tante volte ho sognato di poter assumere.
Non capisco perché lo stia facendo, non capisco come gli venga in mente.
Non gli ho mai parlato della mia passione per lo spanking, non gli ho mai accennato che mi piace sentirmi presa con la forza ed essere puntia, sculacciata come una bambina cattiva. Non gli ho mai accennato che mi farebbe rabbrividere sentirmi sulle sue ginocchia con le mutandine basse mentre la sua mano mi sculaccia.
Inizio a fremere, e tremare.
Ho descritto molte volte la sensazione ma non l’avevo mai provata…
Solo la posizione mi imbarazza, mi sembra (nonostante io sia ancora vestita) di essere completamente nuda.
Esposta a mille sguardi.
Mi sembra di non poterlo sopportare.
Fingo di non capire ed esclamo: “ma cosa stai facendo? Sei impazzito?”
Mi alzo, o anche tento, lui abile come non credevo sarebbe potuto essere, mi blocca la schiena.
“Nono, è arrivato il giorno. Intento sculacciarti come meriti!”
“Cosa…ma non esiste…come…”farnetico, solo a sentirgli dire il verbo “sculacciare” mi sento bagnata ed eccitata.
Poi recupero la parlantina: “Luca, cosa ti viene in mente? Non ti azzardare, non mi piace…”
Lo dico per orgoglio, in realtà non vedo l’ora che cominci a darmele di santa ragione.
“Ho letto i tuoi racconti su quel sito…”
Mi prende un infarto. “Non c’è mica il mio nome, non può averli letti…” penso.
“Quella M.” mi viene in soccorso lui “devi essere tu! Riconoscerei il tuo stile anche tra mille. Nessuna scrive come te certe espressioni…
Io le conosco bene, ti leggo tutti i giorni sulla tua rubrica…”
Non posso crederci.
Ha scoperto il lato che tengo sempre nascosto…mi imbarazza.
Vorrei scendere per poterlo guardare in faccia…
E mentre penso che sono bloccata in quella posizione imbarazzante e che tra poco sarò sculacciata veramente mi vengono le lacrime agli occhi.
Non resisto e come una bambina, sentendo la sua mano appoggiata al mio sedere che mi tiene più ferma ancora, mi metto a piangere e gli dico: “noooo, non voglio, lasciami andare…quei racconti…non sono io la protagonista io li scrivo solo….lasciami….”
Lui scoppia a ridere: “M. non ti facevo così! Di solito sei una dura, non piangi per nulla e adesso…”
Ride.
Ha ragione, fare la ragazzina non è da me. Ho sempre dato l’immagine di una donna forte, di classe che mentre fuma una sigaretta può spaccare il mondo con carta e penna.
Ed ora sono, proprio io, sulle sue gambe. E in più piango…dio mio!
Lui mi accarezza la schiena e i capelli.
Mi volto e lo guardo, nella sua espressione c’è una voglia pazzesca.
Ed io voglio anche di più…fremo.
Mi eccita anche sentire il sapore delle lacrime sulle guance, mi sembra che l’umiliazione sia sempre più forte.
“Infondo le meriti veramente. Non hai passato l’esame due settimane fa, e non ti ho detto nulla…..senza contare che non mi hai mai parlato di questi racconti..”
Mi giro di nuovo davanti sconfitta e sussurro: “Se proprio mi devi punire fa’ piano, non le ho mai prese veramente.”
La mia vocetta e piccolissima, sono nelle sue mani, completamente.
Lui capisce che voglio, ride ancora…
La sua mano mi accarezza il sedere ancora un poco e poi piano mi da cinque prime sculacciate.
Piano piano, nemmeno le sento.
Sono sculacciate dolci.
Mi eccita il gesto ma sento di voler di più.
Lui mi abbassa piano piano gli slip.
Non è la prima volta che mi vede nuda eppure mi vergogno come se lo fosse.
Una vergogna che mi piace.
Una vergonga che mi eccita di più.
Inizia a darmi sculacciate vere e proprie, le mie gambe semi aperte.
