Archivio per Giugno, 2010

Punizioni domestiche: Gutruna

30 Giugno 2010

Gutruna è una bella donna; alta, bionda, lineamenti decisi, occhi chiari: non dimostra affatto di aver superato la quarantina. Ed è anche mia moglie, da 12 anni. Fin da quando eravamo fidanzati, abbiamo stretto un patto. Niente scenate, niente liti oltre il lecito: se uno di noi due avesse sbagliato, si sarebbe denudato e l’altro, o l’altra, l’avrebbe sculacciato senza pietà.
A me è capitato una sola volta, una scappatella che ritenevo insignificante ma Gutruna sa maneggiare molto bene il battipanni; soffrii le pene dell’inferno, sdraiato tutto nudo sul letto, a pancia sotto mentre lei alzava ed abbassava non so quante volte l’infernale arnese domestico. Provai tanto dolore che non ebbi nemmeno la voglia di fare l’amore, dopo. Mi bruciava tutto, dopo, e rimasi a casa due giorni per smaltire il bruciore; i lividi ed il gonfiore rimasero per un bel po’.
Invece, questa è la quarta volta che dovrò esser io a sculacciare Gutruna. E non che le tre precedenti le abbiano arrecato gran giovamento, se non per breve tempo. Mia moglie ha il vizio del gioco: non quello della fumosa bisca, bensì quello delle lotterie nazionali. Spende quasi metà del suo non lauto stipendio per comprare i biglietti. Avesse mai vinto una volta! O meglio: le vincite non ripagano mai i soldi spesi. Però, adesso, ha passato il segno! C’’ un gioco di massa, giù in Italia, che ha fatto registrare un montepremi di svariati milioni… Gutruna è arrivata a Bozen, è entrata nel baracchino ed ha acquistato biglietti per 500 euro. A questi soldi, si devono aggiungere quelli spesi per il viaggio… Esattamente la cifra che serviva per pagare la penultima rata del mutuo della nostra casa! Ho dovuto farmi anticipare parte dello stipendio mensile per riuscire a saldarla.
Gutruna ha un abito lungo, verde. Mi guarda come uno yorkshire, mentre se lo sfila lentamente: spera tanto che io sia clemente, ma è ben conscia che io non lo sarò. L’abito finisce sulla spalliera della sedia, ed è seguito subito dopo dal reggiseno. E’ rimasta in mutandine, ugualmente verdi, del tipo a gambaletto: le abbassa, allargando l’elastico ma per toglierle del tutto dalle gambe, deve cercare un punto d’appoggio. Si afferra alla mia mano sinistra che le tendo; nella destra ho il cane. Me lo ha regalato un mio collega inglese: gli serviva per punire gli alunni indisciplinati nel suo college. Ma poi la legge ha abolito le punizioni corporali e il professore ha preferito andarsene in pensione.
Gutruna è nuda, i seni prosperosi, i fianchi larghi, il ventre non proprio piatto non presenta tuttavia smagliature vivide, la natura cespugliosa, le cosce tornite. “Ti posso chiedere una cosa?” mi fa, con voce quasi normale. Annuisco. “Quante me ne darai?” mi chiede. Non le rispondo, e lei comprende bene il motivo del mio silenzio.
Deglutisce. Agitando la punta della bacchetta, le faccio segno di chinarsi. Appoggia le braccia sul tavolo, parallele e vi adagia il busto. Sempre con la punta del cane, le tocco l’interno delle cosce per invitarla ad allargarle. Deve avere una buona base d’appoggio, altrimenti rischia di cadere come accadde all’ultima sua punizione, 3 anni fa.
Attendo che Gutruna chiuda gli occhi; lei si aspetta la prima vergata: invece, passo rapidamente il cane nella sinistra e con la mano destra aperta, comincio a sculacciarla. Pacche pesanti, ben ritmate, che le arrossano per bene il deretano. Lei stringe le palpebre ad ogni sculacciata. Smetto soltanto quando mi sembra che la pelle sia ben calda e pronta per il bambù. Alla prima bacchettata, quella forte di traverso sul colmo delle natiche, Gutruna ha una smorfia. Personalmente con panno e spray, ho lucidato il piano del tavolo fino a renderlo come uno specchio; per poter vedere di riflesso la faccia di mia moglie, l’espressione assunta man mano che le vergate si fanno più brucianti e più dolorose.
Il vasto culo è ben rosso, screziato dal bambù, che prima affondava nell’adipe ma che, adesso, impatta sulla pelle gonfia ed inspessita. Gutruna cambia posizione agli avambracci, di tanto in tanto alza un piede da terra, quando la vergata è particolarmente dolorosa. Ho contato 20 colpi: altri quattro e basta. Bisogna sempre rispettare le “dozen” secondo la tradizione più classica. Però queste ultime se le ricorderà fin che avrà vita. Credo che non acquisterà mai più un biglietto di lotteria. Il mio braccio è ben teso, sulla bacchetta è concentrato tutto il mio non indifferente peso. Spingo in avanti. All’impatto, Gutruna si fa sfuggire un lamento. Ritiro indietro il braccio e di nuovo lo spingo in avanti. Gutruna geme. Ripeto. Lei ri-geme. L’ultimo colpo è devastante per il suo culo.
“Basta così. Ne hai prese abbastanza” le dico. Mia moglie si alza in piedi, incerta sulle gambe tremanti. Si volta verso di me e si massaggia le natiche dolenti. Apre un paio di volte la bocca per prender fiato. “Lo sai che ho vinto tremilacinquecento euro?” mi fa, con le palpebre socchiuse.

