Mi piace fustigare i sederi delle giovani allieve, ma , Ahimè, sono nato con almeno due secoli di ritardo!
Le punizioni corporali, vanto del nostro sistema scolastico, sono state abolite; adesso, guai se ti azzardi soltanto ad alzare la voce nei confronti di uno studente: rischi una denuncia!
Eppure, ci sono felici eccezioni alle regole.
Mrs Winterbottom era seccata, fortemente seccata. Aveva scoperto due allieve a copiare durante l’ultimo, importantissimo compito in classe. Erano due allieve dal curriculum non brillante e, si vociferava a mezza bocca, anche legate da strani rapporti fra loro. Miss Edwige C*** e miss Gutrund K***, entrambe ventenni, entrambe all’ultimo anno, entrambe ripetenti. E si somigliavano pure, fisicamente.
Al Consiglio dei Professori, appositamente riunito per discutere la questione, mrs Winterbottom propose di espellerle dalla scuola; mrs Chamcheese si oppose decisamente, per lei era meglio la sospensione a tempo indeterminato. La preside fece notare come anche la mancanza di due rette, e che rette!, avrebbe creato problemi alle già scarse finanze del College. Discussero a lungo, e, debbo dire, animatamente.
“La verga! Una buona punizione corporale, come si usava ai tempi antichi. Non si potranno sedere per un po’ di tempo e non copieranno più” decisi di interloquire. Lasciai sfogare le colleghe scandalizzate dalla mia proposta. Intervenne la preside che, prima di parlare, mi rivolse un largo sorriso. “Si potrebbe fare. Io stessa, quand’ero giovane studentessa tredicenne, venni frustata dalla mia insegnante: ne porto ancora i segni. E per una colpa assai meno grave di quella commessa da queste due – c’era un vago baluginìo nei suoi occhi acquosi, al ricordo- Mrs Chamcheese potrebbe avvicinare le due ragazze e prospettar loro l’alternativa. O accettano in piena coscienza e conoscenza una sonora punizione corporale, come quella dei bei tempi antichi, che ricordava il professor Knees, oppure saranno espulse con ignominia dal College. E questo fatto inibirà a loro, per sempre l’accesso a qualsiasi altra scuola del regno!”.
Conoscevo poco Edwige e Gutrund; le avevo avute sì come mie allieve, ma per un solo anno, ai loro inizi, e per un insegnamento minore. Non ero affatto sicuro che avrebbero accettato di farsi sculacciare e, in ogni caso, sarebbe spettato alla loro insegnante farlo. Io mi sarei accontentato, nel caso, di ascoltare da dietro la porta: meglio che niente!
Invece, mi convocò con una certa agitazione la preside. “Caro professore, quelle due delinquenti hanno accettato di ricevere le bacchettate, ma ad una condizione. Che sia tu, l’unico professore maschio di questo corso, a dargliele!” Toccavo il cielo con un dito, mentre quelle dolci parole titillavano gli ossicini del mio orecchio interno. “Naturalmente, sarò presente anch’io, per tutelare le convenienze, ma non interverrò, te l’assicuro. Due dozzine di vergate ciascuna, così ho … abbiamo stabilito, date da te. Evidentemente, queste due ragazze hanno qualcosa che non va nella loro psiche. Oppure, si sono pentite e vogliono aggiungere al dolore della carne, la sofferenza della vergogna nel mostrarsi nude davanti a un uomo” Oppure, pensai, sono masochiste e si aspettano un nuovo eccitante gioco erotico. Dopo la punizione, si sarebbero mostrate reciprocamente i sederi arrossati, se li sarebbero baciati, accarezzati, e….
Edwige era paffutella e mostrava molto meno dei suoi vent’anni reali; accentuava questa sensazione con l’acconciare i capelli scuri legati in due ciuffi ai lati della testa . Teneva gli occhi bassi, ma era palesemente una finta. Non aspettava altro che calarsi le mutandine e piegarsi sull’inginocchiatoio, in modo tale che lo spigolo le premesse esattamente pochi centimetri sopra…sopra la femminea matrice. Invece Gutrund aveva lo sguardo svagato, girava continuamente gli occhi chiari senza mai fissarli da nessuna parte; però si tormentava le dita delle mani strette in grembo.
La preside aveva indossato un lungo abito scuro, che accentuava il suo personale segaligno, io, sopra la camicia, avevo indosso la toga nera: anche nei vestiti, dovevo dar segno della mia autorità e severità di maestro!
