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Lost in punishment, parte 4

30 Agosto 2010

Continua l’eccellente racconto di Arkano. Buona lettura a tutti.

 

RANDAL SAVAGE

(Avviso: Questo capitolo non contiene scene di sculaccuiate o punizioni)

 

Mi chiamo Randal Savage e sono un investigatore privato. In questo momento guardo sconsolato il motore dell’auto che ho noleggiato. Il cofano è aperto e il fumo che si leva in alto è nero e puzza di olio rancido. Non dovevo risparmiare andando da quel messicano con la faccia che aveva più crateri della luna e una pancia che portava a spasso come fosse un’altra persona.

Mi ha fregato e l’ha fatto con il sorriso sulla faccia, ammesso che quella ad allargarsi fosse la bocca e non una pustola più grande delle altre. La strada dove mi trovo è una lingua di asfalto bollente che taglia il New Mexico.

Non si vedono segni di civiltà e l’orizzonte sembra allontanarsi ad ogni sguardo. Prendo il cappello alla texana che proteggermi dal sole e il cellulare con le immagini satellitari che mi hanno condotto qui. Anche se non sembra, a pochi kilometri da qui dovrebbero esserci i resti di una vecchia base militare, chiusa, si dice, in seguito ad un esperimento nucleare sfuggito di mano all’esercito.

C’erano degli scienziati che lavoravano al progetto di una bomba atomica tascabile o qualcosa di simile. Ma io non so qua per fiutare un vecchio guaio del Pentagono, mi trovo in questo dannato deserto perchè è qui che troverò la ragazza che sto cercando.

Si chiama Margareth ed è sparita da casa due settimane fa. Non è scappata è stata rapita. I genitori sono convinti di si, soprattutto il padre un ex comandante dell’esercito. E’ stato lui a darmi le foto dei satelliti, immagini ottenute grazie a delle sue vecchie conoscenze. E così accomi qui in cerca dei fantasmi atomici di una base che dovrebbe essere stata cancellata dalla mappa e da google hearth ma che così non è.

Dò un calcio alla macchina giusto per rispettare un clichè, controllo che la pistola sia ben assicurata al fianco, insieme ai ferri del mestiere che mi ha fornito l’ex comandante. Una cesoia speciale per reticolati ostici e un taser ultrapotente che se caricato opportunamente non induce solo ad un sonnellino elettrico.

Inizio la mia marcia sotto il sole. Non mi piace il caldo, durante l’estate ho almeno tre ventilatori a farmi compagnia e in ufficio, quando non devo ricevere clienti, il mio look è una canottiera e un paio di mutande.

E anche così il sudore mi ricorpre in fretta e i miei vestiti diventano come la sindone in pochi minuti. Basta una manciata di passi per sentire l’asfalto attraverso le suole delle scarpe. Mi sposto dalla strada e mi infilo nella desolazione più assoluta.

Non ci sono neanche i cactus e gli avvoltoi, è solo una cartolina desertica, l’interno di una fornace piena di terra. La fronte mi si sta squagliando come fossi di cera. Gli aloni sulla canotta sono così larghi da sembrare chiazze di petrolio.

Guardo le immagini sul display del nokia e i segni rossi che indicano la direzione. Ad un certo punto questi diventano due x in prossimità di una linea grigia, un recinto di filo spinato che è a guardia dei segreti di questa landa senza vita.

Finalmente, in fondo, vedo luccicare le punte del filo spinato. Sono arrivato alla base. Stando al ex comandante qualcuno ha preso possesso delle vecchie strutture per nascondere delle attività illegali. Anche se non me l’ha detto il padre di Margareth stava indagando per conto suo su chi poteva aver fatto una cosa simile. Deve essersi esposto e i criminali per mandargli un messaggio hanno rapito sua figlia. La mia altra paura è che ci sia gente dell’esercito che copre il tutto. Ecco perchè il comandante ha bypassato le forze dell’ordine e i commilitoni per venire dritto nel mio buco e offrirmi la redenzione.

-Ai.

Brutta idea toccare il filo spinato. Sapevo che c’era l’elettrica ma volevo essere sicuro. Alzo lo sguardo e mi sforzo contro il sole per vedere quanto alto è il dannato muro metallico. Una bella protezione, attiva e letale per sconsigliare sguardi indiscreti e impedire a chi è oltre di scappare. Una prigione che non dovrebbe esistere e che è qui davanti ai miei occhi facendomi dubitare sempre più di essere l’uomo giusto per un caso simile.

Sono solo contro un’organizzazione le cui radici affondano dentro il governo del mio paese. Gente senza scrupoli che rapisce ragazze e che tira le fila di una serie di pericolose attività criminali.

Se fossi una persona con un briciolo di cervello funzionante, girerei i tacchi ma non lo sono e inoltre ho la chiave per entrare lì dentro. La pinza dovrebbe fare al caso mio. Adatta per ritagliarsi una discreta porticina, e passarci attraverso.

Una volta dentro il panorama è quello di prima, la terra sembra anche più arida. Guardo di nuovo le immagini che non mi sono più di grande aiuto.

Non ci sono edifici visibili, solo delle carcasse d’auto e una roulotte che stando alla linea rossa non dovrebbe distare più di un paio di miglia.

Quella è la mia prima tappa. Non dovrebbero esserci telecamere, sono sicuri di essere fuori dai radar e in effetti questi, nemmeno i più sofisticati, hanno percepito nell’ultimo periodo attività umane. Force c’è una specie di schermo anche se è un ipotesi da fantascienza. La mano è sempre vicina alla pistola mentre cammino. Mi fermo solo un attimo per prendere fiato, dalla mia bocca esce aria calda e ho l’impressione di aver mangiato un pezzo della terra.

Ancora un miglio abbondante e almeno troverò un po’ di riparo nella roulotte, magari anche del cibo o degli indizi per continuare la mia caccia a Margareth. C’è una piccola collina di sabbia che si alza come la gobba di un dromedario, ci salgo sopra a carponi e dall’altra parte compare come un insetto metallico seccato dal caldo, la roulotte.

Sono abbastanza vicino da vedere che c’è del movimento, una figura sta entrando ora nella casa viaggiante. Afferro il taser e scivolo giù dalla collinetta. Non so nemmeno dove trovo le forze per correre, probabilmente le mie gambe si muovono in quella direzione senza sforzo come se la curiosità di sapere chi diavolo è quella figura desse loro la carica.

In effetti mi sento un po’ come quei pupazzi con la chiave. All’inizio girano su stessi frenetici e corrono poi, man mano che l’energia scema, diminuiscono la velocità fino a fermarsi. Io ho il padre di tutti i fiatoni e il cuore che cerca di sfondare il petto come un poliziotto durante una retata quando arrivo vicino ad un palo metallico con un gancio che sembra disegnato da tanto è immobile.

Ed è allora che vedo i fori di proiettili sulla roulotte e trovo anche un bossolo esploso nel terreno. Poi attraverso uno degli oblò della roulotte, noto una ragazza che attraversa il piccolo occhio prima di sprire dove non ci sono finestre.

Non mi sembra una minaccia. Dovrei annunciare la mia presenza. Forse è un’altra vittima dell’organizzazione. Forse è Margareth? Sarebbe troppo facile e nel mio lavoro non c’è mai nulla di facile. Mi affianco alla porta metallica con la grossa maniglia, allungo la mano e la abbasso. Probabilmente da dentro la cosa non è sfuggita alla ragazza e infatti mentre cerco di aprire mi trovo dall’altra parte qualcuno che fa pressione perchè non ci riesca.

Sento strisciare un mobile da usare per bloccarmi. Grido.

-Ferma. Non voglio farti del male. Sono Randal Savage e faccio il detective privato di Chicago. Tu sei Margareth?

Per un attimo c’è silenzio poi una voce risponde.

-Non so chi è Margareth. E non mi fido di nessuno.

É chiaramente sconvolta da qualcosa, ha paura che possa farle del male.

-Di me ti puoi fidare. Ti tirerò fuori di qui. Ce ne andremo insieme. Lascia che entri.

Ancora attesa poi altro rumore e infine la porta si apre. La ragazza sulla soglia ha un fisico atletico, capelli rossi, un viso ad un tempo ingenuo e malizioso, come i suoi occhi che sono un po’ quelli di una gatta e di una giovane della porta accanto. Noto dei segni vicino all’ombelico. Mi vede e mi corre incontro e mi abbraccia. Io ricambio ed è così che mi sfila la pistola e me la punta contro.

-Mani in alto.

-Mettila giù, può partirti un colpo.

-Non sarà un incidente. So come usare un’arma. Mio padre è un cacciatore.

-Posso immaginare che sei sconvolta ma sono l’unico che sa che sei qui e che può tirarti fuori dai guai.

-Sconvolta? Sono stata rapita mentre lavoravo a Praga. Sono stata portata qui e un ragazzo con una maschera sadomaso mi ha punita e usata come schiava sessuale. Per non so quanti giorni sono rimasta completamente nuda, sono stata umiliata e se non ubbidivo alle sue richieste mi picchiava. E mi picchiava anche se ubbidivo perchè gli piaceva farlo.

E poi di colpo, dopo avermi frustata a sangue, sono arrivati dei tizi e l’hanno ucciso. Hanno fatto sparire il suo corpo.- parla tutto d’un fiato senza fermarsi tremando nella voce e nelle mani e in quelle dita troppo vicine al grilletto per non preoccuparmi.

-E’ tutto finito.

-Ho provato ad andarmene ma c’è un reticolato, ed è elettrico. Sono tornata qui ma non è più venuto nessuno. Perchè non mi riportano indietro? Ero materiale per desideri ma la persona che li voleva realizzati è morta, uccisa da chi gli ha permesso di trasformare la fantasia in realtà.

Cerco di avvicinarmi per calmarla e prendere l’arma ma il suo dito pizzica deciso il grilletto.

-Fermo o ti apro un buco in testa.

-Io non mi muovo ma tu faresti meglio a mettere giù l’arma. Sono qui perchè so che c’è una base nascosta in quest’area dove tengono una ragazza. Ora temo che la persona che sto cercando non sia l’unica vittima.

-Si fanno chiamare MATCH- dice e la canna adesso non trema più ma è sempre puntata all’altezza della mia fronte.

-Cos’è questa storia dei desideri?

-Non lo so ma sono dei bastardi e hanno i mezzi per fare quello che vogliono. E chi mi dice che tu non ti stai fingendo un detective ma che in realtà sei uno di loro.

-Come ti chiami? - provo un nuovo approccio.

-Non fare il gentile o mi fai incazzare di più. Ci metto un secondo a spararti. Sii convincente.

Abbasso un braccio rischiando molto, prendo la pinza e la lancio tra me e lei, in terra.

-Ho aperto il reticolato con quella. Ho anche delle foto di quest’area. Questi MATCH non sono invisibili come pensavano. Qualcuno si è accorto di loro. Dal satellite si vedeva la roulotte.

-Se si vedeva perchè non siete intervenuti, vi masturbavate guardandomi mentre uscivo nuda a stendere i panni o mentre mi frustava legata a quel dannato palo.

