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Brenda e la capo reparto, parte sette

17 Gennaio 2012

Arriva finalmente la settima parte del racconto di Giorgio, Brenda e la capo reparto. Per chi avesse perso le puntate precedenti, si possono trovare qui:

Parte 1
Parte 2
Parte 3
Parte 4
Parte 5
Parte 6

Quando furono terminate tutte le visite, la dottoressa dette ordine di riportare le ragazze nelle loro celle accompagnate dalle loro rispettive padrone, ed una volta rinchiuse, di raggiungerla nella piscina della tenuta!
Poi rivolta ad Antonella disse: accompagnale tu, sia ora che dopo in piscina perché ti devo comunicare le disposizioni da dare per la dieta di oggi per Brenda che non é stata visitata, per le altre ragazze dai disposizione di far servire lo stesso nostro menù, per lei ti dirò dopo.
Come desidera, fu la risposta della all’altra donna.
Ed uscì dalla biblioteca per accompagnare le ragazze alle loro celle!
Giunte, una ad una entravano nella loro cella in silenzio, e prima che la porta venisse nuovamente chiusa a chiave, si giravano e baciavano la mano della loro padrone.
Successivamente, le signore vennero accompagnate in piscina.
Ad Antonella, venne dato il menu per Brenda dalla dottoressa.
Per lei che non é stata ancora visitata, un cucchiaio di olio, insalata a taglio, mozzarella e pomodori.
Due mele, ed acqua corrente!
Dai subito disposizione alla cucina di preparare il tutto.
Poi rivolta alle signore disse: allora ragazze, forza una bella nuotata non può certo farvi male, andiamo facciamo muovere i muscoli, forza manteniamo tonico il corpo.
In acqua march!!!!!
tutte quante all’unisono si gettarono in acqua ed iniziarono a nuotare. Partirono le prime sei, poi come arrivarono in fondo alla vasca, partirono le altre sei. Come giunsero le altre ripartirono le prime.
Facendo così la staffetta.
Fecero sei vasche tutte quante.
Anche le signore erano nude in piscina, come lo era la dottoressa, le sue assistenti che erano sedute su delle comode poltrone.
Come nude lo erano pure le gemelle.
Giunse così l’ora del pranzo e tutte le ospiti furono fatte accomodare in sala da pranzo.
Il pranzo venne servito sempre in maniera impeccabile dal personale di sevizio e per l’occasione avevano indossato camicetta bianca, gonna blu, cravatta rossa e scarpe blu con tacco a spillo da dieci e gambe completamente nude.
Terminato il pranzo, venne servito il caffè, dopo il caffè la dottoressa fece cenno ad Antonella di avvicinarsi a lei!
Come si fu avvicinata le comunicò bisbigliandole nell’orecchio destro che Brenda sarebbe stata visitata alle 16,30 in punto in biblioteca davanti a tutte le padrone, alle due gemelle ed a tutte le sue assistenti.
Quindi di essere puntuale e di portarla completamente nuda con le mani ammanettate dietro la schiena e con il collare e guinzaglio abbastanza lungo in pelle!!!!
Fatti accompagnare dalle tue signore padrone!!!!
Non dubiti fu la risposta di Antonella!!!!
Antonella si recò subito dalle sue padrone e comunicò loro quanto le era stato comunicato dalla dottoressa. Le due sorelle risposero affermativamente e dissero che per le 16,00 in punto si sarebbero recate alla stalla per prendere in consegna la puledra da portare alla visita.
Poco prima delle 16,00 le tre donne si congedarono dalle loro ospiti dicendo loro che, dovevano andare alla stalla per portare una puledra alla visita, e che tutte le signore presenti potevano spostarsi in biblioteca.
Subito dopo uscirono per recarsi alla stalla. Giunte, venne aperta la porta blindata e la ragazza come sentì il rumore della porta che si apriva si mise nella posizione che conosceva bene.
In ginocchio mani dietro alla nuca, faccia alla porta.
Come fu spalancata la porta, le venne impartito un ordine secco che non ammetteva repliche: mani dietro la schiena. Come pose i polsi in quella posizione, le vennero messe le manette e subito dopo un secondo ordine: piegati in avanti e le venne messo immediatamente il collare dove vi era già stato agganciato il guinzaglio.
Venne tirato appena appena il guinzaglio e subito dopo seguì l’ordine: muoviti!!!!! Seguito da una bella pacca forte e sonora che arrivò su tutte e due le natiche del suo magnifico culo.
uscirono tutte e quattro dal luogo dove si trovavano le stalle, Antonella stava in mezzo alle due sorelle, mentre Brenda seguiva dietro e per l’occasione non aveva nemmeno le scarpe.
Prima di entrare nel portico, con un getto di acqua fredda, le vennero lavati i piedi, le venne dato l’ordine di asciugarli e successivamente entrò in biblioteca accompagnata solo dalle due sorelle.
Subito dopo che furono entrate, Antonella chiuse la porta alle loro spalle.
Bene,bene,bene. Disse la dottoressa, ecco quella che non abbiamo visitato questa mattina.
Senza esitazioni dette immediatamente iniziò alla visita che si svolse come quella della mattina.
Finita la visita, dette ordine di farla riportare nella sua cella. E prima di farla uscire bisbigliò all’orecchio della signora Barbara, quando tornate, voglio parlare con voi e con Antonella in privato nello studio. Voglio essere relazionata sulla condotta di Brenda e di come è andato il suo rendimento qui in tenuta.
Come desidera signora dottoressa, fu la risposta dell’altra donna prima di uscire dalla biblioteca.
Quando tornarono, la dottoressa era già nello studio ed Antonella relazionò sul comportamento della ragazza affidatale dandone un ottimo giudizio.
Bene rispose la dottoressa, pertanto ritengo che possa dirsi concluso il periodo di Brenda qui in tenuta lunedì può riprendere servizio al suo posto, mentre ritengo che per tutte le altre debba proseguire.
Bene Antonella, tu puoi andare, ora devo parlare in privato con le tue padrone, tu domani, verrai visitata dopo che tutto il personale di servizio ok?
Come la signora dottoressa comanda, fu la risposta.
Come La donna fu uscita, la dottoressa, rivolta alle due sorelle disse: ogni tanto mandatemi Brenda al mio studio che voglio divertirmi con lei. La voglio tutta per me.
Sarai servita cara l’amica nostra. Ogni tuo desiderio per noi é un ordine.
Nel pomeriggio fecero una lunga passeggiata tra i prati della grande tenuta e la dottoressa, concesse il permesso anche alle ragazze ospiti,insieme alla loro padrona.
Sarebbero infatti state tenute al guinzaglio Barbara e Benedetta presero rispettivamente Brenda e Brigitte. Tutte le ragazze che erano rinchiuse, anche per la passeggiata rimasero completamente nude. Tutte le altre invece, si vestirono in modo adeguato all’occasione.
Le altre ragazze venute con la dottoressa, presero parte anche loro alla passeggiata, ma si presero tutte per mano come se fossero delle coppiette di innamorati.

