I racconti di Mr X, parte 2

Gennaio 19th, 2012

Questo racconto ci viene inviato da Master, che mi aveva inviato anche delle foto a corredo che però non sono riuscita a inserire. Buona lettura.

E’ passato un po’ di tempo da quando Chiara ha subito quella punizione.
Ho cercato di stargli vicino per capire ciò che è successo.
Sono successe tante cose ed ho bisogno di raccontarle con l’esatta successione degli eventi, altrimenti rischio di cadere in confusione
Appena terminato il pasto e dopo aver dovuto sparecchiato la tavola, Chiara si diresse in camera sua, e solo dopo aver appurato di aver serrato la porta a chiave, si buttò a capofitto sul letto a piangere.
Estrasse con fatica dalla tasca dei pantaloni il suo telefonino, dove scribacchiò di essere stata sculacciata ingiustamente da suo padre ad una certa Erika. Ipotizzai allora che fosse la sua amica del cuore in quanto le ragazze di giovine età solitamente sono inclini a raccontare certi segreti solo ad una persona speciale.
Mentre scriveva con il telefonino, l’altra mano continuava a strofinarsi il sedere allo stesso modo di come aveva fatto prima: il palmo aperto partiva dall’attaccamento del gluteo sulla coscia, salendo poi verso la schiena in modo da far sobbalzare il gluteo stesso, una volta che la direzione della mano si invertiva tornando verso il basso. E nel mentre piagnucolava tirando su con il naso.*

Sempre tramite i suoi messaggi, capii quale fu la causa scatenante di tutto:
Uhm… aspetta… no! Ho cambiato idea! Non voglio raccontarvi tutto! Vi farò giocare ai piccoli detective: vi racconterò solo gli indizi come si sono rivelati nell’arco temporale, e quando penserete di aver capito potrete alzare la mano. Le prime informazioni che vi fornirò sono quelle ottenute tramite il telefonino di Chiara. Chiaro? (Ah! Ah! Chiara/Chiaro…Un’altra delle mie battute orrende, scusate…)
Di cosa stavo parlando? Ah, si! Il cofanetto dello studio! A detta di Chiara, esso aveva la funzione di essere un piccolo magazzino di soldi liquidi con un doppio scompartimento per le monete e per le banconote. Al suo interno non vi era custodito mai una somma molto ingente: il più delle volte era necessario mettervi mano per ricercare ad esempio le monete per il carrello della spesa, e quindi per mettere a disposizione di chiunque un ricambio veloce di denaro. Tuttavia, stavolta all’appello mancava una cifra complessiva di circa 30€. Il padre era sicuro di quel ammontare perché aveva prelevato qualcosa la mattina stessa.
Anche Erika era in vena investigativa: le propose di passare a trovarla, così da parlarne meglio, oltre che a risparmiare sul credito telefonico già abbastanza risicato.
Una volta arrivata e fatti i convenevoli del caso si chiese come me una cosa: “perché il padre avesse incolpato proprio te?” La risposta di Chiara fu immediata:
“Ebbene, sotto quella scrivania, c’erano accavallate disordinatamente le mie ciabatte. Sai com’è, purtroppo ho l’abitudine di seminarle in giro per casa ogni tanto, e mi tocca spesso camminare scalza perché non ho la più pallida idea di dove siano finite. Stavolta erano lì, ma se da una parte non ricordo dove averle appoggiate l’ultima volta, dall’altra ricordo perfettamente che oggi non ho avuto alcun bisogno di mettere piede in studio: Beh! Certo, è possibile che quelle ciabatte io le abbia perse li ieri, ma…”
“E tuo padre quindi ha creduto che fossi stata tu a prendere quei soldi e si è arrabbiato per questo, quindi…” replicò con sguardo meditativo.
“Uhm… non proprio. Papà all’inizio era solo un po’ stizzito per il fatto che tutto il cofanetto fosse vuoto: come regola di famiglia, si dovrebbe sempre moderare il prelievo per lasciare qualcosa a chi venga dopo. Comunque può sempre capitare che qualcuno abbia bisogno di prelevare qualcosa di più, e se si avvertono gli altri non ci sono problemi.”
“Tutto qui, Chia? Per cosa si è arrabbiato, allora?”
“In realtà, mio padre andò su tutte le furie solo dopo il momento in cui ho negato di essere stata io la responsabile dell’accaduto, e l’epilogo è quello che ti ho già raccontato. Mi ha fatto tanto male Eri… guarda…” Per far capire con maggior precisione alla sua amica ciò che le fu capitato, si adagiò sul letto e si sfilò lentamente i lembi di tessuto dei pantaloni, i quali sfregamenti con la pelle provocavano smorfie molto simili a quelli visti qualche tempo prima sulla sedia della sala da pranzo. Ed ora giaceva nuovamente nuda agli occhi dei suoi (due) osservatori.
Era bella come una dea. Ancora erano presenti i segni lasciati dal recente passato che il tempo avrebbe sicuramente cancellato presto come se si trattasse di sabbia esposta al vento mattutino. Cercava di cogliere con quello sguardo da cerbiatta priva di vergogna un cenno d’amore che subito ricevette.
Alla visione della pelle arrossata e dolorante, Erika avvicinò con molta titubanza la propria mano compassionevole, temendo che quel contatto lieve potesse provocarle ulteriore dolore. Invece, la risposta di quel contatto così dolce fu quasi di sollievo, come se quella mano disponesse di qualche potere curativo magico. Mise l’altra mano sui suoi capelli, accarezzandoli pieni di amore. Chiara si stava lasciando coccolare e consolare, nei suoi occhi si leggeva che quello era ciò di cui aveva più bisogno.
Povero culetto di Chiara! Solo dai suoi sfoghi capii che fu stato sculacciato persino con le sue ciabatte. Questo era un fatto nuovo ed intrigante, che spiegava il motivo di quel rossore diffuso in tutta l’area con precisione.*

