Archivio per Gennaio, 2010

Racconto di sculacciate: Umiliazione

31 Gennaio 2010

Suoc ci invia la terza puntata del suo bel racconto di sculacciate. Per chi le avesse perse, invito a leggere la prima puntata e la seconda, ne vale la pena.

Colgo l’occasione per ricordare che chiunque può partecipare al blog con un racconto, basta inviare una mail a sculacciata76@yahoo.it

3 Umiliazione

Alessia aveva le mutandine calate.
Sapevo sarebbe successo, prima o poi.
Dario le toccava la micetta.
Non avevano ascoltato la porta aprirsi, non avevano sentito i passi miei e di mia moglie avvicinarsi.
Non potevo permettere loro di fare cose del genere in casa mia.
Presi lei per un orecchio esclamando: “Dario, non so come tu ti sia permesso. Non solo per averlo fatto in casa, ma anche per il rispetto che devi a questa ragazza. Per un mese non uscirai e il sabato mattina farai le pulizie in casa.”
Alessia tentava di ritirarsi su le mutandine e con lo sguardo la vedevo cercare la gonna per la stanza. Mi rivolsi a lei e con sarcasmo e le sottolineai quanto la cosa fosse inutile, tanto gliele avrei tirate giù io a momenti.

Decisi di calmarmi un po’.
“Avete 5 minuti per sistemarvi, poi venite di là…”

Non ero contrario alla relazione tra mio figlio ed Alessia, ma pensavo, magari un pensiero all’antica, che un ragazzo dovesse aver rispetto per la sua fidanzata e, pensavo, che quel rispetto significasse anche non toccarla prima del… matrimonio? Della convivenza?

Avrei sculacciato solo lei.
Perché una ragazza che si lascia toccare è una ragazza facile.
L’avrei sculacciata perché Alessia infondo è una bambina. Si sente abbastanza grande da farsi infilare le mani nelle mutandine da un ragazzo ?
Allora è giusto che io le ricordi che invece è solo una bambinetta che può ancora finire sulle mie ginocchia, con le mutandine alle cosce a farsi sculacciare.

L’avrei sculacciata sonoramente, certo.
L’avrei fatta piangere, ma non era sufficiente.
Volevo umiliarla, di modo che non si sarebbe più azzardata a tirar giù le mutandine.
Ma come?

Proprio mentre riflettevo seduto in cucina i due ragazzi varcarono la soglia.
Una cosa importante non ho detto: sebbene Alessia avesse appena 18 anni, Dario ne aveva già 29; il mio stato di apprensione credo fosse comprendibile. Credo che fosse normale da parte mia cercare di proteggerla.

“Papà…scusa…è stata colpa mia…la merito io la punizione…Alessia non c’entra…per piacere”
Guardai mio figlio.
Teneva la sua bella principessa per mano, ed io ero fiero del gesto, della difesa, anche se non lo diedi a vedere.
“Vedi di stare zitto. Sono deluso da te. Quella ragazza ha 18 anni, come ti sei permesso? Ed ora non volete essere puniti?
Alessia tirò su con il naso, piangeva già.
“Bene, non mi dire che ti fai tirare giù le mutandine da chiunque e poi piangi per una sculacciata così….”
Alessia mi guardò arrabbiata per la prima volta.
“Mi dispiace tesoro” dissi con un filo di dolcezza “ma devo punirti, hai fatto una cosa grave….”

Alessia non pinageva come avevo pensato, era terrorizzata.
Sapeva che stavolta gliene avrei date tante da non farla sedere per giorni.

“Bene, allora, iniziamo?”
Alessia con la sua vocina dolce mi chiese se poteva, prima di iniziare, andare in bagno.

L’occasione che mi serviva, servita su un piatto d’argento.

“Bene” sorrisi cattivo “andiamo”.
Mi incamminai verso il bagno e loro mi seguirono.
Spalancai la porta e li feci entrare entrambi.
Alessia era ferma immobile, credo che avesse già capito.
Dario guardava la scena.
Dopo un po’ decisi di sbloccare la situazione: “bene Ale, fai la pipì…”
Alessia mi guardò raggelata, mentre Dario sbigottito guardava da una parte all’altra.
“Forza!”
“No, non voglio più…non c’è problema, andiamo in cucina.” Disse lei
“No, non posso rischiare che tu mi faccia la pipì addosso…forsa, giù le mutandine e sali sul water…”
Alessia mi guardò terrorrizzata: “la prego, questo no…io…mi sculacci, sono d’accordo…anche duramente…”
“No tesoro, devi imparare a pensarci due volte prima di lasciarti infilare le mani tra le cosce da chicchesia. Giù le mutandine, non voglio ripeterlo.”
Alessia si avvicinò al water, si infilò me mani sotto la gonnellina abbassando gli slip, poi alzò la gonna, cercando comunque di tenerla bassa sulla micetta e, fissando il pavimento, si sedette sul water.
Aspettammo molto tempo, per l’imbarazzo Alessia non riusciva ad orinare.
“Più ci metti e peggio è per te…anche per le sculacciate dopo” le dissi
Alessia si sforzò… poche gocce…poi qualcuna di più…infine lo scorrere della pipì. Imbarazzatissima, finito, avvicinò la mano alla cartaigienica.
“No, aspetta…”la bloccai “Dario, ci pensi tu!”
Alessia scoppiò in lacrime, pregandomi di non farla vergognare così, ma io ero deciso a darle una lezione. Dario prese un po’ di carta e l’asciugò, mentre io li guardavo.
Poi rossa in volto, e piangendo, Alessia si alzò in piedi ritirando su le mutandine e aggiustando la gonna.
Singhiozzava molto scossa.
Sapevo che stavolta avevo esagerato, ma era per il suo bene.
Dario l’abbraccio forte, nonostante io fossi presente.
Decisi di dare ad entrambi cinque minuti.
“Tra cinque minuti venite in cucina…”
Dario annui tenedola stretta tra le braccia.

In cucina non c’era nessuno.
Accesi la luce e tolsi le sedie dal tavolo.
Mi sedetti.
Dopo quattro minuti Alessia e Dario arrivarono.
Lei con gli occhi rossi e tremante, lui che le teneva la mano, con uno sguardo d’odio nei miei confronti.
Alessia senza dire nulla, staccandosi da Dario mi si avvicinò per stendersi sulle mie ginocchia.
Ma stavolta avevo altri piani.

La feci appoggiare sul tavolo, con i piedi sollevati, sospesa.
Le alzai la gonnellina.
Indossava delle mutandine bianche.
Pensai di non togliergliele subito.
Mi sfilai la cintura dei pantaloni ed iniziai a cinghiarla duramente.
Le diedi 20 cinghiate.
Le mutandine si erano infilate tra le natiche.
Ad ogni cinghiata il colorito del culetto di Alessia diventava sempre più rosso.
Dopo 30 colpi mi fermai e le tolsi le mutandine, completamente.
Alessia piangeva ancora, e i glutei erano pieni di striature rosse.
Ripresi a cinghiarla a culetto nudo.
Dopo altre 30 cinghiate, riconobbi il suono dei suoi singhiozzi.
Il culetto era rossissimo, ed Alessia che di solito rimaneva composta durante le punizioni, aveva iniziato a muovere le gambe, che aperte, esibivano il suo fiore più bello.
La mia bambina le prendeva stoicamente, senza supplicare una pausa, ma ad ogni colpo gridava come mai l’avevo sentita fare.
Sapevo che il dolore era forte, ma volevo ricordasse per molto tempo quanto forte.
Ora ogni cinghiata produceva un urlo disperato e calde lacrime.
Arrivai 80 colpi totali, tra quelli che le diedi sulle natiche e sulle cosce.
Il pianto oramai era continuo, ed anche le grida…la presi per l’orecchio e la portai al solito angoletto. Le slacciai io la gonna sfilandola e lasciandola lì a culetto nudo.
Non avevo mai visto Alessia così scossa, né un culetto così rosso.
Le striature rosse scure si sovrapponevano ad altre altrettanto rosse, formando una superficie bellissima.
“Così per 10 minuti, poi finiamo”

“Poi finiamo”, volevo che si spaventasse.
Ed infatti i singhiozzi erano aumentati.
Dopo dieci minuti la feci voltare.
Aveva smesso di piangere anche se respirava a fatica, le mani sempre a comprirsi davanti.
“Bene, adesso togliti la maglietta e il reggiseno”
Alessia se possibile divenne ancora più rossa in viso.
“Papà…l’hai punita, ti prego basta. Il resto spetta a me…”
Sorrisi a mio figlio: “no, Dario, l’unico modo per far capire ad entrambi è punire lei…”
Alessia non si decideva.
“D’accordo. Puoi scegliere. O ti togli la maglietta oppure ti rimetti sul tavolo..”
Alessia sembrò pensare.
Poi si incamminò verso il tavolo.
Non potevo crederci, sceglieva altre cinghiate?
Picchiarla ancora mi dispiaceva, le avevo dato un numero già soddisfacente di cinghiate, ma non avevo scelta.
Ripresi in mano la cinta e le diedi una nuova cinghiata, molto forte.
Alessia cacciò un urlo impressionante, ma non si alzò.
Arrivammo a dieci cinghiate dello stesso genere, poi finalmente, si arrese.
“La preggooo…mi spoglio…basta…” piangeva e singhiozzava, il culetto doveva farle davvero male.
“Va bene, ma prima ti darò altre 10 cinghiate, come multa…”
“Papà….”
Dario provava di nuovo a dire qualcosa ma io lo ignorai.
“Anzi, prima ti spogli e poi ti do altre dieci cinghiate.”
La ragazza tremante si sfilò la maglia.
Portava un reggiseno bianco, imbottito, ricamato.
Sganciò il ferretto e lo tolse.
Bianchi seni di media grandezza balzarono fuori, mentre lei, imbarazzata non smettiva di piangere.
Osservai i capezzoli più scuri farsi duri a contatto con l’aria e con gli sguardi.
Poi la feci rivoltare e risistemare sul tavolo.
La cinghiai ancora, anche se avrei voluto solo abbracciarla e chiederle di promettermi di non farlo mai più. Le diedi altre dieci cinghiate, prevalentemente sulle cosce. Ma piano.

Poi la feci voltare.
Era completamente nuda, molta bella in tutto quell’imbarazzo che la spingeva a coprirsi un po’ ovunque.
“Alessia, voglio che mi prometti, qui, adesso, di non farlo più…la verginità è una cosa che una volta persa non si recupera, come l’innocenza dei tuoi occhietti, non voglio che tu ne abbia a pentirtene”
Alessia mi guardò profondamente, e smettendo di piangere, anche se i singhiozzi le venivano ancora naturali: “non lo farò più…lo prometto…anche se…non lo avrei fatto comunque….Dario lo sa….erano solo….coccole…”
Le sorrisi, Alessia era una ragazza giudiziosa, ma le cose spesso si trascinano anche non volendo. Proprio questo dovevo arginare.
“Dovevo punirti, credo che tu lo sappia tesoro”
Alessia piangeva di nuovo.
L’abbracciai forte.
“Bene, vai in camera tua adesso. Dario, hai il permesso di andarci anche tu…ma…occhio ragazzi che vi controllo…lasciate la porta aperta…puoi metterle qualcosa su quel sedere..e tra un’ora vi spostate in salotto.”

