Archivio per ottobre, 2009

Racconti di sculacciata: Lui Lei

20 ottobre 2009

Ammiratore segreto ci invia un bel racconto di sculacciate. Buona lettura a tutti e grazie a tutti coloro che contribuiscono al blog, inviando un racconto al solito indirizzo (sculacciata76@yahoo.it)

LUI
Mi trovavo sul treno che mi avrebbe condotto a casa quella sera, erano le 23.30 e stavo leggendo un libro in tutta tranquillità. Non c’era nessuno sulla carrozza e l’atmosfera era totalmente rilassante.Avevo un lungo viaggio di fronte a me e le fermate non erano tante quindi si stava abbastanza tranquilli…mi facevo coccolare dal dolce dondolio del treno mentre la mia fantasia mi trascinava in luoghi lontani accompagnata dalla presenza guidatrice del mio libro.
Immerso nei miei pensieri non mi ero accorto che il treno si era fermato in una stazione, non me ne accorsi finché due figure non entrarono nella carrozza dove mi trovavo anch’io.

LEI
Quel giorno mia madre non mi dava tregua da quando aveva saputo che uscivo con Mario mi tormentava di domande e mi borbottava contro, sembrava un continuo interrogatorio.Ma per fortuna ora stavamo salire sul treno che mi avrebbe portato a casetta e finalmente avrei potuto gettarmi sotto le coperte =).Salimmo ed entrammo in una carrozza vuota e come ci sedemmo mia madre ricominciò con l’interrogatorio..quanti anni ha?? Studia?? Lavora?? Chi sono i suoi genitori?? Con quanto è uscito dal liceo?..che inferno…

LUI
Si trattava di due donne una signora bionda sui 45 bella e dal viso severo e una ragazza bellissima sui 17-18 anni.Era meravigliosa quel viso incorniciato da quei folti capelli rossi era bello e amichevole ma allo stesso tempo provocatorio ed eccitante e come ciliegina sulla torta quel seno bello e alto e il culetto (che ancora non ero riuscito a vedere bene) sodo e a mandolino. Sembrava che non si fossero accorte d me e così ricominciai a leggere tranquillamente.Ma presto la mia quiete fu disturbata dalla voce delle due donne che cominciarono ad urlare: “mamma basta adesso”
“ma come basta voglio sapere!!!”
“no! È imbarazzante”
“Ti ho detto di rispondermi! ADESSO!!”
“No fanculo ti ho detto di no.. fatti i cazzi tuoi!!”
…..SCIAAFFF….

LEI
SCIAAFFF…che male… la guancia mi bruciava tantissimo..ma soprattutto il mio orgoglio era dolente.Allora presi dalla furia le risposi “ fanculo troia” e mi alzai come per cambiare di posto ma subito mi sentii afferrare il braccio e strattonare e in un battito di ciglia ero sulle sue ginocchia stesa in quella posizione imbarazzante che ormai tanto conoscevo. “ ma che fai!!!! Può arrivare qualcuno fermaaaa!!”
“ Non mi importa questa volta hai davvero superato il limite Federica!”

LUI
Mi girai cercando di non attirare l’attenzione , incuriosito dalle grida e dai rumori e vidi la donna che tirava la figlia e se la stendeva di traverso sulle ginocchia. La ragazza portava una maglietta a maniche corte e un paio di shorts bianchi cortissimi;urlava si dimenava e scalciava cercando di liberarsi dalla stretta della madre, ma i tentativi erano vani.In quella posizione umiliante, con il culetto all’insù la ragazza era uno spettacolo paradisiaco,in più era completamente sottomessa. La madre infatti le teneva una mano sulla schiena e una sul sedere e intanto le faceva la predica..Ma non appena questa finì alzò la mano destra e l’abbasso velocemente e con forza sul culetto di Federica..SCIAFF. La sculacciata ebbe inizio.
I colpi successivi nn si fecero attendere e neanche i lamenti della ragazza. SCIAFF SCIAFF..Ah Ah!..SCIAFF.. Ah! Ahhhh!! SCIAF PACC.. AH AHIA!! SCIAFF PACC PACC..AHH..
Dopo una trentina di sculacciate la donna incominciò ad “armeggiare” con i pantaloncini della figlia..

LEI
Che imbarazzoooo.. “no ti prego mammaaa”
..voleva abbassarmi le mutandine!! E se fosse passato qualcuno??? Magari il controllore!!!…..Fulminata da quel pensiero cercai di impedirle di togliermi l’ultimo straccio di orgoglio, ma niente, il tentativo fu completamente inutile..mi abbassò tutto; shorts e mutande..e nel preciso istante in cui sentivo gli indumenti scorrere lungo le mie gambe fino alle caviglie… incontrai il suo sguardo..
Oddio!!!Nella carrozza a qualche posto di distanza dal mio si trovava un altro passeggero che si stava gustando tutta la scena. Biondo non male il viso mediamente carino..mi sentii avvampare tutta, quel ragazzo che era più o meno della mia età aveva visto tutto, e peggio ancora stava per vedere tutto!!!
La mano di mia madre, che nel frattempo aveva ricominciato a battermi il sedere mi riportò alla dura realtà togliendomi dallo shock iniziale. Il mio primo impulso fu quello di gridare a mia madre che c’era qualcun altro nella carrozza e di supplicarla di smettere ma le parole mi morirono in gola e si trasformarono in gemiti di dolore. …SCIAFF SCIAFF:…così vinta dalla forza di mia madre e da quella della vergogna,volsi lo sguardo a terra cercando di non pensare a quella presenza estranea che mi stava osservando in quella situazione imbarazzante e umiliante, ma niente, era impossibile, sentivo il suo sguardo fisso su di me e sul mio culetto ormai rosso.SCIAFF SCIAFF

LUI
…SCIAFF SCIAFF…La signora continuava a tirare forti schiaffi sulle natiche nude della figlia.Era lo spettacolo più eccitatnte che avessi visto, ma anche lei mi aveva visto , e non aveva fatto o detto niente per smascherarmi. Per tutto il tempo non ero riuscito a distogliere lo sguardo, neanche per un secondo.Ero rapito, ammaliato da quella scena,la vedevo muoversi sotto le sculacciate, sgambettava, e il suo culetto diventava sempre più rosso; ogni colpo sempre di più.SCIAFF SCIAFF…

LEI
SCIAFF “Ahh!” ..SCIAFF PACC…Che vergogna..Dopo tutti i sotterfugi fatti per mantenere il mio segreto(infatti ero l’unica fra quelli che conoscevo a prenderle ancora sul culetto dalla mamma), quel tipo non solo sapeva tutto, ma stava addirittura assistendo alla mia punizione!!…SCIAFF SCIAFF.. mia madre continuava a picchiarmi…SCIAFF SCIAFF:
Mi voltai leggermente e lo vidi; era sempre lì, sempre fermo a guardarmi. Un brivido mi percosse, partendo dalle spalle attraversando la schiena arrivando al culo e giungendo in fine in mezzo alle gambe… mi stavo eccitando…Cominciai a fissarlo anch’io intensamente..SCIAFF SCIAFF.. ormai il dolore quasi non lo sentivo più… solo l’eccitazione mi pervadeva.. mi sentivo bollente e bagnata..ma dovevo contenermi non potevo venire sulle gambe di mia madre.. per fortuna dopo poco la sculacciata terminò.. mia madre mi sollevò pantaloni e mutande e mi permise di alzarmi. Andai subito in bagno e dopo essermi denudata completamente dalla vita in giù, per evitare che i vestiti si sporcassero, mi toccai fino a raggiungere un orgasmo furioso.

LUI
Intanto stavamo arrivando presso una stazione. Appena la ragazza fu tornata dal bagno si alzarono per scendere e vennero nella mia direzione;quando la madre mi vide rimase sgomenta, per un attimo mi fissò e il viso le si colorò di un rosso vivo per l’imbarazzo, poi continuò a procedere verso la porta del treno. Federica invece camminava sicura dietro di lei

LEI
E dopo essermi assicurata che la mamma non guardasse…

LUI
Si abbassò shorts e mutandine dandomi per l’ultima volta la visione di quel fantastico culetto tondo e di quella sua micetta glabra.

LEI
Mi rivestii in fretta per evitare che mia madre mi vedesse e scesi dal treno.

LUI
Quando arrivò sul marciapiede della stazione mi mandò un bacino con la mano e dopo essersi voltata se ne andò…WOW… Che esperienza..=)

Il racconto proviene tutto dalla mia fantasia.. Ciao a tutti ammiratore segreto.
P.s. grazie per i commenti lasciati al racconto “Alessia”. =)

Sculacciata durante un’orgia

19 ottobre 2009


Foto amatoriale trovata su internet…sculacciata o forse sculacciatO?

Racconti di sculacciata: la mia prima punizione dalla datrice

18 ottobre 2009

Una nostra grandissima amica (eh eh indovinate di chi si tratta) ci regala un racconto di sculacciate!

si proprio come avete letto nel titolo la mia datrice mi sculaccia già da un po, tutto accadde dopo che lei venne a sapere del fatto che venivo punita da mamma e papa, da allora infatti ho sempre volutamente scherzato con lei quando facevo qualcosa di errato a lavoro, fino a che…

Era sabato mattina, come tutti i giorni festivi mi vesto con una gonna abbastanza corta e una maglietta leggera, stavo servendo un cliente molto noioso, già due volte o tre mi ero lamentata con la mia datrice per il comportamento di esso, tornai al balcone e guardando la mia datrice – uffa ora era sciocca la minestra e vuole il sale ma non quello sul tavolo che dice che ha preso l’umidità- la mia capa si voltò tirandomi un’occhiata come dire lavora e basta, io tornai al tavolo col sale e poi a servire altre persone, dopo poco la mia capa mi chiama mi avvicino e lei chinandosi per sussurrarmi all’orecchio – come va con il cliente al numero 2?- io la guardo e sbuffo, lei mi guarda – non fare cosi sii brava come sempre ok- io sbuffo e torno al tavolo del cliente che mi ordina altro e riporto la comanda al balcone, intanto noto che mi sta proprio tenendo d’occhio la mia capa cosi vado da lei leggermente irritata e in modo un po strafottente – guarda che non occorre guardarmi sempre cosi non sono una bambina piccola- lei mi guardò – si vedrà – io girandomi con voce bassa per farmi sentire solo da lei ( e con volontà dato che volevo arrivare al punto di farmi sculacciare anche se non in quella occasione) – senno che fai mi punirai come si fanno con le bimbe?- la sua risposta non giunse ma sapevo che mi stava adocchiando io sorrisi e andai di nuovo a lavoro,.

