Archivio per febbraio, 2012

Sculacciate tra lesbiche

29 febbraio 2012


Un bel video di sculacciate tra lesbiche.

Fessee 23

28 febbraio 2012

“E’ una canna da cammelliere; me l’ha prestata la signora Brigitte, la moglie del farmacista. Fa assai male, dice: l’ha provata in qualche rara occasione. Sembra perfetta, per te!” Josephine non rinunciava mai a spiegare qualcosa: quindici anni d’insegnamento le aveva lasciato il segno addosso.
Mària guardò atterrita ed insieme attratta quella canna di durissima palma, lunga quasi la metà di quanto fosse alta la signorina che ora la stava impugnando. Mària non mosse un muscolo: da perfetta cameriera, aspettava gli ordini della padrona. E, da perfetta nobile, manteneva il sangue freddo: noblesse oblige!
“Devi essere completamente nuda, così come stavi nuda con lui. Ti pieghi in avanti, puoi appoggiare le mani e la testa sul puff, se vuoi stare più comoda – Josephine si concesse una risatina a quell’espressione che considerava spiritosa- e prepararti a soffrire, se vuoi seguitare a lavorare….”
Il corpo di Mària mostrava una certa pinguedine, poca cosa: un rotolino di grasso appena sotto l’ombelico, qualche protuberanza ai lati delle cosce, un filo di smagliature. Quanto facesse male la canna, lei lo sapeva già: un paio di volte, monsieur George aveva adoprato il proprio bastoncino da passeggio per sculacciarla. Aveva fatto piano, però un paio di urletti lei li aveva lanciati… e poi, si consolò Mària, la signorina Josephine era così minuta, così fragile, così piccola: non aveva di sicuro una gran forza, con quel fisico. Insomma, sarebbe stato sopportabile. Mària mise nella posizione indicatagli dalla signorina ma, prima, chiese il permesso di togliersi le scarpe (l’unico indumento che avesse addosso), aveva paura che il loro tacco, seppur basso, potesse alterare il proprio equilibrio: di tutto aveva bisogno, in quel momento, tranne che di prendere una storta alla caviglia.

“Occhio per occhio, dente per dente” la voce arrabbiata di Roxane quasi strideva. Non potevano farlo, non a lei! -si disse per l’ennesima volta Edwige Deveraux- lei era la donna più ricca del paese; sua madre li aveva sfamati tutti, durante la carestia dell’11, quando il grano bruciava prima di spuntare…Non potevano farle questo!!!!
Ed invece, lo fecero. Senza rimorsi e senza pietà. Le avevano messo un bavaglio, almeno quello di stoffa fine, perché non volevano che lei strillasse e gettasse nello scompiglio tutto il paese: sarebbe stata una cosa lunga. Lunga e dolorosa, per madame.
Margot ancora ricordava che cosa le aveva fatto la madre di quella donna, che adesso giaceva distesa sul tavolo, tutta nuda, con le gambe spalancate, le caviglie ben legate alle zampe di legno. Margot faceva la sarta, le forbici le sapeva usare. Tagliò rapidamente i folti peli del ventre di madame e poco importava se le due lame d’acciaio ne strapparono qualcuno. Roxane rimescolò la cera bianca nel vasetto, aiutandosi con uno straccio lo afferrò, alzandolo dalla fiamma su cui era stato fino ad allora e lentamente, con estrema lentezza, versò la cera bollente sul pube di madame: la tricotomia doveva esser perfetta, assolutamente perfetta! Il corpo di madame, ancora bello a dispetto dell’età avanzante, si arcuò come l’arco che sta sopra il portale della chiesa, il suo culo ricadde pesantemente sul piano di marmo del tavolino. Roxane contò mentalmente fino a cento; adesso la cera era ancora calda sì, ma maneggiabile: temperatura ideale per questa operazione. Ne afferrò il pezzetto, laddove aveva provveduto a posizionare quella linguetta di carta, nella parte più sensibile sotto le cosce e lo tirò verso l’alto, leggermente. Sì, veniva bene…Roxane strappò tirando verso di sé, in alto.

“Avrei voluto scrivere una bella frase sulle tue chiappe, ma non sono abbastanza abile con questo coso. Comunque, ti posso assicurare, sono ben incise: soltanto che le lettere sono rosse! Ih ih ih… Non ti ho mica ordinato di alzarti! Rimani giù così! Te lo devo spellare!” e Josephine fece, per la ventiseiesima volta, calare il frustino da cammelliere sulle natiche di Mària.