“Signorine, avete accettato in piena libertà, nessuno vi ha costretto” disse asettica la preside, che sa giocare sempre con il significato delle parole “Riceverete ventiquattro bacchettate ciascuna, infertevi dal professor Knees, come da vostro desiderio. Auspico che la punizione che state per subire vi sia di monito per il futuro. Chi vuol essere la prima?” questa domanda assomigliava allo sparo della pistola dello starter!
Gutrund fece due passi avanti e, per Diana!, pareva sorridere a labbra serrate: il suo sguardo diceva molto di più!
Si rivolse direttamente a me, sicura di mettermi in imbarazzo “Che cosa devo fare, Sir?” “ Togliti le mutandine e piegati sull’inginocchiatoio” risposi come se io stessi dando disposizioni per la partita di pallavolo. Le porsi il braccio, affinché lei trovasse un punto d’appoggio per procedere alla bisogna dello sfilarsi l’indumento intimo. Che era nero, così come la gonna plissé e le calze autoreggenti. Non c’era alcuna ragione perché indossasse le calze, se non quella di eccitare qualcuno. Me o la preside? Le mutandine finirono sulla base dell’inginocchiatoio, un attimo prima che Gutrund vi si piegasse sopra. Teneva la gonna ancora abbassata, voleva provare l’emozione che fossi io stesso a sollevargliela.
“ Miss Edwige, le dispiace scoprire il posteriore della sua compagna?” mi salvò dall’imbarazzo la preside.
Ancheggiando, Edwige si avvicinò e con estrema lentezza sollevò la gonna pieghettata nera di Gutrund, fino a portarne l’orlo più o meno all’altezza della nuca. Il sedere era paffuto, bianco e leggermente prominente. Perfetto da sculacciare.
La preside mi aveva prestato una bacchetta che, casualmente, conservava ancora per ricordo, diceva lei. Non molto lunga, spessa come due mie dita sovrapposte, senza nodi, con una bella impugnatura solida. Un senior-cane quasi perfetto. E che lo fosse e quanto dolore arrecasse, Gutrund lo provò subito.
Si era appena disegnata una bella striscia rossa su quelle natiche cicciottelle che Gutrund tornò in piedi di scatto e si massaggiò la parte colpita. Le picchiettai la spalla con la punta del cane e le dissi di rimettersi giù. Attese qualche secondo prima di farlo. Naturalmente, la preside non perse l’occasione per un breve sermoncino sul comportamento che deve tenere una punita, eccetera eccetera. Approfittai di quella pausa per guardare in faccia Edwige: gli angoli della bocca erano sbiancati. Non potevo permettere a Gutrund di fare tutta quella scena. Alzavo ed abbassavo il cane, tenendolo ad ogni colpo più distante dalla sua pelle. Lei aveva appena sollevato il busto per alzarsi, che le diedi la quarta o quinta vergata. Ricadde giù, ma sollevò entrambi i piedi da terra, poggiando tutto il suo non etereo peso sullo spigolo dell’inginocchiatoio. Aspettai che rimettesse a posto le sue appendici inferiori e feci partire un’altra vergata.
Perfino la preside strinse gli occhi a goderne il conturbante rumore!
Gutrund schizzò letteralmente in piedi. Con gli occhi grondanti lacrime, si massaggiò a lungo le incandescenti natiche.
“Signorina, si rimetta in posizione. Non vorremmo passare qui l’intera giornata!” esclamò la preside, ma non sembrava affatto dispiaciuta di tale prospettiva. Gutrund tornò a piegarsi, il sedere rosso e striato. Nel duplice movimento, la gonna era calata di nuovo; agitando la bacchetta, feci cenno a Edwige di tornare a rialzarla. Le mani le tremavano nel farlo, eppure non evitò occasione di carezzare per un attimo quella pelle bollente.
Avevo perso il conto delle vergate inferte! Non così la preside; rapidamente e furtivamente aprì entrambi i pugni. Dunque, erano dieci: meno della metà di quelli stabiliti. Bisognava sbrigarsi, prima che io… che la natura carnale facesse il suo irrimediabile corso.
