Racconti di sculacciata: LESSONLAST

Agosto 13th, 2010

“Non sono stata io!” urlò piangendo; lacrime di rabbia, di pura rabbia.

“Allora, dimostramelo!” la redarguii con severità ”Non c’eri che tu in casa, non hai fatto altro che rompermi i co…, le scatole, col dire che era brutto, anzi orrendo, che stonava con il resto dell’arredamento, eccetera eccetera. Adesso, torno a casa e lo trovo in mille pezzi! Lo sai quanto mi è costato? 100.000 lire! Ecco quanto costa, un calamaio originale del Settecento. Oltre tutto il tempo perso a cercarlo! Basta, non ti sopporto più! Ammetti di averlo rotto per rabbia, per gelosia, ti concedo pure per il tuo, deviato, senso estetico, ma non mi prendere in giro, negando l’evidenza!”

“E’ stato un incidente…- ammise sottovoce e fissandosi la punta delle ciabatte- l’ho urtato con il gomito….”

“Ma se non ci arrivi là sopra neppure salendo sulla scala! Fammi il piacere…”

“Dirò a papà se mi da i soldi e te ne compro un altro!”

“Non voglio l’elemosina né da te né da tuo padre! Ti dovrei frustare a sangue per punirti: l’hai fatto scientemente, con malignità, con…con…”

“Non ti azzardare a toccarmi ancora! Ti do un calcio nelle palle! Per quello che valgono, poi…”

Questo, cari lettori, l’antefatto.

Benchè sposati da 7 anni, o forse proprio per questo, gli scontri fra me e mia moglie erano sempre più frequenti; lei mi rinfacciava continuamente il fatto che spendevo gran parte del mio stipendio da insegnante in oggetti d’antiquariato, io mi ero stufato di fare il mantenuto coi soldi di mio suocero.

Ci tenemmo il broncio, stavolta per parecchie settimane. Già la nostra vita matrimoniale, privata, non era in linea coi canoni bigotti in condizione normale, figuriamoci dopo aver litigato. Uno di noi due doveva cedere, per forza. E fu mia moglie a cedere. La vena profonda di masochismo che scorreva dentro di lei, la convinse ad abbassare la cresta.

Me ne accorsi un pomeriggio di febbraio, tornando da scuola. Mia moglie era rientrata prima di me ed aveva avuto il tempo di abbigliarsi convenientemente ai suoi desideri. E di fare un’altra cosa, anche.

Camicetta bianca con golf grigio sopra, ma senza maniche; gonna rossa e calzettoni pesanti bianchi, ciabatte rossastre. Come da tempo succedeva, non mi salutò né mi disse una parola, al mio rientro. Fu solo quando mi vide seduto alla mia scrivania, che mi venne di fronte. Buttò la vecchia bacchetta sul piano di legno, con malagrazia. Alzai gli occhi da ciò che stavo leggendo e la guardai interrogativamente. Lei fece spallucce. Spostò la sedia che stava davanti alla scrivania, portandola quasi al centro della stanza, e vi si mise sopra, in ginocchio. Voleva che la frustassi, chiaramente. Era tanto tempo che non lo facevo. E io non avevo alcuna intenzione di farlo! Perché IO sono un vero sadico, fin nel midollo.

Jo si sollevò la gonna, dopo qualche secondo d’attesa e visto che non succedeva niente; sculettava, agitando il sederino di qua e di là: spettacolo perfino eccitante, per chi ama quel tipo di callipigie; ma io non facevo più parte di quella categoria di persone. Seguitai a fingere di leggere.

Si stancò, scese dalla sedia e mi venne vicino, ergendosi in tutto il suo quasi metro e sessanta di altezza. Mi paragonò agli animali più immondi e ripugnanti, avanzò dubbi sui miei genitori e sulla mia schiatta. Tacqui immobile. Lasciai che cuocesse nel suo brodo, perché la vendetta è un piatto che si mangia freddo: va tenuto a lungo nel freezer prima di gustarlo.

Frustandola, picchiandola, avrei fatto soltanto il suo gioco: avrei provocato in lei eccitazione, oltre alla sofferenza, e da questa una parvenza di piacere. E Jo non lo meritava! Fin troppo avevo ingoiato da lei…

Dopo questo episodio, non ci parlavamo più. Avevo una mezza intenzione di abbandonare il tetto coniugale, ma vi rinunciai. Tornavo a casa a dormire, ma consumavo la cena in quella di mia sorella. L’unico ambiente che frequantassi era il mio studio, dove avevo portato una brandina. Mio suocero arrivò perfino a minacciarmi. Resistetti come scoglio tra i marosi. La cosa andò avanti per un trimestre buono.

Fu il 20 aprile, un giovedì. Erano circa le 10 di sera, quando rientrai a casa. Jo stava davanti al televisore. Entrai nel mio studio e sulla scrivania faceva bella mostra di sé una cinghia. Una cinghia pesante. Era il suo modo di voler fare la pace. Ma era stata tanto vigliacca da toglierle la fibbia.

Fu silenziosa come una mosca sul velluto. Arrivò di soppiatto alle mie spalle. Ed era nuda, completamente nuda, escluse le ciabatte naturalmente. Fece il giro della scrivania, andò verso la libreria. Sul terzo ripiano, c’era un calamaio nuovo, benchè antico: un pezzo del tardo ‘600 olandese. Jo si mise di fronte alla libreria, le mani dietro la nuca, si rizzò sopra le dita dei piedi. Un colpo solo, una cinghiata sola ma la fece quasi cadere in avanti. Ci avevo messo tutta la mia notevole forza, tutta la mia rabbia; la cintura la tenevo doppia, ed anche così era lunga più di mezzo metro, il braccio molto in alto, accompagnato dalla potenza della spalla, come mi avevano insegnato quando giocavo a rugby. Lo schiocco che fece la cintura sulle natiche di Jo assomigliò al tuono di un temporale estivo. La striscia, proprio di traverso a quelle piccole natiche, di un rosso cupo: la pelle sembrava essersi alzata naturalmente.