-Nessuno ha visto nulla. Non c’erano movimenti ne persone intorno alla roulotte, pensavamo fosse abbandonata. Metti giù l’arma e parliamo con calma.

Nei suoi occhi passa qualcosa, una scintilla non più di speranza ma di rassegnazione, mi consegna l’arma e poi dice.

-Mi chiamo Lila e se vuoi davvero aiutarmi c’è una cosa che puoi fare per me.

-Cosa?

-Devi sculacciarmi. Dopo essere stata prigioniera per così tanto tempo, dopo che la mia giornata tipo era scandita dalle punizioni, mi vergogno ad ammetterlo ma mi mancano. Mi mancano le sculacciate. Non ti chiedo niente di pesante. Ho la sindrome di Norimberga.

-Stoccolma. Si dice Stoccolma. Se ti fa piacere, se può aiutare a rilassarti lo farò però non ho mai sculacciato una ragazza, potrei sembrarti un po’ goffo, inadatto.

-Sculacciami e sii credibile, ordini secchi e colpi decisi. Ne ho bisogno.

-Va bene.- che richiesta folle, ma sono Randal Savage e questo è il mio mestiere e sono sempre pronto a prendere la situazione in mano.

Continua…

Racconto di sculacciate: Inflessibile disciplina

28 Agosto 2010

Il nostro carissimo amico Geronimo torna a pubblicare un racconto sul blog: buona lettura e grazie all’autore, bravissimo come sempre!

 Marta è in sottoveste nel soggiorno. Sotto è completamente nuda. Stà aspettando che il marito, Alessandro, giudice emerito del Tribunale di …..si sfili la grossa e pesante cinghia nera con  cui di lì a poco le sculaccerà duramente le candide natiche e la metà superiore delle cosce secondo i canoni della disciplina domestica a lei da tempo, anzi da sempre, dolorosamente noti. Il motivo per cui viene punita non ha nessuna importanza; è solo un pretesto. La verità è che al marito piace dargliele e a lei piace prenderle anche se odia il dolore e l’umiliazione. E’ contraddittorio? e allora? La vita è piena di contraddizioni e i meccanismi dell’eros restano alquanto misteriosi.
Alessandro è il padre che a Marta è sempre mancato. 50 anni, ben 23 in più della consorte; alto 1,85, sportivo, serio e inflessibile, nel lavoro come nella vita privata. Non ha occhi che per la graziosa mogliettina, impiegata nello stesso tribunale, ma nella sezione civile. Marta è alta 1,62,63 cm circa, è una falsa magra con un bel personalino, un bel visetto. Può passare inosservata alla prima occhiata, non alla seconda. Ad Alessandro piacque subito, e l’approfondimento della conoscenza della giovane donna gli fece capire che era lei che attendeva da sempre, l’unica giusta per lui.
Marta ha il vizio di fantasticare ad occhi aperti, non si accorge dell’ordine del marito che la invita a mettersi in posizione, il chè le costa due cinghiate perentorie sulle cosce.”-Ahii!. Scusa amore, ero distratta!-“ Marta, sei una sciocca, sempre distratta!, questo ti costerà altri 10 colpi, lo sai vero?-“
Marta aveva ripercorso in due secondi la propria vita: la grande severità della madre che l’aveva tirata su tutta da sola. La madre era stata un ufficiale tedesco di stanza alla base NATO che aveva abbandonato il servizio militare per amore del marito, ma l’uomo se n’era andato vigliaccamente lasciandole sole, lei e la piccola Marta di soli di tre anni. Era stata sempre una donna rigida, piena di risentimento e un po’ morbosa nell’applicare alla figlia una disciplina ferrea e inflessibile dove le punizioni corporali erano all’ordine del giorno. Quanti mestoli le aveva rotto sul culetto nudo! Non erano mancati scappellotti e ceffoni occasionali ma era sul povero sedere della figlia che si era sempre accanita. Quando aveva solo 15 anni cominciò ad utilizzare lo scudiscio e con un intensità e frequenza tale da costringere la ragazza a farsi esentare dalle ore di ginnastica per non dover mostrare nella doccia le proprie natiche  perennemente segnate e coperte di lividi. La madre era sessuofobica e le fustigazioni si fecero più dure quando Marta prese a frequentare i ragazzi.
In quei casi le dolci chiappe sanguinavano un po’  ma la ragazza non ne era particolarmente dispiaciuta, cominciò infatti a bagnarsi ogni volta che la madre la picchiava sul culo. Mentre le prendeva, in effetti, era solita ripensare alle scene di sesso con i ragazzi, ai bacetti che davano alle sue chiappe martoriate. Nessuno di loro la commiserò mai, anzi ci fù chi lodò sua madre, probabilmente gli sarebbe piaciuto applicarle lo stesso trattamento. Questi pensieri la ponevano in uno stato di eccitazione snervante che poteva soddisfare solo dopo che la mamma si era allontanata.
Nessun rapporto con quei giovanotti  fu però mai soddisfacente. All’età di 23 anni, poi, la madre si accorse che Marta lo faceva apposta di farsi frustare perché traeva piacere dalle punizioni. Disgustata, non la battè mai più.
Due anni dopo conobbe Alessandro, fu amore a prima vista. Scopavano come ricci, in ogni momento libero (pochi per la verità, soprattutto da parte di Alessandro a causa dei moltissimi impegni di lavoro). La grande confidenza e intimità che subito si creò nella coppia porto entrambi a conoscere profondamente le esigenze di ciascuno. Anche la mamma di Marta prese in simpatia il magistrato ed arrivò a mostrare orgogliosamente lo scudiscio con il quale aveva rigato per anni il fondoschiena della figlia. Si sposarono dopo nemmeno un anno di fidanzamento.
Tra i due si è creato un sottile e magico equilibrio che dura ormai da più di due anni. Alessandro la punisce e Marta accetta le punizioni senza bisogno di legarla. In ogni momento la donna può far cessare il castigo e può cambiare idea all’ultimo istante se non se la sente. Alessandro sculaccia duramente con le forti e grandi mani e con vari strumenti, ma soprattutto con la tradizionale,virile e domestica cintura dei pantaloni.
Marta ama prenderle sode e tante, dover piangere e supplicare clemenza, agitarsi senza però sottrarsi, gridare che non lo farà più, ammirare i segni del castigo sulle chiappe rotonde e turgide che Alessandro adora, ama gli schiocchi degli sculaccioni e delle cintolate, il sibilo del frustino, starsene a culo nudo e passerina esposta in pose sovente oscene o umilianti. Ama soprattutto i propri umori che si liberano, i baci di Alessandro proprio lì, il suo bel cazzo che entra dentro di lei.
“Slasc! Ahia!” La prima cinghiata che accarezza energicamente i globi gemelli di Marta lasciando una striscia rosa carico la riporta alla realtà.  “Te le sei proprio meritate amore! –“ esclama Alessandro. “Si, caro, puniscimi, ma… è tutto qui quello che sai fare? Mia madre me le dava molto più forti!-“

Racconto di sculacciate: La punizione di Chiara

25 Agosto 2010

Diamo il benvenuto a Franx che invia il suo primo racconto! Grazie all’autore e buona lettura a tutti!