Arte erotica: la sculacciata

25 Giugno 2010

Racconti di sculacciata: il party

24 Giugno 2010

Gli ospiti stavano cominciando ad arrivare. Robyn poteva vederli attraverso la tenda nera che separava il corridoio dalla sala principale. Gli ospiti indossavano smoking e completi sfavillanti, che sembravano costare una fortuna.
Sentiva il suo stomaco in preda all’emozione. Sapeva quello che stava per succedere. Era stata ben preparata. Sapeva che in appena pochi minuti lei e altre due dozzine di donne e uomini avrebbero fatto il loro ingresso al party. Sarebbero usciti da dietro la tenda e si sarebbero fermati di fronte alla folla. Lei e gli altri sarebbero stati completamente nudi.
Impallidì, con la gola secca. Si costrinse a respirare profondamente. “Posso farcela” pensò “devo farcela”. La sua mente fu rapidamente percorsa dal ricordo di tutti i suoi debiti, inclusa la nota di debito nei confronti del landlord: paga o sei fuori. Non aveva proprio scelta, pensò. Questo, oppure la strada. I tremila dollari che avrebbe guadagnato stasera sarebbero stati sufficienti per pagere i suoi debiti, e forse le sarebbe rimasta anche qualcosa per comprare un nuovo vestito! E se Nancy aveva ragione riguardo al futuro, avrebbe potuto guadagnare 3 o perfino 5mila dollari alla settimana semplicemente partecipando ad un party ad ogni weekend. “Se riesci a sopportarlo” fu il pensiero che le attraversò la mente, ma che fu subito allontanato.
La sala era affollata, ora. Gli ospiti stavano parlando ad alta voce, mangiando crackers e formaggio, pizzette, caviale, frutti esotici e dozzine di altre delicatezze.
Improvvisamente qualcuno le pizzicò il sedere, e Robyn sobbalzò girandosi velocemente. Si trovò davanti Nancy. “Se il tuo sedere è così sensibile ora, aspetta a vedere come sarà domani, dolcezza!” Ella stava ridendo mentre diceva queste parole, con i suoi simpatici occhi marroni brillanti per lo humor, i suoi capelli neri sciolti sulle spalle. Ma Robyn non riuscì a sorridere, con il cuore ghiacciato dal terrore.
“Non ce la faccio,” pensò freneticamente. “Non posso.” Ma nel profondo sapeva che lo avrebbe dovuto fare.
“Non preoccuparti, te la caverai,” sussurrò Nancy.
Prima che Robyn potesse rispondere, il silenzio calò improvviso tra i suoi compagni. Nancy fu spinta davanti a Robyn e accompagnata da un rullo di tamburo attraversò la tenda. Robyn la osservò mentre attraversava la sala fino in fondo per poi fermarsi e girarsi verso la folla degli ospiti.
Immediatamente iniziarono le offerte da parte degli ospiti. Mr. Alexander, il padrone di casa, si occupava di gestire l’asta. Arrossendo Robyn vide come Nancy veniva osservata, le sue natiche colpite, e portata via dopo essere stata venduta. Quindi toccò ad un altro, e poi ancora, finchè non fu il suo turno.
Deglutì e si fece avanti nella luce brillante. Poteva sentire la sua faccia bruciare sotto il tocco di tutti quegli occhi che la guardavano. Poteva sentirli posarsi sul suo seno, sul pube, sulle sue natiche. Si fermò alla fine del corridoio e le offerte iniziarono. Mr. Alexander le si avvicinò per toccarla nel modo che gli altri desideravano.
“Solo 500 dollari per un corpo come questo? Guardate che magnifico seno! E che natiche! Incredibili. Così soffici e morbide e ballonzolanti. Non è mai stata sculacciata, ve lo garantisco. Una delizia, una vera delizia, vale almeno il doppio di quanto avete offerto.”
Con orrore Robyn si inginocchiò mentre Mr. Alexander le allargava le natiche e le gambe per mostrare ciò che esse nascondevano. Si sentiva così nuda e vulnerabile, e non era per niente incoraggiata dal fatto che le offerte erano arrivate alla cifra record della serata di 4200 dollari. Si sentiva confusa e sognante mentre delle dita la perquisivano, e degli occhi inquisitori la esaminavano così profondamente come neanche il suo dottore aveva mai fatto.
Il primo colpo di paddle giunse come uno shock completo. Aveva visto cosa era successo agli altri, ma ora toccava a lei. Non fece tutto il male che lei si era aspettata. Era un paddle di cuoio sottile, ma molto largo e flessibile. Ogni volta che colpiva le sua rosse natiche le rendeva bianche per un istante. Pizzicava, ma i colpi erano sopportabili
Improvvisamente, tra la confusione, la folla, e la vergogna, Robyn pensò che sembrava un sogno. Sembrava tutto così irreale. Si sentì trasportata, e non fu più consapevole del paddle. Si sentiva in un certo modo calma. Era confusa, terrorizzata, imbarazzata, ma queste emozioni sembravano stranamente distanti. Di reale c’era solo il dolore, era il dolore il suo unico pensiero, il suo solo concetto di se stessa. Il dolore era tutto ciò che conosceva, tutto ciò che le interessava.
Non un dolore insopportabile, ma un dolore squisito, un dolore che era nato per uno scopo, il dolore per il piacere. In un lampo, Robyn si accorse che Rex, l’assistente di Mr. Alexander, che si occupava del paddle, lo aveva sostituito con un attrezzo di legno che le stava davvero torturando le natiche. Esso la abbassava verso il pavimento ad ogni colpo, e le doveva arcuare la schiena e spingere le natiche più in alto per ricevere i colpi.
Ora si trovava inginocchiata, con il seno pesante penzoloni e ballonzolante davanti a lei ad ogni colpo ricevuto. I colpi ora erano diventati più veloci, e più forti. La folla era quasi in delirio per il piacere, e gridava a Rex di colpirla sempre più forte.
Improvvisamente Rex si fermò, e Robyn si accorse di stare ancora seguendo con il corpo il ritmo dei colpi che non arrivavano più. Con la faccia rigata dalle lacrime Robyn arrossì furiosamente, e Rex prontamente le allargò le gambe per mostrare alla folla il suo sesso bagnato.
Vergognosamente fu portata via dal palco, ancora a quattro zampe, con un collare attaccato al collo. Delle mani le toccavano il seno, altre la sculacciavano sulle natiche doloranti, o le pizzicavano le cosce mentre passava tra la folla. Attraversarono un certo numero di stanze fino a che Robyn non ebbe più idea di dove si trovasse. C’erano cose da vedere e suoni tutto intorno, uomini e donne nudi, il suono dei paddles e delle fruste che colpivano la carne viva, lamenti di corpi torturati contemporaneamente a lamenti di corpi in preda al piacere. Ma Robyn non notò niente di tutto ciò.
Quando finalmente si fermarono ella si accorse che la punizione la aveva così scombussolata che non aveva neanche fatto caso a chi fosse il suo master per il pomeriggio. Con sorpresa si accorse che lui la stava guardando, e che era carino, con corti capelli biondi e occhi blu che lampeggiavano di curiosità e simpatia. Era giovane, molto giovane. Forte e atletico, ma non eccessivamente. Improvvisamente le parlò.
“Il tuo nome è Angela. Se non risponderai a questo nome, ti punirò molto severamente. Penso che per iniziare potrei sculacciarti.” Senza altre parole, si sedette su uno sgabello e la fece sdraiare sulle sue gambe. Lei si trovava sulla schiena, con la faccia rivolta verso di lui, terrificata. Lui la raggiunse e iniziò a tirarle e a schiacciarle le tette fra le dita, e lei iùcominciò a mugolare per il piacere ed il dolore.
Lei pensò “Fa male ma non voglio che smetta.” Quando il suo seno fu abbastanza dolorante e duro, egli la girò e iniziò lo stesso trattamento sulle sue natiche, stringendo e pizzicando senza pietà, ignorando i suoi lamenti di dolore e di delizia.
Quindi iniziarono le sculacciate. Stava usando la mano, ma i colpi erano comunque solidi e molto forti. Più veloce essi arrivavano, più Robyn annaspò per cercare aria, con le lacrime che le riempivano la bocca. Ma le sculacciate non si fermarono, anzi accelerarono, più forti e più veloci, prima su una natica poi sull’altra, quindi sulle cosce e persino sulle caviglie, e quindi di nuovo sulle natiche doloranti.
A volte egli si fermava, coprendole le natiche con le mani in modo da sentirne la rotondità, le curve e la sofficità, e lei si rilassava, convinta che fosse tutto finito. Ma poi egli ricominciava, più forte di prima.
Quando infine si fermò, Robyn stava piangendo più forte che durante il paddling. Stava singhiozzando, e tutto ciò che riuscì a fare fu di coprirsi le natiche con le mani. Ma egli la fece anzare.
“Il mio nome è Martin, ma tu chiamami master. Andiamo a divertirci, ti va??” Con cuore coraggioso, ella si inginocchiò davanti a lui, quindi lo seguì.
Si accorse che c’era gente dovunque, cosicchè tutta la gente doveva essersi sparsa per tutte le sale del palazzo in cerca di piacere. Vide sul muro alla loro destra due schiavi, un maschio ed una femmina, attaccati dai polsi a degli anelli sul muro. Un piccolo gruppo si era formato loro intorno, e con orrore Robyn si accorse che ognuno, previa il pagamento di una piccola quota, poteva punirli e colpirli a piacimento. Si lamentò alla vista di un uomo robusto che colpiva la ragazza, il cui corpo dondolava ad ogni colpo tremendo ricevuto, il cui suono echeggiava su e giù per il corridoio.
Ma proseguirono, con Martin che le faceva fretta accarezzandola con la parte terminale della sua cintura. Robyn camminava così velocemente da non poter vedere quello che stava accadendo agli altri schiavi.
Entrarono in una stanza larga. Si sentiva musica carnevalesca e l’ atmosfera era gioviale. Anche Martin divenne improvvisamente gioviale. Robyn si accorse che c’erano molti venditori e stands. Si fermarono di fronte ad un palco e vide una ragazza nuda legata e si accorse con orrore che si trattava di Nancy. Era a faccia in giù, con la parte anteriore delle cosce su una piccola piattaforma rettangolare. Con repulsione Robyn si accorse che era stata legata fermamente. Il cartello in alto diceva “Misura la tua forza” e mentre guardava un uomo muscoloso si avvicinò e alzò un pesante paddle oltre la sua testa.
Robyn gridò quando il colpo atterrò sulle natiche di Nancy, spingendola verso il basso e mandando verso l’alto una palla bianca fissata ad un’asta metrica. A circa metà dell’asta la pallina tornò verso il basso. L’uomo muscoloso diede del denaro ad un piccoletto lì a fianco e riprovò il colpo. Questa volta la pallina salì un po’ di più, ma tutto ciò che Robyn vide fu l ‘agonia sul viso di Nancy.
Il sedere di Nancy era già rosso vivo e punito, e Robyn poteva a malapena immaginare il dolore della sua amica, ma ci fu anche un’altra cosa che notò e che la terrorizzò ancora di più.
Tra le gambe di Nancy si trovava un largo fallo, orientato in modo da penetrarla, e Nancy vi si muoveva intorno, usandolo. Ogni colpo lo spingeva sempre più dentro di lei senza pietà, e lei stava gemendo e lamentandosi miserevolmente, ma Robyn non potè capire se per il dolore o per il piacere.
Mentre Martin la portava via, Robyn si sentì arrossire. Essere così mostrata, colpita senza pietà, masturbandosi in pubblico, era una cosa che sapeva non sarebbe mai riuscita a fare.
