Archivio per gennaio, 2010

Racconti: Roma 600

20 gennaio 2010

Tra poco mi frusteranno, quei porci! Non che non sia abituata alle botte: il mio povero marito buonanima mi bastonava spesso. Quand’era ubriaco…cioè, quasi ogni settimana. Vorrei avere tra le mani quella lurida spia che mi ha denunciato: gli spacco l’osso del collo con le mie stesse mani!
Io una debosciata! Così mi hanno definita: eretica, fedifraga e debosciata. Quel verme di don Rufino, che mi sbavava intorno, alla faccia del voto di castità, suo! La tedesca era stata tanto gentile…la locanda era piena come un uovo…siamo in Sede Vacante, il buon Clemente è morto e quegli uccellacci si sono riuniti in conclave, per eleggere un altro dei loro…gli affari vanno bene…non c’era più in letto disponibile: avevo affittato pure il mio, il migliore… quella coppia di damerini inglesi mi ha dato 25 scudi d’argento, una fortuna! Si, è vero la tedesca era luterana ma lei mica me lo aveva detto né io glielo avevo chiesto, e pareva un maschio! Ma era tanto gentile… Ha scostato la coperta e mi ha invitato nel suo letto. Ha detto che dormiva tutta nuda, perché lassù da lei si usa così. Non aveva quasi le zinne: piatta come un’asse piallata! Mi sono distesa accanto a lei, che ha cominciato subito a ridere. Non regge il vino, e quello che servo io è di prima qualità…beh, facciamo di seconda ma è buono lo stesso. Abbiamo giaciuto insieme, senza malizia…le donne non mi piacciono…anche se, dicono, qualche nobildonna se la fa con le serve o con le puttane… Ero stanca per il troppo lavoro: si fatica a fare l’ostessa! Altro che la gente dice: poco lavoro e guadagno facile. Quello ce l’hanno le donnacce e quei zitelli che ronzano attorno ai monsignori… Poi, gli uomini del bargello, all’improvviso, in piena notte: mi hanno spaventato perfino i clienti. Mi hanno portata via, incatenata, come una ladra! Sono stata per due settimane, qui al Sammalò, dentro una cella: non avevo neppure di che lavarmi. Un pezzo di pane e una brodaglia acida, come pasto ogni giorno, senza un filo d’aria.
Poi i hanno portato davanti al tribunale del Vicario, e chi era il capo? Quel verme di don Rufino! Sorrideva con quei suoi denti gialli, con quella sua faccia da avvoltoio, gialla pur essa. Deve avere avuto un travaso di bile, come quando gli spaccai la padella in testa, tanti mesi fa….mi aveva infilato la mano sotto le gonne! “ Nerbo e ortiche!” ha sentenziato tutto contento…Invano quell’imbecille di quel pretonzolo, mezzo… no: tutto pederasta! che mi avevano dato come avvocato difensore…invano, dicevo, quello stronzo ha chiesto la commutazione della pena, come la chiama lui, in una multa, anche forte. Avrei potuto pagarla, pur se con sacrificio. Invece no! Don Rufino ha suonato il campanello e ha detto “Fiat secundum ius”.
E così oggi mi frusteranno. Stamattina presto sono venute due suore, per farmi il clistere: è obbligatorio, mi ha detto una di loro. Sono state gentili, però, e delicate. Ho riempito per intero di merda il vaso di coccio, qui nella cella… Mi sento svuotata completamente.
Eccoli. Oddio! Non lo avevo mai visto da vicino il cavalletto, fa paura quasi solo a guardarlo. Sembra un mostro di legno. Pronto ad abbracciarmi. Beh, non proprio ad abbracciarmi. Ehi, quanta irruenza e non stringete così questi legacci: mi fate male! Bastardi maledetti! Ahia! Stai attento con quel coltello, hai rischiato di ferirmi mentre mi tagliavi la camicia. Brr, fa freddo. Godete, godete a guardami tutta ‘gnuda! Sono ancora una bella donna, la più bella del rione. Ho ciccia addosso, mica quelle cose secche come il baccalà, quelle a cui siete abituati…Ahiiiii! Mamma mia che dolore! Madonna mia, Gesù, Sant’Anna…mica mi credevo che facesse così male…oddio, un’altra! E mica posso resistere! Mi va tutto a fuoco, là dietro. Lo sento gonfiarsi, anche se non lo posso vedere. Dev’essere diventato come una vescica piena di sugna e livido…Ahia! Cos’è questo? Il bavaglio, sai dove devi ficcartelo il bavaglio! …Mmmh, non posso neppure più strillare, st’affare di legnaccio che mi hanno messo fra i denti non mi fa quasi respirare…il dolore aumenta…non ce la faccio più: mi va tutto a fuoco.
Si sono fermati: non mi frustano più. Chissà come sono ridotte le chiappe: che scenufregio devono essere! Mammaaaa… è fresco, è tenero….Brucio….vado a fuoco….Mi si arroventa tutto…No, non lì: è zona delicata, quella… passate pure l’ortica sulle chiappe, tanto non sento quasi più il dolore, tant’è il dolore che già provano….ma non là sotto! Fa male, sembra olio bollente…brucia, ustiona, arroventa…Madonna mia…aiutami tu: fammi morire subito!
E’ come se mi avessero messo a sedere su un braciere ardente! Soffro tanto, non respiro, sto morendo….
Il pavimento di serci mi viene incontro, vi ho sbattuto il mento sopra…ma non mi importa: sono tutto un dolore. Vado a fuoco, giù nelle parti basse….Che orrore, che vergogna! Non ce la faccio mica a camminare…sì, sì trascinatemi pure: guadagnatevi il vostro maledetto pane! Porci!