Le mani di Jo corsero a massaggiarsi le chiappe. Tornai a sedermi. Lei girò la testa, gli occhi lacrimosi e mi fece “Beh?”

“Ne vorresti tante altre, così ti ecciti come una menade. Ma non te le darò! Possibile che non puoi avere una sessualità normale?” commentai.

“Senti chi parla!” il suo commento acido e salace; rifiutare le sue advances diventava sempre più arduo per me: mi si strofinava addosso, sempre ignuda come mamma l’aveva fatta tanti anni prima, e mi mordicchiava l’orecchio, le sue mani mi strofinavano il petto e, di colpo, la destra scese abbasso. Insomma, quando ci si mette, sembra proprio una gatta in calore. “Perché non ci prendiamo una gatta?”, le chiesi DOPO.

Risultato di una punizione

Agosto 6th, 2010

punizione

Racconti di sculacciate: il patrigno

Agosto 5th, 2010

Dopo una lunga assenza torna a regalarci un bel racconto di sculacciata il nostro amico Geronimo.
Grazie!

Barbara sapeva che Marco, il patrigno, non gliela avrebbe fatta passare liscia, oh no, proprio no. Gli aveva tassativamente proibito di frequentare quel balordo con l’anello al naso ma come al solito la ragazza, una graziosa biondina di 20 anni, magra, occhi grigio scuri, piccolo seno e belle gambe (e soprattutto un bel sedere rotondo e ancora sodo) se ne era infischiata bellamente. Quando aveva incrociato lo sguardo severo di Marco, in quel bar, mentre il suo ragazzo la palpava sfacciatamente, lei lo aveva guardato negli occhi sfidandolo; Marco se ne era andato senza fare scenate e facendo quasi finta di niente. Ora il patrigno e la ragazza si stanno di nuovo fissando l’uomo è seduto sulla sedia, sua madre è in piedi nell’angolo faccia al muro, la stretta gonna piegata all’insù, le mutande alle caviglie, il largo sedere e la metà superiore delle cosce tutte striate da lunghi segni in rilievo con tonalità che vanno dal rosso al blu e qua e là contrassegnate da puntini di color rosso carico proprio del sangue che imperla la cute. Il frustino con il quale la donna era stata fustigata era già stato riposto. Dall’angolo proviene un pianto sommesso.” Tua madre non ti ha controllato a dovere ed è stata punita ora tocca a te-“ Marco era sempre stato di poche parole e di molti fatti. Barbara non chiede perdono, non promette che non lo rifarà, sarebbe inutile, darebbe solo maggior piacere al suo patrigno nel punirla. Barbara sa che comunque finirà per supplicare, vuole solo rimandare quel momento il più a lungo possibile. La ragazza si avvicina in silenzio alla sedia, indossa un corto vestitino che lascia scoperte le belle gambe, un abbigliamento indecente secondo Marco che anche per questo vuole suonargliele.
Barbara sa cosa deve fare, e dall’età di 10 anni, quando Marco entrò nella sua vita che lo sa. Si piega il vestitino all’insù fino quasi all’altezza dell’ombelico. Per un attimo esita: scoprire l’ombelico e rivelare il recente piercing, con conseguente supplemento di cinghiate, o lasciarlo coperto? Barbara opta per la prima soluzione, il sesso comincia già a inumidirsi. Marco lo sa ma fa finta di niente. Barbara si cala le mutandine fino alle ginocchia poi si stende sulle ginocchia. Marco le blocca le gambe con la propria gamba sinistra Senza dire una parola fa partire il primo vigoroso sculaccione. La chiappetta destra rimbalza; poi tocca alla sinistra. Le manate sono forti quando impattano sulla carne soda ma morbida delle chiappe di Barbara. La mano piega leggermente al contatto con il sedere determinando un effetto schiaffo che rende le sculacciate ancora più dolorose. Barbara geme ma non piange anche se gli sculaccioni sono sempre più veloci e violenti. La passerina è fradicia ma la ragazza sa che purtroppo la punizione non si fermerà lì. Dopo circa 150 sculacciate, Marco fa rimettere in piedi la ragazza. Barbara ha gli occhi lucidi ma è l’odore intenso e il luccichio sulla peluria umida della fichetta della figliastra a rivelarne il reale stato d’animo. “- Sei la solita puttanella sfrontata, ma stavolta ti scortico viva!-“ Un attimo dopo la grossa cinta di cuoio marrone è saldamente impugnata dalla sua mano destra. Barbara si piega sullo schienale della sedia, il culo già molto rosso e indolenzito. Marco cerca di concentrarsi, la vista delle nudità della ragazza hanno un certo effetto su di lui in particolare a livello dell’inguine. La moglie è voltata non può e non vuole vedere la realtà . Barbara non è più una bambina, quelle punizioni hanno qualcosa di morboso e lo sanno tutti e tre. Marco comincia a cinghiare con forza, con cattiveria, quasi a voler scacciare il desiderio illecito ma è ovvio che in quel modo non fa che rinfocolarlo. Il bel culo nudo e indifeso di Barbara è segnato da strisce rosse sempre più fitte, sempre più scure. Ora piange e strilla. Al quarantesimo colpo ogni traccia di orgoglio è scomparsa supplica e impreca, “ Basta pietà, basta pietà , non lo vedrò mai più lo giuro! Cerca di divincolarsi ma Marco è robusto ed esperto sa come bloccarla e rendere le chiappe di barbara costantemente vulnerabili alle sue severe attenzioni.Vorrebbe coprirle di baci quelle natiche giovani e turgide e invece le massacra a cintate. Il povero culo è tutto tumefatto, quando la correzione finalmente termina. Marco non ha contato i colpi ma le cinghiate sono state almeno un centinaio. E’ sudato, ansimante, con un grosso rigonfiamento nei calzoni. “- Ora fila in Camera tua fino a nuovo ordine!-“ la ragazza si volta con il bel faccino solcato di lacrime., bacia la mano del patrigno, bacia le guance e poi fuggevolmente le labbra dell’uomo, le comprime con le proprie per un lungo interminabile secondo, poi fugge via.

