Archivio per la Categoria ‘Racconti’

Brenda e la capo reparto, parte 8

4 Febbraio 2012

Continua la saga di Giorgio, per chi avesse perso le puntate precedenti, ecco come trovarle:

Parte 1
Parte 2
Parte 3
Parte 4
Parte 5
Parte 6
Parte 7

La passeggiata durò tre ore, quando rientrarono si fecero tutte una doccia calda e poi l’ idromassaggio per rilassare tutti i muscoli e riattivare la circolazione.

Prima però riportarono nelle celle le ragazze ospiti della tenuta ogni padrona riaccompagnò la sua ragazza. Prima di farle rientrare, con la pompa vennero laVATI i loro piedi

La serata trascorse tranquilla e dopo cena si recarono come al solito per fare due chiacchiere e scambiarsi le loro impressioni sulla giornata e prendere il liquore della casa, come era consuetudine in biblioteca.

Successivamente, andarono al letto.

Il giorno successivo dopo la prima colazione, vennero visitate tutte le ragazze che facevano parte del personale di servizio nello studio delle proprietarie della tenuta.

Il tutto avvenne in una mezzora.

Terminate le visite e fatto riprendere servizio al personale, quando le tre amiche furono sole, il medico si rivolse alle due sorelle dicendo loro.

Vi faccio il il certificato per Brenda così facciamo prima, mando il tutto per via telematica.

Poi aggiunse, la vostra società quando chiude per ferie? Dal 31 di luglio e riapre il 1 di settembre.

Bene, voglio Brenda tutta per me per quel periodo, senza discutere, avvisatela!!!!!

Avvisatela lunedì quando riprenderà servizio da voi, non prima.

Come desidera signora dottoressa, dissero le due sorelle, scoppiando tutte e tre in una bella e fragorosa risata.

Verso le 11,00 si recarono in piscina per prendere il sole, come il giorno prima erano tutte completamente nude.

Verso le 12,30 si recarono nelle rispettive camere e si prepararono per il pranzo che venne servito alle 13,30 in punto.

Terminato il pranzo, venne dato ordine alla signora Antonella di far preparare sia Brenda che Brigitte, perché sarebbero ripartite tra poco con le gemelle.

Antonella avvisò poi le sue padrone che i vestiti delle due ragazze erano stati sistemati tutti piegati impeccabilmente nel sedile posteriore della loro BMV.

Bene, grazie Antonella, fai in modo che le ragazze siano alla nostra autovettura per le ora 16, 00 in punto.

arrivò il momento dei saluti, la dottoressa con le altre ragazze, partirono 15 minuti prima delle 16,00 mentre le altre ospiti lasciarono la tenuta alle 16,00 in punto.

Chi si recò loro ad alzare la sbarra, come avvenne per la dottoressa e le altre ragazze, fu la signora Antonella.

Brenda e Brigitte, vennero fatte rivestire prima di salire in vettura ed anche per le sorelle fu Antonella che ripeté il cerimoniale della sbarra.

Le due ragazze vennero accompagnate tutte e due sul luogo di lavoro per riprendere l’ autovettura e tornare a casa.

A Brenda fu detto di presentarsi alla solita ora in ufficio, ma di non recarsi alla sua solita stanza, ma direttamente nella stanza della capo reparto.

Il giorno seguente, si recò in ufficio vestita come voleva la sua capo, con un top a fascia bianco, una mini gonna nera plissettata sandali con il tacco a spillo con il laccetto alla caviglia e gambe completamente nude.

Come arrivò al piano, trovò la sua capo che era già nel suo studio e come la vide, le fece cenno di entrare.

Vieni, vieni Brenda, disse l’ altra donna rivolta alla ragazza ed una volta entrata le mostrò la sua nuova sistemazione.

La capo stava per comunicarle quello che aveva comunicato loro il medico il giorno prima, quando le squillò il telefonino, come vide che era la dottoressa, rispose immediatamente senza però far capire alla ragazza chi fosse.

Brenda sentì solo che l’ altra rispondeva alla persona con cui parlava semplicemente con un, va bene come desidera, sarà fatto non dubiti.

La giornata trascorse tranquilla, una normale giornata di lavoro.

Ed iniziò ad avvicinarsi il periodo delle ferie, la capo reparto rivolta alla sua segretaria le disse: dove pensi di andare quest’anno in ferie? Ma veramente ancora non ho deciso nulla e francamente non saprei proprio.

Allora lascia che faccia tutto io fu la risposta donna, fidati, ti organizzo io un mese di ferie che mi ringrazierai per tutto il resto della tua vita.

OK, signora, faccia lei, rispose la ragazza.

Bene, rispose l’ altra donna.

Dopo un paio di giorni, comunicò che aveva provveduto lei ad effettuare il tutto e che visto che era che doveva aveva acquistato il pacchetto turistico era l’ agenzia di una sua carissima amica, le era stato dato in omaggio con il fatto che era anche l’ agenzia della società! Rivolta a Brenda disse di portarsi solo un trolley con la roba che lei riteneva indispensabile e basta. Poi aggiunse: non fare domande, fidati e basta.

Racconti di sculacciata: Fessee 19

1 Febbraio 2012

FESSEE 19
Questa è la storia di Charles Patin.
Charles era orfano, sua madre morì nel darlo alla luce. Il padre fece di tutto per crescere bene quel ragazzino vivace, ma era un povero uomo solo. Lo affidò alla signorina Battel ed era questa che si occupava di sculacciare Charles durante le punizioni pubbliche. E non passava mese che Charles non si trovasse sulle ginocchia della signorina, seduta in circolo con le altre madri, giù al cortile del lavatoio e prendesse una sonora sculacciata sul sederino nudo.
Però, Charles un pregio ce lo aveva: studiava, studiava talmente tanto che il maestro Vales propose al padre di mandarlo in seminario. Non che avesse la vocazione, per carità, ma là dentro avrebbe potuto studiare a suo piacimento e pure gratuitamente. In seminario, Charles studiò ma la bacchetta del padre correttore esercitava spesso e volentieri il proprio compito sulle terga nude del ragazzo.
Ad ogni estate, Charles ritornava in paese per le vacanze. Tutti si stupivano, ogni anno, di quanto fosse cresciuto fisicamente e di quanto fosse cresciuta la sua cultura. Charles non si fece per niente prete, anzi si mise a lavorare: per anni diede lezioni private ai bambini più piccoli di lui, fece il garzone di bottega, digiunò parecchie volte. I soldi che prendeva gli servivano per l’università. Fu il primo dottore in legge che mai si fosse visto in paese. Fecero grande festa, quando ritornò: c’era perfino la banda musicale al gran completo. Il papà di Charles fu così contento di rivedere il figlio che gli venne un coccolone.
Però, in paese non c’erano molte occasioni di lavoro per un avvocato, e così Charles ripartì di nuovo, dato che ormai non aveva più nessuno là. Ogni tanto si faceva vivo, scrivendo qualche lettera alla signorina Battel: stava bene, gli affari andavano benino, si poteva contentare. Egli girava molto, scriveva, per tutta la Francia: un mese qua, un mese là. Finché all’inizio di giugno del 1924 ritornò al paese. Quanto cambiato da quel Charles che avevano salutato un decennio prima! Sembrava un vecchio, era stempiato ed i pochi capelli che gli rimanevano sul cranio erano bianchi. Per di più, un’orrenda cicatrice trasversale gli deturpava la faccia. Era stata una baionetta tedesca, spiegò lui. Non poteva esser stata una lama a fargliela, sentenziò il medico condotto: l’acciaio affilato non lascia quel tipo di cicatrice.
Charles andò ad abitare nella casa del padre, un po’ malandata per l’abbandono ma ancora in piedi. Chiamò una squadra di muratori per rimetterla in sesto. La casa di Charles era piccola, tre stanze più la cucina, il cesso sul ballatoio in comune con un’altra famiglia, quella di Marcel il carpentiere.
Questo e sua moglie, Pierrette dal naso rotto, aveva la camera da letto proprio in corrispondenza di quella dell’appartamento di Charles, li divideva una sola parete. E nelle sue lunghe insonni solitarie notti, Pierrette lo sentiva urlare come se quell’uomo avesse continuamente gli incubi.

“Lei si è comportato molto male. Va corretto attraverso la penitenza purificatrice. Si spogli!” diceva il Rettore. E Charles si toglieva la tonaca scura da seminarista, l’appoggiava ben ripiegata sul tavolino; si abbassava i mutandoni e si inchinava sull’inginocchiatoio. La lunga, forte bacchetta del padre correttore iniziava la sua opera. Mai meno di 50 e, talvolta, pure 100. Le natiche di Charles si riducevano in pezzi, cotte e rigate più di una bistecca alla griglia. Eppure, lui trovò la forza di sopportare, di resistere. Così come, tanti anni più tardi, aveva resistito in trincea, fra le bombe, fra i proiettili che fischiavano da tutte le parti, fino a quando non avevano deciso di spedire il suo reggimento al di là del mare, in Oriente.

“Ritengo che sia un’usanza barbara ed indecente! Trattare così dei bambini e per di più in pubblico, di fronte a tutti. Bisogna farla subito cessare! ” Charles era tanto arrabbiato che sbatté i pugni sul tavolo del sindaco. Non ottenne niente, naturalmente: quell’usanza barbara continuò, era tipica del paese. Così Charles si rivolse al Prefetto distrettuale ed ottenne ragione. Un’ordinanza proibì di sculacciare in pubblico i bambini. Ma rimase lettera morta. Ogni venerdì, le mamme si riunivano e proseguivano imperterrite questa gagliarda usanza.
Una sola persona non tolse il saluto a Charles: la signorina Roxane. A lei, ex infermiera crocerossina, faceva pena quell’uomo sfregiato e triste, perennemente arrabbiato. E poi, aveva una curiosità: che cosa gli aveva provocato quell’orrenda cicatrice in faccia? Sembrava come un cordone di carne, rilevato non inciso. Così la signorina Roxane rimase l’unica a frequentare quel mostro pazzoide.

Erano scesi giù dalle rocce, all’improvviso: fitti come l’erba, scuri come formiche. Il tenente era stato colpito tre volte, al petto e alla fronte. Il fucile di Charles si era inceppato, allora lui si era buttato faccia in terra, sperando, pregando che lo credessero morto. Lo sollevarono di peso, prendendolo per le ascelle e lo trascinarono via.

La signorina Roxane gli ricordava, chissà perché, sua madre, quella madre che non aveva mai conosciuto. Era abbastanza anziana ma non vecchia, abbondante di forme e molto molto protettiva; si diceva in giro che curasse piccole ferite, senza che si dovesse aspettare il mercoledì, quando in paese passava il medico condotto. Roxane e Charles si incontravano sempre pubblicamente, per non dar adito a maldicenze. La domenica mattina, quando quasi tutto il paese era a messa, loro due si sedevano nella saletta vuota del bistrot e chiacchieravano, dopo che il padrone aveva servito loro il caffè. Una mattina, dopo l’ennesima conversazione, Roxane si alzò di colpo e corse via dal locale, singhiozzando; Charles, invece, rimase seduto al tavolino, terreo come un morto.

Ridevano, ridevano mostrando i gialli denti marci sulle gengive rosse. E lui piangeva, piangeva come un vitello. Unico sopravvissuto della pattuglia, prigioniero di una tribù alleata dei Turchi in quell’inferno di sabbia e di rocce. Il culo gli andava a fuoco, si asciugò come poté il sangue che gli colava fra le cosce: avrebbe voluto un coltello, un qualsiasi cosa per mettere fine a quello scempio, per ammazzarsi dopo quello che gli avevano fatto. Voleva morire. Ma non morì. Il capo aveva deciso che Charles dovesse rimanere in vita. Schiavo e trastullo per l’eternità. Il nerbo, l’odioso nerbo di bue che calava sulla sua faccia, dopo aver spellato le natiche di Ainèé. Il dolore bruciante, il sangue….
Charles si svegliò tutto sudato ed in preda ai brividi.

Soltanto Roxane sapeva che cosa gli era successo, glielo aveva raccontato lui, e lei ne era stata sconvolta. Non avrebbe detto nulla di tutto ciò ad Amèlie, troppo chiacchierona. No, doveva parlarci di nuovo con Charles, doveva comprendere che cosa era veramente accaduto a quel ragazzo che sembrava un vecchio e che aveva fatto credere a tutti i compaesani di esser un avvocato. Doveva scendere nel pozzo dell’orrore e della sofferenza, ma per scendere in quell’antro segreto doveva toccare lei stessa gli abissi dell’orrore e della sofferenza.
Roxane ordinò ad Amèlie di andare a prendere il battipanni.
BK

Le memorie di uno spanker: Tristana

29 Gennaio 2012

Il presente racconto, davvero molto bello, ci viene inviato da Geronimo. Per tutti coloro che volessero contribuire al blog, ricordo che possono farlo inviadomi il loro racconto a sculacciata76@yahoo.it.

