Cap 25
Madame si apre lo spacco delle mutande. Due anelli d’acciaio sono infissi fra le sue grandi labbra. “Così nessun uomo mi potrà penetrare!” esclama trionfante. Reminiscenza della medievale cintura di castità, ho avuto notizia che vengono applicati a signorine …diciamo: focose…prima del matrimonio. Un po’ come l’anello di contenzione sul glande dei maschietti: quello che si usa nei colleges. Osservo che ci potrebbe passare la lingua, lei annuisce sorridente. “E’ strano che un uomo della tua intelligenza sia finito a fare il servitore!
LA STORIA DI MADAME
Avevo solamente 17 anni quando i miei mi fecero sposare. La prima notte di nozze mio marito mi prese con violenza: mi fece male, molto male. Sapeva farlo soltanto così. Dopo poco, rimasi incinta di Joseph. Anche il parto fu assai doloroso: giurai a me stessa che non avrei mai messo al mondo altri bambini. Mio marito aveva altre donne con cui soddisfarsi… però, qualche volta, esigeva il debito coniugale da me. Non avevo conosciuto altri uomini, fino ad allora. Un giorno vidi Denis, il ragazzo dello stalliere, fare il bagno. Il suo corpo muscoloso e bronzeo, i suoi occhi celesti mi stregarono. Me ne innamorai pazzamente. Lo volevo ad ogni costo. E lo ebbi. In realtà, lui ebbe me. Con gentilezza, a dispetto delle apparenze, mi prese e mi fece godere. Lo incontravo di nascosto, sempre quando mio marito era fuori per lavoro. Trascorrevamo ore felici insieme, anche dopo aver fatto l’amore. Mi scoprii incinta. Feci ricorso ai rimedi soliti, suggeriti dalle conoscenti. Non potevo rischiare di andare da qualche vecchia abituata agli aborti: inevitabilmente, si sarebbe sparsa la voce. Feci credere a mio marito che il bambino che portavo in grembo fosse suo. Egli abboccò. Nacque Pierrette; il dolore del parto fu atroce, ma meno del primo. Aspettai che fosse svezzata, prima di riprendere i miei incontri con Denis, che nel frattempo si era sposato. Mireille era molto gelosa. Mi affrontò a male parole, minacciando di dire tutto a mio marito. La irrisi, la trattai come una povera visionaria che si inventava le cose. Si vendicò, a modo suo. Denis ormai sfuggiva ai miei incontri da parecchio tempo; gliene chiesi la ragione: aveva una brutta malattia. Pustole ricoprivano il suo basso ventre e non poteva più fare all’amore: gli bruciava troppo, perfino quando orinava. Mio marito chiese il divorzio: più cresceva, più appariva chiaro che Mireille non poteva esser sua figlia. Ero agiata di famiglia ed andai a vivere da sola. Troppo sola. Avevo una domestica, si chiamava Mireille anche lei. L’avevo sempre trattata come si fa normalmente con il personale di servizio; ma lei, dopo un mezzo anno, cominciò a guardarmi in modo strano, appassionato. Mi chiese il permesso di sculacciare Joseph. Caddi nella trappola. Aveva 7 anni allora mio figlio. Se lo mise sulle ginocchia, gli scoprì il sederino e lo sculacciò con la mano nuda. Vedendo arrossarsi le natiche di mio figlio, provai una strana sensazione. Non mi importava degli strilli e dei pianti del bambino. Avrei voluto essere al suo posto: avrei voluto esser io distesa sulle ginocchia di Mireille, nuda a ricevere tutti quei sculaccioni. Ben presto, finii a letto con lei. Il piacere era reciproco; prima ci sculacciavano, ma leggermente, per aumentare l’eccitazione, poi…. Poi spedii Joseph in collegio, affinchè avesse un’istruzione decente. Avevo parecchi spasimanti, tutti respinti. Mireille mi bastava. Era un piacere vederla quando con la spazzola arrossava il deretano della mia Mireille. E, dopo, il mio. Trascorremmo cinque anni felici insieme. Però non potevamo nascondere i nostri reciproci sentimenti: il nostro rapporto, “insano” come disse il Prefetto, era uscito alla luce del sole. Ebbi noie con la giustizia. Dovetti abbandonare la Francia e mi rifugiai qui a Londra. Vivevo dando lezioni di francese e di bon ton alle signorine della buona società. Non le battevo mai: a me piace esser frustata, non frustare! Circa quattro anni fa, venni a conoscenza che