Lost in punishment, parte 4
30 Agosto 2010Continua l’eccellente racconto di Arkano. Buona lettura a tutti.
RANDAL SAVAGE
(Avviso: Questo capitolo non contiene scene di sculaccuiate o punizioni)
Mi chiamo Randal Savage e sono un investigatore privato. In questo momento guardo sconsolato il motore dell’auto che ho noleggiato. Il cofano è aperto e il fumo che si leva in alto è nero e puzza di olio rancido. Non dovevo risparmiare andando da quel messicano con la faccia che aveva più crateri della luna e una pancia che portava a spasso come fosse un’altra persona.
Mi ha fregato e l’ha fatto con il sorriso sulla faccia, ammesso che quella ad allargarsi fosse la bocca e non una pustola più grande delle altre. La strada dove mi trovo è una lingua di asfalto bollente che taglia il New Mexico.
Non si vedono segni di civiltà e l’orizzonte sembra allontanarsi ad ogni sguardo. Prendo il cappello alla texana che proteggermi dal sole e il cellulare con le immagini satellitari che mi hanno condotto qui. Anche se non sembra, a pochi kilometri da qui dovrebbero esserci i resti di una vecchia base militare, chiusa, si dice, in seguito ad un esperimento nucleare sfuggito di mano all’esercito.
C’erano degli scienziati che lavoravano al progetto di una bomba atomica tascabile o qualcosa di simile. Ma io non so qua per fiutare un vecchio guaio del Pentagono, mi trovo in questo dannato deserto perchè è qui che troverò la ragazza che sto cercando.
Si chiama Margareth ed è sparita da casa due settimane fa. Non è scappata è stata rapita. I genitori sono convinti di si, soprattutto il padre un ex comandante dell’esercito. E’ stato lui a darmi le foto dei satelliti, immagini ottenute grazie a delle sue vecchie conoscenze. E così accomi qui in cerca dei fantasmi atomici di una base che dovrebbe essere stata cancellata dalla mappa e da google hearth ma che così non è.
Dò un calcio alla macchina giusto per rispettare un clichè, controllo che la pistola sia ben assicurata al fianco, insieme ai ferri del mestiere che mi ha fornito l’ex comandante. Una cesoia speciale per reticolati ostici e un taser ultrapotente che se caricato opportunamente non induce solo ad un sonnellino elettrico.
Inizio la mia marcia sotto il sole. Non mi piace il caldo, durante l’estate ho almeno tre ventilatori a farmi compagnia e in ufficio, quando non devo ricevere clienti, il mio look è una canottiera e un paio di mutande.
E anche così il sudore mi ricorpre in fretta e i miei vestiti diventano come la sindone in pochi minuti. Basta una manciata di passi per sentire l’asfalto attraverso le suole delle scarpe. Mi sposto dalla strada e mi infilo nella desolazione più assoluta.
Non ci sono neanche i cactus e gli avvoltoi, è solo una cartolina desertica, l’interno di una fornace piena di terra. La fronte mi si sta squagliando come fossi di cera. Gli aloni sulla canotta sono così larghi da sembrare chiazze di petrolio.
Guardo le immagini sul display del nokia e i segni rossi che indicano la direzione. Ad un certo punto questi diventano due x in prossimità di una linea grigia, un recinto di filo spinato che è a guardia dei segreti di questa landa senza vita.
Finalmente, in fondo, vedo luccicare le punte del filo spinato. Sono arrivato alla base. Stando al ex comandante qualcuno ha preso possesso delle vecchie strutture per nascondere delle attività illegali. Anche se non me l’ha detto il padre di Margareth stava indagando per conto suo su chi poteva aver fatto una cosa simile. Deve essersi esposto e i criminali per mandargli un messaggio hanno rapito sua figlia. La mia altra paura è che ci sia gente dell’esercito che copre il tutto. Ecco perchè il comandante ha bypassato le forze dell’ordine e i commilitoni per venire dritto nel mio buco e offrirmi la redenzione.
-Ai.
