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La zia, parte 2

27 marzo 2012

Questo racconto di sculacciate ci viene regalato da Noemi. Buona lettura a tutti. La prima parte del racconto la potete trovare qui.

Dopo poco aver strigliato il nipotino per bene, aver colorato il suo bel sedere di un rosso acceso, la zia soddisfatta entra in stanza, Mauro è sdraiato sul letto nudo come lei gli aveva chiesto.
“come va Mauro?”
“zia!oddio fa troppo male” Mauro piagnucola e si lamenta, con le mani si massaggia il sedere.“mi brucia da matti perché lo hai fatto? ”
“non c’è bisogno di piangere.. lo sapevi che se facevi lo sciocco le prendevi” la zia toglie le mani di Mauro ed osserva il sedere che ha preso un bel colorito “non toccarti che è peggio”
“fa male ti dico! lo sento caldo”
“adesso ci penso io” dice la zia con sicurezza.
“che vuoi fare zia? non mi fido mi fai male!”
“perché l’ho fatto?? secondo te?” la zia non smette di massaggiare il sedere mentre Mauro continuamente si divincola.
“lasciamo stare va… che male” continuando a piagnucolare, si stende e lascia che la zia lo massaggi.
“smettila di fare il lamentoso altrimenti ti riporto giù e ricominciamo”la zia non perde la sua severità ma Mauro ribadisce con la solita presunzione “ricomincia da sola! guarda in che stato è…” l’imbarazzo del ragazzo è altissimo mentre la zia gira per la stanza alla ricerca di qualcosa.
“zia!! dove sei andata???” mentre la zia si sposta la tensione di Mauro sale.
“aspetta un attimo e non fare il bambino”
“bambino un cavolo!” risponde rimettendosi le mani sul sedere.
“sdraiati bene avanti.. adesso mettiamo una crema” la zia posa un barattolo sul comodino e si siede vicino a Mauro sul letto.
Le collant della zia sfiorano le gambe nude del ragazzo.
“dai lasciami solo almeno, che crema?” l’idea di farsi mettere la crema sul sedere come un bimbo non lo alletta per niente ma il suo fisico gli dice già altro.. un piacere si sta insinuando la dove non dovrebbe. Le mani ancora sul sedere si prendono una sberla inaspettata.
“leva quelle mani altrimenti te le lego” tono perentorio il ragazzo le toglie subito
“OH!!! mi hai fatto male sono tutto un dolore” l’erezione lentamente sale
“avanti ora mettiamo la crema e vedrai che passa; se tu mi ascoltassi anziché far di testa tua, nulla sarebbe accaduto,adesso fermo” la zia comincia a massaggiare il sedere e Mauro comincia a provare un certo sollievo ma non lo ammetterebbe nemmeno sotto tortura.
“ah…” si stende tirandosi sul letto “non mi va più di stare qui!”
Mentre la zia fa sue giù con la mano sul sedere, Mauro guarda dritto davanti a se.
Imbarazzatissimo cerca comunque di godersi il momento.
La zia riparte con le domande “Mauro dimmi perché credi di essere qui..?”
“solo perché tua sorella è una stronza!” parte una sculacciata “non dire così di tua madre!”
“ahio!” Noemi si sistema meglio sul letto, la gonna si alza leggermente. Mauro sbircia un po’, ha un sussulto. Cerca di guardarle le cosce arrivando fin sotto.
“lo stronzetto sei tu.. e quello che hai ottenuto è che a casa non ti vogliono più.” Noemi si accorge che il nipote la osserva in maniera un po’ ambigua.
“non è stata colpa mia se a casa non mi vogliono, e cmq li non si vive e nemmeno qui pare!”
“guarda avanti e non le mie gambe per favore sono tua zia non un amichetta” esclama la zia sculacciandolo lievemente e continuando a massaggiare.
“zia basta fa male! che gambe…? e poi non è che stavo guardando… . ti sei messa davanti”
“non dire bugie! guarda avanti e smettila” la zia indica il muro
“guardo avanti si si” risponde Mauro scocciato.
“spero che la lezione l’hai imparata perché, si vive o no, qui ci devi stare!” Noemi continua a massaggiare in modo più energico e più intimo andando verso parti che imbarazzano il nipote.
“ah…z…zia …che fai…”
la predica continua.. “.. sono io che comando io che dico quello che fai e come lo fai”.
“comandi troppo allora! Mi brucia ancora..ahia…”
“brucerà di più se rispondi ancora!” la zia si alza e richiude la crema
“UFFA ma che vuoi! me le hai suonate o no?”
“smettila e guarda avanti”
“almeno un po’ di sollievo, altro che crema…”
“adesso fammi il piacere e stai sdraiato così senza muoverti quando torno facciamo una doccia”
“facciamo??ma che vuol dire facciamo io adesso non posso alzarmi…”
“adesso stai giù, torno io, vedi di non toccarti!” la zia esce dalla stanza
Mauro non perde l’occasione di essere da solo e con una mano comincia a toccarsi, chiudendo gli occhi si gode il momento, quando d’improvviso rientra la zia..
“Mauro..”
“si… zia..”
“si può sapere che stai facendo?” “
“potresti uscire un attimo?! un attimo solo di privacy .. niente.. che devo fare!?” Mauro è visibilmente imbarazzato ma non vuol smettere, la zia gli si avvicina e gli prende la mano ma il ragazzo fa resistenza “Mauro smettila!” lo redarguisce, severa.
“ma di fare che..?” secca ed improvvisa arriva una sculacciata; Mauro se la prende e reagisce “OHHH!!!! hai rotto con ‘ste sculacciate mi fai male!lo vuoi capire, ahio!”
la zia silenziosa esce dalla stanza ignorando le proteste del nipote che resta un po’ stupito, ma continua a toccarsi preso com’è dal piacere che gli crea tutta la situazione. Non si accorge che la zia lo osserva dalla porta con un certo piacere, sente solo lei che gli sfila la mano di nuovo e quando è ormai tardi capisce che gliela sta bloccando alla testiera del letto.
Legato… in un attimo nella mente di Mauro si insidia una nuova sensazione.. bloccato… il piacere non si ferma… panico.. paura.. tensione.. costrizione.. questi i pensieri del ragazzo. Che farà ora la zia? Il ragazzo riacquista vigore.. “zia???!!!MA CHE CASPITA FAI??”
“te l’ho detto che devi obbedire”
“no.. lasciami”
“e non rispondere”
“faccio quello che mi pare!! ok? adesso fammi finire”
“se non la smetti ti lego anche l’altra mano” la zia con movimento sicuro gira il nipote pancia in su, lasciandolo cosi esposto alla sua vista.
“ma zia mi vergogno” il ragazzo non vuole toccarsi davanti alla zia con la mano libera e cerca come può di chiudere le gambe per nascondere l’impietoso spettacolo che da l’erezione.
La zia continua a redarguirlo “anziché vergognarti dopo, non farle prima certe cose!”
“zia .. dai.. ho il diritto di fare certe cose” urla Mauro quasi con le lacrime, non sa più se è piacere imbarazzo o frustrazione.
“possibile che ti ecciti così per nulla?”
“non era proprio “nulla” zia!”
“non voglio proprio sentirti parlare Mauro ora!”
“ma adesso che vuoi fare…”
“sta zitto una buona volta!”
“zia stai esagerando!!!” Mauro si gira un po’ di lato per coprirsi offrendo così alla zia la possibilità di una sculacciata diretta “no aaahioo”
“te le do finché non capisci, vogliamo ripartire con la riga?” la zia è tranquilla mentre la rabbia di Mauro esplode “allora spero che ti stancherai presto!!”.
Frustrato per la situazione urla ma capisce di non essere in una posizione favorevole per combattere e la zia glielo fa capire subito “devo legarti al letto e dartele?”
“no dai…mi brucia non puoi farlo davvero le ho appena prese zia!” Mauro comincia a piagnucolare, gli occhi bruciano, un po’ è rabbia, un po’ imbarazzo e l’attesa di ciò che non sa lo snerva.
La zia silenziosa gli afferra l’altra mano e la blocca. Ora è davvero esposto e non potendo girarsi bene anche chiudere le gambe per coprire l’erezione che continua a pulsare è davvero umiliante. “zia!!! ma sono nudo .. ti prego” sembra che Mauro abbia preso coscienza solo ora di cosa stia accadendo ed inizia a piangere silenzioso..
“smettila di piangere e pensa a quel che fai le sculacciate non devono farti eccitare ma pensare..”
in tono rabbioso ma basso Mauro replica “sei sadica, tu per me sei sadica e non sono state le sculacciate veramente…fanno un male cane…” il ragazzo non ammetterebbe mai che quel bruciore di prima è stato anche piacevole.
“smettila di parlare” nel silenzio più totale la zia lo lascia così e scende.
Mauro non capisce, si divincola, osserva l’erezione che pulsa e si dibatte sul letto
“Ziaaa, ZIAAAA” dopo un tempo che pare interminabile la zia lentamente rientra in stanza “zia per favore mi liberi almeno una mano?” il nipote implora.
gli occhi della zia sono puntati ancora sull’erezione “possibile che sei ancora eccitato? che devo fare con te?”
Mauro è mortificato, imbarazzato mormora un “eh..” a fil di voce. La zia si siede sul letto, non dice nulla e in silenzio guarda il nipote.
“sono imbarazzatissimo zia”
“imbarazzato perché?”
“è stato prima quando mi hai massaggiato e ho…però dai ti chiedo scusa..”
La zia comincia ad accarezzare la pancia del nipotino e pian piano si spinge sempre più giù. Mauro sussulta ma non si ritrae. “zia….? che fai ora?….eh?…” l’erezione lentamente riprende
“vediamo che potrei fare? Dimmelo tu” la mano si muove lenta, leggera sfiorando le gambe e l’inguine.
Il corpo del giovane freme, il respiro accelera.
“lo sai che.. una delle regole è… se ti punisco ho il controllo completo di te Mauro?”
“co…come completo?”
“posso fare ogni cosa ..”
“tu me le suoni e basta… no?” il ragazzo è spaesato, eccitato e confuso.
La zia lo massaggia delicatamente facendo risalire l’erezione. “e se facessi altro? Mauro”
“ahh…ch che cosa?” il giovane è in balia della zia “mi vuoi punire ancora zia? perché non fai più l’arrabbiata???”
“c’è una cosa che imparerai qui.. devi controllarti lo sai… devi imparare a non lasciarti andare” la zia indugia, sfiora, muove le dita sapientemente per far eccitare fino al massimo della resistenza “ahhh…e sarebbero le tue regole!?” il nipote muove il bacino seguendo il massaggio della zia
“sai Mauro qcn mi ha detto che sei un pò strano col sesso..”
“che vuoi dire zia come strano?”
“mio compito sarà raddrizzarti anche su qs” la mano arriva a sfiorare i testicoli, piccolo fremito del ragazzo “ooohh…. amo le tue regole zietta”
“ dimmi un po’ tua sorella ha detto che ti masturbi davanti al computer..è vero?”
“SS…SI”
“e cosa fai raccontami un po’?” la zia aumenta la velocità del massaggio
“devo? eh…mmm”
“che ci fai col pc ?”
“guardo dei filmati…sai” intanto l’erezione è quasi ormai giunta al culmine e la zia sfiora delicatamente mentre l’altra mano accarezza il petto “che filmati?” la zia fa finta di non capire.
“…sonodeifilmatiporno!!…ahhh” il nipotino risponde d’un fiato.
“qs meriterebbe sculacciate e sappi che qui non li vedrai; diciamo che il pc lo prendo io” il massaggio riprende vigore
“mmmm non puoi…”
“adesso vediamo di farti contento”
“un premio..?” le mani di Noemi controllano un’erezione ormai vicina all’orgasmo
“ un premio per cosa? non è un premio.. è un modo per farti capire che decido io!”
“e queste sarebbero le tue regole??? eh…” il nipote quasi la schernisce “sarà così ad ogni punizione?…”
“come ti senti Mauro?”
“bene .. continuaa ziaa”
Improvvisamente Noemi si ferma e slega il nipote “alzati forza”
Mauro resta un attimo interdetto ma non ha tempo di reagire, la zia lo butta giù dal letto e lo trascina in bagno
“ma che fai?” si copre come può portandosi la mano sull’erezione, ora vuole finire l’eccitazione è troppa.
“forza e veloce anche, entra nella vasca e togli le mani da li!”
“ma no adesso io voglio finire!!”
“senza troppe storie Mauro” Noemi spinge il nipote nella vasca e apre l’acqua completamente fredda “qs per farti capire, e leva le mani da li” lo schiaffeggia lievemente “che comando io!”.
“zia è fredda” Mauro trema, l’eccitazione è passata ha solo freddo un grande imbarazzo e rabbia. “io non aspetto che fai i tuoi comodi chiaro? Qui non funziona così!”
“perché??!?!?! …stavo per finire”
“decido io se finisci o no!”
“quanto sei str…!!!” nudo infreddolito e gocciolante Mauro prende un’altra sonora sculacciata “finiscila di dire parolacce adesso asciugati e vestiti e cerca di capire che comando io!” Noemi è perentoria.
Nel più totale silenzio Mauro contrariato se ne va in stanza e la zia lo lascia incurante del suo malumore ben felice di aver vinto anche questa volta.
Il nipotino solo nella stanza vola con la fantasia tentando di riconquistare ciò che è andato perduto.

