Archivio per luglio, 2010

Racconti di sculacciate: Jolection

18 luglio 2010

Il Professore era molto inquieto, quella mattina. Jo lo aveva capito subito: sembrava che anche la sua barba incolta sprizzasse elettricità. Jo temeva che le impartisse un’altra punizione corporale, come lui la chiamava; gliene aveva data una circa tre mesi prima e Jo aveva avuto difficoltà a sedersi per qualche giorno.
E, quella mattina, lei era assolutamente impreparata! Arrivare a quasi 30 anni, si disse Jo ripercorrendo mentalmente la sequenza d’avvenimenti che l’avevano portata a quel punto, ed essere sculacciata come una bambina, era ridicolo! Ma lei non aveva scelta, si disse. Il banchiere suo padre e la contessa sua madre volevano ad ogni costo che lei si laureasse.
E così, avevano scelto il miglior professore che ci fosse in città, per darle ripetizioni private. Solo che lui avrebbe accettato solamente se avesse avuto mano libera, il che voleva dire in soldoni, se avesse potuto sculacciarla. Fissando gli occhi severi di mammà, Jo chinò la testa affermativamente. D’altra parte, era cosciente di essere una donna affascinante, non bellissima, ma affascinante e pure il Professore non era affatto male, se non fosse stato così alto.
“Signorina, secondo gli accordi da lei accettati liberamente, mi vedo costretta a punirla. Dieci bacchettate. Si metta faccia al muro, prego” le aveva detto quella volta, prima dell’esame di D***. Jo l’aveva fatto, mettersi faccia al muro.
Non era mai stata picchiata da nessuno, neppure da piccola, e voleva provare, in fondo al suo animo, questa cosa, le sculacciate, che, diceva qualche sua amica debole di cervello, erano tanto eccitanti. Invece, aveva provato soltanto dolore: morsi, bruciature, unghiate si erano abbattute sul suo sedere sporgente; Jo aveva stretto i denti per non gridare, aveva sudato freddo per tutta l’interminabile serie di bacchettate.
Aveva superato l’esame e pure con la lode, però.
E adesso ci risiamo, si disse: non posso confessargli di non aver studiato perché desidero essere battuta, perché, la prima volta, dopo il dolore mi è venuto un qualcosa dalla parte opposta a quella colpita e…e sono stata tanto felice!
Il Professore scosse la testa, fece ssstt ssst battendo la lingua fra i denti e la guardò severa. Ecco ci siamo! Un misto di paura e di desiderio avvolse Jo. Egli, invece, non prese la bacchetta che stava costantemente appoggiata in piedi nell’angolo, perenne monito, ma come la calma piatta precede la tempesta il Professore le fece “Si spogli!”. Nooo, non può chiedermi questo! La vergogna fu il primo sentimento di Jo, seguito da una punta d’indignazione. “Signorina, le ricordo i nostri patti, ed il suo assenso a loro. Sarò costretto, qualora non obbedisse, a rimettermi a sua madre. Ah, un’altra cosa. Non deve affatto pensare che io voglia attentare alla sua virtù….”. E lasciò in sospeso la frase, ma l’aveva pronunciata come se Jo fosse una bambolina asessuata, peggio: come se fosse una bambolina bruttissima!
Jo, in effetti, era vergine: non aveva mai voluto concedersi ad alcuno, nonostante l’età, in attesa che arrivasse il Principe Azzurro, possibilmente su un cavallo bianco, ma anche una limousine le sarebbe andata bene. E adesso, questo…questo essere la sfotteva pure! La insultava, anzi. Poi, Jo si fermò a riflettere. Le mancavano solamente due esami, e la tesi che, praticamente, era il Professore a compilare, lei la stava semplicemente battendo a macchina, almeno la prima bozza; lui pensava a tutto: alla documentazione, alla stesura. La nobildonna, sua madre, si sarebbe di sicuro inquietata: Jo, al minimo, avrebbe dovuto rinunciare ai soldi, parecchi, che le passava settimanalmente; e ai vestiti, ai divertimenti, a… tutto!
Spesso Jo e il Professore discutevano sulla tesi insieme, seduti alla stesso tavolo, le bocche vicine vicine, il fiato che si mescolava eppure lui non aveva mai perso il suo aplomb, mai le aveva fatto una advance, come se lei non esistesse, come donna. E adesso le diceva di spogliarsi. E la guardava pure con un’espressione di sfida, come se lei non avesse il coraggio, come se fosse una vereconda mammoletta, che non sapeva accettare le conseguenze….
“Va bene!” ammise Jo, deglutendo e cominciò a sbottonarsi la camicetta, iniziando però dai bottoni più in basso. “Non completamente, signorina, solo i pantaloni e quello che c’è sotto di loro” l’avvertì il professore, sempre con voce freddissima più di una ghiacciaia.
