Archivio per aprile, 2010

Vecchi racconti di sculacciata…

15 aprile 2010

Racconto di sculacciata originariamente pubblicato sul vecchio blog: autore il Maestro.

Un altro racconto personale: T.. è bella.. quella bellezza che ti toglie il fiato, T ti fa svalvolare, profuma naturalmente di mare, di primavera, ti fa girare la testa. T.. è venuta una sera com M e S.. avevo chiuso, era tardi, faceva fresco si stava bene con una giacca leggera .. primvera. Sotto al negozio ho un piccolo appartamentino, per quando le serate non finiscono mai e quello che voglio è solo un letto e dormire. Ma quella sera eravamo io T M e S davanti a dell’ottimo Rhum, con del’ottima ganja e c’era l’atmosfera giusta e si rideva e scherzava. T era più bella del solito, T giocava provocava, T era calda.. e io per quella ragazza potrei uccidere. T provocava e io la spogliavo con gli occhi .. con le mani, col pensiero.. me la trovo sul tavolo a 4 zampe, gli afferroi jeans a vita bassa e in un attimo mi si presenta davanti un culo scolpito nel marmo, solcato da un perizoma rosa… infilato dentro nel pacco.. odore di fica calda.. ci affondo la faccia e lei ha un sussulto poi geme di voluttà.. M sabbassa i pantaloni, sento rumori di cinture e glielo mette inbocca.. lei succhia e sbrodola e io me la lecco.. S non so dov’era..

Gli sfilo i pantaloni il perizoma.. la lascio a culo all’aria sul tavolo gli infilo due dita nella fica e gli schiaccio il punto G.. gode urla.. col cazzo di M in bocca, la sculaccio e la masturbo la sculaccio e premo sul bottone magico.. la sculaccio e poi la lecco.. il culo rosso acceso… la fica bagnata fradica.. premo con due dita forte, gode, non trattiene la pipì e mi lava la faccia mi bagna il tavolo e il pavimento è un lago.. e stringe i denti e M caccia un grido selvaggio e s’accuccia a terra.. l’aveva morso involontariamente procurandogli un dolore folle..

“Questa puttanella deve essere punita” era S.. che s’era goduto la scena, arrivava nudo con la lancia in resta e la cinghia in mano.. T guarda e ha uno sguardo strano, è fuori deve godere è piena lo so m’è venuta già due volte in faccia.. lavandomi.. poi ha pisciato non ce la fa più deve svuotarsi

Recita: ” no vi prego no, perdonami M e che R mi ha fatto godere troppo e nn ce l’ho fatta” M è ancora dolorante a terra ” perdono un cazzo” s’alza di colpo, gli prende le mani e la tiene ferma..

Recita la paura però mette il culo in bella vista.. con la fica ancora grondante.. Piglia una cinghiata e sussulta, la seconda, la terza dio deve far davvero male.. lancia un piccolo grido forzatamente smorzato.. tra i denti.. adesso non gode soffre, S è inesorabile, io guardo in estasi il suo bel culetto striarsi di rosso scuro dove era già rosso per le mie sculacciate.

MI metto dietro gli infilo duedita nella fica, ancora è bagnata “questa è veramente senza fondo ” penso, la mastrubo veloce.. e schiaccio ancora.. sbrodola.. S inesorabile, ha sul viso una smorfia mista tra crudeltà e piacere, la sta frustando.. no so da quanto, sarà almeno la 30esima, fermandosi ogni tanto ad ammirare

T di colpo frana sul tavolo tremando non ce l’ha faceva più a reggere la punizione .. il culo in fiamme ,la fica un lago.. i nervi tesi, odore forte di fica bagnata è venuta .. ancora

Gli metto due dita in quel culo in fiamme e trova ancora la forza di alzarlo.. con voce tremante “mettimelo in culo” sei un piccola troia adorabile.. ti voglio .. voglio il tuo culo frustato e rosso.. gli sputo sul buco del culo lo lecco veloce, da consumarglielo come un lecca-lecca, riprende le forze .. e intanto M gli rimette il cazzo in bocca..

Lo sforzo, l’emozione a T gli scappa un peto sonoro.. ride… giusto mentre gli sto leccando il culo, è un affronto.. “tu piangerai implorandomi di smettere! “… Gli mollo una decina di sculaccioni forti rabbiosi che lasciano dei segni paurosi sulla pelle già martoriata.. grida forte per il dolore.. gli prendo le chiappe tra le mani coi pollici che gli serrano il buco del culo, tiro glielo dilato e gli pianto dentro il mio cazzo.. Grida.. è un po’ troppo secca.. do 3/4 colpi ma non ce la fa a sopportare.. lo tiro fuori lo lubrifico e gli ripianto il palo nel culo e sta volta sopporta stoicamente, ma sento che soffre, dimena il culo piange ma sotto è bagnata…. nessuno l’ha scopata come si deve.. ha le chiappe bluastre con due lividi enormi, il mio cazzo che gli infiamma il culo, il cazzo di M in bocca..

Gli vengo nel culo con violenza stritolandogli le chiappe che gli dovevano bruciare da far paura, M gli viene in bocca.. la lasciamo abbandonata sul tavolo.

S la prende la gira la infila nella fica e se la scopa lungamente..

3/4 giorni dopo viene in negozio, è bella come il sole, prende un gelato mi sorride, mi da un bacetto malizioso all’angolo della bocca e io una pacca affettuosa sul sederino, fa un smorfia e va a sedersi .. faceva ancora fatica a stare seduta.. T era adorabile.

Sesso in webcam

13 aprile 2010

Oggi voglio fare la recensione di una pratica che sta avendo sempre più successo: il sesso in webcam.

Il sito che vi presento oggi, si chiama Live Jasmin, consente di collegarsi a belle ragazze (e sono disponibili anche transessuali e ragazzi gay) che parlano con voi gratuitamente mostrandosi in webcam, pubblicamente. Ovviamente non possiamo dimenticare bellissimi ragazzoni etero che sono a disposizione di noi signore per eccitanti sessioni di sesso in webcam. Insomma, possiamo dire che c’è ne davvero per tutti gusti.

Se poi avete voglia di fare sesso virtuale, potete semplicemente iscrivervi e a quel punto avrete accesso alla chat privata dove potrete vedere la vostra ragazza preferita nuda come mamma l’ha fatta e iniziare una sana sessione di sesso online..

Vi interessa? Allora cliccate sul banner che trovate qui sotto e…buon divertimento!