Erika porgeva altre domande mentre continuava a massaggiare quel giovane sedere.
“E poi sono sicura: stamattina non ho fatto altro che alzarmi per andare a scuola, e nemmeno ieri sono stata molto in casa. Ho provato a convincere papà che quelle ciabatte non c’entravano nulla con quello che è successo ma…”
“…Ma lui sentendosi negare l’evidenza dei fatti, si arrabbiò ancor più che non per l’ammanco.”
“E’ così, Erika! Ahi!”
“Scusa! Hai bisogno di una cremina per la pelle, Chia. Altrimenti ti farà male anche solo a sederti.”
“Non dirmelo! Quella strega di mia madre mi ha negato persino la possibilità di mettere un cuscino sotto la sedia prima mentre mangiavamo!”
“Ma che dici? Voi avete i cuscini sulle sedie della sala da pranzo.”
“Si, ma quel bastardo di mio fratello lo aveva tolto apposta.”
“Che bastardo! Uhm… si questa cremina dovrebbe andarti bene. Anzi, dovrebbe proprio essere l’ideale. Dice di essere l’ideale per la pelle arrossata dal freddo ma dovrebbe andare bene anche per… beh, insomma quella roba lì… Dai, che te adesso la Eri te la spalma…”
“No dai, Eri… non preoccuparti, faccio da sola…” disse un po’ imbarazzata.
“Dai, dai… non fare tanto la capricciosa… hai il coraggio di farmelo guardare così conciato, di fartelo toccare ma fai la timida per farti spalmare una crema? Se tratti così il tuo ragazzo non durerà a lungo! Stenditi bene che mi prenderò io cura di questo culetto sculacciato per benino. Hi! Hi!”
“Eri, ti ci metti anche tu a prendermi per il cu- ehm- in giro?” La sua faccia assunse la tipica espressione di chi abbia appena fatto una gaffe (faccia- faccia… Lo so, è un’altra delle mie terribili battute, ma giuro che questa volta è stata del tutto intenzionale)
“Ah! Ah! Ah! Si! Ti prendo proprio per di lì… E stai un po’ ferma…”*

Iniziò a spalmare in modo maledettamente erotico quella crema che ondulava la luce riflessa ogni volta che la pelle si piegava…
“Che fine hanno fatto quei soldi? Qualcuno li ha di certo presi. Hai qualche idea?
“Nessuno in famiglia ha affermato di aver preso qualcosa da quel cofanetto e chi possa essere stato realmente io non lo posso sapere con certezza. Escludo comunque papà: non posso credere che abbia preso i soldi e poi mi abbia fatto questa scenata del kaiser: è stato preso da Alzhaimer precoce? E poi un professore come lui che tiene a mente tutto ciò che si spende nell’arco della settimana ricordando persino i centesimi. Oh! Si!” Fece una smorfia di soddisfazione: la crema stava dando effettivamente il risultato lenitivo sperato. “Continua così, ti prego…”*

“E tua mamma neppure…”
“Mamma avrebbe potuto anche prenderli, ogni tanto lo fa se va in quei posti dove non accettano la carta di credito, ma lei ha categoricamente negato.”
“Chiara, a questo punto il cerchio si restringe… Siete solo in quattro in famiglia, e se non sei stata né tu, né tuo padre, né tua madre, può essere stata solo una persona che grazie alla tua famosa sbadataggine l’ha passata liscia.”
“Beh! 30 € a quella età sono tanti. Maledetto! In più ultimamente si sta proprio comportando da irresponsabile: non hai idea di quante volte abbia litigato con lui ultimamente.”
“E questo non lo ha certamente spinto a farsi avanti… ha avuto la fortuna che quelle ciabatte fossero lì e non ad esempio in cucina e non si è lasciato perdere l’occasione di fartela in qualche modo pagare.”
Ci furono dei secondi di silenzio. Gli occhi di Chiara stavano scrutando un punto disperso nel vuoto in modo da focalizzare meglio un flashback proveniente dalla sua memoria, fino a quando un suo profondo respirò annunciò di avere un’importante rivelazione da confessare:
“Aspetta, ERI! Mi è venuto in mente un flash: quella mattina mentre facevo colazione io AVEVO addosso le ciabatte in cucina.”
“Sei sicura?”
“Assolutamente! Sul pavimento era stata maldestramente versata dell’acqua da quell’idiota di mio fratello, ed io mi ricordo di averla pure pestata. Poi altro non mi ricordo, ma era quasi ora di scuola, e quindi penso di essermi diretta alla scarpiera per cambiarmi e partire.”
Intanto, amorevolmente la crema continuava a venire spalmata durante le consolazioni di Erika.
A volte, per stuzzicarla un po’ e farle dimenticare i problemi, la mano scivolava vicino alla giovane farfallina, che prontamente veniva difesa dalle gambe con toni scherzosi che tentavano inutilmente di causare imbarazzo.
“E quindi? Come hanno fatto a finire li le tue ciabatte?”
“Ma che ne so, sono tornata a casa e non mi sono nemmeno cambiata che mio padre mi ha accolta come già ben sai…”
“E quindi le ha messe lì qualcuno? Non dirmi che è stato tuo fratello…”
“Ma dai, per prendere dei soldi dal cofanetto non ci sono mai stati questi problemi, e quindi con che scopo? Sebbene ci sia un po’ di rancore ogni tanto tra di noi, non penso che abbia il coraggio di fare una scenata simile… è mio fratello dopo tutto. Però…”
“Però?”
“Ieri sera abbiamo effettivamente litigato un po’ più pesantemente del solito, e lui effettivamente mi ha fatto capire che in qualche modo si sarebbe vendicato.”
“Chia! Il caso è risolto! E’ stato lui: ha fatto in modo che tu venissi incolpata e si è poi gustato il momento in cui venivi punita…”
“Ho paura che tu abbia ragione, Eri! Tu dici che il suo obiettivo ero io?”
“Se conosco abbastanza quella carogna, con rispetto parlando, è probabile…”
“Si, ma come faccio a dirlo a papà?”
“Ma dai Chia! Scopri se ha fatto delle spese ultimamente e se le ha fatte avrai la prova che è stato lui. Però questo me lo dirai domani com’è andata. Si è fatto dannatamente tardi! Dai, che vado!”
Come per mettere il punto a quella frase, Chiara lasciò cadere uno schiaffo sulla natica destra della sua amica, che presa alla sprovvista si alzò in piedi con faccia stupita. Quanto darei per aver la possibilità di farlo anche io, ma devo togliermi dalla testa questa ossessione.
“Oh! Ma sei scema? Non ti basta quello che ho passato oggi?”
“Scusa non potevo resistere… è tutta la sera che te lo massaggio… dai, un giorno me lo tornerai…”
“Ci puoi contare!” disse rivestendosi e dandogli un bacio sulla guancia. Poi si diresse verso la porta, girò la chiave inserita nella sua serratura e poi salutò l’amica.*