La sua mano destra mi sculaccia esattamente come si fa con le bambine.
Mi sento così, una bambina in punizione.
L’imbarazzo crese.
Sento i colpi susseguirsi.
Inzio a muovere su e giù in ventre, sono eccitata.
Il sedere mi brucia penso di voler chiedergli di fermarsi ma penso anche di volerlo solo dire. Non voglio si fermi.
“Luca, dai” piagnucolo “mi brucia il sedere!”
Lui ride: “ti ho dato una trentina di colpi, non fare la ragazzina…”
Facile dirlo per lui che non si trova col sedere rosso sulle ginocchia di qualcuno che lo punisce come una ragazzina…
Continua a darmele e mano mano acquista sicurezza. Il ritmo si fa più regolare, l’intesità calibrata.
Non resisto e mi brucia, ma intanto sento sotto di me il suo pene retto a contatto con il mio ventre. Capisco che la situazione deve piacergli. Veramente molto.
Mi da in tutto una cinquantina di sculacciate. Meno di quelle che di solito descrivo nei miei racconti, meno di quelle che pensavo ma decisamente brucianti.
Smette di sculacciarmi ma mi tiene sulle sue ginocchia, mi accarezza il culetto rosso e mi solletica con le dita davanti.
Sta sentendo cosa hanno prodotto tutte quelle sculacciate.
Lo lascio fare, mi piace il contrasto tra il sedere rosso e il bruciore che sento mentre mi tocca. Poi mi fa alzare e ci abbracciamo. Io ho le mutandine alle ginocchia, mentre lui ha ancora i pantaloni.
Se li toglie e rimane con gli slip, poi mi toglie la cannottiera e mi scioglie le bretelle del reggiseno. I mie seni escono fuori e toccano il suo petto.
Sono duri, l’eccitazione è alla stelle.
Mi toglie totalmente il reggiseno e dolcemente mi fa sdraiare su letto.
Mi bacia il collo, le orecchie, il seno, la bocca e facciamo l’amore, come mai lo avevamo fatto prima.
Raggiungo un orgasmo che non credevo di poter raggiungere e lui coccolandomi mi dice che sono una monella adorabile.
In un sussurro che è il più bello del mondo.
Racconti di sculacciate: Fanny, parte seconda
28 Ottobre 2009Il racconto di Monello continua, per chi avesse perso la prima parte la può trovare qui.
Il racconto è stato cancellato.
Foto di sculacciate: Il paddle sul culetto
27 Ottobre 2009Racconti di sculacciate: Punita in colleggio
26 Ottobre 2009M. ci invia questo bel racconto di sculacciate: buona lettura a tutti!
Una scuola all’antica mi andava anche bene, ma una da era preistorica era davvero troppo!
Le divise, i regolamenti mi annoiavano a morte.
Le cameriere a casa mia mi preparvano un vestito diverso per ogni ora del giorno,e in quella scuola pensavano veramente che avrei indossato tutti i giorni un vestito dello stesso colore, e per di più uguale a quello delle altre.
Io?
Io che senza dubbio ero la ragazza più bella di quell’orrido collegio.. ?
Sapevo di essere viziata ma i soldi di mio padre e la mia bellezza, avevo imparato, potevano tutto.
Ed infatti tutti i professori mi permettevano di fare quello che volevo, eccetto il professore d’italiano: sembrava molto scocciato dei mei modi e non perdeva occasione per correggerli.
Per farmi stare attenta mi aveva sistemata vicino a Valeria, una ragazza timida che dietro i suoi occhiali era sempre presa dalle lezioni e dai suoi appunti.
“Vale, hai scritto virgola” le chiedevo sempre con fare serio gioendo del suo perdere il filo.
Il professore però aveva colto perfettamente le mie risate sfacciate e la frustrazione di Valeria e in mezzo all’aula silenziosa aveva detto con freddezza:“Benissimo, visto che non riesci a non disturbare Valeria, passerai il resto della lezione dietro la lavagna.”