Torneo

25 marzo 2012

Il Torneo si svolgeva ogni due anni, in prossimità del solstizio d’estate, da qualche parte nel Sud. Una matura lady metteva a disposizione la propria residenza estiva e la propria fidatissima servitù. Poteva iscriversi qualsiasi donna purché educata e senza prole; l’età non contava: nel Torneo del ‘76 la concorrente più anziana aveva 61 anni. Dote indispensabile per partecipare al Torneo era quella di sopportare il dolore e di trarre da questo, il piacere.
Di solito, al Torneo vero e proprio arrivavano una dozzina di concorrenti, scelte dopo una selezione accuratissima e discretissima. La riservatezza era un obbligo: perciò, non si poteva partecipare due volte al Torneo. Una sola partecipazione, nella vita, bastava ed avanzava.
Quando tutte le concorrenti erano presenti nel luogo della sfida, si dava inizio alle gare, che si svolgeva per la durata dell’intero week end. Le partecipanti erano alloggiate ciascuna in una stanza riservata, dall’arredamento spartano: un letto con il materasso di crine e senza lenzuola, un armadio, una sedia ed un piccolo tavolino. Nient’altro, se si escludono la brocca ed il catino ed il vaso per i bisogni. Alle concorrenti era assolutamente vietato parlare fra di loro; i pasti, frugali, erano serviti in camera e le domestiche, uscendo dalle stanze con i vassoi vuoti, chiudevano a chiave le porte dall’esterno.
Buona parte della mattinata del sabato era destinata alla preparazione per le gare vere e proprie. Fatte le abluzioni, le concorrenti si denudavano completamente; unico indumento ammesso erano le calze, che però dovevano arrivare al massimo a metà coscia; le scarpe dovevano essere basse. Prima di uscire dalla propria stanza, le donne dovevano indossare un pesante cappuccio nero, che assicurava l’anonimato, ma impediva di vedere. La lunga fila di donne nude e semi accecate, una mano sulla spalla di chi la precedeva per far da guida, si avviava verso il ring del Torneo stesso.
La giuria era composta da lady W***, che avendo messo a disposizione la propria casa e sostenendo la maggior parte delle spese, ne era anche la Presidentessa; poi c’era lady P***, detta “Chiappe Rosse”, quella che aveva vinto la prima edizione. Infine, miss M*** di professione educatrice. Il responso della giuria era insindacabile: chi non l’avesse accettato o si fosse ribellata, avrebbe passato un brutto quarto d’ora. La presenza di un medico era assicurata, al Torneo, dopo i brutti fatti accaduti a quello del ’70.
Quell’anno al Torneo partecipavano undici donne. Ognuna di loro era identificata da uno pseudonimo. Per la prima gara, si erano estratte a sorte le coppie, ciascuna composta da una Istitutrice e da una Educanda. Essendo quella volta il numero dispari, ne rimaneva fuori una che passava di diritto alla seconda fase.
Lady W*** scandì accuratamente i primi cinque nomi. Ciascuna delle donne chiamate era accompagnata dalla cameriera fino al centro della stanza. Poi, una lista di altri cinque nomi: costoro venivano posizionate dietro ciascuna delle prime chiamate. A questo punto, alle Istitutrici era posto in mano uno Strap, a due lingue. E lady W*** riepilogava brevemente le norme. Quelle chiamate per prime, doveva piegare il busto in avanti, quelle dietro a loro le dovevano sculacciare con lo Strap. Per ventiquattro colpi effettivi, perché talvolta succedeva che i colpi andassero a vuoto, data la cecità di chi li vibrava. Terminata questa prima fase, i ruoli erano invertiti. La giuria avrebbe giudicato la grazia e l’eleganza delle concorrenti sia nel riceverle sia nel darle.
Coloro che strillavano, erano automaticamente eliminate ed allontanate dalla casa, immediatamente. Ma, prima di andarsene, lo stalliere avrebbe loro inferto tre colpi di frusta. Sulle natiche.

In quella prima gara, Mughetto emise un urlo, al ventesimo colpo, che la giuria giudicò da espulsione, appena finita la prova e ricevute le due dozzine regolamentari; la sua Istitutrice, Calendula, passò di diritto alla seconda fase, con il posteriore intatto. I ruoli furono scambiati: adesso, a piegarsi furono quelle che prima avevano alzato il braccio. Nove donne nude, massaggiandosi le chiappe rosse, ascoltarono il responso della giuria. Oltre a Calendula, erano state promosse Primula, Assenzio, Quadrifoglio, Rosadimare e, naturalmente, Margherita che era quella in soprannumero. Le altre, dopopranzo, avrebbero potuto lasciare la casa, una alla volta. Esclusa Mughetto, che lei sarebbe stata punita, come da regolamento.
Sempre guidate dalle solerti cameriere, le concorrenti rimaste rientrarono nelle proprie stanze. Non potevano mettere nulla sulla parte colpita, però c’era una montagna di panni finissimi e le brocche erano piene d’acqua fresca.
William lo stalliere era pronto. Soltanto a sentire lo schiocco della frusta, Mughetto, sempre incappucciata, rabbrividì. Era legata, tramite una corda che le passava intorno alle reni, alla grande quercia del giardino e ne abbracciava il tronco. Billy prese la mira, tirò indietro il braccio e…senza più vincoli di regolamento, Mughetto si permise un urlo lancinante. E lo ripeté ai due colpi successivi. Se lo strap le aveva arrossato il culo, la frusta lo aveva solcato. Osservando il cavallo gonfio dello stalliere, miss Milligan si passò la lingua sulle labbra, pregustando una notte piacevolissima.

La gara del pomeriggio aveva le stesse modalità di quella della mattina, soltanto che cambiava lo strumento. Stavolta, era un paddle pesante più di una libbra, di buon cuoio stagionato e le concorrenti dovevano stare piegate sul tavolo. La distanza era giusta, perché le Istitutrici non si intralciassero fra di loro. I sederi stavano perdendo il colore rosso acceso, ma erano abbastanza lividi. I paddle sbatterono su quei mappamondi con un rumore ritmato. Ventiquattro colpi ciascuna, da dare e da prendere. Nessuna urlò, ma ci furono dei gemiti di cui la giuria tenne conto, nel verdetto. Calendula e Margherita erano favorite dal fatto di non aver subito niente la mattina, ma dovettero stringere i denti: le loro Istitutrici picchiavano forte! La sera furono riaccompagnate vincitrici Assenzio, Calendula, Primula e Rosadimare. Si gettarono esauste bocconi sui materassi, nonostante questi fossero alquanto scomodi e rumorosi. Tentarono come poterono, tramite i pannicelli bagnati, di lenire il tremendo bruciore che pervadeva i loro bottoms. La cena fu ancora più parca della colazione: purea di patate, pudding e una mela. Ben poche riuscirono a mangiare.

La mattina della domenica era riservata al Cane. L’ Educanda si piegava, poteva mettere le mani su qualsiasi parte del proprio corpo, ma non poteva assolutamente appoggiarsi a nessun altro oggetto. Il cappuccio era sfilato dalla testa dell’Istitutrice, perché questa doveva vedere dove colpire. Una linea gialla disegnata sul pavimento indicava la distanza minima fra la canna ed il bersaglio. Non era ammessa la rincorsa da parte dell’Istitutrice. Due dozzine di colpi. Oltre le natiche, potevano esser colpite anche le cosce, ma sopra l’orlo delle calze. Se l’Educanda gridava oppure cadeva o cedeva in qualsiasi modo, veniva esclusa dal Torneo. Però poteva recitare il proprio ruolo di Istitutrice, quando fosse toccato a lei. Le frustate di William, meritate per la colpa di aver urlato, sarebbero state portate a sei.
Quella del Cane era sempre stata una prova durissima, perché designava le due finaliste del Torneo. Fu una decisione difficile quella della giuria, e i tre membri impiegarono parecchio tempo per prenderla. Escludendo Primula, che era caduta in terra alla fine della prova, le altre si erano mostrate validissime. Abili nel vergare, con qualche sprazzo di giusta crudeltà femminile, le avevano ricevute a piè fermo. Ed ora le conseguenze si notavano nelle strisce rilevate che ciascun sedere mostrava orgoglioso.
Lady W*** riuscì a far prevalere la propria tesi: Primula era caduta subito dopo la sfida e non durante; perciò non sarebbe stata frustata. Ciò creò delusione in miss Milligan che aveva progettato un incontro con lo stalliere subito dopo pranzo.