Jo lasciò aperti gli ultimi due bottoni della camicia a scacchi ed aprì quello della cintura dei pantaloni, seguito immediatamente dagli altri tre. I pantaloni non fecero certo un lungo tragitto, prima di scivolare alle caviglie di Jo; adesso, veniva il peggio. Jo si sentì arrossire, tremava dalla vergogna (ma anche dall’eccitazione di mostrarsi nuda (o meglio: ignuda, come avrebbe detto Lui) di fronte ad un uomo, per la prima volta in vita sua. Jo sospirò, chiuse gli occhi, deglutì e fece il gran gesto. Quando riaprì gli occhi, vide che lui aveva in mano la bacchetta. “Si pieghi sul tavolino, prego” e la sua voce era un po’ meno fredda, adesso. Pur intralciata dagli indumenti alle caviglie, Jo fece due o tre passettini, ma il bordo del tavolo le arrivava sopra l’ombelico, adesso nudo “Si dia una spinta con le braccia” consigliò il professore, e la voce era incrinata; almeno, così sembrò a Jo. Non era per niente fredda la superficie di legno, ora a contatto con la pancia di Jo, anzi aveva un che d’accogliente si ritrovò a constatare.
Oddio! La bacchetta le aveva toccato le natiche nude, ma non era stato per niente doloroso, anzi sembra una carezza, un tocchetto leggero, affettuoso. Ne seguirono altri, parecchi. Jo si stava abituando: un lieve friccichìo sulla pelle nuda, che era pure piacevole. Udì lo swisshhh, ma troppo tardi. Centomila aghi di ferro rovente le s’infilarono nella pelle delle natiche. Un’indicibile sensazione di bruciore; due lacrimoni spuntarono agli angoli degli occhi di Jo. Il sedere le faceva male. Ne prese un’altra ed un’altra ancora, più forti. Le lacrime le scesero lungo le guance, lei si mordeva il labbro inferiore per non gridare, per non urlare. Sembrava che avesse un intero falò al posto delle natiche. Aspettò le altre bacchettate. Non vennero. Il tremore delle gambe cessò. Cautamente, volse appena la testa per vedere cosa accadesse, perché quell’improvviso arresto. Di nuovo lo swiisshhh e di nuovo una fitta di dolore, che la fece sobbalzare: un sandalo le si sfilò dal piede contratto. Oddio, oddio, fa che si sbrighi, che questa tortura finisca presto, si trovò ad implorare mentalmente Jo. Rabbrividì, sentendo che la mano di lui le stava passando sopra la pelle, che lei immaginava ustionata; non c’era lascivia, non c’era oscenità in quel tocco. Anzi, sembrava il tocco di un innamorato…Alzò di scatto la testa a quel pensiero e si chiese: possibile che…? Si dovette ricredere subito. Le due frustate tremende reiterarono l’atroce dolore. Jo riprese a tremare, incontenibilmente; inconsciamente, allargò le cosce ma neppure se n’accorse.
Il suo cervello, oltre alla sofferenza, registrava una sensazione strana, come una smania indefinibile. Una sensazione mai provata, dolce e amara insieme, come se volesse ma non potesse. Jo, sempre inconsciamente, strofinò le cosce fra di loro. Provò fortissima la voglia di togliere un mano da dove la teneva, ben serrata a pugno sopra il tavolo, e di andarsi a toccare là sotto. Ma forse era meglio di no, pensò, Lui avrebbe potuto equivocare.
La mano di Lui che la sfiorava, sembrava lenire il dolore ed aumentare la pulsazione al basso ventre: il sudore si mescolava alle lacrime sul viso di Jo.
Ha un bel culetto, pensai, piccolo ma ben fatto e molto molto arrossato e si sta pure eccitando sessualmente. Vorrei tentare di impedirglielo, ma se prendesse coscienza di essere intimamente masochista, sarebbe meglio per me: mancano ancora due esami, più la tesi, e le dovrò dare ripetizioni almeno per altri sei mesi. No. L’ultima, e che non se la scordi!
Caricai tutta la mia forza nel braccio, come si carica una molla, e lo feci scattare in avanti. La donna, dal corpo di ragazzina, sussultò e, lentamente, cominciò a scivolare verso il basso. Forse che l’avevo colpita troppo forte e questa stupida mi era svenuta? Mi precipitai a sostenerla, ma lei aprì gli occhi, socchiuse le labbra offrendomele. E non solo le labbra. Era come se udissi la sua vulva pulsare, allo stesso modo in cui pulsava il mio, di sesso. Mi fermai di botto, quel fragile corpo ancora fra le mie braccia, seppur avessi le mani sotto le sue ascelle. Respirai profondamente.
Oh Signore, fa che la prima volta sia con Lui. Non resisto, non ce la faccio più, la mia natura chiede di essere penetrata, lo urla: Voglio diventare una vera donna, ADESSO!
Secondo gli stimatissimi lettori, come andò a finire?