Live sex chat for free

Racconti di sculacciate: School

12 aprile 2010

Mi piace fustigare i sederi delle giovani allieve, ma , Ahimè, sono nato con almeno due secoli di ritardo!
Le punizioni corporali, vanto del nostro sistema scolastico, sono state abolite; adesso, guai se ti azzardi soltanto ad alzare la voce nei confronti di uno studente: rischi una denuncia!
Eppure, ci sono felici eccezioni alle regole.
Mrs Winterbottom era seccata, fortemente seccata. Aveva scoperto due allieve a copiare durante l’ultimo, importantissimo compito in classe. Erano due allieve dal curriculum non brillante e, si vociferava a mezza bocca, anche legate da strani rapporti fra loro. Miss Edwige C*** e miss Gutrund K***, entrambe ventenni, entrambe all’ultimo anno, entrambe ripetenti. E si somigliavano pure, fisicamente.
Al Consiglio dei Professori, appositamente riunito per discutere la questione, mrs Winterbottom propose di espellerle dalla scuola; mrs Chamcheese si oppose decisamente, per lei era meglio la sospensione a tempo indeterminato. La preside fece notare come anche la mancanza di due rette, e che rette!, avrebbe creato problemi alle già scarse finanze del College. Discussero a lungo, e, debbo dire, animatamente.
“La verga! Una buona punizione corporale, come si usava ai tempi antichi. Non si potranno sedere per un po’ di tempo e non copieranno più” decisi di interloquire. Lasciai sfogare le colleghe scandalizzate dalla mia proposta. Intervenne la preside che, prima di parlare, mi rivolse un largo sorriso. “Si potrebbe fare. Io stessa, quand’ero giovane studentessa tredicenne, venni frustata dalla mia insegnante: ne porto ancora i segni. E per una colpa assai meno grave di quella commessa da queste due – c’era un vago baluginìo nei suoi occhi acquosi, al ricordo- Mrs Chamcheese potrebbe avvicinare le due ragazze e prospettar loro l’alternativa. O accettano in piena coscienza e conoscenza una sonora punizione corporale, come quella dei bei tempi antichi, che ricordava il professor Knees, oppure saranno espulse con ignominia dal College. E questo fatto inibirà a loro, per sempre l’accesso a qualsiasi altra scuola del regno!”.
Conoscevo poco Edwige e Gutrund; le avevo avute sì come mie allieve, ma per un solo anno, ai loro inizi, e per un insegnamento minore. Non ero affatto sicuro che avrebbero accettato di farsi sculacciare e, in ogni caso, sarebbe spettato alla loro insegnante farlo. Io mi sarei accontentato, nel caso, di ascoltare da dietro la porta: meglio che niente!
Invece, mi convocò con una certa agitazione la preside. “Caro professore, quelle due delinquenti hanno accettato di ricevere le bacchettate, ma ad una condizione. Che sia tu, l’unico professore maschio di questo corso, a dargliele!” Toccavo il cielo con un dito, mentre quelle dolci parole titillavano gli ossicini del mio orecchio interno. “Naturalmente, sarò presente anch’io, per tutelare le convenienze, ma non interverrò, te l’assicuro. Due dozzine di vergate ciascuna, così ho … abbiamo stabilito, date da te. Evidentemente, queste due ragazze hanno qualcosa che non va nella loro psiche. Oppure, si sono pentite e vogliono aggiungere al dolore della carne, la sofferenza della vergogna nel mostrarsi nude davanti a un uomo” Oppure, pensai, sono masochiste e si aspettano un nuovo eccitante gioco erotico. Dopo la punizione, si sarebbero mostrate reciprocamente i sederi arrossati, se li sarebbero baciati, accarezzati, e….
Edwige era paffutella e mostrava molto meno dei suoi vent’anni reali; accentuava questa sensazione con l’acconciare i capelli scuri legati in due ciuffi ai lati della testa . Teneva gli occhi bassi, ma era palesemente una finta. Non aspettava altro che calarsi le mutandine e piegarsi sull’inginocchiatoio, in modo tale che lo spigolo le premesse esattamente pochi centimetri sopra…sopra la femminea matrice. Invece Gutrund aveva lo sguardo svagato, girava continuamente gli occhi chiari senza mai fissarli da nessuna parte; però si tormentava le dita delle mani strette in grembo.
La preside aveva indossato un lungo abito scuro, che accentuava il suo personale segaligno, io, sopra la camicia, avevo indosso la toga nera: anche nei vestiti, dovevo dar segno della mia autorità e severità di maestro!
“Signorine, avete accettato in piena libertà, nessuno vi ha costretto” disse asettica la preside, che sa giocare sempre con il significato delle parole “Riceverete ventiquattro bacchettate ciascuna, infertevi dal professor Knees, come da vostro desiderio. Auspico che la punizione che state per subire vi sia di monito per il futuro. Chi vuol essere la prima?” questa domanda assomigliava allo sparo della pistola dello starter!
Gutrund fece due passi avanti e, per Diana!, pareva sorridere a labbra serrate: il suo sguardo diceva molto di più!
Si rivolse direttamente a me, sicura di mettermi in imbarazzo “Che cosa devo fare, Sir?” “ Togliti le mutandine e piegati sull’inginocchiatoio” risposi come se io stessi dando disposizioni per la partita di pallavolo. Le porsi il braccio, affinché lei trovasse un punto d’appoggio per procedere alla bisogna dello sfilarsi l’indumento intimo. Che era nero, così come la gonna plissé e le calze autoreggenti. Non c’era alcuna ragione perché indossasse le calze, se non quella di eccitare qualcuno. Me o la preside? Le mutandine finirono sulla base dell’inginocchiatoio, un attimo prima che Gutrund vi si piegasse sopra. Teneva la gonna ancora abbassata, voleva provare l’emozione che fossi io stesso a sollevargliela.
“ Miss Edwige, le dispiace scoprire il posteriore della sua compagna?” mi salvò dall’imbarazzo la preside.
Ancheggiando, Edwige si avvicinò e con estrema lentezza sollevò la gonna pieghettata nera di Gutrund, fino a portarne l’orlo più o meno all’altezza della nuca. Il sedere era paffuto, bianco e leggermente prominente. Perfetto da sculacciare.
La preside mi aveva prestato una bacchetta che, casualmente, conservava ancora per ricordo, diceva lei. Non molto lunga, spessa come due mie dita sovrapposte, senza nodi, con una bella impugnatura solida. Un senior-cane quasi perfetto. E che lo fosse e quanto dolore arrecasse, Gutrund lo provò subito.
Si era appena disegnata una bella striscia rossa su quelle natiche cicciottelle che Gutrund tornò in piedi di scatto e si massaggiò la parte colpita. Le picchiettai la spalla con la punta del cane e le dissi di rimettersi giù. Attese qualche secondo prima di farlo. Naturalmente, la preside non perse l’occasione per un breve sermoncino sul comportamento che deve tenere una punita, eccetera eccetera. Approfittai di quella pausa per guardare in faccia Edwige: gli angoli della bocca erano sbiancati. Non potevo permettere a Gutrund di fare tutta quella scena. Alzavo ed abbassavo il cane, tenendolo ad ogni colpo più distante dalla sua pelle. Lei aveva appena sollevato il busto per alzarsi, che le diedi la quarta o quinta vergata. Ricadde giù, ma sollevò entrambi i piedi da terra, poggiando tutto il suo non etereo peso sullo spigolo dell’inginocchiatoio. Aspettai che rimettesse a posto le sue appendici inferiori e feci partire un’altra vergata.
Perfino la preside strinse gli occhi a goderne il conturbante rumore!
Gutrund schizzò letteralmente in piedi. Con gli occhi grondanti lacrime, si massaggiò a lungo le incandescenti natiche.
“Signorina, si rimetta in posizione. Non vorremmo passare qui l’intera giornata!” esclamò la preside, ma non sembrava affatto dispiaciuta di tale prospettiva. Gutrund tornò a piegarsi, il sedere rosso e striato. Nel duplice movimento, la gonna era calata di nuovo; agitando la bacchetta, feci cenno a Edwige di tornare a rialzarla. Le mani le tremavano nel farlo, eppure non evitò occasione di carezzare per un attimo quella pelle bollente.
Avevo perso il conto delle vergate inferte! Non così la preside; rapidamente e furtivamente aprì entrambi i pugni. Dunque, erano dieci: meno della metà di quelli stabiliti. Bisognava sbrigarsi, prima che io… che la natura carnale facesse il suo irrimediabile corso.
Era affascinante quel popò nudo, dalla pelle oramai color mattone. Gutrund non si sollevava più, non ne aveva la forza. Dopo ogni colpo, però, le sue gambe fremevano, i muscoli si tendevano spasmodici, le cosce si allargavano appena: notai che, grazie a Dio, Gutrund non era seguace della moda della depilazione integrale. Eravamo arrivati a venti, e Gutrund sembrava sull’orlo del collasso, tremava sempre di più e persino la calza destra le era scesa leggermente, essendosi allentato l’elastico a causa degli spasimi. Guardai la preside in faccia; lei era pallida, gli occhi socchiusi, la lingua umettante le labbra sempre più ceree: sembrava in un altro mondo. Un mondo di sogni e di sensazioni eccitanti.
Edwige alzò una mano, come se volesse prendere la parola; glielo concessi, agitanto il cane. “Professore, si sbrighi la prego, che io non resisto più dall’ansia, visto che adesso toccherà a me”. Pur pronunciate sotto voce, queste parole ebbero l’effetto di ridestare la preside dal suo voluto torpore. “Signorina, il professor Knees sa bene come comportarsi! Non dev’esser lei a dargli consigli. Comunque, professore, proceda!” e aggiunse in un sussurro sospiroso “Rapidamente!”. Le ultime quattro furono tremende per la povera Gutrund. Scagliate con la massima energia, tutte più o meno nello stesso punto benchè io non avessi preso la mira. Nonostante gli anni che mi portavo addosso, non avevo perso l’occhio. Gutrund gemette, anzi gridò, per quattro volte. La pelle gonfia ed abrasa aveva perso ogni elasticità, pareva cotta come la crosticina di un roast-beef.
Impiegò parecchi secondi Gutrund a ritornare in posizione eretta e non potè fare a meno di massaggiarsi la parte dolorante: dall’esterno verso l’interno, dal basso verso l’alto la ciccia si sollevava e poi ritornava nella sua posizione naturale. Per una decina di secondi, seguii affascinato quel movimento rotatorio. Acida la voce della preside “Signorina, un po’ di contegno! Ha ricevuto una punizione, dura ma meritata. Può rivestirsi ed andarsi a curare in camerata!”.