esisteva un’associazione, di sole donne, che si sculacciavano a vicenda. Feci in modo di poterci entrare. Inutile che racconti i particolari…. Godevo, e godo, quando sono distesa sul tavolo e sento le verghe colpirmi il culo, dilaniarlo, insanguinarlo…Brrr, brrr…meglio finirla qui!” Mi permetto domandarle perché si è fatta punire così atrocemente da me, una settimana fa. “ Hai mai visto mia figlia Mireille? Ha 16 ormai, ed è una ragazza ribelle. Vuole fare tutto quello che vuole. Ed io non le concedo tutto. E’ abituata alle punizioni. La cinghia o la bacchetta si sono abbattute spesso sul suo posteriore. Lunedì scorso, si era comportata molto, ma molto male. Impugnai la bacchetta, pronta a punirla. Si sarebbe dovuta scoprire e piegarsi, come aveva sempre fatto. Invece no. Mi irrise, mi diede i peggiori appellattivi: disse che ero una puttana, una gomorroide…. La colpii con la bacchetta, ma sulla guancia. Un orrenda striscia rossa e la punta finì nell’occhio di mia figlia! Urlò di dolore. Ne rimasi scossa. La portai subito dal medico. Il responso terribile: forse avrebbe perso l’occhio! Ricoverata subito in ospedale. Dovevo essere punita: sul ventre che l’aveva generata, sul seno che l’aveva allattata….perciò chiesi di voi ad Antoinette….” “Come sta adesso vostra figlia?” volli informarmi per educazione e per interesse. “Torna a vedere qualche ombra, ma l’occhio è sempre pieno di sangue…e vacuo…terribilmente vacuo…” le riprende il rimorso per quello che ha fatto a sua figlia. Piange a dirotto. Non l’aveva fatto giovedì, quando il dolore fisico ha devastato il suo corpo.
Cap. 26 LA FINE DELL’ORDINE
E così le cinque si riuniranno tra una settimana. Il Consiglio del Merry Order: devono prendere decisioni importanti, considerata la fretta. Dorothy è già in Atlantico, diretta in Canada. Il merito, stavolta, è stato tutto di Maggie. E’ stata lei a circuirla, negli ultimi otto mesi, si è giaciuta con lei, gli ha fatto, ed ha subito, le peggiori cose. Ma alla fine, ha ottenuto la chiave della cassaforte. I migliori scrivani di Peel lo Scozzese hanno lavorato duro, la calligrafia del diario è identica a quella di lady Pottingham; anche la sua firma sembra quella vera.
La duchessa di Worcester sedeva rigida nella sua poltrona. I lineamenti del volto tirati per l’adirazione; davanti a lei, su un tavolinetto, un fascio di fogli manoscritti. La guardavo immobile e silenzioso: doveva esser lei a parlare per prima. Doveva bere fino all’ultima goccia l’amaro calice.
“Ebbene sì, sono stata tradita! L’ho fatta entrare io nel Consiglio, io l’ho fatta tatuare e, adesso, questa qui mi ripaga in tal modo! Scrive delle cose, oscene e non veritiere fra l’altro, e spiattella tutti i segreti del Club! Sarà punita e molto duramente! Ah, se ne pentirà amaramente. Ho un paio di cose da chiedervi. Come mai non me lo ha portato la vostra padrona, questo Diario?”
“In realtà, signora, l’ho consigliata io di non farlo. E di non leggerlo neanche. Ritengo più giusto avervelo consegnato così com’è. Non mi sono permesso neppure di scorrerlo velocemente” rispondo
“Non credo nemmeno ad una vostra parola! Voi l’avete letto, eccome se lo avete letto! Meritereste di esser punito, per queste vostre menzogne. Ah, se non ci fossero questi Liberals al potere…vi farei tagliare le orecchie e il naso! Ma avete ragione: contiene segreti pericolosi.” Tacque, pensierosa. Alzò il mento in atteggiamento altero. Si rivolse alla sua dama di compagnia. “Arletty, dopo, quando questo servitore se ne sarà andato, mi punirai perché sono stata cieca e sorda. Eppure i segnali c’erano… Voi, andatevene. E riferite queste mie parole al vostro padrone, al vostro vero padrone. Tra pochi minuti, la duchessa di Worcester saprà ben scontare la propria dabbenaggine. Andate”
Era stata una grande umiliazione, per lei, riconoscere la propria cecità nei confronti di lady Pottingham. Arletty l’avrebbe frustata, duramente: si sarebbe fatta dare almeno una cinquantina di vergate. Non credo di meno, visto il tipo.