Cane

17 luglio 2010

cane culetto

Racconti di sculacciata: Berny e Ada

15 luglio 2010

Il bravissimo Warold continua il suo racconto di sculacciate e punizioni domestiche. Per chi avesse perso la prima parte, la può trovare qui.

Berny, ancora indolenzito per la punizione del giorno precedente, rientrò a casa dopo aver sbrigato alcune commissioni per sua zia.
Aperta la porta, sentì già sull’uscio un suono secco ma indistinto provenire dal soggiorno; corrugò la fronte e a passi felpati si incamminò verso il luminoso soggiorno, dove sull’immenso divano di pelle che ne occupava il centro, era seduta sua zia con sopra le ginocchia Ada, la sorella di Berny.
Ada aveva 20 anni, un anno in più del fratello, e trascorreva a casa periodi molto brevi a causa della sua carriera di aspirante fotomodella, che la portava a spostarsi quasi sempre, ma appena a casa, la zia non le faceva scordare l’educazione, e le stesse regole imposte a Berny valevano pure per la ragazza.
Fotomodella, sì. Quindi un fisico pazzesco, un culo quasi scolpito nell’oro e una chioma fluente di capelli castani a corredare un volto grazioso come pochi.
Ada in quel momento era nuda, i vestiti cortissimi ripiegati con cura in un angolo del divano, e sul viso della sorella Berny lesse l’ennesima sottomissione a una punizione umiliante e – conoscendo la terribile zia – dolorosa.
Ma la zia non aveva ancora cominciato.
Guardò Berny con un sorriso diabolico:
- Salve, Berny. Tua sorella è mancata da casa per due mesi, e l’ho accolta rifacendole la stanza e tutto il resto. Ma lei ha forse dimenticato le regole di casa, perchè poco fa l’ho sorpresa a masturbarsi in camera sua.-
Ada sospirò, io trattenni il fiato, la zia riprese:
- Sapete bene quanto non ammetto simili cose sotto il mio tetto. Vero, maialotta?-
Ada grugnì in silenzio, vedere il suo corpo da quasi fotomodella in quella posizione sembrava l’assoggettamento della bellezza, vinta e sconfitta.
- Ho detto, vero maialotta?! – ripetè ad alta voce la zia accompagnando a ciò un sonoro ceffone sulle chiappe ancora immacolate della fanciulla.
- Siediti, Berny, e guarda come viene punita tua sorella-
Berny obbedì.
Anzitutto la zia divaricò il bellissimo culo di Ada.
- Il buchetto sembra più largo del solito, devi dirmi niente?-
Ada piagnucolava smentendo ogni colpa.
La zia sbuffò e cominciò a calare una raffica di sculacciate sul deretano di Ada, che ben presto divampò dal rossore.
Ada sapeva controllarsi meno di Berny: scalciava e piangeva, anche urlando talora.
La zia intervallava le manate sul culo nudo della ragazza a colpi più precisi sull’interno delle cosce.
Poi afferrò un lapis, e divaricate ancora allo spasmo le chiappe di Ada, disse:
- La tua passera è già umida, Ada. Ora, non voglio essere troppo cattiva, ma se uniamo il fatto che il tuo buchetto si è allargato a tutta questa eccitazione…non ti sembra strano?!- e infilò senza troppe premesse il lapis nell’ano di Ada.
La ragazza ululò, Berny sussultò.
Tenendole il lapis nel culo, con l’altra mano completò una tremenda sessione di quattrocento potenti sculacciate.
Poi iniziò una serie di cento sculacciate dirette alla fica stessa di Ada, ricorrendo a una cinghia che indossava.
Aveva cominciato a scudisciarle la fica una volta che aveva scoperto – almeno l’anno prima – che Ada non era più vergine.
Ada stava impazzendo dal dolore.
La zia posò la cinghia sul tavolo esi avvicinò alla nipote.
Ai piedi del divano afferrò un panno e lo intinse in una bacinella ricolma di un liquido giallastro.
Cominciò a tamponarle con simulata violenza la passera, e Ada gridò di nuovo dal bruciore.
- Ti ho punita molto, ma questa mia soluzione all’aceto ti farà ribollire.-
La fece girare e con il panno umido avvolto nella mano penetrò tra le chiappe sode e arrossate della fanciulla, insistendo sul buchetto del sedere.
Nel frattempo, Berny sentì un rigonfiamento prepotente all’interno degli shorts.
Sperava solo che la zia non se ne accorgesse.
La zia afferrò Ada per i capelli, le tolse la matita dal culo, e la fece alzare in piedi.
- Visto che ti piace tanto sfrusciare le tue dita in mezzo a questa – e detto ciò le tirò con violenza i peli pubici – ti impartirò una bella punizione.-
Schiaffeggiati i meravigliosi seni di Ada, una terza naturale, la zia la prese per mano e la portò in camera da letto, facendomi segno di seguirle.
La scaraventò sul letto e le fece divaricare le gambe.
Ora la sua passera era completamente esposta.
Rovistò nell’armadio e si presentò con una vecchia, esile torcia elettrica.
Le mise una mano sul pube.
- Ora rilassa i muscoli. -
Ma Ada per l’agitazione era tesa come una corda.
La zia la sciolse con un forte sculaccione.
- Oggi, maialina, alleneremo un pò i muscoli della tua passerina. Se non sai fare altro che prenderlo nel culo e sditalinarti, bè, ci alleneremo un pò.-
Con la coda dell’occhio, la zia notò il rigonfiamento negli shorts che stupidamente Berny tentava di nascondere.
Divaricò ancora più allo spasmo le gambe marmoree della nipote, e con la punta della torcia cominciò a far pressione sulla passera.
Piano piano la fece entrare a metà, e la lasciò così.
- Devi giocare di muscolo e impedire che la torcia esca tutta dalla passera. Se la farai uscire dopo quaranta minuti, non esiterò a somministrarti un bel clistere.-
Sudata e disperata, Ada lottava con tutte le proprie forze per impedire che la torcia che per metà emergeva dalla sua fica sgusciasse di fuori.
Contraeva lo stomaco e inarcava la schiena, ma lentamente gli umori lubrificanti stavano sempre più facilitandone l’emissione.
- Berny, pensavo la pomata di ieri ti bruciasse ancora, te ne applicherò un pò tutte le sere.-
- Ma zia…-
La zia fu più rapida, gli calò gli shorts e si trovò davanti all’erezione ancora infiammata del nipote.
Scosse il capo delusa e lo prese per mano.
- Ada, porto questo giovane monellaccio a prendere una bella supposta di glicerina. Tu intanto resisti!- Rise e mi trascinò in cucina, mi appoggiò al banco e dalla credenza estrasse un flacone di supposte.
- Con te i mezzi duri non bastano, eh? Cosa devo farti?-
Senza nemmeno ungermi il buchetto, vi spinse dentro la grossa supposta e mi serrò le chiappe. Due sculacciate e un’altra, dolorosa scappellata. Ma il fortissimo grido di Ada ci fece sobbalzare, e mia zia tornò in camera.
Ada era disperata perchè aveva lasciato andare la torcia.
La zia riprese a sculacciarla in culo e in passera ricoprendola di insulti.
- Ci vorrà un altro pò di allenamento, Ada. Ma intanto riceverai la punizione promessa, un bel clistere, mia cara maialina!-
Nell’ora successiva, sempre nel letto, le somministrò un clistere alla camomilla e le impedì di svuotarsi, inserendole nell’ano un tubo di gomma che fissò con del nastro adesivo.
Poi tornò da Berny che sculacciò di santa ragione per un’altra oretta, quando finalmente liberò Ada dal supplizio.
Prima di mandare a letto i nipoti, la zia applicò sul pene di Berny la solita crema infiammatoria, dopodichè lavò la fica di Ada con una soluzione all’aceto che dovette bruciarle tantissimo.
In camera quella sera, Berny e Ada erano senza cena, ed entrambi commentavano i mezzi durissimi della zia; Ada era in accappatoio, Berny in pigiama.
- Io dico che non è più tollerabile una situazione del genere, dobbiamo reagire.- fece con tono deciso Berny.
- e come? – piagnucolò Ada.
- Ho un piano – sorrise il fratello e cominciò a spiegarlo alla sorella, il cui viso ben presto si illuminò di nuovo.
CONTINUA