Fu cosi che il cliente arrivati al caffè mi ferma mentre sto per tornare indietro – scusi signorina- io mi fermo e sospirando mi giro sfoggiando il mio fantastico sorriso – si mi dica- lui indicando il caffè – è acquoso non lo vede che sembra un caffè americano- io lo guardo prendo la tazzina -mi scusi glielo porto uno nuovo- girandomi sento che borbotta, presa dalla rabbia mi giro e alzando anche la voce irritata – adesso che ha da brontolare ho detto che gliene porto un altro può farla anche finita di fare tutta questa scena non crede – il locale si gira verso di me ed insieme ad esso la mia capa, lui preso un po’ in contro tempo da questo mio sfogo sta in silenzio un po poi – ma come si permette lei mi ha portato un caffe che fa schifo e io non dovrei lamentarmi mi chiami la sua capa- io presa dalla rabbia mi giro e andando verso il balcone sussurro – ma farà schifo lei- lui alzando la voce – mi porti il conto cosi non dovrò più sopportare una cameriera cosi maleducata- la mia capa intanto era arrivata al tavolo sentii che parlottava col cliente e riuscì a calmarlo in qualche modo, intanto le mie colleghe mi avevano dato ragione anche se avevo esagerato come due o tre ragazzi al balcone.

Non feci in tempo a rendermene conto che la mia capa mi prese per un bracciò e mi portò nel retro dove teniamo le bibite, arrivate li mi mise davanti a se facendomi anche male al braccio – ma allora cosa ti è preso? Da quando si risponde ai clienti?- io guardando a terra – ma è un idiota quello- lei guardandomi – lo so anche io che è un idiota ma è un cliente e i clienti hanno sempre ragione- e io a bassa voce – si e la ragione si da sempre agli stupidi- lei facendosi coraggio mi prese e piegandomi tenendo un suo braccio intorno alla mia vita iniziò a darmene, io rimasi interdetta alla fine avevo raggiunto lo scopo finale che mi ero preposta, alla fine era stato semplice forse di più di quello che mi aspettassi presa dal momento inaspettato – hei guarda che non puoi farlo- lei si fermò – lo avevi detto te no oppure vuoi rimangiarti la parola- poi ricominciò a colpirmi, dopo pochissimo mi alzò la gonna e giù altri sculaccioni me ne diede pochi e non bene assestati ma fece lo stesso in modo da farmi tutto il sedere rosso.

Finita la punizione che non durò molto mi guardai il sedere, non piangevo perchè non era stata severa ma probabilmente essendo inesperta e poi alla prima volta diciamo che probabilmente gli era servito per tastare il terreno, io la guardai imbarazzata e lei pure anche se teneva una finta aria severa, nella stanza si creò un silenzio incredibile si udivano solo le voci delle persone che urlavano fuori, io tossendo per rompere il silenzio – scusa ho sbagliato mi è servita per farmi calmare questa sculacciata, se non esageri e lo farai con il giusto metodo e non per approfitto puoi – mi bloccai imbarazzata poi continuai – poi dopo tutti questi anni sei ormai come se fossi una zia per me quindi- lei sorrise poi severa – non occorreva che tu mi dicessi che potevo sai lo ho capito perchè facevi tutte quelle battutine vediamo se dopo le mie battutine sul sedere cambierai idea- io cercai di rimanere seria ma subito risi per ciò che aveva appena detto, lei fece la faccia un po’ contrariata ma poi scoppiò a ridere con me a quel punto dandomi una pacca sulla schiena – dai vai e scusati col cliente su- feci per aprire la porta quando lei chiamandomi – nadine grazie anche per me sei come le altre parte della mia famiglia e sono felice di sapere che e cosi anche per te – io sorrisi e chiusi la porta dietro di me, arrivata al tavolo guardai il cliente che mi stava fissando male mentre stava per alzarsi – mi scusi non succederà più la mia capa mi ha fatto capire come mi devo comportare con i clienti – detto questo mi girai facendo alzare la gonnellina cosi da far vedere il sedere rosso per un istante, il cliente fece un leggero sobbalzo ma non disse nulla anche perchè mi ero allontanata apposta velocemente per evitare risposte o altro, lo vidi uscire e girarsi un ultima volta verso di me, comunque non tornò più meglio per me :p.

spero vi sia piaciuto, tutto ciò e successo davvero anche perchè con la mia capa ho un bellissimo rapporto di amicizia che ha facilitato il tutto, adesso a volte non spesso perchè sono brava a lavoro mi sculaccia se pecco e alcune sono state veramente severe ma comunque sempre giuste, ultimamente le altre sanno delle mie punizioni ma non dicono nulla perchè è una mia scelta e in più non mi reca benefici o altro quindi si divertono a fare battutine sulla cosa sia con me che con la capa.

Filmato di sculacciata: sculacciata a scuola

17 ottobre 2009



Questa ragazza subisce una severa sculacciata a scuola.

Racconti di sculacciate: Domestico, parte 11

16 ottobre 2009

Il racconto Domestico ci ha tenuto compagnia per lungo tempo, oggi siamo arrivati all’ultima puntata. Buona lettura!

