Archivio per Luglio, 2010

Racconti di sculacciate: JOLESSONLAST

31 Luglio 2010

Aveva lo stesso nome della regina dei fiori; e ricordava proprio una rosa, nel suo aspetto fisico. Alta e longilinea, i capelli chiari con riflessi ramati, gli occhi celesti come il cielo, la bocca carnosa. Di più non potevo vedere, allora, perché Rosa indossava sempre vestiti castigatissimi. Aveva perso contemporaneamente il marito ed il bambino che portava in grembo: all’ospedale, subito dopo l’incidente, l’avevano operata d’urgenza e le avevano tolto tutto.
Quando la conobbi, aveva poco più di 35 anni ed era vedova da 7. Me la fece conoscere Jo. Ormai, eravamo sposati ma il nostro era un menage matrimoniale atipico, soprattutto a quell’epoca. Uniti nel sacro vincolo del matrimonio, con tanto di cerimonia in antica basilica e marcia nuziale, ognuno faceva vita a sé. Lei troppo fatua, troppo sognatrice, io tutto preso dalla mia missione di integerrimo insegnante. In verità, ogni tanto la sculacciavo e, dopo, facevamo l’amore: ma erano gli unici momenti in cui ci comportavamo come marito e moglie, nella vita privata. Invece, nella vita pubblica venivamo considerati come una coppia perfetta, a cui mancava soltanto uno o più, figlio per toccare il cielo. Che società ipocrita, quella di allora!
Dunque, Jo mi aveva presentato Rosa: era sua collega, diciamo così, nella banca di mio suocero. Rosa aveva grossi problemi, era palmare: non si era più ripresa dalla disgrazia. Per carità, nella vita impiegatizia, mi disse Jo, era pressoché perfetta, ma in quella privata uscivano fuori tutti i suoi più nascosti problemi. Rifuggiva, ad esempio, da qualsiasi conversazione che riguardasse, seppur lontanamente, il sesso, che per lei era tabù. Conseguenza della tragedia.
Fu proprio Jo a darmi l’idea di attirare Rosa nella trappola dei piaceri masochistici; secondo lei, Rosa aveva voglia di essere punita per quell’orrore di cui si riteneva responsabile.
Ci mise pure lo zampino il caso. Per caso, io ebbi a conoscere una persona che, a sua volta, conosceva assai bene Rosa e venni a sapere che non era stato soltanto il tragico incidente a causarle quella frigidità: ce l’aveva anche da prima; per motivi che è inutile spiegarvi.
Con Jo stavamo giocando ancora una volta al Professore ed all’allieva, quando squillò il telefono. Era Rosa e ci chiedeva se poteva venire a cena, anzi: se potevamo andare tutt’insieme al ristorante. Ero contrariato, visto che ci aveva interrotti sul più bello con la sua improvvida telefonata, ma mi stuzzicava l’idea di confrontarmi con l’algida segretaria.
E così, dopo cena, finimmo a casa nostra. Fu Jo ad introdurre l’argomento e senza alcun approccio.
“Sai, il professore qui ed io, facciamo un bel giochino: lui mi sculaccia, io mi eccito, lui si eccita e poi facciamo all’amore. Guarda!” e Jo si tirò giù insieme pantaloni e mutandine mostrando alla collega il sederino, roseo appena per le poche vergate che le avevo inflitto al pomeriggio. La faccia di Rosa diventò di tutti i colori, peggio di uno spettrogramma. Deglutì, ebbe la tentazione di alzarsi e scappare da tal covo di degenerati, di insultarci da lontano. Ma restò seduta. Aspettai che tornasse ad essere semplicemente pallida, prima di parlare io stesso. Le spiegai con parole forbite, come io vedessi la sua situazione e le proposi alcuni rimedi. Ci vollero almeno tre mesi, prima che Rosa facesse il grande passo.
“Non è il dolore fisico in se stesso abbastanza trascurabile, rispetto ad altri che hai sopportato; me è quel misto di vergogna, mal sostenuta sottomissione, desiderio di scontare le proprie colpe attraverso la sofferenza, volontà ed insieme nolontà, di essere oggetto di toccamenti….insomma tutto quello che si chiama masochismo” le spiegai.