Vandea

30 Gennaio 2010

Lei girava per le stradine del paese incuriosita dai negozi; si fermava lunghi minuti a guardare le cose esposte, talvolta pura paccottiglia, talvolta pezzi interessanti. Alla fine del corso, si apriva un vicoletto cieco e, proprio all’angolo, un negozietto piccolo piccolo. Roba dozzinale nei cesti di vimini di fuori, un solo oggetto, quello solo, nella minuscola vetrina. Ne fu attratta. Era di ferro battuto, sembrava antico: un asta con in cima il Giglio di Francia; fra i ghirigori dello stemma, sembrava come se vi spuntassero dei chiodi, solidi chiodi; ma lei non poteva bene a causa del riflesso del sole sul vetro.
“E’ interessata, signorina?” disse l’ometto spuntato all’improvviso sulla soglia del negozio. Simona rimase allibita: come fa a sapere che sono italiana? E come fa a sapere che sono ancora signorina, a dispetto dei miei 34 anni? Sì, me li porto bene, però…la pelle comincia a cedere, le rughe all’angolo delle labbra si vedono, pure il corpo si sta allargando, la cellulite avanza, d’altronde sono di costituzione robusta…
“ E’ interessata all’oggetto esposto? Venga dentro che le racconto a che cosa serviva” la voce dell’ometto era accattivante, invitante ma nulla aveva dell’imbonitore; sembrava piuttosto uno studioso, pensò Simona, con i suoi occhialini di metallo e la sua capoccia calva. Entrare nella penombra del negozio dal sole abbacinante dell’esterno, rese per un attimo cieca Simona. “Guardi, ho per caso proprio due sedie, stile Impero. Si sieda, la prego, intanto io vado a prendere l’oggetto” disse premuroso l’ometto, in italiano. Tirò dentro l’oggetto, trattandolo come una reliquia o come se fosse fatto di cristallo, anziché di ferro brunito.
A vederlo da vicino, a Simona sembrava uno di quei ferri che servono a fare le ostie o le cialde, solo che questo non aveva la chiusura a libretto; un’asta lunga una novantina di centimetri, con in cima il fiordaliso, largo come il palmo di una mano maschile. Aveva visto bene: chiodi piramidali sporgevano ad ogni intersezione del ferro. E il manico non era affatto saldato al fiordaliso: era stato ricavato da un’unica sbarra, lavorata finemente dal fabbro che l’aveva costruito.
Ma, soprattutto, a che cosa serviva?
“A sculacciare le sanculotte!” disse l’ometto come se le avesse letto nel pensiero. Simona arrossì, inconsciamente: a lei piaceva leggere di sculacciate; andava perfino su internet e scaricava i filmati che mostravano bei culi, sia di maschi che di femmine non faceva differenza, sculacciati con la mano, con il paddle, con la bacchetta…a Simona piaceva, però non aveva trovato ancora nessuno né da sculacciare né che la sculacciasse. Non aveva neanche trovato nessuno che facesse l’amore con lei, se è per questo. Simona era ancora vergine!
“La Rivoluzione porta sempre sconvolgimenti seco, vendette sociali e private, persone linciate senza una colpa, innocenti spediti alla ghigliottina…un bagno di sangue…poi, ed è una fortuna, la strage cessa. Allora quelli che avevano subito le angherie, tendono a vendicarsene e la spirale di violenza ricomincia. – stava dicendo l’ometto con la sua voce pacata ma chiara- Nel 1793 la Vandea insorse contro i rivoluzionari, dopo che Luigi XVI e Maria Antonietta erano stati ghigliottinati a Parigi. Qui, nel nord, si formò un vero e proprio esercito di quasi 300.000 uomini che scese in battaglia contro la Convenzione. La Vandea diventò “bianca” e legittimista. Nessuno aveva dimenticato quello che i rivoluzionari avevano fatto durante il Terrore. Si scatenò la caccia al sanculotto…lo sa perché si chiamavano così? Era spregiativo: i popolani, allora, non potevano permettersi le mutande e perciò non le portavano, a differenza dei nobili.
Ma non si potevano ammazzare tutti quelli che, senza neppure troppa colpa personale, avevano aderito ai principi della Rivoluzione: c’era pure tanta gente per bene, fra loro! Fu una donna, era nata proprio qui, in questo paesino…adesso il castello non c’è più, l’hanno distrutto i tedeschi nel ’44… ad escogitare una punizione atroce per le rivoluzionarie.
La contessa si chiamava Simone de Rombis… ho detto qualcosa che non va, signorina?”
Simona era sobbalzata sulla sedia: lei di cognome faceva Rombi!
“La contessina- riprese l’ometto accalorandosi appena un po’- pensò di punire le sanculotte con un’infamante sculacciata, tanto loro non portavano mutande. Andò da un fabbro e si fece costruire questo arnese…vede, qui in basso vi sono ancora le sue iniziali…una S e una R con nel mezzo una losanga, un rombo appunto! Il fabbro seguì alla lettera le istruzioni della contessina: lavorò assai bene. Vede come è ben bilanciato? Sembra leggero, ma in realtà pesa più di tre chili e la maggior parte del peso è concentrata sulla testa, sul fiordaliso di Francia. Ma a Simone questo non bastava, avrebbe potuto usare un battipanni…ve n’erano anche allora, sa?, di vimini intrecciati proprio come i nostri, solo che adesso li fanno di plastica…perciò Simone chiese al fabbro di inserire dei cunei appuntiti; messi non a caso, no! Le loro punte avrebbero dovuto disegnare il Giglio, lo stemma dei Borboni di Francia! Ne fece fare una dozzina, di simili attrezzi…e la contessina scatenò la caccia. Lei e le sue amiche uscivano armate di queste cose, appena vedevano una rivoluzionaria, non importa se lo fosse stata veramente o no, non importa se fosse giovane o vecchia, non importa se fosse bella o brutta: l’importante era che appartenesse al popolo. E che non portasse le mutande. Dunque, dicevo, appena vedevano una donna del popolo, le saltavano addosso, la buttavano per terra, le alzavano le gonne e la sculacciavano con questi affari. Le punte disegnavano su quelle natiche, mi scusi signorina il termine osè, il giglio di Francia: lo disegnavano con il sangue, forando la pelle. Ed il segno era indelebile! Quando il bruciore fosse passato, quando il gonfiore fosse sminuito, rimanevano le cicatrici. Migliaia e migliaia di donne furono trattate così. Perché la moda si diffuse. I legittimisti la portarono anche in altre parti di Francia….”
A udire quel racconto, Simona si era leggermente eccitata: le sarebbe tanto piaciuto stare al posto della sua quasi omonima; scoprire le chiappe di qualche formosa popolana e sculacciarle con quell’attrezzo di ferro, una, due, tre, cento volte…istintivamente, Simona serrò le cosce e le aprì con movimento ritmico: l’eccitazione aumentava.
“Ma il Direttorio vinse la guerra!- proseguì l’ometto, guardandola di sottecchi; se ne è accorto, temette Simona- Mandò i soldati con i cannoni ed i suoi migliori generali e fu un bagno di sangue, un’altra volta. Cose inenarrabili vennero fatte contro le donne della Vandea. Si racconta che molte popolane, per evitare la violenza, purtroppo sempre comune in simili circostanze, si scoprissero il posteriore davanti ai soldati per far vedere che era marcato dai chiodi del fleurdelys! E i soldati arrivarono anche qui, dove abitava la contessina Simone….”
“Che cosa le fecero?” domandò Simona, con il fiatone
“I soldati del Direttorio? Nulla! Alla contessina, proprio nulla…si limitarono a consegnare le bacchette dei loro fucili alle donne che erano state sculacciate da lei…” Simona aggrottò la fronte: non comprendeva.
“Aspetti un momento!” disse l’ometto, alzandosi. Andò nel retro bottega e ne tornò subito dopo: in mano, un’asta metallica. Sembrava l’antenna delle vecchie radioline a transistor…”Questa è una bacchetta d’acciaio, serve per caricare i fucili antichi: si mette la polvere, lo stoppaccio e la pallottola, e si pigia molto bene infilando questa nella canna. Ma può far male, molto male se usata come si deve! Simone aveva cercato di scappare, si era travestita da popolana. Le donne la scoprirono, la trascinarono in strada…proprio qui, nella piazza del paese…qualcuno portò una botte, ci rovesciarono sopra la contessina…due popolane la tenevano ferma…una le alzò la gonna: Simone non portava le mutande, per il suo travestimento…le natiche erano nude. Le donne alzarono le bacchette ben in alto e si misero in fila, dietro a Simone. La frustarono con le bacchette, centinaia e centinaia di colpi. Ai primi, la contessina resistette stoicamente, poi cedette: maledisse, sbraitò, pianse, gridò, implorando pietà. Le bacchette sibilavano e sibilavano e colpivano la carne come cotta per il gran calore, la pelle si gonfiava e non resse alla tensione interna ed esterna, si lacerò, uscì sangue eppoi grumi di grasso, e fu la volta di pezzi di muscolo che volarono via, strappati dall’acciaio. Furono mille o duemila colpi, chissà… Il cuore di Simone non resse. Morì di dolore e di vergogna. Non aveva che 34 anni…e non era ancora sposata….”
Il fuoco e il ghiaccio scorrevano contemporanei nelle vene di Simona. La storia era finita, almeno così sembrava e lei non vedeva l’ora di tornarsene in hotel; fuori dal negozio, la lunga giornata nordica volgeva al termine. Il proprietario del negozio riprese il fleur de lys e tornò a riporlo in vetrina. Simona si alzò sconvolta. Tese la mano, con un sorriso stiracchiato “La saluto e la ringrazio per il bel racconto. Tornerò domani. Quanto vuole per quel… coso …che ha in vetrina?” domandò titubante e gentile. L’ometto rispose secco “Non lo vendo! Il fleur de lys appartiene alla contessina Simone! Buona sera, signorina e grazie per essere stata ad ascoltare le chiacchiere di un vecchio”.
Simona uscì dal negozio; dietro di lei, una figura diafana, trasparente: era vestita all’antica con una cuffia ed un corsetto, ma non indossava la gonna; non aveva natiche: al loro posto, solamente le ossa bianche del bacino.

Walter of Red Griphon

Racconti di sculacciata: Lucia impara a cucire

29 Gennaio 2010

Lascio la parola a Geronimo, con questo suo bel racconto di sculacciate.

Ritorna la protagonista di un precedente racconto al quale rinvio per la comprensione dell’antefatto. Siamo nella provincia di Arezzo a metà degli anni ’60.