Rimasta sola, si ridistese sul letto a rimuginare su quelle ciabatte e su chissà quali fantasmi. Poi d’improvviso si alzò e si diresse in quella che scoprii essere la camera del fratello.
Lo trovò intento ad ascoltare il walk-man, che gli strappò di mano quando capì di non essere ascoltata. Era già difficile affrontare una discussione del genere, figurarsi poi con qualcuno che non ti ascolta.
“Sei stato tu? Confessa!” era determinata ad andare a fondo a quella questione, nonostante dovesse rivangare la vergogna del passato, ma l’ingiustizia subita doveva essere un’umiliazione ancora più grande.
“A fare cosa?” fece con un tono sorpreso obiettivamente costruito.
“Lo sai! Hai preso tu quei soldi dal cofanetto.” Lo scontro verbale ebbe inizio
“No! Non è vero!”
“Lo sappiamo tutti e due! Io non sono stata, mamma e papà neppure. Non puoi essere altro che tu!”
“Bugiarda! Li hai presi tu” Nessuno dei due arretrava sulla propria posizione. La discussione si prolungò in reciproche accuse, durante le quali Chiara espresse tutti gli elementi presi in considerazione fino a quel momento ma ad un tratto si volse in direzione di una custodia CD sul comodino.
“E questo? E’ nuovo! Non ce lo avevi ieri! Sono sicura.” Girò la copertina per osservare il prezzo: 23€. (Ammazza quanto costano!)
I ragazzi giovani devono ancora imparare l’arte del mentire, avranno tutta una vita per imparare a farlo, il suo sguardo basso ed il suo improvviso silenzio tradivano la sua colpevolezza.
“Ma se dovevi proprio prendere quei soldi, perché dovevi coinvolgermi mettendo le mie ciabatte li? Papà ti avrebbe stressato un po’ sul spendere soldi in modo inutile, ma non ti avrebbe fatto nulla.”
Lui rispose bofonchiando qualche parola, ormai con le spalle al muro: “chi perde di solito le ciabatte in giro per casa sei tu, e quindi è facile che tu le abbia lasciate in studio per sbaglio.”
“BALLE!!! Tu le hai messe li apposta per scampare a chissà quale castigo.”
“No!”
“SI!” La sua voce si fece più forte e stridula, quasi volesse con quel tono riuscire in qualche modo a ferire il suo avversario, che non rispose, ormai indifeso di fronte l’evidenza
“MA LA COSA CHE PIU’ MI FA INCAZZARE… PERCHE’ DOVEVI AGIRE COSI’ DA VIGLIACCO? ORA ANDIAMO DA PAPA’ E GLI SPIEGHIAMO TUTTA LA VERITA’” Le urla vibrarono persino sui muri… il fratello era sempre seduto sul letto, fino a quando alzò la testa e sfogò così tutta la tensione accumulata:
“PERCHE’ SEI UNA STRONZA e… NON CI VADO! Hai avuto quello che ti meriti.”
Ora il silenzio era calato. La sorella non poteva credere di venire ferita in modo così brutale (Bruto era il figlio di Cesare, che lo ha pugnalato ferendolo a morte e… Ho cercato di fare una battuta, non so se si sia capita. VAbbè, non importa…)
Lei non poteva credere che suo fratello avesse potuto mostrare così tanto odio nei suoi confronti, né tanto meno che avesse potuto congegnare un piano così diabolico non per cavarsi da una situazione difficile ma proprio per poterla incolpare, magari indovinando la reazione esagerata del padre.
D’altro canto il fratello era preso anche lui dalla paura. Non so dire se si trattasse di senso di colpa o di paura delle conseguenze: effettivamente la sua frase andava a perdere potenza mentre la sputava, il che sta a rafforzare la prima ipotesi.
Passarono dieci secondi in cui anche i respiri sembravano congelati: dopodichè Chiara scattò sul fratello, che cercò di portarsi le mani a protezione del volto. Non fece tempo a colpire un paio di volte le sue braccia che la porta si spalancò improvvisamente, rivelando la severa figura del padre.

Whipped Ass

Gennaio 18th, 2012

Immagine presa da Whipped Ass (che significa culo frustato, il che è tutto un programma).

Brenda e la capo reparto, parte sette

Gennaio 17th, 2012

Arriva finalmente la settima parte del racconto di Giorgio, Brenda e la capo reparto. Per chi avesse perso le puntate precedenti, si possono trovare qui:

Parte 1
Parte 2
Parte 3
Parte 4
Parte 5
Parte 6

Quando furono terminate tutte le visite, la dottoressa dette ordine di riportare le ragazze nelle loro celle accompagnate dalle loro rispettive padrone, ed una volta rinchiuse, di raggiungerla nella piscina della tenuta!
Poi rivolta ad Antonella disse: accompagnale tu, sia ora che dopo in piscina perché ti devo comunicare le disposizioni da dare per la dieta di oggi per Brenda che non é stata visitata, per le altre ragazze dai disposizione di far servire lo stesso nostro menù, per lei ti dirò dopo.
Come desidera, fu la risposta della all’altra donna.
Ed uscì dalla biblioteca per accompagnare le ragazze alle loro celle!
Giunte, una ad una entravano nella loro cella in silenzio, e prima che la porta venisse nuovamente chiusa a chiave, si giravano e baciavano la mano della loro padrone.
Successivamente, le signore vennero accompagnate in piscina.
Ad Antonella, venne dato il menu per Brenda dalla dottoressa.
Per lei che non é stata ancora visitata, un cucchiaio di olio, insalata a taglio, mozzarella e pomodori.
Due mele, ed acqua corrente!
Dai subito disposizione alla cucina di preparare il tutto.
Poi rivolta alle signore disse: allora ragazze, forza una bella nuotata non può certo farvi male, andiamo facciamo muovere i muscoli, forza manteniamo tonico il corpo.
In acqua march!!!!!
tutte quante all’unisono si gettarono in acqua ed iniziarono a nuotare. Partirono le prime sei, poi come arrivarono in fondo alla vasca, partirono le altre sei. Come giunsero le altre ripartirono le prime.
Facendo così la staffetta.
Fecero sei vasche tutte quante.
Anche le signore erano nude in piscina, come lo era la dottoressa, le sue assistenti che erano sedute su delle comode poltrone.
Come nude lo erano pure le gemelle.
Giunse così l’ora del pranzo e tutte le ospiti furono fatte accomodare in sala da pranzo.
Il pranzo venne servito sempre in maniera impeccabile dal personale di sevizio e per l’occasione avevano indossato camicetta bianca, gonna blu, cravatta rossa e scarpe blu con tacco a spillo da dieci e gambe completamente nude.
Terminato il pranzo, venne servito il caffè, dopo il caffè la dottoressa fece cenno ad Antonella di avvicinarsi a lei!
Come si fu avvicinata le comunicò bisbigliandole nell’orecchio destro che Brenda sarebbe stata visitata alle 16,30 in punto in biblioteca davanti a tutte le padrone, alle due gemelle ed a tutte le sue assistenti.
Quindi di essere puntuale e di portarla completamente nuda con le mani ammanettate dietro la schiena e con il collare e guinzaglio abbastanza lungo in pelle!!!!
Fatti accompagnare dalle tue signore padrone!!!!
Non dubiti fu la risposta di Antonella!!!!
Antonella si recò subito dalle sue padrone e comunicò loro quanto le era stato comunicato dalla dottoressa. Le due sorelle risposero affermativamente e dissero che per le 16,00 in punto si sarebbero recate alla stalla per prendere in consegna la puledra da portare alla visita.
Poco prima delle 16,00 le tre donne si congedarono dalle loro ospiti dicendo loro che, dovevano andare alla stalla per portare una puledra alla visita, e che tutte le signore presenti potevano spostarsi in biblioteca.
Subito dopo uscirono per recarsi alla stalla. Giunte, venne aperta la porta blindata e la ragazza come sentì il rumore della porta che si apriva si mise nella posizione che conosceva bene.
In ginocchio mani dietro alla nuca, faccia alla porta.
Come fu spalancata la porta, le venne impartito un ordine secco che non ammetteva repliche: mani dietro la schiena. Come pose i polsi in quella posizione, le vennero messe le manette e subito dopo un secondo ordine: piegati in avanti e le venne messo immediatamente il collare dove vi era già stato agganciato il guinzaglio.
Venne tirato appena appena il guinzaglio e subito dopo seguì l’ordine: muoviti!!!!! Seguito da una bella pacca forte e sonora che arrivò su tutte e due le natiche del suo magnifico culo.
uscirono tutte e quattro dal luogo dove si trovavano le stalle, Antonella stava in mezzo alle due sorelle, mentre Brenda seguiva dietro e per l’occasione non aveva nemmeno le scarpe.
Prima di entrare nel portico, con un getto di acqua fredda, le vennero lavati i piedi, le venne dato l’ordine di asciugarli e successivamente entrò in biblioteca accompagnata solo dalle due sorelle.
Subito dopo che furono entrate, Antonella chiuse la porta alle loro spalle.
Bene,bene,bene. Disse la dottoressa, ecco quella che non abbiamo visitato questa mattina.
Senza esitazioni dette immediatamente iniziò alla visita che si svolse come quella della mattina.
Finita la visita, dette ordine di farla riportare nella sua cella. E prima di farla uscire bisbigliò all’orecchio della signora Barbara, quando tornate, voglio parlare con voi e con Antonella in privato nello studio. Voglio essere relazionata sulla condotta di Brenda e di come è andato il suo rendimento qui in tenuta.
Come desidera signora dottoressa, fu la risposta dell’altra donna prima di uscire dalla biblioteca.
Quando tornarono, la dottoressa era già nello studio ed Antonella relazionò sul comportamento della ragazza affidatale dandone un ottimo giudizio.
Bene rispose la dottoressa, pertanto ritengo che possa dirsi concluso il periodo di Brenda qui in tenuta lunedì può riprendere servizio al suo posto, mentre ritengo che per tutte le altre debba proseguire.
Bene Antonella, tu puoi andare, ora devo parlare in privato con le tue padrone, tu domani, verrai visitata dopo che tutto il personale di servizio ok?
Come la signora dottoressa comanda, fu la risposta.
Come La donna fu uscita, la dottoressa, rivolta alle due sorelle disse: ogni tanto mandatemi Brenda al mio studio che voglio divertirmi con lei. La voglio tutta per me.
Sarai servita cara l’amica nostra. Ogni tuo desiderio per noi é un ordine.
Nel pomeriggio fecero una lunga passeggiata tra i prati della grande tenuta e la dottoressa, concesse il permesso anche alle ragazze ospiti,insieme alla loro padrona.
Sarebbero infatti state tenute al guinzaglio Barbara e Benedetta presero rispettivamente Brenda e Brigitte. Tutte le ragazze che erano rinchiuse, anche per la passeggiata rimasero completamente nude. Tutte le altre invece, si vestirono in modo adeguato all’occasione.
Le altre ragazze venute con la dottoressa, presero parte anche loro alla passeggiata, ma si presero tutte per mano come se fossero delle coppiette di innamorati.

 

Fessee 12: Brigitte

Gennaio 16th, 2012

Lasciò andare l’estremità, il giunco vibrò a lungo nell’aria. Sì, andava proprio bene: flessibile e robusto, nodoso quanto basta. Ben presto l’avrebbe usato sulle chiappe di sua moglie, così lei avrebbe imparato che a lui, suo legittimo sposo, non la si poteva fare impunemente! Basta esser preso per i fondelli, basta lavorare come un mulo tutti i giorni e vedersi dilapidare i soldi guadagnati onestamente! Quella spendacciona avrebbe imparato! L’aveva sposata soltanto per dare una madre a sua figlia, è vero, a quella povera piccola, beh, mica tanto piccola: Arletty si avviava a toccare i 25 anni. E, purtroppo, non aveva ancora avuto un pretendente che sia uno! Eppure lui, il padre stimatissimo farmacista e notabile del paese, non è che avesse trattato Arletty con i guanti. L’aveva punita quando era il caso, forse, qualche volta, perfino con eccessiva severità. Fino a due anni prima la legava alla sedia e giù con la canna palustre, finchè il sederino di Arletty non diventava tutto rosso. Una volta aveva pure dovuto portarla dalla signorina Roxane perché le medicasse le escoriazioni, per quante gliene aveva date… In compenso, Arletty era diventata una ragazza perfettamente a modo, mica una di quelle civette, pronte a seguire l’ultima moda, pronte a dar corda agli sfaticati che oziavano nel bistrot. Il farmacista Bebouf si commosse, nel ricordare le grandi qualità della figlia…Tutto il contrario di Brigitte, di quella scriteriata…Il frustino vibrò nuovamente.

