Era lì, accovacciata su un fianco, nel letto. Indossava la solita camicia da notte regalatale dalla madre, nei primi anni del matrimonio. Decisamente eccitante e ben poco comoda, di seta rosa, quasi trasparente, la camicia da notte le fasciava una piccola parte delle cosce, mettendo in risalto gli abbondanti glutei, terminando poi, a mezza vita, in un traforato di pizzo elasticizzato che lasciava spazio all¹impressionante intreccio di nodi di spessa lana bianca, simile ad una rete, che le sorreggeva il seno, lasciandolo tuttavia praticamente nudo. I capezzoli, duri ed appuntiti, facevano capolino, deformati, attraverso le larghe maglie della rete di lana. Il capo lievemente reclinato, ad osservare nervosamente il gioco dei pizzi, aspettava, volgendo a scatti, la testa nella mia direzione, indecisa. Pensierosamente fissava il mio occhio porcino, poi tornava a fissare le lenzuala di lino, abbandonando il capo in un¹espressione di infastidita delusione. Aveva quarantatré anni. Il corpo, sebbene obeso e sformato per l¹età, era ancora attraente, forse per il delizioso seno di quarta misura piena, forse per l¹abbondanza debordante dei glutei. Non poteva vedermi, protetto com¹ero dalla serratura che dava sulla mia camera, tuttavia sapeva che ero lì: da mesi si era accorta della mia presenza, ma taceva, abbandonandosi ad un destino perverso che, in fondo in fondo, non le dispiaceva neppure, pur non avendo il coraggio di ammetterlo. Attendeva in silenzio, come tutte le notti, il marito, capace di fermarsi ore in bagno, prima di raggiungerla. Era così da molti anni e non osava più rimproverarlo per questo, sebbene la lunga attesa la snervasse. Roteando senza sosta le pupille, come alla ricerca di un¹idea, o, forse, per fuggirne un¹altra, non faceva che posare lo sguardo incessantemente su quella serratura, soffermandosi a scrutarla per qualche secondo, fuggendola, subito dopo, con un¹espressione di stizza. In quel mentre un sordo rumore di passi annunciò l¹arrivo del marito, figura tarchiata vestita di un pigiama un po¹ vecchio, un po¹ sudicio, che lo rendeva simile ad un orco, assetato della sessualità imponente della propria schiava. Senza neppure una parola, una mano poderosa, sollevò la sottile protezione semi trasparente, denundandole le cosce. Senza ritegno, la destra cominciò a frugare goffamente tra quelle femminilità prive di protezione. Entrambi tacevano, lei, con un¹espressione succube un po¹ annoiata e un po¹ nervosa; lui, bramoso delle calde profondità, che celavano un piacere antico, da tempo unica meta delle sue attenzioni. Con la sinistra estrasse il grosso membro dai pantaloni, lasciandomi ancora una volta sorpreso per le dimensioni decisamente sproporzionate: lungo e di grosso calibro appariva imponente, quasi non fosse umano, ma taurino, per tanti versi simile alla granata di un mortaio. Senza una parola, sempre accovacciata su un fianco, lei spostò, per nulla intimorita, la gamba, superiore favorendo una penetrazione che non tardò ad arrivare: come la più naturale delle cose, infatti, il marito iniziò ad introdurre il membro lentamente, ma in profondità, in quella vagina dilatata e pelosa. Diede qualche colpo, poi, estrasse il tutto, iniziando a pizzicarle le labbra ed il clitoride, tirandoli, ogni tanto, come se avesse a che fare con un elastico. Lei taceva, ormai abituata, da molti anni, a quel trattamento senza scopo. Malcelando l¹ardore, automaticamente l¹uomo avvicinò la punta del glande allo sfintere della sposa, per nulla stupita, iniziando ad introdurlo con lentezza estenuante. Senza una smorfia, la moglie lo accettò completamente, ormai quasi indifferente al grosso palo di carne che la aveva trafitta più e più volte, durante tutti quegli anni di matrimonio, deformandole, in maniera oramai indelebile, l¹orifizio anale. Lui era meticoloso, nel lento avanzare e retrocedere del membro, pregustando già, in cuor suo, il delizioso piacere che avrebbe provato di lì a poco. Improvvisamente la donna sollevò gli occhi, fissando con sofferenza la serratura attraverso cui la osservavo. L¹uomo non se ne accorse, ma corrugò il viso, sentendo improvvisamente un¹inaspettata resistenza. Con parole apparentemente dolci, ma in fondo disgustate, le chiese: – ³ma che hai questa sera? sei così rigida, rilassati² – ³scusami, é così grosso e duro, eppoi mi fa male, dietro.