Mentre l’uomo le frusta il culetto, lei…

19 gennaio 2010

Racconti di sculacciata: Mauro e Katia

18 gennaio 2010

Un nuovo racconto di sculacciate del nostro bravissimo Geronimo: buona lettura!

Mauro, ingegnere di anni 41, abbastanza ben portati, era molto soddisfatto della sua vita lavorativa e sessuale. Il suo studio professionale andava a meraviglia malgrado la crisi; certo, la moglie lo aveva mollato ma grazie al buon senso che li aveva fatti optare per il regime di separazione dei beni e al fatto che l’ex consorte, alto funzionario statale alla sovrintendenza dei beni culturali non aveva bisogno degli alimenti, tanto più che la loro unione non era stata “benedetta” dalla nascita di pargoli, il nostro uomo non era gravato da quei pesanti carichi economici che angustiano i mariti separati e divorziati. Quanto al sesso, Mauro aveva finalmente trovato una soluzione che gli consentiva di soddisfare alcuni suoi desideri particolari.
Aveva infatti instaurato una relazione con Katia,una graziosa ragazza mora di 24 anni, 1,68 di altezza molto timida, brava ragazza con diploma di ragioneria con poche esperienze professionali. La giovane donna Aveva infatti ricevuto una educazione rigidissima nell’ambito della quale aveva goduto di scarsa autonomia. Per ogni mancanza anche minima le erano state inflitte severe punizioni corporali. Nulla di brutale, ma si trattava comunque di tantissime botte date sul sedere, sistematicamente messo a nudo, con i più svariati strumenti ma per lo più con la cintura dei pantaloni, e ciò sin dalla tarda infanzia.Tutto ciò l’aveva resa insicura ma anche estremamente esigente sia con sè che con gli altri. Si rammentava sempre del suo quattordicesimo compleanno. Le era caduta una fetta di torta che aveva sporcato la maglietta di una invitata ed anche il pavimento. La madre l’avrebbe perdonata, ma Katia insisteva per essere punita. La sera,Katia si piazzò davanti alla mamma con un grosso mestolo in mano e i pantaloni e le mutandine alle caviglie. La donna esasperata si decise finalmente a punirla. La sculacciò duramente.Parecchie decine di mestolate sulle chiappette.Katia non riusci a dormire per il bruciore, ma era felice. Aveva sbagliato ed era stata punita. L’ ordine naturale delle cose era stato ristabilito. Con queste premesse la vita sentimentale e sessuale della ragazza era risultata fino a quel momento disastrosa. Aveva trovato ragazzi deboli, senza spina dorsale che non avevano compreso il suo pressante bisogno di regole e disciplina, oppure dei bulli prepotenti e brutali che l’avevano maltrattata. Mauro sembrava essere il punto di equilibrio. I due convivevano da alcuni mesi. L’ ingegnere l’aveva assunta come segretaria particolare, pur essendo la giovane decisamente imbranata ma se lo poteva permettere, anche perché il lavoro più importante lo faceva svolgere ad altri e ben più efficienti collaboratori. La situazione permetteva pienamente a Mauro di sfruttare gli errori e le mancanze di Katia per applicarle quel regime disciplinare che lui aveva sempre desiderato som ministrare ad una partner e che la donna a sua volta si era abituata a ricevere non senza una qualche forma di intimo piacere .
Siamo a fine maggio, Katia sta scrivendo una lettera al computer. Indossa una camicetta color panna, gonna corta, sandali dal tacco di 8 cm. Mutandine di pizzo rosa, reggiseno a balconcino regalo del proprio uomo e datore di lavoro. Mauro la chiama al telefono. “Katia vieni qui, subito!- “ In ufficio non è rimasto nessuno, Katia capisce e sia avvia lentamente nella stanza del capo. Entra senza bussare. “Ce ne hai messo del tempo, ed entri senza bussare, bene, bene, sono 10 colpi supplementari- “ Ti avevo ordinato di archiviare la miseria di 200 pratiche sul computer e nell’armadio entro le ore 17.30, sono le 17. 40 e ne hai messo a posto appena 195!Conosci la regola, ogni Mancanza deve essere punita.-“ “Si mio signore, è giusto, ti prego frustami!- “ si trattava di una formula che Katia doveva usare prima di ogni seduta punitiva, ma corrispondeva in realtà al suo più intimo desiderio, ben oltre quanto fosse disposta ad ammettere. “Userò il nerbo di bue!” Katia trasalì, aveva pensato di prenderle con la cara calda, avvolgente cinghia dei pantaloni che tanto le ricordava le punizioni paterne, e invece le sarebbe toccato un castigo davvero severo. Con ogni probabilità le terga avrebbero riportato qualche piccolo graffio sanguinante oltre a grossi lividi e quindi niente correzioni per almeno 10 giorni, neanche le sculacciate uffa!. Forse le sarebbe toccata qualche penitenza del tipo essere legata alle spalliere del letto in posa come una croce di S.Andrea con un grosso dildo infilato nell’ano o magari un vibratore acceso in vagina, ma niente più, pensò tra sè e sé, guardandosi bene dall’esternare il proprio disappunto. “Quanti colpi ti spettano?” La corrigenda aveva fatto un rapido calcolo. “35 mio signore!, 5 frustate per ogni pratica non archiviata e quindi 25, oltre le 10 nerbate per la mia maleducazione”. “E dove le riceverai?” “sul culo mio signore!” “e come dev’essere il culo?” “nudo mio signore!” “Bene! Togliti le mutandine!” Katia si sfila gli slip e li lancia sulla scrivania invece di consegnarli a Mauro. “Questo ti costerà altre 5 nerbate!”