Quella con Tristana è stata l’esperienza di spanker più coinvolgente che abbia mai vissuto. Per la verità non solo dal punto di vista dell’amante delle sculacciate e affini ma da ogni punto di vista.
Ma cominciamo per gradi. Forse non vi ho detto che per lavoro devo viaggiare molto, infatti mi occupo della valutazione dei rischi incendio e danneggiamenti degli stabilimenti industriali per una importante compagnia di assicurazioni. Nell’aprile del 1978 stavo per l’appunto visionando una grossa segheria presso il borgo di *******. Il direttore e l’ amministratore delegato, l’avvocato Silla, mi stavano mostrando lo stabilimento appartenente alla famiglia di un luminare della scienza medica scomparso tragicamente due anni prima in un incidente stradale insieme alla moglie, quando incrociammo la proprietaria, Tristana, figlia del compianto Prof. Malombra, così me la presentò con un tono che, ora ricordo, si era fatto improvvisamente serio e velato di preoccupazione, l’Avv. Silla. La giovane donna sui 25 anni, era bella, di una bellezza inquietante e magnetica. Capelli lunghissimi, biondo chiaro, quasi platino, occhi grandi, grigio scuri, sguardo penetrante. La bocca era piccola dalle labbra carnose adornate da un rossetto rosso vermiglio. Mi sorrise lievemente. Un sorriso indecifrabile dolce ed enigmatico al tempo stesso. Me lo ricordo quel primo incontro, come se fosse avvenuto appena un ora fa. Dopo un breve scambio di convenevoli mi allontanai insieme al direttore e all’avvocato. Sapevo, anche senza vederla, che la donna mi stava seguendo con lo sguardo. Ebbene, per di diversi giorni non potei fare a meno di pensarla. Assunsi informazioni su di lei prima da alcuni conoscenti e poi discretamente in paese, ma nessuno seppe darmi informazioni precise. Seppi solo che Tristana era una ragazza molto riservata, raramente la si vedeva in giro. Aveva frequentato l’Università per qualche tempo ma non si era laureata. Sembrava che si interessasse poco della segheria, ma non si sapeva esattamente di cosa si occupasse. Non le si conosceva alcun fidanzato, o comunque, se c’era non lo si era venuto a sapere e certo non era di quelle parti. Non aveva mai legato con la gente di ******* ammesso che avesse mai legato con qualcuno. Di sicuro era bella e sufficientemente ricca, non ricchissima, ma certo costituiva un boccone assai appetibile per un buon matrimonio. Due settimane dopo il primo incontro mi recai di nuovo alla segheria per firmare il contratto di assicurazione. Alla firma era presente anche Tristana. Ebbi un tuffo al cuore. La ragazza indossava un sobrio tailleur grigio antracite. Malgrado i tacchi vertiginosi, senza scarpe non doveva superare ad occhio e croce il metro e sessantacinque. Non parlò mai per tutta la durata dell’incontro ma percepì che il suo sguardo era pressoché costantemente rivolto a me. Non sono mai stato particolarmente bello, alto e ben piazzato in gioventù, ma tutto lì. Che dire? Affinità elettive? Magnetismo animale? per qualche motivo dovevo piacerle. Le donne per me erano e restano un mistero insondabile.
Dopo le firme e il brindisi Tristana mi prese a parte e con una vocina tenue e quasi infantile mi invitò a prendere un tè da lei il giorno dopo. Doveva espormi importanti questioni molto riservate, disse. Io provai ad accampare blandamente (in cuor mio ero ben felice di accettare) qualche scusa circa urgenti impegni di lavoro ma il suo tono di voce più secco e duro del precedente ”- Non accetterò rifiuti-“ sotto l’apparenza della cordialità, mi fecero subito desistere.
Tristana abitava fuori dal paese, in una vecchia villa di metà ottocento in stile neo-gotico che si trovava in uno stato di manutenzione non proprio ottimale, come potei osservare subito con occhio professionale. L’edera stava pian piano avvolgendo l’intero edificio. I muri sbrecciati erano anneriti, forse dallo smog, Tutto l’edificio aveva un aspetto triste e cupo. Il nonno della ragazza, noto re del mercato nero durante la II^ guerra mondiale, l’ aveva comprata per due lire da una famiglia di ebrei fuggiti in Svizzera. Girava voce che quella casa portasse sfortuna ai suoi abitanti. Pare che nel luogo dove era stata costruita avessero bruciato due streghe verso la fine del 1600. Tutte sciocchezze, superstizioni da bifolchi, pensai allora. Tristana ci viveva sola con una anziana governante belga un po’ rimbambita che passava il tempo a sferruzzare a maglia e ad ascoltare musica: per lo più canzoni francesi ed opere di Wagner. Per di più era mezza sorda. Vi lascio immaginare l’effetto dell’equazione sordità uguale musica di Wagner a tutto volume più giradischi polveroso e gracchiante sull’ospite che per la prima volta varcava la soglia di quel luogo. No, decisamente quel posto non mi è mai piaciuto.
Prendemmo il tè in camera di Tristana. La ragazza era in vestaglia, il capo di vestiario era di un tessuto piuttosto pesante per la stagione. Compresi solo più tardi che sotto era completamente nuda. La situazione mi era sembrata piuttosto imbarazzante sin dall’inizio ma mi imbarazzai ancor di più quando la padrona di casa mi versò mezza zuccheriera sui pantaloni. Si profuse in mille scuse ma si capiva benissimo che l’aveva fatto apposta. Scostai la sedia dal tavolo per potermi pulire meglio ma Tristana me lo impedì e nello spazzolarmi energicamente le sue mani finirono per concentrare la propria azione proprio lì. Ad un certo punto come un esperto sub mi fiocinò la murena e la trascinò fuori dalla grotta. Le sua dita della mano destra smaltate di nero afferrarono il mio pene e presero a menarlo su e giù con ritmo lento. Per un attimo bofonchiai “-Signorina Malombra, la prego…-“ poi, quando l’asta sparì nella graziosa bocca della giovane non dissi più alcuna parola comprensibile. Facemmo l’amore furiosamente, Tristana si rivelò una gatta selvatica insaziabile. Mi morse le spalle e graffiò quasi a sangue la schiena e le natiche mentre la penetravo steso sopra di lei. Dopo il sesso si addormentò rannicchiata in posizione fetale. Sembrava una tenera e indifesa bambina. Mi riempii le narici del profumo della sua soffice chioma. Studiai i piccoli seni dai grandi capezzoli puntuti come fragoline di bosco, la perfezione delle ginocchia e dei piccoli piedi e soprattutto il bel culo rotondo e sodo come marmo. La immaginai stesa sulle mia ginocchia, sculacciata a tutta forza mentre sgambettava inutilmente e strillava gemiti e vane suppliche e subito il mio cetriolo si svegliò dal torpore. Mi guardai intorno. Non me n’ero accorto prima ma tutta la stanza era disseminata di bambole. Da ogni angolo, Da tutte le mensole, dalla vetrinetta di un ridicolo mobile dipinto di rosa, centinaia di bambole di tutte le forme e materiali ci guardavano, mi guardavano in modo inquietante. C’era qualcosa di morboso in tutto ciò. Mi rivestì in fretta, ero confuso. Quella donna mi attraeva come non era mai accaduto prima ma nello stesso tempo avvertivo qualcosa d’indefinibile che mi turbava. Poi accadde il fatto che mi legò a Trìstana per i successivi diciotto mesi. Tristana comparve dal nulla. Stava in piedi davanti a me. Si era messa una maglietta viola ma era ancora nuda dalla vita in giù. Mi porse una larga e spessa cintura di cuoio nero. “- Era di mio padre, è con questa che mi correggeva quando mi comportavo male. Sono stata una bambina cattiva , mi devi punire!-“ Non potevo crederci, le mie fantasie su di lei si stavano avverando come se mi avesse letto nel pensiero. “-Cosa ti fa pensare che mi piacciano questi giochetti?-“ “- Lo so e basta -“ Fu la laconica risposta. Un attimo dopo Tristana stava inginocchiata sul letto piegata sui gomiti. Io la cinghiavo sul culo nudo e sul retro delle cosce con forza, con metodo, senza darle tregua. “-Tuo padre te le dava così forti?-“ “- Oh no, pivello, molto più forti, non sai fare di meglio?-“ Colpito nel mio orgoglio presi a sculacciarla più velocemente, senza pietà. Le chiappe erano già rossissime. “-E ti piaceva è vero, brutta sporcacciona?-“ “-Ahiaa! Ahii, sii, mi piaceva! Ahiii, basta!, Ahii, ancora, ti prego, ahii! Mi bagnavo tutta e…Ahi! Ahi! Sono bagnata! Noo! Ahii! Ancora!-“ Il culo si stava riempiendo di chiazze blu quando gettai la cintura e la penetrai ancora, stavolta da tergo.
Dalla scoperta del mio apprezzamento per le sculacciate, all’epoca in cui vivevo dagli zii, avevo avuto solo tre sporadiche esperienze di spanking di cui una con una prostituta. Nulla di lontanamente paragonabile a quello che vissi con Tristana, ovvero la più coinvolgente esperienza della mia vita prima che conoscessi mia moglie, più breve e meno profonda di quest’ultima ma certamente più intensa.
Tristana era una vera attrice, di volta in volta impersonava la scolaretta birichina, la serva negligente, la schiava dell’antica Roma, la ladruncola colta in flagrante. Mano, battipanni, cinghia mestolo, frustino, verga vegetale, corda di canapa, tutto riceveva sul culo rigorosamente nudo e sempre senza pietà. Le sue turgide, morbide chiappe rimbalzavano con tale grazia sotto i colpi che parevano danzare. La ragazza piangeva, gemeva, insultava e supplicava. Aveva una notevole resistenza e si eccitava, molto. Bagnata tra le cosce all’inverosimile non poteva resistere alla tentazione di masturbarsi oscenamente davanti a me, meritandosi ulteriori castighi.
Naturalmente facevamo anche tanto sesso “normale” la sua bocca e la sua fica erano un autentico giardino di delizie, un eden di lussuria. Riuscì anche a convincerla a concedermi l’uso del buchetto posteriore.