“Vedo che stai sudando – sembrava che Roxane stesse parlando del tempo meteorologico- pensa a quanto deve aver sudato la piccola Camille. Ecco, carina, a te!” e porse la pesante spazzola dai lunghi e fitti denti di acciaio nella mano protesa della “piccola” Camille. Madame Deveraux tornò ad arcuarsi. La spazzola, calata dalla cameriera di sua figlia, era arrivata a contatto con la sua cosina : i denti, sottili aghi, avevano lasciato la loro impronta, mille puntini sulla pelle glabra ed arrossata. “Dagliene esattamente il doppio di quante ne abbia date a te” insistette Roxane a Camille.
Madame riprese a sudare.

“Sessanta possono bastare, ti renderanno difficile sederti e sculettare, per un po’ di tempo. Alzati, che mi sono stancata. Mmmh, però non sei affatto male. Complimenti. Per avere quasi 40 anni, te li porti bene” La signorina Josephine era pure sarcastica, e stava appoggiata al frustino da cammelliere esattamente come Charlot stava appoggiato al proprio bastoncino, nel film che Mària aveva visto la domenica precedente, su in città. La donna russa sollevò il proprio corpo; aveva il desiderio fremente di massaggiarsi le natiche, ma non le avrebbe concesso questa soddisfazione mai: sapeva contenersi lei!

“Adesso, sistemiamo il posteriore! – Roxane sembrava divertita- con lei avevi usato la corda catramata; noi non siamo così raffinate, siamo molto più rustiche noi. Su le gambe!”. Margot e Camille avevano slegato le caviglie di madame Deveraux ma avevano seguitato a tenerle ben strette fra le braccia; adesso, sollevarono le gambe sempre più in alto, verso la testa della loro proprietaria, finché l’unico punto d’appoggio per lei sul tavolo, rimase la schiena. A madame si vedeva tutto, ma proprio tutto: le natiche e lo scuro foro centrale. La cinghia dalle pesanti borchie frustò l’aria ed arrivò al bersaglio. Margot e Camille faticarono non poco a trattenere le gambe di madame aperte e dritte. Lo schiocco si ripeté: un’altra chiazza rossa apparve sulla pelle nivea.

“Ti sei sgranchita? Adesso, rimettiti giù a quattro zampe. Come una cagna!” la punta del frustino ondeggiò minacciosa come un pendolo. Cagna a me? Ma chi si crede di essere, questa stronza? Queste cose Mària le pensò, ovviamente, in russo. Come statura e come peso, Mària era il doppio di Josephine, bastò un solo ceffone per mandare col sedere per terra quello scricciolo di ex insegnante. Troppo basita per reagire, l’ex insegnante si vide precipitare addosso quella montagna di carne nuda, si sentì rotolare come un giocattolino e si trovò con la guancia sul nudo pavimento, proprio accanto al frustino cadutole di mano e abbandonato. Tutto il peso di Mària le fu sopra, le grasse natiche gonfie poggiavano sulle scapole di Josephine, che faticava pure a respirare; la faccia della donnona russa rivolta verso i piedi della donnina sotto di lei. In un attimo, con malagrazia, Mària sollevò la gonna: apparve il sederino della sua ex padrona, coperto dalle coulottes. Non rimase coperto a lungo. Appena le mutandine furono calate, le mani di Mària cominciarono a battere quel tamburo di carne. Tutte le musiche della sua terra sconfinata contribuirono a comporre quella melodia.

“Oh, che strano: hanno portato pure un’altra che viene dallo stesso paesino. Ha tutta la schiena ustionata: dice che è caduta su un braciere acceso! Ci poteva stare attenta, visto che è pure incinta…il marito l’ha tirata subito su: un paio di medicazioni e la rispediamo a casa. Quanto a quell’altra, invece, è un’isterica: ha paura di tutto ed urla soltanto a vedere il camice bianco dell’infermiera…Una gran bella donna, per carità, ma deve avere qualche rotellina allentata…Ah, potresti aver ragione: potrebbe essere una porcona! Ci sono tante a cui piace farsi fare quelle cose…comunque, neppure lei è grave. Fra tre giorni, potrà esser dimessa. Ho sentito dire che in quel paesino, c’è un’infermiera, una ex infermiera, che è molto brava. Potrebbe esser lei a medicare la signora….” disse il medico del pronto soccorso al collega.

LA CONCLUSIONE NEL NUMERO VENTURO DI CHRONIQUES DE LA FESSEE
BK

Culetto rosso

27 febbraio 2012

Guardate come questa ragazza si fa arrossare il culetto a forza di sculacciate!