Non volevo assolutamente essere nei panni di Polly!
Eravamo appostati al buio. Le quattro donne entrarono circospette, guardandosi attorno nella sede del Merry Order . la duchessa era già là; Polly arrivò per terza, preceduta da lady Chesterfield. Passarono una decina di minuti ed il vecchio cinese bussò al portone. Era solo, non l’accompagnava la assistente: in mano una consunta cassettina di vimini.
Ah come mi sarebbe piaciuto assistere! Lasciammo trascorrere un paio d’ore, forse di più. Gli uomini di Peel lo Scozzese si andavano radunando nel massimo silenzio. Il capo dello Scotland strinse la mano ad Homer, parlottarono un po’ quindi portò il fischietto alla bocca. Tra i sibili dei fischietti, una decina di agenti sfondarono il portone e si precipitarono dentro. Homer mi fece cenno di attendere ad entrare anch’io: dovevo farlo dopo che lui ne fosse uscito. Un paio di minuti dopo, varcava di nuovo il portone, di corsa ed abbracciato ad un alto corpo femminile, nascosto da un nero mantello con cappuccio. Lindasy portò subito la carrozza davanti ai due, lo sportello già spalancato. Homer e la duchessa montarono in gran fretta. Entrai nella mitica sede del mitico “Merry Order”, proprio mentre due poliziotti ne trascinavano fuori Gong Li, tenendolo per le braccia: i suoi piedi non toccavano terra. Fu Peel, sull’uscio di una stanza, a chiamarmi a sé e mi fece entrare. Era il vasto salone che aveva descritto Antoinette. Stoffe rosse alle pareti, qualche sedia dello stesso colore. Al centro un enorme tavolo, coperto da una spessa tovaglia bianca. Sopra la tovaglia, il corpo di lady Pottingham. Una pozza di sangue si allargava sul suo ventre, mentre i seni, appiattiti, erano sporchi ugualmente di sangue. La lady era svenuta. L’avevano legata con le braccia e le gambe in croce. Gong Li le aveva tolto il tatuaggio; per fortuna di lei, era abbastanza recente: il cinese non aveva dovuto scavare a fondo la carne. I capezzoli glieli avevano strappati a morsi, invece per sfogare tutta la loro rabbia. Si dice che lo facciano anche i massoni, contro i traditori. No, il coltello macchiato giaceva ancora accanto al busto di lady Pottingham. La lama era seghettata: la donna doveva aver sofferto molto mentre gliela passavano avanti e indietro per reciderle i capezzoli. Un agente, dalla faccia disgustata, la sciolse: Maggie si occupò di lei, facendole annusare i sali e coprendola con il proprio scialle. L’emorragia riprese, non tanto dal ventre, dove la bruciante salamoia aveva stagnato il sangue, quanto dalle mammelle.
Non potevo, nonostante tutto, sopportare quella vista: il corpo straziato di una bellissima donna.
Erano rimasti solamente due agenti, Peel ed io. La contessa di Chesterfiled aveva un’espressione altera, sembrava perfino disgustata dalla nostra presenza. Le era stata data una vestaglia da mettere sopra al corsetto per coprire le sue nudità. Si rifiutava di rispondere alle domande. Mrs Simpson, d’altro canto, piangeva tutta, per la vergogna. Di Arletty, volli occuparmene io, col permesso di Peel. Non l’avevo mai vista spogliata e, lo riconosco, faceva la sua bella figura, nonostante il mezzo secolo di età. Non raggiungeva la bellezza della padrona, ma la pelle, che mostrava nuda, non presentava nemmeno una grinza, le cosce erano ancora toniche, il seno bene eretto. Appositamente, avevo impedito che le fosse fornito alcunchè per coprirsi.