Rosa non volle che Jo fosse presente, almeno la prima volta,: mia moglie non era affatto gelosa, le assicurai, anzi ne avevo parlato a lungo con Jo. Fu una cosa semplice e rapida: tre o quattro sculaccioni sopra la gonna, il reggicalze, le mutandone e, supponevo, pure sopra la cintura di castità che Rosa indossava, e non solo mentalmente.
“Mica tutte le donne sono masochiste cerebrali come te- dissi a Jo, un paio di mesi più tardi- Se Rosa non mi telefona, è segno che non le è affatto piaciuto” “ Eppure, il lunedì, in ufficio, aveva un certo brillio negli occhi. Ho provato a farla parlare, ma è peggio della Muta di Portici! Eppoi, la settimana successiva, papà mi ha fatto trasferire al quinto piano, vicino al suo ufficio, e non ho più avuto occasione di incontrare Rosa…- Jo fece un attimo di pausa, assunse un’espressione furbetta e proseguì- Professore, mi dispiace ma temo di non essere preparata….Che fa? Mi punisce?”.
Il mio riverito suocero doveva partecipare ad un congresso all’estero e, chissà perché, si portò dietro la figlia.
Rosa mi telefonò il giorno dopo la loro partenza. Indossava lo stesso vestito dell’altra volta, senza un filo di trucco.
Non doveva sentirsi in colpa, le spiegai, non era una sfasciamatrimoni né una traditrice della memoria del suo povero marito: la prendesse pure come una visita dal neurologo.
“Facciamo presto! Chiudi bene la porta!” si raccomandò. Probabilmente, a quell’ora, Jo era appena atterrata a Sidney.
“Mi vergogno a spogliarmi davanti ad un uomo” mi erudì. La pregai di andare in camera, di là, a spogliarsi; rifiutò: il letto le avrebbe evocato peccaminosi pensieri. Mi girai verso la parete, mentre lei procedeva alla bisogna. Tossicchiò per dirmi che era pronta. Il reggiseno sembrava una corazza medievale: la parte inferiore le arrivava quasi fino allo stomaco, aveva spalline doppie, ed i seni rimanevano scoperti soltanto in minima parte. Le mutande poi: le aveva sicuramente prese dal cassettone della bisnonna! A gambaletto fin circa a metà coscia, in vita appena sotto l’ombelico, mezzo coperto. Mi sedetti sulla mia sedia preferita. Con l’indice le feci cenno di avvicinarsi e, sempre senza parlare, la invitai a distendersi sulle mie ginocchia. Le ci volle un po’ di tempo, per capire ed eseguire. Le diedi consigli su come puntellarsi bene, onde non perdere l’equilibrio. “Adesso, ti abbasso le mutandine” le sussurrai calmo e caldo: non volevo che mi cadesse preda ad una crisi isterica sul più bello.
A dirsi sembra facile, ma quei mutandoni sembravano incollati alla pelle: faticai non poco a farli scendere. Rosa rabbrividì, quando sentì l’aria sul culo. Che era discreto: non bello come quello di Jo, ma di natica lunga seppur poco adiposa. Prima sculacciata, data soltanto con la punta delle quattro dita, tanto per sciogliere il ghiaccio e vedere la sua reazione. Sobbalzò. Allora, le arrivò la pacca forte, che prese le due chiappe. Rosa fece “Ahi!”. Una gragnuola di sculaccioni, di quelli buoni finché il sedere di Rosa fu tutto rosso; la tenevo ferma con la sinistra sulle reni, ma non potevo controllare le sue gambe: le agitava come se andasse in bicicletta. “Basta, basta- mi implorò- fa troppo male!”. La ignorai. Trascorsero cinque minuti buoni prima che la mia mano le massaggiasse le chiappe roventi. Rosa si era calmata, quasi rilassata: non si agitava più, aveva rilasciato i muscoli, accettava supinamente quei tocchi morbidi.
Ed ammosciato mi ero anch’io. Come avevo detto prima, la mia era diventata una prestazione professionale. Squallida.
“Puoi andare a rivestirti, se vuoi” dissi a Rosa togliendo le mani da ogni parte del suo corpo. Il viso era ancor più rosso del suo culo. Si precipitò quasi di corsa di là. Era vestita a puntino, quando uscì dalla stanza da letto.
Sussieguosa “Non ti ringrazio, anzi: non succederà più. Buonasera, e saluti a Josephine” E che vuoi controbattere a simili parole scolpite nel pack polare?
Raccontai tutto a Jo, una settimana dopo. Lei rise di gusto.