 

Fessee 12: Brigitte

16 Gennaio 2012

Lasciò andare l’estremità, il giunco vibrò a lungo nell’aria. Sì, andava proprio bene: flessibile e robusto, nodoso quanto basta. Ben presto l’avrebbe usato sulle chiappe di sua moglie, così lei avrebbe imparato che a lui, suo legittimo sposo, non la si poteva fare impunemente! Basta esser preso per i fondelli, basta lavorare come un mulo tutti i giorni e vedersi dilapidare i soldi guadagnati onestamente! Quella spendacciona avrebbe imparato! L’aveva sposata soltanto per dare una madre a sua figlia, è vero, a quella povera piccola, beh, mica tanto piccola: Arletty si avviava a toccare i 25 anni. E, purtroppo, non aveva ancora avuto un pretendente che sia uno! Eppure lui, il padre stimatissimo farmacista e notabile del paese, non è che avesse trattato Arletty con i guanti. L’aveva punita quando era il caso, forse, qualche volta, perfino con eccessiva severità. Fino a due anni prima la legava alla sedia e giù con la canna palustre, finchè il sederino di Arletty non diventava tutto rosso. Una volta aveva pure dovuto portarla dalla signorina Roxane perché le medicasse le escoriazioni, per quante gliene aveva date… In compenso, Arletty era diventata una ragazza perfettamente a modo, mica una di quelle civette, pronte a seguire l’ultima moda, pronte a dar corda agli sfaticati che oziavano nel bistrot. Il farmacista Bebouf si commosse, nel ricordare le grandi qualità della figlia…Tutto il contrario di Brigitte, di quella scriteriata…Il frustino vibrò nuovamente.

Brigitte, e non era colpa sua, aveva avuto per madre una tedesca; ed aveva preso tutti i caratteri fisici della genitrice; alta, robusta, mento cavallino, espressione decisa. In realtà, aveva un carattere abbastanza debole ed una mente vanesia; ma era una brava donna di casa, con il solo difetto di adorare i cappellini. Ne comprava almeno uno al mese, di varie fogge e, quel che è peggio, di prezzo elevato. Dopo due o tre volte che lo aveva messo, per farsi invidiare dalle donne del paese nel passeggio domenicale, lo buttava in un angolo, insieme agli altri. Suo marito glielo aveva detto mille volte, aveva perfino minacciato di picchiarla, se ne avesse acquistato un altro. Ma lei non aveva saputo resistere. Quello che aveva in testa, le costava 200 franchi, ma si poteva pagare pure a rate….
La faccia di Auguste non prometteva niente di buono. “Non vorrai mica adoprare quello?” chiese Brigitte. La punta del frustino la raggiunse sulla coscia, pizzicandola. Mica vorrà fare come l’altra volta, si domandò la donna, mica vorrà che mi spogli nuda per poi sculacciarmi: mi ha doluto per una settimana dopo. Un altro pizzico, sull’altra coscia, le fece comprendere che il marito voleva proprio così.
Per fortuna il vestito era tutto di un pezzo, bastava slacciare i bottoncini laterali e lui scivolò giù, immediatamente seguito dalla sottoveste. Brigitte era rimasta in mutandine, verdi come il vestito, e calze scure, assicurate però da due giarrettiere sempre verdi. Si sfilò pure le mutandine. Il frustino le indicò il piano laccato del tavolo. Brigitte vi adagiò il lungo busto, e divaricò i piedi; altrimenti, avrebbe dovuto piegare le ginocchia perché lei era troppo alta per quel basso tavolino. Per fortuna, oggi Auguste non picchiava troppo forte. Non che fosse piacevole (il dolore non è piacevole per definizione) però era sopportabile; le scaldava le belle natiche, che non parevano affatto quelle di una 47enne.
A poco a poco, Brigitte si dovette ricredere: il calore sul culo aumentava, stava diventando come quello emanato da una bujotte; lei mandava un grido, fievole però, ad ogni frustata e storceva la bocca; “ahia che male, non lo sopporto più” prorruppe alla fine. Il buon marito sembrò esser misericordioso, smettendo di sculacciarla. Brigitte riprese la posizione verticale. Sul piano del tavolo, era rimasto l’alone lasciato dal suo corpo, alone in cui spiccavano le due orme impresse dai grossi seni. Oddio, che vide quando si voltò! Il piede di Auguste proprio sopra la cappelliera, che lei aveva depositato sbadatamente sul pavimento. “Piegati in avanti o lo schiaccio!” disse minaccioso Auguste. Noooo, nooo quel modellino nuovissimo che nemmeno a Parigi…. Brigitte si piegò in avanti, le braccia penzoloni.
Quasi finì con la capoccia contro il muro, tanta era stata violenta la frustata. Si rimise come stava. Strano, non aveva nemmeno sentito il sibilo. Ahi! Ahi! Ahi! Stai ferma! Lo decido io quand’è finita. Le due voci si incrociavano, intervallate dai sibili, che adesso Brigitte sentiva molto bene e non solo quelli sentiva….. Stando ancora con il busto piegato in avanti, si massaggiò le natiche roventi, con il rischio di perdere l’equilibrio. Ma Auguste pareva aver smesso, a meno che non stesse riprendendo fiato. Brigitte girò appena la testa, per sbirciare. Per smettere, il marito aveva smesso ma non stava riprendendo fiato: si stava calando i pantaloni…..
BK