I genitori di Lucia erano disperati, non riuscivano a raddrizzare la figlia che continuava a fare la farfallina a destra e a manca. Le frequentissime punizioni a basi di ceffoni, sculaccioni, frustate e batti pannate sul sedere nudo non l’avevano piegata, per cui si erano risolti a farla sposare il prima possibile. Avevano individuato il futuro sposo in un giovane di 23 anni, Berto, il figlio di Sebastiano, un ricco contadino con diversi poderi, allevamenti di mucche da carne e da latte, vigne e uliveti. Il giovane era tutto sommato di bell’aspetto, ma piuttosto timido e introverso. “- L’è un giovine a modo con la testa sulle spalle-“ dice Mariangela – la Madre di Lucia – alla figlia. “- L’è un bischero*!-“ risponde la ragazza. A forza di rimproveri, preghiere, minacce, rispostacce di Lucia, conseguenti ceffoni della mamma, la ragazza si convince a prendere quanto meno in considerazione la cosa. “ Dice Fabio, il padre: “.Sebastiano in gioventù l’era un vecchio anarchico libertario e mangiapreti, per cui potrebbe soprassedere sul fatto che ti garbi** andar per cazzi invece che raccattare le castagne. “- Ma babbo! – “ protestò Lucia “ “- non dire parolacce!.” Aggiunge Mariangela. Ma Fabio continua “ Tanto ci penserebbe lui a raddrizzarti, Le figlie e l’altra nuora lavorano sodo e zitte, senza grilli pé la testa sennò gli fa il culo a strisce. Però non sopporta i vagabondi, e poi tutte le donne di casa oltre a saper fare le faccende sanno anche cucire. Sai quante signore coi quattrini vanno a fassi rammendare e fare il vestito novo dalle donne di Sebastiano?.- “ E’ la moglie a concludere: “- Insomma domani vai a imparare il cucito dalle sore di Maria Addolorata. “ No!, No! Non ci vado, son noiose e antipatiche, no!!-“ ma tutte le proteste, rintuzzate anche con qualche sonora ciaffata di Mariangela, risultano vane. L’indomani Lucia si avvia recalcitrante più che mai al convento per imparare ad usare con la richiesta maestria ago, filo e forbici. L’atmosfera della scuola è molto seria, anzi cupa, tutte le ragazze dopo la preghierina si mettono ad ascoltare in silenzio le spiegazione di Suor a Angelina, senza fiatare e subito dopo ad eseguire gli esercizi di cucito assegnati, il più diligentemente possibile, senza distrarsi un attimo. A Lucia tutto ciò appare molto strano ma presto capisce il perché di quella particolare atmosfera. Ad un certo punto Suora Angelina grida: “- Giovanna vieni qui, subito!- “ tutte le ragazze rialzano la testa e vedono l’imponente figura della religiosa, un donnone, in effetti, alta e robusta con grandi mani callose, impugnare una bacchetta di legno di noce, lunga poco più di un metro e spessa circa un centimetro. La povera Giovanna, una ragazzotta di 20 anni con u n grosso sedere e l’aria non molto sveglia, faccia sgomenta ma rassegnata, si reca mogia mogia al banco. “hai fatto un lavoro schifoso le grida in faccia l’insegnante gettandole addosso un pezzo di tessuto dalla forma imprecisata. “E sapete perché ha fatto un lavoro schifoso? “esclama rivolgendosi alle allieve “ Il Signore l’ha punita perché l’ha vista mentre si toccava la vergogna! “ La povera Giovanna si sente sprofondare. Ma come faceva la suora a sapere che il giorno prima, nella ritirata, si era ehm, aggiustata i peli della topina? “- Piegati e metti le mani sulle caviglie!-“ La giovane esegue l’ordine senza protestare. La suora le solleva la gonna e le tira giù le mutande all’altezza dei polpacci. L’ampio e rotondo sederone è così completamente esposto alla prossima battitura. Suora Angelina si mette a bacchettare di buona lena le morbide rotondità dell’allieva marcandole da subito di strisce brucianti. Stack!, Stack!, Stack! Ahiaa!, Ahiaa! Mi fa male, pietà! Stack! Stack!, Stack!. Ahioo! Misericordia! Non me la gratto più, lo giuro! Ahiii! Al 40 esimo colpo, il culo da candido che era è ormai diventato una cartina geografica in rilievo di tonalità rosso scuro. “Vittoria vammi a prendere un mazzo di ortiche –“ “noo! L’ortica no, la supplico!-“ le carezze con l’ortica costituivano un tipica pena accessoria per chi venisse sorpresa a commettere atti impuri per così dire, “autoreferenziali” Vittoria, una giovane suorina che assisteva Angelina, torna nella stanza impugnando con i guanti un bel mazzo di ortiche fresche. Giovanna continua a piangere e supplicare mentre nell’aula tutte le compagne sono mute come pesci e hanno paura persino di respirare. La crudele Suora munitasi anch’ella di guanti afferra il mazzetto e lo passa ripetutamente sulle piaghe provocate dalle bacchettate, sul solco culino e una volte allargate con l’altra mano le chiappone, sull’orifizio anale, per poi insistere particolarmente sul sesso della sventurata cui il folto ciuffo di peli castani offre una modesta protezione. Giovanna urla e strepita per tutto il tempo, poi con le parti basse doloranti e martoriate viene rimandata a posto. Il resto del pomeriggio trascorre quasi senza incidenti, salvo la punizione inflitta da Suor Angelina ad una ragazzina di nemmeno 15 anni, Valentina,che a dire il vero dimostra assai meno della sua età tanto la sua figura è minuta e legggera. La Suora se l’è caricata sulle ginocchia, le ha sollevato la gonna e abbassato le mutandine a livello delle ginocchia. Dopo di chè le ha stampato sulle tenere chiappette nude un centinaio di sculaccioni che sembrano palettate con la sua grossa mano destra che copre i due terzi del culetto della piccola. Schiocchi, pianti e vane suppliche sono il commento sonoro dell’ energica sculacciata.Nel vivace sgambetta mento le mutandine finiscono a terra. Ma la suora intima alla ragazzina di non raccoglierle. Suor Angelina da infine i “compiti a casa” a Valentina “ – Devi dire a Mamma quanto sei stata indisciplinata e farti dare 30 colpi di mestolo su queste mele- “ e aggiunge una violenta sculacciata per evidenziare la parte da mestolare. Poi devi dire al babbo di darti 20 cinghiate qui!-“ e molla due schiaffi sul retro delle cosce della ragazzetta. “bada signorina!, domani controllo i segni, guai a te se non ti sei fatta punire come ti ho detto!- “ “- S…..Si madre, farò come ha detto-“ risponde tra i singhiozzi la fanciulla.
Nei giorni successivi le lezioni e le punizioni si susseguono a ritmo pressoché costante. Anche a Lucia tocca una bella razione di vergate , proprio il giorno successivo ad una ripassata con i fiocchi ricevuta dal padre. La suora infatti, pur constatando che il culo di Lucia è pieno di lividi provocati dalle numerose cinghiate ricevute, procede egualmente al castigo. La sera Lucia nell’osservare lo stato pietoso del proprio deretano medita di farla pagare a quell’aguzzina. Quella batosta era la classica goccia che fa traboccare il vaso ma già da tempo la nostra amica ha sviluppato una profona avversione per l’insegnante di cucito. Lucia ne ha già compreso la morbosità mentale. Si è infatti accorta presto che attraverso uno spioncino nascosto all’esterno da alcune canne Suor Angelina spiava le ragazze al gabinetto mentre facevano i loro bisogni e mentre talvolta si toccavano, circostanza che le forniva quindi un pretesto per punirle con il supplizio dell’ortica. Lucia ha anche compreso la perfida crudeltà al quale arrivava la donna. Infatti lo spioncino le permetteva di scoprire anche quando le allieve erano state punite dai genitori poiché le natiche recavano i segni delle frustate e dei colpi di battipanni. Guarda caso il giorno dopo o lo stesso giorno la sventurata di turno riceveva un duro castigo dalla suora. Amava infierire!.
Lucia aveva osservato attentamente la dislocazione delle celle delle suore. Quella di Suor Angelina era un po’ più isolata dalle altre. Le porte delle celle non venivano mai chiuse a chiave. Solo un vecchio cane macilento faceva la guardia di notte. Il muro di cinta superava i tre metri, ma in un punto dietro la chiesa un rialzo esterno del terreno riduceva l’altezza a meno di due metri e mezzo. Nella vivace testolina di Lucia si sviluppa un piano semplice e diabolico. Naturalmente ha bisogno dell’aiuto di Mario, il figlio del droghiere, il suo ragazzo segreto. Mario non esita a fornire il suo aiuto davanti ai convincenti argomenti di Lucia “Vedi questa?” dice Lucia sollevandosi la sottana sul davanti . Non porta la mutandine. “-Se non mi aiuti te la scordi- “. Della partita sarà anche un cugino fiorentino di Mario, Fausto, un tipo un po’ strano dall’aria scapestrata che certo la sa lunga. Due giorni dopo, in piena notte, i tre complici si recano al convento. Indossano vestiti maschili e guanti. Salendo prima su un bidone e poi sulle spalle del compagno. scavalcano il muro di cinta nel punto più basso. Poi tirano su Lucia. Il cane da guardia è già stato neutralizzato con una polpetta piena di sonnifero. Entrano di soppiatto nella cella di Suor Angelina. La donnona sta russando di gusto, ma riceve un gran brutto risveglio. “- Sveglia troiona! -“ le urla all’orecchio Lucia. La suora si sveglia di soprassalto ma non fa in tempo a reagire che subito viene imbavagliata dai due robusti giovanotti che le legano le braccia dietro la schiena. Angelina non può riconoscerli, i tre sequestratori hanno il passamontagna. La religiosa mugola disperatamente mentre i tre amici la scherniscono. Fausto si mette a frugare nei cassetti del piccolo mobiletto accanto al letto e scopre una interessante collezione di mutandine usate. Lucia le riconosce, appartengono tutte alle compagne e ci sono anche le sue. “- Ecco dove vanno a finire le nostre mutande dopo che questa carogna ce le fa levare per frustarci le chiappe- “ sussurra all’orecchio di Mario. In un cassetto Fausto scopre una copia in Francese di “Justine o le sventure della virtù” del Marchese De Sade e un piolo di legno laccato intagliato in forma di pene.
Mario apostrofa Suor Angelina“- Sei proprio una budellona***!-“ . “E’ venuta l’ora di darle una bella lezione -“ esclama Fausto. La suora viene messa culo all’aria inginocchiata sul letto. Il culo è grosso e bianco il sesso presenta una folta pelliccia scura. I due giovani uomini si sfilano le cinture e le fanno schioccare a tutta forza sulle carni nude di Angelina che si agita e mugola invano sotto la tempesta delle cinghiate . le cinghie guizzano nell’aria sempre più veloci e schiaffeggiano le chiappone indifese lasciandole sempre più rosse, con gran divertimento di Lucia che incita gli amici incessantemente cercando di contraffare la propria voce. “Ancora Ancora, più sode a quel troione! Prendi queste , vacca!- “. Colpiscile la passera! -“ Dopo un 150 cinghiate, Lucia ordina: “ora dalla parte della fibbia!-“ Le violente fibbiate cominciano a piombare sul culo nudo già duramente provato lacerando la pelle tumefatta in diversi punti che s’imperlano di sangue. Ovviamente la vittima si agita molto di più e Lucia deve saltargli in groppa per tenerla ferma. Dopo una settantina di cinghiatone la fustigazione termina. Il culone è veramente mal ridotto, il dolore e il bruciore intensissimi.”-E ora Il tocco finale “ dice Mario che consegna alla sua ragazza una grossa carota intinta nel peperoncino. Senza tanti preamboli Lucia la conficca nell’ano spingendola energicamente tra le chiappe dell’odiata insegnante di cucito tra acuti mugolii dal significato inequivocabile. Il dildo di legno laccato viene invece infilato nella fica, anche in questo caso senza molta delicatezza.
La suora viene lasciata legata e imbavagliata con i due orifizi riempiti e il sedere ben strigliato e in quella posizione viene ritrovata la mattina seguente. Per una settimana non si vede più in giro. Da quel momento il corso di cucito verrà tenuto da Suor Vittoria e nessuna ragazza sarà più battuta, all’infuori di Valentina, che Suor Vittoria continuerà a sculacciare di santa ragione sul culetto nudo quasi tutti i giorni;
Certo, non con la stessa durezza di Suor Angelina e senza le botte supplementari da ricevere a casa. Lucia noterà come la fanciulla non faccia assolutamente nulla per evitare il castigo e come sia quasi raggiante quando l’insegnante la chiama al banco per infliggergli la sculacciata. Uno scambio di sguardi amorevoli tra Suor Vittoria e la ragazzina precede e segue la somministrazione degli sculaccioni “ Bah, sembra che gli garbi, l’è proprio strana la gente!-“ commenterà Lucia.

Legenda:
* bischero = sciocco, minchione.
** Garbi = piaccia, garbare = piacere.
*** Budellona, budellone = puttana, sgualdrina.