. Katia tiene sollevata la gonna. La vista della passerina calda e accogliente, ricoperta di una folta pellicciotta ricciolina, della propria donna e segretaria, inducono Mauro a baciare dolcemente la bocca di Katia tenendole la testa con una mano mentre con l’altra le copre interamente il sesso e le apre le labbra della fica con il dito medio, facendolo sparire dentro. “sfilati la gonna!” Senza distogliere mai i suoi occhi da quelli di Mauro,Katia esegue. “Ci vuole assolutamente una sculacciata Katia!” le fa Mauro e subito si siede lasciandosi cadere sulla poltrona e la trascina sulle proprio ginocchia in modo che il ventre di lei e la gnocca siano appoggiate sulla gamba sinistra.I teneri globi rosei sono ora in attesa del le carezze che più si addicono a tale parte anatomica e che presto arrivano sotto forma di potenti sculaccioni. Il dolce ciack, ciack, risuona nella stanza insonorizzata accompagnato dai gemiti di Katia per una decina abbondante di minuti. La passerina è rossa e fradicia di umori e i pantaloni di Mauro recano una grossa chiazza nel punto di contatto con il sesso della donna. Katia si appoggia ventre sulla scrivania e Mauro la penetra in profondità. Bastano pochi colpi decisi di reni affinchè la coppia raggiunga l’orgasmo. Mauro eiacula sulle natiche arrossate della donna. La coppia si reca in bagno per nettarsi i genitali. Una volta usciti Mauro decide di mettere alla prova il livello di entusiastica sottomissione di Katia. Le restituisce le mutandine dando ad intendere che la sessione punitiva poteva considerarsi conclusa. La donna lo guarda seria con l’espressione contrariata: “- E le mie nerbate, Mauro ? – “ Vedo con piacere che ti sei ricordats, sei coscienziosa, almeno nel ricevere i sacrosanti castighi, ma riceverai altre 5 nerbate perché mi hai chiamato per nome. Ti ho già detto mille volte che durante la punizione mi devi chiamare mio signore!- “ “Si è vero” risponde katia a capo chino. “- Si cosa- ?” Si mio signore!…..Altre 5 nerbate?-“ Certamente e siamo a 50! Vatti a mettere in posizione, a pancia sotto sulla scrivania. Stavolta ti scortico le chiappe!-“ Mauro toglie dall’armadio una frusta lunga all’incirca un metro, costituita da un corto manico di legno rivestito di cuoio dal quale partono quattro corregge di budello di bue intrecciate che si assottigliano nell’ultimo tratto per circa 20 cm. Un ciuffetto di barbagli di pelle completa lo strumento correttivo. Mauro frusta l’aria per intimorire la vittima. Poi appoggia lo strumento sulle sue reni e le sussurra all’orecchio “- Se non te la senti…..-“ Lo sguardo di Katia lo fulminerebbe se potesse. Non resta che procedere . Swiscc! Ahaa! L’impatto della prima nerbata sulla natica destra fa comprendere a Katia quando sarà dura la fustigazione di quel giorno. Swiscc!, Swiscc!, Ahiaaa! Ohiii! Mauro frusta a buon ritmo, non troppo veloce , non troppo lento. I colpi sono tutti durissimi.Il nerbo si piega e scuote, striando per 10, 15 cm ad ogni colpo il culo indifeso della donna. La parte piena delle natiche, le reni, le anche, le cosce, nulla dell’ampia superficie disciplinabile è risparmiato dalle scudisciate. Katia ora piange, strilla ma non recede dalla posizione. Swiscc!, Swiscc! Ahiiii! Oh mio dio! Che male! Swiscc!Swiscc! uhaaa! Ahia!. Alla 50esima nerbata. Il culo è gonfio, pieno di vesciche e qua e là compaiono gocce di sangue.
Katia singhiozza. Mauro l’accompagna in bagno, la fa stendere sulla proprie ginocchia e la rimprovera con fermezza ma dolcemente, come si fa come una bambina monella che appena ricevuto le sculacciate. Passa l’emostatico sulle piccole ferite e la crema per l’assorbimento delle ecchimosi su tutto il resto del deretano offeso. Katia smette piano piano di piangere. Escono dall’Ufficio e raggiungono l’auto di Mauro nel parcheggio sotterraneo. Katia mette una ciambella sul sedile per comprensibili ragioni. Non indossa gli slip. Mauro vorrebbe girare la chiave nel quadro del cruscotto. Ma Katia gli ferma la mano. Lentamente libera dalla patta dei calzoni la verga del proprio uomo in perenne stato di semierezione sin dall’inizio della fustigazione. Si piega su di essa con la testa. Labbra, lingua, denti e saliva avvolgono l’asta, tormentano il glande. La testa va su e giù. In pratica Katia se lo scopa con la bocca.

