Il racconto che leggiamo oggi ci è stato inviato da Suoc.

Era l’ora in cui il caldo decideva di lasciare posto al freddo. Almeno vicino il mare. Lei avrebbe gradito un giacchetto ma al secondo giro di alcolici e alla seconda cannetta rollata e appicciata, come si diceva, il freddo non valeva più. Se ne stava buttata su un divanetto di vimini, da esterno, con addosso un corto vestito e le gambe disattese lanciate sul tavolino. Buttata come tutta la sua intelligenza: non capivo e mi faceva rabbia perché una ragazza così brillante, così acuta, così sottile voleva offuscare tutto?

Alessia era partita cinque giorni prima. Alessia è la fidanzata di mio figlio, vive con noi perché studia qui vicino e oramai è diventata una della famiglia. Mi piace da morire quella ragazza. Abbiamo avuto dei problemi a capirci, all’inizio, ma la trovo veramente una ragazza con grandi potenzialità. Alessia non lo capisce. Colpa di un’autostima mutilata?
Ma torniamo alla partenza. Visti i suoi esami estivi, brillanti, le avevo dato il permesso di partire per un finesettimana con delle amiche. Ma al termine del finesettimana Alessia non era rientrata. Aveva inventato scuse, finto cose, forse anche cataclismi mondiali. Dario, mio figlio, era furioso quanto innamorato. Così decidemmo, Dario ed io, di andare a ripescarcela e constatare quante delle tragedie forniteci da Alessia fossero vere. Non avevo mai punito i miei figli ma con Alessia, un anno prima, avevo dovuto iniziare con le sculacciate. Trattarla da bambina era l’unico modo per farle capire come le cose non potevano andare avanti.

Quando arrivai Alessia era buttata, appunto, su quel tavolino di vimini, con lo sguardo assente e la risatina facile, circondata da altri tavolini, altre risate altre persone. Quando vide me e Dario cercò di alzarsi in piedi esclamando, con sorpresa: «Signor Avecolle». La sua amica scoppiò in una risata e il tentativo di darsi un contegno di Alessia venne trascinato e sembrò che Alessia credesse più all’assurdità che la sua amica vedeva che alla nostra presenza lì. Mi avvicinai al tavolino, scossi leggermente la testa e le dissi che, con maggior calma, il giorno dopo, mi avrebbe dovuto spiegare un po’ di cose. Le dissi di alzarsi, che avevo preso una stanza e che sarebbe venuta a dormire con noi perché di perderla di vista così conciata non avevo voglia.

Alessia cerca di alzarsi, di balbettarmi che non sta facendo nulla di male, di convincersi che può ancora salvare le apparenze. Non può. Le dico, col sorriso, di non far la bambina.
«Ma la può smettere di rompermi le palle anche in vancaza?» dice lei ridendo arrabbiata.
Io faccio finta di non aver sentito e paziente le chiedo se è pronta ad andare. Lei mi guarda e sbotta a ridere. La prendo per un polso, senza farle male, ma aiutandola, vigorosamente, ad alzarsi. Lei si libera di me, cerca di alzarsi e di andarsene ma cade. Dario, nel frattempo, assiste alla scena senza dire nulla: è deluso. L’aiuto ad alzarsi e la prego di smetterla. Lei mi ripete di non rompergli attributi che non ha. Non finisce nemmeno la frase che la mia mano le fornisce un bello sculaccione sul vestitino. Non doloroso, ma bruciante di vergogna. E al primo faccio succedere il secondo, fosse mai che qualcuno era distratto. Alessia smette subito di far tanto chiasso, si accorge che agli altri tavoli la scena non è passata inosservata. Io le domando se ora possiamo andare, lei annuisce ad occhi bassi.
Arriviamo nel bungalow che ho prenotato e la mando a letto, di filato. Non ho nessuna voglia di sprecare energie se lei non può godersi tutta la punizione. Noto che Dario non le ha rivolto una parola e nemmeno lei, sembra, ha avuto qualche coraggio di avvicinarsi a lui. Anche ora che la mando a dormire senza un abbraccio, come invece vorrei, sono arrabbiato ma Alessia rimane sempre la mia unica “figlia”, lui non le si avvicina. Mi dispiaccio, mi preoccupo.