Mi presento: mi chiamo Chiara, ho 19 anni, e frequento l’ultimo anno di Liceo Classico.
Altezza media, magra, terza di reggiseno: sono una ragazza piuttosto normale, cresciuta in una famiglia molto “liberal”, dove non ho mai ricevuto nemmeno un buffetto, essendo una ragazza tralaltro molto responsabile.
Non è così invece per Francesca, la mia migliore amica, che oltre ad avere un certo caratterino, ha anche una particolare situazione familiare: dopo la morte del padre, la madre si è risposata con un uomo, Andrea, che fin da subito ha mostrato le sue doti educative con la allora bambina; con lo sbocciare dell’adolescenza di Francesca, e in particolare guarda caso di una sua quarta di reggiseno, le punizioni sono stranamente aumentate: Francesca è ora una ragazza con un fisico invidiabile, e le poche volte che l’ho sbirciato in biancheria,
Una sera i genitori della mia amica uscirono per un convegno, dove poi sarebbero rimasti a dormire: Francesca colse la palla al balzo, mi invitò da lei, e subito decidemmo di dirigersi alla discoteca.
E li iniziò la prima discussione, perchè lei voleva prendere la BMW del patrigno, mentre io reputavo più prudente andare con la sua Panda da neopatentata, ma con Francesca era impossibile discutere, non c’era verso.
Arrivati in discoteca, io andai subito dai nostri amici, mentre invece Francesca cominciò a ballare con un ragazzo mai visto prima, ed a un certo punto non la vidi più.
Quando la andai a cercare era sdraiata su un divanetto con il ragazzo, la mano di lui sotto la sua gonna, e quando la tirai per portarla via di lì, mi diede addirittura uno schiaffo!
Esterrefatta, uscii fuori di corsa, intenta ad andarmene con o senza di lei, quando mi raggiunse correndoe pregandola di perdonarla.
Accettai, se non altro perchè aveva la macchina, e poi volle a tutti i costi guidare, nonostante le mie insistenze, perchè sospettavo avesse bevuto.
Non guidava molto bene, e ovviamente accadde il peggio: tamponammo la macchina davanti a noi, e un ora dopo eravamo al commissariato.
Arrivò subito il suo patrigno, che essendo il medico del commissario, riuscì con molto scuse e ringraziamenti a farci uscire subito, e poi ci portò direttamente a casa.
Francesca era terrorizzata: era uscita senza il loro permesso e aveva distrutto la macchina sportiva del patrigno ubriaca, sapeva cosa l’attendeva, mentre io ero tranquilla, visto che non avevo bevuto, e avevo cercato di fermarla in tutte le sue stupidaggini.
Arrivati a casa, il patrigno ci fece sedere sul divano e cominciò la ramanzina: ” Ma siete matte? andare in quei postacci, e guidare ubriache, ma non temete, perchè la punizione di stasera supererà qualsiasi vostra aspettativa”
Io protestai: “Ma io cosa c’entro? Non volevo prendere la sua macchina, non ho bevuto, avrei voluto guidare io e se non fosse per me Francesca si starebbe ancora facendo sbattere da quel ragazzo! E lei non può punirmi! Se mi tocca la denuncio!”
Il patrigno guardò Francesca “Che ragazzo? Ci penseremo dopo. Comunque hai ragione, non ho l’autorità per punirti” Mi stupii molto “ma posso di sicuro punire Francesca”.
Così dicendo la prese sulle ginocchia e cominciò a sculacciarla sulla gonna, con colpi forti e veloci; Francesca mugolava dal dolore, cercando di resistere, io ero imbarazzata per la punizione impartita di fronte a me, ma ero anche eccitato dal vedere la mia amica in quella posizione di sottomissione, e d’altronde se lo meritava…
La punizione durò a lungo, troppo a lungo, finchè Francesca urlando chiese ” ti prego basta, non mi hai mai sculacciato così a lungo” “intanto questa è solo la prima delle parti in cui è divisa la tua punizione, poi lo devi chiedere alla tua amica Chiara quandov uole che questo finisca” le rispose lui.
Io ero incredula: “Cosa? ma che vuol dire?” “Vuol dire che fino a che non subirai anche tu la giusta punizione che meriti, Francesca può anche dire addio alle sedie per un mese” “Non intendo cedere ai suoi ricatti!” “Beh, le cose stanno cosi: non mi interessa sapere di chi è la colpa e di chi no, ve la dovete vedere tra voi, ma intanto io sculaccerò entrambe, oppure Francesca avrà una punizione decuplicata!”.
Io non sapevo che fare, quando Francesca, che continuava a subire i colpi del padre, urlò “Ti prego Chiara, aiutami, poi ce la vediamo tra noi, ma salvami da questo pazzo”
Io pensai “Al diavolo! qualche colpo sui jeans non dev’essere la fine del mondo, la sta massacrando, e poi almeno mi dovrà un favore”" e gli dissi “Okay, ci sto”.
Il patrigno non parve sorpreso. Mi prese sulle ginocchia, mi carezzò il sedere per un attimo, annuendo della sua rotondità, e cominciò la sculacciata; i primi colpi non mi parvero molto duri, faceva molto meno male di uno schiaffo, ma poi aumentò sia il ritmo sia la forza delle sculacciate e sentii un calore sul sedere che mi faceva sentire ogni singola sculacciata.
La sculacciata finì con io che mugolavo e mi dimenavo sotto i suoi colpi, incapace di restare ferma per il dolore. Con un ultimo poderoso sculaccione sulla chiappa destra, Andrea mi fece alzare.
Andò in bagno, prese una spazzola, e tornò nella stanza, squadrandoci “Bene, adesso vi voglio in mutande per la seconda parte” tuonò, battendosi la spazzola sul palmo della mano. Ancora una volta protestai “Cosa? Ha avuto la sua sculacciata, ora basta! E non ho intenzione di mettermi in mutande davanti a lei! ” “Cosa pensavi?” mi rispose lui “che la sculacciata fosse quella del bambino con la nonna, cinque sculaccioni e via? Povera piccola, fai tanto la dura, ma poi non riesci a resistere nemmeno a una piccola sessione con la mano. E quando proverai la spazzola? e la cinghia sul culetto nudo? E poi per colpa vostra ho rinunciato a una notte di sesso con la mia sexy mogliettina” aggiunge, fregandosene della presenza della figlia “le vostre nudità sono una magra consolazione” Ma Francesca non aveva nemmeno fatto caso alla squallida battuta, ricordando con un brivido le volte che aveva subito il morso della frusta sul suo sedere.
“Francesca, togliti subito la gonna, e piegati sul tavolo, gomiti sul piano e sedere in alto” la mia amica era riluttante a spogliarsi, ma il padre le ordinò “Ora!” e quando se la fece scivolare ai piedi, si scoprì che Francesca…non portava le mutandine.
Andrea era allibito “Cosa? Ma stiamo scherzando? Francesca, sei andata in discoteca senza mutande, o forse c’entra quel ragazzetto di cui si parlava prima” L’imbarazzo della mia amica rivelò subito la risposta, e il patrigno si girò verso di me “E tu bell’amica che sei, che lasci che questa scema si comporti come una mignotta! Per insegnarvi il senso di responsabilità reciproco, ogni volta che Francesca urlerà, saranno 5 colpi in più per te Chiara”, e detto questo cominciò a colpirla alternando le due chiappe, le quali erano ormai passate da rosa a rosso vivo.
Francesca resistette fino alla cinquantesima sculacciata, poi cacciò uno strillo in occasione di colpi particolarmente forti o mirati. Dopo il centesimo, urlava senza ritegno, mentre il patrigno, guardandomi soddisfatto, contava ad alta voce i numeri delle urla. Io ero furiosa: “Francesca ma che cazzo, io ti paro il culo e tu mi metti ancora di più nei guai! Cerca di contenerti!” “ahiiaaaaa Chiara non ce la faccio, scusa scusa ahiaaaaaa” “Diciassette, diciotto” contava Andrea, sornione. Io cercai di controllarmi, vedendo il godimento che la mia frustrazione provava nel patrigno e aggiunsi, gelida “Vorrà dire che dopo faremo i conti, nel vero senso della parola”.
Un brivido mi scosse il corpo. Mi sentivo dominatrice, nel vedere la faccia impaurita di Francesca alla mie parole, sapendo che avrei avuto il diritto di decidere sulla sua punizione, e di disporre a piacimento del suo corpo.
Andrea mi riportò alla realtà: “Togliti i pantaloni, spankee ribelle, e piegati a novanta gradi, gomiti sul tavolo” Mi tolsi i jeans, covando pensieri di vendetta anche sul patrigno di Francesca, che mi poggiò una mano sul sedere, palpandolo, e dando qualche sculacciata preliminare.
Di scatto mi abbassò le mutandine, e prima che mi voltassi disse “Volevo vedere il colore del tuo culetto, sai, per avere poi un confronto prima-dopo” dopo di che, iniziò a colpirmi con la spazzola, con forza e a ritmo elevato.
Non aveva niente a che vedere con la mano, la spazzola colpiva indescrivibilmente più forte, con una sensazione di bruciore che non mi sarei mai immaginata.
Il dolore era fortissimo, mentre il patrigno della mia amica mi colpiva su tutte le parti del fondoschiena, godendo di ogni singolo colpo e del controllo sul mio corpo, ma io, con una prova di orgoglio, resistetti e non urlai, mugolando solo versi di dolore.
Quando finì ero stremata, al limite della sopportazione, ma contenta di me stessa, e feci per andare, quando lui mi prese all’altezza del seno, afferrandone uno e palpando con vigore, e mi costrinse con la forza di nuovo piegata sul tavolo.
Alle mie parole di protesta lui spiegò “ti mancano quelle bonus, vediamo, 23 urli della tua cara amica, fanno 115 spazzolate supplementari” e aggiunse, con una punta di sadismo “Francesca, mettiti davanti a lei dall’altra parte del tavolo, e voglio che tu, Chiara,la guardi negli occhi, e dopo ogni colpo dica il numero dello sculaccione e  ringrazi la tua amica, dicendo “Grazie Francesca, per questa sculacciata”.
Io non volli dargliela vinta, così fissai intensamente negli occhi Francesca, pensando a quello che sarebbe successo dopo: non avevo più dubbi, mi sarei vendicata sulla mia amica nello stesso modo in cui lei stessa mi aveva procurato questo tormento.
Lei era in piedi davanti a me, nuda dalla vita in giù, e io fissavo il suo corpo nudo, il suo pube peloso, il suo seno prosperoso ancora coperto dal top scollato, pensando alle punizioni più soddisfacenti per attuare la mia vendetta.
E poi iniziarono le sculacciate, che furono di gran lunga peggiori della precedenti: Andrea aveva cambiato tecnica, ora dava ogni colpo distanziato dai precedenti, in modo da poter prendere piu slancio. Il dolore, ovviamente, era raddoppiato.
“Uno! Grazie Francesca, per questa sculacciata! Due! Grazie Francesca, per questa sculacciata! Tre! Grazie Francesca per questa sculacciata!”
Non ce la facevo più, e mi sostenevo solo grazie al pensiero che dopo ci sarei stata io, dall’altra parte, così resistetti fino al cinquantesimo, quando cominciai a piangere, per il dolore e lo sconforto. Andrea se ne accorse, e sadicamente aumentò la forza dei colpi, in un crescendo di urla.
Al centesimo si fermò, e disse “Forse gli ultimi 15 te li vuole dare Francesca”. Lei disse di no, ma il patrigno aggiunse “O questi 15, con forza, sulle chiappe di Chiara, o 30 frustate sulle tue. Decidi” Francesca mi guardò e disse “Scusa Chiara, ma 15 colpi di spazzolo sono un centesimo di 30 frustate con la cinghia”. Io ero senza parole per la vigliaccheria della mia amica. In quella situazione mi ci aveva messo lei!
“Bene Francesca, ora posizionati dietro di lei, e colpisci forte, e tu Chiara, devi ringraziarla e chiederne ancora di più forti”. Mi rendevo conto che era il suo nuovo giocattolo, la ventata di novità nelle sue punizioni, ma ogni mia ulteriore riflessione fu cancellata dal colpo di Francesca, che non era fortissimo, ma comunque si sentiva, e in più era dato da lei, la ragione per cui ero mezza nuda a 90 gradi! “Grazie Francesca, ti prego, colpiscimi più forte”. E andammo avanti così per altri 15.
Prima che mi rialzassi, Andrea mi abbassò le mutandine, per verificare le condizioni delle mie chiappette: erano rossissime, e mi bruciavano oltre ogni immaginazione.
Lo lasciai fare, ma invece di rialzarmele subito dopo, me le abbassò ai piedi, dicendo ” Per l’ultima parte della punizione non ti servono, anzi, comincia a toglierti maglietta e reggiseno, perchè vi voglio completamente nude. Ora!”
Io titubai, mentre Francesca si spogliava. Non l’avevo mai vista nuda. Il suo seno, una quarta abbondante, era ancora meglio di come mi ero immaginata, e capii perchè Francesca era la ragazza più desiderata della scuola: con la mia terza raggiunta per eufemismo, le mie erano sì più sode, ma non erano nemmeno lontanamente belle come le sue. Improvvisamente, tutti i miei pensieri di punizione si focalizzarono su esse, anche se non sapevo ancora come. Ma ci avrei pensato…
Intando Andrea si era tolto la cintura, e con un colpo sulle cosce mi ricordò che anche io dovevo togliermi qualcosa, cosi mi affrettai a sfilarmi la maglietta e slacciarmi il reggiseno, prima che colpisse ancora, magari sulla mia patatina scoperta.
Ora eravamo l’una di fianco a l’altra, due ragazze attraenti di 19 anni completamente nude, ma due tipo diversi: la bellezza morbida delle curve di Francesca, e il mio corpo longilineo; anche i due boschetti erano diversi, il mio più chiaro e curato del suo.
Andrea ci guardò, valutandoci “Sai Chiara, ho sempre suggerito a Francesca di curare di più la sua fighetta, ma si vede che ai ragazzi che rimorchia in discoteca va già bene così, ma di tette preferisco quelle della mia figliastra, anche se dopo un po’ cominciavo a stufarmi: è bello avere un po’ di carne fresca” disse ridendo, senza nascondere la sua eccitazione, che d’altronde era ben visibile all’altezza della patta.
“Sarò clemente, ve ne darò solo venti a testa, così almeno posso tornarmene da mia moglie, dopo tutto questo sculacciare…” Si avvicinò e prese Francesca di forza, la piegòa 90 gradi e disse “Non vi conviene urlare, e Francesca sa bene perchè” detto questo le poggiò una mano sulle tette e le diede la prima scudisciata. Francesca si morse le labbra per non urlare, e mi parve strano, visto che prima non si era fatta remore. Nemmeno quando ero io a pagare i suoi strilli!
Al secondo Francesca urlò, e io capii: il patrigno, subito dopo, le strizzò il seno, torcendo il capezzolo. Doveva fare un male cane.
La punizione di Francesca finalmente finì, con ulteriori suoi strilli, e ulteriori strizzate.
Poi toccò a me.
Andrea, guardando il mio sedere malmesso, disse “Chiara, vedo che tu stai molto peggio della mia figliastra, se tu vuoi possiamo fare che invece di venti te ne prendi solo dieci, e le altre dieci Francesca” La mia amica sbarrò gli occhi, io riflettei. Non volevo rovinarmi il divertimento per dopo, nè avere debiti con lei. Chiedi di riceverle tutte e venti, e subii il doloroso trattamento solo una volta, quando mi tradii sull’ultima. ” Strizzare le tue non è come farlo con quelle di Francesca”, osservò il patrigno, mettendo a confronto le rispettive dimensioni.
“Bene ragazze, è tutto, per stasera, io vi lascio qui a confrontarvi e discutere tra voi. Buona serata, e non passate troppo tempo sedute davanti alla televisione!” sghignazzò, prima di uscire.
Francesca allungò debolmente una mano verso il top, sfinita.
Non ti rivestire, la ammonii io. La sua notte era appena cominciata…