Fessee 11: La punizione di Margot

15 Gennaio 2012

“Non è possibile! Non si può fare!” “Perché no?” “Perché vostra figlia non è più una bambina! Ha 22 anni! Se proprio volete sculacciarla, fatelo dentro casa. Mettetevela sotto il braccio, scopritele la parte e cominciate!” “ Così lei mi da un morso! E’ già successo, sapete?” “E allora chiamate qualcuno, o qualcuna, che la tenga ferma mentre voi procedete alla bisogna. Ve lo ripeto: non posso autorizzarvi a sculacciarla pubblicamente!”
La signora Selàs rimase profondamente delusa dalle parole del sindaco; lei era una donna minuta, rinsecchita da anni di lavoro, la figlia era una cavallona da un metro e sessanta: quando mai sarebbe riuscita a sculacciarla? E se le altre madri del paese non l’aiutavano, come avrebbe potuto punirla come si meritava? Margot avrebbe seguitato a fare tutto quello che le pareva e piaceva. Almeno, finché era vivo il povero padre, ci aveva pensato lui; le dava certi schiaffi sul culo, che Margot se li ricordava per mesi. E Auguste ci metteva tutta la lena dei suoi muscoli da carbonaio.
E pensare che, da piccola, Margot era proprio una brava bambina. Quante volte l’avete vista sculacciare? Nemmeno una decina, a che io mi ricordi. Però, appena compiuti i 15 anni, Margot ha cominciato ad avere un comportamento strano. No, no non è stata la morte del padre! E’ che lei ha preso una brutta strada: si è licenziata dalla sartoria, i giovanotti le ronzano intorno come api intorno alla mimosa fiorita, non guadagna, non fa niente. Ed io devo spezzarmi la schiena a lavare i panni, per darle da mangiare. E’ ora che tutto questo finisca. Che Margot capisca che non può seguitare a trattarmi così, che mi deve portare rispetto…che deve andare a lavorare, perché con i miei soldi non possiamo andare avanti.
Madame Deveraux si lisciò pensosa il mento, mentre la figlia, la bella Edwige, si asciugava una furtiva lacrima: il racconto di quella donnetta l’aveva commossa. “Vi aiuteremo, statene sicura” affermò la madre.
Margot stava tornando a casa: il campanile aveva appena suonato le 11. Lei affrettava il passo, più per respingere il fresco della notte autunnale che per paura; in fin dei conti, la serata era stata piacevole. Jean l’aveva fatta ridere molto. Per un attimo, il pensiero di Margot riandò alle barzellette che lui aveva raccontato, nella saletta del bistrot ed alle risate che lei si era fatta; così, Margot si distrasse. Fu allora che si sentì piovere qualcosa, o qualcuno, addosso. Un ampio tabarro scuro che le impediva di vedere e un secondo dopo, dieci, cento, mille mani che la stringevano e la costringevano a camminare. Margot strillò, ma da sotto il pesante mantello a ruota che era appartenuto al nonno del signor Marcel, uscirono solamente gemiti inintellegibili.
C’erano tutte, ma proprio tutte. La signora Deveraux e la figlia, e poi Pierrette la sfregiata, Josephine l’insegnante, la vedova Cluzot; perfino la signorina Roxane, già pronta con i suoi vasetti di crema e di unguenti. E c’era pure sua madre, con un’espressione soddisfatta. Margot ammiccò, abbagliata dalla luce improvvisa, dopo tanti minuti di buio. Avrebbe voluto parlare, dire la loro a quelle arpie, ma una mano robusta le cacciò qualcosa in bocca. Un attimo dopo, si trovò piegata sul tavolo, il peso dell’intero corpo di Camille Deveraux e di quello della sua servetta, che poggiavano sulla schiena. Allora Margot scalciò, sentendo che qualcuno provava ad alzarle la gonna. Le legarono le caviglie insieme. Immediatamente dopo le furono abbassate le mutandine: Margot era nuda, il posteriore scoperto.
Nonostante il peso delle due che le stavano sopra, Margot riuscì ad alzare la testa, tendendo al parossismo i muscoli della schiena. Sulle chiappe le era arrivato il primo colpo di battipanni. E ne seguirono altri, tanti altri sempre più veloci e sempre più forti; il sedere di Margot andava letteralmente a fuoco, quando i colpi cessarono all’improvviso. La ragazza aprì gli occhi e, attraverso il velo di lacrime che li offuscava, vide madame Deveraux consegnare qualcosa a sua madre. Margot scosse disperatamente la testa, dato che non poteva parlare. Però poteva udire, ed udì il sibilo minaccioso del frustino, un attimo prima che colpisse le sue natiche. Fuoco liquido, aghi roventi entrarono nella pelle e nella carne sottostante. Le due Camille faticarono non poco a tener ferma la loro vittima. La madre la stava frustando con la stessa tecnica che usava per battere i panni: colpi secchi ma veloci, una pausa, e poi un altro colpo, assai forte. E di nuovo i colpi rapidi, la pausa, e quello pesante.
Oramai le lacrime scendevano copiose sulle guance di Margot, che non aveva neppure più la forza di ribellarsi, neppure di muoversi. “Credo che possa bastare così, signora- la voce della Deveraux senior- rischiate di scorticarglielo del tutto, di levarle ogni centimetro di pelle”.
Le due Camille scesero dal loro cuscino umano e Margot si levò subito il fazzoletto dalla bocca. Le parole che pronunciò non fecero altro che far ritornare quelle due al loro posto, sopra di lei. Ma adesso le tenevano ferme le braccia, distese sul tavolo. “La lezione non l’avete imparata. – ancora la voce di quella vecchia megera- occorrono sistemi più radicali. Non abbiate timore, signora, sarete ripagata” Le forbici tagliarono la blusa di Margot ed insieme la maglia che c’era sotto; i lembi furono scostati a denudarle pure la schiena. Che ben presto fu rigata dal materno frustino. Forse, per qualche istante, Margot perse i sensi, comunque si sentiva tutto un dolore.
La signorina Roxane fu svelta ed efficiente, come al solito. Spalmò la crema su quei rossastri solchi, sia sulla schiena sia sul culo sia sulle cosce. Margot non aprì bocca, si sentiva le gambe deboli, si era fatta la pipì sotto per il dolore, le girava la testa, quando la piegò a tirarsi su le mutandine. “Bacia la mano di tua madre!” ordinò madame Deveraux. Margot la guardò incerta. “Dobbiamo ricominciare?” chiese la virago. Margot afferrò la mano di mammà e la ricoprì di baci e di lacrime.
Il lunedì successivo, Margot si ripresentò in sartoria e chiese se potevano riassumerla a lavorare.
BK

Fessee 14

12 Gennaio 2012

Nulla di grave, nulla che non fosse guarito entro pochi giorni, sentenziò il dottor Louison-Baquier, dopo che ebbe fatto rivestire Alphred; ma, disse al signor Jerome in separata sede e a voce bassissima, meglio non abusare di simili metodi barbari e crudeli: poffarbacco, si era negli Anni Trenta!
Edwige Deveraux fece una gran risata, quando ebbe ascoltato la diagnosi ed il consiglio del medico ed anche il signor Jerome, di solito così impassibile, si concesse una smorfia divertita. La frusta, secondo loro, stava alla base dell’educazione della prole. Frustali e non ti morderanno mai la mano, come i cani.
Alphred, invece, lo mostrò alla cugina: era ancora gonfio ed un poco bluastro, in punta risultava piuttosto scorticato, gli bruciava, ma di meno dei giorni precedenti, quando faceva pipì, ma il dottore aveva detto che sarebbe rimasto normale. Camille ne fu assai contenta, tanto che lo accarezzò delicatamente, per paura di fargli male. Ovviamente, a quei tocchi prolungati, il coso di Alphred si indurì di nuovo ed il ragazzo fece una smorfia.
Una settimana prima, la zia lo aveva frustato davanti e di dietro, proprio perché egli, insieme alla cugina ed alla domestica di lei, aveva fatto delle cosacce e non voleva per niente tornare ad assaggiare quel tremendo frustino. Con gran fretta, Alphred lo rimise nelle mutande.

Anche il coso di Marcel il carpentiere gli faceva tanto male; sulla punta, portava ancora la garza su cui spiccava una macchiolina rosa. Non è niente, aveva detto il dottore, capita a molti, figurarsi poi ad un fimotico, che è pure monorchico traumatico. Un colpo di bisturi e passa tutto. Sì, ma il taglio era stato parecchio doloroso e la ferita ancora non guariva….

Amèlie introdusse la canna dell’enteroclisma, aveva cercato di fare il più piano possibile, ma la signora aveva emesso un gemito ugualmente; andiamo bene, pensò la domestica, aprendo la chiavetta della grossa sacca impemeabile, sta proprio lì e non riesce ad uscire, ma ce la farà sicuramente: questo è il secondo che le faccio, poverina quanto soffre per questa maledetta stitichezza… Quell’Etienne dei miei stivali, quel professorone…è stato qui sei mesi, l’ha torturata quasi ogni giorno e non ha ottenuto un bel niente! Meno male che se ne è andato, al diavolo gli auguro!