Foto di un culetto rosso per le sculacciate

17 gennaio 2010

Racconto: Bionda

16 gennaio 2010

La bionda represse un sorriso, vedendo quel “cosino”; se non di dimensioni eccezionali, ci si aspettava che, in un uomo grande e grosso, fosse almeno normale; invece era piccolo come quello di un bambino.
Lui si accorse della smorfia della bionda, e sorrise a sua volta: c’era abituato allo sgomento delle partner. Ma per una freccia piccola e spuntata, molte altre ne aveva nella sua faretra. La sua mano, leggera delicata ed eccitante, massaggiò il monte di Venere, si aprì la strada verso il clitoride. La bionda aprì ancor di più le grasse cosce per facilitarlo. Lei mugolò, mentre le dita di lui proseguivano il proprio lavoro d’esplorazione. Un brivido percorse la schiena della donna, le cui dita strinsero la coperta; il bacino si sollevò, quel tanto che permetteva il peso di lei. Lui tolse la mano, e la portò a carezzarle il ventre; ebbe il buon gusto di non indugiare sulle smagliature né sulla cicatrice dell’operazione. Come i capelli di Medusa, sembravano serpenti, pensò la bionda in una reminiscenza scolastica, serpenti che le si attorcigliavano intorno ai seni, sollevandoli, accarezzandoli, titillandoli. Lei sentì ancora la ben nota sensazione. Le mani di lui giocavano con le mammelle grosse, le trattavano come se fossero di fragile cristallo, lucidandole. Egli scivolò verso il ventre di lei con la testa: la barba le faceva un leggero solletico sulla pelle dell’interno coscia. La lingua di lui cominciò a giocare con la sua natura più intima, dentro e fuori. L’umido pezzo di carne fece inturgidire vieppiù il piccolo cicciolo nascosto. Oddio, fa che non… pensò la bionda…. Nooooo, Siiiiii… L’umore femminile si mescolò alla saliva maschile. Lui leccò l’inguine, attratto dall’afrore di femmina, come un gattino lecca la ciotola piena di latte: tocchi brevi e rapidi.
Mai nessuno le aveva fatto così; non che lei avesse lunga esperienza, ma questa era la prima volta che… sentì di nuovo quel piacevolissimo calore, giù in basso, ardente calore che neppure la lingua bagnata riusciva a spegnere, anzi il contrario. “Basta! Basta!” gemette, ma era una preghiera affinché lui continuasse. Invece, l’uomo barbuto la prese in parola; sollevò la testa e strinse le palpebre, interrogativo. La bionda aprì al massimo le gambe, passò la destra sopra il capo di lui e si girò bocconi. La coperta non era per niente fresca, non le arrecava quel minimo di refrigerio che pure aveva sperato. Rimase così, a pancia sotto, in attesa. Non le fece per niente male. Capì che il suo coso le stava penetrando nell’ano, ma era solo fastidio non dolore. Lui rimase dentro per qualche secondo, poi sfilò il coso ancora duro. Lei supplicò mentalmente che ricominciasse a toccarla. E lui lo fece. La sculacciò. Con il palmo aperto, picchiando quelle natiche adipose, con forza con violenza. La bionda sentì il dolore, e, insieme, il piacere. Di nuovo. Di nuovo l’orgasmo. Mai successo, così: due consecutivi. Il culo le bruciava tutto, forse si stava gonfiando, di sicuro era rosso, stabilì la bionda pur senza vederlo. Le percosse generavano calore e tremore, l’uno si diffuse in profondità verso il pube, l’altro si espandeva sulle ampie natiche. La bionda godette, ancora.