Sculacciata dai blogger: Il sogno

Agosto 4th, 2010

Un bellissimo racconto della nostra amica Nadine…bentornata cara amica Nadine!

Ciao a tutti sono la me stessa immaginaria dei sogni, la mia vera me stessa si chiama Nadine, e tanto solare quanto monella, come vi ha descritto lei velocemente nel racconto dove va a Firenze per essere punita dai blogger viene punita dal controllore, ma praticamente non si capisce molto, per questo adesso ve lo rispiegherò io la Nadine immaginaria dentro di lei.

Inanzi tutto iniziamo col dire che nei sogni il dolore non lo senti ma invece esseri dell’inconscio lo sentiamo eccome. Anche se voi non ve ne accorgete. Ma adesso inizierò a narrarvi cosa successe nel sogno di quel pomeriggio.

Ero nella carrozza bella tranquilla, di fronte a me c’erano due ragazzi che parlavano del più e del meno, qualche volta mi lanciavano un’occhiata veloce ma niente di eccessivo, passarono circa 45 minuti, nei quali entrarono una coppietta di mezza età, una famiglia, due marocchini e infine un signore anziano con la moglie, la carrozza era strana, infatti tra l’ultima fila di sedili e la porta del vagone c’era circa 3 metri nei quali c’era situato uno sgabello e un ripiano, non capii a cosa servisse, anche se dentro di me mi sembrava una cosa normale come se conoscessi il perchè di tale cosa.

Mentre guardavo la sedia vidi un cartello appeso, ma mentre lo stavo per leggere mi sentii chiamare – signorina biglietto prego- mi girai davanti a me vidi un grosso tizio, un po sovrappeso barba incolta capelli corti un buon profumo uno sguardo severo,due occhialini neri, la divisa da controllore nera con i calzoni tenuti da una bella cinta di cuoio spessa, lo guardai poi cominciai a cercare il biglietto, tasca dietro del vestitino niente, borsetta niente, nel frattempo i ragazzi davanti a me che già sfoggiavano fieri il loro biglietto si lanciarono una strana occhiata, io presa un attimo dal panico con un timido sorrisetto cercai di scostare gli oggetti inutili dalla borsa, rovistai un momento nel borsellino, ma con mia immensa incredulità scoprii che non c’era, alzai il volto verso il controllore -hem credo di averlo perso, ma appena scendiamo lo faccio subito andata e ritorno giuro- lui comincio a ridere sarcasticamente – certo signorina il treno si fermerà e tutti noi aspetteremo che lei prenda il biglietto lo obliteri e torni in carrozza, e magari se vuole nel frattempo potrà approfittare della fermata per andare ai servizi che dice?- io abbassai il viso poi con voce preoccupata perchè non mi era mai successa una cosa simile – la prego l’avevo fatto ricordo di averlo timbrato e tutto ma non lo trovo – mi girai verso i ragazzi – voi non l’avete visto?- loro scossero il capo, mentre stavo per girarmi nuovamente verso il controllore notai il cartello appeso

“si informa la gentile clientela che chi non presenterà il biglietto obliterato in modo corretto, o risulterà non in possesso di tale verrà punito severamente con una sonora sculacciata prima, e dopo subirà una serie di cinghiate pari ai km dall’entrata nel treno alla discesa.”

io incredula ancora di più mi lasciai scappare -cooooosaaaaa- poi spaventata mi voltai verso il controllore – la prego non vorrà davvero…- lui mi guardò dall’alto in basso – si signorina questa è la legge quindi – si fermò iniziando a sfilarsi la cintura, a quel gesto severo e familiare per me, mi eccitai osservando la sua mano che slacciava la fibbia e dopo tirava la cinta sfilandola dai pantaloni, feci di tutto per non diventare un lago, il controllore con lo sguardo severo e fisso su di me finì di togliersela aspettando una mia mossa, io ero testa china rossa come un peperone, ero eccitata ma allo stesso momento sarei voluta sprofondare da qualche parte , negli occhi dei ragazzi che scorgevo da dietro i miei capelli che coprivano il mio viso basso trapelava eccitazione ed impazienza, e anche senza girarmi potevo dedurre che tutti i passeggeri del vagone provavano la stessa cosa, mi alzai cercando almeno di tenere un minimo di dignità senza comportarmi in modo infantile e stupido, lui prese il mio braccio con forza e decisione ma senza violenza ne procurandomi dolore, era severo ma non esagerava, la cosa mi tranquillizzò in un certo senso, anche se da quella stretta sicura potevo già capire da sola che il mio culetto sarebbe presto diventato viola.

Mi portò di fianco allo sgabello una volta li si sedette tranquillamente su di esso, voltandosi verso di me – signorina da dov’è partita e dove andava – io facendomi coraggio con un filo di voce – sono partita da la spezia ed ero diretta a Firenze smn – lui sorrise – sa quanto c’è di distanza?- io scossi il capo – ci sono 135 km in treno, quindi lei dovrà subire 135 cinghiate signorina – io cominciai a tremare, lui a quel punto posò la cinta su una mensola al fianco dello sgabello e si mise a sedere, mi prese il braccio e mi portò sulle sue ginocchia, il vagone era tutto in silenzio tutti osservavano la scena, ero imbarazzatissima, pensai solo alla fortuna che avevo ad avere la copertura dei capelli che scendevano coprendomi il viso rosso peperone.