Margot era preoccupata; da un mese non aveva più le sue cose! Eppure, con Jean non aveva fatto niente di irreparabile: sì qualche bacio, sì lui le aveva toccato il seno, sì lei glielo aveva smaneggiato, ma là dentro non c’era mai entrato! Possibile che fosse incinta? No, non era possibile! Che cosa aveva allora, com’era che ritardavano?

Quel giovane cerbiatto lo attirava, lo eccitava assai, non vedeva l’ora di portarselo a letto, di sentirlo dentro di lui e fare in modo di essere lui a penetrarlo, dopo aver coperto di baci quella delicata pelle serica. Marcel Lagardére, coniugato Deveraux, seguitò a fissare quel ragazzo dai tratti femminei, che stava sorseggiando una bibita, al tavolo vicino al suo. Cercava un argomento per attaccare bottone, per iniziare una conversazione e poi, chissà…. Sicuro, se la moglie fosse venuta a scoprirlo, gli avrebbe piagato il culo (e non solo quello) a forza di frustate…o avrebbe di nuovo adoprato la claquette? Marcel rabbrividì, ma fece spallucce e tornò a guardare Antoine….

CHRONIQUE DE LA FESSEE IN EDICOLA LA PROSSIMA SETTIMANA

BK

Racconti di sculacciate: Miss Elisabeth

10 Gennaio 2012

Questo bel racconto di sculacciate ci viene inviato dal nostro caro Amico Geronimo: buona lettura a tutti!

Lord Talbott l’aveva di nuovo convocata. Era la nona volta in tre mesi. Avrebbe già dovuto licenziarsi da tempo. La paga era buona e ne aveva un terribile bisogno, ma come poteva tollerare quello che le stavano facendo… Tutte le altre assistenti di Frau Blucher erano letteralmente fuggite. Nessuna poteva resistere al clima di sopraffazione morbosa e delirante che vigeva in quell’austera villa del Devonshire. Nessuna tranne Elizabeth. Beth percorse rapidamente il lungo, oscuro corridoio. Il pavimento in legno di quercia scricchiolava sinistramente pur sotto il peso leggero della giovane domestica. – Oh Signore, com’è possibile? Tremo di paura, mi faranno male, sarò umiliata eppure…-. Dinanzi a Beth si aprì il vasto salotto mal riscaldato dal grande camino centrale. Sopra i pannelli di legno di rovere, sul fondo di una tappezzeria consunta, i ritratti degli antenati di Lord Talbott la scrutavano severi. Igor, il vecchio alano, se ne stava accucciato sul tappeto persiano con le palpebre stancamente adagiate sugli occhi. Il padrone si stava già arrotolando le maniche della camicia semi aperta sul petto villoso. La lunga cicatrice provocata dalla scimitarra di un guerriero madhista durante la campagna sudanese* faceva bella mostra di sé sul torace dell’uomo. Erano passati otto anni ormai, ma quando cambiava il tempo faceva sentire la sua presenza. Beth la trovava orribile… orribile e affascinante. Lord Talbott era alto e robusto. Eccellente cavallerizzo e cacciatore, di animali e di uomini. Era considerato un eroe di guerra. I grandi basettoni rossastri e i mustacchi, uniti alla folta capigliatura spettinata gli conferivano un aspetto leonino, un impressione di aggressività e ferocia che mai come in questo caso corrispondevano all’indole autentica del personaggio. Al suo fianco, in piedi, stava Frau Blucher, la temibile governante di origine prussiana. Tozza, torva, corpo massiccio, sguardo duro che giudicava, sempre e comunque, senza alcuna indulgenza. Sebbene vivesse in Inghilterra da molti anni pretendeva di essere appellata Frau anziché Mrs. Blucher. La donna impugnava un lungo frustino flessibile. Ogni tanto sferzava l’aria ma senza guardare Beth, le piaceva solo sentire il fruscio, il suono minaccioso di quello strumento di dolore.
Beth, deglutì. Senti qualcosa, uno stimolo imprecisato nel proprio inguine. Improvvisamente le venne voglia di toccarsi tra le gambe ma resistette all’impulso. Lord Talbott squadrò compiaciuto la ragazza. Il vestito lungo, verde scuro di cotone dozzinale, non rendeva giustizia alla bellezza della giovane. 21 anni, originaria di un misero villaggio del Galles,orfana e povera. Sufficientemente istruita. I capelli nerissimi erano raccolti modestamente in una crocchia che lasciava sfuggire due ciuffi a spirale che le sfioravano le orecchie perfette. Il naso regolare, la bocca carnosa, i grandi occhi grigi spaventati ma al tempo stesso pieni di desiderio, colpevole, perverso. Un incarnato un poco più scuro di quello tipico delle ragazze di quelle latitudini, segno della presenza di sangue mediterraneo nella vene della fanciulla. Talbott ne aveva ammirato il corpo nudo durante le punizioni: i bei seni turgidi dai grandi capezzoli marroni, le cosce tornite come colonne di granito e le belle natiche. Oh, si, Beth aveva un culo duro e pieno dalle rotondità appetitose e lubriche. Ma la pelle, al di là delle apparenze, non era affatto delicata e segnarla adeguatamente non era cosa semplicissima. Anche la resistenza al dolore della giovane era cosa rara. Le altre piangevano come fontane e si dibattevano come invasate dopo poche scudisciate. Ma non Beth. Era una vera fortuna che non se ne fosse ancora andata. Talbott non riusciva a fare meno di punirla sempre più spesso. Con la moglie ci aveva provato ma quando la donna aveva capito che i castighi del marito non erano dettati solo dalla severità maritale ma anche da qualcos’altro, se ne era andata. Separazione solo di fatto, naturalmente (il divorzio era cosa disdicevole, quasi impensabile) ma irreversibile.
