Racconti di sculacciate: JOLESSONLAST
31 Luglio 2010Aveva lo stesso nome della regina dei fiori; e ricordava proprio una rosa, nel suo aspetto fisico. Alta e longilinea, i capelli chiari con riflessi ramati, gli occhi celesti come il cielo, la bocca carnosa. Di più non potevo vedere, allora, perché Rosa indossava sempre vestiti castigatissimi. Aveva perso contemporaneamente il marito ed il bambino che portava in grembo: all’ospedale, subito dopo l’incidente, l’avevano operata d’urgenza e le avevano tolto tutto.
Quando la conobbi, aveva poco più di 35 anni ed era vedova da 7. Me la fece conoscere Jo. Ormai, eravamo sposati ma il nostro era un menage matrimoniale atipico, soprattutto a quell’epoca. Uniti nel sacro vincolo del matrimonio, con tanto di cerimonia in antica basilica e marcia nuziale, ognuno faceva vita a sé. Lei troppo fatua, troppo sognatrice, io tutto preso dalla mia missione di integerrimo insegnante. In verità, ogni tanto la sculacciavo e, dopo, facevamo l’amore: ma erano gli unici momenti in cui ci comportavamo come marito e moglie, nella vita privata. Invece, nella vita pubblica venivamo considerati come una coppia perfetta, a cui mancava soltanto uno o più, figlio per toccare il cielo. Che società ipocrita, quella di allora!
Dunque, Jo mi aveva presentato Rosa: era sua collega, diciamo così, nella banca di mio suocero. Rosa aveva grossi problemi, era palmare: non si era più ripresa dalla disgrazia. Per carità, nella vita impiegatizia, mi disse Jo, era pressoché perfetta, ma in quella privata uscivano fuori tutti i suoi più nascosti problemi. Rifuggiva, ad esempio, da qualsiasi conversazione che riguardasse, seppur lontanamente, il sesso, che per lei era tabù. Conseguenza della tragedia.
Fu proprio Jo a darmi l’idea di attirare Rosa nella trappola dei piaceri masochistici; secondo lei, Rosa aveva voglia di essere punita per quell’orrore di cui si riteneva responsabile.
Ci mise pure lo zampino il caso. Per caso, io ebbi a conoscere una persona che, a sua volta, conosceva assai bene Rosa e venni a sapere che non era stato soltanto il tragico incidente a causarle quella frigidità: ce l’aveva anche da prima; per motivi che è inutile spiegarvi.
Con Jo stavamo giocando ancora una volta al Professore ed all’allieva, quando squillò il telefono. Era Rosa e ci chiedeva se poteva venire a cena, anzi: se potevamo andare tutt’insieme al ristorante. Ero contrariato, visto che ci aveva interrotti sul più bello con la sua improvvida telefonata, ma mi stuzzicava l’idea di confrontarmi con l’algida segretaria.
E così, dopo cena, finimmo a casa nostra. Fu Jo ad introdurre l’argomento e senza alcun approccio.
“Sai, il professore qui ed io, facciamo un bel giochino: lui mi sculaccia, io mi eccito, lui si eccita e poi facciamo all’amore. Guarda!” e Jo si tirò giù insieme pantaloni e mutandine mostrando alla collega il sederino, roseo appena per le poche vergate che le avevo inflitto al pomeriggio. La faccia di Rosa diventò di tutti i colori, peggio di uno spettrogramma. Deglutì, ebbe la tentazione di alzarsi e scappare da tal covo di degenerati, di insultarci da lontano. Ma restò seduta. Aspettai che tornasse ad essere semplicemente pallida, prima di parlare io stesso. Le spiegai con parole forbite, come io vedessi la sua situazione e le proposi alcuni rimedi. Ci vollero almeno tre mesi, prima che Rosa facesse il grande passo.
“Non è il dolore fisico in se stesso abbastanza trascurabile, rispetto ad altri che hai sopportato; me è quel misto di vergogna, mal sostenuta sottomissione, desiderio di scontare le proprie colpe attraverso la sofferenza, volontà ed insieme nolontà, di essere oggetto di toccamenti….insomma tutto quello che si chiama masochismo” le spiegai.
Rosa non volle che Jo fosse presente, almeno la prima volta,: mia moglie non era affatto gelosa, le assicurai, anzi ne avevo parlato a lungo con Jo. Fu una cosa semplice e rapida: tre o quattro sculaccioni sopra la gonna, il reggicalze, le mutandone e, supponevo, pure sopra la cintura di castità che Rosa indossava, e non solo mentalmente.