Sentii la sua mano sinistra cingermi a mezza schiena schiacciandomi verso le sue ginocchia per tenermi ferma poi ciack ciack ciack, iniziai da subito a stringere i pugni e a trattenere gli urletti di dolore, la sua mano grossa era severa come temevo, dopo poco – la prego non così forte giuro che l’avevo con meee aiaaa- lui fece un sorriso sarcastico – certo signorina dicono tutti così se non voleva finire sulle mie ginocchia doveva pensarci prima signorina- e giù altri colpi severi, dopo poco sentii fermare il treno, giusto in tempo perchè lui mi tirasse su il vestitino celeste, misi una mano dietro per fermare il controllore ma mi bloccai all’istante quando sentii – signorina se non leva la sua mano e non la finisce di fare la bimba piccola gli leverò anche le mutandine così dopo potrà lamentarsi per qualcosa- a quella frase riportai nuovamente la mano a terra lasciandogli alzare il mio vestito, lui prese l’elastico delle mutandine e le tirò in modo da far entrare il tessuto fra i miei glutei e cosi lasciare la pelle senza difesa, il mio bellissimo sedere era esposto adesso agli sguardi di tutti, li sentivo su di esso eccitati e divertiti.

Mentre il controllore cominciò la sua opera sul mio culetto già rosso fuoco entrò nel vagone un gruppetto di giovani, tutti risero, tra i vari commenti sentii – guarda come le ha conciato il sedere è tutto rosso – un altro – guarda che bel culo – feci finta di non sentirli ma purtroppo iniziai a sentire la sua mano sulla mia pelle indifesa, ciack ciack i colpi iniziarono a cadere veloci e senza pietà, la sua grossa mano era molto severa, dopo pochi di quei colpi il mio corpo iniziò a tremare per i primi singhiozzi, lui non si fece scrupoli continuando l’opera,nel frattempo tutti avevano trovato posto ovviamente vicino allo “spettacolo”.

La sculacciata andò avanti per tre minuti che a me sembrarono infiniti, dovevo avere il culetto rosso peperone,si fermò lasciandomi lì ferma e in lacrime, una pacca sulla schiena mi fece capire che era l’ora di alzarsi, lo feci e restai accanto a lui testa china, mi prese il braccio girandomi per vedere la sua opera, si lasciò scappare un sorrisetto compiaciuto – bene signorina adesso le tocca ricevere le 135 cinghiate e poi potrà godersi il suo viaggio- io strinsi i pugni per non rispondergli.

Si diresse verso la mensola e prese la cinta – bene vediamo di raddrizzarti per bene, così la prossima volta vediamo se ti fai ritrovare senza biglietto – io abbassando lo sguardo con voce bassa e singhiozzante – la prego è stato molto severo ho capito la lezione, la scongiuro – lui mi guardò severo ed inflessibile – si pieghi. Mani al poggia piedi dello sgabello forza- io tremante eseguii l’ordine, le gambe mi tremavano vistosamente oramai, lui andò dietro di me e mi alzò il vestito, poso la sua mano sul mio sedere – ora vediamo di far diventare viola questo bellissimo culetto, se t’interessa saperlo sei la monella con il culetto più bello che ho sculacciato- io non dissi nulla anche se dentro di me lo volevo mandare a quel paese, sentii le risate del “pubblico” lui fece un mezzo passo indietro poi alzando il braccio – contale signorina così non perdo il conto- io mi girai ma come aprii la bocca per rispondere mi arrivò il primo colpo, non era fortissimo anche se faceva un male cane, il mio corpo si mosse in avanti, le mie mani rafforzarono la presa, strinsi i denti per non urlare poi con voce provata dal colpo appena subito – 1- lui sorrise, odiavo quel suo sorriso da superiore solo perchè mi stava sculacciando si sentiva in diritto di prendermi in giro? ma non gli volevo dare la soddisfazione di aumentare la mia punizione quindi ingoiai il rospo e continuai, le prime 50 cinghiate andarono avanti non particolarmente forti, anche se ognuna di esse lasciava un vivido segno rosso sul mio sedere già arrossato,a quel punto si fermò.

Sentii la sua mano percorrere il mio sedere seguendo i rigonfiamenti su di esso – signorina adesso inizierò a colpirti severamente quindi ti do un consiglio se vuoi urlare fallo pure, non ti preoccupare per loro se diranno qualcosa mi sa che finiranno al tuo posto- fece una pausa osservando le altre persone che si zittirono all’istante– non ti dico di urlare per mia soddisfazione personale ma perchè farlo ti servirà a sfogare la tua paura e lo stress accumulato durante la punizione, non ti ho detto nulla perchè prima ti ho sentita piangere dopo i primi colpi severi mentre ora ti trattieni e ti sforzi, quindi sentiti libera di urlare tanto ormai non ti serve a nulla vergognarti – io cominciai a tremare ancora di più poi con voce spaventata – mi colpirà più forte di come faceva adesso? Non riuscirò a resistere – lui rimettendosi in posizione – vuoi vedere invece che sapendo che ogni volta che ti scansi saranno 30 colpi in più ci starai?- io iniziai a piangere ancor prima del primo colpo severo sul mio sedere che non si fece attendere, il suo braccio disegnò una mezza luna in aria, la cinta colpi il mio sedere in modo duro e severo, la pelle già gonfia tremò al colpo, creando cerchi a partire dal punto dove avevo ricevuto il colpo come succede quando tiri un sasso in un lago, cercai di non urlare non gli volevo dare quella soddisfazione , soffrii in silenzio emettendo solo a bocca chiusa un – uuuu- prolungato ripresi fiato a fatica -51- lui puntandosi per tenere l’equilibrio - vedo che facciamo le dure vediamo quanto duri – detto ciò iniziò di nuovo, 52,53,54,55,56,57,58,59,60,61 fu allora che nel vagone riecheggiò il mio primo urlo, lui senza fare storie continuò, la cinghia attraversava le mie natiche colpendole con forza, adesso era tutto livido il mio sedere, ed io urlavo ad ogni colpo e piangevo disperata.