Lei mi sorrise beffarda.
Io dovetti cedete alla punizione, ma l’ira per essere punita come una qualunque monella mi fece giurare di sistemare la mia compagna di banco.
Il giorno dopo mi si presentò l’occasione adatta.
Mi scusai con lei e improvvisai racconti su quanto mi sentissi sola in quella nuova scuola. Valeria, sembrò molto comprensiva e accettò di farmi da amica.
La prima cosa che un’amica fa per l’altra è accompagnarla in bagno.
Io sapevo molte storie sulle educande e quindi chiesi se le andava di entrere con me.
Entrammo nel bagno e senza alcun imbarazzo le chiesi se potevo guardarla senza mutande.
Valeria sembrava non aver problemi e accettò.
Se le sfilò e le appoggiò alla maniglia, passando poi a tirar su la gonna.
Ci misi un secondo: ero più forte e più preparata di lei. Le diedi un ceffone e poi le infilai la testa nel water, dopo un minuto la tirai fuori e mentre lei cercava di riprendersi dallo spavento io ero uscita dal bagno con le sue mutandine in mano.
Avevo vinto.
La gonna della divisa era molto corta, non vedevo l’ora di vederla entrare in classe.
Pensavo che non avrebbe mai trovato il coraggio di raccontare quel che avevo fatto e che il professore vedendola mezza nuda l’avrebbe punita.
Ma Valeria non rientrava.
Il professore chiese se per caso avesse partecipato alle altre lezioni.
Tutti annuirono: era sempre presente e puntuale.
“A ricreazione era in bagno con Annabel” improvvisò una biondina di nome Cristina.
Anche se io raccontai che eravamo uscite insieme e poi non l’avevo più vista il professore mandò Cristina a cercarla lì.
Mi sentii persa.
Poco dopo, infatti, Cristina entrò in classe con una Valeria in lacrime che si copriva con un giacchetto prestatole dietro mentre il davanti era celato dalla gonna.
Le lacrime scendevano copiose.
Dopo la domanda del professore Valeria raccontò quello che le avevo fatto.
Tremante e sighiozzante.
Tutti mi fissavano.
In uno scatto d’ira il professore mi prese per un braccio e mi diede, in piedi, un forte sculaccione.
Davanti a tutti, scoppiai a piangere più per la sorpresa che per il dolore. Intanto lui aveva estratto dalla mia tasca le mutandine di Valeria che per l’imbarazzo singhiozzava. Il professore le si avvicinò e l’abbraccio consolandola, poi la fece uscire insieme alla biondina in modo che si rivestisse.
Rietrate il professore disse alla classe di svolgere il tema per il giorno dopo. Io e Valeria, invece, dovevamo seguirlo.
Ci portò fino al suo studio dove si sedette su una sedia senza braccioli:
“Bene Annabel, ero certo che questo giorno sarebbe arrivato. Manchi di fare i compiti, ti comporti come una ragazzina viziata mentre hai quasi vent’anni, sei indisciplinata e monella, ed ora questo. Far piangere così una ragazza con te sempre gentile e disponibile. Oggi verrai punita. Ti sculaccerò finché il tuo sedere non sarà dolorante. Solo dopo potrai scusarti con Valeria.”
Scoppiai a ridere sonoramente ma in realtà ero terrorizzata.
“Spicciati, togliti la gonna e la camicetta.”
“NO” urlai più forte di quanto avrei voluto.
Valeria fissava la scena in silenzio.
Il professore si alzò e mi prese con la forza. Cercava di togliermi la gonna ma non ci riusciva a causa del mio dimenarmi. Mi diede cinque sculacciate ancora in piedi, sulla gonna.
Mi calmai improvvisamente quando compresi che mi avrebbe sculacciata veramente e che non potevo farci nulla.
Un brivido mi attraversò la sciena.
La presenza di Valeria poi aleggiava sul mio imbarazzo.
“Più fai così più ti punirò severamente”.
Mi lasciai spogliare dalle sue mani.