Erano esattamente le tre del pomeriggio. Due donne nude si fronteggiavano, la loro espressione era tesa. Per la prima volta si vedevano in faccia. “Assenzio sarà l’Educanda in questa prima tornata, così ha deciso la sorte” annunciò lady W***. La ragazza chiamata Assenzio sospirò, preparandosi mentalmente all’atroce dolore che avrebbe subito da lì a poco.
Una cameriera consegnò con deferenza il Gatto a Sette Code nelle mani di Rosadimare. Costei lo soppesò con attenzione, svolgendone le lunghe strisce di cuoio. Erano stati tolti, però, i piombini alle loro estremità, notò con un moto di stizza. La cameriera aiutò Assenzio a salire sul grande tavolo, coperto da un tappeto rosso sangue. La donna si distese bocconi. La stessa cameriera, usando una stecca di belletto, disegnò due strisce parallele sulla parte posteriore del corpo di Assenzio. Una in mezzo alla schiena ed una appena sopra le ginocchia: queste strisce rosse delimitavano il bersaglio e, ben presto, si sarebbero confuse con quelle lasciate dal Gatto. Assenzio strinse la stoffa rossa fra le mani, appoggiò il volto sul proprio braccio e morse con i denti il muscolo.
Ebbe come una scossa, quando le sette strisce di cuoio si abbatterono sul suo didietro già dolorante. I denti strinsero più forte la carne. Rosadimare sapeva benissimo come farla soffrire. Il braccio era ben alzato e la spalla lo aiutava con la propria forza nell’abbassare la frusta. Il miagolio, l’impatto, le strisce. Approfittando del fatto che l’avversaria aveva leggermente divaricato le cosce, Rosadimare diresse proprio lì il colpo successivo. Lo fece con gran perizia. Le code morsero la morbida carne rosea ed Assenzio tremò tutta. Aveva accusato il colpo ma, si accorse con costernazione la fustigatrice, lei stessa stava insegnando all’avversaria un metodo che avrebbe potuto essere usato su lei. Tornò a colpire il sedere, nella parte alta. Soltanto l’ultima frustata, la sesta, arrivò sulle cosce. Assenzio la sentì, eccome se la sentì. Fu ad un attimo dal gridare tutto il proprio dolore, i denti si conficcarono nella carne del braccio in profondità.
La cameriera aspettò che il tremore che pervadeva Assenzio cessasse, prima di aiutarla a scendere dal tavolo, con enorme delicatezza ed attenzione. La ragazza respirava affannata, i piccoli seni andavano su e giù; rimase qualche secondo con il capo chino, ballonzolando sui due piedi. C’era astio nei suoi occhi, quando tese la mano per ricevere il Gatto da quella di Rosadimare. Questa, molto più grossa dell’avversaria, faticò non poco a distendersi, le mammelle schiacciate contro il panno. Divaricò subito le gambe, per equilibrare il peso corporeo.
Lanciò un GRRRR, quando il Gatto le colpì, pesante, le reni. I tre membri della giuria si guardarono fra loro: quel barrito poteva considerarsi un grido? Lady W*** scosse la testa. Il groppone, cioè la parte alta delle natiche, fu bersaglio del secondo colpo; le estremità delle code marcarono profondamente anche la parte esterna sinistra delle chiappe di Rosadimare. Il verso si ripeté. E adesso le cosce, sentirà come fa male lì sopra!, si disse Assenzio. Peccato che non potesse vibrare un colpo, leggero, di prova per prendere la mira. Comunque, quella terza frustata Rosadimare se la ricordò per un bel pezzo. Fra l’altro, un dente, costretto dalla tremenda pressione esercitata dalla mandibola, le si era pure spezzato: così dolore, si aggiunse a dolore. Lei, la signora Ermelinda Whitmore, aveva pensato che si trattasse di una semplice sculacciatura, come quelle che, con estremo piacere, si faceva somministrare da Adolph lo scaricatore o da Robert. Invece erano lampi, fitte di dolore puro. La sua topina era secca come il deserto, mica umida come la rugiada, cosa, quest’ultima, che le succedeva sempre quando aveva il culo caldo. Per un attimo, pensò di gridare Basta! ma fu la propria dignità ad impedirglielo, più che la paura della frusta di William.
Mancavano soltanto due colpi, pensò miss Stevenson, doveva sfruttarli bene, adesso che era in vantaggio. Valutò con occhio esperto, nonostante la giovane età, il bersaglio, considerandolo proprio come il sedere di una delle sue allieve. Aveva deciso dove colpire. I denti della donna distesa fecero un rumore stridente, nel silenzio assoluto seguito alla quinta frustata. Lady W*** fece un cenno alla cameriera; meglio avvertire il dottor Ripley di tenersi pronto: le era parso che la pelle diafana sul culo di Rosadimare fosse sul punto di creparsi. E, infatti, ne scaturì una microscopica gocciolina rossa, quando la maligna Assenzio fece strusciare le code sulla pelle, dopo aver dato l’ultimo colpo, proprio su quel punto. Ermelinda stentava a rimanere in piedi, le girava la testa, le faceva male ogni singola fibra del proprio corpo.
Il nome della vincitrice del Torneo sarebbe stato annunciato a cena, alla quale le signore erano invitate, annunciò lady W***, contentissima.
Due solerti cameriere spalmarono crema emolliente sui lividi e sulle ferite delle due contendenti, provocando in loro non pochi gemiti. In compenso, la cena era squisita, anche se né Assenzio né Rosadimare poterono apprezzare la qualità del cibo, né sedersi comode.
“Molto bene, signore. Mi complimento con voi per il vostro coraggio. Siete state entrambe molto brave. Spero che questo Torneo non lasci conseguenze durature sul vostro fisico. La vincitrice è….” Disse lady W*** e porse l’astuccio contenente la piccola frusta d’argento tempestata di pietre preziose a colei che aveva vinto il Torneo.

NATURALMENTE TUTTO QUESTO E’ FRUTTO DI INVENZIONE. MA…MA NON SAREBBE BELLO SE QUESTO TORNEO SI SVOLGESSE DAVVERO DA QUALCHE PARTE?
BK

Brenda e la capo reparto

23 marzo 2012

Capita spesso che racconti molto belli, vere e proprie saghe, siano pubblicati nel tempo e quindi alcuni lettori perdano il filo del discorso. Ecco perché oggi voglio riepilogarvi i link alle varie puntate di una delle saghe più lunghe che sono state ultimamente pubblicate su Perversionis, quella di Brenda e la capo reparto.

Parte 1
Parte 2
Parte 3
Parte 4
Parte 5
Parte 6
Parte 7
Parte 8
 

Se l’avete perso, leggetelo, ne vale la pena!

Douce douce

22 marzo 2012

“Sei pronto?” mi chiese, gentile, la signora. Sospirai, rassegnato. Aveva deposto il piatto sul comodino accanto a me. Evitai di guardare cosa c’era sopra il piatto girando la testa dall’altra parte. “Forza, su. Non devi aver paura…uno grande e grosso come te! Pronto?” ripeté ancora una volta. Tesi tutti i muscoli. La sua mano mi abbassò le mutande, fino ben sotto le natiche. Sentivo freddo, all’improvviso. Forse la febbre, chissà. Non volevo assolutamente vederla
mentre prendeva la siringa, ma sentii l’ovatta intrisa di alcol bagnarmi un pezzo di culo e, dopo un tempo che mi sembrò eterno, la lancinante fitta dell’ago che penetrava nella carne. E ci stette per un’altra eternità. Di nuovo l’ovatta, stavolta rinfrescante. E lo sculaccione, pesante ma non mi sembrò doloroso. Mi ritirò su le mutande e, depositati gli arnesi al loro posto sul piattino, mi coprì con la coperta. Tornai a girare la testa. Mi piaceva vedere il suo grosso culo ancheggiare sotto la gonna nera, mentre camminava per riportare in cucina il piattino.
Stava ferma sulla porta della stanza. “Adesso vado, ci vediamo più tardi. Intanto, dormi che ti fa bene.” Mi disse, caritatevole.
Era toccato proprio a me, che odio le iniezioni e non solo quelle, prendermi quella brutta malattia. Siccome vivevo, e vivo ancora, solo, avevo chiesto al portiere se c’era qualcuno che potesse farmi le punture. La vedova Rouget, aveva risposto lui pronto, quella del terzo piano. Poteva essere così gentile da chiederle se…eccetera.
Marie Magdalene Rouget era ancora una donna piacente, altro chè. Eppure doveva esser più vicina ai cinquanta che ai quaranta, ma se li portava benissimo. seno prosperoso, fianchi larghi, un gran bel culo, polpacci di ottima fattura, il viso regolare. Vestiva sempre bene, per quanto glielo permetteva la sua magra pensione. Era rimasta vedova da otto anni, da prima che io andassi ad abitare nel palazzo, e tirava avanti con piccoli favori; tra cui quello di fare da infermiera a chi ne avesse bisogno. Io, nello specifico.
Le sei del pomeriggio. Rieccola, precisa come il canto del gallo all’alba. Sentii la chiave girare nella toppa, il rumore dei tacchi bassi sul pavimento. “Come stai, professore?” mi domandò. “Va già meglio, grazie. Non credo che ci sia bisogno di…””risposi. Strinse le spalle: “Non cominciare a piatire, se no ti prendo a sculacciate. Il dottore ha detto uno la sera, per sei sere. E questa sarà il secondo. E non ti devi vergognare! Sapessi quanti gliene ho messi a mio marito. Stai buono che ti vado a preparare qualcosa da mandar giù…” Era bonaria. La defunta buonanima aveva tutta la mia commiserazione. Il cibo era sempre lo stesso: tè e biscotti. Non potevo mandar giù altro, almeno finché durava la malattia. Mangiai controvoglia, spinto dalla mia infermiera che mi spronava, incitava ad ingoiare, altrimenti mi avrebbe fatto il sederino rosso rosso, mi ripeteva minacciosa.
Si ripresentò alle dieci. Con un paio di secondi di ritardo. Odiavo questo momento: era umiliante, ecco! L’involto di carta stagnola che lei teneva fra le dita era lungo più o meno come una sigaretta, ma più spesso. Lo scartò con attenzione. Sembrava veramente un proiettile. Da mitragliatrice: aveva la stessa punta ogivale. Mi ero già messo bocconi. “Su, alza il bacino” era spiccia e sbrigativa. Mi puntellai sui gomiti per farlo. Brrr, che sensazione terribile: era freddo come l’acciaio, il suppositorio. Lo sentii penetrare in me, strusciando lungo le pareti dell’ano. Lei mi tenne strette le chiappe, per un paio di secondi almeno. E mi mollò il solito sculaccione. Mi ritirai su le mutande; almeno, accennai a farlo. Un altro sculaccione: ahia! “Stai fermo! Rimani così! Lasciala sciogliere bene..vediamo l’effetto che fa”. Effetto che non tardò a manifestarsi, purtroppo. Appena uscii dalla stanza del cesso, la trovai ancora accanto al mio letto, il grosso termometro a mercurio in mano. “Spero ti sia pulito bene!” Non mi lascià il tempo di reagire: di nuovo, mi sfilò le mutande e mi infilò la fredda punta d’alluminio. Mi tenne serrate le natiche a lungo, prima di sfilarlo. “Mmmh, mmh…va meglio: la febbre è calata! Il dottor Cluzot ha azzeccato le medicine…Adesso, dormi. Ci vediamo domani mattina. Buona notte!”.
Finalmente! Era l’ultima sera del suppositorio. Stavo decisamente meglio, non ce ne sarebbe stato neppure bisogno. La vedova Rouget volle mettermelo per forza, tacitando le mie proteste con due sonori sculaccioni. Che non mi dispiacquero! Ormai avevo rinchiuso il pudore in un angolino del mio subconscio; la vergogna, poi, era andata a trascorrere qualche oretta con le donnine allegre….
“Perché mi sculacciate ogni volta?” le domandai: intanto dovevo tenere il termometro dentro per almeno cinque minuti.
“Così il liquido si assorbe meglio” la sua risposta, molto professionale. Ma io sono un inguaribile curiosone…
“Potrebbe essere valido, il vostro discorso, per le punture ma per il suppositorio…” incalzai. Altra sculacciata.
Tipo: << non giungere a conclusioni affrettate!>>. Però, quella sera Marie Magdalene era in vena di confidenze.