A 120 si fermò, io mi accasciai in terra priva di energie, non lo sentivo più dal male il sedere, il mio viso era rosso come un peperone e ormai non avevo più voce per quanto avevo urlato e pianto, dentro di me ero umiliata e a pezzi, ma sotto a tutto questo anche se non ci credevo c’era un pizzico di eccitazione, nessuno me ne aveva mai date così severamente, e ne mancavano ancora 15 e lui non poteva aver sbagliato il conto dato che fra le mie urla e le lacrime avevo scandito ogni sua cinghiata – signorina adesso rimettiti in posizione, però dopo ogni colpo oltre che contarli dovrai ringraziare dicendo 121 grazie signore sono pronta alla prossima cinghiata sia severo perchè mi merito la sua dura punizione- mi feci forza per tornare in posizione, le mie braccia appoggiate al poggia piedi dello sgabello tremavano come le mie gambe, passarono trenta secondi poi ciack la cinta mi colpì il sedere in modo severo urlai, poi dopo una decina di secondi con un grandissimo imbarazzo - 121 grazie signore sono pronta alla prossima cinghiata sia severo perchè mi merito la sua dura punizione- lui sorrise – brava signorina oltre alla più bella sei anche la più diligente ora continuerò fino alla fine te contali intesi?- io annuii a quel punto susseguirono 14 colpi severi seguiti prima dalle mie urla e il mio pianto poi dal numero di cinghiata e infine dalla frase umiliante -grazie signore sono pronta alla prossima cinghiata sia severo perchè mi merito la sua dura punizione- appena contai l’ultima caddi in terra, lui guardandomi – brava signorina hai scontato la tua punizione con un minimo di contegno e senza piagnucolare come una bambina isterica coprendoti o facendo altro, adesso ti do due minuti poi ti dovrai rialzare e mettere in posizione fino al tuo arrivo a Firenze, chiaramente dopo avermi ringraziato come si deve per aver provveduto alla tua punizione- io restai a terra per due minuti massaggiandomi il sedere viola, in alcuni punti affioravano piccole goccioline di sangue già secco.

Mi rialzai con fatica e raggiunsi il controllore poi con voce tremante ed imbarazzata – grazie signore per la punizione che mi ha somministrato oggi gli giuro che non succederà mai più- lui sorrise poi dandomi una pacca sulla testa e arruffandomi i capelli – lo credo bene signorina adesso fila là al finestrino culo verso il vagone, io eseguii gli ordini rassegnata, lui mi appese un cartello al collo con su scritto in 3 lingue “ se i gentili passeggeri verranno trovati senza biglietto gli saranno somministrate delle cinghiate pari ai km percorsi” poi mi fece poggiare i palmi al vetro e fu così messa in bella mostra con il sedere viola e le calde lacrime che rigavano il mio volto che arrivai a Firenze, passando prima attraverso 3 fermate dove ogni volta arrivavano nuove persone, ed ogni volta si fermavano chi dispiaciuto, chi eccitato chi felice, ad osservare il mio sedere punito, ma sentii risucchiarmi via, le immagini si fecero sempre più sbiadite capii che mi stavo svegliando.

Spero vi piaccia ricordatevi che è il sogno di un racconto inventato quindi lo so che lui dovrebbe cascare per gli sbalzi del treno, ma essendo per l’appunto un sogno non tutto succede come nella realtà un kissolo a tutti in anticipo

Racconto breve del Maestro

Agosto 3rd, 2010

Racconto breve del maestro in fase creativa, la classe è silenziosa e fa il compito assegnato, il Maestro legge distratamente il giornale.. ma finge, Il Maestro è furbo e sa, lo sa perchè è il Maestro. Maestri si nasce, non lo si diventa, si appartiene ad una classe superiore, si ha il dono della preveggenza, del resto dare un compito in classe uguale per tutte le classi è un ottimo sistema per indurre in tentazione ed è proprio quello che voleva ottenere. Le alunne son furbe, fanno in modo che impari a fidarti di loro e poi sul più bello ti fregano. Questa volta c’erano cascate in pieno, tutte le ragazze delle quinte e il Maestro si pregustava il momento. Nel silenzio del compito in classe sentiva il rumore delle carte passate, di voci sommesse, stavano copiando, era ovvio, lo avevano già fatto. Era primavera, quando i vestiti s’accorciano e le giornate s’allungano e le ragazze cambiano e diventan tutte più belle. Cosa le aspettava….
Furono convocate in aula magna, davanti a tutte le ragazze del collegio che osservavano meditabonde. In fila, in silenzio a testa bassa, 50 maturande, 50 punende, il preside entrò, disse brevemente il motivo di quella riunione improvvisa, disse che mai in quel collegio era stato commesso un simile affronto e che questa punizione doveva rimanere impressa nelle menti di ciascun alunna presente. Entrarono i professori, entrò il Maestro, sorrideva beffardo. Era riuscito a mettere in piedi la più grande truffa ai danni delle sue alunne. Lui era così, buono come il pane ma bastardo dentro. Le ragazze di quinta lo prendevano in giro perchè dicevano che si portava a letto le studentesse meno brave, ma lui era assolutamente integerrimo e s’era vendicato nel più sadico dei modi. C’erano 25 professori armati di bacchetta, 50 alunne, 100 natiche da bachettare. Al batter delle mani del preside le ragaze si chinarono per assumere la posizione, vennero sollevate tutte le gonne e calate le rispettive mutandine. Che vista! che Spettacolo! 50 rosei culetti freschi e profumati di bambine cresciute, altrettante mutandine di mille colori a mezza coscia a formare un quadro impressionista, una macchia di colore. Un metronomo segnava il tempo: 20 battute al minuto, un lento dolorosissimo. L’artiglieria pesante partì con i bombardamenti, si sentivano solo rumori sordi di bacchettate sulla pelle a tempo, ragazze che piangevano e gridavano e il metronomo che imperterrito scandiva i colpi. Al secondo minuto il preside battè le mani e l’artiglieria si fermò. Sul campo di battaglia rimasero i 25 professori artiglieri e le povere fanciulle in pena accasciate a terra che s’abbraccaivano e piangevano e c’è chi giura d’aver visto il Maestro che rideva come un pazzo in un angolo buio…