Foto di bondage

29 Luglio 2010

bondage

Racconti di sculacciata: Amonis

28 Luglio 2010

“uffa, però… Sempre a me!” sbuffò Amonis; i riccioli biondastri sembravano anguiformi, a causa della palese ingiustizia subita; un misto di rabbia, irritazione, delusione le venava la voce. Non c’era paura, perché alle sculacciate la donna era abituata. Amonis, infatti, non si poteva definire più una ragazza, tecnicamente parlando; aveva 35 anni e, sebbene ancora illibata, il suo corpo li esprimeva tutti, però il leggero strato d’adipe che la contornava dalla testa ai piedi, la rendeva piacevole a quelli dell’altro sesso. Ma la verecondissima vergine non cedeva alle profferte di costoro; beh: ad uno avrebbe ceduto volentieri, sacrificando persino la propria virtù; solo che lui la ignorava.
Amonis piegò il busto in avanti. Sapeva benissimo che Xenia non ci avrebbe messo tanta violenza, nel frustarla; anche l’anziana fantesca sembrava seguire un copione già scritto, che interpretava di malavoglia. Quasi sconcertata, la buona Xenia si tolse la cintura che le cingeva la tunica ai fianchi, e la impugnò, facendo fare al cuoio un doppio giro intorno alla propria mano callosa.
“Su la gonna!” ordinò la perfida Anida, leccandosi vogliosa le labbra in attesa che lo spettacolo avesse inizio.
La frusta, ma robusta e comoda, gonna di fustagno indossata da Amonis si sollevò, sotto la spinta delle mani della proprietaria; apparve il suo bel sedere. Carnuto, bianco, pressoché perfetto, appena un filino troppo ampio. Colpa di quella nuova invenzione dei francesi, quella cosa dolce, cremosa e fredda che qualcuno chiamava gelato, e di cui Amonis era così ghiotta. Xenia evitò, nell’ordine, a) di alzare troppo il braccio che teneva la cinghia b) di mettere troppa forza nello stesso braccio c) di far sibilare l’arnese di cuoio, abbastanza lasco. Eppure, anche così come se fosse al rallentatore, la cintura schioccò sulla pelle candida del sedere di Amonis e vi lasciò una lunga traccia rosata.
Anida aumentò la frequenza dei tocchi di lingua sulle proprie labbra, indulgendo agli angoli delle stesse; gli occhi castani sembravano persi nel vuoto, fantasticanti in un mondo tutto diverso dal reale. Il cervello, corto in verità, della ragazza (questa sì ragazza, con le sue 22 primavere) già pregustava la seconda staffilata; per esperienza (eh, ne aveva ricevute fin troppe) sapeva che pure Xenia si eccitava nel frustare, voleva dare a vedere di andarci morbida, però man a mano avrebbe aumentato la violenza del braccio e la sofferenza per Amonis sarebbe aumentata.
Così fu. La seconda frustata fu più forte della prima ed Amonis strinse tutto quello che c’era da stringere, per sopportarne il morso; un attimo dopo, quando il cuoio scivolò via dalle proprie natiche, tornò ad aprire gli occhi, le labbra e a rilassare i muscoli.
“Mettici più decisione; la devi punire, mica accarezzare!” sibilò, contrariata, la crudele Enox. Fu la volta di Xenia a sbuffare: non sopportava che quell’antipatica le desse ordini: era al suo servizio per libera scelta, mica per schiavitù.
Eppure, la terza cinghiata fu più violenta delle due precedenti. Xenia non voleva per niente sentire il seguito delle parole di Enox: che avrebbe chiamato Otrebor; il gigante, niente affatto buono, sarebbe arrivato con il suo micidiale frustino dall’anima di legno, ma rivestito di pelle di balena, ed allora sarebbero stati guai per le chiappe di tutt’e tre! Quindi, meglio che Amonis soffrisse un poco di più, per evitare a lei, Xenia, e alla piccola (tale la considerava) Anida una sofferenza ben maggiore. L’ultima volta, oramai quasi due anni prima, che Otrebor era stato chiamato in causa, Xenia non aveva potuto sedersi agevolmente per un mese!