Al di fuori del sesso, però, le cose non andavano bene. Raramente uscivamo per andare al cinema o a cenare fuori come tutte le coppie normali. Solo una volta riuscì a convincerla ad entrare in una discoteca. Sembrava apprezzare un poco solo il teatro. Non certo la commedia o il cabaret. Solo drammi a fosche tinte come Macbeth o Amleto. Ma soprattutto quel che non andava era la sua reticenza. Parlava mal volentieri di sé. Era vaga sul suo passato, sui suoi studi, sulle sue precedenti relazioni, su quella strana passione un po’ ossessiva per le bambole. Dei genitori non parlava mai a parte citare i metodi educativi del padre che, a suo dire, l’aveva frustata sul culo nudo fino a pochi giorni prima dell’incidente; e Tristana aveva già 23 anni. Io non insistevo più di tanto con le domande perché sembravano irritarla molto. Però tutta quella segretezza mi mandava fuori di testa. Solo una volta lasciò trapelare qualcosa. Era il giorno del nostro primo anniversario ed a cena avevamo un po’ esagerato nel bere. Tristana era piuttosto ubriaca. “- Sai, ih,ih,ih!-“ quella risatina infantile era davvero inquietante, agghiacciante, direi.”- Il medico mi fa prendere le pilloline gialle per farmi stare buona,ih,ih,ih! Ma io non ne ho bisogno! Non ci sono più mamma e papà a rompere le scatole ih,ih,ih, glielo dicevo di lasciarmi in pace, ma loro…niente. E papà mi dava le cinghiate sul culo…e come gli piaceva! Ih,ih! Poi la macchina è andata giù dalla scarpata…bam!!“ A questo punto si mise a piangere. Io non ero molto più sobrio di lei e non detti troppo peso alle sue parole. Quando poi si spogliò e rimase completamente nuda non trovai di meglio da fare che versarle lo spumante sui seni e sulla pancia e inseguire ogni singola goccia sulla sua candida e serica pelle in punta di lingua. Succhiai il vino dalla piccola coppa del suo ombelico e dimenticai ogni cosa.
Un altro dei suoi misteriosi talenti che mi sorprese era la sua singolare conoscenza dei motori, davvero strana in una donna. Una volta che ci eravamo fermati per strada a causa di un guasto al mio maggiolino fu lei ad individuare subito il problema ed a dare le giuste dritte al meccanico.
Raramente dormivamo insieme e solo dopo molte insistenze da parte mia. Non comprendevo le ragioni del suo rifiuto e avevamo avuto qualche discussione.
Erano passati circa due mesi dal giorno dell’ anniversario e dalle rivelazioni fatte da Tristana sotto l’effetto dell’alcool, quando nel corso di un bisticcio tirai fuori per la prima volta la storia delle pillole gialle. Lo feci senza malizia, senza secondi fini, ma lo feci e subito dovetti pentirmene. “-Dovresti prendere una dose industriale di quelle tue dannate pillole gialle per calmarti!-“ le gridai. Tristana mi fulminò con lo sguardo. I suoi occhi avrebbero voluto incenerirmi tanto erano carichi di rabbia. “. Chi ti ha parlato delle pillole gialle?!, chi?!, parla bastardo?!!- “ Ero basito, stupito da quella esplosione di violenza. Percepì lo sgomento e la paura che si facevano strada dentro di me. “-Ma tu, cara, sei stata tu, il giorno del nostro anniversario e…-“ Non mi lasciò terminare. Improvvisamente i ferri da maglia della governante che assisteva impassibile alla scena comparvero nella mano destra di Tristana. Me li puntò alla gola e cominciò ad urlare “- Bugiardoo! Sei un bugiardo!, vattene subito!-“. Mi allontanai come un cane bastonato. Per una settimana non mi feci vedere. Poi Tristana mi telefonò scusandosi per il comportamento tenuto e aggiungendo che tempo prima, almeno fino a due mesi dopo avermi conosciuto, aveva assunto un lieve antidepressivo, le pillole gialle, appunto, ma che ormai non ne aveva più bisogno. Disse con un filo di voce rotto dai singhiozzi che mi amava. Mi lasciai convincere e tornai da lei. Fu invece l’inizio della fine. I litigi si moltiplicarono. Una volta la sculacciai con rabbia usando la cinta dalla parte della fibbia. Le feci sanguinare le natiche e le cosce. Lei rideva e piangeva mentre la frustavo. Il gioco si stava trasformando in violenza. La lasciai alle cure della governante che mi lanciava continue occhiatacce di rimprovero. Mi sentii in colpa. Da quel momento non la battei più.
Anche i rapporti sessuali si diradarono progressivamente.
I suoi discorsi diventarono sempre più sconnessi, dissociati dall’argomento di conversazione del momento, deliranti. Più che desiderio quel che provavo per Tristana era ormai affetto e pietà, compassione mista a paura. Quella donna era pazza. Alla fine mi risolsi a farla finita.
All’ultimo incontro, quello in cui le spiegai che la nostra storia doveva finire lì, Tristana mi accolse vestita completamente di nero, con i bei capelli raccolti in una crocchia penitenziale. Mancava solo la velina a coprirle il viso e sarebbe stata una perfetta vedova della prima metà del secolo scorso.
Ciò aumentò notevolmente il mio disagio ma non mi impedì di dirle che la lasciavo. Certo non in modo diretto, tirai fuori le solite stronzate sulla pausa di riflessione eccetera, eccetera, e un po’ me ne vergognai, ma la mia volontà non poteva essere equivocata. La reazione di Tristana fu sorprendentemente calma e civile. Disse che da tempo si era resa conto che le cose non funzionavano più tra noi e che la cosa migliore era lasciarsi da buoni amici. Brindammo alle rispettive prossime fortune. Poi Tristana volle festeggiare l’addio in modo degno. In men che non si dica mi aveva tolto i pantaloni, calato le mutande e preso in bocca il pisello. Io protestai che non era il caso ma quando con la punta della lingua prese a titillarmi il frenulo chiusi gli occhi e mi godetti la più bella fellatio della mia vita. Dovevo essermi addormentato perché sognai. Mi trovavo in una stanza buia, o forse era una grotta? C’erano solo delle candele o delle torce, non distinguevo bene, che illuminavano malamente il posto. Mi accorsi di essere nudo, con le mani legate dietro la schiena ed un bavaglio in bocca. Ero inginocchiato davanti ad un ceppo. Dall’oscurità emerse la figura di un monaco con un grande cappuccio a punta che ne celava il volto. Si avvicinò fino a sovrastarmi e tirò indietro il cappuccio. Era Tristana. Il suo viso era deformato da un ghigno beffardo e crudele. Mi afferrò il pene e lo posizionò sul ceppo. Il terrore mi invase. Dal mantello la sua mano destra trasse un accetta. Quando la alzò per calarla sul mio membro virile il bagliore della luce sulla lama mi accecò. Mi svegliai urlando. Mi trovavo nel letto della camera di Tristana. Il mio pisello era sempre al suo posto ma Tristana lo teneva saldamente in mano. Lei mi guardava e il suo sguardo ero lo stesso identico del sogno. La mano destra impugnava un paio di cesoie da siepe con le quali tagliuzzava minacciosamente l’aria. “- Hai fatto un brutto sogno caro?- ” esclamò con sarcasmo. Poi si fece seria. “- Tu puoi andare, “lui” resta con me!-“.
Dev’essere stato l’istinto di sopravvivenza. Con una presenza di spirito che sorprese anche me non le detti il tempo di affondare il taglio, le sferrai un gancio sinistro in pieno viso che la gettò all’indietro. Afferrai scarpe e giacca, dove per fortuna avevo lasciato documenti e chiavi della macchina, e corsi fuori in mutande. Mi precipitai a casa guidando come un pazzo e fu per puro caso che i vigili o la polizia stradale non mi fermarono.
Due giorni dopo l’Avv. Silla mi telefono per fissare un incontro. Mi recai al suo studio il giorno dopo. Appresi finalmente la verità o almeno una parte considerevole di essa. Era stata Else (la governante) ad avvertirlo. Tristana era completamente pazza. Disturbo bipolare, mi spiegò l’avvocato, con incipiente schizofrenia paranoide. Negli ultimi due anni era stata meglio ma ora la malattia si stava aggravando e si era reso necessario farla di nuovo ricoverare nella clinica svizzera dovevano l’avevano curata alcuni anni prima. L’avvocato avrebbe seguito le procedure legali per l’interdizione per conto di alcuni lontani parenti. Fu un colloquio cordiale. L’avv. Sella mi disse quasi sorridendo che la sua cliente non avrebbe sporto denuncia per il pugno magistrale che le avevo rifilato. Le avevo rotto due denti. Poi si fece serio. Il Pubblico ministero aveva sospettato di Tristana per la morte dei genitori. Una perizia aveva accertato che i freni dell’automobile sulla quale viaggiavano al momento dell’incidente mortale erano stati manomessi. Aveva però ritenuto altamente improbabile che quella povera squilibrata fosse stata in grado di compiere un simile intervento meccanico, per cui aveva archiviato il caso. Un brivido mi percorse la schiena, pensai al guasto alla macchina che era capitato mesi prima e alla perfetta conoscenza della meccanica rivelata da Tristana. Trasalii per un attimo. Conoscevo la verità ma non dissi nulla.
“- C’è un’altra brutta faccenda, ma mi rifiuto di crederci-“ prosegui l’avvocato.”- Tre anni fa da queste parti sparì misteriosamente un commesso viaggiatore. L’ultima volta che era stato visto in giro si trovava in compagnia di Tristana. Sa, comincio a pensare che le dicerie sulla maledizione che pesa sulla villa e i suoi abtanti abbiano qualche fondamento-“. Dopo un paio d’ore mi congedai con la promessa che non avrei denunciato Tristana per il tentativo di evirazione. La ragazza aveva già abbastanza problemi.
Non la vidi mai più. Le ultime notizie su di lei le appresi cinque anni dopo i fatti raccontati. Tristana stava bene, compatibilmente con la sua malattia, ovviamente. Si trovava ancora in clinica e viveva tranquilla nel suo mondo folle ma forse finalmente sereno. Solo una volta aveva chiesto di me.
Ho amato Tristana?. si. In lei c’è una parte di me, in me c’è una parte di lei. Ogni tanto la penso con tenerezza e quasi con rimpianto, devo essere un po’ pazzo anch’io. Talvolta però la sogno e questo proprio non lo vorrei. Nel sogno Tristana è ancora bellissima. Il suo sguardo penetrante e il suo sorriso radioso mi toccano il cuore. Poi all’improvviso, l’espressione si trasforma. Le labbra assumono una smorfia di beffarda ferocia e nella mano destra compaiono due lunghe e affilate forbici. Allora mi sveglio di soprassalto sudato e ansimante.