Attesa della sculacciata

Agosto 1st, 2010

attesa sculacciata

In attesa di essere sculacciata…

Racconti di sculacciate: JOLESSONLAST

Luglio 31st, 2010

Aveva lo stesso nome della regina dei fiori; e ricordava proprio una rosa, nel suo aspetto fisico. Alta e longilinea, i capelli chiari con riflessi ramati, gli occhi celesti come il cielo, la bocca carnosa. Di più non potevo vedere, allora, perché Rosa indossava sempre vestiti castigatissimi. Aveva perso contemporaneamente il marito ed il bambino che portava in grembo: all’ospedale, subito dopo l’incidente, l’avevano operata d’urgenza e le avevano tolto tutto.
Quando la conobbi, aveva poco più di 35 anni ed era vedova da 7. Me la fece conoscere Jo. Ormai, eravamo sposati ma il nostro era un menage matrimoniale atipico, soprattutto a quell’epoca. Uniti nel sacro vincolo del matrimonio, con tanto di cerimonia in antica basilica e marcia nuziale, ognuno faceva vita a sé. Lei troppo fatua, troppo sognatrice, io tutto preso dalla mia missione di integerrimo insegnante. In verità, ogni tanto la sculacciavo e, dopo, facevamo l’amore: ma erano gli unici momenti in cui ci comportavamo come marito e moglie, nella vita privata. Invece, nella vita pubblica venivamo considerati come una coppia perfetta, a cui mancava soltanto uno o più, figlio per toccare il cielo. Che società ipocrita, quella di allora!
Dunque, Jo mi aveva presentato Rosa: era sua collega, diciamo così, nella banca di mio suocero. Rosa aveva grossi problemi, era palmare: non si era più ripresa dalla disgrazia. Per carità, nella vita impiegatizia, mi disse Jo, era pressoché perfetta, ma in quella privata uscivano fuori tutti i suoi più nascosti problemi. Rifuggiva, ad esempio, da qualsiasi conversazione che riguardasse, seppur lontanamente, il sesso, che per lei era tabù. Conseguenza della tragedia.
Fu proprio Jo a darmi l’idea di attirare Rosa nella trappola dei piaceri masochistici; secondo lei, Rosa aveva voglia di essere punita per quell’orrore di cui si riteneva responsabile.
Ci mise pure lo zampino il caso. Per caso, io ebbi a conoscere una persona che, a sua volta, conosceva assai bene Rosa e venni a sapere che non era stato soltanto il tragico incidente a causarle quella frigidità: ce l’aveva anche da prima; per motivi che è inutile spiegarvi.
Con Jo stavamo giocando ancora una volta al Professore ed all’allieva, quando squillò il telefono. Era Rosa e ci chiedeva se poteva venire a cena, anzi: se potevamo andare tutt’insieme al ristorante. Ero contrariato, visto che ci aveva interrotti sul più bello con la sua improvvida telefonata, ma mi stuzzicava l’idea di confrontarmi con l’algida segretaria.
E così, dopo cena, finimmo a casa nostra. Fu Jo ad introdurre l’argomento e senza alcun approccio.
“Sai, il professore qui ed io, facciamo un bel giochino: lui mi sculaccia, io mi eccito, lui si eccita e poi facciamo all’amore. Guarda!” e Jo si tirò giù insieme pantaloni e mutandine mostrando alla collega il sederino, roseo appena per le poche vergate che le avevo inflitto al pomeriggio. La faccia di Rosa diventò di tutti i colori, peggio di uno spettrogramma. Deglutì, ebbe la tentazione di alzarsi e scappare da tal covo di degenerati, di insultarci da lontano. Ma restò seduta. Aspettai che tornasse ad essere semplicemente pallida, prima di parlare io stesso. Le spiegai con parole forbite, come io vedessi la sua situazione e le proposi alcuni rimedi. Ci vollero almeno tre mesi, prima che Rosa facesse il grande passo.
“Non è il dolore fisico in se stesso abbastanza trascurabile, rispetto ad altri che hai sopportato; me è quel misto di vergogna, mal sostenuta sottomissione, desiderio di scontare le proprie colpe attraverso la sofferenza, volontà ed insieme nolontà, di essere oggetto di toccamenti….insomma tutto quello che si chiama masochismo” le spiegai.
Rosa non volle che Jo fosse presente, almeno la prima volta,: mia moglie non era affatto gelosa, le assicurai, anzi ne avevo parlato a lungo con Jo. Fu una cosa semplice e rapida: tre o quattro sculaccioni sopra la gonna, il reggicalze, le mutandone e, supponevo, pure sopra la cintura di castità che Rosa indossava, e non solo mentalmente.
“Mica tutte le donne sono masochiste cerebrali come te- dissi a Jo, un paio di mesi più tardi- Se Rosa non mi telefona, è segno che non le è affatto piaciuto” “ Eppure, il lunedì, in ufficio, aveva un certo brillio negli occhi. Ho provato a farla parlare, ma è peggio della Muta di Portici! Eppoi, la settimana successiva, papà mi ha fatto trasferire al quinto piano, vicino al suo ufficio, e non ho più avuto occasione di incontrare Rosa…- Jo fece un attimo di pausa, assunse un’espressione furbetta e proseguì- Professore, mi dispiace ma temo di non essere preparata….Che fa? Mi punisce?”.
Il mio riverito suocero doveva partecipare ad un congresso all’estero e, chissà perché, si portò dietro la figlia.
Rosa mi telefonò il giorno dopo la loro partenza. Indossava lo stesso vestito dell’altra volta, senza un filo di trucco.
Non doveva sentirsi in colpa, le spiegai, non era una sfasciamatrimoni né una traditrice della memoria del suo povero marito: la prendesse pure come una visita dal neurologo.
“Facciamo presto! Chiudi bene la porta!” si raccomandò. Probabilmente, a quell’ora, Jo era appena atterrata a Sidney.
“Mi vergogno a spogliarmi davanti ad un uomo” mi erudì. La pregai di andare in camera, di là, a spogliarsi; rifiutò: il letto le avrebbe evocato peccaminosi pensieri. Mi girai verso la parete, mentre lei procedeva alla bisogna. Tossicchiò per dirmi che era pronta. Il reggiseno sembrava una corazza medievale: la parte inferiore le arrivava quasi fino allo stomaco, aveva spalline doppie, ed i seni rimanevano scoperti soltanto in minima parte. Le mutande poi: le aveva sicuramente prese dal cassettone della bisnonna! A gambaletto fin circa a metà coscia, in vita appena sotto l’ombelico, mezzo coperto. Mi sedetti sulla mia sedia preferita. Con l’indice le feci cenno di avvicinarsi e, sempre senza parlare, la invitai a distendersi sulle mie ginocchia. Le ci volle un po’ di tempo, per capire ed eseguire. Le diedi consigli su come puntellarsi bene, onde non perdere l’equilibrio. “Adesso, ti abbasso le mutandine” le sussurrai calmo e caldo: non volevo che mi cadesse preda ad una crisi isterica sul più bello.
A dirsi sembra facile, ma quei mutandoni sembravano incollati alla pelle: faticai non poco a farli scendere. Rosa rabbrividì, quando sentì l’aria sul culo. Che era discreto: non bello come quello di Jo, ma di natica lunga seppur poco adiposa. Prima sculacciata, data soltanto con la punta delle quattro dita, tanto per sciogliere il ghiaccio e vedere la sua reazione. Sobbalzò. Allora, le arrivò la pacca forte, che prese le due chiappe. Rosa fece “Ahi!”. Una gragnuola di sculaccioni, di quelli buoni finché il sedere di Rosa fu tutto rosso; la tenevo ferma con la sinistra sulle reni, ma non potevo controllare le sue gambe: le agitava come se andasse in bicicletta. “Basta, basta- mi implorò- fa troppo male!”. La ignorai. Trascorsero cinque minuti buoni prima che la mia mano le massaggiasse le chiappe roventi. Rosa si era calmata, quasi rilassata: non si agitava più, aveva rilasciato i muscoli, accettava supinamente quei tocchi morbidi.
Ed ammosciato mi ero anch’io. Come avevo detto prima, la mia era diventata una prestazione professionale. Squallida.
“Puoi andare a rivestirti, se vuoi” dissi a Rosa togliendo le mani da ogni parte del suo corpo. Il viso era ancor più rosso del suo culo. Si precipitò quasi di corsa di là. Era vestita a puntino, quando uscì dalla stanza da letto.
Sussieguosa “Non ti ringrazio, anzi: non succederà più. Buonasera, e saluti a Josephine” E che vuoi controbattere a simili parole scolpite nel pack polare?
Raccontai tutto a Jo, una settimana dopo. Lei rise di gusto.