_ Beth, piccola sciocca!- La rimproverò aspramente Lord Talbott. – Frau Blucher mi ha riferito della vostra ultima biasimevole impresa –. La recita era cominciata . Beth non vedeva l’ora di essere picchiata duramente e a lungo sul proprio culo vergognosamente messo a nudo ma c’era un rituale da svolgere, ed era assolutamente necessario. – Collins ha trovato i cocci del vaso cinese sotto la scala. Non conosco nessun’ altro in questa casa così maldestro da causarne la rottura!- Collins era il giardiniere. La settimana precedente aveva frustatato Beth con la coramella. 70 cinghiate. Non aveva potuto sedersi per tre giorni. Naturalmente poteva essere stato benissimo Igor, quel goffo cagnone, a compiere il misfatto, ma Beth non tentò neppure di difendersi. – Certo – proseguì Talbott – da ragazza con la testa sempre tra le nuvole e che non dà nessuna importanza ai beni, specialmente quelli altrui, penserete “ ma in fondo non è che uno stupido vaso!” non è così ? confessate!- Certo – rispose la domestica con un tono di voce lievemente piccato e irridente :- Non è che uno stupido vaso!- Frau Blucher, indignata si fece avanti minacciosamente brandendo il frustino. – Screanzata, come osi rivolgerti in questo modo a Sua Signoria! Ora ti faccio sanguinare le terga!- Lord Talbott la fermò ridendo in cuor suo per lo sfrontato autolesionismo della ragazza e per la reazione della governante.
Quel vaso, scellerata fanciulla, era un regalo della mia compianta zia materna per il trentesimo compleanno di mia moglie ed ha, o meglio aveva, ben 250 anni!-. Beth abbassò la testa mortificata.
Non pensate dunque di aver meritato una bella ed esemplare sculacciata? – Signorsì – ed anche una buona dose di frustate?- signorsì – Denudatevi immediatamente!- Beth era già tutta bagnata tra le cosce. Il padrone se ne sarebbe certamente accorto.
Si tolse il lungo vestito verde e poi la sottoveste. Talbott le ordinò di tenersi le calze bianche, almeno per il momento. Naturalmente non portava mutandoni. Il riverbero del camino fece luccicare la folta peluria bagnata di secrezioni vaginali dell’inguine di Beth. La ragazza si sentì sprofondare dalla vergogna e corse a stendersi sulle ginocchia del Lord. Un attimo dopo i possenti sculaccioni di Talbott cominciarono ad abbattersi sulle rotondità posteriori della bella moretta.
Le vigorose manate di Talbott erano autentiche bastonate ma sembrano rimbalzare sulle chiappe sode ed elastiche di Elizabeth. Talvolta le dita del fiero sculacciatore sfioravano il forellino e le labbra del sesso della giovane donna. Allora Beth vibrava come una corda di violino e fra un gemito e l’altro sussurrava a se stessa – oh Signore perdonami! Mi, mi…piace! – . Dopo 200 sculaccioni la prima parte del castigo cessò. La ragazza si massaggiò il culo rossissimo. N on aveva versato una lacrima. Guardò Talbott diritto negli occhi, la bocca semi aperta. Le labbra bagnate di saliva. –Via le calze! Scioglietevi i capelli! – La folta chioma nerissima che raggiungeva l’osso sacro fu liberata in tutta la sua nera e lucente bellezza. Odore di lavanda e sudore, odore di sesso e di femmina si mescolarono, si fusero. Una potente erezione premette sotto le braghe di Lord Talbott, peraltro adornate da una grossa macchia specie sulla gamba destra dove si era appoggiata la micetta della fanciulla. I piedi nudi di Elisabeth scivolarono con grazia sul vecchio tappeto verso la poltrona. La ragazza si inginocchiò esponendo il culo allo sguardo voglioso di Talbott, al frustino di Frau Blucher. La governante le legò i polsi dietro lo schienale. La tensione muscolare percorse il corpo della giovane dalle braccia alle cosce. Beth si voltò per un lungo interminabile secondo verso i propri punitori, battè le palpebre, protese oscenamente il sedere e si girò di nuovo. – tre dozzine di scudisciate Frau Blucher! – Il frustino prese a sibilare, tagliare l’aria, infine colpire con ampi fendenti le natiche della ragazza, dalle reni alla parte superiore delle cosce disegnando note di dolore e di voluttà sul sedere della corrigenda. Stavolta i gemiti di Beth furono più acuti, si udirono i primi singhiozzi, le prime lacrime rigarono il suo bel volto. Talbott avrebbe voluto infilare naso e lingua nella fica di Beth. Avrebbe voluto penetrarla con il proprio membro fino alle viscere e farla urlare, di piacere,di dolore, di piacere e dolore, ma urlare, maledizione!
La sua natura vitale e feroce che aveva potuto liberare impunemente nella guerra africana ma che doveva comprimere nella cosiddetta civiltà stava prepotentemente emergendo. Elizabeth era la preda che aveva sempre agognato,una preda cosciente e volontaria.
La governante colpiva veramente duro, molto peggio di Collins. Al ventisettesimo colpo il dolore raggiunse e superò l’eccitazione. Beth Non poteva ripararsi le natiche poiché aveva i polsi legati. Le fitte al culo erano lancinanti. Al trentaduesimo colpo cominciò a supplicare.
Infine la punizione cessò. Il corpo nudo di Beth era imperlato di sudore, il culo di goccioline di sangue sparse qua e là tra le strisce grigie e violacee in cui era stato dipinto dalle sapienti, crudeli sferzate della governante.
Frau Blucher le sciolse i polsi. Elizabeth raccolse i vestiti e raggiunse la sua stanza. Nessuno disse una parola. Nella vasca di acqua calda, tra i vapori e alla luce del candelabro chiuse gli occhi e si masturbò.
Si stava ammirando le natiche doloranti allo specchio dopo essersi asciugata, ancora completamente nuda, quando Talbott fece irruzione nella stanza. Beth rimase a bocca aperta per la sorpresa, deglutì per la paura. Gli occhi di Talbott sembravano febbricitanti. – Voi non avete il diritto di…- La donna non potè finire la frase. Lord Talbott l’abbracciò e le sue labbra, la sua lingua incollate alle proprie, le impedirono di proseguire la protesta. Beth si sentì sollevare da terra come fosse un panno di seta leggera. Talbott la stese sul letto, supina, le sollevò le gambe e se le appoggiò sulle spalle. Le baciò le dita dei piedi una ad una. Di nuovò la lunga cicatrice sul petto dell’uomo orribile e meravigliosa comparve davanti agli occhi di Beth. Le parlava di violenza, di forza, di lotta e di avventura. Poi sentì la virilità di Talbott farsi strada tra le cosce, pulsare dentro di lei. – Che Dio mi perdoni, amo questo mostro – e si lasciò andare.