Arte erotica: schiava giapponese

15 gennaio 2010

Racconti di sculacciata: la vendetta di Lucia

14 gennaio 2010

Da Geronimo, uno dei nostri migliori autori ormai, un bel racconto di sculacciata.
Ricordo a tutti che chiunque può contribuire al blog, è sufficiente inviare il racconto all’indirizzo sculacciata76@yahoo.it

Buona lettura!

Ispirandomi in qualche modo alle esperienze di Mario propongo questo raccontino ambientato intorno alla metà degli anni 60 in un paesino dell’aretino e che tratta di disciplina domestica genitori/figlie.

Lucia è una graziosa ragazza di 18 anni non grassa ma piuttosto in carne, quarta di reggiseno, sedere e cosce rotonde e sode. 1,65 di altezza, bocca piccola grandi occhi neri e profondi. Il nuovo parroco del paese, Don Prospero, sembra apprezzare le belle ragazze del villaggio e non proprio da un punto di vista strettamente pastorale. Sia Lucia che le altre donzelle hanno ricevuto numerose attenzioni non gradite, palpeggiamenti di seni e cosce e delle parti intime sotto qualsiasi pretesto. Lucia insieme ad una sua amica ha protestato con i propri genitori ma a causa della sua nota passione per i giovani e aitanti compaesani non viene creduta. Il parroco recatosi a casa di Lucia riesce facilmente a convincerne i genitori che la figlia ha voluto in realtà coprire un suo peccato, il sacerdote l’aveva infatti sorpresa, e la circostanza purtroppo era vera, mentre smanettava il pisello del figlio del droghiere. Alla fine la povera Lucia si ritrova piegata pancia sotto sul tavolo da cucina con le sottane sollevate e le mutande ai polpacci, mentre il padre si è già sfilata la grossa cintura e l’ha piegata in due pronto ad eseguire la punizione della figlia. Il prete finge di intercedere chiedendo blandamente clemenza ma in realtà non vede l’ora di veder frustare di santa ragione il didietro nudo di quella petulante puttanella. “ –Padre-”, dice Fabio, il babbo di Lucia, “- conti lei a mente le cinghiate, che io, quando le dò a questa disgraziata figliola perdo il conto dalla rabbia che mi fa!, Saranno 100 cintate!-“ No babbo sono troppe!” protesta Lucia-“ Chetati * maiala!, oh, scusi padre-“ interviene Mariangela, la madre, un donnone burbero non meno severo del marito nell’applicare la verga di saggina alle natiche della figlia. Fabio comincia a cinghiare duramente e velocemente le chiappe e le cosce della figlia, senza dargli un attimo di respiro, Don Prospero si gode la propria vendetta senza perdere di vista per un attimo il bel culo della corrigenda sbatacchiato violentemente dalla cintura del genitore. Le nude rotondità sembrano quasi danzare sotto le scariche elettriche delle frustate. La giovane strilla,,i piange chiede pietà “ahiaaa! Pietà! Si sono bugiarda! Ma non lo …Ahii! Ahioo! Non lo Faccio più – “ perdono, perdono!!, Ahiaaa! Il padre è madido di sudore ma è furibondo per la figuraccia che ritiene la figlia gli abbia fatto fare e frusta sempre più vigorosamente le malcapitate chiappe di Lucia. !Ti raddrizzo io, mascalzona! E giù cinghiate. Don Prospero, astutamente, ha già contato tra sé e sé almeno 125 cinghiate e solo allora esclama falsamente il numero “100! Basta povera bimba!” esclama l’ipocrita. L’è troppo buono monsignore!” dice la mamma. Il culo della ragazza e la metà delle cosce sono belle gonfie e piene di lividi. Il bruciore è intensissimo. Ma lo sguardo di Lucia è pieno di odio per Don Prospero “Che male, che male, non ne ho mai prese tante ma te la faccio pagare, pensa Lucia e medita sacrosanta vendetta.