Mi lasciò le mutandine mentre mi levò anche il reggiseno, spiegando che se avessi fatto meno capricci me lo avrebbe lasciato.
A contatto con l’aria gelida i capezzoli si indurirono immediatamente.
Non gli avrei dato la soddisfazione di piangere, non davanti a Valeria, anche se la vergonga era già molta.
Mi mise sul suo ginocchio bloccandomi le gambe con la sua coscia libera.
E in breve iniziò la mia prima sculacciata.
I colpi si susseguivano forti, regolari, vibranti.
Uno di seguito all’altro, senza pause.
Le mutandine si erano infilate nelle natiche e il sedere si arrossava ad ogni colpo di più.
Avrei sopportato senza nemmeno una lacrima, mi ripetevo.
Poi il professore mi abbassò le mutandine.
Non ci potevo credere, mi aveva abbassato e poi tolto le mutandine. La mia fighetta nuda poggiava sulla sua coscia, sentivo il contatto.
Le sculacciate ripresero veloci, sempre più veloci.
No, non ci potevo stare, senza pensarci due volte iniziai a ribellarmi.
Gridai, iniziai a dimenarmi mentre dietro di me sentivo Valeria sorridere della mia punizione:
“mi lasci maledetto, mi lasci! Questo colleggio di merda, andate tutti a …”
Cercavo tutti i termini più crudi che riuscissi ad usare ma non ottenevo alcun risultato.
Sculacciate su sculacciate.
Forti, regolari, imbarazzanti.
“Valeria, togliti una scarpa e passamela”
Valeria ubidì all’ordine e solo quando la scarpa mi colpì il sedere capii a cosa servisse.
Bruciava.
Bruciava forte.
Mi colpì ripetutamente.
Almeno 30 colpi.
Poi ricominciò a darmele con la mano.
Velocissime.
Il sedere era di fuoco e mi bruciava.
Ma io avevo smesso di dimenarmi.
Poi il professore mi liberò le gambe e mi fece allungare sulle sue ginocchia.
Continuava a sculacciarmi forte. Cercai di scalciare ma lui fu più rapido. “Se provi a muoverti convoco un’assemblea e ti sculaccio davanti a tutti”
Mi immobilizzai, non volevo nemmeno che la notizia trapelasse, una sculacciata pubblica mi avrebbe uccisa.
Lui mi infilò un dito tra le natiche dividendole e poi, come a dimostrare che ero in suo completo potere,passò un dito in mezzo alla mia patatina divaricandola.
Valeria si godeva la scena, questo era il mio tarlo fisso.
L’imabrazzo era enorme.
Poi le sculacciate ripresero.
Quando il mio culetto era oramai rossissimo, il professore mi disse che ora potevo scusarmi.
“MAI” gridai ancora.
“Sei persino banale, lo sapevo. Bene, concluderemo la sculacciata, poi chiederai scusa e alla fine ti punirò per le parolacce di prima. Proviamo con il paddle.”
Mi rimise nella posizione iniziale, con le gambe bloccate e diede ordine a Valeria, dietro di me di passargli il paddle. Iniziò a colpirmi con quello. Forte.
Il mio serere rosso bruciava al punto che non credevo di farcela, iniziai a singhiozzare.
“D’accordo, basta la prego”
Eravamo solo a dieci colpi.
“Iniziamo a ragionare…”
Continuò a colpirmi fino a quaranta colpi.
Io piangevo disperata, non mi ero mai vergognata tanto e i colpi non accennavano a diminuire.
Il sedere mi bruciava da impazzire.
“Ahi, ahi…la prego” sighiozzavo ad ogni colpo.
“Chiederai scusa a Valeria?”mi disse alla fine
“Sì, certo…” fui cotretta a dire.
Valeria si mise di fronte a me.
Avevo creduto di potermi alzare e poi scusare, invece, dovevo farlo da quella posizione infantile, con le guance rigate dalle lacrime, la faccia rossa e il sedere che bruciava: “Valeria, ti giuro che non farò più nulla di simile. Ti prego di perdonarmi”
Ad un ennesimo sculaccione aggiunsi: “sono stata cattiva”
Lei mi sorrise, senza rispondermi.