* Nota storica. Si riferisce alla guerra anglo-sudanese del 1896 – 1899 condotta dall’ esercito britannico nel Nord del Sudan contro i seguaci del Mahdi (in arabo il ben guidato) una sorta di messia islamico identificato in Muhammad Ahmad morto nel 1885 che aveva scacciato gli egiziani dal paese nel 1884 (L’Egitto era di fatto un protettorato inglese).

Memorie di uno spanker: la mia dolce zia

31 Dicembre 2011

Quale migliore occasione per festeggiare la fine di quest’anno che pubblicare un racconto del nostro carissimo Geronimo? Eccolo a voi, insieme ai tanti auguri per tutti gli amici che leggono il blog!

Ero rimasto orfano della mamma che ancora non avevo compiuto tra anni. Mio padre doveva viaggiare molto per lavoro e non poteva portarmi con sé. Mi affidò alla famiglia del fratello maggiore, Giorgio, che gestiva una serra dalle parti di *****. Era sposato con Valeria, una donna alta e formosa, capelli quasi neri, così come gli occhi dallo sguardo profondo, un sorriso radioso come non ne ho mai più conosciuti. Una tipica bellezza degli anni ’60. Avevano due figli, Piero, di pochi mesi più giovane di me, e Gina, una bella ragazzina vivace maggiore di due anni.
Mi crebbero come un figlio. La Zia sostituì in pieno mia madre il cui ricordo si è affievolito sempre più e della quale possiedo ormai solo una immagine vaga. Cara zia, sempre attenta e premurosa, generosa e solare. Le ho voluto e le voglio tuttora un sacco di bene.
Zia Valeria era dolce e affettuosa, si, ma anche molto severa. A quel tempo l’educazione veniva impartita con le botte. Ogni mancanza veniva punita e le punizioni erano sempre corporali. A parte i frequenti scappellotti che non metto neanche in conto, quando la zia ci puniva afferrava un grosso mestolo di legno, o in casi gravi il terribile battipanni di vimini e ci sculacciava di santa ragione, sempre a sedere nudo. Avevamo imparato a tirarci giù da soli braghe e mutande (mia cugina si sfilava la gonna) e a prenderci tutte le botte – quasi mai molte ma sempre energiche – senza opporre resistenza e beccandoci anche le romanzine che accompagnavano ogni mestolata o scarica di batti pannate sui nostri culi indifesi. Potevamo solo frignare a nostro piacimento. Guai a divincolarsi, Aumentava la dose. Prima di coricarci confrontavamo l’entità dei lividi e del gonfiore sui rispettivi sederi. Erano il marchio della colpa ma anche il simbolo dell’affettuosa ancorchè inflessibile disciplina della zia. Lo zio, a parte qualche scapaccione isolato, non ci ha mai picchiato, almeno me e Alfredo. Bastava il suo vocione profondo a intimorirci. Anche un tono appena, appena, più alto costituiva un avvertimento efficace. Gina invece aveva preso una dose industriale di sculaccioni quando ancora frequentava la scuola elementare e un paio di razioni di cintolate da adolescente. La visione del modo in cui erano state conciate il retro delle cosce e le chiappe di mia cugina costituirono un deterrente insuperabile. Meglio non far arrabbiare lo zio. C’ è da dire che la vista delle terga nude e segnate di Gina non suscitarono in me solo pietà, ma anche una nuova sensazione che interessava la mia zona inguinale e che compresi pienamente solo in seguito. Quando ammirai per l’ultima volta il culo cinghiato di Gina, la ragazza aveva ormai quindici anni, io e mio cugino rispettivamente tredici e dodici. La mattina successiva mi masturbai nella ritirata ( Non avevamo ancora il classico bagno con l’acqua corrente) e tra le immagini mentali che mi ispirarono nella circostanza c’erano appunto le cinghiate sul culo nudo prese dalla cuginetta. Non ebbi l’accortezza di chiudere a chiave. Ad un certo punto la Zia, preoccupata perché non mi vedeva e non rispondevo alle sue chiamate aprii all’improvviso la porta. Avevo cercato di nascondere ciò che stavo facendo ma lei aveva capito tutto. “-Brutto zozzone, vuoi diventare cieco?! Alzati e vieni qui!-“ Non avendo a disposizione la mestola mi sculacciò con la mano, in piedi, a lungo e con tutta la forza che aveva. Io piansi per la vergogna più che per il dolore. Alla Zia non sfuggì il principio di erezione in atto. Sospirò e disse “-Ormai sei un ometto e che ometto!-“ aggiunse osservando le dimensioni del mio affare. Mi abbracciò, mi schioccò due baci umidi e caldi sulle guance e mi congedò raccomandandomi di non mettere nei guai le brave ragazze. Da quel momento non mi sculacciò più.
Fu di li a poco, però che potei comprendere in modo più chiaro alcuni miei gusti particolari.
Sapevo che se anche era la Zia Valeria a dirigere la casa, Zio Giorgio era il leone capobranco. Ogni tanto dava una ripassata alla Zia per ricordale, come si diceva una volta con espressione brutalmente maschilista, chi portava i pantaloni. Lo Zio era un uomo burbero dai modi spicci ma certo non un bruto o un violento. Avevo capito vagamente che di quando in quando la zia le prendeva, ma non avevo mai visto lo zio alzare la mano su di lei, Né la moglie aveva mai recato sul viso, lividi, escoriazioni o anche semplicemente arrossamenti improvvisi. Talvolta l’avevo invece vista fare le scale con una certa fatica o sedersi piano facendo smorfie o massaggiarsi il sedere. Gina mi aveva detto che il papà sculacciava la mamma con la cinghia quando non si comportava bene e la picchiava a sedere nudo come faceva con lei (Gina) però la madre le prendeva più spesso perché non era tanto buona mentre lei era una brava ragazzina e bla, bla, bla. Questo petulante discorso mi irritò e sul momento non volli crederle, ma poi cambiai idea. Era un sabato sera. C’era stata una discussione a cena. Lo zio incolpava la moglie di non aver curato bene certe piante di fiori tropicali che erano in effetti morte causando una piccola perdita economica alla ditta familiare dello zio. “- Più tardi t’insegnerò a fare più attenzione, oh se imparerai!- “Disse Giorgio alquanto alterato alla moglie.La zia non replicò ma per tutto il resto della sera se ne stette in silenzio con una espressione triste dipinta sul volto.
Quella notte mi avvicinai alla camera degli zii che si trovava al pianterreno. I muri di quel cascinale erano spessi ed isolavano bene le stanze per cui era difficile sentire i rumori. Dalla porta, invece, si sentiva benissimo.
Guardai nel buco della serratura. Quello che vidi mi turbò profondamente. Un misto di indignazione, compassione e soprattutto eccitazione mi travolsero. La Zia Giorgia se ne stava a quattro zampe su una bassa panchetta. Si appoggiava sui gomiti e il didietro era puntato verso l’alto. La sottana era avvolta sul dorso. Dalla mia posizione vedevo il suo grosso culo nudo, bianco e rosso e le sue belle, giunoniche coscione, anch’esse bianche e rosse. La mia attenzione fu per un attimo calamitata dalla visione del sesso grassottello rivestito da una folta pelliccia nera e dallo spacco di carne più scura simile ad una rosa sbocciata. Poi il guizzo delle cinghiate fortissime e veloci che facevano tremare il povero culone della zia mi rapirono. Si, lo confesso, la povera donna gemeva e piagnucolava, “-Basta, ahiaa! Basta cinghiate, ti prego, Ahia! Ho il culo sempre pieno di lividi, basta Giorgio, ahii! Ahia!.-“, Io però, ero eccitatissimo. Zio continuò a sculacciare imperterrito e senza misericordia per non so quanto tempo. “ Ti avevo avvertito, se ti copri il culo te ne do altre cinque!. Allora prendi! – Slasch, slasch – prendi e prendi – slasch! Slasch!- Una potente erezione mi fece svettare il pisello fuori dai pantaloni del pigiama. Il bel deretano, fino alla metà delle cosce, era gonfio con numerose macchie violacee sul fondo rosso scuro. “-Spero che ti questa punizione ti sia bastata, Valeria, altrimenti…” mentre diceva questo con voce calma, lo zio si mise a massaggiare e baciare le chiappe della moglie. La mano destra si insinuò nella ferita naturale della donna, tra le cosce, Non potevo vedere bene il volto della zia da quella posizione ma sentii distintamente i singhiozzi trasformarsi in gemiti di piacere. Poi il sedere della zia fu coperto da quello dello zio che si era nel frattempo calato le braghe e che si mise a fare un movimento avanti ed indietro con il bacino, come se spingesse ed i gemiti ed i mugolii della zia si mescolarono ai suoi grugniti. Stavano… scopando! Se ne era sempre parlato tra ragazzi ed adesso potevo vederlo dal vivo!. Quello che però mi aveva veramente colpito è che i miei zii facessero l’amore dopo le cinghiate. Forse alla zia non era del tutto dispiaciuto quel trattamento.La punizione li aveva eccitati, sia la vittima che il carnefice, così come aveva eccitato me.
Il giorno dopo la zia era di nuovo allegra, come non fosse successo niente, anche se un po’ dolorante. Lo zio era meno burbero del solito e si mise a pizzicare e a dire paroline misteriose nell’orecchio della zia ridendo poi delle blande proteste della moglie.
Avevo scoperto il binomio che avrebbe segnato tutta la mia esistenza: Sesso e sculacciate. Non vedevo l’ora di mettere in pratica quelle esperienze.