Ma erano arrivati ad un altro palco, e qui il suo master pagò un uomo e la portò nella stanza di fronte. Qui si trovavano tre schiavi, uomini robusti. Si ricordò di averli visti in precedenza, ma non ne conosceva il nome. Erano nudi e la guardavano, con i lunghi cazzi eretti e duri.
Martin le porse sei anelli colorati e improvvisamente con vergogna e disperazione lei capì cosa avrebbe dovuto fare. Guardò il master supplicante, ma i suoi occhi erano duri e decisi. “Fai almeno un centro oppure ti darò al pubblico per un’ora,” le sussurrò.
Con un singhiozzo di rassegnazione Robyn lanciò il primo anello, che colpì lo stomaco del primo schiavo e cadde a terra. Il secondo e il terzo non andarono meglio, e Robyn stava iniziando a rassegnarsi alla pubblica esposizione, sebbene il suo cuore si stesse ghiacciando al pensiero di ulteriori punizioni. Il quarto anello colpì il cazzo del secondo schiavo, ma non si infilò, e il quinto mancò completamente il terzo schiavo.
Sentì delle grida provenire dall’altra parte, dove qualcuno era riuscito a infilare il primo schiavo, e lei si vergognò di non essere riuscita a fare altrettanto. Con disperazione si preparò a lanciare per l’ ultima volta quando Martin la fermò. Parlò brevemenre con il manager, il quale gli diede un paddle largo di legno giallo.
Robyn si lamentò a quella vista, e le lacrime presero a colmarle gli occhi. Ma si sentì ancora più umiliata quando Martin chiamò allegramente le persone intorno. “La mia Angela ha bisogno di un castigo appropriato. Qualcuno vuole provvedere?”
Immediatamente si formò una coda di uomini e donne, e Martin la spostò dalla linea da cui si lanciavano gli anelli e le disse di stare ferma in piedi con le mani incrociate dietro la schiena. Essa obbed’, con il viso rosso. Arrossì ancora di più quando sentì che il paddle le allargava le gambe e le dita di Martin che le aprivano le natiche.
Si trovava faccia a faccia con la coda, e il suo cuore sussultò al vedere quanto era lunga. C’erano già più di dieci persone, e altre si stavano avvicinando. La prima era un vecchio, grande e grosso, che sapeva come colpire. I suoi tre colpi la lasciarono senza respiro e le lacrime le coprirono il viso, con la vergogna ancora più forte di essere costretta a guardare in volto il suo torturatore.
Quando il successivo, una giovane ragazza carina, si fece avanti, Robyn notò che il vecchio grasso si era rimesso in fila. Sarebbe tornato ancora! Ma la donna stava facendo il suo dovere, e anche lei sapeva usare il paddle. I suoi cinque colpi le fecero male quanto i primi tre. Quindi toccò ad un giovane muscoloso, quindi ad una donna anziana, e quindi a vari giovani, poi a due donne di mezza età, e ancora e ancora. Sembrava che la linea non finisse mai, il che era in effetti vero, dato che la gente continuava ad arrivare e chi aveva già fatto si riposizionava alla fine della coda. Il paddling continuò per circa mezz’ora. Molti ospiti avevano iniziato a colpirla sulle gambe, poiché erano ancora fresche e intatte, e nel momento in cui Martin mise fine al trattamento Robyn fu sicura che erano ormai state trasformate in carne viva. Anche il solo tocco della mano di Martin sulle natiche la portava in agonia, ed ella si allontanò da lui, col viso solcato da lacrime infinite e lamentandosi così forte da infastidire anche le sue orecchie.
Nuovamente al lancio degli anelli, Martin la portò dentro. Fu portata da ciascun uomo, e lei dovette prendere i loro cazzi e soddisfarli uno ad uno, mentre i loro padroni li sculacciavano furiosamente da dietro. Quindi Robyn dovette ristimolare gli schiavi al loro precedente stato di erezione in modo che potessero continuare il loro lavoro.
Robyn pensava che Martin avesse dimenticato l’ultimo anello, ma la fortuna non fu dalla sua. Il suo lancio andò male e le fu preannunciato che la punizione si sarebbe effettuata più tardi.
Proseguirono, con Robyn nuovamente carponi. Oltrepassarono molti stands, incluso uno dove tre ragazze sedute a gambe larghe venivano irrorate nei loro pertugi dalla folla per mezzo di violenti schizzi d’acqua. Sembrava che la vittoria fosse per il primo che riuscisse a farle venire.
Un altro stand consisteva nel tiro al bersaglio, con i bersagli formati da culi, piselli, e seni, e le pistole delle pistole a gommini. Robyn vide uno stand alla sua sinistra dove un vecchio bendato cercava di indovinare l’ età e il peso del master esplorando la forma e il tipo dei peli pubici del suo schiavo. Respirò con sollievo quando lo oltrepassarono senza fermarsi. Non le era piaciuto come toccava le donne.
Passarono attraverso una larga area giochi dove due squadre apparentemente usavano come palla quattro schiavi. I quattro erano legati assieme, tutti con la faccia all’interno, e guidati attraverso delle larghe strisce di cuoio. Robyn non potè vedere come venivano assegnati i punti, dato che principalmente le due squadre inseguivano semplicemente la palla sul ring, frustando le natiche e la pelle che avevano davanti.
Subito dopo c’era uno stand che fece percorrere la schiena di Robyn da brividi freddi. Era una gara. I concorrenti erano schiavi maschi e femmine, dove le donne, a quattro zampe, dovevano prendere in bocca i cazzi degli uomini e correre contro le altre squadre fino al traguardo. Se il cazzo lasciava la bocca, erano squalificati e puniti severamente. I perdenti venivano severamente sculacciati da un robusto uomo nero.
Infine si fermarono ad un altro stand, e Robyn si lamentò quando vide cosa stava accadendo. Era sempre una gara, ma col cronometro. Il tempo più veloce di ogni batteria si qualificava per le finali del pomeriggio. Il percorso era simile ad un percorso di minigolf, e i partecipanti, inginocchiati con le mani dietro il collo, dovevano spingere delle palle da golf col naso fin dentro le buche. C’erano nove buche, ognuna leggermente più difficile della precedente. Il “par” era di quattro minuti e mezzo, ma il record del giorno era solo di 4:10. La cosa difficile era che il master guidava lo schiavo usando i colpi di un paddle. E Robyn non ce la faceva più.
Ma fu spinta nella fila ad aspettare il turno, con il sedere già bruciante e dolorante. Guardò il concorrente attuale, una giovane bionda, con le lacrime che le solcavano il viso mentre cercava freneticamente di ritrovare la palla che era finita dentro una buca di penalizzazione che l’ aveva rimandata indietro nel percorso, mentre il suo master la colpiva furiosamente per il suo errore, spingendola a sbrigarsi, con l’orologio instancabile che proseguiva. Nella sua corsa. La ragazza spinse disperatamente la palla su per una collinetta, con le ginocchia e i capezzoli color rosso vivo per il costante attrito col tappeto, mentre il master le colpiva le natiche, e il suo tesoro nascosto chiaramente visibile quando raggiunse la cima del monticello.
Poi fu la volta di un giovane, con le gambe tenute allargate in modo che il cazzo occasionalmente strusciasse sul tappeto. Robyn tremò nelle sue convinzioni. Che potesse essere spinta così in basso, come un animale. Che poteva essere sottoposta a tali giochi e punizioni. Era impossibile. Non poteva farlo. Ma poi ricordò che se si fosse ritirata non avrebbe ricevuto alcun pagamento, niente eccetto un sedere dolorante e un sacco di ricordi imbarazzanti. Si rafforzò nella sua decisione. Poteva farcela. Anzi, avrebbe vinto la sua batteria!
Improvvisamente la donna che la precedeva fu portata avanti e Robyn capì che la prossima era lei. Si avvicinò al cancello, tremando, con lo stomaco debole e la gola secca. Tutto ciò che poteva sentire intorno a lei era la folla che faceva il tifo, il battere incessante del paddle, la vergogna tremenda che provava nel partecipare.
Ma si sentiva anche eccitata. Il dolore e il pulsare delle sue tette, il tremore dei polsi e delle caviglie, e il dolore sordo delle natiche le ricordavano la sua sensualità, attrattività e femminilità. Si sentiva rotta, sottomessa, ma viva dentro. Era impaziente di raggiungere il tracciato, di sentire la folla tifare, perfino impaziente di sentire il paddle colpirla.
Poi il cancello fu aperto e lei entrò, con le ginocchia sul tappeto. Il primo colpo di paddle coincise con il fischio che dava il via e lei si spinse avanti, cercando di ignorare l’umidore pulsante fra le gambe, il calore lì che era quasi più forte di quello delle sue natiche brucianti.
Alla prima buca arrivò troppo veloce, e perse molto tempo cercando di riorientare la palla, con il paddling che continuava imperterrito. Imparò subito ad essere più attenta. Alla terza buca era già diventata un’esperta. Era semplice. Invece che cercare di sfuggire il paddle, lo accettò, lo ricevette, quasi gli diede il benvenuto. Era il suo cronometro. Ogni colpo significava che stava perdendo tempo. Ma se tentava di sfuggire, avrebbe perso ancora più tempo. Sebbene fosse difficile, sopportò il dolore e mantenne il controllo sulla palla.
Continuarono il percorso, correndo, correndo, con il paddle che continuava a colpire. I colpi erano forti e veloci e rumorosi, e Robyn riusciva a malapena a sentire la folla, coperta dal rumore dei colpi. La cosa peggiore era la sua posizione, inarcata con la schiena e con il viso a terra, le natiche in alto ed esposte, le gambe larghe così da rivelare tutto, il suo tenero seno costretto a strusciare contro il ruvido tappeto. Un altro problema era che il paddle non colpiva mai allo stesso posto. I colpi la facevano ondeggiare, e le infliggevano stilettate di dolore, mentre la faccia le bruciava per la vergogna e l’umiliazione.
Avevano quasi completato il percorso, ora, e lei non aveva idea del tempo impiegato, che le sembrava infinito. Si lamentò quando la palla cadde in una trappola di acqua, ma questa era fresca e corroborante quando vi si immerse. Le ci vollero molti tentativi per prendere la palla tra i denti, e una volta addirittura le cadde per un colpo particolarmente violento del suo master. Era atterrato sulla carne tenera sulla destra della sua natica destra, e il gran dolore le aveva fatto lasciare la palla. Ma l’acqua l’ aveva risvegliata, e sebbene fosse costretta ad attendere i cinque secondi di penalità sotto i colpi di Martin, pensò addirittura di rimandarla indietro per ricevere qualche altro colpo, ma fortunatamente accantonò subito l’idea.
Improvvisamente furono alla fine, e lei stette accasciata e boccheggiante, senza accorgersi delle urla della folla e dell’eccitazione di Martin. Egli la prese per le braccia e infine lei vide il risultato: 4:08. Aveva battuto il tempo! Aveva il miglior tempo del giorno! Come in sogno sentì Martin che si congratulava con lei. “Sei stata fantastica! Increbibile! Alle finali stasera vincerai!” Le ci volle un momento per capire cosa significasse ciò, e con una strana miscela di eccitazione e disperazione e orgoglio, capì che avrebbe dovuto rifare il percorso un’altra volta.