Era affascinante quel popò nudo, dalla pelle oramai color mattone. Gutrund non si sollevava più, non ne aveva la forza. Dopo ogni colpo, però, le sue gambe fremevano, i muscoli si tendevano spasmodici, le cosce si allargavano appena: notai che, grazie a Dio, Gutrund non era seguace della moda della depilazione integrale. Eravamo arrivati a venti, e Gutrund sembrava sull’orlo del collasso, tremava sempre di più e persino la calza destra le era scesa leggermente, essendosi allentato l’elastico a causa degli spasimi. Guardai la preside in faccia; lei era pallida, gli occhi socchiusi, la lingua umettante le labbra sempre più ceree: sembrava in un altro mondo. Un mondo di sogni e di sensazioni eccitanti.
Edwige alzò una mano, come se volesse prendere la parola; glielo concessi, agitanto il cane. “Professore, si sbrighi la prego, che io non resisto più dall’ansia, visto che adesso toccherà a me”. Pur pronunciate sotto voce, queste parole ebbero l’effetto di ridestare la preside dal suo voluto torpore. “Signorina, il professor Knees sa bene come comportarsi! Non dev’esser lei a dargli consigli. Comunque, professore, proceda!” e aggiunse in un sussurro sospiroso “Rapidamente!”. Le ultime quattro furono tremende per la povera Gutrund. Scagliate con la massima energia, tutte più o meno nello stesso punto benchè io non avessi preso la mira. Nonostante gli anni che mi portavo addosso, non avevo perso l’occhio. Gutrund gemette, anzi gridò, per quattro volte. La pelle gonfia ed abrasa aveva perso ogni elasticità, pareva cotta come la crosticina di un roast-beef.
Impiegò parecchi secondi Gutrund a ritornare in posizione eretta e non potè fare a meno di massaggiarsi la parte dolorante: dall’esterno verso l’interno, dal basso verso l’alto la ciccia si sollevava e poi ritornava nella sua posizione naturale. Per una decina di secondi, seguii affascinato quel movimento rotatorio. Acida la voce della preside “Signorina, un po’ di contegno! Ha ricevuto una punizione, dura ma meritata. Può rivestirsi ed andarsi a curare in camerata!”.
Gutrund la guardò e poi fissò me, con un espressione strana ed impudica negli occhi: le labbra atteggiarono perfino un sorriso, come di ringraziamento. Si chinò a raccogliere le mutandine, rimaste sull’orlo basso dell’inginocchiatoio e, nel farlo, allargò apposta le natiche. A favore di chi? Di me o di Edwige? O della preside?.
Tenendo le mutandine nere strette in mano, Gutrund affrontò la preside che era più alta di lei di tutta la testa. Le guance della ragazza erano irrorate di lacrime “ E’ stata la prima e l’ultima volta che mi frustate! Sarò io stessa ad andarmene al più presto da questo covo di…” Voleva fare la sdegnata, ma non incantava nessuno. Tantomeno la preside; che, infatti, rispose gelida. Le sue parole colpirono più dure della mia bacchetta. Gutrund sbottò in un pianto dirotto, e scappò, letteralmente scappò da quella stanza, la testa bassa.
“Preside, non sopporto che lei parli così alla mia amica!” scattò Edwige “Non si azzardi a farlo con me…quanto a lei, professore, faccia ciò che le è stato ordinato di fare!” e così dicendo, si piegò sull’inginocchiatoio dopo essersi sollevata la gonna. Non portava né calze né mutandine; evidentemente si era preparata.
Fu un riflesso della luce, con un particolare angolo d’incidenza, a farmelo vedere. Un piccolo baffo bianco, proprio su quella che, in un sedere più magro, sarebbe stata la fossa della natica destra. La ragazza si era cosparsa il sedere di crema! Furbetta, pensava che la crema avrebbe ammellito il dolore e che la bacchetta sarebbe scivolata via senza ristare. Sciocca, perché non sapeva con chi aveva a che fare!
Fu tremenda la prima vegata! Anche la preside ebbe un sussulto. Dal basso verso l’alto, con torsione del polso. In modo che il legno finisse la sua corsa laddove il muscolo della coscia diventa gluteo. Lo sentì Edwige, eccome se lo sentì! Benchè il suo sedere fosse ancor più cicciotto e bellino di quello della compagna, resisteva di meno: la pelle era più delicata e s’arrossava facimente. Furono otto i colpi dati in questo modo, la bacchetta durissima e veloce arrivava dal basso e andava, adesso, a colpire le natiche al colmo, sollevando la cute. Neppure Edwige resistette prona. Si alzò all’impiedi e, allo stesso modo di Gutrund, si massaggiò le natiche. Quella che lei aveva pensato esser una difesa, palliativa ma pur sempre velo difensivo, la crema, si stava rivelando il mio maggior alleato. La pelle, resa morbida dall’emolliente, diventava a poco a poco più sensibile in superficie. Ad Edwige bruciava da matti!