Gutrund la guardò e poi fissò me, con un espressione strana ed impudica negli occhi: le labbra atteggiarono perfino un sorriso, come di ringraziamento. Si chinò a raccogliere le mutandine, rimaste sull’orlo basso dell’inginocchiatoio e, nel farlo, allargò apposta le natiche. A favore di chi? Di me o di Edwige? O della preside?.
Tenendo le mutandine nere strette in mano, Gutrund affrontò la preside che era più alta di lei di tutta la testa. Le guance della ragazza erano irrorate di lacrime “ E’ stata la prima e l’ultima volta che mi frustate! Sarò io stessa ad andarmene al più presto da questo covo di…” Voleva fare la sdegnata, ma non incantava nessuno. Tantomeno la preside; che, infatti, rispose gelida. Le sue parole colpirono più dure della mia bacchetta. Gutrund sbottò in un pianto dirotto, e scappò, letteralmente scappò da quella stanza, la testa bassa.
“Preside, non sopporto che lei parli così alla mia amica!” scattò Edwige “Non si azzardi a farlo con me…quanto a lei, professore, faccia ciò che le è stato ordinato di fare!” e così dicendo, si piegò sull’inginocchiatoio dopo essersi sollevata la gonna. Non portava né calze né mutandine; evidentemente si era preparata.
Fu un riflesso della luce, con un particolare angolo d’incidenza, a farmelo vedere. Un piccolo baffo bianco, proprio su quella che, in un sedere più magro, sarebbe stata la fossa della natica destra. La ragazza si era cosparsa il sedere di crema! Furbetta, pensava che la crema avrebbe ammellito il dolore e che la bacchetta sarebbe scivolata via senza ristare. Sciocca, perché non sapeva con chi aveva a che fare!
Fu tremenda la prima vegata! Anche la preside ebbe un sussulto. Dal basso verso l’alto, con torsione del polso. In modo che il legno finisse la sua corsa laddove il muscolo della coscia diventa gluteo. Lo sentì Edwige, eccome se lo sentì! Benchè il suo sedere fosse ancor più cicciotto e bellino di quello della compagna, resisteva di meno: la pelle era più delicata e s’arrossava facimente. Furono otto i colpi dati in questo modo, la bacchetta durissima e veloce arrivava dal basso e andava, adesso, a colpire le natiche al colmo, sollevando la cute. Neppure Edwige resistette prona. Si alzò all’impiedi e, allo stesso modo di Gutrund, si massaggiò le natiche. Quella che lei aveva pensato esser una difesa, palliativa ma pur sempre velo difensivo, la crema, si stava rivelando il mio maggior alleato. La pelle, resa morbida dall’emolliente, diventava a poco a poco più sensibile in superficie. Ad Edwige bruciava da matti!
“Signorina, siamo ad un terzo appena della punizione. Non perda tempo, si rimetta giù! Non faccia la bambina!” le parole della preside avevano un che di derisorio. Eppure, Edwige si massaggiò ancora per un paio di secondi; il suo pancino sbattè sullo spigolo dell’inginocchiatoio. Non rinunciai alla paternale, così la crema aveva tempo di asciugarsi vieppù. “Signorina C***, è stato un trucchetto stupido, il suo; in questo modo, non ottunde affatto la pelle: la rende semplicemente più tenera. Ed aumenta la sofferenza, come sta provando”. Mi rispose un grugnito di Edwige, dacchè, mentre stavo ancora parlando, la colpi tenendo la bacchetta orizzontale e parallela al pavimento, ma dalla distanza di circa una jarda e mezzo; tutto il notevole peso del mio corpo era concentrato in quel pezzo di legno, che affondò dentro la ciccia come una spatola calda affonda dentro il burro fresco. Edwige doveva aver visto le stelle! Un fremito irrefrenabile le scuoteva natiche e cosce ed anche il busto, che, forse, era scosso pure dai singhiozzi.
Osservai il mio bellissimo lavoro. Le strisce scure, dai bordi estremamente rilevati, si stavano gonfiando. Era giunto il momento che Edwige imparasse cos’è la vera sofferenza. Sei frustate, rapidissime, a ustionare la pelle dall’alto verso il basso, stavolta. Le chiappe rotonde tremavano tutte oramai, come se fossero di gelatina consistente. Edwige non aveva vergogna a piangere a dirotto. “ Morditi il pugno” intervenne la preside con un consiglio materno, che Edwige mise subito in pratica. Mancavano ancora dei colpi e le parti laterali, anch’esse polpute, erano oscenamente immacolate.
Fu lì che si avventò la punta e buona parte del fusto della mia bacchetta. Quattro belle strisce rosa cupo parallele sul fianco destro, prima che passassi a quello sinistro per ripetere l’operazione. Alla fine, Edwige sollevava alternativamente i piedi da terra, come se stesse nuotando. Lei, invece, era depilata a differenza della compagna.
Si alzò e si massaggiò. “Ne manca ancora una!” sibilò la preside e mi parve di scorgere un piccolo grumo di saliva all’angolo della sua bocca. “Ma…ma…me ne ha date ventiquattro!” “Ne manca ancora una, non è vero professor Knees?” domandò la preside. Annuii, perché la bocca mi si era seccata. Edwige sbuffò. Stavolta non appoggiò il bacino all’inginocchiatoio, rimase in piedi, le gambe divaricate, le mani appoggiate sulla traversa superiore: l’indice sinistro mostrava la chiostra ovale dei denti. Sì, potevano bastare; tre passi potevano bastare. Il bacino di Edwige fu spinto in avanti, quando la bacchetta impattò il didietro; il bamboo rimase per un attimo appoggiato nella fossa che da se stesso si era scavato.
La preside aveva un’espressione tesa, quasi quanto quella di Edwige. “Può andare, signorina” le fece. Edwige la guardò con astio, anzi no: con odio! E guardò pure me, la bocca ridotta a fessura. “Spero che ti sia divertita” avrei voluto dirle, ma mi trattenni: sadico affondare il coltello nella piaga.
Rimanemmo soli, la preside ed io. E lei non aveva alcuna intenzione di andarsene; appoggiai il cane sull’avambraccio sinistro, come una spada, per renderglielo. Lei neppure notò il gesto; si fissava la punta delle scarpe nere.
“Robert, quanto tempo è che ci conosciamo?” mi domandò senza alzare la testa. In quindici anni che insegnavo in quel college, era la prima volta che mi chiamava per nome. “Robert, sei stanco?” tornò a domandarmi dopo che ebbe udita la mia risposta. “No, signora preside, niente affatto; è come se avessi fatto una mezz’oretta di salutari esercizi in palestra” le risposi. Adesso la preside bilanciava il peso dell’esile ma alto corpo su un piede e sull’altro. “Ti posso chiedere un favore, da vecchia amica?” e seguitava a fissarsi la punta delle scarpe. Sarebbe stato per me un piacere esaudirlo. La preside fece tre o quattro lunghi passi ed arrivò davanti all’inginocchiatoio, vi adagiò sopra il suo lungo corpo e con le mani afferò i due montanti laterali.
“Frustami!” e dal suo tono era tornata ad essere colei che ha la responsabilità di tutto il college “dammene quante ne hai date a quelle due sciacquette! Non ti far garbo di me…”. Be’, se era lei a chiedermelo….
Sollevai la bacchetta, la portai ad un paio di palmi dal suo sedere e colpii. La preside non mosse un muscolo, ma “Uno!” contò a voce alta. E seguitò a contare fino a dodici. Non volevo certo farle male, aveva una certa età d’altronde, perciò avevo mantenuto la distanza sempre uguale e non avevo forzato i colpi, limitandomi ad una semplice giravolta del polso.
Lei tornò eretta, io mi fermai. Vedevo solamente la sua schiena, ma a poco a poco vidi che il vestito le cadeva lasco giù per le spalle: se lo stava togliendo! Sbottonati i polsini, lo fece scivolare lungo il corpo. Era magrissima; le scapole schizzavano da sotto la pelle, non un filo di grasso sulle reni, le cosce ancora muscolose benché mingherline. Un attimo dopo, le sue mani accompagnarono le severe mutande verdi fino ai polpacci. Il culo della preside era assolutamente piatto e, a contrasto con le cosce e con le reni, assolutamente rosso.
Si mise nella stessa posizione che aveva assunto Edwige per l’ultima vergata, in piedi; solo il busto chinò in avanti e sporse il sedere all’infuori. “Dai – mi sollecitò- e non lesinare la forza!” Swishh e swishh e swishh: il cane azzannava l’aria e subito dopo mordeva quella pelle anziana. Dopo tre o quattro colpi, Emma fu costretta ad appoggiare le mani sulla tarversa superiore dell’inginocchiatoio. Seguitai, sempre più eccitato. La sua pelle era screziata da questi solchi paralleli, oramai purpurei. Contai fino a dodici e mi fermai. Ero eccitato, proprio molto eccitato.
La preside abbandonò la presa dal legno e si eresse. Anche lei doveva sentire il bruciore fin nel midollo. Portai la bacchetta parallela alla gamba, ma seguitavo a tenerla ben stretta in pugno; non si può mai sapere….
Emma sospirò profondamente, i muscoli delle cosce interne guizzavano; poi si girò, non di colpo anzi lo fece con una certa lentezza. Smagliature rigavano lo stomaco e il ventre, qualche capillare occhieggiava più scuro. Emma portò le mani giunte dietro la nuca ed iniziò a parlare “Miss Hotbottom ci faceva restare sempre così, dopo averci punito. Le altre dovevano vedere bene che cosa avesse fatto il suo frustino al nostro popò. Se ci muovevamo o se staccavamo le mani prima che fosse passata mezz’ora, ci frustava di nuovo…. E’ là dentro che ho imparato a tenere a freno i desideri, ho imparato cosa sia la vergogna, ho imparato ad esigere il massimo da me stessa….” Mentre mi raccontava queste cose, non sembrava affatto in preda alla vergogna, dato che mi stava mostrando le parti intime. La preside teneva gli occhi chiusi; io respiravo appena. Trascorse un bel pezzo così, non proprio mezz’ora ma di sicuro una ventina di minuti. “Lo sai che cosa ci facevano se ci trovavano in intimità con una compagna? E queste due si sono lamentate per poche vergate…”. Non volevo sentire, ma non avevo scelta. Né desiderio di andarmene. Imparai cose di cui non ero assolutamente a conoscenza: crudeltà, tu sei femmina!
Tossicchiai per togliere lei e me dall’imbarazzo. La preside tornò improvvisamente alla realtà, sbarrando gli occhi.
Si sollevò le mutandine e procedette alla complicata operazione di riabbottonarsi il lungo vestito nero. “Ti ringrazio, Robert” mi disse gentile, prendendo il cane dalla mia mano.
Uscimmo insieme dalla stanza.
BK