“Ti basta tesoro, o vuoi che continui a sculacciarla?” le chiese il professore.
“No, credo che basti.”
Poi il professore mi fece alzare dalle sue gambe e mettere in ginocchio ancora nuda e singhiozzante.
“Apri la bocca.”mi ordinò mentre da un cassetto estraeva del sapone.
“Sbrigati, vuoi che ti sculacci mentre lo fai?”
Aprii la bocca immediatamente, lui infilò dentro la saponetta e iniziò a strofinare.
“Se ti risento dire una parolaccia, te lo faccio ingoiare!”
Il sapone mi scendeva in gola, sentivo l’amaro.
“Credo sia sufficiente” disse lui quando i conati di vomito furono continui,” naturalmente se non ingoi ricominciamo da capo”.
Deglutii.
Mi fece rimettere la gonna, e le mutandine.
Arrivati in classe avvisò i miei compagni di quello che era successo e dichiarò che da quella lezione fino alla fine del mese sarei stata messa dietro la cattedra senza mutandine, in piedi dando le spalle alla classe e mostrando il mio sedere rosso a tutti.
Mi tolsi la gonna e l’appoggia al banco.
Una volta che ebbi preso la posizione impostami, il professore mi abbassò le mutandine fino alle ginocchia.
Lo lasciai fare.
Appoggiai, sconfitta, il volto al muro sentendomi dietro occhiate e risatine.
Mentre la lezione riprendeva io scoppiai a piangere silenziosamente, consapevole di essere stata punita proprio come è giusto punire una ragazzina cattiva.
Mi vergognai anche di più ma rimasi ferma per tutto il resto della lezione con il sedere rossissimo che ancora pulsava e le lacrime che mi scorrevano sulle guance.
(Credo che continuerà…)
Le disavventure della ragazza della porta accanto
25 Ottobre 2009Da Public Disgrace, il sito dove giovanissime ragazze vengono umiliate pubblicamente, vi presento qualche immagine tratta da questa gallaria, in cui una giovanissima ragazza acqua e sapone deve affrontare un brutto quarto d’ora…
Che faccino delicato sembra proprio una brava ragazza
Le stanno torturando le tette..e chissà che altro le faranno subito dopo
Culo rosso in mostra
Racconti di sculacciate: La storia di Fanny, parte 1
24 Ottobre 2009Un lungo racconto di sculacciate, scritto da Monello: buona lettura e grazie al bravissimo autore!
Ho deciso di cancellare il racconto, scusatemi.
Racconti di sculacciata: Chiara
22 Ottobre 2009La nostra amica Alice ci invia un bel racconto di sculacciate: Buona lettura!
Ho il culetto che brucia. Brucia tantissimo. L’ho guardato allo specchio e fa paura per quanto è rosso, anzi viola. Mamma me lo dice sempre di guardarmelo dopo averle prese, così me lo ricordo ancora meglio come devo comportarmi.
D’altra parte, oggi, me le sono proprio cercate. In realtà era parecchio che vivevo con il terrore che mamma scoprisse questa mia marachella. All’inizio dell’anno scolastico – faccio la quinta ginnasio, una classe molto difficile – ho avuto un rifiuto per la scuola. Non avevo voglia di studiare e neanche di andare in classe tutti i giorni. Non ho mai pensato di parlarne a mamma… figuriamoci! Quella mi punisce per ogni cosa, non mi avrebbe mai permesso di cambiare scuola, restare a casa. Non ho pensato che avrei peggiorato le cose non dicendo niente. Così mi sono ritrovata a marinare la scuola per una settimana. Poi, siccome ero rimasta indietro con i compiti, ci ho messo altri giorni per recuperare e quindi, in tutto, sono mancata dieci giorni. Dato che gira l’influenza, i professori non si sono meravigliati più di tanto.