Franx

Nel caso in cui il racconto vi piaccia, e avessi buoni stimoli per andare avanti, ho messo in cantiere ulteriori tre racconti sullo stesso filone.
Questo era abbastanza classico, ma in seguito vorrei provare nuove cose, in particolare ovviamente un racconto sarà incentrato sulla punizione di Chiara a Francesca, come pronosticato abbastanza chiaramente, la punizione del patrigno riguardo la questione fidanzato, e infine la vendetta di Chiara sul patrigno.
Il primo lo vorrei trattare con tematiche lesbo, sempre riferite al tema “punizioni”, il secondo vorrei che fosse qualcosa di particolare, ho già in mente qualcosa, comunque la frizione erotica tra Francesca e il patrigno aumenterà, e forse ci sarà la stessa Chiara, ma non è detto, il terzo invece tratterà di questioni più di dominanza, anche se non ai limiti del sadomaso, che non apprezzo nella sua forma più dura e pura.
Se avete consigli o richieste, non avete che da apporli in calce al racconto. Grazie a tutti!

Racconti di sculacciata: Lost in Punischment, parte 3

18 Agosto 2010

Il mitico Arkano ci delizia continuando la sua saga di sculacciate. Potete leggere qui la prima parte e qui la seconda parte.

PART 3
LA VERITA’ FA MALE.

Il ragazzo afferra l’estremità della maschera e inizia a sfilarsela. Allenta le cerniere sui lati per riuscire a togliersela più rapidamente. Lentamente compare il suo viso, le parti che Lila non aveva mai visto. Guance secche come vecchie prugne, incassate nel viso. La bocca è l’emento più florido, le labbra sembrano pitturate con un rossetto vivo, contrastano nell’insieme di una faccia cadaverica. Si intravedono sotto la poca pelle le ossa. Anche il naso è poco più di una cartilagine. Sulla testa sventola mestamente come un drappo lacero un ciuffo biondo impomatato per tenere alta quella bandiera altrimenti afflosciata. Lila prova quasi pietà per lui. Lo fissa senza nemmeno accorgersi che lo sta consumando con lo sguardo. Indicandolo dice.
-Sei malato?
La risposta e una vergata sulla mano protesa, Lila la ritrae ci soffia sopra. Il nerd fa calare nuovamente la maschera sul viso e con la punta della stecca indica la porta del bagno.
-Entra e fai quello che devi fare - una pausa accompagnata da un colpo al sedere per farle velocizzare l’operazione - per tua informazione non sono un malato terminale. Non faccio questo perchè ho un mese di vita. Semplicemente sono più magro della media. Lo so sei abituata ai modelli, ai bei faccini. - Tira un lembo della maschera - Per questo la porto, non solo per seguire il copione del sadico.
Lila non dice più nulla, si è abituata a sedersi sul water scalcinato e lasciarsi andare senza più timidezze. All’inizio non era tanto la nudità, a cui le foto l’avevano già abituata, a bloccarla ma la consapevolezza di non avere nemmeno quei momenti per se, di essere sempre e costantemente osservata vagliata, punita, derisa e umigliata. Alla lunga quello che pesava come un macigno è diventato un sassolino. Al nerd piace vederla fare la pipì ma non gliel’hai detto. Era una delle cose che voleva che facesse nei siti, ma Lila che non ha avuto problemi a slinguazzare un dildo su una panchina pubblica, facendolo sparire dentro di se davanti ad una folla numerosa, non ha mai voluto concedere ai suoi fan qualche scena di pissing.

***

Il gancio oscilla nell’aria e sul metallo arrugginito rimbalzano i riverberi del sole. Lila distoglie lo sguardo dalla punta ricurva e tende in alto le braccia. Il nerd da dietro fa passare due giri di corda grezza intorno ai suoi polsi.
Li chiude con un nodo tirando con forza l’estremità. La canapa gratta la pelle della ragazza che lo guarda storto chiedendo almeno un po’ d’attenzione. Quando la corda è fissata al gancio sente i suoi piedi nudi sollevarsi per qualche cm da terra. Riesce a mantenere sul terreno solo le dita che annaspano nel tentativo di rimanere in contatto con l’erba bruciata. Nel muoversi scontra con un fianco il palo e sente il metallo che le brucia addosso. Il sole è più implacabile di sempre. Un’occhio di fuoco spalancato su di lei e sulle sue sofferenze.
40 frustate per sapere di trovarsi in mezzo al nulla. Non è andata come aveva previsto. Se Lila odia una cosa delle punizioni è l’attesa, il tempo che intercorre tra le minacce di rito e la prima frustata. L’idea del cuoio pesante sulla pelle nuda la terrorizza. Il nerd si prepara e lei, girata verso la roulotte. sente solo il doppio schiocco che scortica l’aria rendendola meno immobile. Poi l’unico sollievo dal caldo stagnante è portato dal sibilo della frusta. Lila grida e non l’aveva mai fatto dopo un colpo soltanto.
Gira la testa e vede lungo la spalla la striscia rossa che si allunga verso il centro della schiena.
-Fermati.-implora come se fosse la prima volta. Il nerd si accanisce ancora di più ma nei colpi non c’è la gioia, l’eccitazione che accompagnavano i martiri della ragazza, c’è la paura, l’angoscia che tutto sta per finire e che non ci sarà ad aspettarlo un arrivederci ma un addio. Frusta senza pietà per cancellare i cattivi pensieri e a mano a mano che la schiena, le terga, le gambe di Lila diventano un ordito rosso su cui i raggi del sole si accaniscono più della stessa frusta, un po’ dell’eccitazione passata riemerge e la chiavetta si gonfia ed esce dal rifugio di lattex che la soffocava. Lila perde il conto mentale delle frustate.
Le sembra di essere attaccata a quel palo da un’eternità, di essere nata lì. Teme che possa essere la sua tomba. Il sangue in alcuni punti, dove i nodini sono stati più implacabili, la bagna e scivola lungo le sue curve e si infila tra le cosce come un ruscello di montagna. Il suo corpo, preda di click feroci in internet, si muove convulso frenetico al ritmo della frusta in una lapdance sadica. E ogni volta che è spinta in avanti cercando di evitare i morsi peggiori, il palo arroventato la riporta in posizione, ad esporre la schiena e il sedere a quella dannata tigre dai denti di cuoio. Al 40esimo rintocco finisce e il nerd va da lei, la tira per i capelli, prima di toglierla dal gancio. Ricade in terra nuda e fustigata come una novella Justine.
Ma le sue disavventure della virtù sono solo all’inizio. Ha fatto una sola domanda e la risposta le è costata il ricamo di dolore che ha sulla pelle. Si guarda le braccia, le gambe, i segni che dalla schiena hanno lambito il petto e lo stomaco. Segue con le dita gli sfregi sul sedere come fosse l’opera di un’artista. -Sai già quale sarà la prossima domanda?- chiede arrotolando la frusta e puntandogliela contro.
-Mi stai ingannando, non risponderai mai sinceramente. E forse anche il fatto che poi mi libererai è un trucco, è un modo per farmi soffrire nello spirito oltre che nel corpo.- Avrebbe voluto dire questo ma non ne ha la forza, alza un braccio rigato e dice.
-Con chi hai stretto l’accordo per portarmi qui e torturarmi?
Questa volta non ci possono essere fraintendimenti. E’ diretta come una frustata. Il nerd sospira, allarga le braccia mentre il pistolino torna nella conchiglia come un piccolo paguro.
-Con uomini molto potenti. Possono far avverare i desideri o distruggerti la vita se non stai ai patti. Io non ho potuto rispettare l’accordo e adesso pagherò con la mia.-
Lila vuole di più e grida
-Chi diavolo sono? Ho il diritto di sapere chi mi ha rapito. Il tuo desiderio era possedermi ma chi ti ha permesso di realizzarlo?
-Si fanno chiamare MATCH, non so altro. Avevo i soldi per poter usufruire dei loro servizi. Non è semplice soddisfare le tue voglie ed è impossibile che la donna dei tuoi desideri finisca nelle tue braccia. - aspetta un attimo e poi dice con trasporto - Lila ho seguito la tua carriera dal primo servizio all’ultimo che hai fatto a Praga prima che ti portassero qui. So che hai frequentato l’università ma non ti sei mai laureata in ingegneria come volevano i tuoi genitori…-
-Sono onorata. Potevi contattarmi mandandomi un’ email, ho anche il mio blog e la pagina facebbok, invece di farmi rapire.- dice mentre il caldo fa friggere le ferite e lei si sente pizzicare in ogni punto come se dei granchi le strisciassero sulla pelle e affondassero le chele nel suo dolore.
-Ma adesso è tutto finito. Presto sarai libera.-
Guarda l’orologio, la lancetta grande luccica debolmente. Lo sa. E’ arrivata la sua ora, prima di quanto immaginava. Quell’orologio gli è stato dato dai MATCH. Gli ricordava il tempo che aveva e quello che rimaneva. Il tempo del suo desiderio. E adesso è scaduto. Da un momento all’altro tutto finirà. Non sa come e quando sente un ripetersi di click, di armi automatiche trasportato dall’aria capisce che lo aspetta un’ esecuzione classica. Lila non vede nemmeno chi spara ne da dove arrivano i colpi.
Si getta in terra, le mani sulle orecchie a cacciare quel suono terribile. I bossoli schizzano ovunque. Il nerd viene crivellato da almeno un centinaio di colpi. Due dita saltano nette dalla mano, un occhio viene perforato, una guancia bucata si sgonfia come un palloncino di carne sotto il lattex ormai a pezzi. Il petto è raggiunto dalla maggior parte dei proiettili.
A Lila, che solleva spaventata la testa, sembra che il ragazzo muoia al rallentatore come in un film con il sangue che crea arabeschi nell’aria e la caduta che lo separa dalla terra che sembra eterna. E poi di colpo l’incanto che aveva congelato la scena di morte si spezza e il corpo del nerd finisce sul suolo secco circondato da rivoli di sangue, da pozze rossastre che inumidiscono i ciuffi rachitici di erba. La faccia è coperta da pezzi di maschera, sangue colora di rosso la cerniera che lucica sotto il sole.Lila si avvicina e ha l’impressione che muova una mano verso di lei ma è solo il pensiero che possa succedere che la anima, proprio come in un film dove la vittima ha sempre il tempo per un’ultima parola o un’ultimo gesto.
L’occhio buono del ragazzo si chiude dietro la feritoia di plastica, l’altro è solo un orbita scavata dal mitra. Lila si alza con i polsi legati, nuda si guarda in giro. Non c’è nessuno. Adesso è libera ma è ancora più spaventata di prima.
Cammina a fatica verso la roulotte. La fiancata è coperta di fori e quando entra da questi trapela la luce del sole. Raggi sottili che creano all’interno una ragnatela di luce. Lila cerca qualcosa per tagliare le corde. L’hanno abbandonata lì perchè non hanno paura che dica qualcosa, sanno che la sua storia sarebbe folle per essere creduta. E lei, mentre afferra con le mani un coltello in cucina, ha solo voglia di fuggire, di lasciarsi tutto alle spalle. Una lacrima le solca la guancia. Piange per il nerd come se fosse stato il suo ragazzo. Nonostante tutte le umiliazioni il dolore, l’ultima terribile fustigazione, provava davvero qualcosa per lui. Non sa se è una domanda che si sta ponendo o ubn affermazione del cuore.
Adesso è morto, ucciso da chi l’aveva aiutato a realizzare la sua fantasia perversa. La corda cede dopo un po’ di pressione della lama i polsi le fanno male, se li massaggia. La prima cosa da fare è trovare dei vestiti. Cerca nell’armadio del ragazzo. Ci deve essere la roba che aveva quando è stata rapita anche se non ricorda bene com’era vestita in quel momento. Poteva anche essere stata nuda visto che è stata prelevata durante un servizio. Se non c’è niente da donna indosserà qualcosa di lui, magari è anche un modo per ricordarlo. Forse dovrebbe anche dargli una sepoltura ma è debole per le frustate e scavare nel terreno è l’ultima delle sue intenzioni. Trova un camicione e un paio di jeans. Si annoda il primo sopra l’ombelico scoprendolo insieme ad un paio di frustate. I Jeans le fanno male quando salgono a coprire il sedere a strisce. Sopporta. Ha bisogno di una cintura per chiuderli. C’è solo la corda, le fa attraversare i passanti come la cinta di un saio e poi la annoda davanti. Si infila un paio di scarpe ed esce. E qui scopre che quelli che si fanno chiamare MATHC non solo compaiono dal nulla per uccidere ma sanno anche far sparire i corpi come non fossero mai esistiti. Sul terreno non c’è più nemmeno il sangue del nerd, nessun segno che quello a cui ha assistito, fosse davvero avvenuto.
Guarda l’orizzonte incendiato, l’aria tremula come sopra ad un barbecue. Inizia a camminare verso la libertà ammesso che possa trovarla davvero in quello sperduto angolo di mondo.