Racconti di sculacciate: Fessee 8

29 Dicembre 2011

“Marcel, sono stufa di sopportare le tue sconcezze! -urlò un’arrabbiatissima madame Edwige- Abbiamo fatto un patto fra noi, ricordi? Ti ho concesso di divertirti con i tuoi amanti, purché lo facessi in gran segreto: mai e poi mai, avresti dovuto rendere pubbliche le tue inclinazioni! In cambio, saresti stato mio marito di fronte a tutti ed il padre di mia figlia. Che cosa hai da dire, debosciato?” quest’ultima domanda era stata pronunciata con un tono di voce simile al sibilo di uno staffile, quello staffile che ben presto si sarebbe abbattuto sulle natiche di Marcel.
Costui non replicò, chinò il capo. Allora, la moglie gli abbassò di colpo con un unico gesto i pantaloni del pigiama, denudandolo dalla cintola in giù e si rivolse alla propria figlia Camille “Prima penserò a mio marito e dopo toccherà a te!” le urlò la madre, brandendo in alto il frustino.
Marcel si piegò in avanti, permettendo così alla moglie di colpirgli per bene il culo nudo; ogni volta che il frustino entrava in contatto con la pelle delle sue chiappe, Marcel si rizzava sulla punta dei piedi e si stringeva vieppiù la carne delle cosce con le sue lunghe dita. Camille poteva chiaramente vedere il culo dell’uomo arrossarsi sempre più e dipingersi ghirigori rilevati: ammirava Marcel, in cuor suo, per la stoicità con cui sopportava il dolore bruciante delle sculacciate. Tra poco, sarebbe stato il suo turno: e non aspettava altro. Inconsciamente, la sua mano si spinse sul basso ventre. Camille chiuse gli occhi.
Il sibilo e lo schiocco del frustino era cessato. Camille riaprì le palpebre. Marcel si era rimesso in posizione eretta e la moglie gli era passata davanti. Sei o sette volte, Edwige calò il frustino e Camille vide la schiena dell’uomo piegarsi in avanti per altrettante volte. L’acconciatura di maman era piuttosto scomposta, quando i suoi occhi fissarono la figlia, ignorando completamente il marito, ancora seminudo. “Spogliati e mettiti in posizione!” intimò maman a Camille. Lei si sfilò la camicia, restando completamente nuda, ad eccezione delle babbucce. Si piegò verso la sedia, ne afferrò i braccioli, appoggiò la testa sul pianale: era pronta. Ed era anche orgogliosa: sapeva che Marcel avrebbe sbirciato, avrebbe visto le sue giovani intimità, quello che c’era fra le sue cosce e quello che c’era fra le sua natiche. A Marcel le donne non piacevano affatto, però mostrarsi nuda di fronte a lui eccitava ugualmente la ragazza. Le sue unghie graffiarono la pelle dei braccioli: oggi, maman era veramente arrabbiata! Piano piano il calore proveniente dal posteriore di Camille si diffuse verso l’anteriore, via via che il frustino lasciava le sue dolorose impronte sulle chiappe protese; Camille percepì chiaramente un senso di umido, dentro la propria grotta. Sperò ardentemente che sua madre finisse presto di frustarla, non tanto per far terminare la sofferenza, quanto per poter correre di là, in camera sua, e titillarsi e soddisfarsi. Poi, domani mattina sarebbe tornata Camille, la sua cameriera, e l’avrebbe baciata, l’avrebbe medicata, la sua lingua si sarebbe insinuata là dentro e la figlia di Edwige avrebbe goduto di nuovo….
“Alzati!” ordinò maman. Camille obbedì. La tentazione di massaggiarsi era forte: le faceva particolarmente male, forse la pelle si era aperta da qualche parte. Le girava un po’ la stessa: era il sangue che defluiva dal cervello, dopo esser rimasta così a lungo piegata, si disse la ragazza; le succedeva sempre più spesso, ma passava subito.
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BK

Racconti di sculacciate: Fessee 7

26 Dicembre 2011

Tra poco Marcel sarebbe rientrato a casa e l’avrebbe presa a cinghiate, come faceva sempre, ogni fine mese, da quando aveva scoperto che…. Lei doveva prepararsi, vestirsi, truccarsi; le rimaneva poco tempo prima che il marito arrivasse.
Pierrette si sedette davanti allo specchio; passò il mascara sulle ciglia, il belletto sulle labbra, la cipria sugli zigomi e sulle guance; evitò di guardare il proprio naso rotto riflesso nello specchio.
Indi, iniziò la complessa operazione di vestirsi; dopo 6 mesi di matrimonio, sapeva quello che piaceva a Marcel. Per prima cosa indossò le mutande, quelle corte che arrivavano appena all’inizio delle cosce, di cotone fine perché lei, con lo stipendio da sarta, non poteva permettersi quelle di seta pura. E, sopra le mutandine, il reggicalze, nero; era una novità assoluta nell’abbigliamento femminile, era uscito da poco pure a Parigi, dove andava a ruba; costava un occhio della testa, ma ne valeva la pena. Agganciò l’orlo delle calze color carne agli appositi gancetti del reggicalze, si alzò per lisciarsi le gambe e farvi aderire meglio le due calze. La gonna era molto semplice, tenuta da tre bottoni su un fianco, ma era aderente: le rendeva perfetto il posteriore. Dalla testa, Pierrette infilò la canottiera, di tipo maschile e, sopra di questa, una maglietta piuttosto leggera: lui doveva vedere i suoi seni sotto la stoffa; non allacciò i polsini della camicetta.
Meglio rimanere digiuna; se avesse mangiato, anche soltanto una tartina, poteva succedere come l’altra volta: aveva rivomitato tutto, a causa del dolore. Pierrette si sedette al tavolo di cucina ed aspettò.
Appena il marito si fosse spogliato, appena si fosse lavato, lei glielo avrebbe detto, subito. E lui avrebbe sfilato la cintura dai propri pantaloni, abbandonati sulla spalliera della sedia, l’avrebbe arrotolata un paio di giri intorno alla grande mano muscolosa ed avrebbe guardato la moglie. Allora, lei sarebbe andata vicino al grande letto matrimoniale, si sarebbe slacciata la gonna, sganciate le calze, sfilato il reggicalze e se lo sarebbe tolto. Poi, avrebbe fatto scivolare le mutandine lungo le cosce, le ginocchia ed i polpacci, finché non fossero arrivate alle caviglie. E si sarebbe piegata in avanti, con la faccia e le mani a contatto con la morbida superficie del letto, avrebbe appoggiato il busto sul materasso, proteso in alto il posteriore; ed avrebbe aspettato il sibilo della cintura e la prima sferzante frustata. Oggi, gliene avrebbe date parecchie: almeno una trentina, aveva calcolato Pierrette. Dopo che gli avrà confessato che l’ha fatto un’altra volta, l’ennesima.
Marcel non provava alcuna fatica: era abituato ad alzare e ad abbassare il braccio, per piantare i chiodi nel suo mestiere. Invece del martello, adesso stringeva in pugno la cintura dei pantaloni; forse avrebbe dovuto usarla dalla parte della fibbia, su quella puttana della moglie; l’avrebbe fatto il prossimo mese! Afferrò con la mano libera i corti capelli di Pierrette e la costrinse a rimettersi in piedi; poi, senza lasciare la presa, la costrinse ad inginocchiarsi di fronte a lui. Le mani di lei corsero ad aprire lo spacco nelle mutande maschili, ad afferrare il pene e portarselo alle labbra. Lo sentiva crescere quel cosino, mentre la lingua di lei lo tormentava. Pierrette ripensò a Jean: quello sì che era un maschio. Però, questo lo doveva a Marcel, per quello che lei, o meglio: sua madre, gli aveva fatto tanti anni prima. Il suo culo doloroso ed infiammato era niente rispetto a come era stato ridotto quello di Marcel, dalla frusta di madame B*** e poi, Pierrette si sarebbe consolata martedì, fra le braccia di Jean. Lui le avrebbe accarezzato la pelle, le avrebbe baciato ad uno ad uno il lividi lasciati dalla cinghia, eppoiiii…. Quasi inavvertitamente, Pierrette strinse i denti: il mugugno di Marcel le fece capire che gli aveva dato un po’ di fastidio. Lei ritornò a far saettare la lingua.
BK.