“Signorina, siamo ad un terzo appena della punizione. Non perda tempo, si rimetta giù! Non faccia la bambina!” le parole della preside avevano un che di derisorio. Eppure, Edwige si massaggiò ancora per un paio di secondi; il suo pancino sbattè sullo spigolo dell’inginocchiatoio. Non rinunciai alla paternale, così la crema aveva tempo di asciugarsi vieppù. “Signorina C***, è stato un trucchetto stupido, il suo; in questo modo, non ottunde affatto la pelle: la rende semplicemente più tenera. Ed aumenta la sofferenza, come sta provando”. Mi rispose un grugnito di Edwige, dacchè, mentre stavo ancora parlando, la colpi tenendo la bacchetta orizzontale e parallela al pavimento, ma dalla distanza di circa una jarda e mezzo; tutto il notevole peso del mio corpo era concentrato in quel pezzo di legno, che affondò dentro la ciccia come una spatola calda affonda dentro il burro fresco. Edwige doveva aver visto le stelle! Un fremito irrefrenabile le scuoteva natiche e cosce ed anche il busto, che, forse, era scosso pure dai singhiozzi.
Osservai il mio bellissimo lavoro. Le strisce scure, dai bordi estremamente rilevati, si stavano gonfiando. Era giunto il momento che Edwige imparasse cos’è la vera sofferenza. Sei frustate, rapidissime, a ustionare la pelle dall’alto verso il basso, stavolta. Le chiappe rotonde tremavano tutte oramai, come se fossero di gelatina consistente. Edwige non aveva vergogna a piangere a dirotto. “ Morditi il pugno” intervenne la preside con un consiglio materno, che Edwige mise subito in pratica. Mancavano ancora dei colpi e le parti laterali, anch’esse polpute, erano oscenamente immacolate.
Fu lì che si avventò la punta e buona parte del fusto della mia bacchetta. Quattro belle strisce rosa cupo parallele sul fianco destro, prima che passassi a quello sinistro per ripetere l’operazione. Alla fine, Edwige sollevava alternativamente i piedi da terra, come se stesse nuotando. Lei, invece, era depilata a differenza della compagna.
Si alzò e si massaggiò. “Ne manca ancora una!” sibilò la preside e mi parve di scorgere un piccolo grumo di saliva all’angolo della sua bocca. “Ma…ma…me ne ha date ventiquattro!” “Ne manca ancora una, non è vero professor Knees?” domandò la preside. Annuii, perché la bocca mi si era seccata. Edwige sbuffò. Stavolta non appoggiò il bacino all’inginocchiatoio, rimase in piedi, le gambe divaricate, le mani appoggiate sulla traversa superiore: l’indice sinistro mostrava la chiostra ovale dei denti. Sì, potevano bastare; tre passi potevano bastare. Il bacino di Edwige fu spinto in avanti, quando la bacchetta impattò il didietro; il bamboo rimase per un attimo appoggiato nella fossa che da se stesso si era scavato.
La preside aveva un’espressione tesa, quasi quanto quella di Edwige. “Può andare, signorina” le fece. Edwige la guardò con astio, anzi no: con odio! E guardò pure me, la bocca ridotta a fessura. “Spero che ti sia divertita” avrei voluto dirle, ma mi trattenni: sadico affondare il coltello nella piaga.
Rimanemmo soli, la preside ed io. E lei non aveva alcuna intenzione di andarsene; appoggiai il cane sull’avambraccio sinistro, come una spada, per renderglielo. Lei neppure notò il gesto; si fissava la punta delle scarpe nere.