Fessee 22

25 febbraio 2012

“Mica sei stato molto delicato, ci sei andato forte!” constatò lei.
“Neppure tu ti sei risparmiata. Sembri piccola e fragile, ma ne hai di forza in quelle braccia” ammise lui.
“Quante me ne hai date?” chiese lei.
“Non lo so, non le ho contate. Pure tu, però, devi aver raggiunto il centinaio” commentò lui.
Stavano uno di fronte all’altra, distesi su un fianco per ovvi motivi, ed erano nudi. Lui allungò una mano dietro la nuca di lei e le spinse in avanti la testa, finché le loro labbra si toccarono. Si erano sculacciati di buona lena, reciprocamente. Per prima era toccato a Josephine: si era buttata bocconi sul letto. George l’aveva spogliata lentamente, proprio come piaceva tanto a lei; per ultime, erano state tolte le mutandine. Quando Josephine si era rialzata, George si era già calato tutto ed aveva sbottonato la camicia. Fu lui a distendersi sul letto e lei a metterglisi in piedi alle spalle, ed aveva alzato il braccio….

“Piccola vipera, vieni qui! Dammi la spazzola!” Madame spostò all’indietro il puff sul quale era seduta, senza nemmeno alzare il culo da esso. Camille eseguì prontamente: piazzò la propria testa proprio nel grembo della signora padrona, grembo a malapena coperto dal corto negligée. La ragazza spinse ben in alto il bacino; fu prodromo del piacere sentire le mani di madame sollevarle la gonna ed abbassarle le mutandine fini. Il dorso della spazzola era di peltro, intarsiato d’argento e, quindi, freddo. Diventò ben presto caldo, a seguito dei contatti, brevi ma frequenti, con la pelle serica. Frattanto, ben puntellando il busto con le braccia, Camille aveva afferrato il bordo delle mutande di madame con i denti e lo stava trascinando verso il basso; l’indumento non avrebbe percorso molta strada, data la posizione seduta della proprietaria, ma quel tanto che bastava a Camille: portare allo scoperto una porzione di carne e pelle; una porzione piccola, ma la più importante, forse, per certe femmine. E così fu. La spazzola colpiva sempre più veloce; la lingua di Camille si adeguava a quel ritmo, il corpo di madame si tendeva come un violino, tanto che le diventava difficoltoso maneggiare agevolmente la spazzola, sebbene, adesso, ne impugnasse il manico con sole due dita. Finalmente, Camille lo prese fra le labbra, piccolo bottoncino carneo, che si induriva sempre più. La rosea appendice orale lo circumnavigava, sfiorandone il perimetro. Camille ne appoggiò la base alla chiostra inferiore dei denti. E calò all’improvviso la mandibola.

“Come sarebbe a dire che non è tuo figlio? Io avuto rapporti soltanto con te, dopo che ti sei operato! Sì, è vero: ho fatto l’amore con Jean, te l’ho confessato e me lo hai fatto scontare a suon di cinghiate. Ma è acqua passata! Non lo vedo più, neanche gli parlo più! Devi credermi: quello che porto in grembo, è proprio tuo figlio! Quello che ti hanno detto i medici di allora? Possono essersi sbagliati, è passato tanto tempo! Si diceva in paese che l’asino del signor Moulin, dopo che glene avevano tolto uno, seguitava beatamente a spassaresela con le asine. Che???? Ripeti! Va bene: te la darò questa dimostrazione! Così avrai la certezza che sarà tuo figlio!” Pierrette abbassò il capo: era decisa a tutto, oramai. Anche a ….

Mària aveva gli occhi rossi e gonfi. Il signore l’aveva licenziata, così di colpo senza darle spiegazioni. Le aveva annunciato che lei non era più gradita, a casa sua. Tra otto giorni sarebbe potuta passare a prendere quello che le spettava! Pure la signorina Josephine le sembrava nervosa, quel pomeriggio. Eppure doveva dirglielo, sentiva il bisogno di esternare a qualcuno la propria delusione, la propria rabbia insino. Lei gli aveva dato tutto, nel vero senso della parola, e adesso lui le dava il benservito! “Signora, posso dirle una cosa?” chiese Mària, con grande rispetto, alla signorina Josephine.

“Si vede che nel gioco a tre, sono favorita. O più brava, chissà?- Arletty era trionfante- A proposito com’è che la tua Camille non ha potuto partecipare alla partita, oggi? … Spero si riprenda presto. Comunque, sei andata sotto di brutto!
Duemilanovecentoottantrè punti: sono quasi 3000. Siccome ho vinto io, arrotondiamo per eccesso. Sta bene anche a te, Margot? Bene! Camille, pancia sul tavolo!” Peccato che la claquette avesse un manico così corto che Arletty non poteva impugnarlo a due mani, ma anche con una mano sola sarebbe andato bene. Vibrò la prima sculacciata sul culo nudo ed esposto di Camille Deveraux.