Zia in blocco

27 Gennaio 2012

Questo racconto di punizioni famigliari ci viene inviato da Noemi. Buona lettura.

Suonano alla porta, zia Noemi scende le scale sbuffando: “Arrivo”. Il suono dei tacchetti che indossa riempie la casa.
È molto aggraziata e i suoi quarant’anni sono per lei solo una seconda giovinezza. Si direbbe molto più giovane, il fisico è ben curato ed è sempre molto elegante.
Mauro, vent’anni appena compiuti, suona di nuovo. Zaino sulle spalle, un piccolo borsone, è come molti della sua età.
Svogliato, scontroso e poco rispettoso è stato mandato qui dai genitori incapaci ormai di gestirlo. Sperano nella zia e nei suoi metodi di cui Mauro non è totalmente consapevole.
“Ciao zia”
“Possibile che ci sia bisogno di suonare così?” la zia subito lo redarguisce.
“Come stai zia?”
“Bene, e tua madre dov’è?”
“È andata mi ha accompagnato lei facendomi 2 palle che non ti dico…”, risponde il ragazzo raccogliendo il borsone ed entrando.
“Senti un po’ ragazzino vediamo di capirci subito non ho nessuna voglia di tenerti qui visto quello che combini..”
“Un attimo! ho lasciato adesso tua sorella ..un po’ di considerazione…” risponde Mauro con fare presuntuoso, nonostante la zia continui a parlare..
“Ma considerato che tua madre è mia sorella sono quasi obbligata, perciò ora vedi di sistemarti, la tua stanza è di sopra e togli le scarpe”.
“Si si zia ci vediamo dopo”, mentre Mauro sale, Noemi lo guarda e si sente già un po’ pentita di averlo preso con se.
È sempre stato un bel nipotino e l’idea di metterselo sulle ginocchia per una punizione la alletta, ma non ha nessuna voglia di farsi prendere in giro da quel ragazzino che sembra totalmente incurante di ciò che accade intorno a lui.
“Vedi che tra un ora si pranza Mauro te lo dico adesso”.
“Come tra un po’ si pranza???” si affaccia alle scale
“Questo ti crea qualche problema?”
“Io dico che è presto, do una scaldata al pranzo dopo”
“Non ci pensare nemmeno ragazzino qui si pranza tutti insieme che per te sia presto o no, tra un ora vieni giù!”, la voce è severa e non ammette repliche.
“Ma mica ti servo io per mangiare, allora ieri come facevi?”, Mauro se ne infischia e ribatte ancora mentre sistema la roba e il suo amatissimo portatile.
“Non mi fare arrabbiare Mauro, io non sono buona come la mamma ricordi?”, la zia dal basso non si lascia intimorire.
“Se non me lo ricordassi salterei di gioia, tu che dici?”
La zia in silenzio risale le scale e si affaccia alla porta.
“Impara l’educazione o salterai per un altro motivo”
Mauro fa finta di non aver sentito.
“ok, senti ma da dove la prendo la connessione qui?”
“La connessione?”
“Internet, presente?”
“Dì un po’ che ci devi fare qui con quel portatile? non sei in vacanza e lo sai che da domani cominci le lezioni perciò direi che il pc lo puoi rimettere via” la zia è ferma sulla porta, braccia piegate sui fianchi che le danno autorità; Mauro la guarda come mai prima. La gonna nera e la camicetta bianca con le balze fanno risaltare ogni sua forma.
Non smette di provocarla, anzi la cosa comincia a piacergli.
“Oddio ma che è guantànamo, ti ho chiesto la connessione mica chissacché, devo fare una cosa importante ora…davvero”
“Non sai nemmeno che significa caro mio guantànamo, sentiamo cosa dovresti fare? magari guardare un porno con quel pc?”
“E anche se fosse? che c’è, son proibiti?”
“Qui certe cose non si guardano, alla tua età poi men ché meno, ricorda sei a casa mia e fai ciò che dico io non te lo dimenticare”
“proprio…un’oasi di divertimento, eh senti zia ma non puoi fare così, normale che poi non ci voglio stare, poi adesso fammi fare ‘sta cosa. A dopo”
“Un’ora…meno 10 min da adesso, a dopo”, la zia esce e lascia Mauro solo che spazientito parlotta tra se e se .. “Oddio che piaga….è pazzesca e rilassati un attimo dico io”.
La zia nel frattempo arriva nel grande salone. Fabio, un bell’uomo suo compagno ormai da tempo, l’abbraccia affettuosamente.
“Quel ragazzino è davvero pesante.. non lo sopporto già più”
“Noemi andiamo lascialo in pace.. ha 20 anni è normale che si comporti così”
“non è normale per niente Fabio.. e mia sorella non è capace di imporsi”. Dalla stanza improvvisamente arriva una musica assordante.
“Noemi lascia perdere tua sorella e pensa a come debba sentirsi lui”
“come deve sentirsi? È un degenerato lo senti la musica a che volume è?? adesso vado su e lo cazzio”
D’improvviso sale le scale e sbatte la porta della stanza!
“Si può sapere che razza di musica è? vuoi abbassare per favore?”. Mauro è sdraiato sul letto ancora con le scarpe.
“Adesso l’abbasso, anzi basta che chiudi la porta ok?”, la zia esce dalla stanza e quando ritorna poco dopo ha tolto la corrente solo da quella stanza
“Non esiste che ti comporti così ragazzino”
“Ma quale è il problema??? Ma non va bene niente”
“Non va bene che fai l’arrogante questo non funziona sei ospite ma te ne freghi e questo atteggiamento non lo tollero”
“Non è vero ho già sistemato”. Si blocca Mauro, è intimorito dallo sguardo severo della zia; ma nonostante questo la rabbia esplode.
“Ma allora che mi hai ospitato a fare?? Te l’ho chiesto io?”, urla.
“Leva le scarpe dal letto! Te l’ho detto perché sei qui, devo ripetermi?”
“Fa come ti pare ma riattacca la corrente”, la zia continua a guardarlo severissima, uno sguardo che non si abbassa.
“Vedo che non ci siamo capiti abbassa i pantaloni, adesso è l’ora della punizione, ti aspetto giù”. La zia si gira e se ne va, Mauro resta un attimo senza capire .
“zia!!”, Mauro urla per farsi sentire e si affaccia sulle scale.
“Forse non hai capito Mauro abbassa i pantaloni e vieni giù subito”, la voce è risoluta e decisa.
Mauro cerca la via della riconciliazione e abbassa i toni.
”Ok hai un po’ ragione, ma cerca di capire è stata una giornata difficile; almeno oggi, domani prometto che parleremo con calma ok? ti va? eh?”
“Mauro tutto quello che vedo, te lo ripeto, è un ragazzino arrogante; adesso vieni giù”. La zia apre un cassetto e prepara la riga che si passa tra le mani soddisfatta.
Sa che sarà una lotta e deve vincere a tutti i costi per avere il rispetto e la sottomissione del nipote.
“Ma dai…facciamo dopo pranzo con calma zia”, arrogante rientra in stanza e chiude la porta
Fabio che sta seguendo la scena sorride a Noemi e la provoca: “Ti sfida, ora che fai?”.
Noemi risale le scale lentamente, e riflette. Toglie un mazzo di chiavi dalla tasca e chiude il nipote in stanza con tre mandate.
“Sai cosa Mauro.. sei anche sciocco perché ci perdi solo tu .. sei senza corrente, senza un bagno, e senza cibo.. e la chiave sta da qs parte, perciò sei ufficialmente chiuso dentro; chiama quando ti stanchi”, poi silenzio.
Mauro mormora sottovoce: “Sta stronza!!”, la zia dal canto suo ignora e scende di nuovo.
Il tempo scorre inesorabile e passa l’ora di pranzo così come quasi tutto il pomeriggio.
Mauro comincia a non farcela più e chiama: “Zia!! ZIAAA!!! vieni su o no? devo dirti una cosa”, nessuna risposta, solo silenzio.
Passa ancora molto tempo, la stanza ormai è buia.
Mauro spazientito e frustrato prende a pugni e calci la porta urlando “ZIAAAAAA!!!! apri questa porta che devo dirti una cosa??” ancora solo silenzio, ormai è ora di cena.
“Ma avrò fame tu che dici??? Adesso chiamo la polizia, il gioco è bello quando dura poco!!!”, sfinito Mauro attende.
La zia riapre la porta: “hai finito? o dobbiamo continuare?”
Mauro sorpassa la zia e corre al bagno, “No no ho finito, ti sei ricordata che ci sono ?”.
La zia scende e si siede vicino a Fabio a guardare la tv, tranquilla come se nulla fosse accaduto.
Mauro cerca di andare in cucina ma ovviamente trova la porta chiusa.
“Zia???!!! mi apri?”
“Non urlare Mauro!”
“Dai… facciamo pace”
“Abbiamo un conto da sistemare quando l’abbiamo fatto avrai tutta la mia attenzione”
“Zia???!!! ma che dici.. dai..”
“Abbassati i pantaloni Mauro e metti le mani sul tavolo”, la zia ordina restando seduta immobile.
“Ma zia… io.. ok scusami tantissimo avrai anche ragione ma non può iniziare così”
“Mauro non ti voglio sentire o fai come ti dico o per me puoi tornare in stanza”
“Senti io zia… mi vergogno e lo sai non le ho mai…prese.. facciamo così stavolta mi perdoni e mi dici bene le regole, perché tu non me le avevi dette!!!”
“Certo si vede che non ne conosci nemmeno una! avesse mai alzato tua madre una mano su di te non saresti l’arrogante che sei.”
Fabio interviene: “Noemi lascia stare la madre!”
“Ok ok, allora da adesso le regole le detto io perciò fa attenzione!”
“Ecco se me le detti le saprò…..”
“…e le mie adesso sono mani al tavolo e calzoni giù”
“Che..palll…ma se sei acida di tuo…o nervosetta…oggi io che c’entro scusa eh?! mi dici che ho fatto?”
La zia non si muove e attende.
Mauro testa bassa non si arrende, “Dai….ho paura….ecco sono pentito davvero.. zia che cosa vorresti fare?”
“Fai come ti ho detto Mauro o puoi tornare nella stanza te lo devo ripetere?”, la zia non perde la pazienza e continua caparbia; mentre in Mauro esplode la tensione: “Ma cosa mi fai??? prima mi dici che mi aspetta…”. La zia tace e Mauro urla: “Tu mi vuoi sculacciare!!”, indica la riga sul tavolo, “Ma quella non la usi ok? con le mani è già tanto”
“Mauro mani al tavolo e calati i calzoni”, il ragazzo mette le mani al tavolo ma non smette di essere provocatorio: “Uff….mi hai rotto però… e ora? sei contenta? parliamo ora?”
La zia lentamente si alza, “Hai abbassato i pantaloni?”
“No..”, sussurra.
“bè fallo, o devo farlo io?”, il tono è duro.
“mmm premurosa!!! sento già male al culo….dai zia..”
“Stai solo peggiorando le cose Mauro”, la zia gli gira intorno aumentando la tensione.
“Zia!!! non ti avvicinare”, si gira di scatto e vede la zia pericolosamente vicina.
“Metti le mani al tavolo”, dice la zia indicandolo.
“Sei troppo arrabbiata ora…mi farai male”
“Metti le mani al tavolo quante volte lo devo dire?”
Silenzio teso mentre Fabio guarda tutta la scena.
“Ok…OKOK!!! ecco le metto”, Mauro si rimette in posizione e la zia in un sol colpo gli abbassa pantaloni e mutande.
Il ragazzo ha un fremito e sente tutto il peso dell’imbarazzo. Trema un po’.
“questa è la prima regola Mauro”, la zia inizia la predica, ha preso la riga e se la passa nelle mani.
“Quale zia?…” chiede intimorito il ragazzo. Non c’è più arroganza solo molta paura.
“Ti avrei lasciato le mutande se avessi obbedito subito”
“Io ti chiedo scusa, ma ti prego…”
“Ma siccome non sei stato capace..”
“…inizia con le mani..”
“C’è voluto l’intero pomeriggio Mauro..”
“Mi farai male?….no noo”, la zia fa ben vedere ad Mauro la riga.
“Non hai sentito che ho detto??le mani..zia..”
nemmeno in questa occasione riesce a non essere presuntuoso.
“La seconda regola è mettersi subito in posizione, impara Mauro e ricorda, sono 10 per ogni no che dici. Ora dimmi mio caro,
“Quanti ne hai detti fin ora?” la zia sorride beffarda.
“Zero zia, zero”, secca improvvisa e dolorosa arriva la prima rigata sul sedere di Mauro. Il ragazzo sussulta e geme.
“Non dirmi bugie”
“ahiaaa che male”, il ragazzo si divincola
“Resta fermo con le mani sul tavolo”
“Impossibile..”
Fabio nel frattempo osserva tutta la scena con aria vagamente soddisfatta.
“Terza regola più ti muovi più aumentano”
“Ma dovevi dirmele prima!!”, Mauro si porta le mani al sedere.
“Sedere in fuori e allarga le gambe”, ordina la zia dandogli un leggero schiaffetto sulle mani, “quarta regola, via le mani”.
“Si zia…” ormai Mauro è in soggezione, l’imbarazzo è tanto e ora sa con certezza che la zia fa sul serio.
“Hai qualche domanda?” chiede sarcastica la zia..
“Si zia…” il nipotino non perde occasione: “mi scusi?”
“Per ora no..”, e senza avvetire parte con 5 colpi. Precisa colpisce in mezzo.
“ahiaaaa, ahhh, AHHHIOOO basta basta…”
“Qualche altra domanda o inizio?”
“Fa come ti pare…ma piano!..”
“Bene allora adesso voglio che le conti ad una ad una partiamo da 50″
“Ma zia aspetta.. 50??!!”
“Ti sei comportato malissimo oggi..”
“Dai non scherzare!! ti prego me lo fai viola…”
“Mauro come credi di esserti comportato?”
“Male zia….male ma sono pentito ora..”
“Esatto male” altro colpo Mauro conta “uno!”
“Come credi che mi senta io che ti ospito qui? pensi che ho voglia di farmi prendere per in giro da mio nipote?”
“No zia…forse..ho esagerato”
“Esatto!”, parte il secondo colpo, ” e.. senza forse” terzo colpo.
Mauro sussulta e fatica a stare in posizione. Il sedere già brucia un po’ “ahiaaa ahhh.. ma non è colpa mia!!”
” .. ed è colpa tua!” sei colpi di fila senza preavviso
“ahiaaaa AHHHH” Mauro urla e piega le ginocchia
“Conta, non ti sento contare!! devo ricominciare?”
“No, fanno malissimo!”
“Da adesso lo sai ora stai su con le ginocchia, parto e non mi fermo”. La paura si impossessa del nipotino che si divincola ma non lascia il tavolo. “Fermo e conta” la zia riposiziona il sedere di Mauro.
Trenta colpi ben assestati fanno diventare il sedere del ragazzo di un bel color rossastro.
Mauro cerca di contare ogni colpo ma il dolore e il bruciore sono così forti che vengono alternate urla ed implorazioni.
Quando la zia si ferma a trenta, il ragazzo è ormai in lacrime ma sente anche che c’è una sensazione nuova.
Questa punizione non gli è poi dispiaciuta molto, ed il suo corpo non lo nasconde.
“ahiaaaa ,AHIAAA, basta ti prego!!! fa malissimo…”, le mani sfregano sul tavolo cercando di ancorarsi come se ciò potesse mitigare il dolore.
Fabio che dal fondo della sala ha osservato tutta la scena, ferma la mano di Noemi che sta ripartendo sul povero sedere già martoriato.
“Noemi è la prima volta per lui, lascialo adesso”. Mauro non ferma le lacrime che impietose scorrono. Singhiozza e implora.
“ahhhiaa…basta zia..” si tocca il sedere e la zia prontamente lo schiaffeggia
“Non toccarti”, altro colpo.
“Fa molto maleeeee”
“Allora ascoltami quando parlo!”
“si zia, ma sto piangendo anche” Mauro perde il controllo e grida “non ti basta!!”
La zia fa partire un altro colpo: “non urlare!”
“dai ziaaahhhia!”
“Non devi urlare!”
“Basta però.. ok non urlo!”
Fabio a qs punto toglie la riga di mano a Noemi ” forza, non ce la fa pi�, basta”
La zia si arrende “Mauro ringrazia Fabio, senza di lui erano ancora 20!”
Mauro lentamente si alza “oddio che male” ha paura a toccarsi “grazie fabio..”
“adesso mettiti in ginocchio contro il muro” ordina la zia
Mauro resta un attimo interdetto ” ma zia.. che dici dai.. me le hai date… è finita..”, la zia spinge il ragazzo contro il muro
“forza mettiti giù, è appena iniziata!”. Mauro si mete in ginocchio e la zia lo sistema lasciando esposto il sedere che ha un bel color peperone. Il ragazzo è imbarazzatissimo tutto si aspettava fuorché questo; la zia continua: “chiunque entra in questa casa deve vedere bene
che le hai prese!!”
Mauro è incredulo: “dai zia.. scherzi?”
“contro il muro!”, la zia è categorica!.
“Non puoi zia!” Noemi si muove silenziosa e riprende in mano la riga.. “Devo ripartire?”
“No no.. mi ci metto..” il ragazzo si inginocchia dolorante con le mani sul sedere “brucia zia..”
“Via le man dal sedere, al brucia ci pensiamo dopo, ora mani lungo i fianchi..”
Mauro è rassegnato: “ok…”
“Ti dico io quando alzarti!”
“Fa malissimo zia…ma quanto ci devo stare?”
“Mauro fai silenzio e guarda il muro!”
“Tu dove vai zia..?”
In totale silenzio la zia lascia il nipote e osserva quel sedere rosso orgogliosa di come è finita. Stanca si siede davanti alla tv abbracciando il compagno.
Passano due ore, è ormai quasi mezzanotte quando la zia si va a preparare.
“Mauro alzati…va in stanza spogliati e aspettami seduto sul letto…” ordina
“Ma che.. che vuoi fare ancora?” il ragazzo è sfinito.
“Ancora non hai imparato ad obbedire? mi sa che dobbiamo ricominciare?”
“Ok ok ok vado”.. dolorante e imbarazzato si alza e si dirige in stanza.. ha paura di ciò che lo attende, ma ha anche voglia di scoprire cos’è. La zia, in fondo, gli piace davvero. Coprendosi come può fa le scale, inciampando di continuo cerca di raggiungere il posto dove potrà ripensare a tutto questo e trarne un po’ di piacere.

Fessee 18

25 Gennaio 2012

Non era certo la prima volta che la vedeva, ma era di sicuro la prima volta che la guardava così da vicino: morbida fessura rosa, avvolta da una folta peluria nera; fragrante, fresca, invitante… e lui ce lo aveva infilato il suo coso, con sommo godimento. Per fortuna, lo aveva sfilato un attimo prima che buttasse fuori tutta quella roba biancastra. Ma lo aveva fatto soltanto perché glielo aveva chiesto Camille; se fosse stato per lui, ce l’avrebbe lasciato per l’eternità.
E, adesso, pagava lo scotto. Quella streghetta aveva rivelato alla sua padroncina tutto quello che avevano fatto insieme, laggiù nella serra; e la zia aveva pensato bene di uscire per andare a far compere, lasciandolo solo…non che monsieur Jerome oppure la zia sarebbero stati più teneri, ma, almeno, non avrebbe dovuto subire l’onta di essere sculacciato dalla cugina!
Alphred si contorse ancora una volta. Si era giurato che Camille non avrebbe avuto la soddisfazione di sentirlo gridare e cercava in tutti i modi di mantenere il giuramento. Di sicuro, era difficile: quello che la cugina stava adoprando, gli martoriava il culo ed, se dava una sferzata più forte, il nodo lo andava a colpire pure davanti, proprio alla base del coso che, strano a dirsi, si stava alzando ed irrigidendo. L’altra Camille, che gli stava davanti tenendogli ferme le braccia, se ne accorse e fece appena un sorrisetto. L’ultima sferzata coincise con un nuovo fiotto. Camille lasciò andare i polsi di Alphred; sarebbe stato il proprio turno, adesso.