Brigitte, e non era colpa sua, aveva avuto per madre una tedesca; ed aveva preso tutti i caratteri fisici della genitrice; alta, robusta, mento cavallino, espressione decisa. In realtà, aveva un carattere abbastanza debole ed una mente vanesia; ma era una brava donna di casa, con il solo difetto di adorare i cappellini. Ne comprava almeno uno al mese, di varie fogge e, quel che è peggio, di prezzo elevato. Dopo due o tre volte che lo aveva messo, per farsi invidiare dalle donne del paese nel passeggio domenicale, lo buttava in un angolo, insieme agli altri. Suo marito glielo aveva detto mille volte, aveva perfino minacciato di picchiarla, se ne avesse acquistato un altro. Ma lei non aveva saputo resistere. Quello che aveva in testa, le costava 200 franchi, ma si poteva pagare pure a rate….
La faccia di Auguste non prometteva niente di buono. “Non vorrai mica adoprare quello?” chiese Brigitte. La punta del frustino la raggiunse sulla coscia, pizzicandola. Mica vorrà fare come l’altra volta, si domandò la donna, mica vorrà che mi spogli nuda per poi sculacciarmi: mi ha doluto per una settimana dopo. Un altro pizzico, sull’altra coscia, le fece comprendere che il marito voleva proprio così.
Per fortuna il vestito era tutto di un pezzo, bastava slacciare i bottoncini laterali e lui scivolò giù, immediatamente seguito dalla sottoveste. Brigitte era rimasta in mutandine, verdi come il vestito, e calze scure, assicurate però da due giarrettiere sempre verdi. Si sfilò pure le mutandine. Il frustino le indicò il piano laccato del tavolo. Brigitte vi adagiò il lungo busto, e divaricò i piedi; altrimenti, avrebbe dovuto piegare le ginocchia perché lei era troppo alta per quel basso tavolino. Per fortuna, oggi Auguste non picchiava troppo forte. Non che fosse piacevole (il dolore non è piacevole per definizione) però era sopportabile; le scaldava le belle natiche, che non parevano affatto quelle di una 47enne.
A poco a poco, Brigitte si dovette ricredere: il calore sul culo aumentava, stava diventando come quello emanato da una bujotte; lei mandava un grido, fievole però, ad ogni frustata e storceva la bocca; “ahia che male, non lo sopporto più” prorruppe alla fine. Il buon marito sembrò esser misericordioso, smettendo di sculacciarla. Brigitte riprese la posizione verticale. Sul piano del tavolo, era rimasto l’alone lasciato dal suo corpo, alone in cui spiccavano le due orme impresse dai grossi seni. Oddio, che vide quando si voltò! Il piede di Auguste proprio sopra la cappelliera, che lei aveva depositato sbadatamente sul pavimento. “Piegati in avanti o lo schiaccio!” disse minaccioso Auguste. Noooo, nooo quel modellino nuovissimo che nemmeno a Parigi…. Brigitte si piegò in avanti, le braccia penzoloni.
Quasi finì con la capoccia contro il muro, tanta era stata violenta la frustata. Si rimise come stava. Strano, non aveva nemmeno sentito il sibilo. Ahi! Ahi! Ahi! Stai ferma! Lo decido io quand’è finita. Le due voci si incrociavano, intervallate dai sibili, che adesso Brigitte sentiva molto bene e non solo quelli sentiva….. Stando ancora con il busto piegato in avanti, si massaggiò le natiche roventi, con il rischio di perdere l’equilibrio. Ma Auguste pareva aver smesso, a meno che non stesse riprendendo fiato. Brigitte girò appena la testa, per sbirciare. Per smettere, il marito aveva smesso ma non stava riprendendo fiato: si stava calando i pantaloni…..
BK