Cap 25 corinne
“E’ strano, sai?, che tu abbia un nome francese…” dico mentre avvolgo il lardo intorno alla tacchinella. “Beh, che c’è di strano? A mio padre, la Francia piaceva! Ci aveva combattuto contro Napoleone ed aveva conosciuto una ragazzotta che si chiamava Corinne. Ha voluto dare il suo nome a me. Tutto qui!”
“Ma questo…questo è il cieco con cui ti ho visto al parco! E non è cieco!” Sir Homer ride di gusto: “Qualche volta conviene far finta di non vedere! Rende più intelligenti, più acuti. Il vostro travestimento era ottimo, mon cherie. Andare a servizio nella casa di una povera vedova, ma di discrete possibilità economiche- allora- e con la smania di entrare nella nobiltà. E, soprattutto, dalla lingua troppo lunga. Amica di parecchie nobildonne, sebbene non pienamente introdotta a corte. Avete “dormito”, come direbbe il vostro capo, in maniera perfetta. Poi vi siete ridestata ed avete cominciato ad informare Dupin. Entrambi, lui ed io, fiutavamo la stessa pista: questa organizzazione massonica tutta al femminile, questo “Merry Order”. E’ inutile che cerchiate di sciogliervi: Bob ha fermato bene le corde….”
Intervenni: “ Ci conosciamo da 10 anni. Eppure, non sapevo niente di te! Uscita da casa Wallstone sparivi, semplicemente, nel nulla. Non sapevo dove abitassi, che cosa facessi quando non eri in servizio, neppure di che religione fossi! Poi, quattro anni fa, hai commesso una piccola disattenzione. Sono proprio questi piccoli particolari che sono importanti, nel nostro mestiere. Ah, io conosco sir Homer da tanto tempo: me l’ha presentato il defunto Lord. Egli mi ha subito tenuto in considerazione: piccoli incarichi saltuari, di scarsa importanza. Fin quando ad Antoinette non è venuta la mania di entrare a far parte del “Merry Order”. Hai avvertito subito il tuo capo, così come io ho avvertito subito sir Homer. Milady aveva il vizio del gioco: tu l’hai sfruttato a tuo vantaggio. Potevi entrare in contatto con Shylock senza destare il minimo sospetto. Gli passavi le informazioni, che lui trasmetteva a Parigi. Vedi, io tendevo a smantellare il Club, tu a preservarlo così com’era. Per assecondare, e proteggere, la tua imperatrice. Il “Merry Order” rappresentava, per lei, uno svago, una tentazione proibita alla quale non sapeva resistere. A proposito di Shylock: gli uomini di Peel lo Scozzese l’hanno arrestato stamattina! Ti è venuto qualche sospetto pure su di me: sapevo troppo sul “Merry Order”!….ma torniamo al tuo errore iniziale. Forse non te ne sei accorta, ma, mentre ti facevi sculacciare da me, cosa che indubbiamente ti fa piacere, hai chiamato lady Pottingham con il nome di Polidora. Chi altri poteva conoscerlo, se non un membro del Club? Inoltre, hai fatto in modo di non incontrarla mai: non sei mai andata a casa sua, insieme a noi né mai ti sei fatta trovare in casa nostra quando veniva lei. Adducevi sempre qualche, credibile devo riconoscerlo, scusa per assentarti. …”
“L’ho sempre detto che sei un ragazzo pieno di fantasia!” ironizza, cercando di stiracchiare le labbra in un sorriso sprezzante.
“Grazie per il ragazzo, ma sono troppo vecchio, ormai, per prendermela. Dupin non ti ha mai detto che anche noi volevamo, in un certo senso, tener nascosto il fatto che Eugenia frequentasse il “Merry Order”: il tuo lavoro, le tue informazioni gli erano utilissime, ma egli le usava in tutt’altro campo. Ad esempio, contro gli oppositori di Napoleone.
Per adoprare un proverbio scozzese: hai ammazzato il gallo per poter mangiare la gallina.”
Sir Homer tossicchia leggermente “Mon cherie, adesso, più o meno spontaneamente, ci direte tutto di voi: i segnali che usavate, i contatti che avevate, i vostri cifrari. Monsieur Dupin ancora non può sapere della vostra scomparsa né dell’arresto di Shylock. Conoscere determinate cose, potrebbe essere molto interessante per noi. Se parlerete, vi imbarcheremo sulla prima nave per l’Australia con 500 sterline in contanti. Nemmeno Dupin potrà trovarvi laggiù.”
“Siete due porci. Voi, uno che fa finta di esser cieco, e tu, mezzo impotente e mezzo pederasta…ah, mi viene da vomitare al solo guardarvi!” è l’altera risposta della donna.
Sir Homer non si scompone affatto: “Bob, fatele vedere che non ci fermiamo davanti a nulla” Maggie imbavaglia Corinne mentre Lindasy le scioglie i polsi dalla sedia, mettendole però le manette. Io stesso le calo il cappuccio sulla testa.
La duchessa di Worcester si alza subito in piedi dalla sedia su cui si trova, nella stanza, appena ci vede entrare. E’ piccata ” Benjamin ha detto che sareste arrivati tra dieci minuti. E’ oltre mezzora che aspetto. Chi sono costoro, chi è costei che è incappucciata come una condannata a morte sul patibolo? Avanti, rispondete!” Con un solo gesto, tolgo il cappuccio alla ex domestica. “Corinna!” esclama sorpresa la duchessa e fa un passo avanti. La botola si apre all’improvviso sotto ai suoi piedi. Precipita giù, ma non scompare del tutto alla nostra vista. Parte del suo busto rimane sul pavimento, lei si puntella con i gomiti aperti per non precipitare del tutto ma, da sotto, la tirano per i piedi. Urlando, maledicendo, bestemmiando la duchessa sparisce nel buio. La botola si richiude.
“Non le faranno niente. Poche gocce di droga e si risveglierà nel pieno di un’orgia, con bambini e bambine di tenera età. Se il suo cuore reggerà alla vergogna, sarà costretta a ritornarsene in Francia per acquietare lo scandalo. D’altronde, ha gia avuto la sua punizione. Te l’ha raccontato, nevvero?” guardo fisso negli occhi Corinne, a cui è stato tolto il bavaglio.
“Si. Avrei dovuto sospettare che fossi tu, ma Alexies non ha saputo spiegarsi. Sei un porco, un maledetto porco”
Sogghigno: “Tu e la tua amichetta Polidora tendete ad avere il medesimo vocabolario. Trovate nuovi insulti, alfine!
Bando agli scherzi- mi faccio serio- Corinne, ti conviene dirci tutto. Una mezza giornata e ti porteremo a Portsmouth: tra due giorni il Discovery parte per Sydney.”
Da fondo a tutta la sua abilità di attrice, a tutte le sue armi di seduzione. Mi ricorda i bei tempi passati insieme, gli sculaccioni che ci siamo dati con reciproca soddisfazione, le notti di sesso, o pseudo tale, passate con me, i pranzetti. Visto che non ottiene nulla, passa all’ironia, alla pesante ironia, poi agli insulti, alla disperazione, alle maledizioni.
“Corinne, basta! Dicci quello che vogliamo sapere. Non hai capito che, in ogni caso, sei bruciata? Se non ti togliamo di mezzo noi, lo farà monsieur Dupin e definitivamente. Ti prego, dacci le informazioni.”
Il suo sputo mi bagna la guancia. Sembra una Erinni, con la bava alla bocca. Lindsay la sbatte per terra, letteralmente. Lei è sorpresa ed attonita. Le afferro le caviglie, le sollevo e le appoggio al bracciolo della poltrona: Lindasy le lega subito. Poi, con un coltellino taglia la parte inferiore delle calze, denudando i piedi.
Mi accoccolo davanti a lei che mi guarda con odio. “Lui ti strapperà le unghie dei piedi, utilizzando il coltello. Comincerà da quella del mignolo sinistro, così, se ti deciderai a parlare, il danno non sarà irreprabile. E’ inutile, per te ed al punto in cui sono giunte le cose, sopportare una sofferenza atroce”. Mi diede la stessa risposta di Cabronne a Waterloo. Urla disperatamente mentre il coltello di Lindsay le sposta all’indietro l’unghia del mignolo, allargando la pelle ai lati e strappandola via; la lama sottile penetra fra la parte cornea e la carne e la scarnifica alla base. Corinne urla, il sangue esce copioso. Con un ultimo sforzo, l’uomo rotea la lama e la tira verso l’alto: adesso stringe con il dito indice, tenendola ben aderente al coltello, la piccola unghia del mignolo di Corinne; un po’ di pelle e di carne attaccate ancora all’unghia e sanguinolenti. Corinne riprende fiato, gli occhi serrati dal dolore. L’estirpazione dell’unghia successiva fa si che il corpo della donna si tenda come un arco, un’estremità del quale è la nuca aderente al pavimento.
Ho bisogno della conferma. Tiro giù le gonne a Corinne, stavolta, invece di alzarle data la sua posizione; dilato lo spacco centrale delle mutande, scoprendo il pube. “Radila! Taglia tutto il pelo!” ordino imperioso a Lindsay. Egli mi guarda perplesso poi capisce. Si mette la lingua fra i denti per aumentare la concentrazione, intento com’è. I sussulti di Corinne non gli facilitano l’operazione, tanto che la lama affilata del coltello scalfice parecchie volte la pelle. Ormai il pelo del ventre è quasi tutto levato: il tatuaggio è in vista. Le due verghe incrociate, la O e la M: soltanto che sono esattamente invertite nei colori e nella posizione rispetto a quello di Polly. Il tatuaggio di Corinne è esattamento identico a quello della duchessa di Worcester. Ecco la diciottesima consorella del “Merry Order”.
Mi prende in giro, tra le lacrime: “Ti ci è voluto tanto tempo per capirlo? Ti facevo meno stupido. Certo, sono stata io a fondarlo, insieme ad Alexie. Quindici anni fa. Ero ancora bella, allora. Mi ero appena messa al servizio di una vedova con una bambina piccola ed aiutata da un cameriere, che tutti dicevano pederasta. La situazione m’intrigava. Mi occupavo di tutt’altre faccende, all’epoca, ma stavo sempre agli ordini del Deuxieme, anche se in Francia c’era un altro regime. Ma tu mi affascinavi, sempre così compito, sempre imperturbabile. Ti ricordi la prima volta che mi frustasti per ordine di Milady? Era il 22 marzo. Il giorno precedente avevo partecipato all’iniziazione della decima consorella: avevo bisogno di sfogarmi.Eccitandomi. e tu la sai fare bene, per Dio se lo sai fare bene. Sai come si frusta una donna. Voglio usare il tuo stesso linguaggio, visto che il mio è limitato: arrechi dolore, tremendo dolore, ma lasci affiorare il piacere… da esso. Perciò…aaahhhh….” Con il linguaggio dei segni, ho ordinato a Lindsay di procedere con l’ unghia successiva.
Le otto unghie delle dita piccole dei piedi di Corinne sono ormai strappate. Mancano quelle degli alluci. Per il dolore, lei ha urinato. Ha perso i sensi una volta sola.
Faccio a Lindsay, apertamente: “Strappale quelle degli alluci. Se non avrà parlato per allora, tagliale i tendini dei talloni. Morirà dissanguata. Se ci sono novità, vieni ad avvertirmi subito. Addio, Corinne. E’ stato piacevole stare con te.” “Maledettooooo….” E’ la sua risposta.
Trascorre una mezz’ora e mi raggiunge Lindsay. Naturalmente non le ha tagliato i tendini: era soltanto una minaccia. “Caspita quanto è dura quella donna. Ha provato perfino a non gridare quando le ho strappato l’unghia del secondo alluce. Non credo che parlerà più oramai. Possibile che tu, che l’hai frequentata per tutti questi anni, non riesci ad individuarne un punto debole?” Mi sento costretto ad ammette: “E’ che Corinne non è ha di punti deboli! Dai- sprono Lindsay- aiutami che la riportiamo in cella.” I piedi della donna grondano sangue, che ha bagnato tutto il pianale della poltrona. Le rinfilo il cappuccio mentre Lindsay le scioglie le caviglie. Dieci pezzetti cornei biancastri giaccono per terra in mezzo ad una pozza di sangue. La trasciniamo via; a metà delle scale, Maggie mi fa cenno con le dita: sette. Sir Homer ha deciso che dobbiamo metterla nella cella numero 7: fissiamo ben bene le manette alla catena che pende dal muro, ma le lasciamo il cappuccio. Le sue ultime parole che odo sono ancora di maledizione nei miei confronti.