Per questa serie di ragioni, l’anziana fantesca caricò nel braccio quasi tutto il quintale (ad esser approssimativi per difetto) del proprio peso. Amonis si lasciò sfuggire un Ahi! e sentì tornarle su lo spezzatino mangiato a pranzo. Il bruciore alla bocca dello stomaco, però, non era niente in confronto a quello che provava dall’altra parte: mai, che ella ricordasse, Xenia l’aveva frustata così forte. Amonis ritornò sui talloni, perché le dita dei piedi, arricciate, non avrebbero sopportato più a lungo il non indifferente peso del corpo. Era come se acqua bollente fosse stata versata sulle proprie chiappone, che, immaginava, scottassero. Ed infatti la pelle cominciava a sollevarsi, notò Anida, proprio come per una scottatura; la giovane pregustò il piacere che l’avrebbe avvolta più tardi: sarebbe stata lei a curare quel culo, ex bianco; l’avrebbe deterso, l’avrebbe delicatamente asciugato ed avrebbe cosparso odoroso linimento sui segni lasciati dalla cintura, e poi, la sua mano sarebbe scivolata in basso, fra le cosce di Amonis e… Fu lo schiocco della quinta cinghiata a distrarla dalle sue fantasie: il rumore risuonò nei padiglioni auricolari di Anida come il rombo di un tuono lontano, in primavera; o, meglio, come quello di una corda che si spezza.
E qualcosa si era veramente spezzato in Amonis: le gambe le tremarono, il busto andò in avanti, i lacrimoni finalmente uscirono dai cerulei occhi, le dita strinsero ancor più la gonna, i denti stridettero fra di loro. I mille e mille aghi roventi che erano stati scagliati dal deretano avevano raggiunto il cervello, dopo faticosa ricerca. Stille di sudore imperlarono la fronte (ed altre varie parti del corpo) di Amonis. Per consolarsi (ben magra consolazione) si disse che il tormento stava per finire: mancavano soltanto altri cinque colpi!
Non che non fosse eccitata, questo no, ma la cosa stava diventando noiosa. Enox ambiva a spettacoli più raffinati di quello del sedere di una donna preso a cinghiate: ne aveva visti tanti; ed una volta, era stata lei stessa sculacciata con la cintura, da Otrebor, ma era poco più che una bambina allora. Inoltre, dieci colpi le parevano troppi per una semplice disattenzione, sia pure commessa da una schiava. Così Enox tossicchiò per attirare l’attenzione di Xenia e, quando costei le rivolse lo sguardo, Enox alzò la mano a palmo aperto per interrompere la punizione.
Amonis, che non aveva potuto vedere la silenziosa scena, aspettava fremente la sferzata successiva. Che non venne. Venne però Adin e le baciò immediatamente il sedere in fiamme; per meglio dire, sfiorò con le labbra umide una sola volta la pelle; Amonis sospirò senza emettere fiato. Il buon Olo-Ages, pensò la schiava che aveva finalmente capito che si poteva rimettere dritta, l’avrebbe curata meglio di questa stupida gallinella; ma il brav’uomo era da tempo scomparso da quella casa. Ce ne era uno nuovo, adesso, ma Anomis lo considerava troppo intellettuale. Lui parlava bene e tranciava giudizi su tutti gli abitanti della casa; si raccontava, ma si raccontava solo, che Enox, molto più vecchia di lui, lo sculacciasse regolarmente con reciproco piacere d’entrambi (scusate la tutologia!).
Così, dopo essersi massaggiata le abbondanti chiappe, Amonis si abbassò la gonna e si volò verso il centro della stanza. Per poco non le venne un coccolone! Rossef, l’uomo di cui era innamorata, stava sulla porta, un sorrisetto ironico stampato sulle labbra. L’aveva vista nuda, oddio!, le guance di Amonis diventarono ancor più rosse…però, al pudore vergognoso si sostituì un’altra sensazione mentale di piacevolezza; forse ne aveva apprezzato le callipigie beltà ed avrebbe potuto chiederle qualcosa…. Chi invece era rosa dalla gelosia, era proprio Anida: a lei, quel todesco alto e grosso, stava proprio antipatico, con quella sua aria svagata, da professore, con quelle parole che lui diceva e lei non capiva… E fu allora che l’uomo alto parlò “ Anomis ha errato, ed è stata punita. Chi l’ha indotta in errore, tuttavia, è stata Anida. Deve essere punita pure lei!”. Anida l’avrebbe strozzato, Anomis l’avrebbe baciato, Xenia voleva andarsene ed Enox ristette. Non le andava di assitere ad un’altra punizione “Sculacciatela voi!” disse a Rossef.
Adina si fece piccola piccola, ma sentì pesanti come magli le mani di Anomis calarle sulle spalle, e costringerla a piegarsi in avanti. E sentì pure l’aria più fresca invaderle il deretano, quando la sua, di gonna, fu sollevata dall’abile Rossef. Un’attimo dopo, le arrivò il primo, sonoro, pesante, crudele sculaccione.