Continua…

Racconti di sculacciata: Finalmente

16 Agosto 2010

Il ventre le bruciava da impazzire, il collare le dava un fastidio tormentoso, la lingua secca nella bocca riarsa, le braccia tese erano preda dei crampi, così come le gambe spalancate, gli occhi erano ridotti ad una fessura.
Povera bestiola! La guardavo soffrire ed in me montava la rabbia…verso mia moglie. Era stata lei ad insistere per far castrare Justine, la nostra gatta. Jo, mia moglie, diceva che Justine andava in amore, che il suo miagolio disturbava la signora del terzo piano. Al diavolo la signora del terzo piano e tutto il condominio! Perché l’uomo deve sempre disporre dei suoi animali? Perché non permettiamo più che la natura faccia il suo corso?
Feci una carezza a Justine: avrebbe capito che almeno uno dei suoi padroni, ammesso e non concesso che un gatto possa avere dei padroni, le era vicino, le voleva bene.
Mi sfogai con mia moglie, la sera stessa a cena ed iniziò l’ennesima lite fra me e lei. Il motivo, l’operazione subita da Justine, non mi sembrava affatto futile. Ci lasciammo immusoniti l’un l’altra.
Il veterinario aveva tolto i punti alla bestiola: era più vivace di prima; l’accarezzai a lungo, disteso sul letto accanto a lei e pareva gradire assai le mie coccole. A differenza di un’altra…femmina (lasciatemi passare l’eufemismo!).
Giuseppina è alta (si fa per dire) circa un metro e sessanta ed appena sovrappeso rispetto alla sua statura (si fa sempre per dire); ha una faccetta simpatica, questo sì, ed un discreto posteriore. I suoi pregi finiscono qui! Non vi faccio l’elenco dei suoi difetti, perché occorrerebbe troppo spazio.
Presi una decisione, niente affatto sofferta. Jo avrebbe pagato duramente per quello che aveva voluto far fare alla mia gatta! All’inizio, forse, le sarebbe pure piaciuto, ma alla fine avrebbe pianto calde lacrime.
A mia moglie piace esser sculacciata, di tanto in tanto; non è che sia proprio masochista, però ha un alto concetto del dolore catartico…e di quello che viene dopo il dolore suddetto. Dopo che aveva il culetto rosso rosso, voleva scopare. Ed io non sempre l’accontentavo. Per puro sadismo.
Ma quella sera avrebbe avuto una lezione con i fiocchi ed i controfiocchi! Mi presentai in camera sua (da qualche tempo dormivamo in camere separate, la spaziosità dell’appartamento, che ci aveva regalato mio suocero, lo permetteva).
Lei non stava dormendo: si era soltanto appisolata. Beh, si ridestò di soprassalto. Anche perché io avevo stretta in mano la bacchetta, quella con cui la sculacciavo prima che ci sposassimo, ed anche dopo il matrimonio se è per questo.
“Che vuoi fare?”, mi domandò con la voce ancora impastata. La colpii sul davanti delle cosce, che teneva sotto la leggera copertina. Strillò come doveva aver strillato Justine, sentendo l’ago della siringa penetrarle sotto la pelle.
“Ma sei matto?” a metà strada fra l’addolorata e la stupita era la sua voce. Jo è sempre stata una donna che non ha mai avuto il senso del ridicolo! “Sì, sì” le risposi sgranando gli occhi, come si dice facciano i pazzi. Volevo credesse che io credessi ch’ella credesse (e scusatemi la colta reminiscenza!). Abboccò con tutte le scarpe, che in quel momento non indossava. Scostò la copertina, si mise bocconi e fu lei stessa ad abbassarsi i pantaloni del pigiama: desiderava il solito giochino erotico.
Cinque anni di rugby, sia pure dilettantistico, nell’Inferno della Mischia mi avranno pur insegnato qualcosa! La mano sinistra aperta le calcò le reni, inchiodandole l’intero corpo al materasso, la destra afferrò la bacchetta più o meno alla metà della sua lunghezza e la kermesse ebbe inizio! Giuseppina pensava che volessi giocare, prodromo ai ludi erotici; scoprì la triste realtà per lei. Si agitò, strillò, maledisse, pianse ma non aveva alcuna possibilità di sfuggire al giusto castigo: ad ogni colpo, io alzavo appena di più il braccio. Il culo di mia moglie diventava sempre più rosso, sempre più striato, sempre più gonfio. Sembrava spuma di gelato di fragola variegato all’amarena, come tonalità di colore.
Era giunto il momento di rinunciare ai mezzi meccanici. Gettai la bacchetta, proprio in mezzo alla schiena di mia moglie e iniziai a sculacciarla. Pacche forti e ritmate: palmo aperto, e giù pesante. Jo smise di strillare, smise di agitarsi. Ma fu scossa da un pianto convulso. Con appena un filo di voce, mi chiese di smetterla, ché soffriva troppo, ché riteneva di non meritare un simile trattamento per una stupida gatta. Rinfocolò la mia rabbia. Credo, oggi ad anni di distanza, di avergliene dati almeno una trentina. Smisi soltanto perché non avevo alcuna voglia di mandarla in ospedale.
Quando mi andai a sedere nella mia poltrona, Justine mi si strofinò addosso riconoscente e mi leccò la mano.
Fu l’ultima volta che sculacciai Giuseppina.
Tre anni dopo, la Sacra Rota concesse l’annullamento del matrimonio. Tornai libero e Justine rimase con me.

Racconti di sculacciata: Lost in punishment, parte 2

14 Agosto 2010

 Seconda puntata del racconto del mitico Arkano. Buona lettura a tutti. Per chi l’avesse persa, la prima puntata è qui.

LOST IN PUNISHMENT  PART 2: ROULOTTE RUSSA

Quando apre gli occhi Lila spera di non sentire quel sapore in bocca. Ma come ogni mattina è lì ad accompagnarla al risveglio. Ha perso il conto di quanti giorni sono passati dalla prima volta che si è trovata a sputare in terra per liberarsi di quello schifo. Non sa quanto tempo è passato da quando la sua vita è cambiata. Prima era una modella del web e adesso è prigioniera in una roulotte con una targa russa mezza cancellata. E’ schiava di una specie di nerd sadico. Non l’ha mai visto in faccia. Ogni volta che va da lei per pretendere qualche favore sessuale disgustoso o picchiarla perchè ne ha rifiutato uno indossa un costume nero in lattice. Gli occhi sono dietro due cerniere socchiuse. L’unica parte libera dalla gomma è il suo pisellino grande come una chiavetta usb e le sue mani. Se c’è una cosa in cui è bravo, forse l’unica, è nel sculacciare. Le dà davvero forti e quelle dita che sembrerebbero in grado solo di masturbare o di premere tasti di un pc, colpiscono con cinquine davvero potenti. Si alza dal giaciglio scomodo. Un materasso e un cuscino con Hello Kitty. Lei odia Hello Kitty e se non fosse da pazzi penserebbe che dietro il suo rapimento c’è quel musino dolce. Un sorriso di gioia che nasconde un mondo d’orrore. Vorrebbe sapere perché è lì, ma ogni volta che prova a chiedere qualcosa al nerd il risultato sono 12 colpi con il cane all’altezza delle cosce. Gli ultimi stanno sbiadendo solo ora. Accende la luce dello stanzino e subito la sua immagine nuda si riflette nello specchio dal bordo dorato che è l’unico pezzo d’arredamento. Presto la porta si aprirà e arriverà il nerd per accompagnarla al bagno. Ha il tempo per guardare il suo riflesso. E la cosa che fissa di più è il suo sedere rigato dalle vergate. Quei segni che all’inizio erano il simbolo della sua condizione con il tempo hanno cominciato ad eccitarla, le piace sentire il suo corpo violato. E’ folle quello che sta pensando. Aveva letto qualcosa sulla sindrome di Norimberga secondo cui una vittima diventa dipendente dai suoi castighi. Prima era dipendente dalle suo foto, tonnellate di immagini in cui vestita significava che aveva il laccio per i capelli o una catenina in vita. Adesso non ha nemmeno quelle. La tiene sempre nuda e depilata. 24 ore su 24 anche quando escono dalla roulotte. Ma fuori a parte il catorcio russo arenato tra arbusti secchi e sterpaglia non c’è altro. Sa però che una fuga è impossibile, perché a circondare il perimetro c’è del filo spinato elettrificato. Una muraglia di metallo sfrigolante che si erge per parecchi metri come se si trovasse dentro una qualche zona militare abbandonata. Altre domande che non otterranno risposte. Il rumore dei cardini poco oliati la riporta al presente di un’altra giornata dove dovrà subire le attenzioni del suo “uomo”. Perchè ha pensato a lui in questi termini. Lui entra e nella destra tiene un cane spesso mezzo cm. Frusta l’aria con forza. Lila trema. Cos’ avrà mai combinato? Le sembrava di aver fatto un ottimo pompino della buonanotte. Ha ingoiato tutto sotto la minaccia della punizione. Se non l’avesse fatto non si sarebbe risvegliata con quel saporaccio in bocca, non avrebbe sputato per liberarsene.