Un bel video di sculacciata

23 Giugno 2010

Racconti di sculacciata: battipanni

22 Giugno 2010

Ha in mano il battipanni. E’ destinato a me. Agitandolo, mi fa cenno di sdraiarmi. Un sorriso feroce stampato sulla faccia. Mi distendo sul letto, sento la lana della coperta sul petto e sullo stomaco, nudi. Le sue fredde mani afferrano l’elastico dello slip, me lo sta togliendo. La sua voce roca mi dice: “Alza il ventre!”. Lo faccio. Le mutande mi corrono lungo le cosce, i polpacci, le caviglie. Tutto il mio corpo è nudo, adesso. Non sento il rumore, ma sento l’impatto terribile dei vimini sul mio culo. Il dolore è tremendo. Lo rifà, un’altra volta. Mi brucia forte, mi mordo le mani per non strillare. Se lo facessi, non si fermerebbe più. Seguita a colpirmi col battipanni. Non ce la faccio più, mi agito per sottrarmi ai colpi e al dolore. Affondo i miei denti nel dorso delle mie mani chiuse a pugno. Sto sudando: è sudore gelido. Tutto il mio culo è rovente. Vorrei morire. Ha smesso. Non oso alzarmi finché non me lo dice. “Alzati” il tono è imperioso. Con una certa prudenza appoggio un piede per terra. Proprio mentre sto in questa posizione, colgo con la coda dell’occhio un movimento. Il colpo tremendo mi fa quasi cadere. A bruciore si aggiunge bruciore. Faccio qualche passo sul pavimento gelido. Metto le mani dietro la nuca e mi giro.
E’ a pancia sotto sul letto. Abbasso i suoi slip, deve alzare il ventre per facilitarmi. Li sfilo del tutto e li getto in un angolo. Picchio, col battipanni. Picchio forte e regolarmente. Vedo che si sta mordendo le mani. Non ha il coraggio di strillare; se strillasse, mi divertirei ancora per un po’. Adesso, purtroppo, basta: il suo culo è rosso scuro. Deve scendere dal letto, deve appoggiare per forza prima un piede e con l’altro rimanere sul letto. In questo momento colpisco ancora. Più forte. Non se l’aspettava. Adesso sta lì, con le mani dietro la nuca. Sa benissimo cosa deve dire, ora. Apre la bocca. Prende fiato. Quindi pronuncia la frase finale: “Grazie, marito mio”.