Ancora sulla lotta tra lesbiche…

11 aprile 2010

Ricevo sempre richieste per email di pubblicare gallerie da Ultimate Surrender, il sito della lotta tra lesbiche e quindi non mi resta che accontentare i miei lettori!
Eccovi qualche foto presa da questa galleria gratuita: buon divertimento!


Racconti di sculacciate: Cronoche di Algoland

10 aprile 2010

Prima di pubblicare un nuovo racconto, ricordo a tutti che chiunque può partecipare al blog, inviando un racconto a sculacciata76@yahoo.it

“Oggi è la vigilia dell’ultima prova. La più dura, la più difficile!” disse Silvana, poggiando sul basso tavolinetto un grosso vassoio, coperto da una pezza di stoffa candida.
Le tre ragazze pendevano letteralmente dalle labbra della domestica. Sapevano che l’indomani avrebbero sofferto, e molto. Il Maestro aveva insistito a lungo, su questo tasto. giulia pensava che lo facesse semplicemente per terrorizzarle, che, alla fine, la prova si sarebbe rivelata molto più sopportabile del previsto. Il Maestro non avrebbe certo sprecato un anno di insegnamento per vederle miseramente fallire, l’ultimo giorno. Invece, Alice era alquanto preoccupata: sapeva di avere una soglia del dolore piuttosto bassa e temeva di non farcela. Era a conoscenza che l’ultima prova sarebbe stata decisiva: molte allieve, si diceva, avevano fallito proprio quella. Manuela, al contrario delle altre due, era fatalista. Aveva pregato ed avrebbe pregato molto l’Unico affinché le desse la forza di sopportare quanto l’aspettava.
“Dovete essere pulite dentro e fuori, per l’ultima prova. Dopo, farete un bel bagno caldo. Adesso, questo!” Silvana scoprì con un solo gesto il contenuto del vassoio. Tre otri da circa mezza pinta giacevano sul metallo e, poco distante, un tubicino lungo all’incirca un braccio; alla sua estremità, una cannula, lunga un palmo e spessa come tre grosse dita sovrapposte. Le tre ragazze inorridirono. Non si aspettavano un clistere, era cosa da bambine, pensarono.
Con fare quasi divertito, Silvana impanò l’estremità del tubicino ad una delle otri, la sollevò senza apparente sforzo e l’appese, mediante l’apposita attaccaglia, ad un gancio sporgente dalla parete. “Purtroppo c’è una sola cannula – disse tra il serio e il faceto l’anziana donna- Chi vuol essere la prima? Sbrigatevi, che se no il liquido si raffredda e sarà peggio!” stringeva fra le mani la cannula.
Manuela sbuffò, ed il suo fiato allontanò una ciocca di capelli neri che le era calata sulla fronte. Si piazzò davanti a Silvana e le domandò che cosa dovesse fare. “ Levati le mutande, appoggiati con le mani sull’orlo del tavolinetto e spingi il culo più in alto che puoi” l’istruì la domestica. La corpulenta ragazza fece come gli era stato ordinato. Non potè trattenere un gemito, quando la cannula le penetrò dentro, fino alla fine. Silvana non aveva usato nessun preparativo, nessuna delicatezza: aveva appoggiato la bocca della cannula all’ano e aveva spinto dentro, con forza. La donna anziana girò la chiavetta dell’otre. Quattro paia d’orecchie udirono il gorgoglio del liquido che si precipitava giù per il tubicino.
Il corpo cicciotto di Manuela fu scosso da un brivido, le gambe presero a tremare “Scotta!” gridò. “ Dev’esser caldo. Pulisce meglio!” la rassicurò Silvana, poggiandole una mano sulle reni nude per tenerla ferma. Eppure Manuela si agitava tutta, batteva alternativamente i piedi per terra, si lamentava che il liquido andava troppo veloce, che la stava bruciando dentro. “Su, stai buona. Tra poco è tutto finito!” la consolò Silvana dandole una leggera pacca sulla natica destra. E, infatti, dopo pochi minuti l’otre tornò floscia, avendo ceduto tutto il proprio liquido. Silvana chiuse il rubinetto e sfilò la cannula dall’ano di Manuela. “Conta fino a trenta, prima di rialzarti. E cerca di trattenerlo il più che puoi….” la consigliò mentre sostituiva l’otre vuoto con un altro pieno. Passò due o tre volte un angolo della pezza attorno alla cannula ed aspettò la seconda ragazza. giulia eseguì esattamente le stesse mosse che aveva eseguito Manuela, soltanto che, essendo più bassa, non poteva sporgere troppo in alto il posteriore. Anche giulia si lamentò dell’indelicata penetrazione. Girando la chiavetta, Silvana si accorse che il liquido stentava a scendere. “Tieni su quel culo!” abbaiò a giulia. La ragazza ci provò, ma più di tanto non poteva. Allora Silvana estrasse di colpo la cannula dal retto, passò entrambe le braccia attorno al bacino di giulia per costringerla ad assumere la posizione desiderata. Quando fu soddisfatta, Silvana riprese in mano la cannula, leggermente sporca “Guai a te se ti muovi!” sibilò e spinse dentro. Insieme al gorgoglio del liquido che scendeva, si udì anche quello della pancia di Manuela; la ragazza corse via, tenendosi il ventre.
Alice, quando venne il suo turno, con il suo visino da bambina paffutella chiese se poteva esser lei stessa ad introdursi la cannula. Silvana si limitò a sorridere, senza risponderle. Dovette far entrare ed uscire la cannula per ben tre volte, dacché i muscoli serrati di Alice ne impedivano una regolare introduzione. La ragazza si lamentò e si prese anche lei due pacche sulla natica, un po’ più forti.
Silvana aveva rimesso le otri vuote sul vassoio e le aveva ricoperte con la stoffa bianca, ombrata agli angoli. Le tre, abbastanza pallide, erano di nuovo tornate nella camera. “Bene – disse Silvana, sollevando il vassoio- Tra poco vi chiamerò per il bagno. Da allora in poi, potete soltanto bere acqua e non ingurgitare niente di solido. Non voglio che vomitiate come gatte gravide, durante la prova!”.
Era l’alba. Loro tre non avevano dormito, troppo nervose per farlo. Entrò Silvana, le braccia cariche di vestiti.
“Spogliatevi ed indossate questi. E fate presto!” disse con fare autoritario. Un paio di mutandine bianche, una tunica dello stesso colore ed un paio di sandali. Nient’altro. Le tre ragazze non ci misero molto tempo ad indossarli. Soltanto l’ultimo degli otto bottini della tunica di Alice non voleva allacciarsi; le dita della ragazza tremavano alquanto. Alla fine fu aiutata dalla domestica. Come un piccolo corteo si avviarono, Silvana in testa.
Arrivarono all’aula dove da un anno seguivano le lezioni. Era cambiata. Adesso c’era un solo banco, proprio al centro dell’ambiente; a un paio di passi dal banco, un tavolino. A vedere quello che vi era poggiato sopra, i riccioli di giulia si tesero, Manuela sospirò profondamente, Alice chiuse gli occhi e li riaprì, temendo di avere le traveggole.
“Sono un nerbo di bue, una paletta ed un flagello. Sarete frustate con questi strumenti”. La voce del Maestro, alle loro spalle, le fece sobbalzare. “Vi avevo avvertito che l’ultima prova, quella del dolore e della vergogna, sarebbe stata la più impegnativa. Dovete sopportare, dominare la sofferenza e il vostro istinto. Chi di voi griderà o si ribellerà, non avrà superato la prova. E sapete bene che cosa succede a chi non la supera…”. Lo sapevano bene! Tutti conoscevano la povera Emma, che aveva fallito tanti anni prima. Chiedeva l’elemosina, trascinando le gambe senza più tendini. Alice rabbrividì al solo pensarci.
Il Maestro era accanto a loro, dal suo pugno sinistro ben stretto sporgeva la cima di tre legnetti. Tese il braccio “Chi pescherà il più corto, sarà la prima. Da parte mia, vi prometto che siete tutte eguali. Non avrò favoritismi, e l’ho sempre dimostrato in questi tredici mesi. Ricordate: non dovete urlare, anche se il dolore vi farà impazzire”.
giulia pescò il più corto ed Alice quello medio.
“Levati la tunica e vai ad appoggiare il tuo busto sul banco” le intimò il Maestro e seguitò: “Voi altre due, mettetevi davanti a lei, oltre il banco. Dopo, vi scambierete i posti”. Tutta tremante, giulia sbottonò la tunica e la fece passare sopra la testa; la consegnò a Silvana che, premurosa, le era andata vicina. Così nuda, davanti al Maestro, si vergognava anche se lui in tutto questo tempo aveva tenuto un comportamento correttissimo. Per lui erano solamente allieve, non femmine.
Il piano del banco era freddo al contatto con i seni e gli avambracci di giulia. Prima di chinarsi, aveva spostato in avanti, verso il viso, i suoi riccioli castani, così da ridurre il campo visivo e quello uditivo. La donna ebbe un fremito, allorché le dita del Maestro le abbassarono le mutandine fino alle ginocchia.
Stava per gridare ma un attimo prima si morse il labbro per non farlo. Mille aghi roventi le erano stati conficcati nelle natiche. Le sette lingue del flagello mordevano la pelle, sembravano incandescenti. Senza più controllo, i muscoli delle gambe di giulia tremavano per conto loro. La ragazza infilò più forte i denti nella carne. La tortura sembrava non aver più fine: non sapeva quanto avrebbe potuto resistere, il dolore aumentava di attimo in attimo, facendosi più tremendo.
Poi il Maestro smise di fustigarla. Come se provenisse da lontano, giulia udì la voce del Maestro “Rialzati e vai a prendere il posto di Alice. Ti consiglio di levarti del tutto le mutandine” queste ultime parole erano state dette con tono paterno, quasi bonario.
Alice aveva il sedere cosparso di efelidi, come le gote. Il banco era troppo alto per lei, l’orlo le arrivava appena all’ombelico. Deciso di trascinarsi su, lasciando penzolare le gambe. Non avendo capelli abbastanza lunghi per coprirsi le orecchie, sentì distintamente il rumore del flagello che arrivava; morse il muscolo del braccio, ma rovesciò la nuca all’indietro subito dopo aver preso sulla propria pelle la terribile frustata, che lasciò sette segni rossi. Anche per Alice furono dieci i colpi di flagello. Ed anche lei andò a prendere il posto di Manuela, gli occhi grondanti lacrime.