Lei era stata picchiata per aver comprato un solo, misero cappellino; perché Arletty l’avrebbe dovuta passare liscia? Forse che sua figlia era meglio della matrigna? No! anche la ragazza avrebbe dovuto provare il frustino, avrebbe dovuto sopportare quello che era stata costretta a subire la moglie di suo padre; ovviamente, fino a un certo punto però… l’incesto è un peccato mortale! Brigitte si passò la lingua sulle labbra, soddisfatta vedendo tornare il marito con la lunga bacchetta in mano, Arletty, invece, si sentì imperlare la fronte. Quando papà aveva quell’espressione, c’era poco da scherzare. Sperava soltanto che la presenza di Brigitte gli avrebbe fatto frenare il braccio. Non fu così. La ragazza se ne accorse fin dalla prima bacchettata; si rimproverò di non aver pensato a mettersi qualcosa, magari un’imbottitura, sotto la gonna, di aver lasciato, invece, le semplici e fragili coulottes. Un fischio e un tonfo, un fischio e un tonfo per dieci, cento, mille volte; una smorfia di dolore, per dieci, cento, mille volte. Ad Arletty, faccia al muro, culo proteso all’infuori, pareva non dover finire mai

Non si trattava del solito servizio, di questo era sicura. Non c’erano né l’enteroclisma grande né la peruccia di pulizia piccola, in quella stanza. Che cosa voleva da lei, dunque, la signora? Quando Roxane glielo spiegò, Amèlie rimase turbata: figuriamoci, lei non aveva mai neppure avuto figli. Ma comprese, comprese appieno: Roxane si trovava nella sua stessa condizione. Nell’armadio vi era un coacervo di cose, per lo più inutili. Un vecchio colino per poco non le cadde in testa, quando aprì l’anta; alla fine lo trovò: era dalle grandi pulizie pasquali che non era più stato adoprato. Pesante, dalla grossa pala, robusto. Sarebbe andato bene, più che bene. Amèlie tornò in camera da letto, stringendone il manico con entrambe le mani, manico troppo grosso per le sue, pur lunghe, dita. La signorina si era già preparata: un cuscino sotto il ventre, al centro del letto, le mani avvinghiate alle aste della spalliera, la camicia tirata su fino alla schiena; voltò la testa dall’altra parte, non appena vide entrare Amèlie. La matura serva si piazzò a gambe larghe accanto al letto e levò ben in alto, sopra la testa, il grosso battipanni.

Non resisteva più! Ma lui le aveva appoggiato il pesante e muscoloso braccio proprio sopra le reni, immobilizzandole il corpo con il suo solo peso; e la destra, aperta come una paletta, seguitava a percuoterle le chiappe nude. E non smetteva più. Jo provò a divincolarsi: invano! Georges la sculacciava di buzzo buono, come non aveva mai fatto prima, quelle poche volte che lei glielo aveva concesso e seguitava, seguitava, seguitava. Tutta quella parte del corpo di Jo, strano a dirsi!, era diventata insensibile per il gran dolore. Lui si fermò, lei sperò. Ma era soltanto per riprender fiato, entrambi. Il braccio tornò ad alzarsi e tornò ada abbassarsi: la musica era ricominciata!

Pierrette era più che soddisfatta. Per esser piccolo, lo era davvero: mica grosso come quello di Jean. Però, era quello di suo marito, dell’uomo che aveva scelto di fronte a Dio e di fronte agli uomini! Ed aveva pure provato piacere, piacere non solo fisico. Quell’attimo di passione valeva bene il prezzo che lei stava per pagare! Non c’era neppure bisogno di levarsi le mutandine, per lei: quelle giacevano neglette al centro del letto disfatto. Serrò le ginocchia con le dita: era pronta! La cinghia di Marcel sibilò nell’aria…

La padroncina non le aveva mai fatto così male prima; colpa sua o colpa di quel pezzo di corda che stava adoprando? Una corda grossa grossa, spessa tanto tanto, che si abbatteva senza tregua sul deretano, come prima si era abbattuta su quello di Alphred. E faceva sempre più male; sembrava fatta di fuoco, non di canapa. Ormai la rigida crestina bianca che teneva tra i capelli era scivolata via, la faccia di Camille, guancia appoggiata sul tavolo, doveva esser rossa quasi come il posteriore, bersaglio della corda e quel pesante nodo all’estremità, che, a seconda della violenza con cui veniva vibrato il colpo, andava a percuotergli l’interno delle cosce…atroci pizzichi che mordevano la pelle sensibile.

La tedesca aprì le dita e la claquette cadde a terra. Arletty si rialzò di colpo. Pure questa umiliazione le mancava! Era stato suo padre, proprio suo padre!, a costringerla a sdraiarsi sulle ginocchia della matrigna ed era stato sempre lui a tenerle ferme le mani, mentre la tedesca le tirava su la gonna e le strappava, sì proprio strappava!, le mutandine. E quell’orrenda spatola di cuoio sulle sue chiappe indolenzite: fuoco si era aggiunto a fuoco! Indecente, adesso mostrava pure il pube nudo a suo papà, ma doveva pur massaggiarsi le chiappe così tanto offese.

Josephine piangeva a dirotto, non tanto per il dolore quanto per l’umiliazione a cui lui l’aveva sottoposta, per la vergogna. L’aveva presa come una bestia! L’aveva costretta carponi, ne aveva afferrato il bacino tirandola a sé, le natiche roventi a contatto con quei peli schifosi e… e… Mai più, mai più, giurò Josephine.

Prima sembrava schiacciarsi come una frittata, poi tornava su come un soufflé e diventava sempre più livido. Il battipanni era un brutto arnese, inadatto per sculacciare: il culo della signorina, notò l’esperta Amèlie, fra poco sarebbe stato tutto blu, il rossastro sarebbe scomparso ben presto. L’ha voluto lei, però, me lo ha ordinato; Amèlie la domestica sospirò mentre rimetteva a posto il battipanni nell’armadio.

IL PROSSIMO NUMERO DI CHRONIQUES DE LA FESSE SARA’ IN EDICOLA IL MESE VENTURO.

BK

Racconti di sculacciata: Fessee 16

24 Gennaio 2012

Anche loro avevano diritto a divertirsi! Sgobbavano tutto il giorno per pochi franchi, e mai un divertimento!
Ma c’è il bistrot, c’è la fiera di San Germano, il passeggio domenicale, che altro divertimento voleva Amèlie? le chiese Mària.
Amica mia, fu la pronta risposta, io non faccio l’amore da 10 anni! Ecco il divertimento che cerco! Un uomo sopra di me e dentro di me, che mi faccia sentire ancora giovane: ho 46 anni, mica sono una vecchia rimbambita e inabile. Sento il bisogno di fare l’amore, un bisogno fisico…non ce la faccio più: mi si sta incartapecorendo, concluse Amèlie, sfinita per aver pronunciato quella parola così lunga e difficile.
Madame Deveraux era passata a miglior vita; un colpo apoplettico se l’era portata via. Senza di lei, il paese era diventato un’altra cosa, lei era la guida, il faro di tutti i concittadini, dopo il beneamato sindaco, naturalmente, si affrettò a riprendere Amèlie. Ma pure lui…a maggio ci sarebbero state le elezioni e mica era sicuro di esser riconfermato: i socialisti sembravano agguerriti. Beata te, Mària, che vai a servizio pure da monsieur Georges; lui è scapolo, è agiato ed è ancora un bell’uomo! Dimmi un po’, ci ha mai provato con te?
Mai! è sempre così corretto: pensa soltanto alla sua Josephine…- sospirò la russa- Non è che sia cattivo, per carità! Semplicemente, mi ignora. E’ come se io non ci fossi, come donna dico. Eppure ho 37 anni e non sono da buttar via!
Dì un po’: ma lui si fa sempre sculacciare dalla maestra? insistette Amèlie.
Eh sì, specie quando è nervoso…corre da lei e torna con una faccia mogia, mogia. Però, qualche volta ci dà pure lui e sapessi quant’è contento: radioso come un mattino di primavera.
Le due tacquero per qualche secondo, sedute sul muretto che dava sul cortile del lavatoio.
Lo vedi come sono ridotta? – riprese Amèlie, logorroica- per vedere un pisello, devo guardare quello dei bambini alla sculacciata pubblica! Ma sembra che oggi ci sia il solo Constantin, il nipote della fornaia, ed ha soltanto 11 anni! Che schifo! Ah – la donna si battè la mano sulla fronte- ricordami che devo passare in farmacia: la signorina Roxane è di nuovo costipata; domani mi ha chiesto di farle il servizio. Poverina, non se la meritava proprio questa malattia ridicola: aveva fatto, e fà, tanto del bene.

Marcel era andato via dal paese, due anni dopo la morte della suocera. Non ce la faceva più a resistere con la moglie: lei lo umiliava, lo picchiava perfino davanti alla figlia, la svergognata Camille. E che si era presa una servetta ancor più svergognata della padroncina, e con lo stesso nome addirittura! Un giorno, Marcel era venuto dalla signorina Roxane e non ce la faceva neppure a reggersi in piedi. Amèlie aveva origliato dietro la porta e si era incuriosita, così aveva accostato l’occhio al buco della serratura. Marcel era nudo, ma proprio nudo nudo; si era disteso bocconi sul tavolo; Roxane ci aveva messo sopra pure una coperta, per farlo stare più comodo.
“Vi ha frustato per bene! Ha rotto la pelle in più punti! State buono un attimo, devo disinfettare con l’alcool, vi brucerà.” “Mai come brucia il frustino. Sapesse quante me ne ha date, perfino sulla schiena! E Camille, quella disgraziata della figlia, che stava a guardare e rideva, sguaiata. E si passava perfino la lingua sulle labbra. Ahi!”
“Ve l’ho detto che bruciava! Adesso lo lasceremo asciugare, prima di spalmare l’unguento. Siate forte!”
Dopo qualche minuto, Marcel parlò di nuovo “Signorina, lo so che sto per chiedervi una cosa di cui dovrei vergognarmi, ma non posso fare a meno di chiedervelo.” “Dite pure” “E’…è che mia moglie mi ha frustato pure davanti, proprio lì, sapete? Ecco,…vorrei chiedervi se potete dargli un’occhiata….” “Sapeste quanti ne ho visti, nel ’18 quando prestavo servizio all’ospedale militare! Su, giratevi!”
Amèlie aveva sbarrato l’occhio. Marcel si era messo pancia all’aria e le mani di Roxane gli stavano toccando il coso; l’uomo emetteva qualche gemito di tanto in tanto, mentre la voce di Roxane era professionale “ Beh, ve lo ha ridotto proprio male! L’ha scorticato in punta, il prepuzio è livido. Vi consiglio di non scoprire il glande, per un po’ di tempo. Siate morigerato e casto, da ora in poi! Ma adesso, stringete i denti…Pronto?” concluse l’ex infermiera con un sorriso forzato.
Amèlie non aveva capito il significato di tutte quelle parole strane, ma aveva capito benissimo il senso generale. L’urlo di Marcel le fece tirare all’indietro la testa di colpo. Dal buco della chiave non poteva vedere bene, ma l’uomo stava battendo forsennato le mani sul tavolo ed aveva il corpo arcuato, come se provasse un grandissimo dolore. “Ecco fatto- disse Roxane- ho dovuto togliere una goccia di sangue raggrumata. Aspettate, che vi verso un po’ di rosolio…siete bianco come un lenzuolo!”.

“Quanti anni avete, Mària?”. “37, signore, perché?” la donna russa era stupita da quella domanda così intima e nel contempo orgogliosa che lui le avesse, finalmente, mostrato attenzione. “Un po’ troppo grande per esser sculacciata, non credete?”. Mària avvampò: “Perché, signore, che cosa ho fatto?”. “Oggi è festa, mia cara, il primo maggio la festa dei lavoratori: eppure voi siete venuta ugualmente! E state lì, con il piumino in mano, a spolverare…quante volte ve lo debbo dire che non voglio che voi veniate a lavorare, nelle feste comandate, sia pure laiche?”. Era la grande occasione, per Mària: non doveva assolutamente farsela sfuggire! La bramava da due anni, dopo il primo anno che stava a servizio da lui… Si avvicinò all’uomo seduto, gli girò la schiena, protese il posteriore e disse, svenevole: “Sculacciatemi pure, signore!”.
Dieci minuti dopo, era indolenzita ma felice. Nel bagno, davanti allo specchio, se lo scrutò a lungo, dopo essersi abbassata le mutandine. Era tutto rosso, ma non proprio pesto: qualche striscia bianca, impressa dalle sue lunghe dite, si stava rapidamente arrossando. Mària aprì il rubinetto, vi portò sotto la mano a coppa e la riempì d’acqua fresca. Se la passò rapidamente sulla pelle per rinfrescarla; già che c’era, si inumidì anche davanti, perché pure là era abbastanza calda, ma era un calore di tutt’altro genere….

NON PERDETE IL PROSSIMO NUMERO DI CHRONIQUE DE LA FESSEE IN EDICOLA DAL MESE VENTURO!