Brutta idea toccare il filo spinato. Sapevo che c’era l’elettrica ma volevo essere sicuro. Alzo lo sguardo e mi sforzo contro il sole per vedere quanto alto è il dannato muro metallico. Una bella protezione, attiva e letale per sconsigliare sguardi indiscreti e impedire a chi è oltre di scappare. Una prigione che non dovrebbe esistere e che è qui davanti ai miei occhi facendomi dubitare sempre più di essere l’uomo giusto per un caso simile.
Sono solo contro un’organizzazione le cui radici affondano dentro il governo del mio paese. Gente senza scrupoli che rapisce ragazze e che tira le fila di una serie di pericolose attività criminali.
Se fossi una persona con un briciolo di cervello funzionante, girerei i tacchi ma non lo sono e inoltre ho la chiave per entrare lì dentro. La pinza dovrebbe fare al caso mio. Adatta per ritagliarsi una discreta porticina, e passarci attraverso.
Una volta dentro il panorama è quello di prima, la terra sembra anche più arida. Guardo di nuovo le immagini che non mi sono più di grande aiuto.
Non ci sono edifici visibili, solo delle carcasse d’auto e una roulotte che stando alla linea rossa non dovrebbe distare più di un paio di miglia.
Quella è la mia prima tappa. Non dovrebbero esserci telecamere, sono sicuri di essere fuori dai radar e in effetti questi, nemmeno i più sofisticati, hanno percepito nell’ultimo periodo attività umane. Force c’è una specie di schermo anche se è un ipotesi da fantascienza. La mano è sempre vicina alla pistola mentre cammino. Mi fermo solo un attimo per prendere fiato, dalla mia bocca esce aria calda e ho l’impressione di aver mangiato un pezzo della terra.
Ancora un miglio abbondante e almeno troverò un po’ di riparo nella roulotte, magari anche del cibo o degli indizi per continuare la mia caccia a Margareth. C’è una piccola collina di sabbia che si alza come la gobba di un dromedario, ci salgo sopra a carponi e dall’altra parte compare come un insetto metallico seccato dal caldo, la roulotte.
Sono abbastanza vicino da vedere che c’è del movimento, una figura sta entrando ora nella casa viaggiante. Afferro il taser e scivolo giù dalla collinetta. Non so nemmeno dove trovo le forze per correre, probabilmente le mie gambe si muovono in quella direzione senza sforzo come se la curiosità di sapere chi diavolo è quella figura desse loro la carica.
In effetti mi sento un po’ come quei pupazzi con la chiave. All’inizio girano su stessi frenetici e corrono poi, man mano che l’energia scema, diminuiscono la velocità fino a fermarsi. Io ho il padre di tutti i fiatoni e il cuore che cerca di sfondare il petto come un poliziotto durante una retata quando arrivo vicino ad un palo metallico con un gancio che sembra disegnato da tanto è immobile.
Ed è allora che vedo i fori di proiettili sulla roulotte e trovo anche un bossolo esploso nel terreno. Poi attraverso uno degli oblò della roulotte, noto una ragazza che attraversa il piccolo occhio prima di sprire dove non ci sono finestre.
Non mi sembra una minaccia. Dovrei annunciare la mia presenza. Forse è un’altra vittima dell’organizzazione. Forse è Margareth? Sarebbe troppo facile e nel mio lavoro non c’è mai nulla di facile. Mi affianco alla porta metallica con la grossa maniglia, allungo la mano e la abbasso. Probabilmente da dentro la cosa non è sfuggita alla ragazza e infatti mentre cerco di aprire mi trovo dall’altra parte qualcuno che fa pressione perchè non ci riesca.
Sento strisciare un mobile da usare per bloccarmi. Grido.
-Ferma. Non voglio farti del male. Sono Randal Savage e faccio il detective privato di Chicago. Tu sei Margareth?
Per un attimo c’è silenzio poi una voce risponde.
-Non so chi è Margareth. E non mi fido di nessuno.
É chiaramente sconvolta da qualcosa, ha paura che possa farle del male.
-Di me ti puoi fidare. Ti tirerò fuori di qui. Ce ne andremo insieme. Lascia che entri.