Facciamo passare la notte.
Io mi sveglio sempre di buon ora ma con il caldo di quella mattina la buon ora era arrivata prima. Lavo i denti e penso di godermi un po’ di fresco dalla finestra. Invece assisto a una curiosa scena. In giardino è stata allestita una colazione meravigliosa. Ci sono cornetti e caffè, del latte, forse anche altro e dei giornali presi all’edicola in mattinata. Poi vedo Dario uscire dal bungalow sorpreso anche lui dalla cosa. Alessia è seduta su una sedia, legge qualcosa. Appena vede Dario si alza in piedi e con la voce emozionata la sento dire: «buongiorno. Fa caldo vero?». Dario risponde qualcosa, freddamente, sull’inutilità del parlare del tempo. Poi getta un occhio alla tavola così disposta dicendo: «speri di cavartela per la punizione eh? Incredibile quanto sei furba!». E colgo nell’ultima affermazione un picco di odio. Lei abbassa gli occhi dicendo: «non proprio, ehm…»; poi avanzando di coraggio muove tre passi e continua: «è il tuo di perdono che voglio. Vorrei che tu cancellassi quell’immagine di me, quella buttata su un tavolo, idiota e orribile. Guarda», gli dice allungandosi a prendere qualcosa, «ti ho preso anche dei giornali». Dario, Alessia lo sa, legge molto. Lei lo guarda speranzosa, lui la guarda ancora leggermente dubbioso. Lei gli dice che lo ama e che può fare qualsiasi cosa per riconquistare la sua stima. Lui, seriamente, le dice: «vorrei non vedertelo fare più. Tu hai 23 anni, ovvio che cerchi di divertirti, ma non devi, per divertirti diventare come una delle altre. Vorrei non vedertelo fare più». E lo ripete con una serietà che impressiona anche me. Lei avvicina ancora e gli dice: «te lo prometto». Mi viene in mente che io le crederei. Ma lui la guarda e gli domanda cosa dovrebbe farlo credere. Lei con gli occhi bassi e la voglia di non aver capito gli domanda: «dimmi in che modo farti credere alla promessa e mi impegnerò a farlo». Lui: «No. Alle tue parole ci credo, non è quello il punto. Però vorrei che avessi compreso lo sbaglio fino alla fine e che tu…». Lei lo interrompe: «vuoi che ti chieda di essere punita?» Lui sorridendo dell’imbarazzo con cui lei ha incastrato la domanda: «no. Non punita. Devi usare anche il verbo giusto secondo me».
Lei rimane in silenzio. Ed è Dario a interromperlo dicendole: «Ale, non ti spingerò certo io a farlo. Insomma, lascia perdere, capisco benissimo». Alessia rimane ancora un po’ in silenzio, sembra bruciare di vergogna. Alza gli occhi solo quando lui si sembra voler iniziare la colazione e gli dice, quasi in un sussurro, ma con chiarezza: «aspetta Da’. Hai ragione tu. Vorrei che mi» un attimo per dire quella e quella sola parola «sculacciassi, come la bambina stupida che sono stata». Aggiunge un per piacere finendo per guardarlo negli occhi.
Dario non l’ha mai sfiorata, io lo so. Anzi, anche quando la punisco per qualcosa di serio lui alla fine quasi mi supplica quanto lei di non andare oltre. Vedo l’imbarazzo muoversi da entrambi. Io li guardo curioso. Lui non sa come procedere e lei ha paura: essere sculacciata è umiliante, esserlo dal proprio fidanzato, in un campeggio con persone che passano, guardano e si impicciano è decisamente una tortura.
E’ lei, incredibilmente, a interrompere quel limbo. Gli chiede se vuole si tolga il vestito. Lui le risponde di no, le chiede solo di stendersi sulle sue ginocchia. Lei si avvicina e ci si stende. L’imbarazzo vola. Lui procede con una sculacciata scalda sedere sul vestito. Un colpo dopo l’altro, semplicemente.
Poi le alza il vestito, con una mano, fino a sopra la schiena. Scopre le gambe abbronzate, un paio di mutandine scure. Riprende la bella cadenza dei colpi. Adesso il sedere è ben caldo: inizia a colorarsi lievemente, Alessia è meno composta, inizia ad agitarsi, e le mutandine si infilano ribelli nel sedere. Vedo anche i primi volti affacciarsi nella loro direzione. Una signora passando comunica a Dario il proprio assenso: «ecco! Così vanno affrontate le furbate di questi giovani, tanti bei sculaccioni!».
Alessia è completamente rossa in viso, più che sul sedere. Dopo una varietà di colpi e di intensità Dario è pronto per il terzo stadio, il più popolare: calo delle mutandine e altro giro di sculaccioni.
Quindi Dario si ferma e la fa alzare in piedi. Il vestito ripiomba giù e Dario chiede ad Alessia, ancora senza lacrime, abbastanza provata, di toglierselo. Lei lo guarda e gli chiede, per cortesia, di non toglierle le mutandine: sopporta tutto il dolore che vuole, si leva anche il vestito, ma sculacciata sulle sue ginocchia, in quel campeggio, con le mutandine abbassate è seriamente troppo. Dario la guarda e le chiede, retoricamente, se ha mai preso una sculacciata con le mutandine. Alessia non discute oltre, si toglie il vestito e sta per ridistendersi sulle gambe di Dario. Lui però la tiene ferma davanti a se e, dopo averle appoggiato le mani sui fianchi tira giù le mutandine fino alle ginocchia. Guarda Alessia e sembra indeciso se poter osare o meno. Alla fine decide di osare e le mette una mano tra le gambe. Io vorrei non averlo visto. Tirando fuori le dita noto che sono lucide e bagnate: ma così la punizione smette di essere una punizione! Mi ribello in silenzio.