Sculacciate tra donne

14 luglio 2010

donne sculacciate

Racconti di sculacciata: regolamento

13 luglio 2010

Le punizioni corporali come la battitura sulle natiche sono proposte dalle insegnanti, previa richiesta alla direttrice che ne stabilisce le modalità
Ciascuna insegnante, tuttavia, può a suo insindacabile giudizio bacchettare le allieve sulle mani oppure costringerle ad altre forme di punizione, che escludano la battitura sulle natiche.
La battitura sulle natiche deve esser sempre eseguita da un insegnante maschio, scelto dalla direttrice. Egli, d’accordo con la direttrice, procederà alla somministrazione della battitura sulle natiche, secondo le modalità indicategli.
La battitura avverrà sempre sulle natiche denudate. Eccezionalmente, per mancanze particolarmente gravi, la direttrice potrà disporre la battitura su altre parti del corpo.
La punenda, vestita con l’uniforme del collegio, condotta nella stanza della punizione, seguirà alla lettera le istruzioni impartite dalla direttrice o dall’insegnante punitore, compresa la conta dei colpi, qualora ritenuta necessaria per maggior ammonimento.
Dopo esser state punite, le allieve rimarranno con le mani dietro la nuca e le natiche scoperte, finché non sarà loro detto di ricomporsi.
Qualora un’allieva rifiutasse la battitura per gravi motivi, essa verrà impartita dopo una settimana di clausura, di fronte a tutto il collegio ed il numero dei colpi già deciso sarà triplicato o quadruplicato, a giudizio della direttrice.
La punizione corporale può esser anche proposta, con acconce motivazioni, dal personale di servizio