La posizione era scomoda, ridicola ed anche infamante, per una dama del suo rango. D’accordo, ma mica poteva andare dal medico condotto: si trattava di cose troppo intime. Così si era decisa a recarsi da Roxane: quella curava tutti, come i missionari curavano i negri, qualunque malattia avessero. L’aveva fatta sedere sul piano di marmo del tavolo di cucina, mica su una comoda poltrona: sul tavolo di cucina! Le aveva fatto allargare le ginocchia ed aveva infilato la sua grossa testa sotto le gonne; con soddisfazione, Edwige Deveraux notò che pure Roxane aveva parecchi capelli bianchi. “Non è niente, appena un po’ arrossato: passerà con una leggera lavanda rinfrescante” sentenziò la ex infermiera tirando fuori la testa. Neppure le porse la mano per aiutarla a scendere, ma Edwige era ancora agile: fece un saltello e si rassettò l’elegante vestito. “Adesso passiamo alla cameriera di vostra figlia. Me l’avete portata apposta, no?” disse la donnona, stendendo un coperta di lana grigia sul piano del tavolo. “Signora Edwige, è meglio che voi non siate presente….” aggiunse, rigida ed autoritaria. Costretta ad uscire, mentre quella lì visitava la bastarda: che affronto! Tuttavia, madame Deveraux obbedì.

Lo dicevano tutti che la signorina Josephine ed il signor George erano legati da una liasion: era solare. Non è vero, non era la sua amante! Si, è vero qualche volta avevano fatto l’amore, ma rapidamente senza malizia. Lui insisteva tanto, era tanto triste. Lui faceva pena a Mària, era come se il suo bambino mai nato stesse chiedendole di succhiare il latte. E lei glielo aveva fatto succhiare. Mica solo il latte, in verità… No! Non poteva chiederle questo! Vero che lei aveva bisogno di lavorare, vero che, magari, aveva sbagliato ad assentire alle profferte, davvero insistenti, del signor George ma non poteva chiederle questo: ne andava della sua dignità. Era una contessa, in fin dei conti!! Mària fissò Josephine dritta negli occhi.

IL SEGUITO NEL NUMERO DI CHRONIQUES DE LA FESSEE IN EDICOLA DAL MESE VENTURO

BK

Una durissima punizione

24 febbraio 2012


Davvero una durissima punizione per il culetto di questo ragazza, non trovate?

Fumetto di sculacciata

23 febbraio 2012

Un altro fumetto di sculacciate segnalato da Nadine:











Fessee 21

22 febbraio 2012

“Ho chiuso!” annunciò trionfante, dopo aver deposto le sue carte sul tappeto verde, scoperte. “Dai su, facciamo i conti!” spronò la donna seduta alla sua destra. Rapido calcolo con la matita copiativa dalla punta inumidita “Sono 2580 punti per te, seconda Arletty che si salva, terza io con 846 punti di differenza ed ultima Camille, a ben 1120 punti” disse la ragazza, dopo aver effettuato somme e sottrazioni.
“Beh, allora che aspettate? Pagate!” e Camille si alzò dal tavolo, fremente; con mossa assai rapida, raccolse le carte sparse sul tappeto verde e le rimise nella raffinata scatola di legno intagliato.
Accidenti alla sfortuna, accidenti alla canasta del mercoledì, accidenti a lei e a quando aveva accettato di giocare!, pensò una furibonda Margot.
Camille stava aspettando, ansiosa. Margot si alzò con lentezza, scostò la sedia all’indietro con il polpaccio, si sciolse la cintura dei larghi pantaloni bianchi e li tirò giù, contemporaneamente alle mutandine; indi, si piegò con il busto sullo stesso tavolino da gioco che aveva appena visto la sua sconfitta.
“ 846 punti corrispondono ad 8, se non sbaglio. Si era detto una ogni cento punti, arrotondati per difetto” Camille Devereaux non aveva neppure terminato di parlare che abbatté la claquette sulla natica sinistra di Margot.

Poveraccio! Chissà cosa l’aveva spinto a tanto? pensò l’agente Roettiers, depositando il foglio del cablogramma sulla scrivania, già ingombra di fogli. Il solerte agente ritenne che fosse il caso di avvertire al più presto il sindaco. Charles Patin era un concittadino, anche se aveva lasciato il paese da più di due anni; avevano ritrovato il suo corpo lassù, nelle acque limacciose del grande fiume; non c’erano dubbi che si fosse suicidato, almeno così diceva il cablo: caso chiuso.
L’agente Roettiers si commosse, pensando a come l’avrebbe presa la signorina Roxane: lei era l’unica, forse, ad aver voluto bene a Charles….