Peccato che oggi mamma ha incontrato la prof di matematica…. proprio quella che ha meno ore di tutti!! Insomma, le ha chiesto come stavo e quindi mamma ha scoperto tutto.
Quando è tornata a casa erano le cinque di pomeriggio. Io ero in camera a fare i compiti e Andrea, mio fratello, che ha diciassette anni, in soggiorno con Valerio, un suo amico e compagno di scuola che, oltre ad essere un figo da paura, è da un pochino di tempo che mi guarda in un certo modo, soprattutto quando ho i jeans aderenti. Sì, avete capito bene: mi guarda il culo!
Che mamma era arrabbiata l’ho capito da come ha sbattuto la porta.
Chiara!! – ha urlato – Vieni subito qui!
Mi sono precipitata in soggiorno con il cuore in gola. Lì, davanti ad Andrea e a Valerio, ha raccontato quello che era successo e ha annunciato che sarei stata punita in un modo che avrei ricordato per sempre. Poi mi ha spedita in camera mia.
Puoi toglierti i jeans – ha detto – tanto lo sai che sarai sculacciata!
Il viso mi è diventato rosso fuoco. La odio mamma quando fa queste cose! Adesso Valerio mi prenderà in giro a vita e lo saprà tutta la scuola che vengo sculacciata!
Ho aspettato almeno un quarto d’ora e sembrava che il tempo non passasse mai, per come ero agitata e umiliata per quello che aveva detto davanti a Valerio.
Poi, finalmente, è arrivata.
Io ero rimasta con la felpa, le mutandine di cotone bianco e i calzettoni da tennis.
Mamma si è seduta sulla sedia e ha cominciato a farmi la predica. Non sembrava neanche più arrabbiata. Era fredda e molto determinata a darmi una bella lezione.
Allora, Chiara. Tu adesso mi consegni cellulare e computer. Ti scordi di uscire per il prossimo mese e, visto che non hai capito l’importanza della scuola, come dimostra il tuo comportamento, fino a natale lavorerai al pub di fronte alla scuola.. sì, proprio quello frequentato dai tuoi compagni. Voglio che tutti ti vedano lavorare umilmente…
Mamma… .- balbetto io – ti prego..
Zitta! Non ti permettere di interrompermi. Fino a natale a lavorare, ho detto! Così capirai cosa vuol dire avere il privilegio di studiare! E ora qui!
Batte la mano sulle sue ginocchia e io mi precipito lì, come una mocciosa, sul suo grembo, a prenderle come tutte le volte che ne combino qualcuna.
Oggi, però, mamma non sembra mai soddisfatta. Me le dà con forza e me ne dà un sacco. Non le conto, ma saranno almeno una cinquantina solo prima che mi abbassi le mutandine. Poi arriva quel momento e allora io mi sento umiliata come non mai, come tutte le volte che me le dà, quello è il momento peggiore. Afferra l’elastico delle mutande e giù e il mio culetto è ancora più esposto e le prende, le prende belle forti. Io ho il viso contratto per il bruciore, ma rimango in silenzio… non sai mai detto che Valerio senta un minimo lamento. Se quel cretino di mio fratello non fa la spia può pure pensare che mamma abbia scherzato! Intanto mamma me le suona, sempre più forte. Saranno almeno duecento prima che mi faccia alzare per una prima pausa.
Aspettami qui – mi indica un punto del pavimento vicino alla sedia.
Appena chiude la porta, mi tocco il culo. Mamma mia, com’è caldo! E chissà quante ancora ne devo prendere!
Mamma torna con in mano la cucchiarella di legno. Quella fa male, fa male da morire. Stavolta mamma si siede sul letto, le gambe fuori, la cucchiarella ben stretta in mano. Mi avvicino e mi rimetto sulle sue ginocchia.
Te l’ho fatto già rosso – dice soddisfatta accarezzandomi il culetto bollente – Bene, bene. Ti brucia?
Sì, mamma – rispondo.
Bene. Questo è niente! Vedrai…
Io non dico niente.