“Mademoiselle – esordii- ormai il Merry Order è finito. Stasera, vi siete spinte troppo oltre. C’è l’accusa di omicidio, per voi. Ma…ma, voi personalmente potreste cavarvela a buon mercato. Pensateci bene: non siete nobile, non potrete godere delle conoscenze e della amicizie di cui godono le altre. La duchessa vi abbandonerà al vostro destino. Rischiate l’ergastolo, se non la forca.” Alzò gli occhi a guardarmi in faccia, con espressione sgomenta. “Raccontatemi tutto del Club. E, vi prometto, farò tutto quanto in mio potere affinchè la vostra sia una condanna clemente”
Inghiottì parecchio, poi tossicchiò per schiarirsi la voce: era pronta a parlare. “Sono al servizio della duchessa da oltre 20 anni. L’ho aiutata, come potevo, a fondare il Club. Ci riuniamo, ci riunivamo, per trascorrere qualche ora insieme per dar sfogo ai nostri istinti…” mi raccontò la genesi e l’evolversi del Club. Nella sua ingenuità in queste cose, Arletty non aveva mai sospettato che fosse un cenacolo con scopi sovversivi. E non lo era, all’inizio. Da quando la duchessa si era affiancata Corinna, le cose avevano cominciato a cambiare: Corinna voleva far entrare nuove consorelle, preferibilmente mogli e parenti di banchieri e d’industriali, invece che nobili dame dell’aristocrazia. E la duchessa le dava ascolto. Lady Wallstone, ad esempio, sembrava assai ricca ed, inoltre, aveva il vizio del gioco. Quindi, era facilmente ricattabile. Mrs Mops era la moglie di uno dei banchieri più importanti della City. Lady Pottingham aveva amicizie influenti. Tuttavia Arletty non sapeva assolutamente chi fosse Corinna: non l’aveva mai vista senza maschera e, poi, lei veniva solo alla riunione plenaria, una volta l’anno. Lo stesso faceva la strana signora vestita di nero, che stava sempre zitta. Arletty, però, era convinta che fra la gran dama in nero, perché si vedeva che era una gran dama, Corinne e la duchessa di Worcester ci fossero contatti ben più frequenti, dei quali la padrona e consorella non la informava mai.
Cap 27 IL RACCONTO DI ARLETTY
“Non mi convinceva, neppure a me, la veridicità del Diario di Lady Pottingham. Diceva molte cose, ma ne nascondeva tante altre, come se lei non ne fosse a conoscenza. E non era vero! Mi sembrava artefatto, una trappola che volevano tenderci. Ne siete stato voi l’ideatore? No, è vero: non mi sembrate così furbo! Dopo che ve ne foste andato, una settimana fa, la duchessa era angosciata. Le espressi le mie perplessità sul Diario. Ma ella non volle sentire. Si era impegnata con un altissimo esponente del Governo: se fosse trapelato qualcosa del Club, soltanto trapelato badate bene, lei lo avrebbe disciolto. Ma prima avrebbe punito la colpevole del tradimento. Si fece dare sessantatrè bacchettate, quel pomeriggio. Una per ogni anno di età. Mi spingeva a dargliele sempre più forti, mentre il suo deretano si arrossava vieppiù. Lo feci con piacere, non lo nascondo. Lei, nelle nostre riunioni, non si vuol mai far toccare. Lei e la francese: poi si rinchiudono per una o due ore nella stanza privata della duchessa, al termine della seduta.
Stasera, lady Pottingham si è difesa con tutte le sue forze. Prima la rabbia di esser stata incastrata da un servo- alludeva a voi, adesso lo so- poi la commozione. Ha pianto, ha supplicato: la duchessa ha letto alcune pagine del Diario. Lei le ha disconosciute, ha insultato perfino. E’ stata necessaria tutta la nostra forza per legarla al tavolo. Il cinese sembrava insensibile alle sue grida di dolore, procedendo a strapparle la pelle. Uno spettacolo orrendo…ma eccitante… così come eccitante è stato stringere il suo caporello – utilizzò proprio questo termine, d’etimo francese- e passare la lama del coltello, fino a staccarglielo a metà. L’opera è stata compiuta da Vanessa: lo ha alzato trionfante come un trofeo. Ero appena uscita dal salone, per andare a prendere l’ago e il filo quando ho sentito i sibili dei fischietti: il portone crollare a terra sotto la spinta di due energumeni in divisa scura. Abbiamo urlato, cercato di scappare nella confusione…tutte, meno la duchessa. Ha atteso a piè fermo, accanto a lady Pottingham. Un uomo dai capelli bianchi l’ha rivestita con un domino nero, le ha tirato un cappuccio sulla testa, l’ha abbracciata e sono scappati via….vedo dalla vostra espressione, che si erano messi d’accordo. La duchessa ha venduto il “Merry Order”! Come vorrei averla frustata in peggior modo!”