Ancora attesa poi altro rumore e infine la porta si apre. La ragazza sulla soglia ha un fisico atletico, capelli rossi, un viso ad un tempo ingenuo e malizioso, come i suoi occhi che sono un po’ quelli di una gatta e di una giovane della porta accanto. Noto dei segni vicino all’ombelico. Mi vede e mi corre incontro e mi abbraccia. Io ricambio ed è così che mi sfila la pistola e me la punta contro.
-Mani in alto.
-Mettila giù, può partirti un colpo.
-Non sarà un incidente. So come usare un’arma. Mio padre è un cacciatore.
-Posso immaginare che sei sconvolta ma sono l’unico che sa che sei qui e che può tirarti fuori dai guai.
-Sconvolta? Sono stata rapita mentre lavoravo a Praga. Sono stata portata qui e un ragazzo con una maschera sadomaso mi ha punita e usata come schiava sessuale. Per non so quanti giorni sono rimasta completamente nuda, sono stata umiliata e se non ubbidivo alle sue richieste mi picchiava. E mi picchiava anche se ubbidivo perchè gli piaceva farlo.
E poi di colpo, dopo avermi frustata a sangue, sono arrivati dei tizi e l’hanno ucciso. Hanno fatto sparire il suo corpo.- parla tutto d’un fiato senza fermarsi tremando nella voce e nelle mani e in quelle dita troppo vicine al grilletto per non preoccuparmi.
-E’ tutto finito.
-Ho provato ad andarmene ma c’è un reticolato, ed è elettrico. Sono tornata qui ma non è più venuto nessuno. Perchè non mi riportano indietro? Ero materiale per desideri ma la persona che li voleva realizzati è morta, uccisa da chi gli ha permesso di trasformare la fantasia in realtà.
Cerco di avvicinarmi per calmarla e prendere l’arma ma il suo dito pizzica deciso il grilletto.
-Fermo o ti apro un buco in testa.
-Io non mi muovo ma tu faresti meglio a mettere giù l’arma. Sono qui perchè so che c’è una base nascosta in quest’area dove tengono una ragazza. Ora temo che la persona che sto cercando non sia l’unica vittima.
-Si fanno chiamare MATCH- dice e la canna adesso non trema più ma è sempre puntata all’altezza della mia fronte.
-Cos’è questa storia dei desideri?
-Non lo so ma sono dei bastardi e hanno i mezzi per fare quello che vogliono. E chi mi dice che tu non ti stai fingendo un detective ma che in realtà sei uno di loro.
-Come ti chiami? - provo un nuovo approccio.
-Non fare il gentile o mi fai incazzare di più. Ci metto un secondo a spararti. Sii convincente.
Abbasso un braccio rischiando molto, prendo la pinza e la lancio tra me e lei, in terra.
-Ho aperto il reticolato con quella. Ho anche delle foto di quest’area. Questi MATCH non sono invisibili come pensavano. Qualcuno si è accorto di loro. Dal satellite si vedeva la roulotte.
-Se si vedeva perchè non siete intervenuti, vi masturbavate guardandomi mentre uscivo nuda a stendere i panni o mentre mi frustava legata a quel dannato palo.
-Nessuno ha visto nulla. Non c’erano movimenti ne persone intorno alla roulotte, pensavamo fosse abbandonata. Metti giù l’arma e parliamo con calma.
Nei suoi occhi passa qualcosa, una scintilla non più di speranza ma di rassegnazione, mi consegna l’arma e poi dice.
-Mi chiamo Lila e se vuoi davvero aiutarmi c’è una cosa che puoi fare per me.
-Cosa?
-Devi sculacciarmi. Dopo essere stata prigioniera per così tanto tempo, dopo che la mia giornata tipo era scandita dalle punizioni, mi vergogno ad ammetterlo ma mi mancano. Mi mancano le sculacciate. Non ti chiedo niente di pesante. Ho la sindrome di Norimberga.
-Stoccolma. Si dice Stoccolma. Se ti fa piacere, se può aiutare a rilassarti lo farò però non ho mai sculacciato una ragazza, potrei sembrarti un po’ goffo, inadatto.
-Sculacciami e sii credibile, ordini secchi e colpi decisi. Ne ho bisogno.
-Va bene.- che richiesta folle, ma sono Randal Savage e questo è il mio mestiere e sono sempre pronto a prendere la situazione in mano.
Continua…