Racconti di sculacciata: JOLESSONTWO

27 Luglio 2010

Si era vestiva alla marinara: blusa a righe orizzontali bianche e bleu, con tanto di bavagliola con stelline azzurre agli angoli, e gonna rossa. Voleva essere sculacciata: non c’erano dubbi, con un abbigliamento così. L’avrei accontentata, subito.
Jo guardava fissa negli occhi il Professore, il primo, e finora unico, uomo che l’avesse mai avuta. Non si poteva dire che fossero amanti, questo no; lei si era lasciata trascinare dal vortice dei sensi e il dopo era stato pure piacevole. Ma c’era stato un prima! E quello non era stato poi così piacevole, ricordò Josephine. Brividi freddi le correvano ancora lungo la schiena, rammentando le vergate che Lui le aveva dato sul culetto nudo, e poi l’aveva fatta sua. La breve fitta provata per la perduta verginità non era stata nulla in confronto al dolore bruciante che ancora le tormentava le natiche, soltanto a richiamare alla memoria quel giorno, quattro mesi prima.
Naturalmente, mi aveva dato una ragione per punirla. Le avevo affidato il compito di battere a macchina la sua tesi; Jo sapeva farlo, l’aveva imparato quando le era passato per la testa di abbandonare l’università, visto che non ce la faceva a sostenere gli esami. Così era andata a scuola di dattilografia: caso mai suo padre l’avesse presa bene, avrebbe potuta assumerla come segretaria alla direzione generale. Invece, la madre aveva pensato bene di chiamare me, a sostenere la figlia per quei pochi, ultimi esami che mancavano. E Jo li aveva dati, ed era stata promossa: ormai rimaneva da discutere soltanto la tesi, alla prossima sessione. La tesi, appunto.
“Signorina, è zeppa di errori di battitura! Eppure, le avevo caldamente raccomandato di stare attenta, di impiegarci la massima concentrazione. Ci vorrà almeno una settimana per ribattere queste cento pagine, e lei non se lo può permettere, di perdere così tanto tempo!” disse il Professore, sventolando i fogli sotto il naso di Jo; per farlo, però, dovette piegarsi in avanti perché lei era parecchio più bassa di Lui.
Ci siamo, si prefigurò la donna, adesso andrà a prendere la bacchetta, laggiù nell’angolo, e mi dirà di spogliarmi, mi farà chinare e mi batterà sul culetto, tutto nudo, e dopo, quando me lo avrà riscaldato per bene, chissà se…Lo spero proprio!
Jo assunse un atteggiamento di finto rincrescimento, fissandosi la punta delle scarpette nere e basse. Con la coda dell’occhio, lo osservò mentre andava a prendere la bacchetta, che da troppo tempo, secondo lei, era inutilizzata.
Le dita di Jo tormentavano i bottoni della blusa, pronte a slacciarli.
Battei leggermente la bacchetta sul palmo della mano; avevo in mente qualcosa di speciale per lei; oggi avrebbe avuto una lezione memorabile.
“Si tolga le mutandine e si sdrai sul tavolo, bocconi naturalmente, signorina”.
Ah, voleva sperimentare una nuova posizione si disse la donna dal corpo di bambina; l’avrebbe assecondato.
Con le bianche mutandine in mano, Jo si accostò al tavolo; Lui passò la bacchetta nella mano sinistra e con le porse la destra per salire: senza il suo aiuto non ce l’avrebbe mai fatta da sola, piccolina com’era.
Si mise in ginocchio sul piano del tavolo. Avevo parecchio tempo davanti a me, la contessa madre non sarebbe rientrata che alle 19, al minimo, ed era giovedì pomeriggio, giorno di libertà delle cameriere. Si appoggiò sui gomiti nudi e con lentezza, stando bene attenta a non fare movimenti bruschi, si distese sul tavolo; in mano aveva ancora le mutandine, le appoggiò distrattamente sullo spigolo, vicino alla testa e poi mise gli avambracci incrociati sotto il mento, come se stesse prendendo il sole in spiaggia.
Il corpo di Jo fremette tutto, quando il Professore le sollevò la gonna rossa: l’aveva scelta apposta ampia, un po’ per eleganza innata ed un po’ per facilitargli l’operazione di sollevamento.