La giunonica donna già prima di spostarsi aveva aperto tutti i bottoni della tunica, che scivolò verso il basso e, subito dopo, si tolse da sola le mutandine. Guardò negli occhi il Maestro, non con sfida né con paura ma con rassegnazione.
Il flagello colpì quel vasto sedere per una, due, tre volte. Il Maestro si fermò e scosse la testa “Manuela, rivolgi le tue preghiere all’Unico ma mentalmente, senza far uscire la voce. Potrei prendere le tue orazioni come gemiti….”. Allora Manuela si rizzò sulla punta dei piedi, protendendo ancora di più il deretano, marcato dal cuoio della frusta oltre che dai segni dell’età incalzante. Pure lei subì tutte e dieci le frustate. Quando si rialzò, non sapeva che fare…
“Vatti a mettere vicino ad Alice!” la indirizzò il Maestro. Le tre donne lo videro depositare il flagello ed impugnare il manico della grossa spatola. giulia, pensando che toccasse di nuovo a lei, fece un passo avanti. Le labbra del Maestro si stirarono in un sorriso, negli occhi un bagliore di soddisfazione.
La paletta, secondo giulia, avrebbe dovuto farle meno male del flagello; invece, si sbagliava. Era un dolore diverso, ma di uguale intensità. Il Maestro colpiva alternativamente ora una natica ora l’altra ora entrambe. I colpi schiacciavano il ventre grassottello di giulia contro lo spigolo del banco, il cui piano la ragazza graffiava con le unghie. Le sembrava che il proprio cuore battesse non più sul petto, ma dentro i glutei. Trovò sfogo nel pianto. L’ultimo colpo fu particolarmente violento, proprio sulle natiche basse e su parte della cosce. giulia avrebbe avuto la tentazione di lasciarsi scivolare a terra, di rannicchiarsi come un neonato e di piangere, piangere, piangere. Si forzò, benché tremante e dolorante, di fermare il tremito delle gambe e di dirigerle verso Alice e Manuela.
La biondina Alice tirò su con il naso, prima di piegarsi. Aveva apposta evitato di guardare il Maestro. Essendo la più piccolina delle tre, era proprio il basso ventre a poggiare sul banco. Mentre sculacciando giulia, il Maestro aveva impugnato la paletta perpendicolare al terrena, per Alice la tenne orizzontale, agitandola dall’alto verso il basso come un buon padre di famiglia che sculacci con la mano una figlioletta dispettosa. Secondo Alice, i colpi di paletta potevano ottundere la carne fino ad anestetizzarla. Si accorse che non era così. Faceva male come e più della frusta. Resistette, dando fondo a tutte le sue energie e non frignò neppure. Una riga rossa le traversava le cosce anteriori quando si alzò.
Il braccio del Maestro tornò a fare il movimento dall’esterno verso l’interno, quando si trattò di picchiare Manuela. Il flagello aveva già arrossato quei due mappamondi, ma larghi spazi di pelle erano appena rosati. La paletta completò l’uniformità cromatica.
Erano di nuovo fianco a fianco ed il Maestro sollevò il nerbo di bue. “Mi scappa la pipì” esclamo d’improvviso Alice, la faccia paonazza e l’espressione contrita; teneva le ginocchia quasi unite, un piede sollevato sulla punta e con le mani si comprimeva il basso ventre. “Falla!” interloquì Silvana e seguitò: “Se la fai mentre sei sottoposta alla prova, il Maestro si vedrà costretto a darti altre dieci nerbate!”. Roteando gli occhi, avvampando di vergogna, la piccola Alice si accucciò; “Non ci riesco se voi, Maestro, mi guardate” piatì. “Lo devo fare, purtroppo, come vi devo arrecare dolore. Silvana ha detto il vero: se ti libererai quando sei sul banco, ti dovrò dare altre dieci frustate e la prova non sarà superata”. Le altre guardarono da un’altra parte, mentre Alice, terrorizzata, orinava. Era vergognosa, perché i suoi piedi stavano all’umido ed una larga chiazza si allargava sul pavimento “Non ti preoccupare – intervenne Silvana- puliremo dopo. Adesso, concentrati….”
Il nerbo di bue fischiò, colpì e per poco giulia non gridò disperatamente. Era sicura che un cane le avesse morso in profondità la carne. Man mano che le nerbate si susseguivano, pensò di strillare: così avrebbe messo fine a quella tortura. Il Maestro le avrebbe tagliato i tendini dei talloni e delle ginocchia, con quell’affilatissimo coltello a mezzaluna che stava sul tavolino e sarebbe finita lì. Questo orrido, ma non tanto, pensiero servì a distrarla se non altro. Il sedere, tutto il sedere, le bruciava più di prima mentre il nerbo di bue scavava profondi solchi sulle sue chiappe. Era finita! Non udiva più quel rumore stridente, non sentiva più quelle fitte lancinanti. I dieci colpi era stati inferti. giulia si accorse di avere un filo di sangue sul mento, con tanta forza si era morsa il labbro inferiore da aprirvi una profonda ferita.
La prima cosa che fece, ancor prima di rialzarsi, fu quella di massaggiarsi. Una nerbata le arrivò potente sul dorso delle mani intente alla bisogna ed un grido strozzato le uscì di gola. “Non potete massaggiarvi. La prova ancora non è finita!” disse il Maestro, facendo finta di non aver udito il gemito di giulia.
La pelle del culo di Alice si crepò alla terza nerbata. La ragazza teneva la bocca affondata nell’avambraccio, proprio sotto la faccia. Era l’unico modo che avesse per non urlare. Le pareva che un fiume di sangue ardente le scorresse giù per le chiappe incandescenti più della lava di un vulcano. In realtà, faceva capolino soltanto una stilla. Il Maestro era molto bravo in questo: arrecare il massimo dolore, senza far uscire troppo sangue. Con le ginocchia che si piegavano, Alice raggiunse il proprio posto ed incrociò la statuaria Manuela che avanzava verso il supplizio. Non si guardarono in faccia.
Stava diventando livida la pelle del deretano di Manuela e più sembravano cupi i numerosi segni impressi dal flagello. La donna trovava unico conforto nella preghiera; conosceva una tecnica per non gridare, una tecnica che aveva nascosto alle altre. La pelle più anziana era meno elastica, impiegava più tempo a ritornar su, spinta dalla massa adiposa sottostante, ed il dolore penetrava in ogni più piccola fibra. Quando il nerbo di bue la colpì ben sopra il coccige, quasi alle reni, la lingua di Manuela, che la teneva con la punta contro il palato, scattò in avanti, i denti si serrarono. Era l’ultima frustata, per fortuna, altrimenti si sarebbe tagliata la lingua a forza di morderla. Alzandosi, vide con orrore che alcuni goccioline di sangue aveva macchiato il pavimento laddove era stata lei fino a pochi attimi prima.
“Allargate le braccia e state ferme, qualunque cosa vi faccia Silvana – disse il Maestro- questa è l’ultima parte della prova. Dobbiamo accertarci che siete sane…di mente”. Silvana si mise davanti a Manuela, con un sorriso dal sapore ironico. Strinse delicatamente i due grossi capezzoli con entrambe le mani, li massaggiò quasi. Poi l’indice scivolò giù, sfiorando la pelle dello sterno, dello stomaco, dell’ombelico. Da lungo tempo, Manuela non era più vergine: loro sapevano che era stata sposata. Serrò le palpebre sentendo che due dita le entravano nella vagina e la esploravano fin nei recessi più intimi. Manuela tese i muscoli delle cosce. Sembrava non dover avere mai fine quel toccamento interno che, però, si stava rivelando piacevole. Proprio quando Manuela ci stava prendendo gusto, Silvana tirò fuori la mano da dentro di lei. Con un ampio sorriso della sua bocca sdendata, le diede un’amichevole colpetto sulla spalla.
Frugando la vagina di Alice, Silvana fece un’espressione perplessa. La ragazza stava ritta sulla punta dei piedi, per facilitarle il compito; provava un’ emozione non sgradevole, aumentando il senso di eccitazione che Silvana aveva risvegliato in lei, titillandole i seni. “Non dimentichiamo che ha orinato poco fa” intervenne il Maestro. Il pollice, sì proprio il pollice, di Silvana spinse in alto il clitoride; Alice sospirò. Anche lei ricevette una pacca sulla spalla.
giulia, vedendo ciò che era stato fatto alle compagne, e notando la loro espressione non dispiaciuta, pensò che non doveva far male. giulia era l’unica vergine: mai fallo maschile l’aveva penetrata, in nessun orifizio. Sopportò bene le carezze sui seni, ma piegò leggermente il busto in avanti quando avverti come una fitta: le dita di Silvana cercavano di infrangere l’imene. Fu un attimo, e tutto passò.
“Nessuna ha goduto o sta per godere” il responso di Silvana, rivolta al Maestro. Egli sorrise soddisfatto: “Così nessuna di voi trova piacere sessuale nell’essere picchiata; proprio come supponevo. Sarete schiave perfette! Adesso andate, domani raggiungerete i vostri padroni. Spero proprio di non vedervi mai più….Tanti e tanti anni fa, una schiava superò la prova. Però il suo padrone non era soddisfatto di lei e la rimandò qui. Silvana!” adesso sì, che sembrava una frusta la voce del Maestro.
L’anziana domestica rivolse le terga alle tre ragazze, si tirò su la parte posteriore della gonna e si chinò leggermente. Un ondata di ribrezzo gelò Alice, Manuela e giulia. Quel grasso deretano erano cosparso di cicatrici che si incrociavano tra loro, cicatrici di vecchia data, ma che sembravano solchi scavati dall’aratro in un terreno tumido. Rilievi e avvallamenti scomparvero alla vista, quando la gonna ricadde.
“Ho dovuto darle cento nerbate e tenerla qui con me” concluse il Maestro.