Gli occhi le si riempiono di lacrime sincere. Parlo con lo Scozzese. Credo d’interpretare la volontà dei miei superiori e lui quella dei suoi. Ci sembra la soluzione migliore. Una alla volta, i due agenti scortano le tre dame riunendole nella sala grande. la coperta sul tavolo è ancora intrisa di sangue: nessuno ha pensato a toglierla. Per terra, ammucchiate ed abbandonate, quattro verghe di frassino. Le tre donne sono impaurite; la Chesterfield reitera le sue vibrate proteste ma ben presto si accorge di parlare all’aria; la signora Simpson piange sommessa quelle poche lacrime che le sono rimaste; Arletty aspetta, semplicemente, le mani dietro la schiena in atteggiamento remissivo: sospetta ciò che le sta per accadere. La voce roca di Peel è resa ancor più gracchiante dall’eco che la diffonde nel salone; anch’egli tiene le mani nascoste dietro schiena “Signore, stasera qui è stato commesso un omicidio! Dopo che vi sarete rivestite, vi porterò al posto di polizia!” Arletty sbuffa, annoiata dalla commedia. La Simpson si butta in ginocchio, con le mani giunte: implora l’alto poliziotto di tenerla fuori dalla faccenda: lei non c’entra niente. Il marito morirà di crepacuore, sapendola coinvolta in questa sporca faccenda. Tossicchio per attirare l’attenzione. “Forse, signore, ci potrebbe essere una soluzione” . in due paia di occhi si riaccende la speranza; in un volto, la concupiscenza. “ Accettereste di farvi frustare? Frustare duramente, intendo? Esattamente quello che voi avreste voluto fare, dopo, alla donna che stava legata qui sopra. Una volta ricevuta questa dura lezione, sarete accompagnate nelle vicinanze delle vostre abitazioni e lasciate. Nessun poliziotto vi darà più noia ed ognuno di noi dimenticherà in maniera più assoluta questo triste episodio”. I vari colori che si alternano sul loro volto, ricordano le lanterne magiche dei baracconi da fiera. Arletty è la prima a fare un passo avanti: “Accetto” dice con voce chiara e decisa; immediatamente la segue la Simpson, ma la sua voce è rotta dall’emozione. Quella che mostra più ritrosia è la Chesterfield, ma non può fare altro. “Lady Chesterfield, signora Simpson, Mademoiselle denudatevi, vi prego”. Impiegano un po di tempo a farlo. La contessa si mantiene ancora tonica. La Simpson denuncia l’avanzare dell’età e del grasso. Arletty è statuaria, ma come una statua antica: rovinata dalle crepe, nelle parti del busto che il corsetto aveva nascosto. La voce del poliziotto è imperativa: “ Piegatevi sul tavolo, dal lato corto così non vi sporcherete con il sangue. E voi – rivolto alla dama di compagnia- legatele bene” Il legaccio di sinistra serve per la Simpson, quello di destra per la Chesterfield: passa la corda all’altezza dei gomiti, come una professionista, ed i nodi sono ben stretti. “Allargate le gambe: la pussy ben in vista!” Non è affatto elegante, mister Peel quando si ricorda di essere nato nei bassifondi. Da dietro la schiena, finalmente, mostra la mano: nel pugno, il manico dello shymbock. Arletty ha un involontario tremito quando vede la frusta dei Boeri. L’adoprano in Sudafrica perché, dicono, la pelle dei negri è particolarmente coriacea. Lo shymbock è costituito da sei strisce di cuoio d’ippopotamo, intrecciate a due a due fra di loro: le estremità sono sciolte e libere. Si dice che bastino una ventina di colpi con questo strumento per scuoiare la schiena di un uomo robusto. L’urlo della Chesterfiel è lacerante come è lacerata la pelle del suo sedere al primo colpo del flagello. “Cleide, sii degna del Merry Order!” la piccata reazione della francese. Almeno, tenta di non gridare la Simpson ma a lei cola subito il sangue. Peel da tre colpi a ciascuna: lo fa con estrema precisione. E cattiveria. Nove strisce sanguinose si rilevano sulle chiappe delle signore. Poi un altro colpo ciascuna, vibrato di rincorsa. Non riesce a trattenere l’urlo di dolore puro la Simpson, rovesciando all’indietro la testa. Il sangue scende giù lungo le cosce. Peel ha