Alessia se possibile è ancora più umiliata: «io… scusami, non riesco… sei tu che mi fai questo effetto. Mi vergogno». Dario vorrebbe baciarla, lo vedo, eppure se la rimette sulle ginocchia e continua il suo lavoro. O meglio lo comincia. Una sequenza di colpi carica, degna. Il sedere di Alessia si colora in maniera incredibile, lei inizia a scalciare, a lamentarsi, a chiedere a Dario di far finire la punizione. Ma Dario continua. E rincala la dose con, finalmente, la predica mancante all’inizio: «più ripenso a ieri sera e più mi arrabbio» e nel mentre i colpi piovevano sulle natiche di alessia, uno per uno, cocenti, «ti sarebbe potuto succedere di tutto» ancora sculaccioni, «avresti potuto fare di tutto». Il sedere oramai è irriconoscibile. Ma Dario non sembra pensare di fermarsi. Anzi, a fermarsi si ferma, sì, ma solo il tempo di sfilarsi un’infradito e colpire il sedere della giovane con quello. Un primo colpo, giusto per prendere la nota.
Alessia caccia un urletto, più forte dei precedenti, più sorpreso. Si aspettava la mano del suo amore, severa e giusta, e invece a colpirla è la suola fredda di una scarpa: «Ti prego. Ho capito, mi bastano».
«Adesso mi conti 15 colpi e poi vediamo se ti bastano» risponde lui.
Ah, contare le sculacciate a voce alta! Sono un uomo antico, mi piacciono i classici.
Cominciano la scenetta. Dario fa vibrare il primo colpo e Alessia scandisce un bel uno. Vanno aventi così fino al quattordicesimo. A quel punto Dario con l’altra mano prende ad accarezzare il sedere rossissimo della ragazza. Lo accarezza lungamente e poi, a sorpresa, colpisce un’altra volta. Alessia non è pronta ed esclama «Ahii!».
«No, sbagliato. Era 15» dice Dario con la vocetta di chi è appena riuscito in una grande strategia.
Io sorrido. Dario avverte Alessia che ricominceranno da capo. Di nuovo i colpi. Al terzo Alessia ha iniziato a piangere. Calde lacrime che sono una liberazione. Di nuovo la pausa al quattordicesimo colpo, le carezze e poi il colpo a sorpresa. Ma stavolta Alessia è pronta e dice quindici. Dario poggia l’infradito a terrà ma tiene ancora Alessia sulle sue ginocchia. Si alza un filo di vento che sembra ricordare ad Alessia che è stesa sulle ginocchia del suo fidanzato, in un luogo aperto, visibilissima a sguardi indiscreti con le mutandine scese fino alle caviglie, il sedere e il volto rossi e le lacrime sulle guance. Scoppia di nuovo a piangere, è vergogna, senso di essere stata giustamente punita, anche un po’ di sollievo. Dario la fa alzare in piedi. Non le fa reindossare nulla, le dice di poggiare le mani sulla testa e di non muoversi fino a quando lui non dirà il contrario.
Alessia continua a piangere mentre a poco a poco il motivo di quelle lacrime cambia. Dal dolore iniziale, al senso di umiliazione e vergogna poi fino al senso di sollievo per essere stata, ora, perdonata dopo una notte e un’alba di tensione. Passano 10 minuti, penso anche meno, poi Dario le si avvicina, la fa voltare di spalle e le guarda il sedere rossissimo, toccandolo appena per costatare le condizioni; poi la fa rigirare e senza dirle una parola le alza gli slip. Con un fazzolettino, dopo, le asciuga le guance bagnate di lacrime. Le sorride ma sadicamente non la tocca. Le dice che può abbassare le mani, che la punizione è finita. Lei lo guarda e non sa cosa può permettersi. Lui le dice, di nuovo: “non voglio vedertelo fare mai più”. Lei lascia cadere un’altra lacrima, annuisce e gli sussurra un “grazie”. Lui l’abbraccia, lei si lascia avvolgere. Lui le bacia il collo, le guance, le labbra e le sussurra che, se non fosse per il luogo poco opportuno, farebbe l’amore con lei per tutto il giorno.

Io li guardo dalla finestra. Mi sento sollevato anche io ma trovo che sia una scenetta con troppo glucosio per i miei gusti. Alessia è stata punita, mi sono risparmiato un sacco di lavoro fisico però non sono affatto certo di non poter rendere la punizione molto più educativa, molto più umiliante. Alessia è stata punita, sì, ma solo per la sua marachella. Si è comportata da bambina e da bambina la tratterò per il resto del campeggio, ed io so essere crudele. Esco in giardino a prendermi un caffè, un cornetto e gli sguardi di terrore che la mia decisione produrrà.

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