Foto di bondage

Luglio 29th, 2010

bondage

Racconti di sculacciata: Amonis

Luglio 28th, 2010

“uffa, però… Sempre a me!” sbuffò Amonis; i riccioli biondastri sembravano anguiformi, a causa della palese ingiustizia subita; un misto di rabbia, irritazione, delusione le venava la voce. Non c’era paura, perché alle sculacciate la donna era abituata. Amonis, infatti, non si poteva definire più una ragazza, tecnicamente parlando; aveva 35 anni e, sebbene ancora illibata, il suo corpo li esprimeva tutti, però il leggero strato d’adipe che la contornava dalla testa ai piedi, la rendeva piacevole a quelli dell’altro sesso. Ma la verecondissima vergine non cedeva alle profferte di costoro; beh: ad uno avrebbe ceduto volentieri, sacrificando persino la propria virtù; solo che lui la ignorava.
Amonis piegò il busto in avanti. Sapeva benissimo che Xenia non ci avrebbe messo tanta violenza, nel frustarla; anche l’anziana fantesca sembrava seguire un copione già scritto, che interpretava di malavoglia. Quasi sconcertata, la buona Xenia si tolse la cintura che le cingeva la tunica ai fianchi, e la impugnò, facendo fare al cuoio un doppio giro intorno alla propria mano callosa.
“Su la gonna!” ordinò la perfida Anida, leccandosi vogliosa le labbra in attesa che lo spettacolo avesse inizio.
La frusta, ma robusta e comoda, gonna di fustagno indossata da Amonis si sollevò, sotto la spinta delle mani della proprietaria; apparve il suo bel sedere. Carnuto, bianco, pressoché perfetto, appena un filino troppo ampio. Colpa di quella nuova invenzione dei francesi, quella cosa dolce, cremosa e fredda che qualcuno chiamava gelato, e di cui Amonis era così ghiotta. Xenia evitò, nell’ordine, a) di alzare troppo il braccio che teneva la cinghia b) di mettere troppa forza nello stesso braccio c) di far sibilare l’arnese di cuoio, abbastanza lasco. Eppure, anche così come se fosse al rallentatore, la cintura schioccò sulla pelle candida del sedere di Amonis e vi lasciò una lunga traccia rosata.
Anida aumentò la frequenza dei tocchi di lingua sulle proprie labbra, indulgendo agli angoli delle stesse; gli occhi castani sembravano persi nel vuoto, fantasticanti in un mondo tutto diverso dal reale. Il cervello, corto in verità, della ragazza (questa sì ragazza, con le sue 22 primavere) già pregustava la seconda staffilata; per esperienza (eh, ne aveva ricevute fin troppe) sapeva che pure Xenia si eccitava nel frustare, voleva dare a vedere di andarci morbida, però man a mano avrebbe aumentato la violenza del braccio e la sofferenza per Amonis sarebbe aumentata.
Così fu. La seconda frustata fu più forte della prima ed Amonis strinse tutto quello che c’era da stringere, per sopportarne il morso; un attimo dopo, quando il cuoio scivolò via dalle proprie natiche, tornò ad aprire gli occhi, le labbra e a rilassare i muscoli.
“Mettici più decisione; la devi punire, mica accarezzare!” sibilò, contrariata, la crudele Enox. Fu la volta di Xenia a sbuffare: non sopportava che quell’antipatica le desse ordini: era al suo servizio per libera scelta, mica per schiavitù.
Eppure, la terza cinghiata fu più violenta delle due precedenti. Xenia non voleva per niente sentire il seguito delle parole di Enox: che avrebbe chiamato Otrebor; il gigante, niente affatto buono, sarebbe arrivato con il suo micidiale frustino dall’anima di legno, ma rivestito di pelle di balena, ed allora sarebbero stati guai per le chiappe di tutt’e tre! Quindi, meglio che Amonis soffrisse un poco di più, per evitare a lei, Xenia, e alla piccola (tale la considerava) Anida una sofferenza ben maggiore. L’ultima volta, oramai quasi due anni prima, che Otrebor era stato chiamato in causa, Xenia non aveva potuto sedersi agevolmente per un mese!