Due giorni dopo, camminando con comprensibile difficoltà, Lucia va dal droghiere per fare le compere ordinate dalla madre.Non era certo il caso di fare storie. Il clima in casa è piuttosto ostile e Sora Mariangela, come sapeva bene la figlia, non ci avrebbe pensato due volte a tirarle giù le mutande e a mollargli una scarica di potenti sculaccioni alla minima protesta e malgrado lo stato pietoso del sedere. In piazza trova l’amica Carla, a cui le cose non erano certo andate meglio. La ragazzetta 17 anni, assai più minuta di Lucia,dolce e timida, esibiva infatti due aloni scuri sulle guancie. “Oh Lucia non mi hanno creduto, pensano che io sia una bugiarda e Don Prospero un sant’uomo. “Lo vedo che non ti hanno creduto” dice Lucia indicando i segni sul viso dell’amica. “Ah questi, le labbrate** di mamma, me ne avrà date una dozzina, e poi guarda che m’ha fatto il babbo- “ Così dicendo si tira su la gonna sulle terga scoperte, “Non ce la faccio a portare le mutande” in effetti il culo e le cosce fino all’altezza delle ginocchia erano un reticolato impressionante di rilievi multicolori che andavano dal rosso scuro al viola, al blu. “ Ha usato lo staffile, e non ti dico gli insulti”. Non si può baciare i ragazzi e tanto meno farsi toccare la topina o ruzzare*** un po’ con gli uccelli dell’omini belli se no son botte, mentre quel maiale può fare i suoi comodi impunito! “ fu questa l’amara considerazione comune delle due donzelle. Ma Lucia stava preparando un piano per farla pagare cara al quel satiro in tonaca. Trascorse una settimana e una sera a cena Lucia si rivolge al padre: “- Sai, Don Prospero m’ha detto che vuole proporti un affare- ! Fabio che stava mangiando rumorosamente chino sulla minestra, rialza la testa subito interessato. Lucia prosegue: “- Vorrebbe che tu lo rifornissi periodicamente di un po’ di ortaggi, rape, finocchi e altro per i poveri orfanelli di Santa Genoveffa. Sai, vorrebbe che tra lui e la nostra famiglia si andasse d’amore e d’accordo in spirito cristiano, così ha detto!” Il padre di Lucia si frega le mani, finalmente si riesce a tirar su qualche lira, pensa il Ns.contadino, ignaro della verità.
Lucia dice che il parroco li attende dietro la canonica, l’indomani, intorno alle quattro del pomeriggio.Il giorno dopo, Fabio e Lucia si recano in paese e si dirigono subito alla canonica, la ragazza dice al padre di aspettare dietro un grosso cespuglio di alloro mentre lei va a chiamare il prete. Da quel posto il padre avrebbe potuto vedere e udire tutto.Lucia bussa alla porta. Il parroco esce e si vede davanti la bella giovane che esibisce il suo miglio r sorriso, lo sguardo birichino, e soprattutto la camicetta semiaperta, che lascia intravedere i seni bianchi e sodi !” ah! Birbantella, ti sei fatta umile e sottomessa a Don Prosperino tuo!. Le totò sul culetto ti sono servite. Mi fa piacere che tu abbia finalmente capito che per provare la gioia della redenzione occorre prima aver peccato” e senza perdere tempo apre ancor di più la camicetta e si mette a sbaciucchiare la parte delle tette di Lucia non coperte dal reggiseno. A questo punto Fabio, che ha visto e sentito abbastanza, esce dal cespuglio furibondo.”Brutto maiale! Aveva ragione la mi figliola! E giù pugni., schiaffi e pedate. Don Prospero scappa inseguito a sassate dal padre di Lucia ed a stento viene salvato dalla gente accorsa nel frattempo sul luogo degli schiamazzi. Il prete dopo lo scandalo è ormai smascherato, verrà rimosso nel giro di una settimana dal vescovo di Arezzo.La sera Lucia pensa di godersi il proprio trionfo, di ricevere magari delle scuse, ma si sbaglia di grosso. I genitori la guardano torvi. Il padre si è sfilato la cinghia. “Tirati giù le mutande Lucia!-“ Ma perché?!” chiede con voce tremolante la ragazza. “Vi ho dimostrato che Don Prospero ci toccava e ci dava noia!” Vero, dice la mamma, avevi ragione quando dicevi che il parroco era un porco ma Babbo t’ha visto, che l’hai provocato, che ti sei fatta baciare le puppe****, e ora le ripigli!-“ , “- ma siccome un po’ di ragione ce l’hai-“ aggiunge il padre “- e siccome siamo giusti, ti faccio lo sconto sulle cintate, 30 di meno, contenta?-“
Lucia ormai rassegnata si abbassa le mutandine all’altezza delle ginocchia. Era la quinta volta in un mese che le cinghiavano il sedere. Mariangela afferra la figlia con le forti braccia e gli solleva la gonna. Lucia non vede , ma sente la cintura che fende l’aria e si abbatte fragorosamente sulle sue natiche tremanti. Per tutta la durata della punizione non fa altro che ripetersi, “- in che cosa ho sbagliato? – Slasc! Ahiaa! – In che cosa ho sbagliato? -Slasc!, Uhii!.