Apparve il suo bel sederino, a mandolino e polputo, bello a vedersi e soffice a toccarsi, vero campo perfetto per le mie due bacchette, quella di legno lunga e dura e quella di carne, più corta ma altrettanto rigida.
Chissà se avrebbe agito come l’ultima volta: bacchettate leggere e, subito dopo, quelle forti, ma ad intervalli. E la sofferenza si trasformava in goduria e la goduria tornava ad essere sofferenza. Jo divaricò appena le cosce.
Mi piazzai proprio all’altezza del suo fondo schiena. Il mio esimio collega di Heidelberg mi aveva accennato alla “Panca” punizione molto in uso nelle università tedesche del secolo scorso; in mancanza di una panca, adopravamo il tavolo dello studio.
Strillò. Non si aspettava subito la vergata violenta. Credeva, e sperava, che Lui la preparasse con quei tocchettini leggeri inferti con la punta della bacchetta, sempre più rapidi, sempre più stuzzicanti, sempre più eccitanti. Invece gliela aveva data subito forte, inattesa. Talmente forte che la ragazza sentì il formicolio mescolato al bruciore.
Beh, c’è una bella striscia rossa, assai rilevata. Così impara. Niente giochini, almeno per il momento. Trema ma non so se a motivo del dolore o per l’ansia dell’attesa. Facciamola sperare.
La bacchetta ticchettò sulle natiche di Jo, ora più in alto ora più in basso rispetto a dove si era abbattuta la prima volta. Una diffusa sensazione di calore iniziò lentamente a pervaderle il ventre, sempre più in basso. Non per apparire sfacciata, ma stava spingendo il sedere sempre più in alto, sempre più esposto: le sembrava un massaggio corroborante più che una dolorosa punizione.
Bene, è pronta. Per sei volte, alzo ed abbasso il braccio con parecchia forza. Data la rapidità dell’azione, non ho il tempo di prendere la mira: può anche darsi che due o più colpi siano caduti nello stesso posto. La vedo arrovesciare la testa, le palpebre chiuse, i denti serrati, il respiro veloce.
Dolore puro, fuoco liquido che spegneva ogni altra sensazione di dolore. Jo alzò la testa e la voltò in direzione opposta al Professore per non farsi vedere che stavo cominciando a piangere. Poi sentì il tocco del palmo della sua mano, che le calcava la carne, con un movimento circolare dall’esterno verso l’interno. Il bruciore si affievolì, non di molto tuttavia, sotto quel massaggio corroborante se la parte non fosse stata così dolorante. Capì che lui stava girando attorno al tavolo, per mettersi dalla parte opposta rispetto a dove stava prima.
Non ho ancora il polso ben sciolto: dai segni che le ho lasciato, capisco di aver calcato troppo la bacchetta in punta; le strisce sono più profonde e più marcate dalla parte della natica destra di Jo. Bisogna riequilibrare la situazione.
Stavolta aveva tenuto le orecchie ben aperte; anche se aveva paura a guardare, il sibilo del bambù nell’aria l’avvertiva un attimo prima, giusto il tempo di stringere ancor più i denti e poi l’esplosione di dolore.
Niente tocchettini stavolta, stavolta deve provare pura sofferenza. E sei! Il suo culo è striato, belle strisce parallele o quasi, dai bordi rilevati: color porpora su fondo rosso. “ Basta così! credo che abbia capito, signorina” le faccio.
Jo si puntellò con i gomiti, per un attimo ebbe la tentazione di afferrare le mutandine e di usarle come un fazzoletto per asciugarsi le lacrime. Le doleva perfino il labbro, dove i suoi propri denti erano affondati. Rinculò fino a quando non sentì più il tavolo sotto le ginocchia; allora, con un saltello, poggiò i piedi sul pavimento. Una fitta le ricordò quello che aveva subito fino pochi secondi prima. Le ci volle un bel po’, per voltarsi.
Abbassa gli occhi, non le può certo sfuggire la protuberanza nei miei pantaloni; la sua gonna è ricaduta giù, ma lei si sfila la blusa: il reggiseno è di quello tipo bikini, senza spalline. Un attimo e casca per terra. L’abbraccio, le bacio i piccoli seni…
“Oh, oh, oh” monotona si esprime la contessa madre, che, inattesa, ha appena aperto la porta.