Racconti di sculacciata: il fienile

20 Giugno 2010

Fare la vita del gentiluomo di campagna ha pure i suoi vantaggi, oltre all’aria buona. Qui, ad esempio, si adoprano ancora i buoni vecchi metodi correttivi, scomparsi da secoli in città.
Un giorno ero uscito con Robby, il castrone, il mio cavallo preferito. Lento, robusto, mai una bizzarria: perfetto per una passeggiata rilassante. Quella volta però, aveva qualcosa che non andava. Nervoso, scartante, non voleva proseguire. Lo riportai nella stalla e dissi a Tommy, lo stalliere, di controllarlo. “Si, signorino- mi chiama ancora così nonostante io abbia più di cinquant’anni- va bene. Tra un paio d’ore può tornare a riprenderlo.”
Quando tornai alla stalla, udii delle grida: era il vecchio Tommy. Ce l’aveva con la nipote Patty. Una ragazza di circa diciotto anni, rossa e magrolina. “Ti faccio vedere io! Sbagliarsi in modo così pedestre! Ti levo la pelle dal culo! Vieni qui, non cercare di scappare, sai? Ti darò una lezione che te la ricorderai finché campi!” Era proprio arrabbiato, il buon Tommy. Patty non deve essere una santarellina, anzi…ma la conoscevo troppo poco per giudicare. Tossicchiai per far notare la mia presenza. Tommy teneva Patty per i capelli: la ragazza sembrava una pulce davanti al grosso nonno. “Ah, eccovi signorino. Questa debosciata qui – e giù un calcione nel sedere della nipote-, questa disgraziata –altro calcione- non ha dato a Robby la pozione per la giumenta in calore? Ma adesso le faccio vedere io! Levati le mutande!” “Ma, nonno, no. Sono grande per essere sculacciata- ahi!- e poi c’è il signore. Mi vergogno” “Levati le mutande, sennò ti levo io la pelle a frustate!” Capì che non era il caso di far arrabbiare di più il buon Tommy. Siccome nessuno mi aveva detto d’andarmene, rimasi lì, la schiena appoggiata allo stipite della porta. Con un unico movimento, Patty si sfilò le mutandine. Lo stalliere aveva preso la paletta di cuoio, quella che serve per la striglia. Torvo fece alla nipote: “Appoggiati alla scala. Adesso sentirai sul tuo culo quello che ha sofferto il povero Robby!” Oddio, ero preocuppato per il mio cavallo! Ma la scena era troppo eccitante. Patty afferrò un piolo della scala con entrambe le mani, il più alto per quanto gli permetteva la sua statura; il nonno impugnò ben bene la striglia, le sollevò la gonna e la fermò sotto la sua manona, assieme alla schiena della ragazza. Aveva un bel culetto, pronunciato, sodo. Neanche prese la mira, Tommy.
Una gragnuola di sculaccioni si abbattè sul sederino della ragazza. L’anziano batteva ritmicamente, forte. Il culetto si muoveva tutto, la ragazza emetteva gemiti e singhiozzi, pregava l’avo di smetterla. La mano incallita dello stalliere era pesante, assai pesante. Gliene avrà dati più di cinquanta…..le chiappe di Patty erano scarlatte. Alla fine, Tommy si fermò, ansante. La gonna ricadde sul culetto dolente e Patty fece un altro piccolo gemito, al contatto con il tessuto.
Il vocione dell’uomo risuonò nella stalla, come prima erano risuonati i colpi di paddle sulle natiche della nipote.
“ Adesso vattene! Vai via! Non ti voglio più vedere qua dentro!Se ti vedo attorno ai cavalli, adopro la frusta da carrozza. Giuro!” La ragazzina raccolse le mutandine dal fieno, dove erano cadute, e corse via disperata. “Ah, la gioventù moderna…ma le insegno io come si curano i cavalli…” borbottava Tommy. Per fortuna, Robby non aveva niente, se non una possente diarrea. Molto meglio che lo lasciassi ancora nella stalla, per qualche giorno.
Il secondo episodio avvenne un po’ di tempo dopo e, in un certo senso, coinvolse anche la mia famiglia.
Da quello che mi raccontò mia sorella, sembra che John, il figlio della nostra cuoca, fosse stato pescato in atteggiamento “poco serio” con Mary Ann. “Non ci vedo niente di strano: mi sembra che lui abbia quindici anni e lei sia più o meno della stessa età. Facevano un po’ di petting…”commentai. “Non è così semplice: alla scena partecipava pure Helena, la sorella di John, ed in atteggiamento inequivocabile: pare che- diciamo così- aiutasse il fratello ad eccitarsi…” “Ah, e allora?” “Stasera li frusteranno, tutti e tre! Naturalmente, tu non potrai assistere: siamo tutte donne, escluso John, naturalmente!”.
L’unico posto dove poteva svolgersi la punizione è la vecchia biblioteca, e lì c’è uno spioncino di cui conosco l’esistenza soltanto io.
Avevano organizzato tutto come a teatro: una panca al centro della sala, e delle sedie tutt’intorno. Entrarono in processione: mia sorella, la sua dama di compagnia, la moglie del maggiordomo, il ragazzo e le ragazze e, da ultima, Sylvie, la cuoca. Aveva gli occhi rossi per il pianto ed in braccio recava un bel fascio di rami di betulla, alcuni sfrangiati all’estremità. Andò a poggiare i rami su una sedia. Mia sorella cominciò a parlare: “ Vi siete resi colpevoli di una colpa innominabile. Sarete puniti, tutti e tre. Spogliatevi e poggiate i vestiti su quella sedia, lì vicino”. Per i tre sarebbe stato impossibile accennare a qualsiasi ribellione, con quelle megere tutt’intorno! Mi gustai la scena: Mary Ann è una ragazzina biondina, ben fatta. Helena, che nei tratti somatici assomiglia tutta al fratello, era un po’ più pienotta, cicciottella senza sfiorare la grassezza. Non potei non notare i suoi seni sodi. Il più riottoso fu John, la madre lo convinse a spogliarsi con uno scapaccione violento. La prima a sdraiarsi fu la tremebonda Helena. Aveva paura, lo si vedeva chiaramente. Benchè in posizione bocconi, tremava tutta. Pierrette, la dama di compagnia della lady mia sorella, si alzò ed andò a prendere uno dei rami di betulla. Si mise ritta in piedi, accanto alla ragazza. Fece sibilare nell’aria la betulla: Helena a sentire il suono nell’aria smise, stranamente, di tremare. La prima frustata le arrivò attraverso le natiche: anch’io-pur distante e con una parete in mezzo- potei udire il suono dell’impatto della verga con la carne. Helena portò all’indietro la testa bionda e si puntellò sugli avambracci. Un piccolo colpetto alla base della nuca, le fece riprendere la posizione. Devo dire che Pierrette non era sadica: non la faceva soffrire, non tocchettava, non prendeva la mira; frustava e basta! Frustava forte, coscienziosa, metodica. Helena cominciò a strillare, a muovere i piedi; la madre glieli immobilizzò. Il culo della ragazza diventava sempre più rosso, sgroppava come una puledra, ma col peso della madre sopra non poteva far molto. John, con le mani dietro la schiena, chiudeva gli occhi ogni volta che vedeva colpire il sedere della sorella. Pierrette cambiò la bacchetta, perché la prima si era tutta sfibrata. Contai almeno trenta frustate prima che la francese fosse invitata da mia sorella a bere un goccino di rosolio. Sylvie afferrò la figlia per l’orecchio e la costrinse ad inginocchiarsi, sul pavimento nudo. La ragazza, ovviamente, non poteva appoggiare i glutei sui talloni e fu costretta a rimanere col busto ben dritto.
Toccava a John, cercava di darsi un’aria spavalda ma tremava pure lui. Alla quinta vergata, strillò. Con fare olimpico, nel suo delicato accento francese, Pierrette gli disse “Non gvidate! Sembvate un’oca stavnazzante…siete un maschio, datevi un contegno!” E seguitò a frustarlo. Non potevo vedere bene, ma mi sembrava che il ragazzo avesse una mezza erezione. Forse se ne accorse anche Pierrette, che al ventesimo colpo si fermò. Le sue natiche, abbastanza muscolose, erano tutte ‘zebvate’ come avrebbe detto madame; non c’erano più dubbi: John si era eccitato. Colpa, naturalmente, dell’irrorazione del pube da parte dei nervi riscaldati: maggior afflusso sanguigno nelle parti basse, ecc.ecc.. Anche lui fu costretto ad inginocchiarsi, mani dietro la nuca. A punire Mary Ann fu Sylvie in persona. La ragazzina aveva le gambe tremanti, ogni volta che la bacchetta sibilava nell’aria, si mordeva il braccio. Sylvie aveva un modo strano di frustare: ogni volta che vibrava il colpo, piegava in avanti il busto; i suoi grossi seni ballonzolavano, nonostante il reggipetto (suppongo lo indossasse). Mary Ann si agitava molto più degli altri: alzava le gambe, muoveva tutto il corpo e, così facendo, mostrava la vulva già pelosa. Culo rosso e ben striato; si vedeva la precisione della cuoca: i segni delle frustate era tutti paralleli, ben distanziati. Mary Ann doveva avere le natiche in fiamme! Pure a lei, venti colpi. Pure lei in ginocchio.
Lo sconcertante è che tutta la scena si era svolta nel massimo silenzio, da parte delle signore!
Non era ancora finita. Ci si aspettava qualcosa di più da Sylvie. Lo capii quando la vidi impugnare il largo paddle di cuoio. E lo capì pure Helena, quando la madre la costrinse ad alzarsi. “Mettiti sulla panca; a pancia in alto, depravata! ”
Il colpo che le vibrò fece un rumore terrificante: il paddle era andato a colpire il basso ventre, all’altezza del bacino. La ragazza alzò il busto, come la mummia che esce dal sarcofago. Pierrette e la moglie del Maggiordomo le andarono ad immobilizzare le spalle. Helena aveva il respiro ansante, quando il paddle si abbattè sulle cosce, un centimetro sotto la vulva. “Alza quelle gambe” Sylvie sembrava un’ossessa. Ad Helena non rimase che obbedire. Tirò in alto le gambe parallele, la madre gliele spinse il più possibile verso il busto e la percosse sul retro delle cosce e, in parte, sulle natiche già così tanto martoriate. Non nascondo che mi stavo eccitando. Avevo voglia di una sigaretta, ma troppo pericoloso accenderla. Non si sa mai. Dopo aver sferrato una decina di colpi, Sylvie sempre a voce alta: “Allargale, Allarga quelle maledette gambe, ho detto!” . Terrorizzata, Helena le aprì. Un gran bel vedere da parte mia. La madre si mise da un capo della panca e sferrò un colpo tremendo. L’impatto del cuoio sulla delicata pelle tra vulva ed ano fu devastante. Helena gridò, ma Sylvie non si fermò: con una mano teneva scostata la gamba destra della figlia e con l’altra picchiava col paddle, sempre lì. Pierrette le bloccò il polso “Ova basta!”. Helena era scarmigliata, senza fiato, il dolore doveva esser lancinante. L’aiutarono a scendere dalla panca. Nella stessa posizione si mise John. Anche lui ricevette la sua buona dose di percosse. Quando la madre gli disse di allargare le gambe, fui anch’io a chiudere gli occhi. Un “Uhhh” tremendo uscì dalla gola del ragazzo appena il paddle gli colpì lo scroto ed il pene mezzo eretto. Istintivamente John portò le mani a proteggersi il basso ventre; gli torsero le braccia. Sylvie gli diede altri due colpi, sempre lì. Ah, queste madri: i loro preferiti sono sempre i figli maschi! Mi faceva un certo effetto vedere il basso ventre del ragazzo purpureo come il manto di un lord. Camminava piegato in avanti e tenendosi il tutto con le mani.
La povera Mary Ann dovetterlo distenderla la moglie del maggiordomo e Pierrette sulla panca. La ragazza era letteralmente terrea. Aveva visto quel che era successo agli altri-certamente più colpevoli di lei- e ne aveva terrore. Stavolta fu madame ad avere in mano il paddle. Non aveva la rabies di Sylvie, ma i suoi colpi facevano ugualmente male: Mary Ann quasi svenne all’ultimo; aveva tutto il basso ventre, letteralmente, devastato: rosso e gonfio.
Le megere se ne andarono così come erano entrate: in processione. Io rimasi ancora un po’ a vedere come reagivano i giovani. Piano piano Mary Ann si portò verso la sedia dei vestiti; con un gesto di ribrezzo, buttò a terra i rami rimasti inutilizzati. Si rimise la gonna, ma non ebbe il coraggio di indossare le mutandine; infilò, invece, abbastanza agevolmente la blusa. Erano rimasti fratello e sorella. Helena si trascinò, non ce la faceva ancora ad alzarsi, verso i propri indumenti, li prese assieme a quelli del fratello. Cercò di rivestire prima lui: gli passò gli slip alle caviglie e glieli tirò su, rapidamente passò una mano sulle parti contuse: il ragazzo mugulò. Di dolore. Con difficoltà, egli si mise a sedere, stringendo i denti, ed indossò maglietta e camicia. Anche il movimento più semplice doveva arrecargli qualche fitta, laggiù. Non poteva indossare i calzoni: l’aiutò la sorella, ancora completamente nuda. John si sistemò in un solo colpo, stringendo fortemente i denti, calzoni e slip. Sudava copiosamente. Senza curarsi della sorellina, sgattaiolò via dalla stanza. Rimase solo Helena. Quando si alzò in piedi, dopo un paio di tentativi infruttuosi, una riga di sangue le colava all’interno delle cosce. Appoggiandosi allo schienale di una sedia, riuscì a far passare le caviglie alle mutande. Era inutile che io rimanessi lì.
Ma il meglio doveva ancora venire! La sera fu la solita cena: mia sorella, Pierrette ed io. La bionda francese era stranamente briosa, allegra, spumeggiante: merito forse del vino bevuto! Fece anche qualche velata allusione allo splendido pomeriggio trascorso, beccandosi un’occhiataccia da mia sorella.
Fu così che …. Ma questa è un’altra storia!