Racconti di sculacciata: Cristina

28 Gennaio 2010

Cristina è fondamentalmente una bella ragazza; certo, avrà qualche difetto perché la perfezione non è di questo mondo, ma nel complesso del suo fisico appariscente, questo non si nota. Alta e snella, con tutte le prominenze al giusto posto,
ha lunghi capelli castani lisci, dello stesso colore degli occhi dai riflessi ambrati, gli zigomi appena sporgenti nell’ovale del viso, in cui è incastonata la rosea linea curva delle labbra, fiera dei suoi 25 anni.
Però, Cristina ha un caratteraccio: eterna scontenta, non le va mai bene niente! Il suo spirito toscanaccio la porta a contestare tutto e tutti, talvolta con argomentazioni fallaci, e ciò le provoca gravi conseguenze. Sul sedere ben fatto.
Inoltre, è puntigliosa, quasi causidica oserei dire, ma non ha abbastanza cultura da reggere un confronto verbale a quel livello; ama scommettere, ma non al gioco, bensì prendendo posizione apodittica sugli argomenti più futili.
Le avrò detto un milione di volte che i racconti che scrive, oltre allo stile sciatto, presentano aporie fondamentali, quali, ma solo per fare un esempio, il numero di cinghiate che fa somministrare alle sue protagoniste: 100 sono veramente troppe! Nessun essere umano normale può resistere a tanto: perderebbe i sensi oppure la carne dei glutei si cuocerebbe, letteralmente.
“IO scrivo sempre cose vere!” risponde piccata a tale critica ” IO posso resistere anche a molte di più di cinghiate!”
“Se ne sei così convinta, della tua capacità di resistenza, intendo, perché non ce ne dai dimostrazione? C’è qui Simona, che è una bella ragazza robusta, fatti dare da lei cento cinghiate sul sedere nudo. Secondo me, dopo la ventesima o giù di lì, ti metti a piangere come una bambina…” Dico queste parole con aria di sfida.
Cristina la raccoglie subito: “Va bene. Ma se resisto, e resisterò stanne sicuro, te ne do io poi centocinquanta a te!”
Tutto è pronto. Naturalmente, giunta al “dunque”, Cristina tenta qualsiasi sotterfugio per sottrarsi. Si vergogna perché io sono presente, e lei non è abituata a far vedere le proprie intimità ad un maschio; teme che la cintura sia “truccata”, cioè più pesante di quanto sembri e, magari, intrisa pure di un liquido velenoso; insinua che Simona abbia fatto comunella con me onde dare maggior forza possibile, ed altre facezie del genere. Neanche Maria, l’amante di Cristina, la sopporta più quando fa così. Pure lei è presente, ovviamente, e ormai stufa, le dice “Accetti o non accetti? Prendi una decisione, ma smettila con queste bambinate!” “Ma lui- risponde Cristina, col labbro tremante ed indicandomi con un leggero movimento del mento prominente- lui scrive schifezze! Gli piace descrivere torture con il sangue….dice pure che sono vere…che tempo fa le facevano veramente…Non mi piace quello che scrive…” Mi permetto che un sorrisetto ironico sfiori le mie labbra e ribatto “ Il mio stile letterario è fuori discussione, qui ed ora. Non vuoi sottoporti alla prova? Bene.
Tu hai scritto sempre un sacco di baggianate e le tue parole, testé pronunciate, lo stanno a dimostrare. Non avrai mai il fegato di farti prendere a cinghiate, figuriamoci di sopportarne cento!”
Cristina diventa tutta rossa, c’è un bagliore nel suo sguardo, alza la testa fieramente per abbrugiarmi con gli occhi. Va vicino alla sua amasia e le stampa un bacione sulla gota; ne riceve in cambio un’alzata di spalle. Cristina si cala i jeans, di gran marca perché è una ragazza sempre molto elegante, abbassa le mutandine e si piega, al centro della stanza.
Caustico, le consiglio di appoggiarsi a qualcosa, chessò una poltrona o un tavolo, altrimenti c’è il rischio che finisca dritta per terra alla prima cinghiata. La risposta di Cristina è irriferibile, pure in un racconto destinato ad un blog che si noma “Perversioni”!
Simona avvolge due giri di cinghia intorno alla grassottella mano. Cristina, che, accogliendo anche il suggerimento dell’amasia, ha appoggiato busto e ventre sul piano di un tavolo, gira appena la testa e le fa, piccata: “Senza rincorsa, eh!”
SCIAFF arriva la prima cinghiata. Simona, in realtà, non ha preso la rincorsa: ha soltanto alzato nella sua massima estensione il proprio braccio. Mi sovviene che anch’ella, Simona, si è sottoposta ad una specie di sfida: alzare ed abbassare per cento volte il braccio sarà pure ottima ginnastica per il suo fisico appena appena sovrappeso, ma indubbiamente è faticoso alquanto. Provare per credere!
La seconda fa sempre più male della prima, per convenzione. E così, Cristina se n’esce con un “Ahi!” prolungato e con scuotimento del bacino. Debbo riconoscere che le prime dieci le ha sopportate bene, nel complesso: solo un paio di volte ha staccato da terra i piedi, ma non è riuscita a non gridare dopo ogni cinghiata che le hanno ben bene arrossato la parte centrale dei due globi emisferici. Simona è stata precisa: le strisce lasciate dalla cintura di cuoio sono parallele e ravvicinate. Cristina batte i piedi per terra come una bambina capricciosa ma non ha il coraggio di farsi vedere da tutti mentre si massaggia; le sue braccia rimangono sotto i seni, schiacciate dal busto sul legno del tavolo.
Non si nota alcuna espressione nel volto incorniciato dai riccioli neri di Simona, allorché riprende la cinghiatura; se non la conoscessi più che bene, direi che si comporta come un automa privo d’emozioni. Cristina invece strilla sempre più forte e si agita vieppiù. La pelle del sederino prominente è ormai scarlatta. Alla ventiquattresima cinghiata, Cristina cede.
“Basta ! Basta! Oddio, Oddio…non ce la faccio più! Mi fa troppo male…. Smettila, puttana! – è rivolta a Simona- ti diverti a frustarmi perché sei sadica…che fate? Nooooooo…” Cristina si è alzata dal piano del tavolo e si è girata verso di noi. Siccome, pur incolta, è intelligente, non le è sfuggito lo sguardo d’intesa fra me e Maria. Anche la bell’amante di Cristina deve pagare il suo scotto, dacché la sua innamorata ha perso la scommessa. E’ un attimo. Maria immobilizza Cristina cingendole la vita con le braccia, e non perde l’occasione per stamparle un bacio sulle roventi natiche; la spinge verso il tavolo, aiutata da Simona, che ha lasciato cadere la cintura che aveva in mano. In un batter di ciglia, Cristina è di nuovo immobilizzata dalle due, chinata sul tavolo. Raccolgo da terra la cinghia. Mi ero ripromesso di frustarla senza ira, ma era promessa da marinaio. Cristina scalcia come un mulo; è da troppo tempo che pratico il piacevole sport della sculacciata per farmi disorientare da questa giovane fanciulla arrogante, ed un po’ vigliaccuccia. La frusto, eccome se la frusto! Tengo la cintura doppia, ben stretta in pugno per i primi tre- quattro colpi; poi lascio andare la fibbia. Fa più male, molto più male quel pezzo di metallo quando colpisce la pelle ustionata.
E’ finita! Mi tiro indietro al ventinovesimo colpo complessivo: una piccola stilla di sangue è apparsa sulla natica destra di Cristina; evidentemente lo spigolo della fibbia ha lacerato la pelle. Cristina si tira su, piangente e singhiozzante: adesso le sue mani corrono a massaggiarsi le chiappe ferite. Maria l’abbraccia tenendole la testa appoggiata sulla propria spalla.
Sono contento. E non solo perché Cristina non ha saputo resistere: la lezione, forse, le servirà. A voce bassissima, Simona mi sussurra “ Quando loro se ne saranno andate, non è che lo faresti pure con me, eh, Bob?”

Racconti di sculacciata: L’influenza

27 Gennaio 2010

Suoc ci aveva deliziato qualche giorno fa con questo racconto di sculacciata. Adesso ci regala il seguito di quell’episodio.

2 L’influenza

Dopo la prima sculacciata, credevo che Alessia avesse capito bene la lezione.
Infatti la piccola non era imbarazzata solo nei miei confronti, ma anche, e soprattutto, con mio figlio. Il fatto che l’avesse vista umiliata, spogliata e sculacciata sulle mie ginocchia la faceva ancora diventare rossa, in volto.
Ma sapevo, pur senza volerlo veramente pensare, che quell’imbarazzo, tra loro, si trasformava continuamente in adrenalina erotica.

Pochi giorni fa Alessia ha preso l’influenza.
Dolore al pancino e febbre alta.

Rientrato in casa chiesi a mia moglie, in cucina, cosa avesse detto il medico.
“ha detto di darle l’antibiotico. Dario è di là che cerca di convincerla, ma non sembra avere molte speranze…”
Alessia era piuttosto esile, mangiava molto poco e raramente qualcosa che non appartenesse alla stretta cerchia dei suoi alimenti preferiti.
“Ah, è uno sciroppo che deve prendere?” dissi preoccupato.
“Mah…veramente il dottore ha prescritto un antibiotico che può essere somministrato sia per supposte che per sciroppo.” mi spiegò mia moglie.

Bussai alla porta della cameretta di Alessia, e dopo la risposta entrai piano.
“Ciao” dissi rivolto ad entrambi
“Ale, come stai?” avvicinai le labbra alla sua fronte per sentirle la febbre “uhm….credo sia alta, che dice il medico?”
“Eh, dice che deve prendere l’antibiotico, ma lei non vuole saperne…” si era intromesso Dario.
“Dario!”
Sapevo quello che temeva Alessia, e faceva bene a temerlo…
“Tesoro, non starai facendo capricci da bambina eh? Ecco, vedrai che adesso lo prendiamo lo sciroppo…”
Presi la confezione e ne versai un cucchiaio.
Avvicinavo il cucchiaio alla bocca di Alessia, ma non sembrava volerne sapere.
Provai per 5 minuti.
Poi, stanco, decisi di ricorrere alla parolina magica: “Alessia, se non lo prendi sarò costretto a sculacciarti un’altra volta…”
Arrossendo Alessia aprì la bocca.
Ero contento, senza doverla punire.
Non feci in tempo a versare il contenuto del cucchiaio che lei lo sputò per terra.
“D’accordo Ale, basta…mi scordo sempre che sei una bambina…sculacciate!”
“Nonono…lo prendo, la prego…”
Di punirla non avevo alcuna voglia: riprovai una seconda volta. Misi lo sciroppo nel cucchiaio e poi glielo portai alla bocca.
Lei lo bevve, finalmente.
“Brava! Ti vado a prendere un po’ d’acqua?”
Lei annui.
Uscii dalla stanza, ma scordandomi di riportare di là lo sciroppo rientrai improvvisamente; e feci in tempo a vedere Alessia sputare, in un bicchiere, lo sciroppo che io credevo avesse bevuto.
La guardai furioso.
“Ma bene, veramente brava…adesso puoi pregare anche in ostrogoto. Ti sculaccerò come meriti, ragazzina viziata, e, dopo le tue scuse per il compomportamente che hai avuto, metteremo una supposta, visto che non sei capace di prendere lo sciroppo.”

La presi per le braccia, sfilandola dalle coperte. Aveva una maglietta lunghina che usava come pigiama e niente altro. Me la misi sulle ginocchia e la magliettina risultò troppo corta per coprilrle il sedere. Notai quindi che non portava nemmeno le mutandine.
“Noo, io…”
Ancora una volta con il culetto nudo, sopra le mie ginocchie e con i lacrimoni, Alessia si ritrovava ad essere osservata dal fidanzato mentre veniva punita come una bambina.
Stavolta Dario si godeva la scena proprio da dietro..

Iniziai con le solite sculacciate medie, ma stavolta dolore e lacrime sembravano meno forti.
“Dario, fammi un favore, vai a prendere di là un mestolo di legno”
Nel frattempo continuai a sculacciarla manualmente, sentivo il culetto sotto le mie mani scaldarsi.
E lo vedevo arrossarsi lentamente.
Poco dopo Dario era tornato con un bel mestolo robusto, guardandola in viso le aveva detto: “scusa, ma anche stavolta sono meritatissime… lo faccio per te”
Si riposizionò dietro di lei e mi guardò.
Continuai a sculacciarla per dieci minuti, 100 sculacciate manuali, forse 150.
Poi le diedi una prima mestolata.
Forse gliela diedi molto forte, forse troppo, Alessia si contorse, gridò e cercò di coprirsi le natiche con le mani aspettandosi una seconda mestolata. Poi, sentento che non arrivava, le tolse. Sollevò un po’ il culetto e piangendo sembrò prepararsi alle altre.
Allora ripresi, calibrai le mestolate, meno forti ma continue. Dopo una cinquantina di mestolate date di seguito, Alessia iniziò a piangere più forte, si coprì nuovamente le natiche con le mani e gridando mi supplicò di smettere.
“No, te ne darò altre trenta. Dario ti andrebbe di contarle?”
Forse uno sguardo muto può essere dimenticato, ma sapevo che facendole contare a Dario l’umiliazione sarebbe aumentata.
Diedi una prima mestolata mentre Dario sacandiva il numero uno.
Continuammo fino a trenta.

Il culetto di Alessia era nuovamente rosso. Piccoli cerchietti più scuri lo decoravano su tutta la superficie. Forse avevo esagerato, ma non poteva essere altrimenti.
Andava punita.

“Bene, ora mettiamo la supposta, Dario me le passeresti?”
Alessia che era stata piuttosto buona per tutta la sculacciata improvvisamente si alzò dalle mie ginocchia. Non l’avevo previsto e non riuscii a bloccarla. Uscì dalla stanza, anche se non so dove volesse scappare. Riuscii a riprenderla in cucina, dove mio figlio minore e mia moglie guardavano incuriositi la scena.
Ero piuttosto arrabbiato.
La feci chinare la sul tavolino, le alzai il magliettone e la sculacciai. Non per punirla, per rabbia. Le mollai altri 50 sculaccioni tenendole la pancia sul tavolino e spingendola sulla schiena.
Poi mi fermai.
“Vuoi venire di là a farti mettere la supposta oppure vuoi che ti sculacci finchè non sarai pronta?”
Alessia singhiozzante mi disse che se la sarebbe fatta mettere.

Ritornammo in camera, la feci stendere sul letto, con un cuscino sotto la pancia e il culetto in alto; la sollevai di nuovo la magliettina. Dario osservava la scena mentre io cercavo di aprirle le natiche. Alessia non smetteva di piangere e di serrarle.
Capivo però che non erano solo capricci: aveva paura…
“Tesoro, cerca di rilassarti un po’…non ti farò male…”
“La prego, ho paura…” singhiozzava forte
“Dario, siediti sul letto…” forse avevo un’idea “ …Alessia, stenditi sulle sue ginocchia, come per una sculacciata, facciamo un massaggio all’ano prima di infilartela..”
Sapevo di imbarazzarla molto, ma sapevo anche che oramai non mi avrebbe più disubidito. Si mise sulle ginocchia di Dario.
La scena era piuttosto curiosa: io davo disposizioni e loro “eseguivano”.
Dissi a Dario di allargarle le natiche e raggiungere l’ano con le dita. Pensai che forse avrebbe giovato inumidirlo un pochino. Chiesi allora a Dario di far scendere una mano tra le cosce ed insinuarsi nella sua micetta; lei all’inizio sembrava restia ma poi si lasciò aprire le cosce. Vidi il suo bel fiore, totalemente esposto.
La mia intuizione era stata giusta, la piccola era tutta bagnata.
Guardai Dario.
Risi di gusto, dicendo a mio figlio che il suo sguardo aveva grandi influenze.
Anche Alessia, seppur rossa in viso di vergogna abbozzò un sorriso tra i lacrimoni.
Con le dita bagnate di umori, Dario le massaggiò l’ano, infilandole un pochino le dita dentro, poi quando lei si rilassò e l’ano risultò abbastanza bagnato, passai a Dario la supposta. Lui con molta bravura la infilò all’interno del culetto. Le strinse le natiche con le mani, mentre Alessia piuttosto imbarazzata tirava su con il naso.