Per questa serie di ragioni, l’anziana fantesca caricò nel braccio quasi tutto il quintale (ad esser approssimativi per difetto) del proprio peso. Amonis si lasciò sfuggire un Ahi! e sentì tornarle su lo spezzatino mangiato a pranzo. Il bruciore alla bocca dello stomaco, però, non era niente in confronto a quello che provava dall’altra parte: mai, che ella ricordasse, Xenia l’aveva frustata così forte. Amonis ritornò sui talloni, perché le dita dei piedi, arricciate, non avrebbero sopportato più a lungo il non indifferente peso del corpo. Era come se acqua bollente fosse stata versata sulle proprie chiappone, che, immaginava, scottassero. Ed infatti la pelle cominciava a sollevarsi, notò Anida, proprio come per una scottatura; la giovane pregustò il piacere che l’avrebbe avvolta più tardi: sarebbe stata lei a curare quel culo, ex bianco; l’avrebbe deterso, l’avrebbe delicatamente asciugato ed avrebbe cosparso odoroso linimento sui segni lasciati dalla cintura, e poi, la sua mano sarebbe scivolata in basso, fra le cosce di Amonis e… Fu lo schiocco della quinta cinghiata a distrarla dalle sue fantasie: il rumore risuonò nei padiglioni auricolari di Anida come il rombo di un tuono lontano, in primavera; o, meglio, come quello di una corda che si spezza.
E qualcosa si era veramente spezzato in Amonis: le gambe le tremarono, il busto andò in avanti, i lacrimoni finalmente uscirono dai cerulei occhi, le dita strinsero ancor più la gonna, i denti stridettero fra di loro. I mille e mille aghi roventi che erano stati scagliati dal deretano avevano raggiunto il cervello, dopo faticosa ricerca. Stille di sudore imperlarono la fronte (ed altre varie parti del corpo) di Amonis. Per consolarsi (ben magra consolazione) si disse che il tormento stava per finire: mancavano soltanto altri cinque colpi!
Non che non fosse eccitata, questo no, ma la cosa stava diventando noiosa. Enox ambiva a spettacoli più raffinati di quello del sedere di una donna preso a cinghiate: ne aveva visti tanti; ed una volta, era stata lei stessa sculacciata con la cintura, da Otrebor, ma era poco più che una bambina allora. Inoltre, dieci colpi le parevano troppi per una semplice disattenzione, sia pure commessa da una schiava. Così Enox tossicchiò per attirare l’attenzione di Xenia e, quando costei le rivolse lo sguardo, Enox alzò la mano a palmo aperto per interrompere la punizione.
Amonis, che non aveva potuto vedere la silenziosa scena, aspettava fremente la sferzata successiva. Che non venne. Venne però Adin e le baciò immediatamente il sedere in fiamme; per meglio dire, sfiorò con le labbra umide una sola volta la pelle; Amonis sospirò senza emettere fiato. Il buon Olo-Ages, pensò la schiava che aveva finalmente capito che si poteva rimettere dritta, l’avrebbe curata meglio di questa stupida gallinella; ma il brav’uomo era da tempo scomparso da quella casa. Ce ne era uno nuovo, adesso, ma Anomis lo considerava troppo intellettuale. Lui parlava bene e tranciava giudizi su tutti gli abitanti della casa; si raccontava, ma si raccontava solo, che Enox, molto più vecchia di lui, lo sculacciasse regolarmente con reciproco piacere d’entrambi (scusate la tutologia!).
Così, dopo essersi massaggiata le abbondanti chiappe, Amonis si abbassò la gonna e si volò verso il centro della stanza. Per poco non le venne un coccolone! Rossef, l’uomo di cui era innamorata, stava sulla porta, un sorrisetto ironico stampato sulle labbra. L’aveva vista nuda, oddio!, le guance di Amonis diventarono ancor più rosse…però, al pudore vergognoso si sostituì un’altra sensazione mentale di piacevolezza; forse ne aveva apprezzato le callipigie beltà ed avrebbe potuto chiederle qualcosa…. Chi invece era rosa dalla gelosia, era proprio Anida: a lei, quel todesco alto e grosso, stava proprio antipatico, con quella sua aria svagata, da professore, con quelle parole che lui diceva e lei non capiva… E fu allora che l’uomo alto parlò “ Anomis ha errato, ed è stata punita. Chi l’ha indotta in errore, tuttavia, è stata Anida. Deve essere punita pure lei!”. Anida l’avrebbe strozzato, Anomis l’avrebbe baciato, Xenia voleva andarsene ed Enox ristette. Non le andava di assitere ad un’altra punizione “Sculacciatela voi!” disse a Rossef.
Adina si fece piccola piccola, ma sentì pesanti come magli le mani di Anomis calarle sulle spalle, e costringerla a piegarsi in avanti. E sentì pure l’aria più fresca invaderle il deretano, quando la sua, di gonna, fu sollevata dall’abile Rossef. Un’attimo dopo, le arrivò il primo, sonoro, pesante, crudele sculaccione.