Fessee 15: George e Josephine

22 Gennaio 2012

In paese, ovviamente, c’erano pochissimi apparecchi telefonici; oltre quelle istituzionali, soltanto altre 10 persone ne possedevano uno. E fra loro, c’erano il signor Trebet e la signorina Batleur. Erano amanti, naturalmente, ma non c’era niente di fedifrago: entrambi non erano mai stati sposati, non davano assolutamente scandalo, si incontravano privatamente e con tutte le cautele. Tante volte, dom Louis il parroco aveva chiesto a Georges di regolarizzare la sua posizione verso Josephine, ma lui aveva fatto orecchie da mercante. Quanto a lei, era la terza persona del paese a non frequentare mai la chiesa e non ci poteva esser dialogo con un’atea. Il nonno di Josephine era partito dal paese 65 anni prima, per andare a combattere a Parigi, a fianco dei rivoluzionari: era un mangiapreti e tale pure la nipote.
La signorina Catherine, 48 anni ben portati, quasi nonna, si divertiva tantissimo ad ascoltare le conversazioni dei due, quando lei stava di turno al centralino: in un certo senso, le mettevano una certa eccitazione addosso.
“Carissima, ti telefono perché vorrei incontrarti. E’ possibile stasera?”
“Carissimo, sai quanto ti voglio bene! Però stasera vado dalla Deveraux, sai la solita canasta del mercoledì… però, puoi venire domani, se vuoi –pausa- E’ per la solita cosa, vero?”
“Sì, carissima! Mi sento giù, ho bisogno di una scossa. E’ l’ultima volta che te lo chiedo, giuro!”
“Non è che mi attiri troppo la cosa, lo sai come la penso. Ma ti voglio troppo bene, per rifiutarti un favore: sei il mio migliore amico, forse l’unico che io abbia – pausa- mi dispiace molto doverti far del male, vederti soffrire, anche se sei tu a chiedermelo! – altra pausa- Lo faccio, ma solo per amicizia….”
“Lo so! Grazie, grazie! Se non avessi te… A domani, amor mio”.
Georges e Josephine erano all’opposto, fisicamente; tanto lui era alto e grosso, quanto lei bassina e minuta; eppure, legavano alla perfezione. Josephine aveva insegnato per anni nel ginnasio di C***: tutte le mattine prendeva la corriera che partiva dal paese e ritornava con quella della sera. Antoine, il capo dell’opposizione al sindaco, diceva che lei era stata un’insegnante severissima, ma comprensiva. Georges, invece, non aveva fatto altro per 30 anni che scrivere commedie per il cafe-chantant e poi si era ritirato in quel paese, natio borgo selvaggio.
La governante di Jo si chiamava Mària ed era una contessa! O meglio, il padre era un conte, lassù in una città del Baltico. La rivoluzione bolscevica li aveva costretti a lasciare la Russia e a scappare in Francia e qui Mària si era dovuta adattare, per sopravvivere. Era stata messa incinta, pochi mesi dopo il suo arrivo, da un tizio che neppure conosceva troppo bene; aveva perso la creatura ed aveva dovuto rifugiarsi a C***, andando a servizio per pochi franchi. Qui aveva conosciuto Jo, che l’aveva assunta quando era andata in pensione. Mària era anche la governante di Georges: gliela aveva indicata proprio Jo; ed anche di altre tre famiglie, se è per questo. Era una lavoratrice sgobbona e dai modi raffinati.
A Mària piacevano molto entrambi e, naturalmente, era a conoscenza della loro relazione e l’approvava. Così come sapeva che cosa facessero i due, qualche volta mica sempre, quando si incontravano. Magari l’avessero invitata a partecipare! Ma non era mai successo…eppure a lei, Mària, dava una certa soddisfazione esser presa a sculacciate, di tanto in tanto, ed anche darle le sculacciate, se è per questo. Tutti i venerdì, quando non aveva da lavorare, andava giù al lavatoio ad assistere alla sculacciata pubblica dei bambini: tutti quei sederi paffuti che si arrossavano sotto le materne pacche…poi, le prendeva la commozione: ripensava a sua figlia, che non era mai nata!
Invero, Mària aveva tentato di provocare monsieur Georges, aveva perfino commesso volontariamente piccoli errori, lievi disattenzioni nella speranza che lui la prendesse sotto il braccio, le scoprisse il deretano e la sculacciasse. Ma lui niente! Queste cose le faceva soltanto con la sua adorata Josephine!

Il cibo era stato ottimo, poco ma ottimo. Sempre mangiare moderatamente, prima di…
Si misero a conversare del più e del meno, ma la tensione aumentava fino a diventare palpabile. E così Jo si alzò, prese la grande mano di lui fra le sue fini dita e lo condusse di là. Georges si tolse giacca e gilet, fino a rimanere con la sola camicia; e si abbassò i pantaloni e le mutande fino alle ginocchia e si piegò in avanti, reggendosi all’alto schienale della poltrona. Le sculacciate di Jo non gli facevano mai male, almeno all’inizio, ma quando lei prendeva il ritmo, quando le sue mani arrivavano (era ambidestra e colpiva con entrambe) sulla pelle, il tocco era veramente bruciante. “Vedessi com’è rosso!” fece lei, forse divertita, forse preoccupata o forse tutt’e due le cose. Lui mugugnò: quelle che aveva preso non gli bastavano: sentiva di meritarne ancora di più. Allora lei prese la spazzola da toilette, quella d’osso. Il colore delle grosse natiche di lui si fece ancor più intenso. Durò dieci minuti buoni. Georges aveva un po’ di fiatone, ma mai quanto quello di Jo, quasi sfinita da quell’esercizio fisico. Mentre lei si passava la crema alla calendula sulle mani stanche ed arrossate, lui sedette appena sull’orlo della poltrona, perchè non poteva poggiarci di certo l’intero deretano. Il suo coso era bello dritto: semplice reazione dei nervi pelvici irritati dalla continua percussione. Eppure, Jo non riusciva a staccare lo sguardo da lì. Anzi, no! Lo fece per un istante e fissò gli occhi di lui, imploranti. Lei scosse la testa di qua e di là: non voleva per niente! Mica era una di quelle- l’aveva sentito dire- che provavano attrazione ad esser sculacciate: era normale, lei!.
Si salutarono con un lunghissimo bacio, mozzafiato

SE VOLETE SAPERE COME ANDRA’ A FINIRE, LEGGETE CHRONIQUE DE LA FESSEE!

BK

Right or Spanked 1

21 Gennaio 2012

Questo racconto ci è stato inviato da Master, che mi ha anche segnalato un video che lo ha ispirato. Si tratta di un film che io conosco da anni e che a me personalmente piace molto (lo trovate alla fine del racconto): buona lettura!

L’orologio segnava appena mezzanotte e trentacinque, quando finalmente suonarono alla mia porta le due ospiti.
“Ciao Armando!”
“Elena, Dana… dai, muovetevi! Sta già iniziando la sigla…”
La tivù era sintonizzata sul canale 37, rete di dubbia provenienza e di ancora più dubbia diffusione, mentre loro due si defilavano i soprabiti.
I colori sfavillavano nell’insegna del programma stesso conditi con un jingle di sottofondo assolutamente accattivante, tanto più per chi avesse dimestichezza con l’inglese:
“Spank me… I’m a Bad-bad Girl… Oh!…Spenk me… I’m a bad-bad girl…”
“Era ora che si decidessero a creare un programma serio, al posto di tutti quei telefilm triti e ritriti di vent’anni fa…”
“Già, ed una volta che ne fanno uno, dove lo trasmettono?”
“Ma su TeleXV Armando, è chiaro! Ma poi si è capito che cosa voglia dire ‘XV’?”
“Ma che divaolo ne so, l’importante è che qualcuno si sia finalmente deciso e che la mia antenna lo possa captare!”
“Difatti! Casa mia non la prende!”
“Dai, zitti! Sta iniziando!”

La telecamera inquadrava il centro del palco da dove sbucò fuori un ometto dal volto sorridente. ERa bassetto, appena un pelo tarchiatello, baffetti stirati un po’ alla Paolo Borsellino.
Colpiva notevolmente l’occhio un completo azzurro brillantinato ed una cravatta rossa della medesima caratteristica.
“Benvenuti amici telespettarori a ‘Right or Spanked’, il nuovo programma di TeleXV!!! Immagino che siate già pronti davanti al televisore muniti di pop corn e bibite. E allora… perchè aspettare? FAcciamo entrare… LE CONCORRENTIIIIIII!!!!”
Nuovamente la stessa musica della sigla entrò in azione e la telecamera si spostò ad introdurre due ragazze scortate da delle graziose soubrette vestite provocantemente da conigliette.

“Uhm… niente male, la biondina!” Commentò provocante Dana, scrutandomi lateralmente. Sapevo già cosa desiderasse sentirsi dire, ma io non l’accontentai:
“Si… non è male, ma quella dell’altra volta era decisamente meglio…” le risposi, sminuendo la questione.

La voce del telespettatore si fece protagonista, salutando cordialmente le giovani, ora riprese per intero senza più le ballerine in sottofondo.
“Ecco le nuove protagoniste di questa sera, che si sfideranno in un duello serrato per salvare le proprie natiche e per aggiudicarsi il montepremi che accumuleranno. Sono con noi…”
“Elisa”
“Chiara”
“Benvenute a Elisa e Chiara. Diteci qualcosa di voi che potrà interessare il nostro pubblico a casa, il quale spero sia numeroso!!!” annunciò l’ometto porgendo il microfono alla prima delle due, una biondina che attraverso il primo piano si presentava con la coda da cavallo, occhi azzurri ed un sorriso solo in apparenza timido.
“Mi chiamo Elisa, ho 22 anni, faccio l’apprendista in un salone di parrucchiera e saluto il mio ragazzo; Andrea, che sicuramente mi starà guardando!!!”
“Il tuo ragazzo non ha detto niente, sapendo che venivi qui?”
“No anzi, è stato proprio lui a proporlo…”
“Hai capito il golosone…” scoppiò una risata in studio con la partecipazione della giovane. Sembrava esserci dunque un pubblico, anche se non era mai stato inquadrato.
“Perchè sei venuta a ‘Right or Spanked’?”
Elisa colta un po’ di sopresa tentennò qualche parola di imbarazzo assolutamente costruito e balbettò in seguito:
“Beh…non so…Perchè no?”
“E Simpatica la nostra amica Elisa…”
La scena si spostò alla presentazione dell’altra ragazza, evidentemente di qualche anno meno giovane, capelli neri sciolti, volto un po’ più paffutello ma con due occhi verdi molto significativi.
“Io… mi chiamo Chiara, ho 27 anni, faccio la segretaria in un’azienda di trasporti.”
“Il tuo ragazzo cosa ha risposto quando – ”
“Ehm… Non ho il ragazzo, purtroppo.”
“Ah! Sono convinto però che dopo stasera le cose sicuramente miglioreranno.”
“Speriamo!”
“PErchè sei venuta a questo programma? Per i soldi o…”
“O!” – rispose sorridendo – “perchè si vincono anche dei soldi?”
“Ah! Ah! entrambe la concorrenti sono dotate del giusto spirito, mA adesso non perdiamo tempo! PErchè il tempo, è come il limone…. STRINGE!!! Partiamo con il gioco!”
Seppur poche, si udirono altre risa in sottofondo mentre la musichetta ripartì.

“Che battuta idiota!” replicai secco, con l’annuizione delle mie ospiti poste l’una alla mia destra e l’altra alla mia sinistra del divano.

“E’ la prova della gogna! LE concorrenti dovranno collocarsi in questo strumento di pubblico ludibrio medievale piegando le terga all’insù. Verranno fatte 10 domande, dove ogni risposta corretta farà aumentare il loro rispettivo montepremi di 500 Euro, MA!!!!Se sbaglieranno la risposta, o non la sapranno rispondere…” In quel mentre passò il microfono alla biondina imbarazzata: “Beh…”
“Splendido! La prima domanda non è stata risposta!”
“NO!” Sgranò gli occhi Elisa.
“Stavo scherzando, stavo scherzando. Però se fosse stata una risposta errata, la nostra coniglietta dietro situata avrebbe dato un colpo con questa paletta.”
Era una paletta di legno piatto, spessa ad occhio circa un centimetro, di colorazione chiara.
“LE concorrenti avranno 2 Jolly da poter utilizzare per evitare la penitenza, ma…” e porse il microfono alla seconda.
“Ci si deve svestire dei pantaloni e poi… beh, delle mutande.”
“Risposta esatta. Ricordo che; purtroppo, per motivi di legge le concorrenti indosseranno un minitanga che coprirà le pudenda, ma il resto della visione sarà garantito! E adesso che il gioco abbia inizio, prego accomodarsi.”
Le conigliette aiutarono a distendesi la prima concorrente su una specie di cuscino per l’addome sul quale era installata una struttura atta ad inserire testa e mani.

“Io spero che utilizzi subito i Jolly, la Elisa!” commentai senza pudore verso le due femmine che mi stavano accanto.
“Ed i nostri, di Jolly, non li vuoi usare?” Chiese con far da troietta la Elena, sempre con sguardo attendo rivolto al mio membro.
“Oh si… li userei subito…”
Prese la parola Dana, di identica stirpe, che non perse occasione per incalzarmi nuovamente, istigando ancor più i miei deliri ormonali già in stato allarmante:
“E su chi li useresti? Su di me, o sulla Elena?”
E’ estremamente difficile per un uomo fare queste scelte… sembra che la donna ci goda perfidamente, e così colui che sa mantenersi freddo è colui che potrà avere dei vantaggi in un prossimo futuro: “Su chi se le meriti!”
“E noi le meritiamo?”
“Oh, Si. Tutte e due!”