Sono l’unico professore maschio in questo collegio. Esso accoglie una settantina d’allieve, dai 14 ai 20 anni, appartenenti alle migliori famiglie; vengono loro insegnate le materie umanistiche ed il comportamento; nonché il canto; soltanto alcune seguono il corso di pianoforte.
Io insegno storia. Il mio appartamento è proprio accanto alla “stanza delle punizioni”. Essa è abbastanza vasta, arredata con un tavolo, alcune poltrone, una panca di punizione, alcune sedie; alle pareti, sulle panoplie, sono conservati i vari strumenti di punizione: verghe, bacchette, palette, tutte numerate. Vi è anche uno staffile in cuoio, che però non ho mai usato finora. Una parete è completamente vuota; lì di fronte vanno a disporsi le punite, con le mani dietro la testa e le mutande calate. Se la direttrice lo ritiene opportuno, davanti a loro viene fatta sfilare tutta la classe d’appartenenza.
Soltanto una volta, sotto la mia gestione, un’allieva rifiutò la punizione corporale. Anzi mi si scagliò addosso, ferendomi leggermente. Fu rinchiusa nella cella buia in cantina per una settimana, a pane e acqua. Nel cortile, sfruttando la giornata fredda ma assolata, erano schierate tutte le classi, con le proprie insegnanti.
Sebbene ne abbia dimenticato il nome, ricordo ancora l’aspetto fisico della punenda. Alta, bionda con due trecce, 17-18 anni. Era accompagnata da due serventi; aveva soltanto una piccola mantelletta , aperta sul davanti, che le copriva la parte superiore del corpo. La sua pelle bianca stava diventando bluastra per il freddo. Piangeva. La legarono, per i polsi e per le caviglie, alla panca di punizione. Avrebbe dovuto subire, in origine, solo dieci colpi: gli ne avrei somministrati trentasei sulle natiche, più due bacchettate sulla schiena. Così aveva deciso la direttrice, però, data l’entità della battitura, l’aveva esonerata dal contare i colpi ed aveva concesso che potesse stringere fra i denti un pezzo di stoffa.
Avevo scelto una cinghia di cuoio, con le estremità separate come la lingua di un serpente.
Mi avvicino, stringo bene il manico dello strumento; le natiche della ragazza sono ben fatte, polpose. Abbatto la prima cinghiata. Il bacino si solleva, la testa si rovescia all’indietro, il mugolio si diffonde; sentendo il rumore dell’impatto del cuoio sulla carne, qualcuna delle allieve delle prime file ha chiuso gli occhi. Do altri nove colpi, partendo dalla distanza di circa un metro dal suo deretano. La punenda cerca di sollevarsi sui gomiti, per poi ricadere giù, sulla panca, schiacciandosi i prosperosi seni. Le sue natiche e parte delle cosce sono rosso fuoco. Passo d’altra parte. Noto che sta tremando, la sua pelle è aggrinzita per tutto il corpo come quella di una gallina. Sarà il freddo. Per gli ulteriori dieci colpi, adotto la stessa tecnica. Esce appena un po’ di sangue. Mi posiziono davanti a lei. Alza la testa a guardarmi, gli occhi pieni di lacrime. Tiro indietro il braccio e abbatto. Il movimento quasi mi sbilancia. Le due punte della cinghia vanno a colpire la sua natica destra. Quando ritiro lo strumento, la pelle presenta due piccole ferite. Proseguo così, alternativamente sulla natica destra e sulla natica sinistra, cercando di non cadere in avanti. Ormai il sangue, seppur in minima quantità, cola sulla panca. Per le ultimi sei frustate, faccio in modo che le allarghino le gambe: la colpisco all’interno delle cosce, che si arrossano, e di molto, pure loro! Ormai non ce la fa più…
Le viene tolto il bavaglio per premetterle di respirare più agevolmente: scuote la testa di qua e di là, facendo roteare le trecce.
Le do qualche attimo di pausa, mentre vado a prendere la bacchetta N.° 7, di medie dimensioni ma abbastanza lunga.
Le hanno tolto la mantella: anche le spalle della ragazza sono carnose. Le rimettono il bavaglio. Alzo il braccio, faccio in modo che sulla bacchetta si concentri tutta la mia forza. Il bamboo si abbatte sulla schiena adiposa con un rumore molto particolare. Nel ritirare la bacchetta, la faccio strusciare sulla pelle. La ragazza si inarca, facendo forza sui gomiti e sulle ginocchia, rimane così per tutto il tempo che impiego a passare dall’altra parte della panca della punizione. Appoggio la bacchetta sulla sua schiena, sto prendendo la mira. Alzo e calo; l’aria tersa fischia di nuovo. Ho colpito 5 centimetri più giù dell’altro. La ragazza si schianta sulla panca delle punizioni; i suoi seni, abbattendosi sul legno, fanno lo stesso rumore che la cinghia aveva fatto poco prima colpendole le natiche. Sembra svenuta: due strisce parallele rosse le segnano la schiena. Mi dirigo verso la direttrice. La ragazza viene slegata: ha la bava alla bocca, qualche conato di vomito, alcune leggere strisce di sangue le colano giù lungo le cosce. Fanno in modo che possa congiungere le mani dietro la testa ma devono sostenerla mentre ascolta la ramanzina della direttrice, che si conclude, come al solito, con l’obbligo di ringraziare. E’ appena udibile la sua voce, quando pronuncia a scatti e con lunghe pause “Grazie signora direttrice. Grazie Herr Professor.”

Culetto asiatico

9 luglio 2010

culetto

Racconti di sculacciate: Letter to home

8 luglio 2010

 

Ieri hanno punito quel giuggiolone di John Updike; era un sacco di tempo che Mr Ripley minacciava di frustarlo, se John avesse seguitato a farsi trovare impreparato e svogliato. Così, ieri, dopo avergli fatto l’ennesima domanda a cui John non ha saputo rispondere, Mr Ripley si è avvicinato alla parete, ne ha staccato la bacchetta, quella pesante, quella da adulti, l’ha agitata un po’ per l’aria e poi ha fissato John fisso negli occhi; quindi ha detto con voce severa “Così, non hai studiato nemmeno stavolta! Sai cosa ti capiterà. Vieni qui!”. John ha sospirato, ha agitato le spalle e si è presentato davanti a Mr Ripley, che si era messo la bacchetta sotto il braccio. “Preparati!” gli ha detto il maestro.

Come sai, John è ripetente: è il più grande fra noi tutti, ha quasi 16 anni; è alto e grosso, ma di fronte a Mr Ripley sembrava un agnellino. Ha abbassato la testa e si è calato i pantaloni, e subito dopo le mutande: è rimasto con il sedere nudo di fronte a tutta la classe. “Piegati!” gli ha detto il maestro, girandogli all’intorno fino a mettersi alle sue spalle.