QUESTI AVVENIMENTI ACCADERO NELLA SCUOLA PER SCHIAVE NEL DISTRETTO DI RZYM DEL REAME DI ALGOLAND DURANTE IL III ANNO DI REGNO DI RE SADIUS IL PUNITORE.

The training of O: galleria di filmati

9 aprile 2010

schiava punita

Se vi piace questa foto, visitate questa galleria gratuita. Da The Training of O.

Storia di una punizione

5 aprile 2010

Una lametta da barba, una semplice lametta di quelle che si usavano tanti anni fa, prima che inventassero i rasoi di plastica usa e getta. La mano di Jessica tremava, mentre la teneva stretta fra l’indice ed il pollice.
Jessica preferiva dieci volte soffrire piuttosto che infliggere sofferenza; però il Padrone aveva deciso che fosse proprio lei, Jessica a torturare Katy. La mano di Paola si pose sopra quella di Jessica, per fermarne il tremito: avrebbero agito insieme.
La parte affilata del pezzetto d’acciaio si posò sulla pelle della coscia interna di Katy, i cui occhi sbarrati di terrore la guardavano fissi. Paola e Jessica premettero forte; stille di sangue apparvero ai lati dell’acciaio, insieme le due mani fecero scorrere la lametta verso l’alto, verso il monte peloso… Un linea rossa si era disegnata sulla coscia, tornita per non dire grassa, della giornalista. Entrambe sollevarono la lametta e la posizionarono poco più in là, sulla pelle delicata e sensibile appena sotto la vulva. Stavolta non poggiava tutta la lama ma soltanto lo spigolo più acuto. A Jessica veniva da vomitare, chiuse gli occhi e lasciò che a guidare la sua mano fosse quella della rossa Paola: il taglio arrivò fino all’imboccatura dell’ano. Nonostante la legatura accurata, il busto di Katy ebbe un sobbalzo. Il sangue scivolando lungo la pelle toccò il piano d’acciaio.
“Prima disinfettate, poi cucite!” ordinò, eccitata, Frau Rose.
Il contatto con l’alcol bruciante aumentò i brividi di Katy. Strinse i denti, per quanto glielo permettesse il bavaglio, e si preparò al tremendo dolore. Provvide Paola ad infilare il filo bianco nella cruna dell’ago curvo, perché le mani di Jessica erano in preda ad un tremore irrefrenabile. “Cucite, o sarete frustate: tutte e due!” ordinò Frau Rose.
“Non ce la faccio, mi sento male….” Gridò disperata Jessica. Le altre la videro cadere a terra pesantemente.
Come se nulla fosse accaduto, Paola infilò la punta dell’ago nella pelle ed iniziò a cucire; punti spessi, ravvicinati, piccoli come quelli che avevano fatto a lei stessa; dopo ogni punto, annodava i due capi del filo, con due nodi e ricominciava. Anche Katy era sull’orlo del collasso: pallida, sudante, tremante. Non avrebbe potuto sopportare oltre, credeva. Invece, sopportò e non ebbe neppure la possibilità di svenire.
Odorando i sali, Jessica si riprese; non pensò a se stessa, bensì all’amica: appoggiandosi con le mani al bordo del lettino, scrutò fra le gambe di Katy; per quello che ne poteva capire, la sutura era perfetta.
“Piegati, sorreggiti a me…” le sussurrò quasi materna Paola, mentre, con una leggera pressione, la costringeva a chinarsi in avanti. Il culo di Jessica fu martoriato dal frustino d’acciaio di Frau Rose. Cinquanta, forse sessanta o forse più, i colpi che ricevette sulle natiche.
Le riportarono nella sala. “Vado a farmi punire da Frau Rose, perché prima ho parlato” disse Paola per niente afflitta né impaurita, anzi sembrava contenta. A Katy avevano lasciato il bavaglio e Jessica era incerta se toglierglielo. Fu la stessa giornalista riccioluta a scuotere negativamente la testa.
Fu lunga, l’attesa di Paola. La magnifica rossa tornò dopo un bel pezzo. Pallida, quasi terrea. Non disse nulla. Si tolse la tunica colorata, slacciò il perizoma e si mise sotto la doccia d’acqua fredda. Quattro occhi videro le sue natiche solcate da profonde strisce rosse. Asciugatasi, si rinfilò soltanto la tunica: Paola sembrava spossata e non solo per effetto della doccia.
Fu dopo che ebbero mangiato, che Frau Rose glielo disse. Raccolsero tutti i panni sporchi della sala. Fu abbastanza difficile camminare con i cappucci in testa e quei panni fra le braccia. La lavanderia aveva una lavatrice, di quelle grandi, infilarono nel cestello i panni, tuniche, perizomi, federe di cuscino, teli, e Frau Rose regolò i comandi. Per tutto il ciclo del lavaggio, rimasero come ipnotizzate a fissare l’oblò, ciascuna avvinta nei propri, tristi, pensieri. Disposero i panni ad asciugare completamente sullo stendino, anch’esso molto ampio. Ci si muoveva con difficoltà, nella piccola stanza della lavanderia. “Più tardi, stirate. I cappucci!” disse secca Frau Rose.