“Adopera questa!” disse Roxane. “No, signora! Sono appena due ore che vi ho fatto il servizio…quello mensile che vi ha ordinato il medico di città: siete troppo debilitata! E questa è grossa, questa fa male, tanto male!” protestò Amèlie.
“Adopera questa! – ripeté la donna- o sarò io ad adoprarla su di te, per la prima volta in vita mia!” Inghiottendo la saliva che non aveva nella bocca secca, Amèlie prese la cintura che la padrona le porgeva. Era una cinghia alta, pesante, i buchi circondati da borchie di ferro, assai rilevate e dall’aspetto cattivo; e non aveva fibbia. Ad Amèlie faceva una certa impressione perfino stringerla in mano. Pur se l’aria era fresca, Roxane si era denudata completamente, aveva appoggiato le mani aperte al muro, aveva allargato i piedi nudi sul pavimento in cotto, aveva rivolto la faccia verso la domestica per farle le ultime raccomandazioni “Colpisci forte! Me lo merito. Te lo devo, Charles!” aveva gridato al vento e di nuovo era tornata a fissare il muro.

“L’hai fatto apposta, a perdere così disastrosamente l’ultima mano?” chiese Camille, massaggiando il culetto della sua cameriera arrossato dalla claquette. Camille non rispose, sospirò voluttuosa. Con il loro movimento concentrico, le mani della padroncina lasciarono le chiappe di Camille, senza abbandonare la pelle e passarono sui fianchi e poi sul pube. Scesero in basso, molto in basso, sempre massaggiando. La domestica mugulò. D’eccitazione.

“Siete tutta rossa, padrona. Perdonatemi, ma non ce la faccio più: soffrite troppo!” Amèlie butto a terra la cintura. Roxane si staccò dal muro: aveva gli occhi grondanti lacrime e non certo per il dolore fisico, almeno non solo per quello. Si sedette sullo sgabello, il contatto con il legno arrecò ulteriore fastidio alla pelle escoriata. “Lo avevano castrato, capisci? I turchi lo avevano castrato, dopo che lui aveva cercato di salvare una povera ragazza da una pena atroce ed infamante; lo avevano castrato come si fa con i cavalli! Lui me lo ha raccontato e piangeva, piangeva…ed io non ho saputo aiutarlo…” le mani di Roxane sollevarono i propri grossi seni “Raccoglila e colpisci qui!” ordinò ad Amèlie.

Non poteva vivere senza di lui! Se ne era accorta. Subito. Lo aveva apostrofato con termini tremendi, che nemmeno lei credeva di conoscere, lo aveva cacciato via. Non si doveva più permettere, non avrebbe mai più dovuto osare… ma, sbollita la rabbia, Josephine aveva riflettuto: aveva lasciato da parte l’orgoglio ferito ed aveva dato ascolto al cuore. Ed erano parole che non le piacevano affatto, quelle del sentimento; non le piacevano, ma lei pianse lo stesso. Lo spettro della solitudine, lo spettro della vecchiaia le comparvero davanti: Georges se ne era andato, era sparito dalla sua vita, avrebbe avuto altre donne. Lei non l’avrebbe permesso! Josephine portò all’orecchio la cornetta del telefono e batté rapida sulla forcella dell’apparecchio appeso al muro.

Maledizione, proprio adesso deve squillare! George si staccò dal corpo sodo e profumato di Mària e si avviò, arrabbiato, all’apparecchio telefonico che non la smetteva di emettere il suo fastidioso trillo. Mària richiuse i bordi del grembiule sul petto, si rassettò i capelli, scosse un paio di volte la testa, si aggiustò le mutandine ben in vita e seguì il proprio datore di lavoro, nel corridoio.

Un altro e un altro e un altro! Madame Deveraux sprizzava rabbia da ogni poro: i capelli bianchi stavano diventando troppi e si notavano troppo! Doveva correre subito ai ripari. “Camiiiillleeee!” gridò a voce alta, la bella Edwige.
Arrivarono entrambe, entrambe rosse in volto e discinte nel corpo; la domestica aveva perfino dimenticato di allacciarsi completamente il grembiule nero, nella concitazione di correre dalla padrona: la cintura calata delle mutandine lasciava intravedere qualche pelo bruno. L’altra Camille, la figlia di madame, invece aveva avuto il buon gusto di mettersi addosso una vestaglia, ma i capezzoli sembravano voler traforare la stoffa. Edwige le guardò bieca: lo stavano facendo, un’altra volta. Della serva non le importava niente, ma della figlia sì. Doveva sposarsi, metter su famiglia. Non poteva seguitarsi a scopare tutte le ragazze del paese e, soprattutto, la cameriera personale. Va bene, ci avrebbe pensato dopo alle vicende di sua figlia, adesso era più urgente l’altra cosa: “Preparami la tintura, svelta!” ordinò madame.