“Bene! Elisa è il tuo turno! Partiamo subito con la domanda numero 1: La capitale della Finlandia!”
“Oddio… era Stocc.. no, quella era della Svezia… aspetta, aspetta…!
Vi fu un suono chiaramente preregistrato di una ragazza mentre emette un urlo, quasi da film dell’orrore: -AAARGH!- era il segnale che il tempo per dare la risposta era scaduto.
“Ah! Era Helsinki…Abbiamo già sbagliato alla prima domanda… Allora, chiara: subisci la penitenza o giochi il primo Jolly?”
Vi fu un attimo di esitazione, alla quale poi seguì la risposta che il pubblico s’aspettava di sentire accompagnata da gridi di incitazione (e di eccitazione): “Gioco il primo Jolly!”
“Molto bene! Prego la nostra ‘sculaccetta’ di provvedere…”
Si vide dunque, un paio di giovani mani femminili rivestite di sensuali guanti bianchi sollevare la gonna della concorrente ed agganciarli a delle pinzette predisposte a farlo, lasciando l’immagine fissa sul sedere della ragazza per qualche secondo coperto da un paio di mutandine colorate a righe di tessuto molto sottile, attraverso le quali si poteva scorgere il rilievo imponente delle due rotondità e la fessura ad esse intermedia.
“Ricominciamo. Ora non mi fermerò fino a quando non sbaglierai… Domanda 2: Con quale Editto si pose fine alle persecuzioni cristiane nel 313 D.C.?”
“Di costantino!”
“Esatto! Domanda 3: “Tanto Gentile e tanto onesta pare, la donna mia quand’ella altrui saluta…” è un sonetto di quale opera?”
“Divina Commedia”. -AAARGH!-
“Risposta errata. Era la Vita nuova. Sempre di DAnte Alighieri, però è un altro romanzo. Ricordo che puoi giocare ancora un solo Jolly, e che così facendo guadagneresti comunque la somma come se avessi risposto esattamente alla domanda.”
“Lo gioco!” Ci fu il delirio in studio, tra l’altro incomprensibile, poichè ciò che era rivolto al pubblico era il viso e non il vero oggetto di interesse, anche se era installato un megaschermo che riproponeva le stesse immagini trasmesse in onda.

“Bene!” Replicai incurante.
“Non stai più nella pelle, Armando?”
La squadrai. LE mie emozioni mi tradivano. Cercai di mantenermi rigido e sorrisi, ma non risposi. Scrutai con la coda dell’occhio l’enorme scollatura che faceva apparire enormi quei due seni. Lei probabilmente se ne accorse. Anzi, molto probabilmente.
Attendevo con trepidanza la nottata di sesso che mi aspettava. Ma ancora non era il momento opportuno: le puledre si stavano ancora scaldando…

I guanti bianchi stavano giocando con l’elastichino delle mutandine della concorrente, che disegnavano perfettamente il loro contenuto.
Poi piano a piano, il sedere si scoprì come il sole all’orizzonte durante l’alba, e calarono giù, inesorabilmente fino alle ginocchia. Fischi e deliri in studio.

“Procediamo con le domande, allora. Domanda 4: Con quante z si scrive la parola ‘Eccezionale’?”
“Eh…1?”
“Esatto! Domanda 5: Quale pittore, considerato pazzo, morì uccidendosi con una rivoltella?”
“EH???? Quale pittore…con una rivoltella?” -AAARGH!-
“Risposta Errata, amici telespettatori!!! Era il celebre Vincent Van Gogh. Ora la concorrente è rimasta senza alcun jolly, e pertanto dovrà subire la penitenza datagli dalla nostra ‘Sculaccetta’.”
Partì un coro in studio: “Ooooooooo….”
La telecamera inquadrò il sedere che si stava agitando, sembrava quasi impaziente dell’impatto con la paletta che giunse presto: SCIACK!!!
“Ahiiiii!”
Ed il pubblico qui finì il coro d’esultanza lasciato in sospeso: “…leeeeeee!”
“E questo è solo l’inizioooooooo…. Vai con la prossima domanda 6: Quale musicista scrisse la ‘Badinerie’?”
“LA badineCHE? E che diavolo èEEEEEEEEEEE!” (SCIACK!!!)
“Risposta errata era Johan Sebastian Bach. Domanda 7: Quanti sono i principi fondamentali della costituzione italiana?”
“No… non lo soOOOOOOOOOOOOOO!” (SCIACK!!!)
“MAle, Elisa, male! PEr te ovviamente. Sono 12, ma passiamo alla domanda 8: come si calcola l’area di un triangolo rettangolo.”
“Questa la so: base x altezza, il tutto diviso 2!”
“Ah! PEccato, la risposta è… corretta! Ah! Ah! Ho cercato di intimidirti un po’ dai… Domanda 9: Secondo il principio di ARchimede, un corpo immerso totalmente o parzialmente in un fluido riceve una spinta dal basso verso l’alto pari a cosa?”
“PAri all’oggetto… si quello inserito AHIA!” (SCIACK!!!)
“Al peso del liquido spostato, questo diceva Archimede. Ora l’ultima domanda: Come traduciamo in italiano la parola ‘Neck’?
“Aspetta, era anche un cantante… collo.”
“Si, mi pare l’avesse detto prima del gong. Ok: la nostra amica Elisa ha collezionato la bellezza di 4 risposte esatte + 2 di Jolly: in totale fanno 3000 Euro. MA fra poco ci sarà il turno della seconda concorrente… subito dopo i consigli per gli acquisti…”

La telecamera riprese lo sguardo esausto ma felice di Elisa. Una leggera chiazza sul suo posteriore faceva capire agli intenditori che l’esecutrice non avesse esagerato con la forza.
Durante questo piccolo break, approfittai per portare presso di me il corpo di Elena, accarezzandogli distrattamente un seno.
“Armando, per caso mi stai toccando le tette?”
Un attimo di esitazione, dopodichè vi fu l’affermazione convinta: “Si.”
Non potevo fare differenze. Dovevo dosare le mie energie e le mie attenzioni esattamente al 50% e dunque l’altra mano si mise ad armeggiare con i jeans attillatissimi dell’altra mia ospite, che ricambiò prontamente le attenzioni, massaggiandomi a sua volta.

“Ben ritrovati amici telespettatori a ‘Right or Spanked’, il nuovo programma di TeleXV! LA nostra amica Elisa ha appena totalizzato un montepremi di 3000 Euro nella prova della Gogna, ma ora tocca a Chiara, già messa in posizione durante la pubblicità. Sei pronta?”
“Si”

“Bene! Iniziamo. Domanda 1: Di quale nazione è capitale Riga?”
“Uhm… dev’essere un paese del baltico… provo…Lettonia?”
“Esatto! LA buona sorte ti è propizia… domanda 2: L’anno d’inizio della rivoluzione francese…”
“Ah! Uh… non mi viene…” -AAAAARGH!!!-
“1789! E’ il primo errore, Chiara! Ed ora intendi pagare pegno oppure giocare il primo Jolly?”
“PAgo pegno!”
“Ah! Io ho il dovere di ricordarti che giocando il jolly guadagneresti comunque la somma come se avessi risposto in maniera corretta…”
“Lo so! MA desidero così…”
“Sensazionale amici telespettatori! La nostra amica Chiara ha appena accettato di pagare penitenza. Provvediamo dunque!”
L’immagine stavolta inquadrò il viso, in concentrata attesa, fino a quando gli occhi non si strizzarono per l’evidente impatto della paletta sul culo.
“Proseguiamo con una domanda di letteratura allora: Chi ha scritto ‘La fattoria degli animali’”
“George ORwell!”
“Esatto! Domanda 4: “Di a da in con su per tra fra” sono tutte…
“Uh.. preposizioni?”
“Esatto. La nostra concorrente sta andando avanti come un treno. Domanda d’arte: Chi ha dipinto ‘La Persistenza della memoria’”
“SAlvador DAlì, è il mio preferito.”
“Esatto! Complimenti Chiara! Ora domanda 6: “Chi canta la canzone Song of silence!”
“Mannaggia! Io ascolto solo roba italiana… non la so!” -AAAAARGH-
“Meno male! Il nostro pubblico a casa era preoccupato… ora paghi ancora pegno o giochi il primo jolly?”
“A che domanda siamo arrivati?”
“Questa era la 6°”
“Allora si. Gioco il Jolly!”
“Ah! Allora era tutta una tattica… prego la nostra soubrette di eseguire le tue volontà”
“Si, con i pantaloni su la penitenza fa meno male”
L’inquadratura si spostò nella parte posteriore della gogna, dove le stesse mani che sollevarono la gonna alla prima concorrente sbottonarono i pantaloni della seconda, per poi sfilarli. Sotto di essi vi erano un paio di mutandine bianche con l’orletto ricamato. Con la situazione attuale si poteva valutare un fondoschiena muscoloso e non grosso come ipotizzabile di primo acchito, sicuramente frutto di lunghi esercizi di palestra. Era forse addirittura migliore del fondoschiena di Elisa, che sembrava invece un po’ flaccidetto a confronto.

“LA risposta alla domanda precedente era Simon and Garfunkel. Domanda 7: DA chi viene eletto il presidente della repubblica italiana”
“Uhm mi pare dal parlamento…”
“Si, possiamo darla buona, la risposta completa era “dal parlamento in seduta comune”, comunque noi non siamo così bacchettoni da…”
Scoppiò una risata in studio.
“VAbbè soprassediamo, e proseguiamo con il nostro gioco: domanda 8 di matematica: da cosa è dato il valore del Pi greco?”
“DA cosa è dato il valore del Pi greco? MA che domanda è?” -AAAAAARGH-
“Il tempo è scaduto, ma posso intercedere per la nostra concorrente in quanto la domanda non era scritta in maniera molto comprensibile: penso che i nostri autori intendessero chiedere come viene calcolato, quindi ti accrediterei ancora un po’ di tempo.”
“Non lo so comunque, in matematica sono un po’ negata nonostante il alvoro che faccio… gioco il secondo jolly.”

LE mutande facevano quasi fatica a scendere, incontrando quella resistenza muscolosa sui suoi elastici. Bello.

“Dal rapporto tra circonferenza e diametro di un cerchio. Domanda 9: con che unità di misura si misura la corrente elettrica?”
“Beh, penso Volt…. o WaAAAAAAAAAAAAAtt?” (SCIACK!)
“Nè l’una nè l’altra: la risposta esatta era ‘Ampere’. Ultima domanda, come si traduce la parola spagnola ‘Nalgada’?”
“MA chi lo conosce lo spagno – (SCIACK!)”
L’inquadratura cambiò nuovamente con l’ometto che si avvicinava al viso della ragazza: “cosa hai appena ricevuto?”
“Non mi dire che…”
“LA parola era proprio ‘sculacciata’. Da non credere vero? Sandro, quanto ha totalizzato la nostra concorrente? 3500? Benissimo!”
LA soubrette aiutò la ragazza a ridestarsi, senza porgergli però gli indumenti persi durante il gioco.
“Come vi è parsa la prima parte di questa esperienza?”
Mentre la voce di Elisa iniziava a descrivere il suo stato d’animo, le immagini della sua prestazione venivano riproposte in doppia visuale fronte/retro con l’aiuto del tecnico del montaggio.
“Fa male! Non pensavo così, ma comunque è stato piacevole…”
“E cosa risponde invece la nostra amica Chiara?”
“Io invece pensavo peggio…”
“Eppure le immagini fanno trapelare altro…”
“Beh, un po’ si però…”

Ora come ora, facevo fatica a seguire le immagini del televisore. LE mie attenzioni erano rivolte a quei 2 splendidi corpi che presto sarebbero stati miei. V’era un fremere dentro di me e non c’era più ragione di nasconderlo.

“Ed ora è la volta del prossimo giocooooooooo…”

I racconti di Mr X, parte 2

19 Gennaio 2012

Questo racconto ci viene inviato da Master, che mi aveva inviato anche delle foto a corredo che però non sono riuscita a inserire. Buona lettura.

E’ passato un po’ di tempo da quando Chiara ha subito quella punizione.
Ho cercato di stargli vicino per capire ciò che è successo.
Sono successe tante cose ed ho bisogno di raccontarle con l’esatta successione degli eventi, altrimenti rischio di cadere in confusione
Appena terminato il pasto e dopo aver dovuto sparecchiato la tavola, Chiara si diresse in camera sua, e solo dopo aver appurato di aver serrato la porta a chiave, si buttò a capofitto sul letto a piangere.
Estrasse con fatica dalla tasca dei pantaloni il suo telefonino, dove scribacchiò di essere stata sculacciata ingiustamente da suo padre ad una certa Erika. Ipotizzai allora che fosse la sua amica del cuore in quanto le ragazze di giovine età solitamente sono inclini a raccontare certi segreti solo ad una persona speciale.
Mentre scriveva con il telefonino, l’altra mano continuava a strofinarsi il sedere allo stesso modo di come aveva fatto prima: il palmo aperto partiva dall’attaccamento del gluteo sulla coscia, salendo poi verso la schiena in modo da far sobbalzare il gluteo stesso, una volta che la direzione della mano si invertiva tornando verso il basso. E nel mentre piagnucolava tirando su con il naso.*