Racconti di sculacciate: Fessee 6

22 Dicembre 2011

Camille si asciugò le lacrime sulle gote, prima di tirarsi su le mutandine e di abbassarsi la gonnellina. Il sederino le bruciava da impazzire; zia Pierrette glielo aveva fatto rosso, quella strega sfregiata!
Massaggiandosi le natiche con entrambe le manine, Camille si avviò verso il muro, aspettando che le altre la raggiungessero. Era venerdì, toccava alle femminucce. Il sindaco, per salvaguardare la morale, aveva deciso che le sculacciate pubbliche non sarebbero più state promiscue, ma, da adesso in poi, un giorno tutte le bambine, un altro giorno tutti i maschietti.
Le signore che avevano provveduto alla bisogna spostarono le sedie e si diedero alle affabili conversazioni; l’aria, dopo il tramonto, era dolce. Le bambine punite dovevano stare con la faccia rivolta verso il muro ed aspettare che le madri, o le parenti più strette, come nel caso di Camille che era orfana, avessero smesso di chiacchierare.
Camille trascorse quell’oretta faccia al muro, ripensando a che cosa aveva fatto per meritarsi tale trattamento. Niente!, si convinse. Il fatto era che sua zia l’odiava e non si lasciava mai scappare un’occasione per punirla. Anche a casa, faceva così. Bastava che la piccolina commettesse qualche innocua mancanza e fioccavano le punizioni, talune durissime altre più sopportabili. Oramai, Camille era abituata ad andare a letto senza cena oppure a lavare i piatti oppure a pulire la nonna che era paralizzata e si faceva tutto sotto.
Soltanto zio Marcel mostrava un po’ di compassione per lei; spesso interveniva nei confronti della moglie, rimproverandola che era stata troppo dura verso la nipotina; qualche volta le comprava perfino i dolcetti. Camille tirò su col naso, ripensando allo zio.
“Andiamo, torniamo a casa!” le disse zia Pierrette, battendole la mano sulla spalla; Camille la seguì come un cagnolino, dopo aver fatto un sorrisetto alle altre bambine, ed aver visto che pure loro avevano gli occhioni lucidi. Tutte, tranne una. Si chiamava Camille pure lei, ma era maligna e dispettosa verso tutti. Era un tipo che sembrava fremere, quando c’erano le punizioni pubbliche, sembrava le piacesse spogliarsi e distendersi sulle ginocchia della mamma, la signora Edwige, ed esser presa a sculaccioni. E la signora Edwige ce ne metteva di forza, nel darglierli! Ma Camille non frignava, non emetteva un gemito, non agitava il culetto per sottrarlo a quella pioggia infuocata. Si alzava, le mutandine alle ginocchia, ma la gonnella calata giù a coprire le parti colpite, si metteva con la faccia contro il muro e non diceva mai niente. Un venerdì, la nostra Camille aveva perfino visto che l’altra Camille insinuava furtivamente la mano sotto la gonna, davanti. Eh già, lei era grande: aveva 12 anni! Quando sarebbe arrivata a quell’età, la nostra Camille sarebbe scappata da casa, aveva deciso così da tanto tempo.
Si subivano le sculacciate pubbliche fino ai 14 anni; dopo tale età, i panni sporchi si lavavano in casa.
E fu proprio alla vigilia del suo quattordicesimo compleanno che Camille Deveraux espose per l’ultima volta il proprio sedere nudo alle sue compagne di sventura. Era diventata una bella ragazza, bella come la mamma Edwige, alta e formosa ed un po’ civetta, la giudicava la nostra Camille.
Anche quando non toccava a loro, tutte le ragazzine del paese erano costrette ad assistere alla sculacciata pubblica: così avrebbero imparato a non esser cattive. Per un caso miracoloso, quel venerdì c’erano soltanto le Deveraux; tuttavia le signore formarono il solito circolo di sedie, un pochino scostata verso il centro del cerchio quella della signora Edwige. Elegantissima, come al solito: unica concessione, la manica destra del vestito tirata su a scoprire il braccio. E, cosa ancor più eccezionale, c’era pure il marito, e padre di Camille, il bel signor Marcel. Anche se era molto molto più vecchio di lei, ogni volta che lo vedeva la nostra Camille si sentiva sconvolgere dentro: le piaceva tanto! Con i baffetti sempre ben curati, con quel suo fare signorile, la figura alta e dritta. Stava discosto dal cerchio di sedie, defilato, in disparte ed aveva un’espressione tesa sul viso, pallidi gli angoli delle affinate labbra.
Intanto, la figlia si era abbassata le mutandine e, come al solito, aveva appoggiato il proprio ventre sulle ginocchia di mammà; ormai era diventata troppo alta e pesante per far gravare sui materni arti tutto il proprio corpo, perciò sia i suoi piedi che le sue mani toccavano il selciato.
“La mia Camille ha commesso un grave peccato – stava dicendo la signora Deveraux con la figlia sulle ginocchia, il bel culo nudo- per questo deve esser punita severamente. Non basta la mano di una donna qual io sono, c’è bisogno che ella provi una sonora sculacciata!” E stretta nel pugno della signora, apparve all’improvviso, la claquette. La nostra Camilla rabbrividì e notò che pure il signor Marcel rabbrividiva alla vista di quello strumento terribile.
SE VI SONO PIACIUTE LE NOSTRE STORIE NON PERDETE IL PROSSIMO NUMERO DI CHRONIQUES DE LA FESSEE
BK