Fessee 11: La punizione di Margot

Gennaio 15th, 2012

“Non è possibile! Non si può fare!” “Perché no?” “Perché vostra figlia non è più una bambina! Ha 22 anni! Se proprio volete sculacciarla, fatelo dentro casa. Mettetevela sotto il braccio, scopritele la parte e cominciate!” “ Così lei mi da un morso! E’ già successo, sapete?” “E allora chiamate qualcuno, o qualcuna, che la tenga ferma mentre voi procedete alla bisogna. Ve lo ripeto: non posso autorizzarvi a sculacciarla pubblicamente!”
La signora Selàs rimase profondamente delusa dalle parole del sindaco; lei era una donna minuta, rinsecchita da anni di lavoro, la figlia era una cavallona da un metro e sessanta: quando mai sarebbe riuscita a sculacciarla? E se le altre madri del paese non l’aiutavano, come avrebbe potuto punirla come si meritava? Margot avrebbe seguitato a fare tutto quello che le pareva e piaceva. Almeno, finché era vivo il povero padre, ci aveva pensato lui; le dava certi schiaffi sul culo, che Margot se li ricordava per mesi. E Auguste ci metteva tutta la lena dei suoi muscoli da carbonaio.
E pensare che, da piccola, Margot era proprio una brava bambina. Quante volte l’avete vista sculacciare? Nemmeno una decina, a che io mi ricordi. Però, appena compiuti i 15 anni, Margot ha cominciato ad avere un comportamento strano. No, no non è stata la morte del padre! E’ che lei ha preso una brutta strada: si è licenziata dalla sartoria, i giovanotti le ronzano intorno come api intorno alla mimosa fiorita, non guadagna, non fa niente. Ed io devo spezzarmi la schiena a lavare i panni, per darle da mangiare. E’ ora che tutto questo finisca. Che Margot capisca che non può seguitare a trattarmi così, che mi deve portare rispetto…che deve andare a lavorare, perché con i miei soldi non possiamo andare avanti.
Madame Deveraux si lisciò pensosa il mento, mentre la figlia, la bella Edwige, si asciugava una furtiva lacrima: il racconto di quella donnetta l’aveva commossa. “Vi aiuteremo, statene sicura” affermò la madre.
Margot stava tornando a casa: il campanile aveva appena suonato le 11. Lei affrettava il passo, più per respingere il fresco della notte autunnale che per paura; in fin dei conti, la serata era stata piacevole. Jean l’aveva fatta ridere molto. Per un attimo, il pensiero di Margot riandò alle barzellette che lui aveva raccontato, nella saletta del bistrot ed alle risate che lei si era fatta; così, Margot si distrasse. Fu allora che si sentì piovere qualcosa, o qualcuno, addosso. Un ampio tabarro scuro che le impediva di vedere e un secondo dopo, dieci, cento, mille mani che la stringevano e la costringevano a camminare. Margot strillò, ma da sotto il pesante mantello a ruota che era appartenuto al nonno del signor Marcel, uscirono solamente gemiti inintellegibili.
C’erano tutte, ma proprio tutte. La signora Deveraux e la figlia, e poi Pierrette la sfregiata, Josephine l’insegnante, la vedova Cluzot; perfino la signorina Roxane, già pronta con i suoi vasetti di crema e di unguenti. E c’era pure sua madre, con un’espressione soddisfatta. Margot ammiccò, abbagliata dalla luce improvvisa, dopo tanti minuti di buio. Avrebbe voluto parlare, dire la loro a quelle arpie, ma una mano robusta le cacciò qualcosa in bocca. Un attimo dopo, si trovò piegata sul tavolo, il peso dell’intero corpo di Camille Deveraux e di quello della sua servetta, che poggiavano sulla schiena. Allora Margot scalciò, sentendo che qualcuno provava ad alzarle la gonna. Le legarono le caviglie insieme. Immediatamente dopo le furono abbassate le mutandine: Margot era nuda, il posteriore scoperto.
Nonostante il peso delle due che le stavano sopra, Margot riuscì ad alzare la testa, tendendo al parossismo i muscoli della schiena. Sulle chiappe le era arrivato il primo colpo di battipanni. E ne seguirono altri, tanti altri sempre più veloci e sempre più forti; il sedere di Margot andava letteralmente a fuoco, quando i colpi cessarono all’improvviso. La ragazza aprì gli occhi e, attraverso il velo di lacrime che li offuscava, vide madame Deveraux consegnare qualcosa a sua madre. Margot scosse disperatamente la testa, dato che non poteva parlare. Però poteva udire, ed udì il sibilo minaccioso del frustino, un attimo prima che colpisse le sue natiche. Fuoco liquido, aghi roventi entrarono nella pelle e nella carne sottostante. Le due Camille faticarono non poco a tener ferma la loro vittima. La madre la stava frustando con la stessa tecnica che usava per battere i panni: colpi secchi ma veloci, una pausa, e poi un altro colpo, assai forte. E di nuovo i colpi rapidi, la pausa, e quello pesante.
Oramai le lacrime scendevano copiose sulle guance di Margot, che non aveva neppure più la forza di ribellarsi, neppure di muoversi. “Credo che possa bastare così, signora- la voce della Deveraux senior- rischiate di scorticarglielo del tutto, di levarle ogni centimetro di pelle”.
Le due Camille scesero dal loro cuscino umano e Margot si levò subito il fazzoletto dalla bocca. Le parole che pronunciò non fecero altro che far ritornare quelle due al loro posto, sopra di lei. Ma adesso le tenevano ferme le braccia, distese sul tavolo. “La lezione non l’avete imparata. – ancora la voce di quella vecchia megera- occorrono sistemi più radicali. Non abbiate timore, signora, sarete ripagata” Le forbici tagliarono la blusa di Margot ed insieme la maglia che c’era sotto; i lembi furono scostati a denudarle pure la schiena. Che ben presto fu rigata dal materno frustino. Forse, per qualche istante, Margot perse i sensi, comunque si sentiva tutto un dolore.
La signorina Roxane fu svelta ed efficiente, come al solito. Spalmò la crema su quei rossastri solchi, sia sulla schiena sia sul culo sia sulle cosce. Margot non aprì bocca, si sentiva le gambe deboli, si era fatta la pipì sotto per il dolore, le girava la testa, quando la piegò a tirarsi su le mutandine. “Bacia la mano di tua madre!” ordinò madame Deveraux. Margot la guardò incerta. “Dobbiamo ricominciare?” chiese la virago. Margot afferrò la mano di mammà e la ricoprì di baci e di lacrime.
Il lunedì successivo, Margot si ripresentò in sartoria e chiese se potevano riassumerla a lavorare.
BK

Fessee 14

Gennaio 12th, 2012

Nulla di grave, nulla che non fosse guarito entro pochi giorni, sentenziò il dottor Louison-Baquier, dopo che ebbe fatto rivestire Alphred; ma, disse al signor Jerome in separata sede e a voce bassissima, meglio non abusare di simili metodi barbari e crudeli: poffarbacco, si era negli Anni Trenta!
Edwige Deveraux fece una gran risata, quando ebbe ascoltato la diagnosi ed il consiglio del medico ed anche il signor Jerome, di solito così impassibile, si concesse una smorfia divertita. La frusta, secondo loro, stava alla base dell’educazione della prole. Frustali e non ti morderanno mai la mano, come i cani.
Alphred, invece, lo mostrò alla cugina: era ancora gonfio ed un poco bluastro, in punta risultava piuttosto scorticato, gli bruciava, ma di meno dei giorni precedenti, quando faceva pipì, ma il dottore aveva detto che sarebbe rimasto normale. Camille ne fu assai contenta, tanto che lo accarezzò delicatamente, per paura di fargli male. Ovviamente, a quei tocchi prolungati, il coso di Alphred si indurì di nuovo ed il ragazzo fece una smorfia.
Una settimana prima, la zia lo aveva frustato davanti e di dietro, proprio perché egli, insieme alla cugina ed alla domestica di lei, aveva fatto delle cosacce e non voleva per niente tornare ad assaggiare quel tremendo frustino. Con gran fretta, Alphred lo rimise nelle mutande.

Anche il coso di Marcel il carpentiere gli faceva tanto male; sulla punta, portava ancora la garza su cui spiccava una macchiolina rosa. Non è niente, aveva detto il dottore, capita a molti, figurarsi poi ad un fimotico, che è pure monorchico traumatico. Un colpo di bisturi e passa tutto. Sì, ma il taglio era stato parecchio doloroso e la ferita ancora non guariva….

Amèlie introdusse la canna dell’enteroclisma, aveva cercato di fare il più piano possibile, ma la signora aveva emesso un gemito ugualmente; andiamo bene, pensò la domestica, aprendo la chiavetta della grossa sacca impemeabile, sta proprio lì e non riesce ad uscire, ma ce la farà sicuramente: questo è il secondo che le faccio, poverina quanto soffre per questa maledetta stitichezza… Quell’Etienne dei miei stivali, quel professorone…è stato qui sei mesi, l’ha torturata quasi ogni giorno e non ha ottenuto un bel niente! Meno male che se ne è andato, al diavolo gli auguro!

Margot era preoccupata; da un mese non aveva più le sue cose! Eppure, con Jean non aveva fatto niente di irreparabile: sì qualche bacio, sì lui le aveva toccato il seno, sì lei glielo aveva smaneggiato, ma là dentro non c’era mai entrato! Possibile che fosse incinta? No, non era possibile! Che cosa aveva allora, com’era che ritardavano?