Sono stata allevata in un brefotrofio. Una sera, mi raccontavano le suore, sentirono rintoccare la campanella: qualcuno mi aveva deposto fuori del convento: avrò avuto si e no un dieci mesi. Loro mi fecero crescere, sana e robusta. Finché ero una bambina, andò tutto bene. Qualche punizione, ogni tanto ma niente di grave. I guai cominciarono dopo che ebbi compiuto i 13 anni, l’età dello sviluppo. La superiora, una suora dolcissima, mi spiegò tutto su quello che accade alle donne, ogni mese. Piansi molto, ma capii che era di natura, l’aveva voluto Dio. La superiora buona morì, ahimè. Il suo posto fu preso da suor Crocifissa , una suora cattiva e maligna. Faceva picchiare le più piccole e, qualche volta, le picchiava lei stessa. Con la ciabatta. Mi capisci, professore? Se le metteva in grembo, scopriva il loro sederino e vai! La ciabatta, la suola, lo arrossava in maniera tremenda. Suor Crocifissa non ascoltava pianti, lamenti e preghiere; anzi, più quelle strillavano, più lei picchiava forte. Sculacciò anche me. Non ricordo più cosa avessi fatto, probabilmente una cosa di piccolo conto. Due suore mi tennero ferma. Suor Crocifissa mi alzò le gonne (non portavano mutande, allora non si usava: era un indumento diabolico) e mi sculacciò con il cordiglio. E’ quel cordone con tre nodi che le suore portano alla vita, quasi una cintura. Soltanto che quello del loro ordine è di cuoio. Mi spellò tutta.
Ogni 25 marzo ci portavano in processione, una specie di sfilata: come si fanno sfilare gli animali alla fiera, prima di venderli, perché i compratori possano vederli bene e valutarli. Fu allora che Jean Michael mi vide. Si innamorò di me. offrì una buona somma al convento. Avevo soltanto 18 anni quando lo sposai. Fummo felici insieme, anche se non vennero i figli. Poi, lui si ammalò. Altro che punture e suppositori che ho fatto a te! A lui ne facevo tre al giorno e gliene mettevo altrettanti. Non ci fu niente da fare…se ne andò. Ed io rimasi sola. Ah già! Ogni tanto, mica sempre sempre, a Jean Michael piaceva farsi sculacciare. Diceva che gli dava la carica. E piaceva anche a me, sia darle che subirle…ma queste un po’ meno. Mi è rimasta l’abitudine. E adesso, vediamo se hai ancora la febbre!

“Bravo ! Molto bravo! La febbre non c’è più!”esclamò soddisfatta e depose il grosso termometro nel bicchiere mezzo pieno d’alcol sul comodino. Mi tastò le chiappe, letteralmente. “Non hanno fatto i <>, quindi sono state assorbite. Fa un po sentire…” il suo indice (presumo) mi sfiorò lo scroto. Non accadde nulla. Sudavo come se avessi ancora la febbre, altissima. “Credo che domani potrai finalmente alzarti. E non solo per andare al cesso! Vuoi che chiami Cluzot? Così viene a vedere come stai…” sembrava delusa.
“Signora- le dissi- la ringrazio molto di tutto quello che ha fatto per me… Domani o post domani, le darò quanto concordato…” Mi pose tre dita sulla bocca: “Non dire così! Non mi devi niente! Sei stato un paziente modello, un amico direi! Di solito, mi chiamano le femmine perché faccia loro queste cose. Anche i clisteri. Sapessi la signora Costantin, quella del primo piano. Soffre di costipazione cronica: ne deve fare anche tre al giorno, in certi periodi…”
“E lei si diverte a farglieli, nevvero signora Rouget?” le dissi sorridendo.
Anche lei rise: “Vedessi come lo stringe! Sembra un occhio che batte! E mica ci sto attenta, come sono stata attenta con te…No! lo infilo dentro con forza. E lei lancia certi lamenti…ah, sculaccio pure lei, quando ho finito. Certe pacche che glielo arrosso, mica le carezze che ho fatto a te!” si guardò le mani, che aveva testè chiamato in causa.
“Signora, mi permetta una domanda personale e fors’anche impertinente. Non sono affari miei, sicuro. Però, da quando è morto suo marito, lei non..non…” mi fermai: era veramente impertinente!
La prese come uno scherzo; questo è il bello di Marie Magdalene: è rimasta una bambina innocente. “Non faccio l’amore? Volevi dire? Da quando si è ammalato: due anni prima di morire. Non era in condizione di farlo: il cancro gli aveva divorato tutto, dentro! adesso, non mi importa più…” fece spallucce. Ma, di sicuro, avevo toccato un punctum dolens. “E’ ora che me ne vada” e si alzò dalla sedia vicina al mio letto.
Incrociai le mani dietro la testa: “aspetti un attimo, signora. Le va di parlare ancora con me?”. Si risedette.
“Non soffre, non ha sofferto di questa…di questa astinenza?” le domandai diretto e indelicato. Mi avrebbe potuto mandare a quel paese. Non lo fece.

Mi è venuta che avevo nemmeno 40 anni. Vampate, mal di pancia, tutto il necessario, insomma. Credevo di avere un tumore anch’io. Il medico per poco non scoppiò a ridere, quando glielo dissi. Lui disse che era la menopausa, capita a tutte le donne, ad una certa età: a chi prima, a chi dopo. Ma si tratta di pochi mesi di differenza. No, non mi pesa! Ho conosciuto, in senso biblico come diresti tu che sei istruito, un solo uomo in vita mia: Jean Michael. Non ho voluto altri. Eppure, le occasioni non mi sono mancate. Ero una bella donna, allora…. Grazie!, sei un gentiluomo…no, adesso sono una vecchia cadente. Certe notti, faccio dei sogni strani. Sogno di essere legata ad un palo, e dei negri, completamente nudi, che mi frustano. Mi frustano sul posteriore…il bello è che io sento il dolore, come se mi stessero frustando veramente! Ho il culo in fiamme, credimi!, e loro, quando hanno smesso di frustarmi, si avvicinano con i loro cosi dritti e…e mi sveglio!” rise.

Mi ero rimesso completamente. Ero tornato all’università. La situazione internazionale non prometteva niente di buono: quel maledetto tedesco minacciava l’intero orbe, ma dubitavo che fosse passato a vie di fatto. Avevo mandato una dozzina di rose alla vedova Rouget e dentro, contenuto in un astuccio, un piccola cadeaux, una cosina da niente.
Lei mi aspettava sul pianerottolo, per ringraziarmi. La feci entrare. Le chiavi di casa mia me le aveva ridate tre settimane prima. Non avevo molto in casa da offrirle: qualche bottiglia, un mezzo pacco di biscotti e poco altro. Accettò un goccio di cognac. Lei, di solito, non beveva ma quella sera avrebbe fatto un’eccezione. Ci sedemmo sulle poltrone di quello che io chiamo salotto. Aveva i capelli separati al centro della testa dalla scrimatura, non era per niente truccata e, forse, così era ancora più affascinante. La vestaglia era verde, colore brillante ma non chiassoso. Parlammo un poco, del più e del meno. Lei mi ringraziò delle rose e della collanina. Dovere mio, per carità: con tutto quello che lei aveva fatto per me, era il minimo. Accavallò le gambe, scoprendosele entrambe: bianchissime, ma ancora valide. Il cognac stava facendo il proprio effetto: Marie Magdalene sentiva caldo. Si scostò appena i lembi della vestaglia: il petto era puntinato di piccole macchioline marroni.
Volle che le raccontassi un po’ di me, della mia vita. Figlio di un artigiano, papà aveva lavorato tanto per farmi studiare. Avevo insegnato nei licei e, poi, avevo vinto quel concorso: adesso insegnavo all’università. Ero il professore più giovane. Non mi ero mai sposato, per libera scelta. Marie Magdalene si piegò verso di me, la sua mano si posò sul mio ginocchio. Data la sua posizione, intravvidi i lattei seni, sotto la vestaglia. “Perché questa decisione?” mi chiese fissandomi.
“Non ne ho mai sentito il bisogno, di una donna intendo. E adesso che ho abbondantemente superato gli “anta” lo sento ancor meno” le spiegai.
Lei alzò la mano di un paio di millimetri sopra i mei pantaloni “Non è che..che sei…?” appariva preoccupata.
“No, signora, non si preoccupi (e chissà perché usai questa espressione), sono normale!”. Fu la mia volta di abbozzare un risolino. La sua mano tornò dove era stata un attimo prima.
“Ce ne sarebbe un altro po’?” e levò il bicchiere vuoto. Scostai con delicatezza la mano di Magdalene dalla mia coscia e mi alzai, andando verso il tavolino a prendere la bottiglia di cognac. Qando mi voltai, la sua vestaglia era vieppiù aperta: ormai la scollatura arrivava all’ombelico. Inghiottii e mi avvicinai a lei. Le versai il liquore ambrato, lei mi fermò sbattendo l’orlo del bicchiere contro il collo della bottiglia: una dose generosa, comunque.
“Fa caldo” sbuffò. “Beh, siamo a maggio” replicai. E poi, ancora lei: “Mi giudichi brutta? Vecchia?” “Niente affato, Marie, posso chiamarvi così?, siete giovanile e bellissima!” Lei appoggiò la schiena alla poltrona, gli orli inferiori della vestaglia si aprirono ancora di più: le cosce scoperte. Oramai soltanto la cintura di tessuto la teneva ferma, alla vita.
“Senti, me lo faresti un…mmhh..un favore?” Era imbarazzata, forse? “Certamente, ben volentieri!” figurarsi! “ Mi faresti provare come va a finire il mio sogno?” e lo disse tutto d’un fiato.

Il sangue defluì di colpo dalla mia testa. Quando riuscii a parlare, formulai una frase stupida, che suscitò la sua ilarità.
“Non ne ho esperienza, ma non credo che neppure quello di Jean Michael potesse avvicinarsi a quello di un negro!”.
“Ti dovrei frustare, prima!” era l’ultimo appiglio a cui aggrapparmi.
“Sì, ma non farmi troppo male!”. Fu in piedi e la vestaglia intera per terra. Aveva le mutande, verdi anch’esse, della stessa foggia dei pantaloncini corti che portano i bambini. Se le tolse. Avevo visto dei fisici migliori, ma pochissimi, e nessuno di quell’età. Si appoggiò al tavolo alto, sorreggendosi con i gomiti. Le schiaffeggiai le guancione bianche, sino a farle diventare rosate. La carne era cedevole, morbida. Azzardai un colpo più forte; lei mugulò: temetti di averle fatto male. Invece: “Oh, così va bene! Finora mi hai soltanto massaggiato! Fammi provare un sensazione forte!”. L’accontentai. Una mezza dozzina di pacche, rumorose e brutali. La vulva, fra le cosce, sembrava emanare bagliori, come le gocce d’acqua colpite dai raggi del sole. Marie Magdalene agitava il culo di qua e di là, come se volesse raffreddarlo. Per scottare, infatti, scottava e pure parecchio: lo constatai passandoci il dorso della mano.
Sapevo che cosa aspettava, l’avevo notata stringere i pugni fino a sbianchire le nocche. Non avevo nulla sottomano, nulla di efficiente. Se non la cintura dei pantaloni. Adoprai quella, tanto i pantaloni sarebbero diventati inutili, anzi un impiccio di cui disfarsi. Sebbene non la colpissi troppo forte, pure la cintura fece uno schiocco fermandosi su quelle ampie chiappe. Il secondo fu ancora più acuto: una striscia rossa si disegnò sul fondo rosso. “Sì, sì, siiii: fammi male! Fammi soffrire!” Non è che lo gridasse, lo mugolava! Mi fermai a dodici. Fui sopra di lei. I suoi capezzoli, dritti come spade, finirono fra le mie dita. “Oddio, nooooo!” seguitò a mugulare, quando la punta del mio membro sostò sull’entrata. Varcò la soglia. Marie sollevò il busto, nonostante avesse pure il mio peso addosso. Era bello, era eccitante. Per entrambi. Non sono un nativo delle grandi pianure alluvionali oppure del deserto, ma me la cavo. Colpi ritmati, dentro e fuori, fuori e dentro. Toccammo il cielo, quasi all’unisono.