CAP PENULTIMO UNO
Antoinette è inquieta, sconcertata: Corinne non da più notizie di sé da tre giorni ormai. Anch’io sono triste, ma per tutt’altro motivo. Il nervisismo di Milady mi aiuta a nascondere la mia tristezza. Ci avvertono due poliziotti della City: l’hanno trovata nelle acque del porto, con la gola tagliata! Me lo aspettavo, lo sapevo già da tempo ma avevo sperato fino all’ultimo! Sir Homer o Dupin avrebbero potuto concedergli la vita, almeno. Invece no, l’hanno ammazzata. Come un agnello al Tempio o come si schiaccia un’inutile blatta. Ho pianto molto, anch’io. Addio, Corinne: possa tu trovare la pace! L’abbiamo sepolta a Red Chapel. Pure Jenny è affranta: a modo suo, voleva molto bene a Corinne.
Il tempo, il grande medico, sana le nostre ferite. Con l’aiuto di tre domestiche ad ore, ho organizzato la festa per l’entrata in società di Jenny. Nonostante il freddo e la pioggia, è riuscita benissimo. I recenti, tragici avvenimenti hanno convinto la madre a farsi presentare ufficialmente lo spasimante. A primavera ci sarà l’annuncio del fidanzamento.
Abbiamo una nuova domestica: una donnona alta e robusta come Corinne, ma non altrettanto bella.
Milady l’ha avvertita: qualora commettesse qualche sbaglio o qualche mancanza, la frusterà. Lo donna ha fatto spallucce: “Sapeste quante me ne hanno date all’orfanotrofio e, poi, in carcere!” L’avevo scelta apposta. Gwendolyn Smith, figlia di N.N., allevata nell’orfanotrofio di Cambridge. A 16 anni, domestica presso case borghesi. A venti, da Lord Wolfe: ci rimane 15 anni. Tutti i maschi della famiglia se la ripassano. Ed anche le femmine, temo. Accusata di furto, è condannata a 3 anni di carcere. Non cerca mai di scappare, la sua condotta è buona, ma non cede alle profferte delle guardiane. La frustano per sei volte nel triennio. Uscita di prigione, va fare la serva ad ore. Me la segnala Maggie.
Le spiego tutto sull’andamento della casa e sulle sue funzioni. Le va tutto bene: non è un giorno che fa questo mestiere!
“ Gwendy, mi dispiace molto chiederti quello che sto per chiederti, però è necessario, credimi! Ti dispiace spogliarti? Nuda. Oh, no non temere… ecco milady, lei sarà presente. Puoi andare di là, per la bisogna…” Neanche arrossisce: si toglie il vestito bello con cui si è presentata da noi, l’unico che abbia, poi la sottoveste. Ha un vecchio e sdrucito busto.
“Vieni qui, per favore” le fa Antoinette. Le scosta i peli del pube per assicurarsi che non nasconda uno strano tatuaggio.
L’hanno frustata con il gatto: si vede dalle cicatrici che le solcano la schiena e le natiche. Si riveste con estrema disinvoltura. Dormirà da noi, giù in quella che era la Stanza. L’abbiamo adattata apposta, per farla diventare una camera abitabile: un letto, un comodino ed una poltrona, oltre che uno stipetto per le sue cose. I muratori hanno aperto una feritoia a livello della strada: così avrà un po’ d’aria.
George Winterbottom è entrato nei Fucilieri. La sua prossima destinazione sarà l’India. Dovrà rimanervi di stanza almeno 4 anni. La matrigna è soddisfatta: il ragazzo si farà le ossa e, forse, diventerà generale. Emma, invece, non ha alcuna intenzione di intraprendere una qualche relazione sentimentale con un maschio: le basta Gertrud, adesso che non c’è più il fratello. Constance, la loro domestica, mi chiede sempre più pressantemente di sculacciarla o di metterle di nuovo il suppositorio erotico: non ha mai goduto in vita sua come quella notte!
“Bob, ho sentito: ho buone orecchie. Ho sentito il rumore delle mani che colpivano ritmicamente la pelle nuda! Vi siete sculacciati, tu e la padrona, eh?” Bene! Anche Gwendy sta assimilando le regole della casa. “Non è esatto, Gwendy – la contraddico- sono stato soltanto io a sculacciare Milady: ogni tanto lo faccio. E tu non t’impicciare, altrimenti potrebbe capitare anche a te!” “Esagerato!” mi risponde. Sento un groppo in gola: per un attimo, mi è sembrato di rivedere Corinne! Nonostante tutto, però l’ho dovuta punire. Gwendy ha steso le mani: non ha mosso un muscolo mentre le colpivo con il cucchiaio di legno; aveva fatto cadere il vassoio dell’arrosto.
Ciclicamente, a primavera si ripresenta il problema della costipazione di Jenny: secondo me, dipende da qualcosa che mangia. Qualche giorno fa, sono stati necessari ben tre clisteri di fila per sbloccarla.
Sono andato a trovare l’ex-lady Pottingham, nel manicomio di Arlington. Le avevano infilato la camicia di contenimento perché non desse in escandescenze. E’ rapata a zero, il volto pieno di lividi. Drighigna i denti vedendomi.
Le dico che ho consegnato una scatola di cioccolatini agli infermieri: gliene daranno qualcuno, se lei sta buona. Si quieta. “Mi bastonano, sai?. Il medico dice che serve come terapia. Mi spogliano nuda, mi attaccano al soffitto e mi bastonano per tanto tempo. Qualche infermiere rabbrividisce vedendo il mio petto mutilato e la cicatrice sul ventre.”
Non dico una parola: mi fa pena, veramente pena. I suoi occhi spiritati, le labbra screpolate, la liscia pelle del cranio cosparsa di croste, gli occhi cerchiati di nero, il colorito terreo. Nulla è rimasto della sua antica bellezza. Ha solo 38 anni: ne dimostra 70. l’infermiere avvisa che il tempo del colloquio è scaduto. Sfioro leggermente la guancia di Polly, le tira indietro la testa di scatto, apre la bocca per mordermi le dita: il bastone dell’infermiere la colpisce violentemente sulla spalla, vicino al collo. Lei grida di dolore.

CAP ULTIMISSIMO
La guerra tra Prussia ed Austria è stata, come prevedevo, abbastanza breve: Moltke ha formato un esercito temibile; speriamo di non affrontarlo mai. Anche inginocchiato, sono più alto di lei: in fin dei conti, è una donnetta dall’aspetto fragile ma nei suoi occhi brilla l’acciaio della Sovrana. Mi tocca, infine, la spalla destra e regalmente mi dice “Alzatevi, sir Robert!”. Elka, tra il pubblico, piange come una bambina. Torno nei ranghi e le vado vicino: la bacio castamente sulla guancia. Più in là, oltre lo schieramento dei Beefathers, Henri Hyde e signora hanno la faccia contenta; il piccolo John dorme beato in braccio alla mamma. Non capisco perché Jennifer voglia allattare personalmente il suo primogenito, però, nonostante la loro estrema piccolezza, i suoi seni danno latte abbondante.
Elka ed io ci siamo sposati. Abbiamo venduto tutto ed acquistato due appartamenti a Pall Mall, molto vicino al mio ufficio. Sir Homer, Jacob Disraeli fratello del Primo Ministro, mi ha designato come suo erede. Sono io, adesso, a dirigere l’Ufficio Documentazione del Ministero; Lindsay e Maggie sono i miei più stretti collaboratori. Auguste Dupin, a Parigi, è sempre al suo posto: ha vacillato parecchio, dopo la sfortunata, e sconsiderata, impresa del Mexico.
Fili d’argento solcano la chioma aurea di Elka: anche lei sta invecchiando.
Gwendy è profondamente commossa, al nostro rientro a casa. Adesso ha veramente una ragione per chiamarmi Sir.
“Non farlo mai, capito? Io, per voi tutti, sono e rimango Bob Knees, il domestico!”.
FINE

Racconti di sculacciata: sculacciate dallo zio

15 ottobre 2009

M. ci aveva già deliziato con la Sculacciata di una vergine troietta, ora torna con un nuovo racconto. Buona lettura a tutti! Ricordo che tutti possono contribuire a Perversionis: basta inviare una mail a sculacciata76@yahoo.it

A dieci anni, dopo la morte dei mie genitori, dovetti andare a vivere con mio zio.
Non era l’unico parente che si sarebbe potuto occupare di me ma mia madre aveva lasciato chiare disposizioni a riguardo.
Mio zio ai tempi era un 25enne.
Ci separano 15 anni d’età e spesso più che il mio tutore è il mio miglior amico.
Mi ha sempre concesso molta libertà e molto ascoto.
Ho passato un’infanzia serena con lui e un’adolescenza altrettanto felice.
Senza gravi turbolenze.
Ora ho 21 anni.

Due settimane fa sono tornata a casa con Giulia.
Mio zio doveva essere ad un pranzo di lavoro.
Giulia è una mia compagna d’università.
Lei è lesbica. A me piacciono entrambe le situazioni.
Non avevo mai avuto esperienze con una donna e la cosa mi eccitava.
Giulia, molto capace, quel pomeriggio, guidava l’atto.
Si era tolta la maglietta e il reggiseno, e poi aveva fatto lo stesso a me; mi leccava il seno, mordicchiandomi dolcemente i capezzoli.
Poi mi aveva sbottonato i jeans, infilandomi una mano nelle mutandine.
Ero già eccitata, volevo andasse oltre. Sentivo che mi stavo bagnando sempre di più. Il suo odore caldo, la mano, la sua lingua sui miei capezzoli, quella mano che s’infilava di più…
All’improvviso sentii delle risate provenire dal salotto.
Mio zio era tornato prima, e peggio in compagnia dei suoi amici, amici con cui cenavamo almeno una volta a settimana.
Avevo capito tutto in un momento.
Agitatissima, avevo fermato Giulia: se c’era una cosa su cui mio zio era stato chiaro, sempre, era la questione del sesso in casa.
Non voleva, così come anche lui non lo faceva: una questione di giustizia, privacy e rispetto.
Mio zio, pensando che stessi studiando con la musica alta, bussando, spalancò la porta della mia stanza e face in tempo a vedere Giulia ancora a seno nudo ed io che mi rivestivo…
Richiuse la porta immediatamente ed io feci solo in tempo a vedere gli sguardi di Dario e Alex, due suoi amici che conoscevo bene.
Dario, non potevo crederci, c’era anche lui.
Mi piaceva da mesi, non potevo credere che avrebbe assistito alla sfuriata che mio zio mi avrebbe fatto. Forse mi avrebbe anche punita: senza uscire per due settimane?
Avrei fatto la figura della ragazzina.
Rimproverata e punita.