Legenda termini dialettali o poco conosciuti ai non toscani:
* Chetati = Taci
** labbrate = schiaffi
*** ruzzare = giocare
**** puppe = poppe o meglio seni

Geronimo

Public Disgrace: umiliata a Berlino

12 gennaio 2010

Ad occhio e croce questo film di umiliazione, di cui vi anticipo qualche immagine, è stato girato a Berlino, in luoghi pubblici. Da Public Disgrace.




Racconti di sculacciate: Orgoglio e pregiudizio, il seguito spanking

11 gennaio 2010

Lascio la parola a Geronimo, che questa volta fa le cose in grande, scrive il seguito spanking di Orgoglio e pregiudizio.

Molti conoscono il famoso romanzo di Jane Austen scritto all’inizio del 1800. O lo hanno letto o conoscono la storia oppure hanno visto il film intepretato da MacFadyen nella parte di mister Darcy e dell’affascinante Keira Knightley in quella di Elisabeth (Lizzie) Bennet (Forse è troppo magra ma io la sculaccerei lo stesso).

Questo è un ipotetico seguito. Spero che lo specialista del racconto storico, Bob Knees, qualora dovesse leggerlo, voglia perdonare la mia grossolana ignoranza.

Siamo a Pemberley, residenza dei Sig.ri Darcy ovvero Mr. Darcy ed Elisabeth Bennet sposati da pochi mesi. Le due sorelline ancora nubili, Mary e Kitty si sono trasferite dalla sorella e dal cognato affinchè
venga loro impartita quella severa e inflessibile disciplina che a casa dei genitori era completamente mancata. La sorella Lydia, come sappiamo, era fuggita con un sordido cacciatore di dote, Mr. Wickham, e per salvare l’onore della fanciulla e della famiglia Bennet si era fatto ricorso ad un matrimonio riparatore, grazie al decisivo intervento del generoso Mrs. Darcy. Generoso sì ma severissimo, in questo momento Kitty è legata al panchetto delle fustigazioni con le sottane sollevate e sta ricevendo le dure bacchettate di Mr. Darcy sulle chiappe nude. La Sig. ra Mortimer, la capocameriera, conta scrupolosamente. – Swap! – Ahaii!, – 29! – Swap!! Ahiaa! – 30! Lizzie digli di smettere!- Lizzie che assisteva al castigo, tutt’altro che impietosita, risponde- “Niente affatto! Ti spettano 4 dozzine di bacchettate e 4 dozzine saranno. L’indulgenza di tuo padre non era più tollerabile, se avesse frustato come meritava quella sgualdrinella di tua sorella, non sarebbe mai finita tra le braccia di quel mascalzone!, e per la verità anche le mie natiche e quelle di Jane (la sorella maggiore sposata con Bingley) sono state troppo a lungo risparmiate, ma adesso il mio Signor marito vi sta ponendo rimedio- “ così dicendo rivolge uno sguardo complice e un sorriso amorevole a Mr. Darcy il quale deglutisce leggermente per l’imbarazzo a causa della presenza della Sig.ra Mortimer che sorride indulgente, dal momento che è ben a conoscenza delle sane abitudini del Signor Darcy, avendo potuto udire assai spesso i caratteristici rumori della disciplina impartita dal padrone alle terga della mogliettina, e di nascosto aveva applicato gli unguenti alle natiche e alle cosce di Lizzie rigate dalla bacchetta, dallo scudiscio o dal cinturone del padrone. Senza ulteriore indugio Mrs. Darcy riprende a vergare il culo della povera Kitty tutto rosso e gonfio e pieno dei caratteristici rilievi binari di colore viola e blu tipici delle bacchettate. E la sorella Mary?. ha già ricevuto la sua dose giornaliera e se sta distesa sul letto in camera a frignare con il culetto tumefatto. Ma torniamo alla scena madre “- Swap! – Ahuu! – 46 ! – Swap! 47 – Ahioo! Basta! – Swap! 48! Ahiii! – oh booo! Kitty piange a dirotto mentre la sciolgono e gli tocca pure baciare la bacchetta e ringraziare per la correzione.
Una volta rimasti soli, Darcy si rivolge a Lizzie con tono pacato ma severo facendole l’elenco delle mancanze commesse “- Non avete controllato la condotta delle Vs. sorelle in questa settimana, mia cara, sono ancora troppo disubbidienti-! ;Vi siete rivolta a me in modo insolente per ben quattro volte negli ultimi tre giorni e l’altra sera avete messo in imbarazzo, anzi umiliato, il conte***** con la Vs. arguzia. Sapete che apprezzo la Vs. brillante intelligenza ma dovete imparare ad essere più diplomatica. Ora poiché l’unico mezzo attraverso il quale un gentiluomo può istillare determinati concetti nella mente della sua signora, è per l’appunto una bella battuta del relativo sedere, ve ne lascio trarre le debite conclusioni- “ Lizzie sapeva che il suo deretano sarebbe stato strigliato molto duramente tanto da rendergli assai penoso l’appoggiare le terga su una qualche superficie per alcuni giorni , ma il marito era nel giusto ed era suo pieno diritto castigarla.