un sorriso cattivo, da selvaggio antropofago. Impugna lo shymbock all’estremità del manico, ne fa poggiare per terra le strisce per buona parte della loro lunghezza, fra le gambe aperte della Chesterfield, indi piega leggermente le ginocchia. Arletty ha già chiuso gli occhi. Il lungo corpo dello scozzese scatta come una molla, le tre strisce e le sei punte di pelle d’ippopotamo si rizzano in alto come i capelli anguiformi di Medusa e finiscono la propria corsa in alto nella tenera carne al centro del bacino della contessa di Chesterfield; una lingua le penetra fin dentro l’ano. Raccapricciante il grido della donna. Istintivamente, in estremo tentativo di difendere la sua intimità, la Simpson stringe assieme le gambe, le ginocchia, le cosce. Ma l’ultimo colpo è ancora sul culo, al colmo delle natiche, dall’alto verso il basso. La frusta è andata in profondità, ha scavato solchi nella carne, asportando la pelle. Lo scozzese ordina ad Arletty di scioglierle; le due dame sono sfinite, si sorreggono per un bel po’ al tavolo, prima di girarsi. Il sangue scende lieve fra le cosce della Chesterfield. “Andate a vestirvi e sparite. Questo due agenti vi scorteranno fino in prossimità delle vostre abitazioni o, ed è meglio per voi, fino al più vicino posteggio di carozze. Non vi ho mai viste né voi avete visto me!” Non hanno neppure il fiato per replicare; a tentoni, sorreggendosi l’un l’altra, attraversano la porta del salone.
Arletty è in piedi, guarda soltanto me, ignorando completamente Peel lo Scozzese. La donna mi getta con lo sguardo un guanto di sfida. Si piega sul bordo del tavolo, esattamente come le colleghe. Tira indietro le mani, quando gliele afferro per legarla “Non ce ne è bisogno!” mi provoca. Però le sue dita artigliano la coperta, tirandone un po’ sulla superficie del tavolo, allorché il flagello, ben manovrato da Peel, si abbatte per la prima volta sul suo deretano. I tre colpi lo rigano profondamente: la pelle abrasa mostra la carne viva, sotto. Irrigidisce le ginocchia, fermando il tremito: si aspetta la frustata nelle parti basse. Invece, indirizzo il flagello proprio al centro delle cosce, laddove i muscoli sono più contratti. Ho preso lo shymbock dalla mano del poliziotto, ma questo Arletty non lo può aver visto. Il fiato le esce dai polmoni con un sibilo. Stringe di nuovo la coperta quando sente il fischio della frusta nell’aria: il colpo, al colmo delle natiche, adesso è stato troppo forte. Lei non ce la fa a non mugolare. “Si giri” le chiedo in maniera abbastanza gentile. Intuisce cosa l’aspetta. Il gigantesco Peel aiuta la francese a sedersi sul bordo del tavolo, isaandola per i fianchi, come se fosse una bambina. Arletty mi guarda; scuoto la testa negativamente. “Bene, è giusto” mormora; scende giù con il busto, appoggiandolo al pianale del tavolo, poi alza le gambe: la parte posteriore delle cosce stilla sangue. Passa le mani dietro le ginocchia e con movimento opposto allarga il più possibile le cosce. La sua natura ed il suo ano sono esposti. Ed è lì che si abbatte lo shymbock. Quando ha smesso di tremare, Arletty rimane nella medesima posizione: le gambe ben spalancate, una sottile stria di sangue le scende giù, macchiando la candida, in questo punto, coperta. Peel sibila fra i denti: come se fosse un fischio d’ammirazione per quella donna che sembra ignorare il tremendo dolore. Gli do l’ultima frustata. Le due estremità di una striscia le marcano pure il ventre, sotto l’ombelico. Toglie le mani, Arletty, e lascia ricadere le gambe. Non ce la fa più a tenerle alzate. Devo porgerle la mano per farla rimettere a sedere: è molto pallida; ansima, la fronte imperlata di sudore; ogni po’, strizza gli occhi, aspettanto che le vampate di sofferenza si attenuino. La sostengo mentre poggia i malfermi piedi sul pavimento; traballa nel camminare. Non ci degna di uno sguardo. Il suo corsetto rimane lì, per terra. “Però – mormora Peel lo Scozzese- che forti sensazioni. Appena a casa, prendo Jane e….”