Indians

20 marzo 2012

La pelle era delicata e serica come quella di una gran dama, se non fosse stato per il colore. Era una donna bellissima, molto più alta delle altre, con i fianchi larghi ed il petto pieno; aveva lineamenti fini e regolari: ci doveva esser sangue europeo nelle sue vene.
Quella donna era una strega! Era riuscita a coalizzare tutte le tribù dei Grandi Laghi, le incitava alla rivolta, le spingeva contro di noi. Tutto il territorio era in fiamme, per colpa di quell’indiana! Aveva un nome impronunziabile che, mi aveva detto Centopelli, significava Lince d’Argento. Era una sacerdotessa, o qualcosa di simile, figlia di un capo e moglie di un capo: era la nostra peggiore nemica!
Mi era costato un bel mucchietto di polvere da sparo e la vita di quattordici soldati catturarla; io personalmente le avevo afferrato il polso, prima che potesse sgozzarsi. Adesso stava lì, nella cella più sicura del forte, prigioniera ma altera e dignitosa come una dea.
“Ammazzala, ammazzala subito! – mi consigliava Centopelli- ce la leviamo dal giro…”. No, ucciderla avrebbe significato farne una martire, un simbolo. Ci saremmo ritrovati il forte circondato da migliaia di guerrieri, pronti a scotennarci: già le pattuglie riferivano di aver udito i tamburi battere in lontananza. Non c’era tempo per avvertire il Generale, giù al Sud: una staffetta veloce avrebbe impiegato oltre una settimana per raggiungerlo, sempre che fosse riuscita a passare. No, era una decisione che dovevo prendere io!
Mi venne in mente un’altra regina, dall’altra parte del mondo, tanti secoli prima… “La frusteremo, anzi la sculacceremo! E, dopo, la manderemo libera…” dissi. Centopelli mi fissò come se fossi matto. “Ma…è umiliante, è brutto, è offensivo….Ammazzala! Un taglio secco…” e fece il gesto con il pollice sotto la sua stessa gola.
“L’hai detto tu stesso! La umilieremo, la tratteremo come una bambina dispettosa che non vale neppure il prezzo di una palla e della polvere…la costringeremo nuda, a mostrare il proprio corpo…la notizia si spargerà e la sua dignità, il suo carisma ne usciranno spezzati. Sì, facciamo così. Mandami il sergente Klepfer!”.
L’avevano denudata completamente e dalla sua faccia si capiva che cosa avrebbe fatto ai soldati, e a me, se avesse potuto averli fra le mani. Eppure avanzava con dignità, a testa alta, incurante delle proprie grazie esposte e delle mani legate. Ebbe soltanto un moto, bloccandosi, non appena vide il sergente Klepfer e la sua bacchetta. Non era possibile, là, trovare il nocciolo, ma l’acero o la betulla sarebbero andati ugualmente bene… Urlò qualcosa nella sua lingua, quando la afferrarono e la piegarono sulla staccionata. Ci vollero tre soldati per legarla…”Ti ha maledetto!” mi tradusse Centopelli.
Bisognava fare le cose con sfarzo, in forma ufficiale. Lo squadrone schierato, baionetta inastata (e credo che a quei 50 ragazzi si rizzasse pure qualche altra cosa, oltre la baionetta, vedendo quel magnifico corpo di femmina esposto così), il rullo dei tamburi, il mio discorsetto che nessuno degli indigeni capì. Speravo che le sentinelle, lassù sugli spalti, facessero il proprio dovere e non si girassero ad ammirare lo spettacolo…
L’avevano legata con le gambe ben larghe, le si vedeva tutta la natura, ed il culo sporgente, ben alto pronto a….
Feci un cenno al sergente. Egli levò ben in alto la mano con la bacchetta, in modo che tutti vedessero, e la riabbassò fulmineo. Il rullo dei tamburi era cessato, perciò si udì distintamente il rumore che fece la bacchetta su quelle carni morbide. Soltanto quello, perché Lince d’Argento non emise un grido, un lamento. Eppure la bacchetta aveva scavato un solco ben profondo, lo potevo vedere io che stavo a qualche passo di distanza. Stavolta, per il secondo colpo, il sergente prese la mira. Gli occhi porcini guardavano il bersaglio e correvano subito a scrutare la bacchetta.
Si era deciso. Appena sotto la precedente, dove la polpa era maggiore. Stesso rumore, stesso segno. Adesso le gambe, lunghe e ben fatte, dell’indiana tremarono. Ventiquattro bastonate, la punizione classica. E furono ventiquattro strisce, rosse e profonde. Nessuno degli indiani del forte respirava: erano tutti come affascinati da quel culo sempre più rosso, che sembrava aumentare di volume. Lince d’Argento non aveva emesso un lamento, non aveva dato segno di sofferenza.
Il ferro prese il posto del legno. La bacchetta del fucile: quella che si adopra per i traditori. Sebbene assai meno pesante di quella di betulla, il sergente l’adoprava con la stessa abilità. Fu alla sesta vergata, a metà esatta della fustigazione, che apparvero le prime gocce di sangue, dapprima indistinguibili sul fondo rosso della pelle, ma, poi, sempre più marcate.
Il sergente Klepfer riconsegnò la bacchetta all’attendente. Feci un cenno. La slegarono e quasi cadde per terra. Il dolore che provava stava scritto sul suo viso. Non aveva urlato: sul labbro inferiore, i denti avevano lasciato la propria impronta; ma aveva pianto: questo, almeno, sì! Fra i seni, il traslucido del sudore.
Parlai lentamente, in modo che Centopelli potesse tradurre. Era stata punita perché si era ribellata. Attenta a non farlo mai più. Sarebbe stato molto peggio per lei, se l’avesse fatto ancora. Una pattuglia l’avrebbe scortata fuori del forte. Ma, prima…
Fu allora che svenne. Cadde giù come un sacco. Non ce l’aveva fatta a resistere più a lungo: ogni singola oncia d’energia era stata consumata. Il colpo di grazia l’aveva avuto, quando era stato avvicinato il braciere. La sollevarono da terra, in ginocchio, le braccia tese all’indietro, la testa tirata per i capelli. Eravamo al servizio della Francia, rispettavamo la legge francese. E le ribelli, in Francia, si marchiano! Finalmente strillò! Di puro dolore. Vero è che il sergente tenne il ferro rovente fra i seni di Lince d’Argento molto più tempo del necessario…..ebbe dei conati di vomito quando la risollevarono. Il portone del forte si aprì quel tanto per permetterle di passare. Era ancora nuda ed il passo incerto… i due soldati la scortarono per mezzo miglio buono, fin dove cominciava la foresta.
Alla fine di marzo, ci fu la grande battaglia ed io ero lì, con i miei bavaresi. Fu un massacro. Per ognuno dei nostri caduti, ne ammazzammo almeno cinquanta dei loro. Trovarono il corpo di Lince d’Argento, aveva ricevuto due palle in petto, una esattamente al centro del giglio che portava indelebile fra le mammelle.
BK