² ³Perché non proviamo davanti? sono tanti mesi che non lo facciamo² – ³dai, che poi ti piace, come sempre² – ³tu sei tutto matto² (ridacchiando divertita) ³scusami tesoro, dai ficcalo tutto dentro: non ti preoccupare se mi fai male² (girandosi, per meglio accogliere il suo aguzzino) Sorrideva beffarda, ora, fissando la serratura. Senza farselo ripetere il marito iniziò a penetrarla con foga, da questa nuova posizione. Lei ridacchiava dicendo: ³mamma mia quanto é grosso!² oppure ³ce l¹ho tutto dentro!², come se in fondo, lei non fosse che la stupita spettatrice di uno spettacolo divertente e non la povera vittima di un rapporto anale particolarmente cruento. Iniziò a parlare del più e del meno, cercando di evitare i pensieri che la stavano infastidendo. Poi, le parole iniziarono a diventare grugniti, intercalati ogni tanto da un ³ahi, mi fai male². Chiese di girarsi, per mettersi sopra. Era bellissima. Torturava il suo ano, con quel membro di dimensioni titaniche, come se trovasse piacere in quel dolore lancinante. Martire di un osceno godimento, chiudeva gli occhi, velati dal sudore di cui si imperlava il corpo, le membra, soprattutto il seno, persi in tragiche traiettorie tra le quali spiccava il viso deformato in una posa grottesca di antica Gorgone. Improvvisamente si voltò, aprendo gli occhi, squassata dal terremoto del suo corpo violato. Urlando per il dolore incontrò il mio sguardo, umiliata scappò via in lacrime, lasciando l¹uomo smarrito ed irato. Passato l¹attimo di iniziale stupore, lui la rincorse, come un toro imbufalito e, una volta raggiunta, la costrinse a tornare al vecchio talamo nuziale. – ³ma, insomma, che credevi di fare? avevamo appena iniziato!² – ³non ce la faccio oggi, ti prego² – ³tu ti stai cercando una bella lezione!² – ³non ora, ti prego, eppoi sveglierai nostro figlio² – ³hai ragione. SVESTITI² – ³ma che vuoi fare?² Con uno strattone la scaraventò sul cassettone Luigi Filippo, aprì, quindi un cassetto estraendone una grossa cintura di cuoio, con cui iniziò a solleticarle il viso intimorito dicendole ³allora vuoi proprio scoprirlo, eh?². Le tirò, quindi, un paio di sonore sculacciate, uno schiaffone nella schiena, poi, divaricandole le chiappe, le inflisse un paio di frustate, proprio nella spaccatura tra i glutei, che ben presto cominciarono a tingersi di rosso. – ³ora alzati e spogliati e non rompere i coglioni² Gli occhi deliziati, per quanto spaventati, mi apprestavo ad assistere a qualcosa di unico e non mi dispiaceva minimamente veder quella donna schiavizzata, rialzarsi dolorante ed iniziare a spogliarsi, con un¹espressione terrorizzata. – ³ecco così, da brava. Ora mettiti in bocca un bel pezzo di vestito che iniziano le danze². Ormai rassegnata lei si chinò nuovamente in quella scomoda posizione, i seni compressi dal peso contro l¹antico legno. Come ordinatole, mise quel morso di stoffa, ben sapendo che le sarebbe servito ed iniziò ad aspettare. – ³allarga bene le gambe, che non ci vedo bene² Lei obbedì, in silenzio. Notai che nonostante il trattamento, dalle labbra della vulva, scivolavano alcune gocce dei suoi umori, simbolo che, tutto sommato, non le dispiaceva poi tanto. – ³guarda, guarda, la signora diceva di non volere, vero?² Lei sforzo un sorriso muto, di circostanza. Senza ulteriori vacillazioni, il carnefice ripuntatole lo spaventoso glande rossastro contro l¹orifizio anale in un solo colpo deciso lo risprofondò completamente dentro, iniziò, quindi, a tempestarla di bordate, senza trovar resistenza. Lei taceva, assente. Per nulla stupito, ritmandole un paio di colpi particolarmente efficaci le chiese ³come va, tesoro, allora?