Dopo pochi minuti aiutai la ragazza a scendere da quelle ginocchia e a rinfilarsi sotto le coperte, a pancia in giù, perché il culetto doveva bruciarle molto.
Mentre io uscivo per prepararle un thè caldo, vidi Dario toglierle le coperte e spalmarle sul culetto un po’ di crema per alleviare il dolore.

Dissi ad alta voce in modo che in casa sentissero tutti: “ci aspettano dodici giorni di supposte, speriamo di riuscire a evitare la maratona la prossima volta…” sorrisi, mentre in casa tutti ridevano.

Racconti di sculacciata: Lily e crystal

26 Gennaio 2010

Finalmente torna la nostra amica Nadine con un racconto di sculacciate!
Buona lettura a tutti e grazie alla nostra amica scrittrice.

Spero vi piaccia metterò una linea dove c’e la descrizione della villa cosi che chi è interessato solo alla sculacciata possa saltarla senza perdere la trama un kissolo a tutti.

Ciao a tutti mi chiamo Lily sono alta 1’60, 2a di seno, occhi azzurri chiari e capelli lunghi biondi, fisico magro anche se non troppo modello scheletro, vivo insieme alla mia compagna Crystal,la conobbi due anni fa a scuola, una tipa solitaria e dall’aspetto molto autoritario, alta 1’75, 4a di seno , occhi verdi, fianchi da paura, vestiva sempre roba firmata che la faceva sembrare la regina della scuola, aveva molto successo con i ragazzi ma non li aveva mai assecondati , per questo motivo la chiamavano la principessa di ghiaccio, aveva poche amiche, soprattutto dopo che davanti a tutti disse che non amava le ragazze false e frivole,chiaramente le presenti si sentirono offese da quella frase anche se lei non aveva specificato di chi stesse parlando, ma comunque quella sua frase stroncò la sua vita sociale.

Lei se ne fregò , io dal mio posto l’avevo osservata e mi era sembrata una figa da paura quando lo disse e da come reagì fregandosene di tutte subito dopo, anche se sinceramente da quel giorno mi aveva sempre messa in soggezione, mi accorsi inoltre che più la guardavo e più provavo ammirazione verso di lei, non che fossi lesbica intendiamoci però non so perchè quando la guardavo il mio cuore impazziva, le poche volte che ci avevo parlato mi era sembrata una ragazza molto calma e sicura di sé, insomma l’opposto di me che sono vivace agitata e beh si insicura, ma un giorno guardandola mi decisi ad agire.

Andai da lei e inizia a flirtare, lei se ne accorse quasi subito ma mi lasciò fare, e cosi dopo un mesetto con la frase – ma cosa stai aspettando ancora? Visto che non vuoi agire lo farò io- mi baciò di fronte a tutti, avevo già ricevuto dei baci dai miei ex ma quello fu completamente diverso, fu come se sentissi il tempo fermarsi intorno a me, il suo bellissimo viso era appiccicato al mio aveva un’espressione fighissima con gli occhi chiusi con un’espressione sicura, la sua mano si era poggiata sulla mia guancia donandomi una sensazione di calore come se bruciasse, il suo profumo incredibile mi inondò i polmoni, mentre mi accorgevo di tutto questo mi resi conto che non solo non stavo ricambiando il bacio ma che dovevo avere un’espressione idiota dipinta sul viso, lei si staccò da me riaprendo lentamente gli occhi restando vicina a me mi sorrise, poi avvicinandosi al mio orecchio strusciando i suoi capelli sul mio viso da quanto era vicina mi sussurrò – si chiude gli occhi durante un bacio- si girò e si allontanò con aria sicura , io restai immobile con le gambe molli credevo di svenire, scossi la testa ripensando alla sua frase, il mio viso diventò caldo pensando alla figura da stupida che avevo appena fatto quando lei girandosi verso di me – che fai non vieni?- a quel punto corsi da lei e mi fermai al suo fianco, intanto notai che la gente intorno stava commentando cosa era appena successo, mi sentivo in imbarazzo ma vidi la sua espressione sicura di se mentre andava avanti e mi feci coraggio, quel giorno mi portò nella sua villa e poi a fare shopping.

Erano passate due settimane dall’inizio della nostra relazione, io piano piano mi stavo abituando alla nostra relazione, dentro di me mi sentivo al settimo cielo, le nostre compagne erano incredule e invidiose della nostra relazione, mentre i nostri compagni risultavano essere curiosi e favorevoli ad essa, solo poco dopo avrei scoperto il perchè.

Erano da poco passate le 10 di mattina quando la campanella suonò per dare inizio alla pausa, io e Crystal ci si diresse verso i panini con tutta calma, lo so che penserete che non ne avremmo trovati punti dato la calca ma non era cosi, la ragazza che le vendeva era sua cugina e lasciava da parte i panini miei e suoi.

Come sempre si arrivò al punto dove li vendevano ci si diresse al lato di esso e da un cassetto chiuso a chiave si prese i nostri panini, si uscì andando nel cortile dove c’era un cespuglio di rose stupende che se aggirato dava su un piccolo spiazzo d’erba circondato da rose bianche e rosse, quello era il nostro posto segreto, non che fosse tale dato che spesso ci avevano viste entraci, ma diciamo che non osavano entrarci senza permesso, le nostre merende passavano con me che con una mimica esagerata parlavo delle cose successe fino ad allora a scuola, quasi come se lei non fosse stata li la mattina a vedere e sentire le cose che gli stavo raccontando, e lei che mi guardava interessata e che rideva alle mie battute e alle mie mimiche.

Si fece per uscire dal cespuglio di rose quando lei picchiò addosso a Corinne, una ragazza alta bionda anche lei molto popolare, il tempo di rendersi conto di ciò che stava succedendo che vidi Corinne rialzarsi tutta indispettita raccogliendo i fogli da terra e gridare con la sua odiosa vocina da oca petulante – ma che cazzo fai sei cretina, se esci da fare le tue porcate con lei e sei rincretinita guarda di riprenderti stronzetta- Cristal alzò il braccio e colpì violentemente il viso di Corinne, facendola cadere a terra, le persone intorno a noi si fermarono e per nostra sfortuna fra esse c’era anche la preside, la quale vista tutta la scena si diresse severa verso di noi – che sta succedendo qua?- sbottò con la sua voce forte, Corinne con una mano alla sua guancia arrossata e con una voce arrabbiata – mi ha colpita senza motivo questa stronza- Crystal col suo solito modo da principessa si limitò ad aggiustarsi i capelli e dirigersi senza dire nulla verso la presidenza, il tragitto fu silenzioso, potevo sentire lo sguardo severo della preside anche senza guardarla anche se, allo stesso momento potevo benissimo percepire anche quello sicuro e spavaldo della strega, infatti sapeva benissimo di essere dalla parte della ragione agli occhi esterni delle persone presenti al fattaccio, infatti chi aveva assistito alla scena non aveva visto altro che Crystal che si scontrava con Corinne, la quale iniziava a lamentarsi forse in modo esagerato e infine Crystal che la colpiva con un ceffone sbattendola a terra, ero senza fiato anche perchè non mi era mai capitato di assistere a una zuffa nemmeno fra maschi, figuriamoci se pensavo di vederne una fra due ragazze.

La porta a vetri davanti a me mi riportò alla realtà facendomi capire di essere arrivate davanti all’ufficio, Crystal entrò senza nessuna esitazione, dietro di lei Corinne sghignazzante come durante tutto il viaggio, io rimasi ferma un po impaurita, la preside una bella signora di 35 anni capelli rossi, due occhi color smeraldo un fisico ben tenuto e due occhialini che la facevano apparire agli occhi dei maschietti molto sexy si fermò accanto a me – Lily te non ti devi preoccupare sei qua solo per dirci come sono andate le cose va bene?- io sussultai e mi sentii subito colpevole per il senso di leggerezza che sentii dentro di me dopo quelle parole, guardandola non proprio negli occhi dato che ero troppo impaurita per farlo – grazie preside però sono sicura che non riuscirà a …- fui bloccata dalla voce stridula di Corinne – Lily andiamo muoviti o anche altro da fare – a quel punto entrai dietro alla preside.

La discussione fu breve e scioccante per me dato che Crystal esordì – e colpa mia ho esagerato a colpirla- cosi da rendere vani chiaramente i miei discorsi dove la difendevo, così la preside decise di chiamare sua madre e quella di Corinne per metterle a conoscenza dei fatti, mentre per me era stato deciso che ero estranea ai fatti e che ero libera di andarmene, io guardai Crystal preoccupata la quale mi sorrise e mi fece cenno di andare.

Dopo quella riunione in presidenza non vidi Crystal rientrare, ma bensì la vidi andare via con la limousine dopo una ventina di minuti, solo alla fine delle lezioni seppi che era stata sospesa per una settimana e al suo ritorno avrebbe dovuto affrontare il pomeridiano e poi le pulizie dell’esterno della scuola per un mese.

Fu così che decisi di andarla a trovare non mi sembrava giusto, Corinne non poteva cavarsela cosi a buon mercato, sapevo che come aveva detto Crystal stessa aveva esagerato, ma io sapevo benissimo che lo aveva fatto solo perchè Corinne mi aveva offesa, ma chiaramente era stato inutile raccontarlo alla preside, anche se era costato una settimana di pulizie esterne a Corinne, la quale mi aveva guardata in cagnesco.

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La villa di crystal era enorme, aveva un giardino immenso , se guardi dritto a te dal cancello vedi il sentiero verso la casa che passa in mezzo a una fila di aceri e all’esterno di essi i simboli delle due casate riprodotti con i fiori, tenuti in modo perfetto dagli inservienti , dopo un 300 metri si divide ed in mezzo ad esso c’è un lago bellissimo con in mezzo un’isoletta con sopra una bellissima statua in marmo raffigurante la figura di Aphrodite seduta su una roccia, al lato nord del lago un piccolo pontile con due barche a remi e subito dietro la statua dal lato della casa un pavimento in plexiglass trasparente direttamente sull’acqua con un tavolo in cristallo e due sedie anch’esse in cristallo, sotto al pavimento avevano costruito un acquario pieno di pesci tropicali, cosi che guardando sotto di te tu li vedessi nuotare quasi come se fossi in piedi sull’acqua, intorno al lago c’era pieno di alberi che donavano una fantastica sensazione di essere immersi nel niente in mezzo a una foresta.

A meta del lago iniziava il boschetto e dentro ad esso c’era la villa, una costruzione enorme alta tre piani in stile liberty, accanto ad essa sulla sinistra una villa più piccola per la servitù, dietro , un campo da calcetto, uno da minigolf e uno da cricket, una mega piscina sulla destra messa in mezzo a un pavimento di marmo e delle panchine anch’esse di marmo, ai quattro angoli della piscina 4 statue di angeli osservavano il cielo terso, la piscina volendo simulava le onde del mare e aveva un angolo con l’idromassaggio,dove c’erano delle casse con musica new age e indiana che ti facevano rilassare come mai, intorno al perimetro del pavimento della piscina c’erano delle guide a scomparsa da dove se uno voleva poteva far fuoriuscire un telone cosi da accendere gli erogatori di aria calda che in poco tempo riscaldavano tutta l’area, davanti alla casa un mega spiazzo piastrellato anch’esso in marmo bianco e grigio con una grossa fontana, con due angeli in cima a queste tre vasche che lasciavano fluire l’acqua fuori dai due vasi che tenevano in spalla creando una cascata bellissima infine se proseguivi dopo la piscina per un 200 metri trovavi le stalle dove stavano 10 cavalli tutti purosangue, con i quali potevi cavalcare nell’immenso terreno di loro proprietà.