Abelarda

18 marzo 2012

Abelarda ed io ci conosciamo da un sacco di tempo e siamo diventati quasi amici.
Abelarda non è il suo vero nome, ma l’ho scelto nella finzione letteraria perché richiama l’aspetto di questa donna, matura, alta e con molti chili di troppo. Divorziata, non ha certo rapporti di buona amicizia con l’ex marito, anzi seguita a detestarlo cordialmente; neppure la loro figlia ha simpatia per la madre, in quanto la ritiene colpevole di aver trascurato la famiglia per il lavoro. Non so se sia vero o no, comunque da parecchi anni Abelarda vive sola.
Accadde più o meno un anno fa. Stavamo discutendo animatamente, Abelarda ed io. Ognuno di noi riteneva di aver ragione ed io me ne uscii, irato: “Se io sono nel giusto, ti prendi due sculaccioni da far resuscitare i morti!”. Tutto si può dire di Abelarda, meno che non sia sportiva. Controllai, controllò, controllammo: avevo ragione io! Accettò la sconfitta ed il relativo pegno da pagare.
Impossibile, data la sua mole, farla mettere bocconi sul letto, sul divano o su un’altra superficie più o meno piatta; sulle mie ginocchia neppure a parlarne: ci sarebbe voluto il trono del Barbarossa intagliato nella roccia viva della montagna per sostenere il nostro peso congiunto. Così Abelarda rimase in piedi, una mano stretta alla spalliera della sedia attorno al tavolo da pranzo, l’altra mano sulla spalliera della sedia accanto. Il posteriore, enorme, inguainato in un paio di pantaloni grigi di una tuta chissà quante X Large! Feci roteare il braccio, il palmo della mano dal basso verso l’alto e… CIAFF orribil suonooooo! “ Cazzo!” proruppe Abelarda, pronta alla rimostranza. Non gliene lasciai il tempo. Feci partire ed arrivare il successivo, sull’altra enorme chiappa. Abelarda, per ragioni fisiche, non saltellò, ma fece un po’ di step on, alzando ed abbassando ritmicamente i piedi: punta tacco, punta tacco. Durò qualche secondo, ma fu movimento in certo senso affascinante: una donna-montagna che ballava, tremolava per quanto le bruciavano le chiappe. Tutto finì lì, per allora.
Sei o sette mesi più tardi. Abelarda mi telefonò. Aveva bisogno di parlarmi urgentemente di una cosa importantissima. Lei abita a pochi chilometri, la raggiunsi in poco tempo. Ascoltai ciò che aveva da dirmi, e riflettei. Accettai la sua proposta, ma…
“Io te la firmo l’expertise. Per farti un piacere: con questo pezzo di carta, potresti incassare bei soldini e di questi tempi fanno comodo. Sei un’amica e lo faccio volentieri. Ma se qualcosa va storto, se c’è un intoppo, se il tuo cliente arriccia il naso, chi rischia di rimetterci il culo sono io! Anni di onorata carriera, un prestigio accademico buttato al vento…” dissi.
Lei mi guardò da sopra le lenti: “cosa vuoi in cambio?” mi chiese, sapendo già la risposta. Infatti, quando ebbi formulato la mia richiesta, scattò su: “Sei matto! Venti sono troppi! Mi si è indolenzito tutto, per soltanto due: figurati per dieci volte tanto…”. Riavvitai il cappuccio della stilografica e la stavo per rimettere nel taschino: “ va scritta e firmata in triplice copia, soltanto così ha valore legale…” ( sono cattivo, lo so!). Ad Abelarda bastarono tre secondi per decidere: “Va bene…va bene…sei cattivo, però…” “Sulla pelle nuda” aggiunsi. Aprì la bocca, non disse niente, richiuse la bocca ed abbassò la testa. Dopo una decina di secondi, parlò: “Sì, Professore, lei in questo momento ha il coltello dalla parte del manico; io devo far di necessità virtù…a buon rendere, Professore…” E’ vezzo comune fra di noi darci del <> come intellettualoidi, quando uno dei due dice qualcosa che all’altro non garba; rende più algido il rapporto, chissà….
Il cellulare suona, sul display compare il nome di Abelarda. Mai precipitarsi a rispondere, quando è una debitrice che ti chiama: faresti la figura di uno che sta aspettando ansiosamente di riscuotere il debito. La richiamo più tardi. La sua voce non denota affatto gioia, è alquanto cupa. Per mezzogiorno, a casa sua.
Mi saluta con lo stesso calore con cui l’iceberg salutò il passaggio del Titanic e, immagino, vorrebbe farmi fare la stessa fine del transatlantico. “Venga, Professore, venga. Si è precipitato subito…” constata; ignoro la sua ironia. Abelarda va a chiudere le imposte dell’ingresso-salone, casomai un passeggero di un elicottero che volasse nel terso cielo d’aprile volesse spiare le nudità di siffatta beltade… mentre mi tolgo la giacca (per esser più libero e più sciolto nel movimento, è ovvio: che avevate pensato?), noto che le sedie intorno al tavolo da pranzo sono di modello diverso: sembrano molto più robuste di quelle dell’altra volta. Invece, Abelarda indossa la stessa tuta grigia dell’altra volta e, come allora, si mette nella stessa identica posizione: pare voglia frantumare l’ultima stecca degli schienali delle due sedie alle quali si attanaglia con le sue mani. Tossicchio, imbarazzato. Lei gira la testa sopra la spalla, e mi guarda interrogativa. “Pelle nuda…” mormoro. “E’ proprio necessario?” mi chiede e sembra arrossire. “Sì!” faccio deciso.
Si cala i calzoni della tuta, lo strettissimo indispensabile: l’orlo elastico neanche scopre le intere natiche. “Più giù!” la mia voce è ben decisa, ora. L’orlo scende di un’altra decina di centimetri. Non indossa niente, sotto i pantaloni grigi; probabilmente perizomi o tanga della sua misura non li fabbricano proprio!
Che culo, ragazzi! Enorme, gigantesco, mastodontico, infinito, senza confini. Forse, un tempo, era stato un mappamondo sferico, adesso è una proiezione polare piatta, con tanto di linea lossodromica. E sembra proprio una carta geografica: gli oceani bluastri con qualche terra emersa a rilievo… L’ho voluto io, me lo sono andato a cercare e adesso provo un senso di pena (per Abelarda) con una venatura perfino di DISGUSTO Va bene, cominciamo!
CIAFF sull’ex mappamondo è atterrato un veicolo alieno, dalla strana forma di un guanto: un corpo principale rotondeggiante da cui si dipartono cinque appendici di diversa lunghezza. Si vede l’impronta che ha lasciato, chiara su sfondo che rapidamente si sta arrossando. “Signora, la prego di non lamentarsi: lasci a più tardi, quando avrò conchiuso, gemiti, lamenti e guaiti…” sì, sono proprio cattivo!
CIAFF CIAFF CIAFF CIAFF siamo ad un quarto dell’opera intrapresa: le impronte dell’astronave non si notano più; il terreno, limaccioso alquanto, si sta facendo color salmone, affumicato con abete resinoso, direi…
Approfittando di una mia pausa, Abelarda lo scuote da destra a sinistra e da sinistra a destra: mi ricorda i documentari sugli elefanti della savana. E’ tempo di riprendere…
Ballonzola sui piedi, infilati nelle babbucce, respira forte, ogni tanto abbassa la testa, le nocche delle dita sono diventate albine. Evita di gemere, ne va del suo orgoglio. Il suo didietro ha assunto l’aspetto di un vasto tappeto persiano: variegato di rosso e di blu al centro, bianco come le frange su tre lati.
CIAFF! è l’ultimo, ancor più forte dei diciannove precedenti. Li ha contati anche lei, evidentemente, perché le sue mani lasciano la presa e si precipitano a tirarsi su i pantaloni della tuta. Respira profondamente un paio di volte. Non si rivolge neppure verso di me, prima di scappare di là.
BK

Ellen e Thomas, parte due

16 marzo 2012

Se avete perso la prima parte del bellissimo racconto di Geronimo, la trovate qui.

Chattanooga, Tennessee.
Aprile 1961. Ore 06.00 A.M.

Thomas è steso sul letto. E’sveglio. Sta guardando il soffitto azzurro pallido. In realtà non sta guardando un bel niente. Aspetta solo che Ellen entri in camera, ancora in sottoveste, e pronunci le parole di rito; le stesse identiche parole da circa un anno fino a quel momento. – Mio Signore, è tempo di alzarsi – A quel punto Thomas, che dorme completamente nudo , si siederà sulla sponda del letto con il pene eretto. Ellen si avvicinerà, si inginocchierà e prenderà il cazzo del padrone tutto in bocca per la prima fellatio della giornata. Seguirà una doccia veloce. Poi la colazione., classica, americana. Mentre Thomas mangia Ellen attende in piedi. Spesso c’è qualcosa che non và. – I bordi del toast sono un po’ bruciacchiati Ellen!. Il succo d’arancia è troppo tiepido Ellen!- In questi casi Ellen prende un grosso mestolo di legno dalla cassettiera e lo consegna a Thomas. Si abbassa le mutandine fin poco sopra le ginocchia e si stende a pancia sotto sulle gambe del giovane. Thomas le solleva la sottana e le infligge una dozzina di mestolate sul culo nudo. Se è di buon umore; altrimenti i colpi di mestolo diventano anche 20 o 30. Quelle botte dal dolore lancinante mandano su di giri Ellen che tuttavia non avrà modo di sfogare la propria smania ed inquietudine fino al pomeriggio. Solo allora, infatti, arriveranno gli allievi cui Ellen impartisce lezioni di inglese, francese e, a livello di scuola media, di aritmetica e scienze. Thomas aveva infatti preteso sin da subito che la matrigna, oltre ad occuparsi direttamente della casa, si guadagnasse qualche dollaro con il proprio lavoro. Ad Ellen non era parso vero. Aveva finalmente la possibilità di far fruttare gli studi universitari non terminati. I genitori di quei poveri adolescenti sembravano soddisfatti dello spietato regime disciplinare che l’improvvisata maestra applicava loro. A quel tempo la visione educativa ammetteva tranquillamente il ricorso alle punizioni corporali.
Non c’è giorno che qualche ragazzetto o fanciulla non si ritrovi con le palme delle mani rosse e doloranti o con il sedere striato a suon di vergate. Ellen è una buona insegnate quanto a capacità divulgativa e chiarezza nell’esposizione, ma non tollera disattenzioni e punisce ogni errore con inflessibile determinazione. Hanno un bel piangere e supplicare i poveri allievi. Specialmente quando frusta i culetti denudati ed indifesi, Ellen non prova alcuna compassione ed applica le vergate prestabilite senza fare sconti di nessun tipo. Dopo le lezioni, la donna si reca in parrocchia o al circolo filantropico. Nessuno sospetta il cambiamento di regime verificatosi nel maggio dell’anno precedente. L’ unica differenza notata è la particolare attenzione che da un po’ di tempo Ellen mette nel rispettare certi orari. Quando è l’ora di preparare cena non sente ragioni. Scappa via verso casa come fosse inseguita da un orso inferocito.
Ne ha ben donde. Thomas vuole mettersi a tavola alle 07.30 P.M. precise. Stasera, ad esempio, la cena è stata servita alle 07. 39, inoltre l’ hamburgher è risultato non abbastanza cotto. Non c’è molto da dire. Ogni errore richiede la giusta correzione. Thomas si sfila la cinghia, con calma; movimenti lenti e misurati. La piega in due, colpisce una o due volte l’aria per gustarne l’accattivante fruscio ed ordina ad Ellen: – Assumi la posizione! – In realtà ce n’è più di una. Quella classica e solitamente adottata, prevede che Ellen, una volta toltasi le mutande – che deve tenere in mano – si inginocchi sul divano a gambe leggermente divaricate estroflettendo ben bene il fondo schiena. Thomas le solleva la gonna e dopo aver schiaffeggiato leggermente le natiche, comincia a cinghiare il bel culo della matrigna come Dio comanda, ovverosia con forza, velocità, ritmo costante, colpendo ogni tanto la patata esposta tra le cosce con Ellen sempre più bagnata e svergognata che strilla, piange e rotea il culo martoriato come una spogliarellista dei bassifondi. – Fanno male la cinghiate? Eh? Brutta sgualdrina! Come hai conciato il culo del povero jack? Aveva le mutande macchiate di sangue! Vergognati! – Sii! Ahia, uhii! Sono una puttana… la tua puttana! frustami! Ahi,ahi,Ahii! Devo essere punita! Ahia! Ahia!, Ahia! Ellen si eccita ma è pur sempre una punizione. Dopo qualche decina di cintolate, infatti, cambia decisamente tono: – Mio Signore… il culo mi fa troppo male…ahiaa!. No! Ahi!, ahi!– Quando imparerai a cucinare come si deve?. Porgi bene il culo che te lo spello!- ahi!, ahi!, basta cinghiate, Ahi! Ahi! Non lo faccio più ! ..Ahiaa! lo giuro! Ahii, Ahiaa!
Dopo un 100, 150 cinghiate Il culo di Ellen è stupendamente striato. A questo punto Thomas, il cui pisello è ormai duro come il granito, prende di solito la marmellata d’acero e utilizzando prima una, poi due dita, la infila nell’orifizio anale della matrigna. Talvolta non disdegna una leccatina al buchetto e al perineo. Poi infila la verga, lentamente ed inesorabilmente, nel buco del culo di Ellen. Thomas adora le smorfie che si disegnano sul volto dell’amante mentre la sodomizza. Esprimono dolore, umiliazione e piacere. Sensazioni indistinguibili fuse in una unica emozione: La voluttà della sottomissione .
La domenica mattina, di solito prima di andare a messa, Ellen riceve il battipanni per espiare i peccati della settimana (come il sesso contro natura) Mai meno di 50 colpi sulle natiche e le cosce nude. Finita la correzione si reca a messa senza indossare le mutande. Ciò costituisce un piccolo problema, soprattutto quando tira vento e la donna deve tenere a bada contemporaneamente il cappellino e la gonna. Stare seduta per un ora, poi, con le chiappe e le cosce gonfie e livide per le botte , è un autentico tormento. Tornata a casa non è ancora finita. Se non ci sono ospiti, Thomas mangia al tavolo da solo. Ellen, che nel frattempo si è completamente spogliata, deve invece stare inginocchiata sul mais maturo, con i capezzoli dolorosamente pinzati con due mollette da bucato, le braccia incrociate sulla testa e farsi imboccare da Thomas che le pulisce anche la bocca.
Se solo si azzarda ad accennare ad una smorfia di disappunto, sul volto di Ellen cominciano a piovere secchi ceffoni. Ad ogni sberla Ellen deve dire: – grazie, ancora uno – e il ceffone arriva puntualmente. Se è una giornata “Si” Thomas si carica la donna sulle ginocchia e la sculaccia furiosamente per almeno cinque minuti. Ellen considera le virili sculacciate del figliastro il miglior preliminare del mondo. I succhi vaginali colano dappertutto e spesso Ellen ha finito per rotolarsi a terra masturbandosi con le mani o il manico del cucchiaio di legno.
Questa allegra routine ha avuto finora solo due significative interruzioni. Una molto spiacevole per Ellen l’altra, al contrario, molto apprezzata. Nella prima circostanza era accaduto che una sera, circa tre mesi prima, Ellen avesse invano atteso Thomas per cena. Aveva cominciato a preoccuparsi. Non era da lui ritardare senza avvertire. La puntualità era una autentica ossessione in quella casa.
Poi verso le 23 e 30 il giovanotto era piombato in casa portandosi dietro una sgualdrinella raccattata in chissà quale bettola. Senza dare una spiegazione, Thomas si era chiuso in camera con la ragazza. Entrambi dovevano essere piuttosto brilli. Ellen si sentì trattata come un cane rognoso. Avrebbe preferito mille volte essere frustata a sangue o essere costretta a strisciare per tutta la città piuttosto che sopportare quella orribile umiliazione. La mattina dopo, una volta pagato il taxi alla ragazza, Thomas si affacciò alla porta della camera di Ellen. Quel che vide fu una donna dal volto invecchiato di 10 anni, devastato dalle lacrime di una notte. Ellen alzò la testa per guardare il giovane padrone per un solo istante. –Sei un bastardo – disse e si girò dalla parte opposta. Thomas abbassò il capo e se ne andò. Per tre giorni non ci furono né ordini né punizioni, né sesso. La sera del terzo giorno Thomas portò la bella schiava a cena fuori. Al ritorno ballarono un disco di Elvis Presley, tenero e struggente, senza dire una parola, abbracciati come due innamorati. Fecero l’amore tutta la notte. Il giorno dopo ricominciò tutto come prima.
La seconda “interruzione” Aveva reso felice Ellen. Il giorno del suo quarantesimo compleanno Thomas l’aveva legata supina e completamente nuda, alle sponde del letto. I legacci erano foulard di seta. Molto delicatamente le aveva accuratamente rasato il sesso. Poi l’aveva bendata. Ellen sentì un fremito di paura e di eccitazione che le percorreva la spina dorsale e il ventre fino a toccarle la clitoride, sempre più dolente. Ellen senti il sibilo di una bomboletta spray che le spruzzava una sostanza fredda e morbida su varie parti del corpo. Comprese che si trattava di panna. Thomas la distribuì strategicamente sull’incavo dei gomiti, sul collo, sulle orecchie, sui seni, attorno e sopra i capezzoli, sul ventre, sulla fica, sull’interno delle cosce, sul collo e sulle dita dei piedi. Quando la lingua e le labbra dell’amante cominciarono a ripulire il tutto, Ellen credette d’impazzire. Si sentiva totalmente dominata, totalmente adorata. Oggetto di lussuria e di venerazione. Terminata l’opera di pulizia, Thomas ebbe appena il tempo di stendersi su di lei e penetrarla fino ai testicoli spingendosi lentamente sempre più dentro la vagina, che subito Ellen venne con un formidabile orgasmo.
Dopo l’amore Thomas le regalò un pendente d’oro con incastona una acquamarina e… un moderno vibratore elettrico da usare rigorosamente in sua presenza sotto pena, esplicite parole “ di una dura fustigazione delle chiappe … e anche della pussy”.