Quel giovane cerbiatto lo attirava, lo eccitava assai, non vedeva l’ora di portarselo a letto, di sentirlo dentro di lui e fare in modo di essere lui a penetrarlo, dopo aver coperto di baci quella delicata pelle serica. Marcel Lagardére, coniugato Deveraux, seguitò a fissare quel ragazzo dai tratti femminei, che stava sorseggiando una bibita, al tavolo vicino al suo. Cercava un argomento per attaccare bottone, per iniziare una conversazione e poi, chissà…. Sicuro, se la moglie fosse venuta a scoprirlo, gli avrebbe piagato il culo (e non solo quello) a forza di frustate…o avrebbe di nuovo adoprato la claquette? Marcel rabbrividì, ma fece spallucce e tornò a guardare Antoine….

CHRONIQUE DE LA FESSEE IN EDICOLA LA PROSSIMA SETTIMANA

BK

Video di bondage

Gennaio 11th, 2012

Per gli amanti del bondage: cliccare qui per vedere il video gratis. Ed ecco un’anteprima:
bondage

Racconti di sculacciate: Miss Elisabeth

Gennaio 10th, 2012

Questo bel racconto di sculacciate ci viene inviato dal nostro caro Amico Geronimo: buona lettura a tutti!

Lord Talbott l’aveva di nuovo convocata. Era la nona volta in tre mesi. Avrebbe già dovuto licenziarsi da tempo. La paga era buona e ne aveva un terribile bisogno, ma come poteva tollerare quello che le stavano facendo… Tutte le altre assistenti di Frau Blucher erano letteralmente fuggite. Nessuna poteva resistere al clima di sopraffazione morbosa e delirante che vigeva in quell’austera villa del Devonshire. Nessuna tranne Elizabeth. Beth percorse rapidamente il lungo, oscuro corridoio. Il pavimento in legno di quercia scricchiolava sinistramente pur sotto il peso leggero della giovane domestica. – Oh Signore, com’è possibile? Tremo di paura, mi faranno male, sarò umiliata eppure…-. Dinanzi a Beth si aprì il vasto salotto mal riscaldato dal grande camino centrale. Sopra i pannelli di legno di rovere, sul fondo di una tappezzeria consunta, i ritratti degli antenati di Lord Talbott la scrutavano severi. Igor, il vecchio alano, se ne stava accucciato sul tappeto persiano con le palpebre stancamente adagiate sugli occhi. Il padrone si stava già arrotolando le maniche della camicia semi aperta sul petto villoso. La lunga cicatrice provocata dalla scimitarra di un guerriero madhista durante la campagna sudanese* faceva bella mostra di sé sul torace dell’uomo. Erano passati otto anni ormai, ma quando cambiava il tempo faceva sentire la sua presenza. Beth la trovava orribile… orribile e affascinante. Lord Talbott era alto e robusto. Eccellente cavallerizzo e cacciatore, di animali e di uomini. Era considerato un eroe di guerra. I grandi basettoni rossastri e i mustacchi, uniti alla folta capigliatura spettinata gli conferivano un aspetto leonino, un impressione di aggressività e ferocia che mai come in questo caso corrispondevano all’indole autentica del personaggio. Al suo fianco, in piedi, stava Frau Blucher, la temibile governante di origine prussiana. Tozza, torva, corpo massiccio, sguardo duro che giudicava, sempre e comunque, senza alcuna indulgenza. Sebbene vivesse in Inghilterra da molti anni pretendeva di essere appellata Frau anziché Mrs. Blucher. La donna impugnava un lungo frustino flessibile. Ogni tanto sferzava l’aria ma senza guardare Beth, le piaceva solo sentire il fruscio, il suono minaccioso di quello strumento di dolore.
Beth, deglutì. Senti qualcosa, uno stimolo imprecisato nel proprio inguine. Improvvisamente le venne voglia di toccarsi tra le gambe ma resistette all’impulso. Lord Talbott squadrò compiaciuto la ragazza. Il vestito lungo, verde scuro di cotone dozzinale, non rendeva giustizia alla bellezza della giovane. 21 anni, originaria di un misero villaggio del Galles,orfana e povera. Sufficientemente istruita. I capelli nerissimi erano raccolti modestamente in una crocchia che lasciava sfuggire due ciuffi a spirale che le sfioravano le orecchie perfette. Il naso regolare, la bocca carnosa, i grandi occhi grigi spaventati ma al tempo stesso pieni di desiderio, colpevole, perverso. Un incarnato un poco più scuro di quello tipico delle ragazze di quelle latitudini, segno della presenza di sangue mediterraneo nella vene della fanciulla. Talbott ne aveva ammirato il corpo nudo durante le punizioni: i bei seni turgidi dai grandi capezzoli marroni, le cosce tornite come colonne di granito e le belle natiche. Oh, si, Beth aveva un culo duro e pieno dalle rotondità appetitose e lubriche. Ma la pelle, al di là delle apparenze, non era affatto delicata e segnarla adeguatamente non era cosa semplicissima. Anche la resistenza al dolore della giovane era cosa rara. Le altre piangevano come fontane e si dibattevano come invasate dopo poche scudisciate. Ma non Beth. Era una vera fortuna che non se ne fosse ancora andata. Talbott non riusciva a fare meno di punirla sempre più spesso. Con la moglie ci aveva provato ma quando la donna aveva capito che i castighi del marito non erano dettati solo dalla severità maritale ma anche da qualcos’altro, se ne era andata. Separazione solo di fatto, naturalmente (il divorzio era cosa disdicevole, quasi impensabile) ma irreversibile.
_ Beth, piccola sciocca!- La rimproverò aspramente Lord Talbott. – Frau Blucher mi ha riferito della vostra ultima biasimevole impresa –. La recita era cominciata . Beth non vedeva l’ora di essere picchiata duramente e a lungo sul proprio culo vergognosamente messo a nudo ma c’era un rituale da svolgere, ed era assolutamente necessario. – Collins ha trovato i cocci del vaso cinese sotto la scala. Non conosco nessun’ altro in questa casa così maldestro da causarne la rottura!- Collins era il giardiniere. La settimana precedente aveva frustatato Beth con la coramella. 70 cinghiate. Non aveva potuto sedersi per tre giorni. Naturalmente poteva essere stato benissimo Igor, quel goffo cagnone, a compiere il misfatto, ma Beth non tentò neppure di difendersi. – Certo – proseguì Talbott – da ragazza con la testa sempre tra le nuvole e che non dà nessuna importanza ai beni, specialmente quelli altrui, penserete “ ma in fondo non è che uno stupido vaso!” non è così ? confessate!- Certo – rispose la domestica con un tono di voce lievemente piccato e irridente :- Non è che uno stupido vaso!- Frau Blucher, indignata si fece avanti minacciosamente brandendo il frustino. – Screanzata, come osi rivolgerti in questo modo a Sua Signoria! Ora ti faccio sanguinare le terga!- Lord Talbott la fermò ridendo in cuor suo per lo sfrontato autolesionismo della ragazza e per la reazione della governante.