Poi, Mr Ripley si è tolto la giacca e la ha appoggiata sul banco dove fino ad un attimo prima era seduto Updike. Ha impugnato per il manico la bacchetta, l’ha messa parallela al pavimento, ha fatto perno sul tallone del piede destro, voltandosi leggermente, ha steso il braccio e lo ha lanciato.

Ho chiuso gli occhi sentendo il fischio, ma ho sentito pure il rumore che ha fatto la bacchetta sul sedere di John: quando ho riaperto gli occhi, ho visto una striscia rossa rossa attraversargli le natiche. Adesso il maestro ha portato il braccio davanti al proprio petto, in modo da avere la bacchetta a sinistra; è tornato a muovere i piedi e le gambe come prima, ma dalla parte opposta. John ha alzato la testa, quando la bacchetta gli ha disegnato un’altra striscia, poco sotto la prima.

E le strisce erano diventate sei, quando Mr Ripley ha messo la bacchetta lungo la propria gamba. Ho tirato un sospiro di sollievo, pensando che fosse finita. Invece ha detto a John “Girati, che da questa parte ho poco spazio!” John ha sollevato il busto e si è voltato verso di noi, ma senza staccare i piedi da terra: ho visto che le ginocchia gli si sono piegate per un attimo. E tutti noi abbiamo visto che il suo sesso era tutto raggrinzito, come una lumaca senza casa.

“Giù” gli ha ripetuto Mr Ripley, appoggiandosi con la schiena alla parete e impugnando la bacchetta a due mani; John ha evitato di guardarci chinando in avanti il busto, però le sue mani si sono strette sulle sue cosce, poco sopra il ginocchio. Dopo una rincorsa di quattro lunghi passi, Mr Ripley gli ha dato un’altra vergata, molto più forte delle altre.

Dai denti serrati di John è uscito un lamento lungo e lui si è spostato in avanti rischiando di cadere. Mr Ripley ha aspettato che John riprendesse l’equilibrio, prima di dargli un’altra bacchettata con lo stesso sistema. Stavolta , John è caduto in avanti, in ginocchio. “Alzati, non ho finito con te! Vedremo se imparerai a studiare” La voce del maestro era gelida. Appoggiandosi al bordo del proprio banco, John Updike si è rimesso in piedi: piangeva; aveva le lacrime che gli cadevano lungo le guance e respirava a bocca aperta. Non solo ho chiuso gli occhi, ma ho pure girato la testa vedendo che il maestro si appoggiava di nuovo alla parete; così ho sentito con le orecchie il tonfo della bacchetta e l’urlo di John.

Anche Mr Ripley dev’essere rimasto sgomento; tra le palpebre socchiuse, ho visto che si avvicinava a John, gli ha passato delicatamente la mano aperta sul sedere, e se l’è asciugata, poi, sulla camicia del nostro compagno. “Non è molto- ha detto Mr Ripley- quando sarai un soldato, verrai ferito in modo ben più grave! Vatti a mettere faccia alla lavagna!” John, con il fiatone, a passettini si è avvicinato alla lavagna, voltandoci la schiena: così tutti abbiamo visto che qualche gocciolina di sangue gli colava lungo le cosce dal sedere rosso e nero, a strisce.

Il maestro gli faceva una domanda e, se John non sapeva rispondere, gli dava una vergata sul sedere ferito, non molto forte però: le domande furono dieci, e le bacchettate sette. A salvare il povero ragazzo, fu il suono della campanella.

Mr Ripley ha avuto una smorfia di contrarietà udendo quello squillante tintinnio; è andato a riagganciare la bacchetta alla parete, ho indossato la giacca, ci ha guardati biechi e ci ha detto “Nessuno osi aiutarlo! Dovrà rimanere così, con il sedere nudo e in mostra fino al mio rientro. E tornerò molto presto” Infatti, è tornato dopo nemmeno cinque minuti. Alcuni dei miei compagni hanno preso in giro il povero John, ma io non ne ho avuto il coraggio. Lui piangeva a singulti, e si massaggiava il posteriore. Gli hanno detto perfino che si stava comportando come una femminuccia, che ormai doveva esserci abituato alla bacchetta. John Updike li ha ignorati, non aveva neppure la forza di minacciarli, come faceva di solito verso i più piccoli.

Mr Ripley è apparso sulla porta e l’ha subito chiusa alle sue spalle; ha gettato uno sguardo alle nudità gonfie di John e gli ha detto di rivestirsi e di andare a sedersi al suo banco. John si è appena tirato su mutande e pantaloni, ma si è messo a sedere proprio sull’orlo della sedia. “La prossima ora vi parlerò di storia” ha detto Mr Ripley.

Punizioni in famiglia: Berny

7 luglio 2010

Ringraziamo Warold che ci invia questo racconto di sculacciate, molto bello.