Come al solito Carl un uomo grassoccio e pelato mi accompagnò con l’auto elettrica all’entrata della villa, arrivata si entrò dentro quello che era l’atrio, un’enorme sala contornata da quadri bellissimi e da due porte in legno con delle rose intarsiate in esse, in terra un grosso tappeto persiano, il soffitto era altissimo infatti sopra non era coperto ma lasciava libero in modo da vedere i balconcini interni che ti portavano verso le varie stanze,davanti alla porta una rampa di scale larghe con un tappeto largo persiano al centro, che saliva e si divideva in tre direzioni, le scale erano contornate da delle ringhiere fatte da mini colonne in legno con sopra la ringhiera in mogano lavorata,al centro della scalinata più alta un enorme ritratto della famiglia di Crystal, il padre a destra la madre a sinistra e al centro lei vestita con un abito celeste che sorride felice ai genitori, nel ritratto Crystall aveva 8 anni ma era già bella come una principessa, la voce di Carl mi risvegliò dal mio stato di trance – mi dispiace signorina ma dovrà attendere nella stanza degli ospiti poiché la signorina al momento è impegnata – sbuffai e lo seguii al primo piano , la stanza degli ospiti praticamente era una sala dei balocchi, dentro ad essa c’era un biliardino un videogioco con più di 200 giochi dentro, la play 3, xbox360 e wii, con una libreria che circondava questo televisore al led di 50 pollici con hometheater che raccoglieva tutti i migliori giochi delle tre console catalogati per nome e divisi per console. Sulla destra entravi in un mini cinema, e quando intendo mini cinema intendo un vero mini cinema, con 10 sedie un telone e tutto il resto, mentre se prendevi la porta di sinistra entravi in una biblioteca piena di libri, dove c’era la graziosa figlia di Afef Shyla, una ragazza mulatta molto carina ed educata con la quale a volte aspettando la mia principessa scambiavo due parole , mi raccontava spesso le storie tramandate dai suoi avi, erano tutte molto intense e ti lasciavano un po di saggezza.

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Mentre ero lì che osservavo la stanza mi stufai di aspettare volevo vederla, quindi aprii la porta osservando l’atrio per vedere che non ci fosse nessuno, evviva era libero quindi sempre facendo meno rumore possibile andai di sopra e dopo presi la porta a due ante, la quale conduceva al salotto e dopo alla scalinata che portava a camera di Crystal come feci per aprire la porta sentii delle voci discutere, riconobbi subito quella della madre di Crystal e subito dopo quella acida di Corinne, ma aspetta cosa ci faceva quella stronza da lei? Mi rigirai ed entrai nella porta accanto che portava al bagno, il quale aveva una finestrella oscurata che dava sul salotto, e la presa d’aria sopra di essa permetteva di sentire meglio, con mia grande sorpresa vidi nei due divani centrali da una parte la madre di Crystal con la sua aria quasi regale, i suoi capelli lunghissimi mori luccicavano alla luce del lampadario, e accanto c’era seduta Crystal mentre dall’altra Corinne e la madre,la tipica madre inglese perfetta bionda occhi azzurri bel fisico ma una voce stridula e arrogante peggio di quella della figlia accanto a lei.

La madre di Corinne era furiosa – come si è permessa sua figlia di colpire Corinne con uno schiaffo? Lo sa che potrei farla espellere dalla scuola?- capii che si erano appena sedute da quella frase.

La voce calma di Lucy riecheggiò nella stanza sicura e senza indugi – lo so ed è per questo che l’ho chiamata qui per fargli vedere che Crystal subirà una giusta punizione chiaramente dopo essersi scusata con Corinne – girò il viso verso Crystal – su alzati porta una sedia al centro avanti- io osservavo non capendo ancora, Crystal si diresse verso i lati per prendere una poltroncina e la posizionò al centro in mezzo ai due divanetti e restò in piedi fiera ed elegante come sempre,nonostante ciò che stava per succedere.

A quel punto Julie – beh non ho sentito nessuna scusa e a cosa serve questa sedia?- Crystal si girò verso Corinne che rideva compiaciuta della resa della rivale.

Crystal fece un leggero inchino a Corinne, la cosa mi faceva impazzire sarei voluta andare la e massacrarla di botte lei e la stronza di sua madre quando sentii una frase che da quanto mi stupii mi fece rischiare di cadere – mi scuso con te Corinne per il mio comportamento ingiustificabile- fece una pausa vidi il pugno della sua mano stringersi poi continuò – mia madre ha deciso di darmi 70 colpi con il cane per punirmi e vuole che tu sia presente a questa mia punizione- io non riuscivo a crederci ero sbigottita, già non credevo che una come Crystal venisse sculacciata ancora, poi davanti a quella stronza ero sicura che l’indomani l’avrebbe detto a tutti, mi sedetti un attimo per riprendermi dall’accaduto, nel mentre sentii Corinne ridere di gusto – certo che la voglio vedere la tua punizione e spero che sia severa- sentii Lucy schiarirsi la voce – la punizione sarà severa alla pari del torto e del comportamento oltraggioso che ha tenuto mia figlia, una punizione deve essere sempre giusta e mai esagerata perchè senno si rischia – si soffermò giusto un attimo per marchiare quello che stava per dire – di far viziare le proprie figlie e renderle inadatte alla vita in società e alla propria indipendenza, rischiando che siano emarginate e mai degne di fiducia- mi lasciai scappare un piccolo sorriso capendo a cosa alludesse, ma probabilmente loro non erano cosi sveglie da capirlo o almeno Corinne, infatti la madre con voce svogliata per far cadere il discorso – sisi va bene ci faccia vedere come punirà Crystal magari dopo lasceremo passare la cosa- intanto mi misi nuovamente a guardare la scena Lucy adesso si era alzata guardando Julie- se la punirò di fronte a voi la cosa non andrà oltre, se ha intenzione di procedere comunque la punirò ugualmente ma non davanti a voi, la vostra presenza non è un mio diletto ma vuole essere una prova che nella mia famiglia vige una disciplina e come quando io sbagliavo alla mia eta venivo punita, io da brava madre punisco mia figlia quando lo merita, allo stesso tempo servirà a Crystal per imparare il modo in cui si deve comportare una signorina che fra poco entrerà a far parte della società- alzando la voce – e non può permettersi un simile comportamento- tornando adesso calma – e scusarsi nel modo più corretto verso la parte offesa vero Crystal?- Crystal fece un cenno col capo ma lo sguardo della madre gli fece capire che voleva di più lei con voce incredibilmente calma – è vero madre, sono dispiaciuta e questa punizione servirà come lezione per me- Julie guardò Corinne che aveva una voglia matta di vedere Crystall punita quindi guardandola annuì col capo.

A quel punto Lucy a voce alta – Afef venga – dall’angolo destro che non scorgevo prima venne Afef, una donna sulla 40ina mulatta formosa, era la tata di Crystal aveva in mano una cane lungo 70 cm il suo volto era serio , si avvicinò a Crystal si chinò accanto a lei sussurrandogli qualcosa all’orecchio, Crystal sorrise e si piegò poggiando le mani alla poltrona, Corinne era estasiata si vedeva lontano un miglio che ci stava godendo grrr che odio, intanto Afef si era portata dietro Crystal e stava aspettando l’ordine di Lucy – bene Afef scopra il sedere di Crystal e inizi 70 colpi severi alla signorina vediamo se avrà ancora voglia di alzare le mani la prossima volta- Afef con un viso adesso visibilmente dispiaciuto alzò la gonna e abbassò le mutande a Crystal, la quale stava ferma con aria sottomessa ma fiera allo stesso momento.

Lucy si mise davanti alla figlia mani conserte poi guardando Afef – inizi io conterò i colpi e se te osi muoverti interverrò io e sai cosa significa- Crystal alzò lo sguardo verso la madre – si mamma perdonami non dovevo farlo ho esagerato e accetterò la punizione anche se non trovo giusta la loro presenza- a quella frase tese una mano verso Afef per dirgli di aspettare – cosa hai detto ripeti signorina- lei non disse nulla Lucy andò dietro a Crystal prese il cane e sciaff fortissimo, Crystal andò in avanti stringendo i pugni nella stoffa della poltrona, io ebbi un sussulto quasi come se avessi ricevuto io stessa il colpo, a quel punto Crystal si fece forza – scusa mamma è stato un attimo di orgoglio è giusto che vedano la mia punizione dato che il motivo di essa è il mio mancato rispetto verso la signorina Corinne- la madre annuì ma alzò di nuovo il braccio e sciaff sciaff dopo il terzo colpo Crystal iniziò a singhiozzare io stringevo i pugni e avevo un nodo allo stomaco, vederla soffrire cosi mi faceva molto male ma non potevo andare di la e fermare tutto mi avrebbero sgridata e mandata via.

Pensai di tornare nella stanza e aspettare ma qualcosa mi tratteneva, i colpi di Lucy finirono dopo il decimo, Corinne e Julie avevano assistito alla scena quasi divertite mentre io e Afef eravamo dispiaciute e avremmo voluto salvarla portandola via da lì ma ne io ne lei eravamo nella posizione adatta per intervenire, Crystal singhiozzava vistosamente ma non aveva cacciato un lamento, si era limitata a stringere i pugni e ad andare avanti ai colpi potenti e severi della madre.

Lucy porse nuovamente il cane ad Afef e si mise nuovamente davanti alla figlia braccia conserte, io guardai il sedere di lei, dieci righe scure e gonfie erano segnate nel bellissimo sederino di lei a quel punto Lucy con un cenno del capo fece capire di iniziare ad Afef, la quale alzò il braccio poi con voce sottile e rammaricata – signorina mi dispiace vorrei tanto non doverlo fare ma è stata cattiva e sono costretta- detto ciò sciaff un colpo severo anche se non come quelli dati da Lucy , la voce di Lucy riecheggio severa nella stanza -1- passarono cinque secondi poi sciaff, odiavo la faccia compiaciuta e divertita di Corinne, se la stava proprio gustando facendo smorfie compiaciute ad ogni colpo, dopo la 40esima indicò alla madre le strisce bluastre sul sedere di Crystal, la madre sorrise e restò ad osservare, io mi accorsi che stavo piangendo guardando quella scena così ingiusta da trattenermi a stento dall’andare di là e picchiare la stronza di Corinne .

Crystal piangeva, i suoi singhiozzi mi ferivano come pugnalate il braccio di Afef continuava ad abbattersi sul sedere di Crystal senza pietà finalmente arrivò il settantesimo colpo accompagnato dalla voce acida di Corinne – peccato e già finita- Julie gli diede un’occhiataccia alla quale Corinne rispose alzando le spalle.

Lucy portò una mano al viso della figlia – sei stata brava adesso vai nell’angolo e mi dispiace ma purtroppo oggi ti sarà proibito vedere Lily- a quella frase Crystal si alzò furibonda – ma come mi hai umiliata punendomi davanti a loro e adesso mi vuoi proibire di vedere Lily- Lucy mollò un ceffone a Crystal la prese mettendola piegata nuovamente e una volta scoperto il sedere di Crystal nuovamente iniziò a colpirla con forza e velocità, gli diede altri 10 colpi veloci e potenti, dopo la metà dei colpi Crystal che non aveva mai urlato iniziò a farlo Corinne era estasiata rideva senza problemi io mi strinsi sentendomi colpevole per quell’ulteriore e tremenda punizione e mentre sentivo la voce severa di Lucy mandare Crystal all’angolo Afef si accorse di me per colpa della mia mano poggiata al vetro,prese il cane e facendo finta di riportarlo al posto uscii dal salotto ed entrò dentro il bagno e senza dire niente mi abbracciò lasciandomi sfogare mentre mi accarezzava i capelli – piccola non dovevi guardare la signora e molto severa ma le vuole bene e Crystal lo sa, ma questa volta credo abbia esagerato- io annui mentre piangevo con lei che mi stringeva la testa alla spalla per soffocare i singhiozzi.

Passarono due minuti lei mi guardò con aria tenera e accarezzando il mio viso – la signorina e fortunata ad avere una compagna come lei si vede quanto la ama – io annuii poi riprendendomi – non dirà mica a nessuno che mi ha vista qua vero?- lei sorrise e scosse il capo – resta qua andrò a dire che e andata via e poi riferirò alla signorina che l’aspetta in camera sua – io la guardai preoccupata – non gli dica che ho visto tutto la prego- mi abbracciò un ultima volta e facendomi l’occhiolino tornò nella stanza, nel frattempo Crystal era stata costretta a stare in ginocchio sui ceci nell’angolino con il sedere scoperto, adesso che lo vedevo per intero mi fece ancora più impressione, era tutto segnato da righe blu gonfie e da poche usciva una gocciolina di sangue già secca, Corinne guardandola con la sua voce da oca – ben ti sta cosi la prossima volta le mani non le usi più- Lucy alzò un sopracciglio contrariata dall’atteggiamento di Corinne ma l’unica cosa che disse fu – bene Crystal si è scusata ed è stata punita quindi adesso vi devo salutare-loro si alzarono e fecero per stringere la mano a Lucy ma lei si limitò semplicemente a fare un inchino poi andò da Crystal e la fece alzare – saluta la tua compagna e sua madre poi fila in camera- nel frattempo entrò Afef – Lily se n’è andata via vi saluta e mi ha detto di dirvi che non c’è problema e che vi vedrete domani a scuola- vidi il volto di Crystal ombrarsi e farsi per un attimo triste, ma tornò fiera come la era stata per la durata della punizione senza far trapelare nessuna emozione.