Racconti di sculacciata: Lost in Punishment

18 Giugno 2010

Arkano è stato uno dei migliori autori del vecchio blog di sculacciata…adesso riprende a scrivere e ci invia la prima puntata di una nuova saga! Bentornato Arkano e grazie per i tuoi racconti!

Parte 1: Rosa Shocking

Il dolore è acuto ed è quello che la fa risvegliare. Apre gli occhi di colpo come se abbandonasse un incubo ma il braccio le fa ancora male e il colpo non è stato solo il riverbero di un sogno. C’è buio intorno a lei, scalfito da tre strisce di luce. Allunga la mano nel punto dove ha sentito la fitta e le sue dita sentono del tessuto, pizzica la fibra ed è sicura si tratti di cotone. Nell’immediato brusco risveglio non se n’era accorta ma adesso lo fa. Il cotone non è solo lì, le copre tutto il corpo.
Strano perchè la sera prima si è messa sotto le coperte indossando mutandine e reggiseno. Va a colpo sicuro verso l’interruttore della luce ma scontra qualcosa. Lo spigolo di un mobile. Lo tasta immaginandosi, visto il buio, che si tratti di un comodino. Deve averci sbattuto contro anche prima quando ha sentito male.
Sarebbe tutto normale, un evento per nulla inspiegabile se non fosse per un piccolo dettaglio. Non ci sono mai stati comodini nella sua stanza. E’ sempre stata contraria a quei cosi, danno ad un ambiente quel tono borghese e formale che lei ha sempre odiato. L’unico pensiero razionale nelle tenebre è anche il peggiore che possa attraversarle la mente.
-Non sono nella mia stanza!.
L’altra soluzione è che stia davvero sognando. Forse la maratona di Lost ha influito sul suo subcosciente e adesso è prigioniera di un viaggio onirico simile a quello dei famosi naufraghi.
-Dov’è cazzo è la luce.
Grida per scoprire se è sveglia o no, se sta immaginando di urlare o se lo fa davvero. E in quel momento realizza che l’unica luce, quella che filtra dalle strisce non è possibile che sia lì, perchè se fosse la sua camera non ci sarebbe nessuna tapparella, solo una tenda con un motivetto floreale che le è stata regalata da un’amica. Visto che c’è è il caso di alzarla, di far luce nelle tenebre.
Si alza dal letto, sposta le coperte e il lenzuolo, si siede un attimo sul bordo. Ed è a quel punto che vicino a lei si apre una porta. Sulla soglia una figura illuminata da dietro ma con il volto nel buio della stanza.
-Cos’è tutto questo chiasso.
Domanda con la voce che non nasconde l’alterazione.
La luce scoppia nella camera, accesa dall’uomo, Margareth se la trova addosso come una raffica di mitra. Si abitua subito e poi sgrana gli occhi mentre segue l’uomo verso la persiana. La solleva con un gran fracasso ed entra altra luce, quella di una splendida giornata di sole.
-Allora mi vuoi spiegare cosa stavi facendo. Ho sentito un colpo come se cadesse qualcosa, poi tu sei messa a gridare. Un brutto sogno? – Chiede girandosi.
Margareth non ha mai visto quella faccia. E’ un uomo sulla quarantina, indossa una vestaglia da camera. Fisico asciutto e ben tenuto. Barbetta curata con un briciolo di pizzetto che dà al volto un’ espressione meno rassicurante di quanto farebbero i suoi occhi, grandi e azzurrognoli.
Margareth non risponde, persa nei dettagli di quel nuovo mondo che la circonda. La stanza è più grande della sua ma non c’è nulla della sua roba. Non c’è il tappettino per gli esercizi di yoga, non ci sono ne le candele nei poster con i tatuaggi. E’ la stanza di una ragazza che non è lei, che non sarà mai lei. Una scrivania ordinata. Un portatile rosa shocking. Il rosa è dappertutto e per lei è soffocante. Le pareti sono di quel colore e adesso vede con orrore che sta indossando un pigiama ridicolo, sempre rosa. Cotone rosa con dei disegnetti che non andrebbero bene nemmeno per una bimba di qualche anno. E lei di anni ne ha appena compiuti 19. E poi il pigiama copre i suoi tatuaggi, il suo orgoglio. L’uomo aspetta ancora una risposta. Le dita tamburellano sul bordo della scrivania. Sta perdendo la pazienza. Margareth vuole saperne di più ma lei fin da piccola ha inmparato a fiutare i guai e quel tizio per quanto perfetto padre di famiglia nell’aspetto puzza non poco di minaccia.
-Il brutto sogno non è finito o almeno lo spero. Se questo è uno scherzo devo ammettere che è alquanto spiazzante. Anche se mi sto domandando come siate riusciti a prendermi da casa mia e portarmi qui. Immagino il divertimento a spogliarmi e a vestirmi come la versione più brutta delle barbie.
L’uomo si avvicina e senza preavviso la prende per un braccio. Stringe forte.
-Cosa stai dicendo? Ancora con questa storia del rapimento. Pensavo che avessimo chiarito tutto. Non è stato facile neanche per me trovarmi con una figlia che non sapevo di avere.- la voce è rotta come se gli dispiacesse davvero per le parole della giovane. Molla la presa e fissa Margareth negli occhi. Poi la guarda: carina anche se con i capelli troppo corti. Il fisico di una modella anche se l’altezza non è certo quella di una top. Il seno sviluppato il giusto come il resto che quel pigiama mortifica come una cintura di castità.
Margareth si massaggia il polso.
-Chi sei? Non sono tua figlia. Mio padre è sparito quando avevo due anni. Se tu fossi lui ti salterei al collo e ti strapperei a morsi la giugulare. Ma non sei lui. Ho una sua foto perchè non ho abbandonato la speranza di trovarlo prima o poi e vendicarmi.
L’uomo cerca di tranquillizzarla, le sorride ma è più un ghigno che mostra dei denti troppo bianchi anche per una pubblicità.
-L’inizio sarebbe stato difficile. Il dottor Thorton me l’aveva detto. Siamo stati separati per troppo tempo. Io sto cercando di rimediare ma tu non fai nulla per venirmi incontro. Il dottor Thorton mi ha suggerito di rivedere il nostro rapporto.
-Non c’è nessun rapporto. Lo scherzo è durato fin troppo. Ora mi tolgo questa roba di dosso e me ne vado di qui.- Margareth cerca di non pensare che potrebbe trattarsi di un maniaco che l’ha rapita per scoprarsela a ripetizione o peggio.
Tutto in quella stanza è finto, un set dove quell’uomo può dare sfogo ai suoi istinti. Lui non lo sa ma Margareth è cresciuta sulla strada e sa come difendersi.
-Basta così. Adesso ti darò una lezione. Sarà solo la prima se non inizierai a comportarti come si deve. E non preoccuparti per il pigiama, non lo indosserai ancora per molto.
Margareth non se l’aspettava, la riprende per il polso e la tira verso il letto. Ha forza da vendere e dopo essersi seduto la usa per piegarla sulle sue ginocchia. Le blocca una gamba con le sue, l’altra rimane libera. Uncina l’elastico dei pantaloni rosi e lo abbassa. Nel farlo scendono anche le mutandine. Rosa come il resto. Margareth prova a dimenarsi ma il suo sedere è quasi scoperto del tutto. I pantaloni si raccolgono tra le gambe coprendo la patatina. Ma l’uomo non si ferma qui e le abbassa fino alle caviglia e adesso Margareth offre controvoglia la vagina, schiusa dall’apertura delle gambe. Le cosce e le natiche risaltano tra la maglia del pigiama e il resto che ad ogni suo brusco movimento si allontana sempre più da lei. Dopo qualche calcio è nuda dalla vita in giù. L’uomo le accarezza il sedere e poi le solletica le labbra del ventre pizzicandole leggermente. Margareth prova a girarsi per insultarlo, ma la prima sculacciata è la più forte possibile. Uno shock doloroso. Margareth ricorda altre punizioni su altre ginocchia o in altre posizioni ma nessuna di queste è paragonabile ai colpi che le piovono sulle natiche. Una grandinata di manate che la fanno gridare di rabbia e dolore. E le sculacciate continuano senza sosta. L’uomo non dice nulla, colpisce e basta arrossando ogni zona. Tutto diventa colore di un pomodoro maturo e solo dopo la mezz’ora più lunga nella vita di Margareth, si ferma. Lascia la presa e lei si alza e invece di attaccarlo come vorrebbe fare, gli sta davanti con la farfallina in vista. E’ depilata e c’è un piccolo segnetto in alto. L’uomo lo vede e poi nota sulla caviglia la coda di uno scorpione.
-Spogliati!!
Margareth ha capito che quello non è il momento buono per reagire, deve ubbidire. Sarà la sua ragazza perfetta, tutto per impedire un’altra punizione. Quelle non erano mani, pensa mentre si toglie la maglia, erano dei ferri da stiro. Lancia la maglia sulla sedia e inizia a slacciarsi il reggiseno.
-Vedo che stai imparando. Il dottor Thorton aveva ragione. Ci vorrà ancora del tempo…-
Margareth è la migliore nel corso di psicologia così anche se le parole la fanno soffrire, come fossero lamette taglienti tra le labbra, dice.
-Come vuoi tu papà.-
E rimane nuda davanti a quello sconosciuto in una stanza che non è la sua chidendosi cos’è successo al suo mondo.
Continua…