“Ti credi che forse io non sappia che ti sbatti la governante? Credi che io sia sorda e cieca? E dire che sono stata proprio io a mandartela! Mi prenderei a schiaffi per averlo fatto…oddio, che ho detto!” Josephine era praticamente in ginocchio davanti al suo George. “Non fraintendermi – si affrettò ad aggiungere- non intendevo questo. Però, se vuoi, sono disposta a tutto”. Lui la sollevò con dolcezza, le stampò un bacio sulla fronte, piegando appena la testa “Hai perfettamente ragione – disse- meritiamo entrambi una sonora punizione!”.

Pierrette fissò un’ultima volta il viso dell’ostetrica; non poteva credere alle sue orecchie: era incinta! Il sorriso su quel faccione piatto le diede la conferma. Un bambino, un bambino di Marcel. Chissà come sarebbe stato contento lui, quando lei glielo avesse detto al suo rientro a casa, venerdì.

Roxane si guardò allo specchio: i seni erano pieni di lividi, eppure Amèlie gliene aveva date soltanto quattro, nemmeno troppo forte. Era là sopra che Charles aveva poggiato la testa l’ultima volta che lo aveva visto, era giusto così. Roxane si infilò la maglietta; lo struscio della lana lungo la pelle irritata della schiena, le diede fastidio; lei strinse i denti. Appoggiandosi con una mano al bordo del lavandino, sollevò da terra una gamba per infilarla nelle mutande, fece altrettanto con l’altra gamba. Aveva un po’ di fiatone: sono troppo grassa e troppo vecchia! Si calzò ben bene l’indumento intimo. Benché fosse cotone, la stoffa le fece male ugualmente nel suo cammino verso i fianchi: le natiche dovevano essere ben irritate, constatò. Dopo aver indossato la sottogonna e la gonna, Roxane fu costretta a sedersi per calzare le scarpe basse: eh sì, le chiappe erano proprio dolenti!

“Ahia! – strillò madame- stai attenta con quella spazzola. E’ la terza volta che mi tiri i capelli. Se lo fai un’altra volta, giuro che te la faccio assaggiare sul culo, questa maledetta spazzola!” Gli occhi di Camille brillarono: non alla prossima, neppure alla successiva, ma alla terza o quarta passata di spazzola, avrebbe fatto in modo di incappare in un bel groviglio di capelli.

IL PROSSIMO MESE IN EDICOLA UN ALTRO NUMERO DI CHRONIQUES DE LA FESSEE!

BK

Fumetto di sculacciata

21 febbraio 2012

Questo fumetto di sculacciata ci è stato offerto dalla cara amica Nadine: buona visione!








Memorie di uno Spanker: Clelia

20 febbraio 2012

Questo racconto ci è stato regalato da Geronimo.
Per una migliore comprensione del racconto si suggerisce la lettura dei due precedenti episodi della serie Memorie di uno spanker: La mia dolce zia e Tristana.