A quel punto Corinne intervenne – la storia finisce qua non ti denuncerò mi dispiace che non veda la tua fidanzatina- marchiò la parola fidanzatina in maniera ironica e sarcastica poi si diresse verso l’uscita, Julie si limitò a fare un cenno con la mano e seguì sua figlia, le sentii ridacchiare nel corridoio su come gliene aveva suonate Lucy a Crystal, tornai alla finestra e vidi Crystal abbracciata alla madre che piangeva e singhiozzando – ci tenevo a vederla perchè me l’hai proibito- lei sorridendo – vedrai che la mia scelta di mandare Afef invece che e Carl la capirai fra poco- rise e se ne andò, vidi il volto di Crystal illuminarsi, Afef entrò e mi aiutò a sistemarmi poi mi disse di attendere 5 minuti prima di andare nella stanza di Crystal, sorrisi e aspettai, arrivata la mi corse incontro abbracciandomi donandomi un bacio incredibile, e fra le lacrime – grazie avevo bisogno di vederti mia madre mi ha punita davanti alla strega, è stato tremendo ti giuro. ma non ho ceduto e non gli ho fatto vedere il mio dolore e la mia rabbia a quella stronza di Corinne e alla strega di sua madre- io sorrisi per consolarla poi con dolcezza – su non dire altro sfogati avanti , iniziò a piangere e io con lei senza farlo notare, dopo di che si fece l’amore per la prima volta.

Antichi

25 Gennaio 2010

Tutti abbiamo sentito parlare, se non altro a scuola, della rigida educazione spartana. I ragazzi e le ragazze adolescenti, senza distinzione di sesso, erano bastonati di fronte a tutti i compagni, non perché avessero commesso una qualche colpa ma affinché imparassero a sopportare il dolore. Se gridavano, erano frustati ancor più duramente. Se qualche maschietto aveva un’erezione, magari vedendo le procaci forme di una compagna agitarsi sotto le bastonate, veniva punito duramente. Dopo esser stato frustato a sangue, gli veniva legato strettamente il prepuzio con un cordoncino sottile e gli veniva data da bere abbondante acqua fresca. Soltanto dopo ore, il cordoncino veniva tagliato.

Nelle scuole dell’antichità, i maestri usavano sempre la sferza: il sadico maestro di Orazio, Orbilio, ha perfino dato nome a questo metodo d’insegnamento. Per le fanciulle si usava un tipo particolare di Ferula, molto più leggera rispetto a quella con cui erano fustigati i maschietti. La Ferula, per le femmine, era composta da sei-sette cordicelle di cotone o di lana, abbastanza morbide ma per la metà della lunghezza erano fatti dei nodi, in genere sette per cordicella; queste erano raccolte insieme e l’estremità circondata stretta stretta da un cordoncino: costituiva l’impugnatura della Ferula. La colpevole, nuda, era frustata sulle terga, sedere cosce e schiena, mentre tutte le compagne, che assistevano alla punizione, dovevano intonare apposite nenie che, fra l’altro, dava anche il “ritmo” al maestro che procedeva alla fustigazione. Oppure la ragazza indisciplinata si chinava in avanti, appoggiando la testa ed il busto sulle cosce di una persona seduta (la madre o un’altra compagna); infine, ed è attestato però da testi seriori, letteralmente a cavallo di una compagna robusta o di una schiava. La punenda abbracciava il collo della persona che la sosteneva, la quale, a sua volta, ne afferrava le gambe con le mani, reggendo le ginocchia con ciascuna delle proprie braccia. Era una posizione assai sconveniente per una giovane vergine e perciò la si assumeva solo in rari e particolari casi.

Invece, molto usato dalle matrone nei confronti delle schiave era il Torsellum. Si trattava di una specie di coppa, molto simile a quella dei moderni reggiseni, per lo più di metallo, nella cui parte concava erano infisse decine di spilli acuminati. Alla coppa era assicurata, come manico, una striscia di metallo o legno, sottile ma estremamente flessibile.
La matrona impugnava con una mano l’estremità della striscia e con l’altra il Torsellum vero e proprio, sul bordo della coppa c’era un apposito incavo per adagiarvi l’indice; la lamina si piegava come un arco sotto la pressione, o come una catapulta pronta a scattare. Ed infatti scattava! La coppa acuminata andava a colpire la mammella della schiava reproba, e gli spilli si infilavano di colpo nella carne tenera. Si procedeva così alternativamente su una mammella e sull’altra, finché la padrona non era soddisfatta della sua vendetta.

Era necessaria una gallina per un’ altra tortura erotica molto in voga nelle ville del Basso Impero, tortura a cui erano sottoposte esclusivamente delle donne. Erano legate in terra, a cosce ben larghe in modo tale che il pube fosse leggermente rialzato; nella vagina e sugli organi sessuali esterni venivano depositati chicchi di grano, poi si avvicinava una gallina, che, con il cervello che proverbialmente si ritrova, cominciava a beccare il mangime.

Atroce, peraltro attestato solo da fonti incerte, un altro tipo di supplizio. La donna, per lo più incinta, era legata su un basso trespolo come se dovesse partorire; le si incideva la pancia con un coltello e la ferita veniva cosparsa di grano, orzo, ghiande, eccetera. Poi veniva portato un maiale che, ingordo, mangiava tutto compreso il feto e gli intestini della donna.

Nel buio Medioevo di gran voga erano i Ragni. Tre sbarre di ferro con in cima dei ganci o ami taglienti, piegate ad arco; l’estremità libera delle tre sbarre saldata insieme e munita di anello. I Ragni venivano conficcati profondamente nella parte inferiore delle mammelle della punita, per lo più un’adultera, in modo che trapassassero la massa di carne e le punte sporgessero all’infuori, fuoriuscite dalla parte superiore; nell’anello di ciascun Ragno era fatta passare una corda e la donna veniva issata in alta. Doveva stare così, appesa, per il tempo stabilito oppure fino a quando i seni, sotto la trazione, non si lacerassero.
Abbastanza praticata l’escissione del clitoride. I medici non si rendevano ben conto della funzione di quest’organo femminile che ricorda il pene maschile nella sua forma: la ritenevano un’escrescenza carnosa foriera di infezioni, quando non un difetto o una malattia congenita nella femmina. L’escissione del clitoride passerà poi, ma con valore altamente cultuale nella civiltà araba. La praticava qualche vecchia “praticona” servendosi di coltellini ma anche di valve di molluschi marini con il bordo particolarmente affilato. Del tutto proibita, nell’occidente cristiano, la circoncisione, perché questa era una pratica distintiva del “popolo maledetto e deicida”. Invece, la castrazione era pratica comune verso i sodomiti e per spregio ai prigionieri catturati in battaglia. La castrazione avveniva tagliando pene e scroto, con il suo contenuto, e versando poi formaggio fuso sulla ferita; nell’evirazione si strappavano i testicoli con delle tenaglie, arroventate per disinfettarle ed evitare infezioni…
Esisteva anche una castrazione femminile. Consisteva nel cucire letteralmente con ago filo, le grandi labbra fra di loro.
La subì, fra le altre, anche una principessa di una tribù germanica accusata di non esser giunta vergine al matrimonio.

Fu pure inventato un nuovo modo di sculacciare , ma probabilmente era sempre esistito. Richiedeva l’uso di un guanto ruvido o di quello di ferro. Consisteva nel colpire le natiche, si presume polpose, dal basso verso l’alto con la mano piegata a coppa e facendo un leggero massaggio, subito dopo che si era portato il colpo.
Con il ferro rovente si marcavano ladre, prostitute e donne di malaffare; di solito sulla spalla ma anche fra i seni o sotto l’ombelico onde le meretrici trovassero un qualche impedimento nell’usare il ferro del mestiere.

Walter of Red Griphon

Racconto di sculacciata: Suocere

24 Gennaio 2010

Un racconto di sculacciata, inviato da “Suoc”…buona lettura a tutti e grazie all’autore di questo racconto.

Suocero

Non mi diverto a punirla.
Lei è una ragazzina adorabile.
Bè, ragazzina…appena diciottenne in effetti, ma ha qualcosa di particolare.
Non è solo di una bellezza sconvolgente, lunghi capelli castani e occhietti verdi, non è solo intelligente e tenace, ha anche qualcos’altro.
Forse è il modo in cui muove gli occhi, forse è quella aria da bimba indifesa, che me la rendono così cara.

Vive con noi da qualche anno.
Si chiama Alessia ed è la fidanzata di mio figlio.
I suoi sono di un paesino e lei avendo bisogno di un posto dove vivere in città per studiare è venuta a stare da noi.
Dorme in una stanzetta, ovviamente lontana da nostro figlio, Dario.

E’ sempre stata dolce, molto educata e rispettosa ma ultimamente ha fatto l’errore di accostarsi alle amicizie sbagliate.
Avendo scoperto la libertà della città, l’amore e il nuovo mondo universitario, Alessia non riesce a rigare dritto. E sami continuamente rimandati, disordine ovunque e nessun rispetto delle regole.
Io e mia moglie siamo un po’ preoccupati per il brusco cambiamento che c’è stato in lei.

Le abbiamo provate tutte per darle punizioni funzionali.
Con i nostri due figli le cose erano state più semplice: normalissime punizioni.
Puniamo Alessia vientadole le uscite, facendole fare faccende in casa e quanto altro, ma niente riuscesce a scoraggiarla dai suoi modi.

Questo almeno fino a una settimana fa, quando ho capito come punirla.

Sapevo che non potevamo, per lei, per il suo bene lasciarla fare.
E così una sera mi sono deciso e ho detto a mia moglie che se anche quella sera Alessia fosse tornata in ritardo, l’avremmo sculacciata, come una bambina piccola.
“Sculacciata?” Dario si era fatto una risata.
“Papà, ma come ti è venuto in mente? Potrebbe denunciarti mi sa…”

In realtà non avevo pensato veramente di sculacciarla in modo classico, volevo solo spaventarla.
Ma a mezzanotte Alessia non era ancora tornata.
Era uscita con i compagni di università, giorno feriale, e senza avvertire.
Alle due e mezza, tentendoci tutti svegli e preoccupati, finalmente Alessia rientrò.
Trovò me, mia moglie e Dario ad aspettarla.
“Ma è possibile? Sono le due e mezza ti rendi conto? E domani hai lezione…” Dario per primo l’aveva rimproverata.
“Ma sono cazzi tuoi? Che palle…io mi devo divertire…divertiti pure te ogni tanto no?”
Io avevo immediatamente capito: era ubriaca.
Con il trucco esagerato sul viso, una maglietta scollata e volgare.
Gridava alle due di notte, come se fossero le undici di mattina…
Gridava parolacce.
Senza dire nulla la presi per un braccio e le mollai uno sculaccione.
“Come si permette brutto ***!”
Alessia stava esagerando, una bambina che dice simili parolacce?
Mi sedetti su una sedia e la misi sulle mie ginocchie.
“Non volevo farlo veramente, adesso però ti farò ricordare questa serata per un paio di mesi…”
Stavo per iniziare a sculacciarla quando ci ripensai.
La feci alzare e la portai in bagno, seguito da mia moglie e da Dario.
Aprii l’acqua ed infilai la testa sotto il getto per risvegliarla bene.
Dopo pochi minuti, le diedi un asciugamano dicendole: “hai cinque minuti, ti aspetto di là…”

Cinque minuti dopo, con la faccia pulita e la fronte bassa Alessia era tornata in soggiorno.
“Bene, da stasera, visto che insisti a comportanti da bambina, sarai sculacciata…”
Alessia mi guardò improvvisamente in faccia: “io…mi comporterò bene, la prego, non lo faccia…mi vergongno molto….”
“Mi dispiace bambina mia, ma devi essere punita e l’umiliazione è una parte importante. Forza, non mi far alzare…”
Alessia si avvicinò mansueta.
La dovetti chinare con una certa pressione sulle mie ginocchia ma poi assunse la posizione ideale.
Non avevo mai sculacciato nessuno, ma sapevo come doveva avvenire.
Le abbassai i pantaloni, mentre lei inziava a piangere per l’imbarazzo.
Ed inziai la sculacciata.
Davo dei colpi non troppo veloci nè troppo forti, volevo punirla ma non farle male.
La scena doveva umiliarla molto però: sculacciata dal padre del fidanzato davanti ad altre due persone.
Credo di aver pensato che ci volesse la predica: Sai” dissi sottolineandolo con uno sculaccione più forte “non ho mai dovuto sculacciare i miei figli…ma con te ho perso la pazienza, veramente! Pensa te! So bene che ti stai vergongando, ed è giusto! A diciotto anni, sulle ginocchia di un uomo che potrebbe essere tuo padre, a prendere le sculacciate perché non sai comportarti…”
Le abbassai le mutandine.
A quel punto cercò di impedirmelo con la mano, ma io avendolo previsto gliela bloccai sulla schina…
“ah, non vuoi che te le tolga? Non ti pare di aver detto un po’ troppe parolacce per sperarlo?”
“La prego…mi vergogno…”
Adesso piangeva più forte, proprio come una bambina, con il sederino che le si arrossava ad ogni sculaccione, e il volto contratto in smorfie di dolore e vergogna.