Quel vaso, scellerata fanciulla, era un regalo della mia compianta zia materna per il trentesimo compleanno di mia moglie ed ha, o meglio aveva, ben 250 anni!-. Beth abbassò la testa mortificata.
Non pensate dunque di aver meritato una bella ed esemplare sculacciata? – Signorsì – ed anche una buona dose di frustate?- signorsì – Denudatevi immediatamente!- Beth era già tutta bagnata tra le cosce. Il padrone se ne sarebbe certamente accorto.
Si tolse il lungo vestito verde e poi la sottoveste. Talbott le ordinò di tenersi le calze bianche, almeno per il momento. Naturalmente non portava mutandoni. Il riverbero del camino fece luccicare la folta peluria bagnata di secrezioni vaginali dell’inguine di Beth. La ragazza si sentì sprofondare dalla vergogna e corse a stendersi sulle ginocchia del Lord. Un attimo dopo i possenti sculaccioni di Talbott cominciarono ad abbattersi sulle rotondità posteriori della bella moretta.
Le vigorose manate di Talbott erano autentiche bastonate ma sembrano rimbalzare sulle chiappe sode ed elastiche di Elizabeth. Talvolta le dita del fiero sculacciatore sfioravano il forellino e le labbra del sesso della giovane donna. Allora Beth vibrava come una corda di violino e fra un gemito e l’altro sussurrava a se stessa – oh Signore perdonami! Mi, mi…piace! – . Dopo 200 sculaccioni la prima parte del castigo cessò. La ragazza si massaggiò il culo rossissimo. N on aveva versato una lacrima. Guardò Talbott diritto negli occhi, la bocca semi aperta. Le labbra bagnate di saliva. –Via le calze! Scioglietevi i capelli! – La folta chioma nerissima che raggiungeva l’osso sacro fu liberata in tutta la sua nera e lucente bellezza. Odore di lavanda e sudore, odore di sesso e di femmina si mescolarono, si fusero. Una potente erezione premette sotto le braghe di Lord Talbott, peraltro adornate da una grossa macchia specie sulla gamba destra dove si era appoggiata la micetta della fanciulla. I piedi nudi di Elisabeth scivolarono con grazia sul vecchio tappeto verso la poltrona. La ragazza si inginocchiò esponendo il culo allo sguardo voglioso di Talbott, al frustino di Frau Blucher. La governante le legò i polsi dietro lo schienale. La tensione muscolare percorse il corpo della giovane dalle braccia alle cosce. Beth si voltò per un lungo interminabile secondo verso i propri punitori, battè le palpebre, protese oscenamente il sedere e si girò di nuovo. – tre dozzine di scudisciate Frau Blucher! – Il frustino prese a sibilare, tagliare l’aria, infine colpire con ampi fendenti le natiche della ragazza, dalle reni alla parte superiore delle cosce disegnando note di dolore e di voluttà sul sedere della corrigenda. Stavolta i gemiti di Beth furono più acuti, si udirono i primi singhiozzi, le prime lacrime rigarono il suo bel volto. Talbott avrebbe voluto infilare naso e lingua nella fica di Beth. Avrebbe voluto penetrarla con il proprio membro fino alle viscere e farla urlare, di piacere,di dolore, di piacere e dolore, ma urlare, maledizione!
La sua natura vitale e feroce che aveva potuto liberare impunemente nella guerra africana ma che doveva comprimere nella cosiddetta civiltà stava prepotentemente emergendo. Elizabeth era la preda che aveva sempre agognato,una preda cosciente e volontaria.
La governante colpiva veramente duro, molto peggio di Collins. Al ventisettesimo colpo il dolore raggiunse e superò l’eccitazione. Beth Non poteva ripararsi le natiche poiché aveva i polsi legati. Le fitte al culo erano lancinanti. Al trentaduesimo colpo cominciò a supplicare.
Infine la punizione cessò. Il corpo nudo di Beth era imperlato di sudore, il culo di goccioline di sangue sparse qua e là tra le strisce grigie e violacee in cui era stato dipinto dalle sapienti, crudeli sferzate della governante.
Frau Blucher le sciolse i polsi. Elizabeth raccolse i vestiti e raggiunse la sua stanza. Nessuno disse una parola. Nella vasca di acqua calda, tra i vapori e alla luce del candelabro chiuse gli occhi e si masturbò.
Si stava ammirando le natiche doloranti allo specchio dopo essersi asciugata, ancora completamente nuda, quando Talbott fece irruzione nella stanza. Beth rimase a bocca aperta per la sorpresa, deglutì per la paura. Gli occhi di Talbott sembravano febbricitanti. – Voi non avete il diritto di…- La donna non potè finire la frase. Lord Talbott l’abbracciò e le sue labbra, la sua lingua incollate alle proprie, le impedirono di proseguire la protesta. Beth si sentì sollevare da terra come fosse un panno di seta leggera. Talbott la stese sul letto, supina, le sollevò le gambe e se le appoggiò sulle spalle. Le baciò le dita dei piedi una ad una. Di nuovò la lunga cicatrice sul petto dell’uomo orribile e meravigliosa comparve davanti agli occhi di Beth. Le parlava di violenza, di forza, di lotta e di avventura. Poi sentì la virilità di Talbott farsi strada tra le cosce, pulsare dentro di lei. – Che Dio mi perdoni, amo questo mostro – e si lasciò andare.

* Nota storica. Si riferisce alla guerra anglo-sudanese del 1896 – 1899 condotta dall’ esercito britannico nel Nord del Sudan contro i seguaci del Mahdi (in arabo il ben guidato) una sorta di messia islamico identificato in Muhammad Ahmad morto nel 1885 che aveva scacciato gli egiziani dal paese nel 1884 (L’Egitto era di fatto un protettorato inglese).

Lesbiche in prigione

Gennaio 4th, 2012

lesbiche in prigione
Un filmetto sulla dura vita delle lesbiche in prigione: cliccate qui per vederlo!