Chattanooga, Tennessee.
Giugno 1961. Ore 19.00 P.M.

“C’ è un tempo per nascere e un tempo per morire, un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante, un tempo per uccidere e un tempo per guarire, un tempo per demolire e un tempo per costruire,un tempo per piangere e uno per ridere, un tempo per gemere e un tempo per ballare…” Ellen conosceva bene quel passo della Bibbia, libro dell’ Ecclesiaste.
Aveva ormai 40 anni, Thomas, quasi 20. Qualche giorno prima aveva invitato a cena una bella ragazza di buona famiglia, sua coetanea, Silvia. Non la solita troietta. Slivia studiava legge a Memphis. Voleva diventare avvocato ed appariva molto determinata. Non erano molte a quel tempo le ragazze dell’America profonda che aspiravano ad una carriera professionale. Durante la cena Ellen fissò a lungo i ragazzi. Come si guardavano, come sorridevano e si sfioravano. Le si strinse il cuore. – Se solo questa santarellina sapesse che cosa succede in questa casa…- Un sorriso beffardo si affacciò per un momento sul volto di Ellen, ma fu solo un momento. “ Cè un tempo per nascere e un tempo per morire, un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante, un tempo per uccidere e un tempo per guarire…” e il tempo di Ellen e Thomas era finito.
La corte dell’ avvocato Mortimer, nel frattempo divenuto giudice distrettuale, si è fatta sempre più serrata. Non si deve contare troppo sulla perseveranza di uno spasimante, potrebbe stancarsi prima o poi. L’occasione di accasarsi, per Ellen, si presenta come più unica che rara.
Ellen lo sta spiegando a Thomas, con un groppo alla gola certo, ma resiste. E’ lucida, decisa come non mai ad andarsene. Certe cose le donne le capiscono molto prima degli uomini . Thomas invece protesta, blandisce, promette, minaccia persino, ma alla fine comprende che ciò che Ellen ha deciso è la cosa giusta. Il giorno dopo Ellen andrà a vivere per qualche giorno dal giudice ma nel giro di due settimane si sposeranno. D’altra parte tutti sanno che il cinquaseienne giudice Mortimer è un “liberal” cioè poco meno di un “comunista” per la gente di Chattanooga, e nessuno si scandalizzerà per qualche comportamento un po’ disinvolto sul piano della morale sessuale da parte sua. Del resto entrambi i piccioncini hanno perso la verginità da tempo.
Ellen e Thomas si salutano con un ultimo bacio appassionato e una bella pacca su l sedere.

Se vivranno felici e contenti, francamente …non lo so.

Racconti di punizione: Magister

11 marzo 2012

“Qual è la tua età, Paula?”.
“La prossima sarà la trentaduesima primavera di cui respirerò il dolce tepore, Maestro”.
“Da quanto tempo sei con me?”.
“Il secondo mese dell’anno che verrà si compiranno quattro cicli pieni, Maestro”.
“In tutto questo tempo ti ho mai inferto una punizione corporale?”.
“Mai, Maestro!”.
“Oggi, ti punirò!”.
“Ma..ma…perché, Maestro? Io non…”.
“Perché questa è la mia volontà!”.
“Sia come desideri, Maestro”.
[…]
“Qui può andar bene, nel cuore del bosco, lontano dagli occhi e dagli orecchi degli uomini. Eccolo! Reciso dal vento, non molto lungo, ma grande e robusto ed al tempo stesso flessibile: strumento pressoché perfetto; comunque utile. Togliti la tunica, Paula. Anche il perizoma. Abbraccia quell’albero, serrandoti i polsi reciprocamente con le dita. Respira profondamente e lascia vagare la tua mente….
SWISSHH….STACK…AHI!
“Se urli di dolore al primo colpo che si abbatte sulla tua callipige, Paula, cosa farai all’ultimo?.”
“Hai ragione, Maestro, sarò forte. O tenterò di esser…mmmmhhhh!”
“E nove! La pelle ha raggiunto le screziature del colore delle piume del pettirosso. Ti agiti troppo, Paula, il ventre ed il petto saranno irritati, a causa dello sfregamento contro la corteccia dell’albero. Non ti dico quando finirà, perché nessuno può conoscere il futuro, nemmeno il più immediato. Dieci!”.
[…]
“Puoi staccarti dall’albero, Paula. Venti vergate sono sufficienti. Ti proibisco di toccarti le parti dolenti! La fresca brezza del tramonto basta da sola a portar loro refrigerio….Rimettiti la tunica….”.
[…]
“Svelta, svelta, accelera il passo!”.
“Aspettatemi, Maestro, mi fa male…parecchio, quando cammino…ed è per me difficoltoso star dietro al vostro lungo passo…”.
“Cosa hai in mano?”.
“Il bastone con cui mi avete punito, Maestro. Lo porto a casa, non si sa mai: nel caso, voleste continuare ad usarlo su di me…, domani stesso, magari…”.
BK

Le punizioni di Nadine

8 marzo 2012

Nadine è una delle autrici più amate di questo blog e sicuramente è una delle persone che più viene apprezzata anche all’interno della nostra community. Mi ha inviato questo resoconto delle sue punizioni, che pubblico volentieri.

Da as

dovrai andare in giardino e inscenare un litigio con la tua padrona che dopo di che ti prenderà e ti posizionerò su una delle sue ginocchia mentre l’altro ginocchio è a terra, e avendoti abbassato pantaloni e mutandine ti darà 5-6 sculacciate severe
ps. se non hai il giardino esegui l’ordine nel condominio

resoconto

ieri siamo andate nel giardino, li abbiamo fatto un finto litigio, anche se era ormai mezzanotte ma purtroppo e quella l’ora che torno da lavoro :p mi ha presa subito dopo e sculacciata dandomi 6 sculaccioni belli forti, non credo ci abbiano viste ma e stato eccitante ugualmente un bacio aspetto gli ordini per oggi o domani .