“Robert, quanto tempo è che ci conosciamo?” mi domandò senza alzare la testa. In quindici anni che insegnavo in quel college, era la prima volta che mi chiamava per nome. “Robert, sei stanco?” tornò a domandarmi dopo che ebbe udita la mia risposta. “No, signora preside, niente affatto; è come se avessi fatto una mezz’oretta di salutari esercizi in palestra” le risposi. Adesso la preside bilanciava il peso dell’esile ma alto corpo su un piede e sull’altro. “Ti posso chiedere un favore, da vecchia amica?” e seguitava a fissarsi la punta delle scarpe. Sarebbe stato per me un piacere esaudirlo. La preside fece tre o quattro lunghi passi ed arrivò davanti all’inginocchiatoio, vi adagiò sopra il suo lungo corpo e con le mani afferò i due montanti laterali.
“Frustami!” e dal suo tono era tornata ad essere colei che ha la responsabilità di tutto il college “dammene quante ne hai date a quelle due sciacquette! Non ti far garbo di me…”. Be’, se era lei a chiedermelo….
Sollevai la bacchetta, la portai ad un paio di palmi dal suo sedere e colpii. La preside non mosse un muscolo, ma “Uno!” contò a voce alta. E seguitò a contare fino a dodici. Non volevo certo farle male, aveva una certa età d’altronde, perciò avevo mantenuto la distanza sempre uguale e non avevo forzato i colpi, limitandomi ad una semplice giravolta del polso.
Lei tornò eretta, io mi fermai. Vedevo solamente la sua schiena, ma a poco a poco vidi che il vestito le cadeva lasco giù per le spalle: se lo stava togliendo! Sbottonati i polsini, lo fece scivolare lungo il corpo. Era magrissima; le scapole schizzavano da sotto la pelle, non un filo di grasso sulle reni, le cosce ancora muscolose benché mingherline. Un attimo dopo, le sue mani accompagnarono le severe mutande verdi fino ai polpacci. Il culo della preside era assolutamente piatto e, a contrasto con le cosce e con le reni, assolutamente rosso.
Si mise nella stessa posizione che aveva assunto Edwige per l’ultima vergata, in piedi; solo il busto chinò in avanti e sporse il sedere all’infuori. “Dai – mi sollecitò- e non lesinare la forza!” Swishh e swishh e swishh: il cane azzannava l’aria e subito dopo mordeva quella pelle anziana. Dopo tre o quattro colpi, Emma fu costretta ad appoggiare le mani sulla tarversa superiore dell’inginocchiatoio. Seguitai, sempre più eccitato. La sua pelle era screziata da questi solchi paralleli, oramai purpurei. Contai fino a dodici e mi fermai. Ero eccitato, proprio molto eccitato.
La preside abbandonò la presa dal legno e si eresse. Anche lei doveva sentire il bruciore fin nel midollo. Portai la bacchetta parallela alla gamba, ma seguitavo a tenerla ben stretta in pugno; non si può mai sapere….
Emma sospirò profondamente, i muscoli delle cosce interne guizzavano; poi si girò, non di colpo anzi lo fece con una certa lentezza. Smagliature rigavano lo stomaco e il ventre, qualche capillare occhieggiava più scuro. Emma portò le mani giunte dietro la nuca ed iniziò a parlare “Miss Hotbottom ci faceva restare sempre così, dopo averci punito. Le altre dovevano vedere bene che cosa avesse fatto il suo frustino al nostro popò. Se ci muovevamo o se staccavamo le mani prima che fosse passata mezz’ora, ci frustava di nuovo…. E’ là dentro che ho imparato a tenere a freno i desideri, ho imparato cosa sia la vergogna, ho imparato ad esigere il massimo da me stessa….” Mentre mi raccontava queste cose, non sembrava affatto in preda alla vergogna, dato che mi stava mostrando le parti intime. La preside teneva gli occhi chiusi; io respiravo appena. Trascorse un bel pezzo così, non proprio mezz’ora ma di sicuro una ventina di minuti. “Lo sai che cosa ci facevano se ci trovavano in intimità con una compagna? E queste due si sono lamentate per poche vergate…”. Non volevo sentire, ma non avevo scelta. Né desiderio di andarmene. Imparai cose di cui non ero assolutamente a conoscenza: crudeltà, tu sei femmina!
Tossicchiai per togliere lei e me dall’imbarazzo. La preside tornò improvvisamente alla realtà, sbarrando gli occhi.
Si sollevò le mutandine e procedette alla complicata operazione di riabbottonarsi il lungo vestito nero. “Ti ringrazio, Robert” mi disse gentile, prendendo il cane dalla mia mano.
Uscimmo insieme dalla stanza.
BK