Caddi in una profonda depressione. L’epilogo della storia con Tristana così drammatico e grottesco mi avevano segnato nel profondo. Quegli incubi che adesso si sono fatti molto rari a quel tempo erano invece piuttosto frequenti. Cominciai a trascurare il lavoro fino ad arrivare sull’orlo del licenziamento. I rapporti con clienti e colleghi si erano progressivamente rarefatti. Avevo continuamente la triste e irritante sensazione che mi parlassero alle spalle e che ridessero di me. Non so come, ma si era diffusa la voce della mia disavventura. Del rischio gravissimo che avevo corso di essere evirato, forse ucciso. Quegli idioti trovavano comica la situazione! avrei voluto vedere loro con l’uccello tagliato! Ma più che le risatine degli uomini mi infastidivano gli sguardi di compatimento delle due uniche colleghe dell’ ufficio. Mi sentivo svuotato. Ero solo, ero disgustato, anche da me stesso. Quando l’idea del suicidio cominciò ad affacciarsi sempre più frequentemente nella mia testa capìi di essere ad una svolta. Dovevo almeno provarci. E finalmente cominciai a curarmi. Il Direttore dell’Agenzia, che aveva imparato ad apprezzarmi prima che diventassi uno straccio d’uomo, mi propose un trasferimento presso la sede di **********. Era un declassamento, lo sapevo, ma avevo bisogno di stare tranquillo, di ritrovare me stesso. Accettai con rassegnazione ma tutto sommato ne fui in parte soddisfatto. La sede non era troppo lontana dalla casa degli zii e poi non sopportavo ormai, né l’ambiente dell’agenzia nè quasi tutti i colleghi. Gli avrei volentieri fracassati di pugni e bastonate.
Fu presso la nuova sede di lavoro che conobbi Clelia. La mattina, prima di prendere servizio, mi fermavo quasi tutti i giorni al bar d’angolo rispetto all’agenzia. Era un localino lindo e ben curato. Il caffè era buono. Consumavo il mio cappuccino bello schiumoso seduto ad un tavolino, sfogliando le poche pagine di cronaca nazionale ed internazionale del quotidiano locale oppure della “rosea” (n.d.a. La Gazzetta dello Sport). Al banco servivano due ragazze: Marta, di circa 19 – 20 anni, carina ma scontrosa che parlava, o meglio bofonchiava nel suo incomprensibile dialetto settentrionale e appunto Clelia, una giovane donna sui 25, 26 anni, non più carina dell’altra ma certo molto più socievole. Oh certo non era particolarmente espansiva ed aveva un atteggiamento alquanto riservato, ma era gentile, attenta alle esigenze della clientela, spiritosa al punto giusto. Due erano le qualità che mi avevano colpito al primo incontro e per la verità penso che colpissero qualunque avventore: Un sorriso radioso e accogliente che per 35 secondi mi riconciliava con la vita ed un bel paio di tette davvero notevoli che facevano un gran figurone mal protette com’erano dalla canotta aderente (Si era ormai a maggio inoltrato e quell’anno faceva particolarmente caldo).
Clelia non aveva nulla della bellezza conturbante di Tristana. Nei suoi grandi occhi castani potevo scorgere solo un velo di dolce malinconia; nulla a chè vedere con l’inquietante luce di follia che traspariva dai bellissimi occhi di Tristana. Eppure anche Clelia aveva il suo piccolo segreto. Ah, Le donne!.
Accadde un mercoledì o un giovedì?, beh, non importa. Mi trovavo al bar e leggevo i titoli del giornale sportivo molto critici verso la nazionale di calcio che si stava preparando a disputare i mondiali in Spagna, quando mi ricordai che dovevo telefonare alla zia. Avrei dovuto farlo la sera precedente ma me ne ero colpevolmente dimenticato. “Se non la chiamo domenica mi fa il culo nero” e sorrisi dentro di me ricordando di quando ero un ragazzino pestifero e la zia mi rincorreva brandendo il mestolo di legno. C’era un telefono a scatti poco dietro il bancone e decisi di approfittarne. Mentre aprivo la porta della cabina l’occhio mi cadde sul pianale d’angolo. C’era un volume con un segnalibro. Il titolo era “Le undicimila verghe” di Guillaume Apollinaire. Lo avevo letto un po’ di tempo prima. E’ un romanzo erotico dell’inizio del novecento contenente un vasto campionario di “perversioni” sessuali. Il tono generale è grottesco e surreale. Quà e la la lettura può risultare assai sgradevole, a tratti invece il testo è divertente. Curiosamente il segnalibro era posizionato tra due pagine che descrivevano una scena di sculacciate. Sfogliando il libricino notai che tutte le frasi che trattavano di sculaccioni e frustate sul sedere erano sottolineate. – Però, che gusti particolari che hanno le donzelle – pensai delle bariste. Non dissi nulla e feci la mia telefonata.
Il giorno dopo fui preso dalla curiosità di verificare se quel testo così piccante si trovasse ancora lì. Mi recai alla cabina con la scusa della telefonata e con mia grande sorpresa sul pianale non si trovava più “Le undicimila verghe” ma il “Delta di Venere” di Anais Nin. Per quel che ricordavo si trattava di una raccolta di racconti risalenti agli anni 20 -30 del novecento in cui era narrato un solo episodio di spanking. Sfogliai le pagine velocemente e trovai quel racconto. La scena delle sculacciate era sottolineata con l’evidenziatore giallo.
Ancora maggiore fu la sorpresa quando mi accorsi che in una busta di nailon sulla quale era appoggiato il libro c’erano un decina di albi a fumetti erotici tutti appartenenti alla serie “Isabella”.