-E’ il nostro ultimo giorno assieme.- dice con aria afflitta. La frusta si ferma.

-Vuol dire che mi libererai? - Lila tradisce la sua preoccupazione. Liberare è un termine così ambiguo nel campo dei rapimenti.

-Se hai paura che ti uccida, non lo farò. Sarai libera di tornare al tuo lavoro che adesso posso dirtelo ho sempre apprezzato moltissimo - continua e per la prima volta non usa voci contraffatte, ma la sua che è un po’ tremolante - Sei sempre stata nella mia top ten della masturbazione. Ultimamente prima che ti portassero qui eri un po’ scaduta, poche foto interessanti.

Lila non sa cosa dire, rimane in posizione, con le braccia lungo i fianchi, le gambe leggermente aperte, le labbra bene in fuori come fosse un giorno qualsiasi e non il suo ultimo.

-Sarò liberata ma non saprò mai chi sei, perché mi hai portata qui? Non lavori da solo. C’è un’organizzazione dietro a tutto questo - si guarda in giro in cerca di telecamere nascoste, di false pareti che però non ci sono, oppure solo solo nella sua testa che nei giorni di prigionia ha cavalcato parecchio sul terreno delle ipotesi più folli.

-Non è un reality. Non sei andata in onda a tua insaputa. Non è un modo dei siti di punirti per le tue mancanze e svogliatezze dell’ultimo periodo.

-Mi leggi nella mente? - chiede di botto Lila sempre su quell’attenti erotico che gonfia, nei limiti, l’usb che sbuca dal foro tra le gambe del nerd.

-Ho imparato a conoscerti bene. E’ un peccato che ci dobbiamo separare ma sapevo che sarebbe stata una cosa a tempo. Ho firmato un contratto e devo rispettarlo.

-Con chi? - Lila non sa trattenersi. Vuole la verità almeno uno scampolo per dare un senso alla sua prigionia.

-Puoi farmi tre domande ma te le dovrai guadagnare.

-Cosa devo fare padrone?- non c’è reverenza ma un po’ di sarcasmo.

Il tipo si avvicina e senza preavviso la fustiga sulle gambe. Il sarcasmo non gli piace. Lei si piega e trattiene un grido. Un segno rosso preciso si disegna sulla pelle come tracciato da un pennino invisibile.

-Cosa devo fare padrone? - questa volta il tono è giusto.

-Non ho molto tempo prima che vengano a prendermi. Puoi farmi le domande che hai sempre voluto pormi. Ma prima di ogni domanda un castigo, esponenziale nel numero dei colpi, nel tipo di strumento, nelle parti del corpo da colpire.

-Va bene - dice senza pensarci due volte. Non potrà essere peggio delle tantwe punizioni ricevute. E una volta l’ha fustigata sul seno e un’altra volta con lo strap in mezzo alle gambe. Lì non è piacevole ma può resistere.

-Pensa bene alle tue domande. Devono essere ben poste altrimenti tutto il tuo dolore sarà sprecato e otterrai solo un corpo ferito e la pelle che brucerà come nell’acido.

Le sue minacce le conosce bene però tra se pensa che questa volta il tono è diverso, non più crudele o sadico ma con una punta di rammarico come a dispiacersi di doverlo fare.

-La prima domanda è semplice, chi sei? Avrò il diritto di conoscere il tuo nome.

Detto questo si gira, afferra le caviglie, allarga le gambe e prepara il sedere per la punizione.

-Quanti colpi per la risposta?-

-50, la vuoi ancora, sei disposta a subire il triplo di ogni punizione sul tuo sedere delicato e nudo per sapere il mio nome. Puoi cambiare domanda se vuoi?

Lila abbassa la testa e lo vede nel ponte delle sue gambe che prepara il primo di 50 colpi. Vede le sue labbra fremere all’idea, sente le terga contrarsi e battere un po’ come i denti di una persona terrorizzata.

Cinquanta sono tanti. Troppi tutti assieme, senza sosta. Non c’è abbastanza sedere per tutti quei colpi. Non ce la farà mai. Non è ancora andata in bagno. Alza un braccio.

-Posso andare in bagno prima? L’unica volta che non l’avevo fatta è finita come ben sappiamo…-

-Vuoi ancora conoscere il mio nome? 50 colpi senza andare in bagno. 50 colpi adesso.

-Credo che passerò alla domanda di riserva.- dice e sospira. Ha avuto paura. Ne aveva il diritto. La verità è sempre qualcosa che si conquista a fatica, soffrendo, ma non così tanto.

-Posso andare in bagno?- richiede come la scolaretta che non ce la fa più.

-Prima la domanda?

Una semplice. La prima che le è venuta in mente quando si è trovata nella roulotte, quando è uscita e ha smarrito lo sguardo nel nulla assolato che le si parava davanti.

-Dove siamo?

-Te lo dirò ma dovrai sentire il morso della frusta, una vera fatta di cuoio, con le corregge che terminano in nodi robusti. Lo sentirai per trenta volte su tutto il corpo legata fuori, sotto il sole, ad un palo.

Non aveva mai usato la frusta, l’aveva minacciata più volte tenendola in mano ma non si era mai accanito contro di lei. Si morde le labbra e poi con un sibilo sottile dice:

-Accetto. Ma prima la risposta.

-Siamo in una vecchia base militare nel New Mexico. No non è quella degli alieni. Ora andiamo in bagno e poi ci sarà la fustigazione.

-Tutto qui? Una base militare. Potevo immaginarlo anche io che era una fottuta base militare.

-I colpi adesso sono 40 per aver urlato.

Lila vorrebbe scusarsi ma preferisce tacere, abbassare il capo e seguirlo verso il bagno. Prima di entrare nella piccola stanzetta dove c’è solo una doccia e un water scostato si gira. Sente il repiro pesante angosciato di lui attraverso il tessuto pesante della maschera. La cerniera si muove ad un lato della bocca lasciando intravedere le labbra rosse del ragazzo.

-Prima però togliti la maschera, voglio vederti in faccia, voglio vedere il tuo vero volto, il volto del mio carceriere e aguzzino.

 

Continua…

Racconti di sculacciata: LESSONLAST

13 Agosto 2010

“Non sono stata io!” urlò piangendo; lacrime di rabbia, di pura rabbia.

“Allora, dimostramelo!” la redarguii con severità ”Non c’eri che tu in casa, non hai fatto altro che rompermi i co…, le scatole, col dire che era brutto, anzi orrendo, che stonava con il resto dell’arredamento, eccetera eccetera. Adesso, torno a casa e lo trovo in mille pezzi! Lo sai quanto mi è costato? 100.000 lire! Ecco quanto costa, un calamaio originale del Settecento. Oltre tutto il tempo perso a cercarlo! Basta, non ti sopporto più! Ammetti di averlo rotto per rabbia, per gelosia, ti concedo pure per il tuo, deviato, senso estetico, ma non mi prendere in giro, negando l’evidenza!”

“E’ stato un incidente…- ammise sottovoce e fissandosi la punta delle ciabatte- l’ho urtato con il gomito….”

“Ma se non ci arrivi là sopra neppure salendo sulla scala! Fammi il piacere…”

“Dirò a papà se mi da i soldi e te ne compro un altro!”

“Non voglio l’elemosina né da te né da tuo padre! Ti dovrei frustare a sangue per punirti: l’hai fatto scientemente, con malignità, con…con…”

“Non ti azzardare a toccarmi ancora! Ti do un calcio nelle palle! Per quello che valgono, poi…”

Questo, cari lettori, l’antefatto.

Benchè sposati da 7 anni, o forse proprio per questo, gli scontri fra me e mia moglie erano sempre più frequenti; lei mi rinfacciava continuamente il fatto che spendevo gran parte del mio stipendio da insegnante in oggetti d’antiquariato, io mi ero stufato di fare il mantenuto coi soldi di mio suocero.

Ci tenemmo il broncio, stavolta per parecchie settimane. Già la nostra vita matrimoniale, privata, non era in linea coi canoni bigotti in condizione normale, figuriamoci dopo aver litigato. Uno di noi due doveva cedere, per forza. E fu mia moglie a cedere. La vena profonda di masochismo che scorreva dentro di lei, la convinse ad abbassare la cresta.

Me ne accorsi un pomeriggio di febbraio, tornando da scuola. Mia moglie era rientrata prima di me ed aveva avuto il tempo di abbigliarsi convenientemente ai suoi desideri. E di fare un’altra cosa, anche.

Camicetta bianca con golf grigio sopra, ma senza maniche; gonna rossa e calzettoni pesanti bianchi, ciabatte rossastre. Come da tempo succedeva, non mi salutò né mi disse una parola, al mio rientro. Fu solo quando mi vide seduto alla mia scrivania, che mi venne di fronte. Buttò la vecchia bacchetta sul piano di legno, con malagrazia. Alzai gli occhi da ciò che stavo leggendo e la guardai interrogativamente. Lei fece spallucce. Spostò la sedia che stava davanti alla scrivania, portandola quasi al centro della stanza, e vi si mise sopra, in ginocchio. Voleva che la frustassi, chiaramente. Era tanto tempo che non lo facevo. E io non avevo alcuna intenzione di farlo! Perché IO sono un vero sadico, fin nel midollo.

Jo si sollevò la gonna, dopo qualche secondo d’attesa e visto che non succedeva niente; sculettava, agitando il sederino di qua e di là: spettacolo perfino eccitante, per chi ama quel tipo di callipigie; ma io non facevo più parte di quella categoria di persone. Seguitai a fingere di leggere.

Si stancò, scese dalla sedia e mi venne vicino, ergendosi in tutto il suo quasi metro e sessanta di altezza. Mi paragonò agli animali più immondi e ripugnanti, avanzò dubbi sui miei genitori e sulla mia schiatta. Tacqui immobile. Lasciai che cuocesse nel suo brodo, perché la vendetta è un piatto che si mangia freddo: va tenuto a lungo nel freezer prima di gustarlo.

Frustandola, picchiandola, avrei fatto soltanto il suo gioco: avrei provocato in lei eccitazione, oltre alla sofferenza, e da questa una parvenza di piacere. E Jo non lo meritava! Fin troppo avevo ingoiato da lei…

Dopo questo episodio, non ci parlavamo più. Avevo una mezza intenzione di abbandonare il tetto coniugale, ma vi rinunciai. Tornavo a casa a dormire, ma consumavo la cena in quella di mia sorella. L’unico ambiente che frequantassi era il mio studio, dove avevo portato una brandina. Mio suocero arrivò perfino a minacciarmi. Resistetti come scoglio tra i marosi. La cosa andò avanti per un trimestre buono.