Culetto in cornice

23 Luglio 2010

culetto

Esami orali

22 Luglio 2010

università……..
sessione estiva…..
qualche giorno fa…. mi sveglio prima del solito…. doccia rinfrescante…… giro perc casa in asciugamano pensando a come vestirmi….. caffè…. sono in ritardissimo…..
prendo un vestitino leggero dall’armadio…. diamine…. si nota un po troppo il perizoma nero…. non ho tempo per cambiarmi…. alzo su i capelli e corro via……
autobus….. treno……
sono in facoltà…..
ho l’esame fra…. 15minuti… bene… ho addirittura il tempo x comprare una penna visto che ho dimenticato tutto……
ore 10:45….. il professore chiama all’appello i prenotati per firmare le presenze…..
ecco è il mio turno…. lo sguardo di tutti è fermo su di me…. sono imbarazzatissima…. arrosisco chinandomi a firmare…..
l’esame inizia…….
30domande… cazzo le so tutte…… ma il coglione del prof nn ha messo la 31° domanda xla lode…. inizio ad incavolarmi………
dopo un ora i risultati….. ovviamente ho preso un fantastico 30….. ma la lode?diamine voglio la lode…..
decido di andare a colloquio col prof…..
entro nel corridoio della presidenza…… cerco il suo studio….. eccolo…. busso….. ‘è permesso’…..mi riconosce quasi subito…. ‘avanti signorina ….lei ha sostenuto l’esame stamattina…qlcosa non è andato? vogliamo rivedere insieme gli errori?’
‘nessun errore professore…..’ lui si alza…. e inizia a girarmi attorno……’allora…come mai qui?’ ‘professore… volevo sapere perchè non c’era la 31° domanda….perchè nn ci ha dato la possibilità di prendere la lode….?’ ‘signorina….. sono io il professore… decido io cosa chiedere e quanti punti dare….lo sa?’ le sue parole terminano quasi sul mio collo…. sento il suo respiro…… continua….’ è cosi sicura di meritare la lode signorina?’ sento la penna che aveva in mano sfiorarmi le cosce…. fino a quando…… non la sento poggiata sul perizoma……. ‘ s…s…si… si professore puo kiedermi qlalunque argomento….. ‘ ‘posso kiederle qualunque argomento…… bene…’ inizia….lentamente da dietro a spingermi verso la scrivania……. ‘ragionando….. potremmo fare qualcosa per questa lode…..’ mi fa poggiare con il busto sulla scrivania…….. il vestito….era cosi leggero e corto…. che ormai….. ho il sedere all’aria…… la penna del prof….. fa su e giu sul mio perizoma…..
‘professre…. questo non fa parte del programma…….’ cerco di dire con voce timorosa……….. ma mentre termino la frase…. il professore inizia a sculacciarmi…..
‘impertitende…….’ CLAAP ‘vuoi la lode?’ CLAAP CLAAAP CLAAAP ‘se ancora fiati ti boccio…CLAAP CLAAAP CLAAAP cerco di muovermi per liberarmi….. ma il professore è un’uomo grande e grosso…… sulla 40ntina…… forte…. muscoloso…. io…classica vippettina che non faccio grandi sforzi per paura che mi si spezzino le unghie…….
CLAAAP…. si ferma…….
io non so perchè resto immobile cosi come mi ha lasciato……
‘vdiamo quanti 30 c sono stati…. in base a questi calcoleremo la tua punizione’…….. avevo gia il culetto dolorante…… ma la cosa non so perchè….mi stava eccitando……sentivo…la passerina umida……’ bene….. 7 persone hanno preso 30…. 210 sculacciate possono bastare….. ‘ no prof la prego…. non fa niente…… facciamo finta d nulla……..’ a qst parole si alza…… mi tira x i capelli… e mi porta la faccia sul sul pacco….. ‘finta di niente….. ? bambina….. ora saresti bocciata….lo sai…?’
torno dietro di me……. e ricomincia a sculacciarmi…….abbassandomi il perizoma fino alle ginokkia……
CLAAAP CLAAAP CLAAAP CLAAAAP sempre piu cadenzate sempre piu forti….. una sculacciata sul culetto… n’altra sul sesso…… CLAAAP CLAAAP CLAAAP ogni mio tentativo d liberarmi è vano…… ‘BAMBINA….. OGNI LAMENTO SONO 10SCULACCIATE IN PIù…… SU SU…. RLIASSATI SIAMO A 200…… ALTRE 50 E ABBIAMO FINITO…….’ avevo il culetto in fiamme…… piangevo ormai quasi senza farmi sentire……. quando improvvisamente..la sua voce mi riporta alla realtà…… ‘ecco….. ora….. lei ha d nuovo il suo 30…… vogliamo discutere x la lode…..?’…..
apro gli occhi… e lui è d nuovo avanti a me….. coi calzoni abbassati….. ‘su signorina…… mi faccia un bell esame orale…… è la lode è sua……’
……dopo 1ora esco sfatta dal suo ufficio…… ma con un bellissimo 30e lode in più sul libretto…….. e un foglio….. ‘venga piu spesso a sostenere gli orali…’

Che male!