Racconti di sculacciata: moglie sculacciata

16 Giugno 2010

Era lì, accovacciata su un fianco, nel letto. Indossava la solita camicia da notte regalatale dalla madre, nei primi anni del matrimonio. Decisamente eccitante e ben poco comoda, di seta rosa, quasi trasparente, la camicia da notte le fasciava una piccola parte delle cosce, mettendo in risalto gli abbondanti glutei, terminando poi, a mezza vita, in un traforato di pizzo elasticizzato che lasciava spazio all¹impressionante intreccio di nodi di spessa lana bianca, simile ad una rete, che le sorreggeva il seno, lasciandolo tuttavia praticamente nudo. I capezzoli, duri ed appuntiti, facevano capolino, deformati, attraverso le larghe maglie della rete di lana. Il capo lievemente reclinato, ad osservare nervosamente il gioco dei pizzi, aspettava, volgendo a scatti, la testa nella mia direzione, indecisa. Pensierosamente fissava il mio occhio porcino, poi tornava a fissare le lenzuala di lino, abbandonando il capo in un¹espressione di infastidita delusione. Aveva quarantatré anni. Il corpo, sebbene obeso e sformato per l¹età, era ancora attraente, forse per il delizioso seno di quarta misura piena, forse per l¹abbondanza debordante dei glutei. Non poteva vedermi, protetto com¹ero dalla serratura che dava sulla mia camera, tuttavia sapeva che ero lì: da mesi si era accorta della mia presenza, ma taceva, abbandonandosi ad un destino perverso che, in fondo in fondo, non le dispiaceva neppure, pur non avendo il coraggio di ammetterlo. Attendeva in silenzio, come tutte le notti, il marito, capace di fermarsi ore in bagno, prima di raggiungerla. Era così da molti anni e non osava più rimproverarlo per questo, sebbene la lunga attesa la snervasse. Roteando senza sosta le pupille, come alla ricerca di un¹idea, o, forse, per fuggirne un¹altra, non faceva che posare lo sguardo incessantemente su quella serratura, soffermandosi a scrutarla per qualche secondo, fuggendola, subito dopo, con un¹espressione di stizza. In quel mentre un sordo rumore di passi annunciò l¹arrivo del marito, figura tarchiata vestita di un pigiama un po¹ vecchio, un po¹ sudicio, che lo rendeva simile ad un orco, assetato della sessualità imponente della propria schiava. Senza neppure una parola, una mano poderosa, sollevò la sottile protezione semi trasparente, denundandole le cosce. Senza ritegno, la destra cominciò a frugare goffamente tra quelle femminilità prive di protezione. Entrambi tacevano, lei, con un¹espressione succube un po¹ annoiata e un po¹ nervosa; lui, bramoso delle calde profondità, che celavano un piacere antico, da tempo unica meta delle sue attenzioni. Con la sinistra estrasse il grosso membro dai pantaloni, lasciandomi ancora una volta sorpreso per le dimensioni decisamente sproporzionate: lungo e di grosso calibro appariva imponente, quasi non fosse umano, ma taurino, per tanti versi simile alla granata di un mortaio. Senza una parola, sempre accovacciata su un fianco, lei spostò, per nulla intimorita, la gamba, superiore favorendo una penetrazione che non tardò ad arrivare: come la più naturale delle cose, infatti, il marito iniziò ad introdurre il membro lentamente, ma in profondità, in quella vagina dilatata e pelosa. Diede qualche colpo, poi, estrasse il tutto, iniziando a pizzicarle le labbra ed il clitoride, tirandoli, ogni tanto, come se avesse a che fare con un elastico. Lei taceva, ormai abituata, da molti anni, a quel trattamento senza scopo. Malcelando l¹ardore, automaticamente l¹uomo avvicinò la punta del glande allo sfintere della sposa, per nulla stupita, iniziando ad introdurlo con lentezza estenuante. Senza una smorfia, la moglie lo accettò completamente, ormai quasi indifferente al grosso palo di carne che la aveva trafitta più e più volte, durante tutti quegli anni di matrimonio, deformandole, in maniera oramai indelebile, l¹orifizio anale. Lui era meticoloso, nel lento avanzare e retrocedere del membro, pregustando già, in cuor suo, il delizioso piacere che avrebbe provato di lì a poco. Improvvisamente la donna sollevò gli occhi, fissando con sofferenza la serratura attraverso cui la osservavo. L¹uomo non se ne accorse, ma corrugò il viso, sentendo improvvisamente un¹inaspettata resistenza. Con parole apparentemente dolci, ma in fondo disgustate, le chiese: – ³ma che hai questa sera? sei così rigida, rilassati² – ³scusami, é così grosso e duro, eppoi mi fa male, dietro.² ³Perché non proviamo davanti? sono tanti mesi che non lo facciamo² – ³dai, che poi ti piace, come sempre² – ³tu sei tutto matto² (ridacchiando divertita) ³scusami tesoro, dai ficcalo tutto dentro: non ti preoccupare se mi fai male² (girandosi, per meglio accogliere il suo aguzzino) Sorrideva beffarda, ora, fissando la serratura. Senza farselo ripetere il marito iniziò a penetrarla con foga, da questa nuova posizione. Lei ridacchiava dicendo: ³mamma mia quanto é grosso!² oppure ³ce l¹ho tutto dentro!², come se in fondo, lei non fosse che la stupita spettatrice di uno spettacolo divertente e non la povera vittima di un rapporto anale particolarmente cruento. Iniziò a parlare del più e del meno, cercando di evitare i pensieri che la stavano infastidendo. Poi, le parole iniziarono a diventare grugniti, intercalati ogni tanto da un ³ahi, mi fai male². Chiese di girarsi, per mettersi sopra. Era bellissima. Torturava il suo ano, con quel membro di dimensioni titaniche, come se trovasse piacere in quel dolore lancinante. Martire di un osceno godimento, chiudeva gli occhi, velati dal sudore di cui si imperlava il corpo, le membra, soprattutto il seno, persi in tragiche traiettorie tra le quali spiccava il viso deformato in una posa grottesca di antica Gorgone. Improvvisamente si voltò, aprendo gli occhi, squassata dal terremoto del suo corpo violato. Urlando per il dolore incontrò il mio sguardo, umiliata scappò via in lacrime, lasciando l¹uomo smarrito ed irato. Passato l¹attimo di iniziale stupore, lui la rincorse, come un toro imbufalito e, una volta raggiunta, la costrinse a tornare al vecchio talamo nuziale. – ³ma, insomma, che credevi di fare? avevamo appena iniziato!² – ³non ce la faccio oggi, ti prego² – ³tu ti stai cercando una bella lezione!² – ³non ora, ti prego, eppoi sveglierai nostro figlio² – ³hai ragione. SVESTITI² – ³ma che vuoi fare?² Con uno strattone la scaraventò sul cassettone Luigi Filippo, aprì, quindi un cassetto estraendone una grossa cintura di cuoio, con cui iniziò a solleticarle il viso intimorito dicendole ³allora vuoi proprio scoprirlo, eh?². Le tirò, quindi, un paio di sonore sculacciate, uno schiaffone nella schiena, poi, divaricandole le chiappe, le inflisse un paio di frustate, proprio nella spaccatura tra i glutei, che ben presto cominciarono a tingersi di rosso. – ³ora alzati e spogliati e non rompere i coglioni² Gli occhi deliziati, per quanto spaventati, mi apprestavo ad assistere a qualcosa di unico e non mi dispiaceva minimamente veder quella donna schiavizzata, rialzarsi dolorante ed iniziare a spogliarsi, con un¹espressione terrorizzata. – ³ecco così, da brava. Ora mettiti in bocca un bel pezzo di vestito che iniziano le danze². Ormai rassegnata lei si chinò nuovamente in quella scomoda posizione, i seni compressi dal peso contro l¹antico legno. Come ordinatole, mise quel morso di stoffa, ben sapendo che le sarebbe servito ed iniziò ad aspettare. – ³allarga bene le gambe, che non ci vedo bene² Lei obbedì, in silenzio. Notai che nonostante il trattamento, dalle labbra della vulva, scivolavano alcune gocce dei suoi umori, simbolo che, tutto sommato, non le dispiaceva poi tanto. – ³guarda, guarda, la signora diceva di non volere, vero?² Lei sforzo un sorriso muto, di circostanza. Senza ulteriori vacillazioni, il carnefice ripuntatole lo spaventoso glande rossastro contro l¹orifizio anale in un solo colpo deciso lo risprofondò completamente dentro, iniziò, quindi, a tempestarla di bordate, senza trovar resistenza. Lei taceva, assente. Per nulla stupito, ritmandole un paio di colpi particolarmente efficaci le chiese ³come va, tesoro, allora?² Lei non rispondeva, cercando di resistere. – ³Ti ho chiesto come va!² – ³va bene² (disse, lasciando cadere la veste che serrava nella bocca). – ³ohoh, la signorina pensa di non aver bisogno del morso, adesso vedremo!² Lui aumentò il ritmo, impartendole ogni tanto qualche sberla sui glutei. Dopo un paio di minuti: – ³e ora come va²? – ³va, va ancora² Insoddisfatto aumentò ancora il ritmo… tremavano i mobili, il cassettone oscillava avanti ed indietro, come se ci fosse un terremoto. – ³e ora, come va, tesoro²? – ³un po¹male² – ³oh tesoro, questo é meraviglioso. Fai resistenza!² e le impresse un paio di violente frustate, aumentando ulteriormente il ritmo. Era impressionante vedere un fallo di quelle dimensioni esplorare senza ritegno il corpo della propria madre completamente umiliata. – ³ahiiii² – ³oh resisti tesoro, é così bello² – ³basta, ti ho detto che mi fa troppo male, non ne posso più!!!² – ³non posso, amore mio. E¹ così bello, resisti² E come per consolarla, rallentò il ritmo, dedicandosi con maggiore cura alle frustate. Poi ricominciò quell¹osceno andirivieni, schiaffeggiandole i glutei irritati come se brandisse il frustino di un cavallerizzo. Lei ansimava, piangeva, sapeva di non poter far nulla, completamente inerme, soggiogata al sadico piacere depravato di mio padre. Lui le chiedeva perdono, incitandola a resistere. Chiedeva perdono e la frustava, chiedeva perdono e la frustava. Poi la cavalcata ricominciò ad impazzare peggio che mai, rallentando solo per riprendere fiato con qualche frustata, più violenta delle altre. Lei gemeva ormai debolmente, priva di forze. Dalle labbra della vulva, colava il suo umore, misto al sangue provocato dalla violenta penetrazione. Completamente sottomessa, profondamente umiliata non le importava più nulla, sembrava non sentire neppure più il dolore lancinante. Si contorceva in buffe espressioni, mentre muoveva i reni come per ingoiare meglio quel terribile oggetto di dolore. Si contraeva, gorgogliava grottescamente, mentre il marito la montava di colpi viziosi. Lei, senza più ritegno, sembrava quasi godere, tremando, piangendo, supplicando di smetterla, ma era come se fosse assalita da infiniti orgasmi. Dopo una mezz¹oretta di questo lavoro lui, finalmente venne, lasciandola stremata, in lacrime. Lui estrasse il pene, ricoperto di sangue e di sperma, lasciando l¹orifizio anale dilatato, come incapace di richiudersi, dopo un tale trattamento. Dedicandosi all¹altra apertura, le tirò le grandi labbra, ridacchiando alla vista di quel clitoride duro come una noce, avvolto come da grosse ali di farfalla bagnata. Tenendola divaricata vi assestò un feroce colpo di taglio, con la mano, che la fece vibrare tutta. Poi avvicinò nuovamente il pene, ormai privo d¹erezione, al tondo muscolo anale, ancora divaricato. Divertendosi ad dilatarlo a suo piacimento, tirandole i glutei. A quel punto, ritrovando un po¹di vigore, spinse nuovamente il membro, urinandole, impudicamente, dentro le viscere, ridendo compiaciuto, per l¹espressione stupita della moglie. Ridotta ad un unico buco, nient¹altro che un grandissimo buco nero, incredibilmente accogliente, quasi desideroso di venir brutalmente violato. Sanguinante, spossata, umiliata di fronte al suo stesso figlio, lei restava immobile, come morta, abbandonata su quel mobile, divenuto stanza delle torture. Il marito, continuava intanto a titillarle il clitoride, esclamando ad un certo punto: – ³non so te, ma alla tua amichetta qua giù é piaciuto, sai?² – ³tu sei tutto matto. chissà che ci troverai mai di tanto speciale lì dietro² – ³domani sera te lo rispiego per benino, amore² Allorché lei, il viso ancora bagnato di lacrime, si girò, baciandolo e sussurrandogli parole d¹amore, con voce dolcissima, quasi contenta per quello che aveva appena subito; poi si alzò per andarsi a medicare.