Ho aspettato che Giulia si rivestisse, poi insieme siamo uscite.
Mio zio e gli altri sedevano in sallotto bevendo una bibilta. “Niky, accompagna la tua amica e poi ritorna su immeditamente, dobbiamo parlare”.
Il tono mi aveva già fatta imbarazzare: era un ordine.
Ho accompagnato Giulia alla porta, l’ho salutata promettendole di chiamarla dopo. Ma non capivo nulla, non avevo mai visto mio zio così arrabbiato.
Sono tornata in salotto e seduta davanti allo zio gli ho sentito dire parole che mi hanno raggelata.
“Nicole, noi siamo sempre andati d’accordo, e tu hai sempre rispettato le regole, ma da un po’ di tempo stai facendo tutto di testa tua. Da quanto tempo non studi? Molto. Ma ti ho lasciato fare, adesso questo, porti a casa una ragazza e…fate del sesso in camera tua? Ti ho sempre spiegato che…”
Avevo smesso di ascoltarlo, mi vergognavo per il fatto che mi stesse rimproverando così davanti ai suoi amici. Dario mi guardava. Io arrossivo sotto quello sguardo. Mio zio aveva smesso di parlare.
“Forza Nicole, accetta la punizione. Alzati. E vieni qui.”
Ero raggelata, non avevo sentito qual’era la punizione ma non volevo “accettarla” davanti a Dario, solo di quello mi importava.
“Okay, stai dimostrando proprio di essere una ragazzina” mio zio si era alzato in piedi e mi aveva preso per un braccio. Ero sempre stata piccola, lui non ci aveva messo molto a tirarmi su. E senza accorgermente ero finita sulle sue ginocchia.
“Ti sculaccerò come meriti…come una bambina, non l’ho fatto quando eri piccola, devo farlo ora…”
Non potevo crederci, ero già rossa in viso. Dario e Alex erano dietro di me, e si godevano ben bene la mia punizione.
Poi mi zio iniziò a sculacciarmi sui jeans.
Regolari e forti.
Ero imbarazzatissima, mi vergognavo ma cervavo di prenderle con dignità, certo non avrei pianto. Dopo cinque minuti Marco, mio zio, mi abbassò i pantaloni.
Non potevo permetterglielo, cercai di ribellarmi, di alzarmi.
Lui mi bloccò la schiena e riprese a sculacciarmi più velocemente. Le mutandine si spostavano leggermente, lasciando intravedere il mio sedere che s’arrossava sempre di più.
Dopo altri 10 minuti, mio zio mi fece alzare in piedi e mi abbassò le mutandine fino alle ginocchia. Non volevo crederci, per farmi vergognare di più lo zio aveva voluto farlo così platealmente. Rimessami sulle sue ginocchia aveva ripreso a sculacciarmi forte. Tentavo di tenere le gambe chiuse, in modo che non mi si vedesse il buchino e la fighetta, ma lui aveva iniziato a darle con maggior potenza e velocemente.
Le mutandine oramai mi erano state tolte completamente.
Il sedere mi bruciava ovunque. Lacrime silenziose erano iniziate a scendere sulle mie guance, ma dopo poco le lacrime si erano trasformate in singhiozzi e i lamenti in gemiti di dolore.
Singhiozzavo forte.
Inizai ad agitare le gambe, non riuscivo più a tenerle strette, tanto I colpi erano forti e bruciavano.
Ero leggermente scivolata dalle ginocchia di mio zio che allora risistemandomi mi aveva divaricato un pochino le gambe.
Dario e Alex potevano guardarmi la fighetta nuda, aperta.
Questo accentuava la mia vergogna, e il pianto. Con la faccia rossissima e il sedere che andava a fuoco inizia a supplicare mio zio di smetterla.
“Non lo farò mai più, te lo giuro, mi comporterò bene…” provavo con ogni mezzo.
Era mezz’ora che venivo sculacciata senza pause.
Marco si fermò: “D’accordo Niky. Conta cinquanta sculaccioni e smettiamo”.
Non potevo, non potevo contarli. Non con Dario che mi guardava. Quanta vergogna…
“Nooo!” gridai.
“Bene, conterai cinquanta cinghiate allora e se non lo fai le possiamo raddoppiare” . Mio zio era irremovibile.
“Sei uno stronzo!”
Non avrei dovuto.
Lui mi fece alzare e appoggiare al divano, piegata e con le gambe divarigate. Si era sfilato la cinta e aveva inizato a cinghiarmi.
Le sculacciate erano state una tortura, le cinghiate sul sedere già rosso erano d’avvero molto più dolorose. Dopo dieci cinghiate anche i segni rosso scuro tracciavano il mio culetto.
“Vuoi contare?” chiese mio zio, forse impensierito dai miei singhiozzi e dagli urli
“Sììì..” balbettai.
Contai nell’umiliazione profonda, con le gambe aperte, e la patatina visibile a tutti, 50 cinghiate dolorosissime.
Dopo mio zio si fermò.
Rimasi in posizione aspettando che mi dicesse lui qualcosa.
Solo dopo un po’ mi disse: “rimani così 10 minuti”.
“Vi faccio vedere la collezione?” aggiunse rivolto agli altri.
Sentii quattro piedi allontanarsi.
Ancora singhiozzante mi drizzai un momento, pensando di essere sola e di poter rischiare. Con una mano toccai il sederino dolorante.
Vidi Dario rimasto lì che mi fissava. Mi rimisi subito in posizione, impaurita.
Lui rimase seduto, senza dir nulla. Dopo quella che sembrò un’eternità Dario mi disse che i dieci minuti erano passati. Mi alzai e mi girai verso di lui, ancora in lacrime e senza vestiti, cercandoli con lo sguardo e coprendomi con la mano.
Lui si alzo in piedi e mi sorrise avvicinandosi: “hai fatto proprio la cattiva! E te le sei meritate tutte, tutte…eppure…” mi abbraccio forte. Io continuai a singhiozzare tra le sue braccia mentre lui mi accarezzava I capelli.
“Piccolina, non piangere, lo sai che le meritavi. Però dai, adesso è finita. Sei stata brava, stai tranquilla.”
“Mi vergogno, e mi fa tanto male…”dissi io con una vocina piccolissima, lieta di quelle carezze.
“Sdraiati sul divano, vengo subito”
Dario uscì dalla stanza mente io facevo quello che mi aveva detto. Tornato con un asciugamano bagnato mi si sedette vicino massaggiandomi piano il sedere. Quando un po’ il dolore si fu calmato e il rossore stabilizzato, Dario mi aiutò ad alzarmi e ad infilarmi le mutandine.
Un abbraccio ancora e una carezza: “meglio che non li rimetti I jeans, a tuo zio potrebbe…”
A quelle parole impallidii di nuovo.
“Ehi, sto scherzando, lo sai che sono un idiota!” Si schernì lui, sorrisi dandogli un bacio sulla guancia per ringraziarlo, visto che non riuscivo a parlare.
In quel momento mio zio e Alex stavano rientrando in salotto “andiamo bene quà…” esclamò mio zio vedendoci.
“Dario, ne devo dare anche a te?”
Sorrideva e non era più arrabbiato, nei suoi occhi c’era dolcezza.
Si avvicinò e mi abbaracciò forte: “Niky, lo sai che dovevo dartele… era necessario”
Restai un po’ tra le sue braccia e poi mi disse: “ora fai la brava, vai in camera tua. Togli le mutandine, mi sa che è meglio…”
Entrata in camera mia mi tolsi tutto, mi sdraiai a pancia in sotto e inizia ad accarezzarmi in quella posizione. Venni due volte pensando di star ancora sulle ginocchia di mio zio mentre Dario mi guardava.
Le sculacciate erano qualcosa di nuovo. Di eccitante.

Il sedere bruciava forte ma nuda e sfinita mi addomentai.

Public Disgrace: umiliata e punita

14 ottobre 2009

Una nuova galleria di video gratuiti su Public Disgrace: eccovi un’anteprima!






Racconti di sculacciata: la giusta punizione per Nadine

13 ottobre 2009

Educatore Severo ha scritto questo racconto di sculacciate per noi, buona lettura!