Berny, studente di 19 anni, abitava in casa della rigida e severissima zia materna, una signora sempre impettita e dallo sguardo duro.
Accadde che durante un’estate le amiche di Berny erano tutte al mare, e lui si trovò solo, anche senza una compagna con cui divertirsi un pò, per cui si trovò a navigare in internet in cerca di una escort che lo facesse divertire. Berny aveva un fisico scultoreo per la sua età, agognato da molte ragazze pure più grandi, ma nonostante tutto la zia lo aveva educato con una ferrea disciplina, punendolo per ogni piccola cosa con sonore sculacciate e con clisteri qualora la mancanza fosse di maggior conto.
Di solito, dopo una ramanzina, lo faceva spogliare e lo metteva sulle sue ginocchia, intensificando la punizione qualora si accorgesse che il pene del ragazzo si inturgidiva.
Una volta lo aveva sorpreso a masturbarsi – era vietato senza revoche! – e gli somministrò, dopo una sculacciata, due supposte di glicerina.
Berny non sapeva che la zia controllava il suo pc e la posta in particolare, per cui un giorno di luglio la zia, nel corso di uno dei suoi soliti controlli rinvenne la mail con cui Berny si dava appuntamento con la escort per quel pomeriggio.
Visto che il ragazzo non era ancora in casa, la zia decise di aspettarlo per impartirgli un’adeguata punizione, stavolta non poteva sgrarrare, l’aveva commessa troppo grossa.
Quando Berny rientrò, la zia gli si parò davanti con fare furibondo.
- Berny, sei il solito porco, ma stavolta hai esagerato! Una escort…ma come ti salta in mente?!-
Gli assestò uno schiaffo in pieno viso senza nemmeno ascoltare la replica del nipote.
Lo prese per l’orecchio e gli frugò nella tasca degli shorts.
Estrasse un pacchetto aperto di preservativi.
- Direi che non ci sono scuse, ragazzo mio. Porco! -
Un altro schiaffo e Berny aveva quasi le lacrime agli occhi.
- Sai cosa ti aspetta, ma questa volta intensificherò la punizione. Adesso spogliati.-
Tremante, Berny maledisse dentro di sè la scappatella online e cominciò a spogliarsi, la zia lo guardava con le mani sui fianchi davanti al divano.
Berny rimase in boxer.
La zia gli gridò contro le peggio cose ingiungendogli di togliere anche quelli, così Berny si trovò nudo davanti alla zia.
Il pene gli pendeva ancora moscio tra le gambe.
La zia glielo afferrò stringendolo forte e sibilando:
- Lo sai cosa hai rischiato andando con quelle sciagurate?!-
Glielo scappellò con violenza e poi trascinò il ragazzo sopra le sue ginocchia.
Gli accarezzò il culetto sodo e divaricò le natiche, e partì una prima, fortissima sculacciata.
- Adesso ti impartirò una serie di trecento sculacciate, dopodichè vedrai!-
La sua mano pioveva con un ritmo indiavolato ma controllato sulle chiappe di Berny, che cominciarono a diventare sempre più rosse, mentre il nipote piangeva.
Il suo pene cominciò a ergersi durante le sculacciate, e la zia se ne accorse, ricoprendolo di insulti urlati ad alta voce.
Al trecenetisimo sculaccione, gli divaricò allo spasmo le chiappe e infilò nell’ano un termometro, nel mentre il cazzo del nipote tornò turgido come una lunga asta.
- Se non stai fermo, ti sciacquo l’arnese con l’aceto, dopo!-
Berny impallidì, la zia sapeva ricorrere a fantasiose quanto dolorosissime punizioni.
La zia infilò una mano tra le ginocchia e strinse le palle e il pene del ragazzo, scappellandolo – come usava fare durante le punizioni, e Berny odiava ciò – e poi estrasse il termometro.
- La tua libido è inguaribile, ragazzo mio. Ma so prendere provvedimenti adeguati.-
Fece alzare il nipote in piedi e lo squadrò da capo a piedi.
Il pene eretto si trovava a pochi centimetri dal viso della zia.
Gli tirò con forza i peli pubici e Berny gemette per il dolore.
- Anzitutto dobbiamo depilare questo boschetto!-
Rise e trascinò il ragazzo in bagno.
Berny tentava di protestare, ma la zia, implacabile, lo zittì con un potente schiaffo su una chiappa già bollente.
Aprì il rubinetto del bidet per far arrivare l’acqua calda e cominciò a insaponare le parti basse di Berny.
Nel fare, dava pizzicotti dolorosi alle parti basse del nipote, il glande, lo scroto…
Berny stringeva i denti.
Dopodichè, con mano sapiente, depilò interamente il pube del nipote; prese un asciugamano e lo ripulì con foga, scappellando il pisello per pulirlo bene.
Depilato, il cazzo eretto del nipote sembrava ancora più enorme.
- La punizione non finisce qua, porco monello.- sussurò la zia e lo portò in camera da letto, dove lo fece distendere con la pancia su una pila di cuscini, in modo che il sedere fosse meglio esposto.
Gli divaricò le chiappe e osservò:
- Non so se durante le tue esperienze di gigolò porcello tu ti sia imbattuto anche con ragazzi, in questo caso sarebbe peggio per te…-
Berny protestò, dicendo che gli piacevano solo le ragazze, ma la zia lo zittò con una sculacciata.
La zia andò a prendere la sacca di gomma per i clisteri dopo averla riempita con acqua bollente.
- Un bel clisterino placherà i tuoi fuochi -
Sculaccione, scappellata violenta e poi infilò senza grazia il tubicino del clistere nel deretano del nipote, lasciando che i due litri di acqua vi entrassero.
Berny gemeva e piangeva, disperato.
L’acqua bollente gli stava comprimendo le pareti dello stomaco, e la zia aggiungeva al supplizio anche sferzate sul sedere o ennesime, violente scappellate.
Terminato il clistere, la zia lo fece svuotare e poi lo fece distendere sul letto, a pancia in su.
Aveva in mano una pomata.
- Devi capire che lo faccio solo per il tuo bene, Berny. Dopo ti sculaccerò nuovamente, ma ora voglio applicarti un pò di questa crema speciale infiammatoria.-
Berny temette il peggio, la zia era una farmacista e inventava sovente simili trovate per punirlo.
Si sedette al suo fianco e gli prese in mano l’uccello in stato di semi-erezione.
Con l’altra mano si versò un pò di crema  – indossava guanti medici – e cominciò a spalmarla sul cazzo del nipote.
Questi sussultò, ma alla promessa della zia che si fosse ribellato avrebbe ricevuto un clistere al limone, cercò di trattenersi.
Pochi attimi dopo, la mano guantata della zia si trovò a spalmare la pomata su un cazzo eretto come non mai.
- Ti passerà la voglia, vedrai come brucia.-
E infatti, poco dopo Berny cominciò a gridare, il cazzo bruciava davvero, e la zia raddoppiò la dose, aumentando un terribile dolore.
Infine, mise via la crema terribile e osservò il cazzo ritto di Berny rosso come un peperone.
- Devi sapere che la vasellina fa reazione con questa mia crema duplicando il bruciore. -
Afferrò la scatolina aperta di preservativi sequestrati al nipote prima, e ne tirò fuori uno.
Lentamente, lo srotolò ad avvolgere tutta l’asta, e Berny sentì che il bruciore frizzava nuovamente.
La zia lo lasciò così e lo chiuse in camera.
Alla sera, per completare la sessione punitiva, gli impartì cento sculacciate e dopo una doccia gelata lo spedì a letto.
Durante la notte, Berny meditò che doveva fare qualcosa per ribellarsi alle tremende punizioni della zia, anche se non immaginava…
( CONTINUA)