21 Luglio 2010

sculacciate fa male

Racconti di sculacciata: Elisabeth

20 Luglio 2010

ELISABETH
“Elisabetta, vieni qua!”. L’ho chiamata attraverso la porta a vetri. Dopo pochi secondi, lei compare sull’uscio della stanza. E’ una bella donna, Elisabetta, magari un po’ cicciottella ma io la preferisco così; porta i capelli corvini pettinati a caschetto per mettere in risalto l’ovale del viso ed i suoi occhi chiari. Oggi indossa una maglietta nera ed un paio di jeans scuri, di quelli di velluto a coste, che fasciano perfettamente i suoi fianchi morbidi.
Le sventolo sotto il naso il foglio. “Ma come ti è venuto in mente di scrivere queste cose?- le faccio, burbero- A questo signore che riponeva tanta fiducia in noi, nella nostra azione. L’hai liquidato seccamente, troppo seccamente. Ci mancava solo che gli scrivessi degli insulti!” “Se lo merita!- mi ribatte pronta- Voleva tutto e subito e, praticamente, gratis. Eppoi mi guardava con un fare strano, come se mi volesse spogliare con gli occhi…lo definirei…ecco, un vecchio bavoso!” “E’ perché sei troppo carina!- sorrido, poi mi riprendo subito- E’ il terzo cliente che perdiamo a causa della tua suscettibilità”. Abbasso la voce di un tono. “Lo sai che dovrei farti, vero?”. Si passa leggermente la lingua sopra le labbra, per inumidirle; ha capito ed ha come un fremito interno. Chiude la porta lentamente alle sue spalle. Porta le mani dietro la schiena: ha assunto artatamente l’espressione della monella colta con le mani nella marmellata. Sa che la sculaccerò, e la cosa non le dispiace. Ogni volta che lo faccio, ha brividi di piacere che si mescolano al dolore, dopo. Non mi va di farle troppo male; forse se lo è andata a cercare? Penso fra me. E’ tanto tempo che non la sculaccio più. Forse i rapporti col suo moroso stanno attraversando un periodo di stanca e lei cerca un diversivo o un motivo per rinvigorirli, chissà? Lo scopriremo subito! Ed, infatti, il suo volto assume un’espressione fra il contrito e il deliziato. “Avvicinati” le chiedo: imposto la mia voce con tono gentile. Anche a me fa piacere sculacciarla, però non cerco la violenza fine a se stessa.
Il gioco comincia.
“ Ti darò dodici sculaccioni, stavolta, però, sulla pelle nuda. Sai quello che devi fare!”. Nel suo sguardo un vago e rapido lampo, come di delusione. Forse dodici sono troppo pochi? Se così fosse, sarebbe la giusta punizione per lei.
Avanza di qualche passo, fino a portare il suo pancino quasi a contatto con il bordo della scrivania. Le sue mani slacciano il bottone della cintura nei jeans, abbassano la zip. Le basta un movimento sinuoso delle anche per farli scendere giù, lungo le gambe. I pollici s’infilano tra la pelle dei fianchi e l’elastico delle mutandine e lo allargano. Lentamente, molto lentamente le spinge giù, quasi a metà coscia. Ho agio di vedere il suo pancino e le sue parti intime, solo leggermente pelose. Si piega in avanti ed appoggia i gomiti sul piano della scrivania. Sospira: non certo di noia.
Vado dietro di lei, alla sua sinistra. Le sue natiche sono cicciotte ma non adipose, rotonde al punto giusto; ci passo sopra il palmo della mano, per sentire la loro morbidezza e la sericità della pelle. Elisabetta freme per un attimo, allarga vieppiù le gambe, per quanto le è concesso dalla larghezza dei jeans ed abbassa la testa. E’ il segnale. Allargo le dita della mano destra, indurisco il palmo e lo porto con forza brutale sulla sua natica sinistra: vi rimane stampata l’impronta sulla pelle chiara. “Ahia, così mi fai male!” si lamenta, ma sottovoce. Sapessi quanto brucia a me, il palmo! E per un solo sculaccione; rendo la mano leggermente più morbida e stavolta la sculaccio con maggior attenzione. Il colmo delle sue natiche si appiattisce e ritorna su con elasticità, dopo ogni colpo. Questo per i primi sei; le lascio un attimo di tregua: il suo culo è arrossato, ma non troppo. Entrambi respiriamo con frequenza superiore al normale. Con la mano ancora morbida colpisco il suo posteriore dal sotto in su, come se volessi tastarglielo, ma con più violenza. Un breve brivido la scuote. Mi fermo. “Beh? Continua, no?” mi sussurra. Seguito in questo modo per altre cinque volte. Poi, faccio un mezzo passo indietro e mi fermo per un attimo ad ammirare il bel polposo deretano, ben rossastro. Come la buccia delle mele. Lei volge il capo verso di me e con voce emozionata, mi sussurra “ Dammene un altro po’. Me le sono meritate!”. Proprio così, mia cara. La percuoto con la mano ben tesa, a dita unite tipo “paletta”. Fa più male così? Immagino, più che vedere, la piccola smorfia (di dolore?) sul suo viso. Dodici sculaccioni in questo modo, inferti da uno che è alto e grosso quanto me, non sono una passeggiata per le sue natiche. E’ proprio questa la seconda parte della punizione: dopo il “piacere”, il dolore della penitenza. Concetto tipicamente cattolico. Debbo ammettere che se le prende tutte, le sculacciate senza grossi movimenti o reazioni; solamente, ogni tanto, fa sibilare l’aria fra i denti, espirando. Ho smesso: il suo culo è rosso rosso, la pelle ben irritata; qualche macchia più bianca sta ad indicare che non ha ancora smaltito il contatto con l’estremità delle mie dita. Passo dall’altra parte della scrivania e mi rimetto a sedere. Non voglio che lei veda la protuberanza dentro i miei pantaloni. Rimane così, chinata col sedere all’aria per qualche istante, forse vuole raffreddarlo. Torna in posizione eretta, ma subito piega il busto per tirarsi su le mutandine; quando la leggera stoffa acrilica prima sfiora poi tocca la pelle rovente piega gli angoli delle labbra. Ma è un attimo. Fa un sospiro, quando si piega del tutto per afferrare i jeans, alle caviglie. Tira su anche quelli e, come con un saltello, ne porta la cintura all’altezza della vita. Fa un lungo sospiro e si allaccia il bottone. Sono improvvisamente diventati più stretti o si è gonfiato il suo posteriore? Si passa le mani sulla maglietta, come per stirarla; se la sistema ben bene, si liscia i capelli leggermente scarmigliati. I suoi profondi occhi chiari hanno assunto la tonalità cerulea: mandano lampi. Non d’ira: di desiderio. Prende fiato. “Se non c’è altro che devi dirmi, io vado di là”. Abbassa la maniglia della porta, la apre, si blocca un attimo, si volge verso di me e, con voce estremamente sensuale, mi saluta: “Grazie, Bob!”

Dopo la sculacciata

19 Luglio 2010