Gliene stavo dando davvero molte.
Avevamo passato le 100 sculacciate, forse anche le 200.
Aveva il culetto e le cosce rosse, segnate dalle mie sculacciate.
Aumentavo dose, velocità e forza, man mano…
Lei singhiozzava e mi pregava di fermarmi, ma io non volevo cedere subito a quelle dolcissime lacrimucce.
Dovevo punirla severamente per non doverlo rifare.
Poi, dopo 300 sculaccioni totali, mi fermai.
La feci piangere ancora sulle mie ginocchia e poi la feci alzare.
Cercava di comprirsi la micetta ma le era quasi impossibile.

“Ora, come tutte le bambine cattive, devi stare all’angoletto…se ti tocchi il sedere, o ti muovi ricomincio da capo, hai capito?” Lo dissi con il tono ancora arrabbiato.
Con i pantaloni e le mutandine alle caviglie, Alessia si spostò all’angolo che le avevo indicato.
La guardai: era scossa dai singhiozzi, e piangeva disperata.
Dopo dieci minuti andai da lei.
Togliti i pantaloni e le mutandine completamente: sapevo di stare esagerando.
“Papà….”
“Dario dimmi, vuoi che inizi anche con te?”
Dario si azzittò.
Alessia piangeva senza eseguire l’ordine.
“Alessia” la feci voltare, le sue mani scattarono a coprirsi davanti, “vuoi che ti sculacci ancora, o hai capito che devi eseguire quello che ti dico?”
Alessia si chinò, sfilò I pantaloni e le mutandine dalle caviglie e li appoggiò sul tavolo.
La presi per un braccio e me la rimisi sulle ginocchia.
Le diedi dieci sculacciate e poi con voce ferma le dissi: “bene, da domani devi ricominciare a studiare, a dare esami e a comportarti bene. Non posso impedirti di frequentare gente all’università ma scegli con attenzione le tue compagnie. Non ammetterò ritardi e tutte le mancanze saranno punite con le sculacciate. Per una settimana non uscirai, sei in punizione…”
Le diedi altre dieci sculacciate per far penetrare il messaggio.
Alessia non aveva mai smesso di piangere, ed il suo sedere ora era veramente rosso. Qualche chiazza più scura ricopriva la natica destra. La feci stendere sul divano e le dissi di rimanere così per un po’.
Dopo 10 minuti tornai di là.
La feci alzare; ancora senza pantaloni cercava di comprirsi, aveva gli occhi rossi e non smettava di piangere. Volevo abbracciarla, consolarla un po’ e dirle che era stata brava a prendere la punizione, ma temevo di rovinare tutto.
La mandai a letto senza una parola.

La mattina seguente andai a svegliarla io.
Le mutandine le aveva indossate a fatica, dormiva a pancia in sotto, con il culetto ben in mostra.
Le accarezzai il volto.
Alessia si svegliò imporvvisamente.
Ed i suoi occhi verdi mi fissarono.
“Ciao tesoro” le dissi dolcemente “vedo che il rossore non è passato molto, ti brucia?”
Alessia annui.
“Sei arrabbiata con me?”
Alessia scosse il capo:”Mi dispiace, le sculacciate mi hanno fatto capire che mi stavo comportando veramente da bambina, ha fatto bene a punirmi così, anche se mi vergogno molto e…”
Piangeva come la sera prima, come quando era sulle mie ginocchia…
“…spero non sia tardi per ottenere la sua fiducia..”
L’abbracciai forte, sentento per lei un bene profondo, lo stesso bene che sento per i miei figli.
La lasciai sfogare tra le miei braccia e poi con una carezza sulla guancia le dissi che l’avremmo aspettata per la colazione.

Racconti di sculacciata: Da Ammiratore Segreto…

22 Gennaio 2010

Questo racconto mi è stato inviato da Ammiratore Segreto…

Daniele non andava spesso sul forum di perversionis e quando ci andava non lasciava mai commenti, gli piaceva leggere i racconti e guardare le foto, ma non gli andava di lasciare una sua traccia su un sito web che avrebbe potuto permettere a qualcuno di riconoscerlo.
Daniele conosceva Seno da una vita ormai, erano cresciuti insieme e proprio per questo appena aveva visto i suoi primi commenti sul blog l’aveva riconosciuta; dal modo in cui parlava, dalla sua arroganza, dalla sua sottile ironia, si era accorto subito che quel modo di fare era il suo. Era stato felicissimo di sapere che anche lei come lui condivideva la passione per le sculacciate, ma non aveva voluto controllare di persona, era troppo timido per farlo proprio non ce la faceva, così continuò a vedere seno senza spiccicare parola sull’argomento.
Ma c’era qualcosa che non andava… a Daniele non piaceva per nulla il modo in cui si comportava seno sul blog, insultava tutti e si comportava da acida, ma Daniele sapeva che non era maligna, anzi se la si conosceva bene aveva un bel carattere, solo che ogni tanto non si controllava e andava un po’ fuori dai limiti. All’inizio aveva deciso di starsene buono sperando che seno cambiasse atteggiamento, ma dopo gli ultimi insulti rivolti a Educatore Nadine ed Alice decise che doveva assolutamente fare qualcosa, non poteva stare con le mani in mano.
Così il giorno dopo decise di fare un visitina a casa sua!
“Ciao Dani come va??”
“Bene tu?”
“Tutto ok, mi stavo preparando che fra un’ora uscirò..”
Infatti il suo volto era già truccato ma era vestita ancora con la felpa da casa e i pantaloni in tuta aderenti che le fasciavano il culetto. Daniele da un po’ di tempo sentiva una forte attrazione fisica nei confronti di Seno ma la rifiutava e soprattutto la bloccava, dal momento che fra loro due c’era un legame troppo bello per rovinarlo.
In casa oltre a lei non c’era nessuno e i due cominciarono a parlare e parlare come facevano sempre, ma era evidente il fatto che Daniele fosse teso,così Seno gli domando:
“Dani cos’hai? Che ti prende?”
E lui capì che avrebbe dovuto cogliere quell’occasione al volo, o non ce l’avrebbe fatta più!
“No! Io mi chiedo cosa prende a te!
“Ma cosa dici??”
“Ho visto i tuoi commenti….sul blog”
Dal colore rosso acceso che immediatamente il volto di Seno aveva preso, Daniele si accorse che aveva capito già tutto, ma nonostante ciò lei faceva finta di niente.
“Ma cosa stai farneticando?”
“Preferisci che lo chiami forum?”
“EH?!? Ma che è sto forum!?”
“Non fare la finta scema con me! So che vai su perversionis e so che sei Seno e il tuo comportamento è inammissibile!”
“Ma come diavolo ti permetti di frugare tra la mia robaaaaa!!!! SCIAFFFFFF…..
Quello schiaffo mandò Daniele fuori di se! Ma nonostante tutto mantenne la calma, e la guardo con quello sguardo di fuoco, con il quale poche volte l’aveva guardata e lei sapeva che non prometteva niente di buono: era veramente arrabbiato..!
“Primo: io non mi permetto assolutamente di frugare tra la tua roba, sono solo un altro fan del blog come te e ti ho riconosciuta. Secondo: non accetto più questo tuo comportamento da bambina, e quindi visto che non hai intenzione di controllarti, ci penserò io…
Di scatto la prese per un braccio e la portò fino alla sedia più vicina e, dopo essersi seduto, la trascinò a pancia in giù sulle sue ginocchia.
“Ma che fai Daniii”
“Faccio quello che avrei dovuto fare molto tempo fa!!!!”
E dopo averle abbassato i pantaloni della tuta…SCIAFFF… il primo sculaccione cadde sul suo culetto coperto solo dall’esile protezione delle mutandine, SCIAFF Ahiii SCIAFF ouuuu SCIAFFF ouch SCIAFFF basta , ahhh!!!!
Daniele era molto eccitato dal momento che quella era la prima sculacciata che dava in vita sua, ma allo stesso tempo era molto arrabbiato, e sculacciava forte, tanto che il culetto di seno era gia rossissimo.

Lei urlava strepitava gemeva si dimenava, era la sculacciata più forte che avesse mai ricevuto in vita sua, sentiva un fuoco intorno alle sue chiappette, ma non riusciva a sfuggire alla presa di Daniele, era troppo forte!
Sciaff sciapp sciaff sciaff sciaff.. ahhh ahhhh ahiii ahhh basta!!!Le urla e i rumori si diffondevano per tutta la stanza e per tutta la casa, Seno scalciava sempre più, però con i pantaloni alle caviglie i suoi movimenti erano limitati,e Daniele era ben deciso a terminare quella punizione!! Infatti con un gesto rapido e secco abbassò le mutandine fino alle cosce eee sciaff sciaff sciaff sciaff scaiff scaiff scaiff Sciaff!!!
Seno subito fo presa da una sensazione fortissima, strana quasi inimmaginabile e indecifrabile. Senza ombra di dubbio un fortissimo imbarazzo, ma c’era qualcos’altro; il fatto di essere lì sulle ginocchia del calmo e coccolone Daniele con il culetto nudo e la fighetta in bella mostra a prenderle come una bambina monella le dava come una scossa in tutto il corpo.Ma intanto le sculacciate continuavano a scendere sul suo posteriore nudo SCIAFF SCIAFF SCIAFF e il dolore e l’imbarazzo aumentavano sempre di più, così lei si ritrovava a sgambettare fortissimo senza accorgersi di dare una visuale ancora migliore della sua micetta.
Ma ecco che all’improvviso la sculacciata finì, le sembrava che fossero già passate ore e ore quando Daniele le permise finalmente di alzarsi.

Eccola lì, ce l’aveva davanti agli occhi quella ragazza bellissima, col suo fiore nudo davanti a lui, avrebbe potuto prenderla in quel momento stesso e fare di lei ciò che avrebbe voluto, ma non lo fece, rimase immobile nella sua posizione senza battere ciglio, e con voce dura le disse:
“Ora appoggiati con la pancia e le braccia sul tavolo e solleva bene il sedere”
Lei lo fece anche se messa un po’ in difficoltà dai pantaloni e dalle mutandine alle caviglie lo fece lo stesso, senza fiatare, senza dire una parola si mise a 90° appoggiata sul tavolo e col culetto ben in su…ORMAI ERA DOMATA!

Lei sentiva che lui stava togliendosi la cintura e sapeva quello che l’aspettava, ma non emise un fiato aspettò solo i colpi; ma prima lui parlo:
”Conta ogni colpo”
“…si…”
PAFF “1”
PAFF “2”

PAFF “25”

PAFF “30”

PAFF “40”

PAFF “45”

PAFF “50”

“ora vai nell’angolo in ginocchio e stacci per un quarto d’ora”.
Lei lo fece senza esitare.
Lui intanto prese la sua giacca ma prima di andarsene si avvicinò a lei da dietro e dopo averle dato un bacio sulla tasta le sussurrò all’orecchio: “Ti voglio bene.” Poi se ne andò

Lei aveva le lacrime agli occhi. Ma non era triste, anzi si sentiva la ragazza più felice della terra; però era rimasto un singolo ma importantissimo problema: era tremendamente eccitata!
Si sentiva tutta bagnata e fu dura resistere affinché la sua mano non scendesse come una ladra furtiva fra le sue gambe, ma aveva paura che lui fosse ancora lì a controllarla e così resistette.
Furono 15 minuti lunghissimi. Ma non appena furono finiti Seno si sfilò mutande e pantaloni per fare prima e controllo che in tutta casa non ci fosse nessuno, poi si chiuse nella sua cameretta e senza aspettare una attimo si buttò a pancia in giù sul suo letto e col sedere che ancora scottava iniziò a toccarsi fino a raggiungere un orgasmo strepitoso. Poi si addormentò felice, mentre le parole “ti voglio bene” galleggiavano ancora nella sua mente.

Questo racconto lo dedico a tutti quelli che volevano prendersi una “rivincita” su Seno =) hihih e alla stessa Seno che si meritava una bella “sculacciata virtuale”. XD Ciao a tuttiiiii!!