Fu il 20 aprile, un giovedì. Erano circa le 10 di sera, quando rientrai a casa. Jo stava davanti al televisore. Entrai nel mio studio e sulla scrivania faceva bella mostra di sé una cinghia. Una cinghia pesante. Era il suo modo di voler fare la pace. Ma era stata tanto vigliacca da toglierle la fibbia.

Fu silenziosa come una mosca sul velluto. Arrivò di soppiatto alle mie spalle. Ed era nuda, completamente nuda, escluse le ciabatte naturalmente. Fece il giro della scrivania, andò verso la libreria. Sul terzo ripiano, c’era un calamaio nuovo, benchè antico: un pezzo del tardo ‘600 olandese. Jo si mise di fronte alla libreria, le mani dietro la nuca, si rizzò sopra le dita dei piedi. Un colpo solo, una cinghiata sola ma la fece quasi cadere in avanti. Ci avevo messo tutta la mia notevole forza, tutta la mia rabbia; la cintura la tenevo doppia, ed anche così era lunga più di mezzo metro, il braccio molto in alto, accompagnato dalla potenza della spalla, come mi avevano insegnato quando giocavo a rugby. Lo schiocco che fece la cintura sulle natiche di Jo assomigliò al tuono di un temporale estivo. La striscia, proprio di traverso a quelle piccole natiche, di un rosso cupo: la pelle sembrava essersi alzata naturalmente.

Le mani di Jo corsero a massaggiarsi le chiappe. Tornai a sedermi. Lei girò la testa, gli occhi lacrimosi e mi fece “Beh?”

“Ne vorresti tante altre, così ti ecciti come una menade. Ma non te le darò! Possibile che non puoi avere una sessualità normale?” commentai.

“Senti chi parla!” il suo commento acido e salace; rifiutare le sue advances diventava sempre più arduo per me: mi si strofinava addosso, sempre ignuda come mamma l’aveva fatta tanti anni prima, e mi mordicchiava l’orecchio, le sue mani mi strofinavano il petto e, di colpo, la destra scese abbasso. Insomma, quando ci si mette, sembra proprio una gatta in calore. “Perché non ci prendiamo una gatta?”, le chiesi DOPO.

Racconti di sculacciate: il patrigno

5 Agosto 2010

Dopo una lunga assenza torna a regalarci un bel racconto di sculacciata il nostro amico Geronimo.
Grazie!

Barbara sapeva che Marco, il patrigno, non gliela avrebbe fatta passare liscia, oh no, proprio no. Gli aveva tassativamente proibito di frequentare quel balordo con l’anello al naso ma come al solito la ragazza, una graziosa biondina di 20 anni, magra, occhi grigio scuri, piccolo seno e belle gambe (e soprattutto un bel sedere rotondo e ancora sodo) se ne era infischiata bellamente. Quando aveva incrociato lo sguardo severo di Marco, in quel bar, mentre il suo ragazzo la palpava sfacciatamente, lei lo aveva guardato negli occhi sfidandolo; Marco se ne era andato senza fare scenate e facendo quasi finta di niente. Ora il patrigno e la ragazza si stanno di nuovo fissando l’uomo è seduto sulla sedia, sua madre è in piedi nell’angolo faccia al muro, la stretta gonna piegata all’insù, le mutande alle caviglie, il largo sedere e la metà superiore delle cosce tutte striate da lunghi segni in rilievo con tonalità che vanno dal rosso al blu e qua e là contrassegnate da puntini di color rosso carico proprio del sangue che imperla la cute. Il frustino con il quale la donna era stata fustigata era già stato riposto. Dall’angolo proviene un pianto sommesso.” Tua madre non ti ha controllato a dovere ed è stata punita ora tocca a te-“ Marco era sempre stato di poche parole e di molti fatti. Barbara non chiede perdono, non promette che non lo rifarà, sarebbe inutile, darebbe solo maggior piacere al suo patrigno nel punirla. Barbara sa che comunque finirà per supplicare, vuole solo rimandare quel momento il più a lungo possibile. La ragazza si avvicina in silenzio alla sedia, indossa un corto vestitino che lascia scoperte le belle gambe, un abbigliamento indecente secondo Marco che anche per questo vuole suonargliele.
Barbara sa cosa deve fare, e dall’età di 10 anni, quando Marco entrò nella sua vita che lo sa. Si piega il vestitino all’insù fino quasi all’altezza dell’ombelico. Per un attimo esita: scoprire l’ombelico e rivelare il recente piercing, con conseguente supplemento di cinghiate, o lasciarlo coperto? Barbara opta per la prima soluzione, il sesso comincia già a inumidirsi. Marco lo sa ma fa finta di niente. Barbara si cala le mutandine fino alle ginocchia poi si stende sulle ginocchia. Marco le blocca le gambe con la propria gamba sinistra Senza dire una parola fa partire il primo vigoroso sculaccione. La chiappetta destra rimbalza; poi tocca alla sinistra. Le manate sono forti quando impattano sulla carne soda ma morbida delle chiappe di Barbara. La mano piega leggermente al contatto con il sedere determinando un effetto schiaffo che rende le sculacciate ancora più dolorose. Barbara geme ma non piange anche se gli sculaccioni sono sempre più veloci e violenti. La passerina è fradicia ma la ragazza sa che purtroppo la punizione non si fermerà lì. Dopo circa 150 sculacciate, Marco fa rimettere in piedi la ragazza. Barbara ha gli occhi lucidi ma è l’odore intenso e il luccichio sulla peluria umida della fichetta della figliastra a rivelarne il reale stato d’animo. “- Sei la solita puttanella sfrontata, ma stavolta ti scortico viva!-“ Un attimo dopo la grossa cinta di cuoio marrone è saldamente impugnata dalla sua mano destra. Barbara si piega sullo schienale della sedia, il culo già molto rosso e indolenzito. Marco cerca di concentrarsi, la vista delle nudità della ragazza hanno un certo effetto su di lui in particolare a livello dell’inguine. La moglie è voltata non può e non vuole vedere la realtà . Barbara non è più una bambina, quelle punizioni hanno qualcosa di morboso e lo sanno tutti e tre. Marco comincia a cinghiare con forza, con cattiveria, quasi a voler scacciare il desiderio illecito ma è ovvio che in quel modo non fa che rinfocolarlo. Il bel culo nudo e indifeso di Barbara è segnato da strisce rosse sempre più fitte, sempre più scure. Ora piange e strilla. Al quarantesimo colpo ogni traccia di orgoglio è scomparsa supplica e impreca, “ Basta pietà, basta pietà , non lo vedrò mai più lo giuro! Cerca di divincolarsi ma Marco è robusto ed esperto sa come bloccarla e rendere le chiappe di barbara costantemente vulnerabili alle sue severe attenzioni.Vorrebbe coprirle di baci quelle natiche giovani e turgide e invece le massacra a cintate. Il povero culo è tutto tumefatto, quando la correzione finalmente termina. Marco non ha contato i colpi ma le cinghiate sono state almeno un centinaio. E’ sudato, ansimante, con un grosso rigonfiamento nei calzoni. “- Ora fila in Camera tua fino a nuovo ordine!-“ la ragazza si volta con il bel faccino solcato di lacrime., bacia la mano del patrigno, bacia le guance e poi fuggevolmente le labbra dell’uomo, le comprime con le proprie per un lungo interminabile secondo, poi fugge via.

Sculacciata dai blogger: Il sogno

4 Agosto 2010

Un bellissimo racconto della nostra amica Nadine…bentornata cara amica Nadine!

Ciao a tutti sono la me stessa immaginaria dei sogni, la mia vera me stessa si chiama Nadine, e tanto solare quanto monella, come vi ha descritto lei velocemente nel racconto dove va a Firenze per essere punita dai blogger viene punita dal controllore, ma praticamente non si capisce molto, per questo adesso ve lo rispiegherò io la Nadine immaginaria dentro di lei.

Inanzi tutto iniziamo col dire che nei sogni il dolore non lo senti ma invece esseri dell’inconscio lo sentiamo eccome. Anche se voi non ve ne accorgete. Ma adesso inizierò a narrarvi cosa successe nel sogno di quel pomeriggio.

Ero nella carrozza bella tranquilla, di fronte a me c’erano due ragazzi che parlavano del più e del meno, qualche volta mi lanciavano un’occhiata veloce ma niente di eccessivo, passarono circa 45 minuti, nei quali entrarono una coppietta di mezza età, una famiglia, due marocchini e infine un signore anziano con la moglie, la carrozza era strana, infatti tra l’ultima fila di sedili e la porta del vagone c’era circa 3 metri nei quali c’era situato uno sgabello e un ripiano, non capii a cosa servisse, anche se dentro di me mi sembrava una cosa normale come se conoscessi il perchè di tale cosa.

Mentre guardavo la sedia vidi un cartello appeso, ma mentre lo stavo per leggere mi sentii chiamare – signorina biglietto prego- mi girai davanti a me vidi un grosso tizio, un po sovrappeso barba incolta capelli corti un buon profumo uno sguardo severo,due occhialini neri, la divisa da controllore nera con i calzoni tenuti da una bella cinta di cuoio spessa, lo guardai poi cominciai a cercare il biglietto, tasca dietro del vestitino niente, borsetta niente, nel frattempo i ragazzi davanti a me che già sfoggiavano fieri il loro biglietto si lanciarono una strana occhiata, io presa un attimo dal panico con un timido sorrisetto cercai di scostare gli oggetti inutili dalla borsa, rovistai un momento nel borsellino, ma con mia immensa incredulità scoprii che non c’era, alzai il volto verso il controllore -hem credo di averlo perso, ma appena scendiamo lo faccio subito andata e ritorno giuro- lui comincio a ridere sarcasticamente – certo signorina il treno si fermerà e tutti noi aspetteremo che lei prenda il biglietto lo obliteri e torni in carrozza, e magari se vuole nel frattempo potrà approfittare della fermata per andare ai servizi che dice?- io abbassai il viso poi con voce preoccupata perchè non mi era mai successa una cosa simile – la prego l’avevo fatto ricordo di averlo timbrato e tutto ma non lo trovo – mi girai verso i ragazzi – voi non l’avete visto?- loro scossero il capo, mentre stavo per girarmi nuovamente verso il controllore notai il cartello appeso

“si informa la gentile clientela che chi non presenterà il biglietto obliterato in modo corretto, o risulterà non in possesso di tale verrà punito severamente con una sonora sculacciata prima, e dopo subirà una serie di cinghiate pari ai km dall’entrata nel treno alla discesa.”

io incredula ancora di più mi lasciai scappare -cooooosaaaaa- poi spaventata mi voltai verso il controllore – la prego non vorrà davvero…- lui mi guardò dall’alto in basso – si signorina questa è la legge quindi – si fermò iniziando a sfilarsi la cintura, a quel gesto severo e familiare per me, mi eccitai osservando la sua mano che slacciava la fibbia e dopo tirava la cinta sfilandola dai pantaloni, feci di tutto per non diventare un lago, il controllore con lo sguardo severo e fisso su di me finì di togliersela aspettando una mia mossa, io ero testa china rossa come un peperone, ero eccitata ma allo stesso momento sarei voluta sprofondare da qualche parte , negli occhi dei ragazzi che scorgevo da dietro i miei capelli che coprivano il mio viso basso trapelava eccitazione ed impazienza, e anche senza girarmi potevo dedurre che tutti i passeggeri del vagone provavano la stessa cosa, mi alzai cercando almeno di tenere un minimo di dignità senza comportarmi in modo infantile e stupido, lui prese il mio braccio con forza e decisione ma senza violenza ne procurandomi dolore, era severo ma non esagerava, la cosa mi tranquillizzò in un certo senso, anche se da quella stretta sicura potevo già capire da sola che il mio culetto sarebbe presto diventato viola.