Sempre tramite i suoi messaggi, capii quale fu la causa scatenante di tutto:
Uhm… aspetta… no! Ho cambiato idea! Non voglio raccontarvi tutto! Vi farò giocare ai piccoli detective: vi racconterò solo gli indizi come si sono rivelati nell’arco temporale, e quando penserete di aver capito potrete alzare la mano. Le prime informazioni che vi fornirò sono quelle ottenute tramite il telefonino di Chiara. Chiaro? (Ah! Ah! Chiara/Chiaro…Un’altra delle mie battute orrende, scusate…)
Di cosa stavo parlando? Ah, si! Il cofanetto dello studio! A detta di Chiara, esso aveva la funzione di essere un piccolo magazzino di soldi liquidi con un doppio scompartimento per le monete e per le banconote. Al suo interno non vi era custodito mai una somma molto ingente: il più delle volte era necessario mettervi mano per ricercare ad esempio le monete per il carrello della spesa, e quindi per mettere a disposizione di chiunque un ricambio veloce di denaro. Tuttavia, stavolta all’appello mancava una cifra complessiva di circa 30€. Il padre era sicuro di quel ammontare perché aveva prelevato qualcosa la mattina stessa.
Anche Erika era in vena investigativa: le propose di passare a trovarla, così da parlarne meglio, oltre che a risparmiare sul credito telefonico già abbastanza risicato.
Una volta arrivata e fatti i convenevoli del caso si chiese come me una cosa: “perché il padre avesse incolpato proprio te?” La risposta di Chiara fu immediata:
“Ebbene, sotto quella scrivania, c’erano accavallate disordinatamente le mie ciabatte. Sai com’è, purtroppo ho l’abitudine di seminarle in giro per casa ogni tanto, e mi tocca spesso camminare scalza perché non ho la più pallida idea di dove siano finite. Stavolta erano lì, ma se da una parte non ricordo dove averle appoggiate l’ultima volta, dall’altra ricordo perfettamente che oggi non ho avuto alcun bisogno di mettere piede in studio: Beh! Certo, è possibile che quelle ciabatte io le abbia perse li ieri, ma…”
“E tuo padre quindi ha creduto che fossi stata tu a prendere quei soldi e si è arrabbiato per questo, quindi…” replicò con sguardo meditativo.
“Uhm… non proprio. Papà all’inizio era solo un po’ stizzito per il fatto che tutto il cofanetto fosse vuoto: come regola di famiglia, si dovrebbe sempre moderare il prelievo per lasciare qualcosa a chi venga dopo. Comunque può sempre capitare che qualcuno abbia bisogno di prelevare qualcosa di più, e se si avvertono gli altri non ci sono problemi.”
“Tutto qui, Chia? Per cosa si è arrabbiato, allora?”
“In realtà, mio padre andò su tutte le furie solo dopo il momento in cui ho negato di essere stata io la responsabile dell’accaduto, e l’epilogo è quello che ti ho già raccontato. Mi ha fatto tanto male Eri… guarda…” Per far capire con maggior precisione alla sua amica ciò che le fu capitato, si adagiò sul letto e si sfilò lentamente i lembi di tessuto dei pantaloni, i quali sfregamenti con la pelle provocavano smorfie molto simili a quelli visti qualche tempo prima sulla sedia della sala da pranzo. Ed ora giaceva nuovamente nuda agli occhi dei suoi (due) osservatori.
Era bella come una dea. Ancora erano presenti i segni lasciati dal recente passato che il tempo avrebbe sicuramente cancellato presto come se si trattasse di sabbia esposta al vento mattutino. Cercava di cogliere con quello sguardo da cerbiatta priva di vergogna un cenno d’amore che subito ricevette.
Alla visione della pelle arrossata e dolorante, Erika avvicinò con molta titubanza la propria mano compassionevole, temendo che quel contatto lieve potesse provocarle ulteriore dolore. Invece, la risposta di quel contatto così dolce fu quasi di sollievo, come se quella mano disponesse di qualche potere curativo magico. Mise l’altra mano sui suoi capelli, accarezzandoli pieni di amore. Chiara si stava lasciando coccolare e consolare, nei suoi occhi si leggeva che quello era ciò di cui aveva più bisogno.
Povero culetto di Chiara! Solo dai suoi sfoghi capii che fu stato sculacciato persino con le sue ciabatte. Questo era un fatto nuovo ed intrigante, che spiegava il motivo di quel rossore diffuso in tutta l’area con precisione.*

Erika porgeva altre domande mentre continuava a massaggiare quel giovane sedere.
“E poi sono sicura: stamattina non ho fatto altro che alzarmi per andare a scuola, e nemmeno ieri sono stata molto in casa. Ho provato a convincere papà che quelle ciabatte non c’entravano nulla con quello che è successo ma…”
“…Ma lui sentendosi negare l’evidenza dei fatti, si arrabbiò ancor più che non per l’ammanco.”
“E’ così, Erika! Ahi!”
“Scusa! Hai bisogno di una cremina per la pelle, Chia. Altrimenti ti farà male anche solo a sederti.”
“Non dirmelo! Quella strega di mia madre mi ha negato persino la possibilità di mettere un cuscino sotto la sedia prima mentre mangiavamo!”
“Ma che dici? Voi avete i cuscini sulle sedie della sala da pranzo.”
“Si, ma quel bastardo di mio fratello lo aveva tolto apposta.”
“Che bastardo! Uhm… si questa cremina dovrebbe andarti bene. Anzi, dovrebbe proprio essere l’ideale. Dice di essere l’ideale per la pelle arrossata dal freddo ma dovrebbe andare bene anche per… beh, insomma quella roba lì… Dai, che te adesso la Eri te la spalma…”
“No dai, Eri… non preoccuparti, faccio da sola…” disse un po’ imbarazzata.
“Dai, dai… non fare tanto la capricciosa… hai il coraggio di farmelo guardare così conciato, di fartelo toccare ma fai la timida per farti spalmare una crema? Se tratti così il tuo ragazzo non durerà a lungo! Stenditi bene che mi prenderò io cura di questo culetto sculacciato per benino. Hi! Hi!”
“Eri, ti ci metti anche tu a prendermi per il cu- ehm- in giro?” La sua faccia assunse la tipica espressione di chi abbia appena fatto una gaffe (faccia- faccia… Lo so, è un’altra delle mie terribili battute, ma giuro che questa volta è stata del tutto intenzionale)
“Ah! Ah! Ah! Si! Ti prendo proprio per di lì… E stai un po’ ferma…”*

Iniziò a spalmare in modo maledettamente erotico quella crema che ondulava la luce riflessa ogni volta che la pelle si piegava…
“Che fine hanno fatto quei soldi? Qualcuno li ha di certo presi. Hai qualche idea?
“Nessuno in famiglia ha affermato di aver preso qualcosa da quel cofanetto e chi possa essere stato realmente io non lo posso sapere con certezza. Escludo comunque papà: non posso credere che abbia preso i soldi e poi mi abbia fatto questa scenata del kaiser: è stato preso da Alzhaimer precoce? E poi un professore come lui che tiene a mente tutto ciò che si spende nell’arco della settimana ricordando persino i centesimi. Oh! Si!” Fece una smorfia di soddisfazione: la crema stava dando effettivamente il risultato lenitivo sperato. “Continua così, ti prego…”*

“E tua mamma neppure…”
“Mamma avrebbe potuto anche prenderli, ogni tanto lo fa se va in quei posti dove non accettano la carta di credito, ma lei ha categoricamente negato.”
“Chiara, a questo punto il cerchio si restringe… Siete solo in quattro in famiglia, e se non sei stata né tu, né tuo padre, né tua madre, può essere stata solo una persona che grazie alla tua famosa sbadataggine l’ha passata liscia.”
“Beh! 30 € a quella età sono tanti. Maledetto! In più ultimamente si sta proprio comportando da irresponsabile: non hai idea di quante volte abbia litigato con lui ultimamente.”
“E questo non lo ha certamente spinto a farsi avanti… ha avuto la fortuna che quelle ciabatte fossero lì e non ad esempio in cucina e non si è lasciato perdere l’occasione di fartela in qualche modo pagare.”
Ci furono dei secondi di silenzio. Gli occhi di Chiara stavano scrutando un punto disperso nel vuoto in modo da focalizzare meglio un flashback proveniente dalla sua memoria, fino a quando un suo profondo respirò annunciò di avere un’importante rivelazione da confessare:
“Aspetta, ERI! Mi è venuto in mente un flash: quella mattina mentre facevo colazione io AVEVO addosso le ciabatte in cucina.”
“Sei sicura?”
“Assolutamente! Sul pavimento era stata maldestramente versata dell’acqua da quell’idiota di mio fratello, ed io mi ricordo di averla pure pestata. Poi altro non mi ricordo, ma era quasi ora di scuola, e quindi penso di essermi diretta alla scarpiera per cambiarmi e partire.”
Intanto, amorevolmente la crema continuava a venire spalmata durante le consolazioni di Erika.
A volte, per stuzzicarla un po’ e farle dimenticare i problemi, la mano scivolava vicino alla giovane farfallina, che prontamente veniva difesa dalle gambe con toni scherzosi che tentavano inutilmente di causare imbarazzo.
“E quindi? Come hanno fatto a finire li le tue ciabatte?”
“Ma che ne so, sono tornata a casa e non mi sono nemmeno cambiata che mio padre mi ha accolta come già ben sai…”
“E quindi le ha messe lì qualcuno? Non dirmi che è stato tuo fratello…”
“Ma dai, per prendere dei soldi dal cofanetto non ci sono mai stati questi problemi, e quindi con che scopo? Sebbene ci sia un po’ di rancore ogni tanto tra di noi, non penso che abbia il coraggio di fare una scenata simile… è mio fratello dopo tutto. Però…”
“Però?”
“Ieri sera abbiamo effettivamente litigato un po’ più pesantemente del solito, e lui effettivamente mi ha fatto capire che in qualche modo si sarebbe vendicato.”
“Chia! Il caso è risolto! E’ stato lui: ha fatto in modo che tu venissi incolpata e si è poi gustato il momento in cui venivi punita…”
“Ho paura che tu abbia ragione, Eri! Tu dici che il suo obiettivo ero io?”
“Se conosco abbastanza quella carogna, con rispetto parlando, è probabile…”
“Si, ma come faccio a dirlo a papà?”
“Ma dai Chia! Scopri se ha fatto delle spese ultimamente e se le ha fatte avrai la prova che è stato lui. Però questo me lo dirai domani com’è andata. Si è fatto dannatamente tardi! Dai, che vado!”
Come per mettere il punto a quella frase, Chiara lasciò cadere uno schiaffo sulla natica destra della sua amica, che presa alla sprovvista si alzò in piedi con faccia stupita. Quanto darei per aver la possibilità di farlo anche io, ma devo togliermi dalla testa questa ossessione.
“Oh! Ma sei scema? Non ti basta quello che ho passato oggi?”
“Scusa non potevo resistere… è tutta la sera che te lo massaggio… dai, un giorno me lo tornerai…”
“Ci puoi contare!” disse rivestendosi e dandogli un bacio sulla guancia. Poi si diresse verso la porta, girò la chiave inserita nella sua serratura e poi salutò l’amica.*

Rimasta sola, si ridistese sul letto a rimuginare su quelle ciabatte e su chissà quali fantasmi. Poi d’improvviso si alzò e si diresse in quella che scoprii essere la camera del fratello.
Lo trovò intento ad ascoltare il walk-man, che gli strappò di mano quando capì di non essere ascoltata. Era già difficile affrontare una discussione del genere, figurarsi poi con qualcuno che non ti ascolta.
“Sei stato tu? Confessa!” era determinata ad andare a fondo a quella questione, nonostante dovesse rivangare la vergogna del passato, ma l’ingiustizia subita doveva essere un’umiliazione ancora più grande.
“A fare cosa?” fece con un tono sorpreso obiettivamente costruito.
“Lo sai! Hai preso tu quei soldi dal cofanetto.” Lo scontro verbale ebbe inizio
“No! Non è vero!”
“Lo sappiamo tutti e due! Io non sono stata, mamma e papà neppure. Non puoi essere altro che tu!”
“Bugiarda! Li hai presi tu” Nessuno dei due arretrava sulla propria posizione. La discussione si prolungò in reciproche accuse, durante le quali Chiara espresse tutti gli elementi presi in considerazione fino a quel momento ma ad un tratto si volse in direzione di una custodia CD sul comodino.
“E questo? E’ nuovo! Non ce lo avevi ieri! Sono sicura.” Girò la copertina per osservare il prezzo: 23€. (Ammazza quanto costano!)
I ragazzi giovani devono ancora imparare l’arte del mentire, avranno tutta una vita per imparare a farlo, il suo sguardo basso ed il suo improvviso silenzio tradivano la sua colpevolezza.
“Ma se dovevi proprio prendere quei soldi, perché dovevi coinvolgermi mettendo le mie ciabatte li? Papà ti avrebbe stressato un po’ sul spendere soldi in modo inutile, ma non ti avrebbe fatto nulla.”
Lui rispose bofonchiando qualche parola, ormai con le spalle al muro: “chi perde di solito le ciabatte in giro per casa sei tu, e quindi è facile che tu le abbia lasciate in studio per sbaglio.”
“BALLE!!! Tu le hai messe li apposta per scampare a chissà quale castigo.”
“No!”
“SI!” La sua voce si fece più forte e stridula, quasi volesse con quel tono riuscire in qualche modo a ferire il suo avversario, che non rispose, ormai indifeso di fronte l’evidenza
“MA LA COSA CHE PIU’ MI FA INCAZZARE… PERCHE’ DOVEVI AGIRE COSI’ DA VIGLIACCO? ORA ANDIAMO DA PAPA’ E GLI SPIEGHIAMO TUTTA LA VERITA’” Le urla vibrarono persino sui muri… il fratello era sempre seduto sul letto, fino a quando alzò la testa e sfogò così tutta la tensione accumulata:
“PERCHE’ SEI UNA STRONZA e… NON CI VADO! Hai avuto quello che ti meriti.”
Ora il silenzio era calato. La sorella non poteva credere di venire ferita in modo così brutale (Bruto era il figlio di Cesare, che lo ha pugnalato ferendolo a morte e… Ho cercato di fare una battuta, non so se si sia capita. VAbbè, non importa…)
Lei non poteva credere che suo fratello avesse potuto mostrare così tanto odio nei suoi confronti, né tanto meno che avesse potuto congegnare un piano così diabolico non per cavarsi da una situazione difficile ma proprio per poterla incolpare, magari indovinando la reazione esagerata del padre.
D’altro canto il fratello era preso anche lui dalla paura. Non so dire se si trattasse di senso di colpa o di paura delle conseguenze: effettivamente la sua frase andava a perdere potenza mentre la sputava, il che sta a rafforzare la prima ipotesi.
Passarono dieci secondi in cui anche i respiri sembravano congelati: dopodichè Chiara scattò sul fratello, che cercò di portarsi le mani a protezione del volto. Non fece tempo a colpire un paio di volte le sue braccia che la porta si spalancò improvvisamente, rivelando la severa figura del padre.