La ragazza e la frusta, la voluttà del dolore

6 luglio 2010

Callimaco ci invia questo bel racconto di sculacciate, grazie a lui e a tutti coloro che contribuiscono al blog: ricordo che è molto semplice pubblicare un racconto, basta inviare una mail a sculacciata76@yahoo.it

Buona lettura!

La giovane donna era legata al palo nel cortile, le mani avvinte da una corda sottile, la vita nuda ad attendere la frusta, nel sole di un pomeriggio estivo, nella calura della campagna.

Lunghi capelli castani, alta statura, personale snello ingentilito dalla pienezza dei seni e dalle cosce tornite, una schiena magra, la pelle tesa per la posizione imposta.

La giovane era inquieta : la attendeva la fustigazione, per essere stata sorpresa a scambiare baci in intimità con un giovane che serviva alla fattoria. La disciplina era severa , a quei tempi, e la ragazza aveva assistito ad altre punizioni, ma non ne era mai stata destinataria.

Nel cortile era entrato il proprietario, con una frusta di cuoio in mano: cuoio scuro, pesante, impreziosito da alcuni nodini che lo ispessivano rendendo più bruciante il viaggio di dolore che dispensava con il suo crudele impegno.

Le altre ragazze, che attendevano l’inizio della punizione, ammutolirono : l’uomo, richiamata la colpa, enunciò la pena. Venti colpi, dalle spalle alla vita, e prese posizione, facendo sibilare più volte la frusta in aria, quasi a preparare il castigo.

La giovane sentì la paura, tese la schiena fino a stirarla, poi respirò a fondo : non fece a tempo a rilassare i muscoli che il cuoio cominciò a mordere.

Un dolore forte, intenso, quasi violento, ad ogni colpo che rigava la schiena elegante, accendendo strisce rosse sulla pelle dolce e fresca.

Un dolore che dopo pochi colpi si fece strazio, disegnando sulla pelle della giovane un labirinto di sofferenza, fino a solcarne le carni ed a farle leggermente sanguinare.

Era la lezione che l’uomo voleva impartire, ed i gemiti della ragazza ad ogni schiocco, i lamenti che accompagnavano i colpi, facendosi urla sul finire del castigo sembravano confermare che quella lezione era stata compresa.

Allo stesso modo, il contorcersi della giovane punita sotto i colpi di frusta, la pelle che si tendeva ad ogni bacio feroce del cuoio.

Tuttavia, un osservatore attento, e chi sferzava lo era, avrebbe visto che quel contorcersi sembrava una danza sotto i morsi del cuoio, che il busto nudo che le sferzate avvincevano sempre più al palo sembrava abbandonarsi ad un amore violento e dolente con il legno e con il cuoio, che la giovane, sconvolta da un castigo feroce era insieme attraversata da un’orgasmo inizialmente cauto e trattenuto, poi sempre più forte, quasi una trance erotica sviluppata dai baci della frusta.

La pelle avrebbe sofferto a lungo, di quei baci crudeli, ma il cuore ed i sensi li avrebbero ricordati a lungo : non solo e non tanto un castigo, quanto l’iniziazione ad un piacere mai conosciuto, ad una ricchezza dei sensi che l’avrebbe accompagnata nel suo cammino.