Prima

Venerdi pomeriggio Nadine rientra da scuola con la sua amica Giulia
Appena apre la porta la mamma le urla in faccia ,Nadine leggi questa ! cos’è mamma ? Leggi ! Nadine legge ,egregi genitori di M…….. Nadine con la presente tengo ad informarvi che vostra figlia la scorsa settimane a fatto 2 giorni di assenza ingiustificata ,e ed è perciò necessario accompagnarla a scuola per la giustificazione ,Nadine guarda la mamma che è nera in viso ,la mamma le dice cosa significa questo Nadine ? ma non sò mamma ci sarà un errore avranno sbagliato nome ,nò Nadine risponde sempre più nera la mamma non c’è nessun nerrore hò già telefonato ,adesso ti prepari lo sai cosa ti aspetta ,ma mamma nòòò per piacere c’è anche Giulia non puoi -certo che posso -e va bene mamma mi vado a preparare vieni Giulia .vado in camera mia mi spoglio completamente faccio una doccia veloce, poi chiamo la mamma ,sono pronta ,Giulia è pallida io le dico non preoccuparti non devi prenderle tu, arriva la mamma con in mano il solito mestolo di legno che conosco molto bene,mi sdraio sul letto con il cuscino ripiegato sutto la pancia,e subito mamma comincia a picchiare forte le mie chiappette ,io comincio ad urlare e dire basta ,ma il rituale è il solito la mamma sa usare la mestola in maniera magistrale ,colpi su colpi io urlo aaahhhia uuuiiiii basta mamma basta inarco il culo perche a me fa sembrare i colpi più leggeri ,la mamma continua a picchiare natiche e cosce fino a più giù di meta coscia dove fanno molto male ,io continuo ad urlare e dire basta mamma sono pentita basta aiiia uuuiia aaaauuuiii la mamma come al solito si ferma ma abbondantemente dopo i 100 colpi ,la mestola se no l’avete mai provata fa molto male ho il culo rossissimo in certi punti viola mi fa molto male ,la mamma si siede accanto a me mi accarezza il culo e mi dice lo sai ora che vuole dartele anche papà vero? si mamma ma non è giusto perche siete separati io le devo prendere sempre 2 volte ,no Nadine se fossee quà le prenderesti subito anche da lui invece almeno così passa un giorno da una punizione all’altra .
La mamma esce dalla mia camera Giulia mi guarda rossa in viso ,io le chiedo non avevi mai visto una punizione sul culo -nò dice lei-ma tu non ti puniscono-sì ma non così-e come-mi fanno stare in casa mi levano computer e telefonino ma niente altro.
L’indomani pomeriggio papa mi passa a prendere si và un pò in giro,mi compra dei vestiti nuovi e dei CD e non dice niente ,verso sera al rientro mi dice Nadine sai che ti devo punire ? si papà ma non è giusto mi a già punito tanto la mamma ,e così dicendo mi calo jens e mutandine e piegandomi a 90° dico: guarda papa come è ancora segnato-si lo vedo-appunto papa non ti sembra che basti- no no Nadine non basta ,già che ci sei toglieli i jens e mutandine -li tolgo resto mezza nuda ,mi è sempre piaciuto stare così fin da bambina e anche ora che sono ormai signorina papà mi ci fà stare ,vado a darmi una rinfrescata e sono da lui ,Ndine ti ricordi cosa ti avevo detto .nò papà cosa?-che dalle superiori in sù le sole sculacciarte non bastavano più -ma papa con cosa mi vuoi picchiare allora? con la cintola Nadine o con la bacchetta di legno che o fatto apposta ,questa e tira fuori da un cassetto una bacchettina larga circa 2 centimetri e lunga 60/70 circa , io ingoio la saliva a azzardo un mààà,zitta Nadine non obbiettare sai che è peggio vero? ok papa ,papà appoggia schienale contro schienale 2 poltroncine e mi fà inginocchiare su una appoggiare il ventre sullo schienale e piegare il busto sull’altra poltroncina ,in questo modo il mio culo è ritto al massimo lo vedo riflesso in un grande specchio ,bene Nadine dice papà sei molto belle sai, grazie papà ,papà appoggia la bacchetta sulle natiche la alza e giù una bacchettata forte ed un’altra e un’altra ancora 4-5-6-7-8-9-10 aaaiiia uuiiaaa oooiooo urlo come fanno male papà basta 11-12-13————–24-25-26-27 basta papa ti prego basta 28-29————-38-39-40-41-42 uuuiia aaaio nooooo basta ,tento di alzarmi ma papa mi ferma mi pigia giu la schiena e continua a bacchettare 43-44-45-46——————————–67-68-69-70
ora anche sulle cosce fino in basso sui lati delle natiche 71-72-73 papà basta ti giuro non lo farò più basta 74-75.76.77 aiaaa aiaaaa uuiiia 78-79-90 ———–98-99-100-101-102 ————111 -112 aaauuuiia uuuiiiioo basta ho il culo in fiamme quante ne vuoi dare ancora papà ? non lo sò Nadine 113-114-115 —————————131-132-133-134 aaaiiiu aaaaiiiu 135-136-137—————-147-148-149-150 aaaaaauuuuuoooooo oooohhhhh ooohhhhh aaahhhiiiaaa uuuuiiioo io sculetto freneticamente apro e chiudo le cosce ,Nadine alsati mi ordina papà,io mi alzo mi massagggio il culo è rossissimo caldissimo pieno di rigonfi scuri mi avvicino allo specchio mi piego a 90° mi massaggio facendo aprire il fiore ricciolino ,papà si avvicina mi accarezza il culo bene Nadine hai pagato il tuo debito per ora domani mattina ti darò una sculacciata ,ma papa avevi detto che le sculacciate non bastavano più ,si ma non che non te le avrei più date perciò domattina ti sculaccio molto molto bene vedrai ,adesso prepariamo la cena-
posso restare cosi papà che il culo mi si raffredda -certo Nadine-grazie papàvuoi puoi restare così a culo nudo -si grazie papà .
L’indomani mattina alle 9 papa mi sveglia con un bacino in fronte mi accarezza e mi chiede se sono pronta -si papà rispondo io vuoi proprio sculacciarmi ?-si Nadine -devo mettermi una maglietta o una camicetta?-si Nadine -mi alzo dal letto completamente nuda e vado all’armadio mi infilo una maglietta molto corta e vado verso papà che si è seduto sul letto mi fa sdraiare sulle sue ginocchia con il busto giù alla sua destra mani e testa in basso ,a papa piace questa posizione perche con la sua mano sinistra tiene ferme le cosce e con la destra assesta colpi su polpi sulle chiappette e sulle cosce , inizia a sculacciare molto forte 5 colpi sulla chiappetta destra 5 sulla sinistra 2 sulla coscia destra 2 sulla sinistra e cosi via ripetendo decine e decine di volte la stessa sequenza .a me sembrano ancora più forti dell’ultima volta ,forse perche sono più grande ,comincio a non riuscire più a trattenermi e inizio a urlare e scalciare aaaaiiiaaa uuuiioooo basta papà basta , una sculacciata enorme fortissima il culo già segnato dalle mestolate della mamma e le bacchettate di papà ora è caldissimo duro come un tamburo (e suonato come un tamburo)papà continua per una decina di minuti io mi sento la farfallina bagnata(è dall’età di 12 anni che tutte le volte che papà mi sculaccia io mi eccito)ma, non lo ho mai confessato ne a papà ne alla mamma,(chissà forse dovrei)questi penzieri mi distraggono dalla sculacciata che continua ad incendiare il mio culo orma gonfio e duro aaaahhhhiiiaaa oi oii oiiiio papà dopo un bel pò si ferma e mi dice:Nadine ricorda che questo è niente se ri marinerai di nuovo la scuola vedrai (e più che altro sentirai) che punizione ti darò capito ? sì sì papa.hò capito benissimo

Racconti di sculacciata: Domestico, parte 10

12 ottobre 2009

Cap 25
Madame si apre lo spacco delle mutande. Due anelli d’acciaio sono infissi fra le sue grandi labbra. “Così nessun uomo mi potrà penetrare!” esclama trionfante. Reminiscenza della medievale cintura di castità, ho avuto notizia che vengono applicati a signorine …diciamo: focose…prima del matrimonio. Un po’ come l’anello di contenzione sul glande dei maschietti: quello che si usa nei colleges. Osservo che ci potrebbe passare la lingua, lei annuisce sorridente. “E’ strano che un uomo della tua intelligenza sia finito a fare il servitore!

LA STORIA DI MADAME
Avevo solamente 17 anni quando i miei mi fecero sposare. La prima notte di nozze mio marito mi prese con violenza: mi fece male, molto male. Sapeva farlo soltanto così. Dopo poco, rimasi incinta di Joseph. Anche il parto fu assai doloroso: giurai a me stessa che non avrei mai messo al mondo altri bambini. Mio marito aveva altre donne con cui soddisfarsi… però, qualche volta, esigeva il debito coniugale da me. Non avevo conosciuto altri uomini, fino ad allora. Un giorno vidi Denis, il ragazzo dello stalliere, fare il bagno. Il suo corpo muscoloso e bronzeo, i suoi occhi celesti mi stregarono. Me ne innamorai pazzamente. Lo volevo ad ogni costo. E lo ebbi. In realtà, lui ebbe me. Con gentilezza, a dispetto delle apparenze, mi prese e mi fece godere. Lo incontravo di nascosto, sempre quando mio marito era fuori per lavoro. Trascorrevamo ore felici insieme, anche dopo aver fatto l’amore. Mi scoprii incinta. Feci ricorso ai rimedi soliti, suggeriti dalle conoscenti. Non potevo rischiare di andare da qualche vecchia abituata agli aborti: inevitabilmente, si sarebbe sparsa la voce. Feci credere a mio marito che il bambino che portavo in grembo fosse suo. Egli abboccò. Nacque Pierrette; il dolore del parto fu atroce, ma meno del primo. Aspettai che fosse svezzata, prima di riprendere i miei incontri con Denis, che nel frattempo si era sposato. Mireille era molto gelosa. Mi affrontò a male parole, minacciando di dire tutto a mio marito. La irrisi, la trattai come una povera visionaria che si inventava le cose. Si vendicò, a modo suo. Denis ormai sfuggiva ai miei incontri da parecchio tempo; gliene chiesi la ragione: aveva una brutta malattia. Pustole ricoprivano il suo basso ventre e non poteva più fare all’amore: gli bruciava troppo, perfino quando orinava. Mio marito chiese il divorzio: più cresceva, più appariva chiaro che Mireille non poteva esser sua figlia. Ero agiata di famiglia ed andai a vivere da sola. Troppo sola. Avevo una domestica, si chiamava Mireille anche lei. L’avevo sempre trattata come si fa normalmente con il personale di servizio; ma lei, dopo un mezzo anno, cominciò a guardarmi in modo strano, appassionato. Mi chiese il permesso di sculacciare Joseph. Caddi nella trappola. Aveva 7 anni allora mio figlio. Se lo mise sulle ginocchia, gli scoprì il sederino e lo sculacciò con la mano nuda. Vedendo arrossarsi le natiche di mio figlio, provai una strana sensazione. Non mi importava degli strilli e dei pianti del bambino. Avrei voluto essere al suo posto: avrei voluto esser io distesa sulle ginocchia di Mireille, nuda a ricevere tutti quei sculaccioni. Ben presto, finii a letto con lei. Il piacere era reciproco; prima ci sculacciavano, ma leggermente, per aumentare l’eccitazione, poi…. Poi spedii Joseph in collegio, affinchè avesse un’istruzione decente. Avevo parecchi spasimanti, tutti respinti. Mireille mi bastava. Era un piacere vederla quando con la spazzola arrossava il deretano della mia Mireille. E, dopo, il mio. Trascorremmo cinque anni felici insieme. Però non potevamo nascondere i nostri reciproci sentimenti: il nostro rapporto, “insano” come disse il Prefetto, era uscito alla luce del sole. Ebbi noie con la giustizia. Dovetti abbandonare la Francia e mi rifugiai qui a Londra. Vivevo dando lezioni di francese e di bon ton alle signorine della buona società. Non le battevo mai: a me piace esser frustata, non frustare! Circa quattro anni fa, venni a conoscenza che esisteva un’associazione, di sole donne, che si sculacciavano a vicenda. Feci in modo di poterci entrare. Inutile che racconti i particolari…. Godevo, e godo, quando sono distesa sul tavolo e sento le verghe colpirmi il culo, dilaniarlo, insanguinarlo…Brrr, brrr…meglio finirla qui!” Mi permetto domandarle perché si è fatta punire così atrocemente da me, una settimana fa. “ Hai mai visto mia figlia Mireille? Ha 16 ormai, ed è una ragazza ribelle. Vuole fare tutto quello che vuole. Ed io non le concedo tutto. E’ abituata alle punizioni. La cinghia o la bacchetta si sono abbattute spesso sul suo posteriore. Lunedì scorso, si era comportata molto, ma molto male. Impugnai la bacchetta, pronta a punirla. Si sarebbe dovuta scoprire e piegarsi, come aveva sempre fatto. Invece no. Mi irrise, mi diede i peggiori appellattivi: disse che ero una puttana, una gomorroide…. La colpii con la bacchetta, ma sulla guancia. Un orrenda striscia rossa e la punta finì nell’occhio di mia figlia! Urlò di dolore. Ne rimasi scossa. La portai subito dal medico. Il responso terribile: forse avrebbe perso l’occhio! Ricoverata subito in ospedale. Dovevo essere punita: sul ventre che l’aveva generata, sul seno che l’aveva allattata….perciò chiesi di voi ad Antoinette….” “Come sta adesso vostra figlia?” volli informarmi per educazione e per interesse. “Torna a vedere qualche ombra, ma l’occhio è sempre pieno di sangue…e vacuo…terribilmente vacuo…” le riprende il rimorso per quello che ha fatto a sua figlia. Piange a dirotto. Non l’aveva fatto giovedì, quando il dolore fisico ha devastato il suo corpo.