² Lei non rispondeva, cercando di resistere. – ³Ti ho chiesto come va!² – ³va bene² (disse, lasciando cadere la veste che serrava nella bocca). – ³ohoh, la signorina pensa di non aver bisogno del morso, adesso vedremo!² Lui aumentò il ritmo, impartendole ogni tanto qualche sberla sui glutei. Dopo un paio di minuti: – ³e ora come va²? – ³va, va ancora² Insoddisfatto aumentò ancora il ritmo… tremavano i mobili, il cassettone oscillava avanti ed indietro, come se ci fosse un terremoto. – ³e ora, come va, tesoro²? – ³un po¹male² – ³oh tesoro, questo é meraviglioso. Fai resistenza!² e le impresse un paio di violente frustate, aumentando ulteriormente il ritmo. Era impressionante vedere un fallo di quelle dimensioni esplorare senza ritegno il corpo della propria madre completamente umiliata. – ³ahiiii² – ³oh resisti tesoro, é così bello² – ³basta, ti ho detto che mi fa troppo male, non ne posso più!!!² – ³non posso, amore mio. E¹ così bello, resisti² E come per consolarla, rallentò il ritmo, dedicandosi con maggiore cura alle frustate. Poi ricominciò quell¹osceno andirivieni, schiaffeggiandole i glutei irritati come se brandisse il frustino di un cavallerizzo. Lei ansimava, piangeva, sapeva di non poter far nulla, completamente inerme, soggiogata al sadico piacere depravato di mio padre. Lui le chiedeva perdono, incitandola a resistere. Chiedeva perdono e la frustava, chiedeva perdono e la frustava. Poi la cavalcata ricominciò ad impazzare peggio che mai, rallentando solo per riprendere fiato con qualche frustata, più violenta delle altre. Lei gemeva ormai debolmente, priva di forze. Dalle labbra della vulva, colava il suo umore, misto al sangue provocato dalla violenta penetrazione. Completamente sottomessa, profondamente umiliata non le importava più nulla, sembrava non sentire neppure più il dolore lancinante. Si contorceva in buffe espressioni, mentre muoveva i reni come per ingoiare meglio quel terribile oggetto di dolore. Si contraeva, gorgogliava grottescamente, mentre il marito la montava di colpi viziosi. Lei, senza più ritegno, sembrava quasi godere, tremando, piangendo, supplicando di smetterla, ma era come se fosse assalita da infiniti orgasmi. Dopo una mezz¹oretta di questo lavoro lui, finalmente venne, lasciandola stremata, in lacrime. Lui estrasse il pene, ricoperto di sangue e di sperma, lasciando l¹orifizio anale dilatato, come incapace di richiudersi, dopo un tale trattamento. Dedicandosi all¹altra apertura, le tirò le grandi labbra, ridacchiando alla vista di quel clitoride duro come una noce, avvolto come da grosse ali di farfalla bagnata. Tenendola divaricata vi assestò un feroce colpo di taglio, con la mano, che la fece vibrare tutta. Poi avvicinò nuovamente il pene, ormai privo d¹erezione, al tondo muscolo anale, ancora divaricato. Divertendosi ad dilatarlo a suo piacimento, tirandole i glutei. A quel punto, ritrovando un po¹di vigore, spinse nuovamente il membro, urinandole, impudicamente, dentro le viscere, ridendo compiaciuto, per l¹espressione stupita della moglie. Ridotta ad un unico buco, nient¹altro che un grandissimo buco nero, incredibilmente accogliente, quasi desideroso di venir brutalmente violato. Sanguinante, spossata, umiliata di fronte al suo stesso figlio, lei restava immobile, come morta, abbandonata su quel mobile, divenuto stanza delle torture. Il marito, continuava intanto a titillarle il clitoride, esclamando ad un certo punto: – ³non so te, ma alla tua amichetta qua giù é piaciuto, sai?² – ³tu sei tutto matto. chissà che ci troverai mai di tanto speciale lì dietro² – ³domani sera te lo rispiego per benino, amore² Allorché lei, il viso ancora bagnato di lacrime, si girò, baciandolo e sussurrandogli parole d¹amore, con voce dolcissima, quasi contenta per quello che aveva appena subito; poi si alzò per andarsi a medicare.