Spunti per un racconto di sculacciate?

12 Giugno 2010

Qualcuno vuole continuare o ispirarsi a questa traccia per scrivere un racconto?

Molti saranno i chiamati, ma uno solo sarà il prescelto.
Harley osservò con terrore la signorina Simpson staccare dal muro la bacchetta, quella al centro, quella destinata a lui. Vide la grassa signorina Simpson stringere l’impugnatura semicurva della bacchetta fino a sbiancarsi le nocche e la vide voltarsi lentamente, facendo perno sul tallone destro; gli occhi della signorina Simpson si fissarono in quelli di Harley, guardandolo dall’alto in basso. “Giù i calzoni!” abbaiò la maestra.

Ludovica tentò di deglutire, ma non c’era saliva nella sua bocca arida; le gambe le tremavano come fossero di gelatina. Di fronte a lei, stava sfilando il corteo, soltanto tre persone e quella in mezzo era Anna, sua sorella; dietro di lei, il signor Camillo, il boia. Aveva in mano la frusta, arrotolata.

Non gli avrebbe dato la soddisfazione di sentirla gridare né di vederla piangere: lui ci godeva ancora di più, quando lei manifestava la propria sofferenza. Così, Gutruna infilò le mani sotto la gonna e si abbassò le mutandine fino a metà coscia, poi, di colpo, si distese col bacino sopra le ginocchia del suo uomo, pronta a ricevere il castigo.

Ermelinda urlò quando per la seconda volta la cinghia le bruciò le chiappe rotonde; facendo scorrerre il cuoio sulla pelle arrossata per ritirare la cintura, la madre la prese in giro. La ragazza tentò di divincolare i polsi, ma le sue stesse calze li tenevano ben assicurati alla spalliera di ferro battuto. Ermelinda sentì il fischio della cintura nell’aria ed urlò di nuovo, ancor prima che il colpo la raggiungesse.

Ursula vide il petto della compagna: era piagato. Sul rosso uniforme, spiccavano ben nitide strisce ancora più rosse e cupe, quasi colore della porpora, lo stesso colore che ha l’abito di un cardinale. A quello spettacolo, Ursula chiuse gli occhi. Tra poco, appena finita la recita del salmo, sarebbe toccato a lei! Lei, come la compagna, aveva peccato, ma aveva pronunciato soltanto un paio di parole: forse la Reverenda Madre avrebbe potuto essere più indulgente; invece le sarebbero costate tre staffilate, sul seno. Ursula si abbassò la parte superiore della tonaca, quando le fu fatto cenno.