Non rispondi? – incalza mamma
Mi dispiace, mamma.
Bene. Secondo te questa punizione la meriti o no?
La merito, mamma, la merito. Grazie.
Ma non è che, siccome la merito, fa meno male… anzi! Mamma comincia lentamente. Colpi lenti e decisi. I primi venti così. Un colpo su una natica, uno sull’altra, i primi dieci. Poi entrambe le natiche.
Voglio che ricordi questa punizione per un molto, moltissimo tempo. Pensi di poter fare quello che ti pare perché quel bastardo di tuo padre se n’è andato di casa?
No, mamma, non l’ho mai pensato…
Ah, no?
E giù altri colpi. Altri dieci, forti come prima, ma veloci, stavolta. Sono senza fiato per il bruciore. Agito le gambe, piano, per non farla arrabbiare di più. Dalla mia bocca escono solo gemiti soffocati.
- E allora cosa pensavi quando hai deciso di marinare la scuola, eh?
Non rispondo. Giù altri colpi. A quel punto la mia mente è ottenebrata dal dolore dei colpi. Quella maledetta cucchiarella fa un male terribile, insopportabile. Con una mano stringo la caviglia della mamma, l’altra mano la metto in bocca e la mordo per non urlare, ma le gambe, quelle proprio non ce la faccio a tenerle ferme.
La mamma ha il suo metodo per bloccarle. Le prende tra le sue. Così adesso sembro una vera mocciosa, con il busto su una gamba della mamma e una gamba sua sopra, a bloccarmi. E non avete idea, nessuno, tranne che l’ha passato, ha idea di quanto male fanno le sculacciate date col mestolo. Comincio a piangere, mentre mamma continua implacabile a battere sulle mie chiappe, piano, singhiozzi soffocati. Poi proprio non ce la faccio più e allora inizio a piangere più forte, come una vera mocciosa.
Maaaaamma, ti prego, basta! Fa male da moriiiiiiiiiiire!!
Così impari – dice mamma – così impari a comportarti.
E continua. Non so quante me ne dà in quella posizione. Fino a un certo punto le conto mentalmente. Duecento, duecentoventi, duecentocinquanta, circa duecentocinquanta o poco più, non lo so esattamente. So solo che, a un certo punto, quella tortura finisce.
- In piedi – urla mamma.
Io non mi reggo in piedi quando mi libera dalla morsa delle sue gambe. Mi getto in ginocchio e mi massaggio il culo con forza. Le mie mani sono fredde per l’agitazione e riesco a provare un minimo di sollievo. In quella posizione, con le mutandine alle caviglie, le mani sul culetto, in lacrime, riesco a pensare a quello che sta succedendo di sotto, a quello che starà pensando Valerio, a cosa gli avrà detto Andrea.
Brucia, eh? Brucia?- dice mamma.
Io annuisco piangendo. Mamma mi prende per mano e mi tira davanti allo specchio. Vuole che mi guardi il culetto per vedere che effetto ha avuto la punizione.
Per ora è rosso, un rosso fuoco diffuso su tutte le chiappe, soprattutto sulla parte centrale, ma anche all’attaccatura delle cosce. Devo ammettere che, in quest’ultima parte, il rosso è meno vivo.
Adesso mamma mi mette in castigo, in un angolo, sempre con le mutande alle caviglie, mani sulla testa, in ginocchio. Non mi è permesso appoggiarmi sui talloni quando sono in castigo.
Credi di aver imparato la lezione? – chiede mamma.
Sì, mamma – dico tirando su col naso.
Non lo farai più?
No, mamma, mai più.
E quindi pensi che ti siano bastate?
Ricomincio a piangere. Ho capito l’antifona. Per quanto mi abbia ridotto male il culetto, a mamma la lezione non è bastata.
Allora?
Come vuoi, mamma – rispondo.
Bene – dice lei. – Adesso stai così mezz’ora. Dieci giorni hai marinato la scuola. Dieci giorni! Questa punizione non basta… e non è finita!
Fine prima parte