Mi portò di fianco allo sgabello una volta li si sedette tranquillamente su di esso, voltandosi verso di me – signorina da dov’è partita e dove andava – io facendomi coraggio con un filo di voce – sono partita da la spezia ed ero diretta a Firenze smn – lui sorrise – sa quanto c’è di distanza?- io scossi il capo – ci sono 135 km in treno, quindi lei dovrà subire 135 cinghiate signorina – io cominciai a tremare, lui a quel punto posò la cinta su una mensola al fianco dello sgabello e si mise a sedere, mi prese il braccio e mi portò sulle sue ginocchia, il vagone era tutto in silenzio tutti osservavano la scena, ero imbarazzatissima, pensai solo alla fortuna che avevo ad avere la copertura dei capelli che scendevano coprendomi il viso rosso peperone.

Sentii la sua mano sinistra cingermi a mezza schiena schiacciandomi verso le sue ginocchia per tenermi ferma poi ciack ciack ciack, iniziai da subito a stringere i pugni e a trattenere gli urletti di dolore, la sua mano grossa era severa come temevo, dopo poco – la prego non così forte giuro che l’avevo con meee aiaaa- lui fece un sorriso sarcastico – certo signorina dicono tutti così se non voleva finire sulle mie ginocchia doveva pensarci prima signorina- e giù altri colpi severi, dopo poco sentii fermare il treno, giusto in tempo perchè lui mi tirasse su il vestitino celeste, misi una mano dietro per fermare il controllore ma mi bloccai all’istante quando sentii – signorina se non leva la sua mano e non la finisce di fare la bimba piccola gli leverò anche le mutandine così dopo potrà lamentarsi per qualcosa- a quella frase riportai nuovamente la mano a terra lasciandogli alzare il mio vestito, lui prese l’elastico delle mutandine e le tirò in modo da far entrare il tessuto fra i miei glutei e cosi lasciare la pelle senza difesa, il mio bellissimo sedere era esposto adesso agli sguardi di tutti, li sentivo su di esso eccitati e divertiti.

Mentre il controllore cominciò la sua opera sul mio culetto già rosso fuoco entrò nel vagone un gruppetto di giovani, tutti risero, tra i vari commenti sentii – guarda come le ha conciato il sedere è tutto rosso – un altro – guarda che bel culo – feci finta di non sentirli ma purtroppo iniziai a sentire la sua mano sulla mia pelle indifesa, ciack ciack i colpi iniziarono a cadere veloci e senza pietà, la sua grossa mano era molto severa, dopo pochi di quei colpi il mio corpo iniziò a tremare per i primi singhiozzi, lui non si fece scrupoli continuando l’opera,nel frattempo tutti avevano trovato posto ovviamente vicino allo “spettacolo”.

La sculacciata andò avanti per tre minuti che a me sembrarono infiniti, dovevo avere il culetto rosso peperone,si fermò lasciandomi lì ferma e in lacrime, una pacca sulla schiena mi fece capire che era l’ora di alzarsi, lo feci e restai accanto a lui testa china, mi prese il braccio girandomi per vedere la sua opera, si lasciò scappare un sorrisetto compiaciuto – bene signorina adesso le tocca ricevere le 135 cinghiate e poi potrà godersi il suo viaggio- io strinsi i pugni per non rispondergli.

Si diresse verso la mensola e prese la cinta – bene vediamo di raddrizzarti per bene, così la prossima volta vediamo se ti fai ritrovare senza biglietto – io abbassando lo sguardo con voce bassa e singhiozzante – la prego è stato molto severo ho capito la lezione, la scongiuro – lui mi guardò severo ed inflessibile – si pieghi. Mani al poggia piedi dello sgabello forza- io tremante eseguii l’ordine, le gambe mi tremavano vistosamente oramai, lui andò dietro di me e mi alzò il vestito, poso la sua mano sul mio sedere – ora vediamo di far diventare viola questo bellissimo culetto, se t’interessa saperlo sei la monella con il culetto più bello che ho sculacciato- io non dissi nulla anche se dentro di me lo volevo mandare a quel paese, sentii le risate del “pubblico” lui fece un mezzo passo indietro poi alzando il braccio – contale signorina così non perdo il conto- io mi girai ma come aprii la bocca per rispondere mi arrivò il primo colpo, non era fortissimo anche se faceva un male cane, il mio corpo si mosse in avanti, le mie mani rafforzarono la presa, strinsi i denti per non urlare poi con voce provata dal colpo appena subito – 1- lui sorrise, odiavo quel suo sorriso da superiore solo perchè mi stava sculacciando si sentiva in diritto di prendermi in giro? ma non gli volevo dare la soddisfazione di aumentare la mia punizione quindi ingoiai il rospo e continuai, le prime 50 cinghiate andarono avanti non particolarmente forti, anche se ognuna di esse lasciava un vivido segno rosso sul mio sedere già arrossato,a quel punto si fermò.

Sentii la sua mano percorrere il mio sedere seguendo i rigonfiamenti su di esso – signorina adesso inizierò a colpirti severamente quindi ti do un consiglio se vuoi urlare fallo pure, non ti preoccupare per loro se diranno qualcosa mi sa che finiranno al tuo posto- fece una pausa osservando le altre persone che si zittirono all’istante– non ti dico di urlare per mia soddisfazione personale ma perchè farlo ti servirà a sfogare la tua paura e lo stress accumulato durante la punizione, non ti ho detto nulla perchè prima ti ho sentita piangere dopo i primi colpi severi mentre ora ti trattieni e ti sforzi, quindi sentiti libera di urlare tanto ormai non ti serve a nulla vergognarti – io cominciai a tremare ancora di più poi con voce spaventata – mi colpirà più forte di come faceva adesso? Non riuscirò a resistere – lui rimettendosi in posizione – vuoi vedere invece che sapendo che ogni volta che ti scansi saranno 30 colpi in più ci starai?- io iniziai a piangere ancor prima del primo colpo severo sul mio sedere che non si fece attendere, il suo braccio disegnò una mezza luna in aria, la cinta colpi il mio sedere in modo duro e severo, la pelle già gonfia tremò al colpo, creando cerchi a partire dal punto dove avevo ricevuto il colpo come succede quando tiri un sasso in un lago, cercai di non urlare non gli volevo dare quella soddisfazione , soffrii in silenzio emettendo solo a bocca chiusa un – uuuu- prolungato ripresi fiato a fatica -51- lui puntandosi per tenere l’equilibrio - vedo che facciamo le dure vediamo quanto duri – detto ciò iniziò di nuovo, 52,53,54,55,56,57,58,59,60,61 fu allora che nel vagone riecheggiò il mio primo urlo, lui senza fare storie continuò, la cinghia attraversava le mie natiche colpendole con forza, adesso era tutto livido il mio sedere, ed io urlavo ad ogni colpo e piangevo disperata.

A 120 si fermò, io mi accasciai in terra priva di energie, non lo sentivo più dal male il sedere, il mio viso era rosso come un peperone e ormai non avevo più voce per quanto avevo urlato e pianto, dentro di me ero umiliata e a pezzi, ma sotto a tutto questo anche se non ci credevo c’era un pizzico di eccitazione, nessuno me ne aveva mai date così severamente, e ne mancavano ancora 15 e lui non poteva aver sbagliato il conto dato che fra le mie urla e le lacrime avevo scandito ogni sua cinghiata – signorina adesso rimettiti in posizione, però dopo ogni colpo oltre che contarli dovrai ringraziare dicendo 121 grazie signore sono pronta alla prossima cinghiata sia severo perchè mi merito la sua dura punizione- mi feci forza per tornare in posizione, le mie braccia appoggiate al poggia piedi dello sgabello tremavano come le mie gambe, passarono trenta secondi poi ciack la cinta mi colpì il sedere in modo severo urlai, poi dopo una decina di secondi con un grandissimo imbarazzo - 121 grazie signore sono pronta alla prossima cinghiata sia severo perchè mi merito la sua dura punizione- lui sorrise – brava signorina oltre alla più bella sei anche la più diligente ora continuerò fino alla fine te contali intesi?- io annuii a quel punto susseguirono 14 colpi severi seguiti prima dalle mie urla e il mio pianto poi dal numero di cinghiata e infine dalla frase umiliante -grazie signore sono pronta alla prossima cinghiata sia severo perchè mi merito la sua dura punizione- appena contai l’ultima caddi in terra, lui guardandomi – brava signorina hai scontato la tua punizione con un minimo di contegno e senza piagnucolare come una bambina isterica coprendoti o facendo altro, adesso ti do due minuti poi ti dovrai rialzare e mettere in posizione fino al tuo arrivo a Firenze, chiaramente dopo avermi ringraziato come si deve per aver provveduto alla tua punizione- io restai a terra per due minuti massaggiandomi il sedere viola, in alcuni punti affioravano piccole goccioline di sangue già secco.

Mi rialzai con fatica e raggiunsi il controllore poi con voce tremante ed imbarazzata – grazie signore per la punizione che mi ha somministrato oggi gli giuro che non succederà mai più- lui sorrise poi dandomi una pacca sulla testa e arruffandomi i capelli – lo credo bene signorina adesso fila là al finestrino culo verso il vagone, io eseguii gli ordini rassegnata, lui mi appese un cartello al collo con su scritto in 3 lingue “ se i gentili passeggeri verranno trovati senza biglietto gli saranno somministrate delle cinghiate pari ai km percorsi” poi mi fece poggiare i palmi al vetro e fu così messa in bella mostra con il sedere viola e le calde lacrime che rigavano il mio volto che arrivai a Firenze, passando prima attraverso 3 fermate dove ogni volta arrivavano nuove persone, ed ogni volta si fermavano chi dispiaciuto, chi eccitato chi felice, ad osservare il mio sedere punito, ma sentii risucchiarmi via, le immagini si fecero sempre più sbiadite capii che mi stavo svegliando.

Spero vi piaccia ricordatevi che è il sogno di un racconto inventato quindi lo so che lui dovrebbe cascare per gli sbalzi del treno, ma essendo per l’appunto un sogno non tutto succede come nella realtà un kissolo a tutti in anticipo