“Mica tutte le donne sono masochiste cerebrali come te- dissi a Jo, un paio di mesi più tardi- Se Rosa non mi telefona, è segno che non le è affatto piaciuto” “ Eppure, il lunedì, in ufficio, aveva un certo brillio negli occhi. Ho provato a farla parlare, ma è peggio della Muta di Portici! Eppoi, la settimana successiva, papà mi ha fatto trasferire al quinto piano, vicino al suo ufficio, e non ho più avuto occasione di incontrare Rosa…- Jo fece un attimo di pausa, assunse un’espressione furbetta e proseguì- Professore, mi dispiace ma temo di non essere preparata….Che fa? Mi punisce?”.
Il mio riverito suocero doveva partecipare ad un congresso all’estero e, chissà perché, si portò dietro la figlia.
Rosa mi telefonò il giorno dopo la loro partenza. Indossava lo stesso vestito dell’altra volta, senza un filo di trucco.
Non doveva sentirsi in colpa, le spiegai, non era una sfasciamatrimoni né una traditrice della memoria del suo povero marito: la prendesse pure come una visita dal neurologo.
“Facciamo presto! Chiudi bene la porta!” si raccomandò. Probabilmente, a quell’ora, Jo era appena atterrata a Sidney.
“Mi vergogno a spogliarmi davanti ad un uomo” mi erudì. La pregai di andare in camera, di là, a spogliarsi; rifiutò: il letto le avrebbe evocato peccaminosi pensieri. Mi girai verso la parete, mentre lei procedeva alla bisogna. Tossicchiò per dirmi che era pronta. Il reggiseno sembrava una corazza medievale: la parte inferiore le arrivava quasi fino allo stomaco, aveva spalline doppie, ed i seni rimanevano scoperti soltanto in minima parte. Le mutande poi: le aveva sicuramente prese dal cassettone della bisnonna! A gambaletto fin circa a metà coscia, in vita appena sotto l’ombelico, mezzo coperto. Mi sedetti sulla mia sedia preferita. Con l’indice le feci cenno di avvicinarsi e, sempre senza parlare, la invitai a distendersi sulle mie ginocchia. Le ci volle un po’ di tempo, per capire ed eseguire. Le diedi consigli su come puntellarsi bene, onde non perdere l’equilibrio. “Adesso, ti abbasso le mutandine” le sussurrai calmo e caldo: non volevo che mi cadesse preda ad una crisi isterica sul più bello.
A dirsi sembra facile, ma quei mutandoni sembravano incollati alla pelle: faticai non poco a farli scendere. Rosa rabbrividì, quando sentì l’aria sul culo. Che era discreto: non bello come quello di Jo, ma di natica lunga seppur poco adiposa. Prima sculacciata, data soltanto con la punta delle quattro dita, tanto per sciogliere il ghiaccio e vedere la sua reazione. Sobbalzò. Allora, le arrivò la pacca forte, che prese le due chiappe. Rosa fece “Ahi!”. Una gragnuola di sculaccioni, di quelli buoni finché il sedere di Rosa fu tutto rosso; la tenevo ferma con la sinistra sulle reni, ma non potevo controllare le sue gambe: le agitava come se andasse in bicicletta. “Basta, basta- mi implorò- fa troppo male!”. La ignorai. Trascorsero cinque minuti buoni prima che la mia mano le massaggiasse le chiappe roventi. Rosa si era calmata, quasi rilassata: non si agitava più, aveva rilasciato i muscoli, accettava supinamente quei tocchi morbidi.
Ed ammosciato mi ero anch’io. Come avevo detto prima, la mia era diventata una prestazione professionale. Squallida.
“Puoi andare a rivestirti, se vuoi” dissi a Rosa togliendo le mani da ogni parte del suo corpo. Il viso era ancor più rosso del suo culo. Si precipitò quasi di corsa di là. Era vestita a puntino, quando uscì dalla stanza da letto.
Sussieguosa “Non ti ringrazio, anzi: non succederà più. Buonasera, e saluti a Josephine” E che vuoi controbattere a simili parole scolpite nel pack polare?
Raccontai tutto a Jo, una settimana dopo. Lei rise di gusto.