I corpi nudi di Paola e di Odilon erano avvinghiati, mimando l’atto sessuale. L’uomo non poteva provare piacere, la donna sì. Lei si eccitava a toccare, a succhiare, a manipolare il piccolo membro; si eccitava a sentire il contatto con quella pelle, con la lingua di lui abilissima. Paola ebbe l’orgasmo. Dietro la maschera di cartapesta, gli occhi del Padrone brillarono. “Hai goduto ancora una volta, Paola ed il povero Odilon no: lui non può. Sto pensando se farglielo tagliare del tutto, tanto non gli serve….suvvia, ti addormenteranno, è ovvio. Tra poco arriverà una nuova ospite. Organizzerò una bella festa- la maschera si girò verso l’altra maschera, quella della donna seduta al fianco del Padrone- ti piacerà, mia cara, vedrai che ti piacerà: mi si dice essere un carattere ribelle, mai domata. Avrai modo di provarla.
Ma anche queste due qui, sembravano tanto restie, all’inizio…schiave!- la voce dalla maschera si fece imperiosa- non sono molto soddisfatto di voi – Katy e Jessica si sentirono scorrere i brividi lungo la schiena, ma non osarono alzare gli occhi da terra- più tardi, di là, farete l’amore fra di voi. Vi guarderò farlo. Siate appassionate!” Il gigante si alzò e porse la mano alla donna “Vieni, mia cara le disse con estrema gentilezza- andiamo cose importanti ci chiamano – poi come se improvvisamente si fosse ricordato di qualcosa, tornò a rivolgersi alle due donne inginocchiate – Più tardi sarò io a dilatarvi, personalmente. Siatene onorate”
Legata com’era sul lettino, Katy non poteva girare la testa e pure il cappuccio ne impediva la visione. Poteva solo sperare che il Padrone fosse clemente, che non utilizzasse un dilatatore troppo grande. Fu subito delusa. I muscoli del retto vennero dilatati orrendamente, provocando fitte atroci alla povera Katy. “Sta buona- e la voce del Padrone era pure ironica- è soltanto quello da dieci centimetri: pensa a come cacherai bene, dopo!” Quello che fece più rabbia a Katy fu la risatina femminile che udì sghignazzare “Vuoi essere tu, mia cara, ad infilarlo a quest’altra? Gira al massimo il perno, dopo che glielo hai messo dentro: dovrà esser ben larga. Così mi è stato chiesto…”
Il dolore sconvolse Jessica, mano a mano che il dilatatore si apriva dentro di lei…non avrebbe potuto sopportarlo: la stava squartando! Lei non aveva mai avuto figli, ma credeva di stare provando lo stesso dolore di un parto…
La voce parlò in tedesco. Né Jessica né Katy capirono, ma qualcun altro sì! La risposta di Frau Rose fu piagnucolosa, come se invocasse pietà. Inginocchiate una accanto all’altra sul lettino, con il sedere in alto ed invaso, straziato dai dilatatori, con i cappucci in testa, udirono tuttavia distintamente il pianto di Frau Rose. Ed udirono il sibilo dello staffile, il rumore di quando colpiva la carne, lacerandola.

La donna era mingherlina, con i capelli bruni a caschetto , paura e rabbia negli occhi. Non indossava la tunica, bensì un vestito giallo con le spalline, che le arrivava al ginocchio. Sotto la stoffa si intravedevano le mutandine bianche; i seni era spropositati per il suo fisico: troppo grossi, probabilmente rifatti. Un pezzo di nastro adesivo di stoffa le tappava la bocca.
“Kwesta è Antonella – disse Frau Rose- diventerà una schiava perfetta, grazie a voi! La punirete ad ogni piccola mancanza, ach!, sennò io punirò voi! Paola, lasciala andare: comincia l’addestramento!”

Paparazzo!

4 aprile 2010



Un simpatico giochino, divertitevi!