Sfogliai anche questi e constatai che in mezzo alle avventure di genere “cappa e spada” erano inserite scenette saffiche e di sculacciate. – tre indizi fanno una prova” pensai, una delle due donzelle era una anima affine. Da molto tempo non pensavo a questo mio desiderio e inclinazione. Con il risveglio dei sensi dopo il lungo inverno del mio cuore e della mia mente si stava risvegliando anche questo aspetto della mia sessualità. Sperai tanto che fosse Clelia. Poi ebbi timore di non piacerle, che non fosse in realtà interessata a provare, in fondo non ci conoscevamo…e tutta una serie di congetture mi si affastellarono nel cervello. – E’ roba mia, cioè di mio…fratello – Clelia era comparsa all’improvviso. Mi tolse bruscamente la busta con una espressione imbarazzatissima. Le guance rosse come ciliegie. Mi scusai e le sorrisi – Tranquilla, ti capisco più di quanto non immagini – Da quel momento entrammo poco a poco in confidenza. Cominciammo a vederci anche fuori dall’orario di lavoro. Parlavamo di tutto e naturalmente anche di “quello”. Clelia aveva scoperto questa sua particolare inclinazione un po’ per volta. Non aveva avuto esperienze dirette in famiglia, ma si era resa conto che le scene di film in cui c’erano sculacciate o fustigazioni in genere, ma soprattutto le prime la impressionavano molto. La turbavano e l’attraevano allo stesso tempo. A quattordici anni la vista della copertina di un albo di Isabella l’aveva eccitata. Nell’immagine rappresentata l’eroina protagonista del fumetto impugnava una verga con il braccio alzato. Piegata su un letto a baldacchino una giovanetta con le gonne alzate mostrava un rotondo culetto tutto attraversato da strisce rosse. L’ espressione della punita era di paura e dolore. Clelia corse a casa e si masturbò nel bagno. Non aveva avuto ancora reali esperienze di spanking. Con l’ex fidanzato aveva fatto solo sesso “normale”. Dopo un mese che ci frequentavamo anche noi facemmo l’amore. La visione del suo culo a mandolino così roseo e appetitoso accrebbero il mio desiderio si strigliarlo a dovere ma resistetti. Mi limitai a baciarlo e mordicchiarlo.Volevo che Clelia si sentisse pronta. Poi accadde. Era l’ 11 luglio 1982. Mi trovavo a casa sua. La cugina Marta era fuori con amici. Avevamo deciso di guardare la finale della coppa del mondo di calcio insieme. – Propongo una scommessa – Disse con aria maliziosa mettendoci una pausa stuzzicante, la ragazza – Ovvero? – feci io – Se vince L’italia mi darai una bella sculacciata. E’ tanto che lo desideri. Se invece vince la Germania sarò io a dartele. Però tu mi sculaccerai solo cono le mani io invece userò la cintura – D’accordo – risposi – Però preparati a prenderne tante e a culo nudo. Sarò io a decidere quante ne dovrai prendere. Bada, sarò sordo ad ogni supplica.- Poi la storica partita ebbe inizio. La guardammo abbracciati come una fresca coppietta quali d’altra parte eravamo, ma con aspettative decisamente opposte. Quando Cabrini sbagliò il rigore nel primo tempo cominciai a temere per le mie chiappe. Avevo accettato la scommessa ma sono fonda mentalmente uno spanker. Insomma mi piace sbatacchiare i culi altrui ma sul prenderle sono assai meno entusiasta. Per fortuna, com’è noto, nel secondo tempo la gara prese un andamento favorevole ai colori italiani… ed al colore del mio culo. Al primo gol di Rossi Clelia cominiciò ad agitarsi ed a mordersi le unghie. Al secondo gol di Tardelli Clelia deglutì con una buffa espressione di preoccupazione che le faceva contrarre le guance. Al terzo gol di Altobelli mi rivolse uno sguardo implorante. Al fischio finale mentre tutti nelle case vicine gridavano di gioia e si riversavano in strada, Clelia era già stesa sulle mia ginocchia e implorava sommessamente di fare piano mentre le tiravo giù le mutandine fino all’altezza delle ginocchia. – Per favore, per favore, per fa…ah!, Ahi, ahi!, ahi!! La sculacciai con forza, lentamente, alternando le pacche sulle morbide collinette. Le mie manate avevano l’effetto di un terremoto sulle belle rotondità posteriori di Clelia. Poi accellerai. Una mitragliata di sculaccioni e poi una cadenza di nuovo lenta ma costante, di robusti schiaffoni. Il culo era rosso e caldissimo. La ragazza sgambettava in maniera deliziosa facendo scivolare le mutandine alle caviglie. “basta, ti prego, sob! Sob!, ti faccio quella cosa con la bocca che ti piace tanto ma non mi sculacciare più! – Sei una sporcacciona! Hai la passera tutta bagnata! Sei un lago! Ma ora ti faccio il culo nero a suon di sculaccioni . Prendi, prendi e prendi! E giù sculacciate sulle chiappe per la verità già molto provate. Andai avanti ancora un paio di minuti. Al termine della sculacciata Clelia mi guardò con la bocca umida e semiaperta, le guance rosee percorse da alcune lacrime. Snza tanti complimenti mi slacciai i calzoni e senza lasciarle il tempo di massaggiarsi un poco il povero deretano me la feci sedere sul pisello già turgido e in posizione di lancio. Venimmo rapidamente, quasi all’unisono. Più tardi Clelia mi confessò di aver sempre pensato che l’ Italia avrebbe vinto, In fondo ci sperava, però… chissà come sarebbe andata se l’esito della finale fosse stato un altro.
Non dimenticherò mai quella notte e quella partita. Non avremmo potuto festeggiare meglio la vittoria.
L’anno dopo Clelia divenne mia moglie.