Ordini di cristallo

ciao nadine
nn credi che sarebbe carino se ti venisse l’idea di comprarti un paio di scarpe? o anche solo andarle a provare?
Bene dovresti indossare una semplice minigonna morbida e quindi nn di jeans
Andare in almeno due negozi di scarpe
In uno devi farti servire da una donna
Nell’altro devi farti servire da un uomo
Devi provare parecchie scarpe perchè entrambi poco per volta (prima tu tieni la gonna che rimanga a coprire in mezzo alle gambe e poi sempre di meno cosicchè poco per volta ti si intraveda sempre di più li sotto la gonna e in mezzo alle tue gambe)
Ah dimenticavo ……………. sotto nn devi portare mutantine o qualsiasi tipo di indumento chiaro?
la tua fessurina deve essere libera di restirare e di farsi osservare da chi ……. è alla sua altezza aahhaah
Devi essere molto osservatrice e poi commentare i loro comportamenti ed i tuoi
Vero che poi rilanci alla mia mail i commenti che vorrai scrivere qui?
Un dolcissimo kisssssssssssss a voi due tuo Cristallo

siamo andate io e erika con la sua moto in una cittadina vicino a dove si abita ,io mi sono vestita con occhialoni da sole modello mosca e una magliettina con cappuccio, molto carina con le mitiche super chicche disegnate sopra, non e una felpa e di cotone molto leggera, arrivata in questo negozio di scarpe erika va in giro a vedere delle scarpine bellissime, mentre io un po imbarrazzata facendo finta di nulla adocchio metodicamente 5 o 6 paia poi cerco la commessa, che subito arriva, commessa molto carina un po svogliata a dire il vero, anche se agli occhi del pubblico e non esperti come il mio da cameriera poteva sembrare normale, lei era una ragazza mora occhi castani alta all’incirca 1’66 una seconda di seno un bel sederino ma niente di che, mi metto in posizione e la chiamo, avevo preso 4 o 5 paia di vario genere, lei arriva sorridete e si china, vedo che non fa tanta attenzione al sotto, soprattutto poi neanche voleva aiutarmi ho dovuto usare alcuni sottorefugi come – sente qua e stretta, per lei va bene che il tallone sporga- insomma cose cosi, verso il terzo paio si accorge della mia nudità fa un leggero sorriso come dire che …. imbarrazzata faccio finta di nulla stringendo il pugno perchè la avrei uccisa all’istante :) lei finito con quel paio mi abbindola due cavolate e va a chiamare un ragazzo giovane molto carino e lo manda da me, il ragazzo mi guardava con aria molto incuriosita e leggermente imbarrazzata ma comunque imbarrazzo nascosto benissimo come il mio del resto, sentivo le prime avvisaglie di eccitazione, feci finta di nulla e pensai ad altro, intanto mi sentii prendere il piede dolcemente e riporre nella scarpa, lo guardai anche lui era moro su 1’90 occhi verdi chiari bel fisico palestrato con un tatoo sul collo che nn riuscivo a vedere,mi saluta dicendomi che si chiamava filippo e mi sorride , nel mentre vedo che scruta sotto arrossisco forse vistosamente non so ma non mi levo, vedo anche lui avere un sussulto mi guarda e mentre mi fissa comincia a salire con la mano, purtroppo io istintivamente mi sono alzata di scatto mi sono rimessa la mia scarpina e gli ho mollato un ceffone , povero ammetto che non aveva colpa ma mi e venuto istintivo :p mentre scappavo fuori urlando scusami ho visto erika che rideva come una matta mentre correva fuori con me, arrivate alla moto mi ha presa un po in giro e siamo tornate indietro aspetto nuovi ordini

as

ORDINE:vai in macchina con la tua padrona e trovate un posto all’interno di un parcheggio di un centro commerciale o qualcosa di simile. Una volta arrivate la tua padrona dovra aprire la portiera accanto a lei e prenderti sulle sue ginocchia in modo che tu possa toccare con le mani per terra e la tua testa si sporga verso l’estreno della vettura mentre il tuo culetto rimarrà ben sollevato e rivolto verso il posto del passeggero che invece avrà la portiera adiacente chiusa. Dopo di che la tua padrona dovrà abbassarti pantaloni e mutandine e darti una serie di 10/15 sculacciate.Finito il tutto potrai distenderti a pancia in giù sul sedile anteriore dopo averlo abbassato completamente ma non ti è concesso tirarti su i pantaloni e le mutandine finchè non sarete uscite dal parcheggio…Chissà magari qualche passante vedrà quanto sei monella notando il rossore del tuo culetto =)
ps. mi racc si diligente nel descrivere minuziosamente i particolari nel resoconto =)
era la nostra macchinina 50 ormai disintegrata sigh

nadine resoconto

siamo andate al supermercato, li ci siamo messe nei posti in fondo lontane dal market, arrivate ci siamo predisposte, a quel punto lei mi ha levato tutto io ho provato una vergogna anche perche stavo sopraggiungendo macchine, ma per mia fortuna non facevano caso a noi, lei inizia a darmi la serie molto severa devo dire, io guardo attorno e cerco di lamentarmi il meno possibile, ad un certo punto vedo il marocchino che vende i fazzoletti guardarci con aria imbarrazzata lei senza dire nulla mi fa posizionare come detto dopo la sculacciata guarda il marocchino che come la vede guardare verso di lui si gira e se ne va, si chiude la macchina e via, chiaramente fa il giro piu lungo cosi da mostrarmi il piu possibile, credo che mi abbiano vista in tre o quattro ma in modo veloce, dopodiche mi dice – girati e adesso toccati fino a venire- cosi ho fatto imbarrazzatissima anche se lei passava per strade secondarie e da fuori tranne in momenti in cui ondulavo il mio corpo al ritmo degli spasmi non potevano capire cosa stessi facendo

marcosex

devi fingere un litigio in casa con la tua erika e lei ti deve punire mettendo una sedia di fronte la finestra aperta in modo che almeno un vicino possa vederti mentre sulle sue ginocchia e con i pantaloni calati ricevi una sonora sculacciata

resoconto nadine
non abbiamo inscenato il litigio, perche ultimamente non ci piace tanto litigare anche se per finta comunque mi ha urlato ora ne becchi, mi ha messa davanti alla portafinestra, la aperta poi mi ha tirato giù i calzoni e messa sulle ginocchia, li me ne ha rifilate tantissime e severe a mani nude poi ha preso la ciabattina di legno che usa e ciaff ciaff, alla decima ho iniziato a piangere poco dopo vedo giada che appoggiata al balcone di casa sua mi guarda ( lei sa della mia situazione) la saluto fra uno sculaccione e l’altro imbarrazzata poi erika si ferma la saluta e la invita, mi coccola come sempre dopo la sculacciata e poi mi mette in castigo in ginocchio sui ceci pantaloni calati all’angolo in salotto, dopo poco arriva giada che mi saluta e mi deride come fa sempre simpaticamente , io mi giro e bugno mi accorgo di aver fatto una cavolata infatti erika si e alza e mi piega poi tenendomi un braccio intorno alla vita inizia a darmele, io imbarrazzata ho iniziato a dirgli che c’era giada ma lei nulla, alla mia domanda – perche- si e fermata ha preso la ciabattina e mentre me le suonava con quella – perchè non ti devi lamentare delle punizioni che ti do e quando sei all’angolo non devi ne parlare ne muoverti lo sai no?- io piangendo ho annuito e le sculacciate sono finite, mi ha rimandata all’angolo, nel mentre giada si era gustata la scena non nuova per lei e io mi sono rimessa in gncocchio con mio grande dolore sui ceci all’angolo e le manine dietro la testa petto in fuori come mi e stato insegnato mentre lei si lamentava con giada che la obbligo a essere piu severa di quello che è da parte sua giada dava ragione a erika e gli diceva che sono una brava ragazza anche se devo essere sculacciata per rigare dritto spero di essere stata brava
un bacio alla povera giada ti amo tanto spero tu sia felice in un mondo migliore :(

ordine cristallo
dopo un’ordine che non potevo eseguire ho chiesto di essere punita

Ciao Nadine prendo atto qi quanto hai detto e mi obbglighi a impartirti una punizione che vorrei però abbinare ad un ordine ci stai?
PUNIZIONE: deve darti colpi di cinta fino a quando nn hai il culetto tutto rosso con evidenti zone viola
ORDINE: una volta che hai il culetto così fatto devi andare a cercare una di quelle macchinette che fanno le fotografie tessera
Hai presente? gabbbiotti con tendina fino a metà e sgabello molto più basso e si vede dai passanti
Bene individuato devi entrare
La foto però nn devi farla al viso ma ……….. a dopo
Devi Salire sullo sgabello e abbassarti le mutandine (se poi fosse possibile meglio ancora se hai pan)
Abbassare di modo che la foto possa essere fatta alla parte tua …… mediana hahahahah
Chi passa da fuori deve avere l’immediata percezione di cosa stai facendo (mutandine a vista basse o meglio se anche pant dovrebbero far sorgere curiosità no?)
A quel punto ti fai scattare le foto e riprendi sia la tua bella fighetta che il tuo violaceo culetto
Devi attendere che scendano le foto e distanti da te (chi passa può anche trovarsi a sbrciarle) te le devi guardare

ho unito l’ordine di marco per erika nel resoconto

ordine marco

sono l’educatore marco ho deciso di far punire erica cosi,50 colpi con sandalo che lei adora di piu,50 colpi di cintura + 50 di spazzola,poi il risultato della punizione sara mostrata alla responsabile del bar di Nadine per l’umiliazione.

Resoconto

mio
dopo aver aggiornato il blog la mia padroncina mi ha levato la gonnellina e slip, poi ha iniziato a cinghiarmi di santaragione, mi ha fatto molto male, ma non ha ascoltato ne le mie suppliche ne altro, mi ha colpita fino a farmelo tutto viola poi si e fermata dandomi le giuste coccole:) dopo che mi sono asciugata le lacrime la ho presa sulle gnocchia e giu 50 prima col sandalo che gli piace di piu, poi 50 con la mia cinta mentre era piegata mani alle ginocchia e 50 con la spazzolina di legno, alla fine il culetto era sul rosso acceso non sono stata tanto severa :p non riuscivo quasi a colpirla mi dispiaceva troppo :) dopo in lacrime la ho abbracciata e la ho baciata dolcemente e lei ridendo con gli occhi lucidi – sei stata brava piccola e stato molto eccitante- io strusciandomi gli occhi con un tono di finta polemica – uffi sei più brava anche nel riceverle – lei mi ha sorriso poi ci siamo ricomposte siamo uscite e andate alla macchinetta per le mie foto, li sono entrata mentre erika mi faceva da palo fuori io sono entrata e ho messo i soldi, il mio cuoricino era a mille, mi sono messa in posizione poi ho cliccato il bottoncino, nel mentre sento la mia cucciola ridere con una persona, capisco che parlano di quello che sto facendo, lei gli dice che ho perso una scommessa e mi devo fare una foto al sederino, la seconda persona ride con lei poi chiaccherano di altro anche perche arriva il primo flash e poi subito gli altri due, infatti era una di quelle nuove che ti fanno scegliere la posa, ho scelto quella dove ero maggiormente esposta e ben visibile poi ho cliccato ok, intanto il moscone fuori ci stava provando come un diperato , sono uscita sorridente e guardando prima lui poi lei la ho baciata, lui ha sussultato poi staccandomi con un leggero sorriso – amore ho fatto aspettiamo la fotina ok- lei dandomi un bacetto leggero accarrezzandomi i capelli- certo amorina – questo sussultando un attimo sorride e mi saluta e se ne va, lei ride insieme a me – sei stata cattiva – mi dice ridendo io guardandola con un’espressione imbronciata facendo un po la bimba – sei solo mia ecco- nel frattempo le fotine erano pronte,si sono prese e guardate c’era una coppietta sulla panchina ma non hanno fatto caso ad esse, poi mi ha seguita a lavoro per la sua punizione.
lei
siamo arrivate al bar li appena vedo la mia capa come di consueto gli salto in collo ( succede tutti i giorni ci e abituata :) ) saluta erika io prendo in disparte la mia capa poi sottovoce- lo sai che oggi ho sculacciato la mia amorina- mentre dico queste parole la mia micina si inizia inumidire ancora di piu di quello che era gia da prima, la mia capa mi guarda sorpresa – ma come e anche piu grande che ha fatto- io sorridendo – doveva essere punita-lei scosse la testa io nel mentre ho chiamato erika che arrivata rossa in viso la ha salutata, io guardando erika tutta fiera – su andate di la e cosi gli fai vedere il risultato della punizione- lei guardandomi quasi come dirmi ti prego no si gira verso di lei e la segue dopo poco ritornano e la mia capa gli offre un succo poi tutta rossa passandomi accanto- stasera lo sai che ti toccherano le coccole extra da farmi – io sorrisi e lei salutando se ne e andata
per adesso questi :)
basi a tutti