Cap. 26 LA FINE DELL’ORDINE
E così le cinque si riuniranno tra una settimana. Il Consiglio del Merry Order: devono prendere decisioni importanti, considerata la fretta. Dorothy è già in Atlantico, diretta in Canada. Il merito, stavolta, è stato tutto di Maggie. E’ stata lei a circuirla, negli ultimi otto mesi, si è giaciuta con lei, gli ha fatto, ed ha subito, le peggiori cose. Ma alla fine, ha ottenuto la chiave della cassaforte. I migliori scrivani di Peel lo Scozzese hanno lavorato duro, la calligrafia del diario è identica a quella di lady Pottingham; anche la sua firma sembra quella vera.
La duchessa di Worcester sedeva rigida nella sua poltrona. I lineamenti del volto tirati per l’adirazione; davanti a lei, su un tavolinetto, un fascio di fogli manoscritti. La guardavo immobile e silenzioso: doveva esser lei a parlare per prima. Doveva bere fino all’ultima goccia l’amaro calice.
“Ebbene sì, sono stata tradita! L’ho fatta entrare io nel Consiglio, io l’ho fatta tatuare e, adesso, questa qui mi ripaga in tal modo! Scrive delle cose, oscene e non veritiere fra l’altro, e spiattella tutti i segreti del Club! Sarà punita e molto duramente! Ah, se ne pentirà amaramente. Ho un paio di cose da chiedervi. Come mai non me lo ha portato la vostra padrona, questo Diario?”
“In realtà, signora, l’ho consigliata io di non farlo. E di non leggerlo neanche. Ritengo più giusto avervelo consegnato così com’è. Non mi sono permesso neppure di scorrerlo velocemente” rispondo
“Non credo nemmeno ad una vostra parola! Voi l’avete letto, eccome se lo avete letto! Meritereste di esser punito, per queste vostre menzogne. Ah, se non ci fossero questi Liberals al potere…vi farei tagliare le orecchie e il naso! Ma avete ragione: contiene segreti pericolosi.” Tacque, pensierosa. Alzò il mento in atteggiamento altero. Si rivolse alla sua dama di compagnia. “Arletty, dopo, quando questo servitore se ne sarà andato, mi punirai perché sono stata cieca e sorda. Eppure i segnali c’erano… Voi, andatevene. E riferite queste mie parole al vostro padrone, al vostro vero padrone. Tra pochi minuti, la duchessa di Worcester saprà ben scontare la propria dabbenaggine. Andate”
Era stata una grande umiliazione, per lei, riconoscere la propria cecità nei confronti di lady Pottingham. Arletty l’avrebbe frustata, duramente: si sarebbe fatta dare almeno una cinquantina di vergate. Non credo di meno, visto il tipo.
Non volevo assolutamente essere nei panni di Polly!
Eravamo appostati al buio. Le quattro donne entrarono circospette, guardandosi attorno nella sede del Merry Order . la duchessa era già là; Polly arrivò per terza, preceduta da lady Chesterfield. Passarono una decina di minuti ed il vecchio cinese bussò al portone. Era solo, non l’accompagnava la assistente: in mano una consunta cassettina di vimini.
Ah come mi sarebbe piaciuto assistere! Lasciammo trascorrere un paio d’ore, forse di più. Gli uomini di Peel lo Scozzese si andavano radunando nel massimo silenzio. Il capo dello Scotland strinse la mano ad Homer, parlottarono un po’ quindi portò il fischietto alla bocca. Tra i sibili dei fischietti, una decina di agenti sfondarono il portone e si precipitarono dentro. Homer mi fece cenno di attendere ad entrare anch’io: dovevo farlo dopo che lui ne fosse uscito. Un paio di minuti dopo, varcava di nuovo il portone, di corsa ed abbracciato ad un alto corpo femminile, nascosto da un nero mantello con cappuccio. Lindasy portò subito la carrozza davanti ai due, lo sportello già spalancato. Homer e la duchessa montarono in gran fretta. Entrai nella mitica sede del mitico “Merry Order”, proprio mentre due poliziotti ne trascinavano fuori Gong Li, tenendolo per le braccia: i suoi piedi non toccavano terra. Fu Peel, sull’uscio di una stanza, a chiamarmi a sé e mi fece entrare. Era il vasto salone che aveva descritto Antoinette. Stoffe rosse alle pareti, qualche sedia dello stesso colore. Al centro un enorme tavolo, coperto da una spessa tovaglia bianca. Sopra la tovaglia, il corpo di lady Pottingham. Una pozza di sangue si allargava sul suo ventre, mentre i seni, appiattiti, erano sporchi ugualmente di sangue. La lady era svenuta. L’avevano legata con le braccia e le gambe in croce. Gong Li le aveva tolto il tatuaggio; per fortuna di lei, era abbastanza recente: il cinese non aveva dovuto scavare a fondo la carne. I capezzoli glieli avevano strappati a morsi, invece per sfogare tutta la loro rabbia. Si dice che lo facciano anche i massoni, contro i traditori. No, il coltello macchiato giaceva ancora accanto al busto di lady Pottingham. La lama era seghettata: la donna doveva aver sofferto molto mentre gliela passavano avanti e indietro per reciderle i capezzoli. Un agente, dalla faccia disgustata, la sciolse: Maggie si occupò di lei, facendole annusare i sali e coprendola con il proprio scialle. L’emorragia riprese, non tanto dal ventre, dove la bruciante salamoia aveva stagnato il sangue, quanto dalle mammelle.
Non potevo, nonostante tutto, sopportare quella vista: il corpo straziato di una bellissima donna.
Erano rimasti solamente due agenti, Peel ed io. La contessa di Chesterfiled aveva un’espressione altera, sembrava perfino disgustata dalla nostra presenza. Le era stata data una vestaglia da mettere sopra al corsetto per coprire le sue nudità. Si rifiutava di rispondere alle domande. Mrs Simpson, d’altro canto, piangeva tutta, per la vergogna. Di Arletty, volli occuparmene io, col permesso di Peel. Non l’avevo mai vista spogliata e, lo riconosco, faceva la sua bella figura, nonostante il mezzo secolo di età. Non raggiungeva la bellezza della padrona, ma la pelle, che mostrava nuda, non presentava nemmeno una grinza, le cosce erano ancora toniche, il seno bene eretto. Appositamente, avevo impedito che le fosse fornito alcunchè per coprirsi.
“Mademoiselle – esordii- ormai il Merry Order è finito. Stasera, vi siete spinte troppo oltre. C’è l’accusa di omicidio, per voi. Ma…ma, voi personalmente potreste cavarvela a buon mercato. Pensateci bene: non siete nobile, non potrete godere delle conoscenze e della amicizie di cui godono le altre. La duchessa vi abbandonerà al vostro destino. Rischiate l’ergastolo, se non la forca.” Alzò gli occhi a guardarmi in faccia, con espressione sgomenta. “Raccontatemi tutto del Club. E, vi prometto, farò tutto quanto in mio potere affinchè la vostra sia una condanna clemente”
Inghiottì parecchio, poi tossicchiò per schiarirsi la voce: era pronta a parlare. “Sono al servizio della duchessa da oltre 20 anni. L’ho aiutata, come potevo, a fondare il Club. Ci riuniamo, ci riunivamo, per trascorrere qualche ora insieme per dar sfogo ai nostri istinti…” mi raccontò la genesi e l’evolversi del Club. Nella sua ingenuità in queste cose, Arletty non aveva mai sospettato che fosse un cenacolo con scopi sovversivi. E non lo era, all’inizio. Da quando la duchessa si era affiancata Corinna, le cose avevano cominciato a cambiare: Corinna voleva far entrare nuove consorelle, preferibilmente mogli e parenti di banchieri e d’industriali, invece che nobili dame dell’aristocrazia. E la duchessa le dava ascolto. Lady Wallstone, ad esempio, sembrava assai ricca ed, inoltre, aveva il vizio del gioco. Quindi, era facilmente ricattabile. Mrs Mops era la moglie di uno dei banchieri più importanti della City. Lady Pottingham aveva amicizie influenti. Tuttavia Arletty non sapeva assolutamente chi fosse Corinna: non l’aveva mai vista senza maschera e, poi, lei veniva solo alla riunione plenaria, una volta l’anno. Lo stesso faceva la strana signora vestita di nero, che stava sempre zitta. Arletty, però, era convinta che fra la gran dama in nero, perché si vedeva che era una gran dama, Corinne e la duchessa di Worcester ci fossero contatti ben più frequenti, dei quali la padrona e consorella non la informava mai.