Racconti: Soror Mea

3 aprile 2010

A qualcuno potrebbe sembrare perversa, incestuosa, morbosa, la storia che sto per narrare. Quindi, mettiamo le cose ben in chiaro. Ada, ho scelto di chiamarla così perché è un nome corto, non è mia sorella. Lei è la figlia della mia matrigna, già nata quando mio padre vedovo si risposò; quindi, non ci sono legami di sangue fra me e Ada.
All’epoca in cui comincia la nostra storia aveva 18 anni ed era una ragazza “normale”, né bella né brutta, alta il giusto, magra il giusto, affascinante il giusto: tutto nella media. Mio padre e sua madre erano ormai sposati da 10 anni; anzi, andavamo a festeggiare proprio il loro anniversario di nozze, quando il tir ci venne addosso. Io me la cavai con poca roba, mia sorella rimase sfregiata ma sopravvisse; per i nostri genitori, invece, non ci fu niente da fare.
Per un po’ abitammo dagli zii materni e paterni, poi tornammo a casa nostra. Ada aveva una grossa cicatrice che le partiva dalla tempia e le arrivava fin quasi al mento; anche l’occhio era compromesso; nonostante tre operazioni di plastica, lo sfregio si notava ancora e fin troppo.
Litigammo, non ricordo perché, e l’apostrofai come “brutta guercia!”; avevo 14 anni, ero arrabbiato e non mi resi nemmeno conto di quel che avevo detto. Ada scoppiò a piangere, ma non ribatté. Mi ero appena assopito nel mio letto, la notte del litigio, che mi colse un improvviso freddo: lei aveva buttato giù dal letto le mie coperte; mi diede una spinta, facendomi girare a pancia sotto, afferrò l’elastico dei miei slip e li tirò giù; mi sculacciò a lungo, con rabbia.
Naturalmente, strillai, mi divincolai ma lei mi mise un ginocchio sulle reni per tenermi fermo e me le diede. Tante. Tutto il sedere mi bruciava da matti, ma lei seguitava senza dire una parola. Le chiesi di smetterla, la implorai che si fermasse; lei niente: seguitava a sculacciarmi, senza alcuna pietà. Avevo tutto il sedere dolente, ma veramente dolente, quando lei se ne andò, lasciandomi tutto lacrimante e singhiozzante. Neppure l’acqua fredda del bidet attenuò quel tremendo bruciore. Tuttavia, più tardi mentre il dolore, ormai sordo ma sempre presente, mi pulsava nelle natiche cominciò a pulsarmi anche il pisellino: era diventato dritto e duro; lo scossi, l’agitai e, dopo un po’, ne uscì un liquido bianco, denso, una sensazione di piacere mi pervase… mi asciugai il ventre con il lenzuolo.
Andavo a scuola dai preti, figurarsi se, fra compagni, si sapeva qualcosa di sesso: non se ne poteva parlare neppure, nemmeno sottovoce. Avevo dato gli esami di quinta ginnasio, li avevo superati, ed ero contento, così contento che mi feci una pippa, cioè mi masturbai. Lei entrò proprio sul più bello: quando le mie dita strofinavano il glande. Io non lo sapevo allora, ma soffrivo di fimosi: il mio pisello era tutto eretto ma il prepuzio rimaneva chiuso, in cima, come un cappuccio. Ada mi fulminò con gli occhi, anche quello spento gettava bagliori di sdegno. “Porco! Porco! – urlò facendo cadere a terra i panni puliti che aveva portato per riporli nell’armadio- Adesso ti faccio vedere io!” Uscì e tornò dopo un attimo, in mano un grosso cucchiaione di legno. Con quel mestolo mi colpì proprio sul pisello eretto, ma non mi fece tanto male, o almeno, io non ricordo di averlo sentito. Chissà perché, chissà quale pensiero, mi convinse a girarmi sottosopra, pancia contro la coperta. Il mestolo, colpendomi le natiche mi faceva molto male, ma, nel contempo, aumentava la mia eccitazione; sotto le sue sculacciate, e nonostante fosse schiacciato dal mio peso, il mio cazzo si svuotò. Ada non se ne era accorta, e proseguì nel battermi: oramai sentivo soltanto dolore e nient’altro.
Ma la cosa vera cominciò qualche mese dopo. Insieme ad alcuni compagni di classe, avevo marinato la scuola per andare a giocare a pallone ai giardinetti. Prima ed unica volta in vita mia, che non andai a scuola. Quando tornai a casa, ero sudato fradicio ed accaldato; indossavo la tuta da ginnastica, perché quel giorno avremmo dovuto avere l’ora d’educazione fisica. Ada mi aspettava in cucina; aveva messo una sedia proprio al centro della stanza, la più interna della casa, ed aveva abbassato la serranda della finestra che dava sul cortile, i vetri chiusi. Mi aspettava seduta e la sua faccia non prometteva niente di buono. Senza dire una parola, soltanto con il classico movimento dell’indice, mi fece segno di avvicinarmi. “Mettiti le mani dietro la schiena!” mi ordinò e non sembrava neppure particolarmente arrabbiata. Passai le braccia dietro la schiena, tenendomi i polsi. Con un sol movimento, mi tirò giù i calzoni della tuta e gli slip. Cercai di fermarla, cercai di bloccarle i polsi: mi presi uno schiaffo, che mi fece girare la testa. “Vieni a metterti qui – si batté la mano sulle cosce unite- sulle mie ginocchia, che adesso ti faccio vedere come si trattano quelli che fanno sega a scuola!” Evidentemente il preside aveva telefonato a casa, avvertendola della mia assenza. Eppure lo feci, appoggiai il mio ventre nudo alle sue cosce, palmai bene il pavimento, appoggiai bene i talloni. Mi sculacciò, forte e ritmicamente. Mi veniva da piangere, tirai su con il naso, ma non urlai: a 16 anni mi credevo già un uomo. Poi “lui” quello che ho in mezzo alle gambe, cominciò ad alzarsi. Era ben ritto, quando Ada se ne accorse, sentendone il contatto contro le cosce, attraverso la gonna. La sua mano smise di sculacciarmi, mi afferrò l’orecchio e mi fece rimettere in piedi. Constatò l’erezione “Lo vedi che sei un porco! Ti sei eccitato…proprio come un maiale!” Credevo che mi volesse picchiare di nuovo: lo temevo. E lo speravo! Invece, con voce tremante mi disse: “Fatti una pippa! Subito!” Fui sconcertato: la vergogna mi fece ancor più avvampare, oltre alla fatica e alle sculacciate. Mi irrise pure “Ah, povero maiale: ti vergogni. Non hai voglia? Be’ guarda qui!” sempre rimanendo seduta, si sciolse tutti i bottoni della camicetta e se la sfilò, appoggiandola allo schienale della sedia; passò le mani dietro la schiena e si tolse anche il reggipetto, buttandolo addirittura per terra. Era la prima volta che vedevo un seno di donna nudo. Non era un granché, ma l’ho saputo soltanto qualche anno più tardi. “Lui” rimaneva dritto come una spada, e pulsava come facevano le mie chiappe. “Beh?” il tono di mia sorella era interrogativo ed irridente insieme. Si massaggiò due o tre volte le piccole mammelle, poi le sue mani iniziarono a tirar su la gonna, lentamente. Inghiottii saliva ed aria: ormai il dolore era, letteralmente, relegato in sottofondo. La gonna scura arrivò all’altezza dell’ombelico, sotto vedevo le mutandine nere. “la vuoi vedere, eh? E allora fatti una pippa!” ripeté becera. Le mie dita solleticarono il glande coperto. L’eccitazione c’era, ma c’era pure la vergogna: quale delle due sarebbe stata più forte? “Ma che cazzo fai?” quasi urlò Ada e la sua mano mi serrò il membro, tirando la pelle verso la base. Urlai di dolore io, stavolta. Lei si fermò e sbiancò. “allora, non sei normale!” ammise. “Vieni con me!” Mi ordinò, prendendomi il polso. Non potevo camminare veloce, con quel coso che mi faceva ancora male e i calzoni, e le mutande, poco sotto le ginocchia. Mi gettò sul suo letto. Credevo che volesse tornare a sculacciarmi, e lo fece. Ma non forte, anzi… “Che bel culetto rosso rosso che ti ho fatto!” osservò compiaciuta. Stando bocconi, non potevo vedere ma udivo il fruscio della stoffa; mi rigirai. Lei era nuda, aveva lasciato soltanto le calze. Scure, di nylon, rette alla cosce dal bordo più scuro. La sua mano affondò nella sua peluria nera, il dito medio sparì all’interno. Ada buttava indietro la testa ed ansimava, passandosi ripetutamente la lingua sulle labbra. Il ridicolo è che io non sapevo minimamente che cosa stesse facendo! Infine scostò le grandi labbra e mi invitò a penetrarla. Siccome io non capivo, mi apostrofò “Infila quel coso qui dentro, stronzo!”. Non provai niente. Il mio cazzo era troppo piccolo per lei. Feci qualche movimento mimetico, ma senza alcun risultato. Lei sorrise di compassione e mi fece staccare. “Nemmeno a questo, sei buono!” Ed io feci quello che lei mi aveva chiesto prima, di là. Mi masturbai, quando lei se ne era andata.
Mi sculacciava regolarmente, almeno una volta al mese. Dopo, assisteva alla mia masturbazione. A nessuno dei due, allora, venne in mente di farmi vedere da un medico; o, forse, lei ci pensò…ma io, ridotto così, ero il suo giocattolino privato! Non che le dessi molto godimento, però chi se la poteva scopare ridotta così: un mostro ?
Al terzo liceo, tergiversavo con i compagni di classe: mi davo arie da uomo vissuto, da gran scopatore mentre in realtà tutta la mia cosiddetta esperienza si limitava alle brevi congiunzioni con Ada.
Mi aveva appena sculacciato, ma non forte però. Al mio coso non succedeva niente, anzi si ritirava piccolo piccolo e grinzoso, come una lumachina senza corna. “Fammi un po’ vedere!” mi disse lei. “Mica mi farai di nuovo male?” chiesi io, timoroso per la fimosi. “Ma no, stronzo!” si inginocchiò dietro di me e mi invitò ad aprire bene le chiappe; la sua mano, passandomi, sotto l’inguine tastava il mio pisellino. Sentii la sua lingua titillarmi il buco del culo, colpetti leggeri. Non accadde niente, assolutamente nulla. Si sciacquò la bocca e disse, credo con soddisfazione, “Be’, almeno non sei frocio!”
Si avvicinavano gli esami di maturità, un traguardo assai importante per noi studenti. Chissà quante volte me li sono sognati, in seguito! Era da un po’ di tempo che mia sorella non mi sculacciava più. Eravamo andati a trovare gli zii, in autobus perché lei, a causa dell’occhio, non poteva prendere la patente e a me mi avevano bocciato al primo esame di guida. Stavamo vedendo la televisione ed il tiggì parlava proprio della maturità: allora si portavano tutte le materie dell’ultimo triennio. Questo mi fece venire l’idea “Senti un po’, Ada – le dissi- Se mi promuovono con un voto alto, ti farai sculacciare da me?” Volse dalla mia parte la guancia offesa “Tu sculacciare me? Ma quando maiiiii!”. Invece, dopo un’oretta, senza che io avessi più accennato all’argomento, mi disse spontaneamente “Va bene, se passi l’esame, mi potrai sculacciare, ma solo con le mani! Ah, e devi prendere almeno la media del 7!”
Presi 58, il migliore della classe. Trascinai anche lei a vedere i quadri.
Era nervosa, quella sera. Me lo chiese prima di cena. “Aristogitone, mi vuoi veramente sculacciare?” Io annuii. “E allora fallo subito! Prima è, meglio è!” mi precedette in camera sua. Si tolse la vestaglia, si slacciò il reggipetto e si sfilò le mutandine. Rimase nuda, come tante volte l’avevo vista. Ma soltanto allora notai, per la prima volta, la miriade di cicatrici che aveva sulla parte superiore delle spalle, dove si erano infilate le schegge del finestrino. Si gettò sul letto, le gambe penzoloni dalla sponda, i piedi ben piantati a terra. Avevo sognato tante volte di farlo, ma adesso che era venuto il momento, titubavo: una remora si era impadronita di me. L’idea stessa di colpire quelle natiche, di farle male, di prendere la mia vendetta per tante sculacciate che proprio lei mi aveva dato, mi ripugnava. Ci pensò lei, come il solito
“Che aspetti? Anche se è fine luglio, ho un po’ di freddo eppoi è scomodo stare in questa posizione…- si lamentò ma con voce ferma, e aggiunse – Dai! Oppure non sei buono, neppure a questo, stronzo impotente!” La sculacciai, oh sì che la sculacciai. Sono alto e robusto, forte. Ogni pacca lasciava un’impronta della mia mano sul suo culo, ora su una natica, ora sull’altra, ora su tutt’e due. Ada non si agitava, non si muoveva: la carne tremolava solo per una semplice reazione fisica. Poi le natiche cominciarono ad aprirsi e a chiudersi, l’ano occhieggiava in mezzo a loro. Il mio coso era durissimo, sotto i pantaloni. Ada strofinava le cosce fra di loro. Lo tirai fuori, bello tosto e lo infilai nel suo buco del culo. Non sentii neppure il dolore della fimosi. Ada mugolò, accennò ad una protesta, ma stette ferma. Solo la sua mano corse, letteralmente, a massaggiarsi la sorca. Lo estrassi ancora duro e senza che lo toccassi, lui sborrò. Il mio sperma si mescolò al liquido vaginale di mia sorella.