- “Concedetemi di prendere un bagno, prima- “- Certamente, ma fra un ora sarò nella Vs. camera- “All’ora convenuta Darcy si presenta in maniche di camicia impugnando un martinet, ovvero una frusta composta da un manico in legno da cui si dipartono, in questo caso, sette lacinie lunghe 80 cm., in pelle di bue e tutte terminanti con un piccolo nodo. Darcy, da autentico gentiluomo, ha naturalmente bussato ed entra solo una volta autorizzato dalla moglie. Elisabeth è uscita da poco dalla vasca ed è completamente nuda. I seni piccoli dai grandi capezzoli, il ventre piatto e teso come un tamburo,le belle gambe affusolate, il folto boschetto di peli castano scuro che si mostra sfrontatamente all’occhio carico di desiderio di Darcy non valgono a farlo desistere dal suo dovere ma lo inducono ad una piccola e deliziosa deviazione.” – mettete il camicione e venite a stendervi qui sulle mie ginocchia voglio mostrarvi per prima cosa come vanno sculacciate le fanciulle impertinenti!- “Elisabeth esegue l’ordine e si stende sulle ginocchia del marito che nel frattempo si è comodamente seduto sulla sponda del letto.Sente il fruscio della camicia da notte che viene arrotolata sulle sue spalle. Sente la grande e forte mano di Darcy accarezzargli i fianchi, le natiche, le cosce, insinuarsi dolcemente nello suo intimo scrigno, e poi all’improvviso una violenta manata si abbatte sulla sua natica destra, seguita a distanza di due secondi da un altro energico sculaccione sulla sinistra. I colpi si susseguono fortissimi e regolari sul culo nudo di Lizzie, la quale non si aspettava affatto che fossero così dolorosi anche se aveva già avuto modo di verificarne l’efficacia tre gioni prima quando Darcy aveva sculacciato per un ora consecutiva il posteriore nudo della propria sorella minore Georgiana, facendoglielo viola. Il dolore che si irradia dai glutei, raggiunge l’inguine di Lizzie che comincia a bagnarsi. Vorrebbe che Darcy la finisse di batterle il fondo schiena come un tamburo, ma allo stesso tempo desidera che continui ancora e ancora a tirar giù i suoi poderosi sculaccioni. Anche Darcy, che sente il proprio membro virile inturgidirsi sempre più vorrebbe penetrare senza indugio la sua amata mogliettina, ma ritiene suo preciso dovere infliggerle fino in fondo il meritato castigo.Il culo di Lizzie è adesso di un uniforme colore rosso scuro e scotta. La sculacciata termina e la giovane donna va subito a stendersi sul letto mettendo il cuscino sotto il ventre in attesa della frusta. Vorrebbe avere Darcy dentro di sé e teme le brucianti carezze del martinet. I tentacoli della sferza cominciano ad abbattersi sulle morbide colline del culetto. Il viso di Lizzie si contrae per la sofferenza ma riceve stoicamente tutte e 24 le frustate sul deretano nudo. Darcy ha fatto uno splendido lavoro. Gli arabeschi in rilievo disegnati sulla pelle, già invero molto arrossata, dalle lacinie, sia sul culo che sulla parte alta delle belle cosce sono un piccolo gioiello di arte fustigatoria. Il bel volto di Elisabeth è solcato di lacrime ma non ha mai strillato né tanto meno supplicato. Ora che la punizione è terminata, l’uomo non può più resistere. Si toglie le brache e il grosso pene turgido svetta nell’aria. Lizzie si volta e nel vedere il desiderio del marito, lo chiama a sé “- prendimi Mr. Darcy!, Prendimi! , ti prego!- “ Il marito mette un cuscino sotto la schiena della moglie per farle inarcare il ventre, e glielo bacia con passione. Allarga le cosce della donna, lecca le labbra della fica, pizzica in punta di lingua il bottoncino, poi sollevate le gambe di lei le appoggia sulle proprie spalle, indugia ancora baciando i piedi nudi di Lizzie, la quale smania come una ossessa , alla fine è lei che afferra la lancia sensuale di Darcy e se la conficca nella ferita del proprio sesso per cavalcare insieme verso la meta del più intenso piacere. Fuori della porta la Sig.ra Mortimer ascolta divertita i ben noti cigolii della monta e i gridolini e i mugolii del godimento, rammentando i bei tempi passati con il defunto marito e riflettendo tra se e sé “- Ah!, non c’è niente di meglio di una severa sculacciata per farsi venire la voglia di una ricca scopata- “.