Cap 27 IL RACCONTO DI ARLETTY
“Non mi convinceva, neppure a me, la veridicità del Diario di Lady Pottingham. Diceva molte cose, ma ne nascondeva tante altre, come se lei non ne fosse a conoscenza. E non era vero! Mi sembrava artefatto, una trappola che volevano tenderci. Ne siete stato voi l’ideatore? No, è vero: non mi sembrate così furbo! Dopo che ve ne foste andato, una settimana fa, la duchessa era angosciata. Le espressi le mie perplessità sul Diario. Ma ella non volle sentire. Si era impegnata con un altissimo esponente del Governo: se fosse trapelato qualcosa del Club, soltanto trapelato badate bene, lei lo avrebbe disciolto. Ma prima avrebbe punito la colpevole del tradimento. Si fece dare sessantatrè bacchettate, quel pomeriggio. Una per ogni anno di età. Mi spingeva a dargliele sempre più forti, mentre il suo deretano si arrossava vieppiù. Lo feci con piacere, non lo nascondo. Lei, nelle nostre riunioni, non si vuol mai far toccare. Lei e la francese: poi si rinchiudono per una o due ore nella stanza privata della duchessa, al termine della seduta.
Stasera, lady Pottingham si è difesa con tutte le sue forze. Prima la rabbia di esser stata incastrata da un servo- alludeva a voi, adesso lo so- poi la commozione. Ha pianto, ha supplicato: la duchessa ha letto alcune pagine del Diario. Lei le ha disconosciute, ha insultato perfino. E’ stata necessaria tutta la nostra forza per legarla al tavolo. Il cinese sembrava insensibile alle sue grida di dolore, procedendo a strapparle la pelle. Uno spettacolo orrendo…ma eccitante… così come eccitante è stato stringere il suo caporello – utilizzò proprio questo termine, d’etimo francese- e passare la lama del coltello, fino a staccarglielo a metà. L’opera è stata compiuta da Vanessa: lo ha alzato trionfante come un trofeo. Ero appena uscita dal salone, per andare a prendere l’ago e il filo quando ho sentito i sibili dei fischietti: il portone crollare a terra sotto la spinta di due energumeni in divisa scura. Abbiamo urlato, cercato di scappare nella confusione…tutte, meno la duchessa. Ha atteso a piè fermo, accanto a lady Pottingham. Un uomo dai capelli bianchi l’ha rivestita con un domino nero, le ha tirato un cappuccio sulla testa, l’ha abbracciata e sono scappati via….vedo dalla vostra espressione, che si erano messi d’accordo. La duchessa ha venduto il “Merry Order”! Come vorrei averla frustata in peggior modo!”
Gli occhi le si riempiono di lacrime sincere. Parlo con lo Scozzese. Credo d’interpretare la volontà dei miei superiori e lui quella dei suoi. Ci sembra la soluzione migliore. Una alla volta, i due agenti scortano le tre dame riunendole nella sala grande. la coperta sul tavolo è ancora intrisa di sangue: nessuno ha pensato a toglierla. Per terra, ammucchiate ed abbandonate, quattro verghe di frassino. Le tre donne sono impaurite; la Chesterfield reitera le sue vibrate proteste ma ben presto si accorge di parlare all’aria; la signora Simpson piange sommessa quelle poche lacrime che le sono rimaste; Arletty aspetta, semplicemente, le mani dietro la schiena in atteggiamento remissivo: sospetta ciò che le sta per accadere. La voce roca di Peel è resa ancor più gracchiante dall’eco che la diffonde nel salone; anch’egli tiene le mani nascoste dietro schiena “Signore, stasera qui è stato commesso un omicidio! Dopo che vi sarete rivestite, vi porterò al posto di polizia!” Arletty sbuffa, annoiata dalla commedia. La Simpson si butta in ginocchio, con le mani giunte: implora l’alto poliziotto di tenerla fuori dalla faccenda: lei non c’entra niente. Il marito morirà di crepacuore, sapendola coinvolta in questa sporca faccenda. Tossicchio per attirare l’attenzione. “Forse, signore, ci potrebbe essere una soluzione” . in due paia di occhi si riaccende la speranza; in un volto, la concupiscenza. “ Accettereste di farvi frustare? Frustare duramente, intendo? Esattamente quello che voi avreste voluto fare, dopo, alla donna che stava legata qui sopra. Una volta ricevuta questa dura lezione, sarete accompagnate nelle vicinanze delle vostre abitazioni e lasciate. Nessun poliziotto vi darà più noia ed ognuno di noi dimenticherà in maniera più assoluta questo triste episodio”. I vari colori che si alternano sul loro volto, ricordano le lanterne magiche dei baracconi da fiera. Arletty è la prima a fare un passo avanti: “Accetto” dice con voce chiara e decisa; immediatamente la segue la Simpson, ma la sua voce è rotta dall’emozione. Quella che mostra più ritrosia è la Chesterfield, ma non può fare altro. “Lady Chesterfield, signora Simpson, Mademoiselle denudatevi, vi prego”. Impiegano un po di tempo a farlo. La contessa si mantiene ancora tonica. La Simpson denuncia l’avanzare dell’età e del grasso. Arletty è statuaria, ma come una statua antica: rovinata dalle crepe, nelle parti del busto che il corsetto aveva nascosto. La voce del poliziotto è imperativa: “ Piegatevi sul tavolo, dal lato corto così non vi sporcherete con il sangue. E voi – rivolto alla dama di compagnia- legatele bene” Il legaccio di sinistra serve per la Simpson, quello di destra per la Chesterfield: passa la corda all’altezza dei gomiti, come una professionista, ed i nodi sono ben stretti. “Allargate le gambe: la pussy ben in vista!” Non è affatto elegante, mister Peel quando si ricorda di essere nato nei bassifondi. Da dietro la schiena, finalmente, mostra la mano: nel pugno, il manico dello shymbock. Arletty ha un involontario tremito quando vede la frusta dei Boeri. L’adoprano in Sudafrica perché, dicono, la pelle dei negri è particolarmente coriacea. Lo shymbock è costituito da sei strisce di cuoio d’ippopotamo, intrecciate a due a due fra di loro: le estremità sono sciolte e libere. Si dice che bastino una ventina di colpi con questo strumento per scuoiare la schiena di un uomo robusto. L’urlo della Chesterfiel è lacerante come è lacerata la pelle del suo sedere al primo colpo del flagello. “Cleide, sii degna del Merry Order!” la piccata reazione della francese. Almeno, tenta di non gridare la Simpson ma a lei cola subito il sangue. Peel da tre colpi a ciascuna: lo fa con estrema precisione. E cattiveria. Nove strisce sanguinose si rilevano sulle chiappe delle signore. Poi un altro colpo ciascuna, vibrato di rincorsa. Non riesce a trattenere l’urlo di dolore puro la Simpson, rovesciando all’indietro la testa. Il sangue scende giù lungo le cosce. Peel ha un sorriso cattivo, da selvaggio antropofago. Impugna lo shymbock all’estremità del manico, ne fa poggiare per terra le strisce per buona parte della loro lunghezza, fra le gambe aperte della Chesterfield, indi piega leggermente le ginocchia. Arletty ha già chiuso gli occhi. Il lungo corpo dello scozzese scatta come una molla, le tre strisce e le sei punte di pelle d’ippopotamo si rizzano in alto come i capelli anguiformi di Medusa e finiscono la propria corsa in alto nella tenera carne al centro del bacino della contessa di Chesterfield; una lingua le penetra fin dentro l’ano. Raccapricciante il grido della donna. Istintivamente, in estremo tentativo di difendere la sua intimità, la Simpson stringe assieme le gambe, le ginocchia, le cosce. Ma l’ultimo colpo è ancora sul culo, al colmo delle natiche, dall’alto verso il basso. La frusta è andata in profondità, ha scavato solchi nella carne, asportando la pelle. Lo scozzese ordina ad Arletty di scioglierle; le due dame sono sfinite, si sorreggono per un bel po’ al tavolo, prima di girarsi. Il sangue scende lieve fra le cosce della Chesterfield. “Andate a vestirvi e sparite. Questo due agenti vi scorteranno fino in prossimità delle vostre abitazioni o, ed è meglio per voi, fino al più vicino posteggio di carozze. Non vi ho mai viste né voi avete visto me!” Non hanno neppure il fiato per replicare; a tentoni, sorreggendosi l’un l’altra, attraversano la porta del salone.
Arletty è in piedi, guarda soltanto me, ignorando completamente Peel lo Scozzese. La donna mi getta con lo sguardo un guanto di sfida. Si piega sul bordo del tavolo, esattamente come le colleghe. Tira indietro le mani, quando gliele afferro per legarla “Non ce ne è bisogno!” mi provoca. Però le sue dita artigliano la coperta, tirandone un po’ sulla superficie del tavolo, allorché il flagello, ben manovrato da Peel, si abbatte per la prima volta sul suo deretano. I tre colpi lo rigano profondamente: la pelle abrasa mostra la carne viva, sotto. Irrigidisce le ginocchia, fermando il tremito: si aspetta la frustata nelle parti basse. Invece, indirizzo il flagello proprio al centro delle cosce, laddove i muscoli sono più contratti. Ho preso lo shymbock dalla mano del poliziotto, ma questo Arletty non lo può aver visto. Il fiato le esce dai polmoni con un sibilo. Stringe di nuovo la coperta quando sente il fischio della frusta nell’aria: il colpo, al colmo delle natiche, adesso è stato troppo forte. Lei non ce la fa a non mugolare. “Si giri” le chiedo in maniera abbastanza gentile. Intuisce cosa l’aspetta. Il gigantesco Peel aiuta la francese a sedersi sul bordo del tavolo, isaandola per i fianchi, come se fosse una bambina. Arletty mi guarda; scuoto la testa negativamente. “Bene, è giusto” mormora; scende giù con il busto, appoggiandolo al pianale del tavolo, poi alza le gambe: la parte posteriore delle cosce stilla sangue. Passa le mani dietro le ginocchia e con movimento opposto allarga il più possibile le cosce. La sua natura ed il suo ano sono esposti. Ed è lì che si abbatte lo shymbock. Quando ha smesso di tremare, Arletty rimane nella medesima posizione: le gambe ben spalancate, una sottile stria di sangue le scende giù, macchiando la candida, in questo punto, coperta. Peel sibila fra i denti: come se fosse un fischio d’ammirazione per quella donna che sembra ignorare il tremendo dolore. Gli do l’ultima frustata. Le due estremità di una striscia le marcano pure il ventre, sotto l’ombelico. Toglie le mani, Arletty, e lascia ricadere le gambe. Non ce la fa più a tenerle alzate. Devo porgerle la mano per farla rimettere a sedere: è molto pallida; ansima, la fronte imperlata di sudore; ogni po’, strizza gli occhi, aspettanto che le vampate di sofferenza si attenuino. La sostengo mentre poggia i malfermi piedi sul pavimento; traballa nel camminare. Non ci degna di uno sguardo. Il suo corsetto rimane lì, per terra. “Però – mormora Peel lo Scozzese- che forti sensazioni. Appena a casa, prendo Jane e….”