DANEELA
aprile 10th, 2012Daneela era considerata la donna più bella dell’intero staff. E bella lo era davvero. Alta, bionda, un corpo flessuoso, un seno procace, un posteriore da impazzire, ben sorretto da cosce lunghe e tornite. ben pochi sapevano che il colore dei capelli era dovuto alla tintura, il seno e i fianchi all’abilità del chirurgo, il colore ceruleo degli occhi alle lenti a contatto.
Un giorno, passando per gli uffici dello staff, il Supremo la notò. La sera stessa Daneela era finita a letto con Lui. Aveva 38 anni, Daneela, ma ne dimostrava la metà. Il giorno dopo, fu lei a dirigere lo staff: divenne fra i consiglieri più vicini al cuore del Supremo. E’ vero, egli, dopo quella notte, non la aveva più onorata dei propri favori, eppure a lei bastava vederlo, ascoltarlo, persino sfiorargli la mano nel passargli i documenti. Riguardo al sesso, c’era una fila di giovanotti e di ragazze davanti alla porta di Daneela, visto il ruolo che lei occupava. Ma di sesso ne faceva assai poco, giusto per soddisfare, molto raramente, il suo corpo da splendida quarantenne.
Poi era arrivata Aram! Quella piccola sgualdrina mora! Ella aveva circuito il Supremo, lo aveva imbrogliato con quelle sue mossette, con quella sua ipocrisia. In capo a due settimane, Aram ne era diventata la favorita ed era stata posta a capo dello staff. E, questo, Daneela non poteva sopportarlo! Aveva chiesto, aveva piatito un colloquio con il Supremo, alla fine Lui glielo aveva concesso. Daneela si era presentata con il suo abito più sexy, quello con la blusa scollata fino all’ombelico. Il Supremo aveva riso, di cuore e non certo per prenderla in giro, dopo che lei gli aveva esposto le sue ragioni. Per compiacerlo, si era fatta sodomizzare, esattamente come, si diceva, faceva sempre Aram. Però, lei, Daneela, più esperta, aveva dato maggiore soddisfazione al Supremo…e si era trovata a guidare la Guardia. Agli ordini di quell’antipatico di Palacio, quel frocio!.
Ma lei se l’era presa la sua vendetta, e le erano bastati meno di sei mesi. Aveva tessuto la sua trama, aveva brigato contro quella cana secca. Sì, era stata molto brava! Ed Aram era stata punita. Che soddisfazione, vedere il suo corpo mingherlino piegato sul trespolo. Cosa ci avrà mai trovato di bello, di eccitante in lei il Supremo? – si era chiesta Daneela- è di carnagione scura, sembra un maschio e non soltanto per i capelli tagliati corti, anche il seno pareva quello di un ragazzino, il ventre poi era già cascante, il culo non ne parliamo…e proprio su quelle due chiappette asfittiche le verghe dei mastigofori avevano fatto sentire tutto il loro peso. Le natiche di Aram erano state coperte di baci, baci brucianti! E poi, quando quella stava ancora piegata sul trespolo, quando ancora singhiozzava per il dolore, era intervenuta Daneela in persona. Le aveva infilato dentro, in quello stesso buio ricettacolo in cui il Supremo aveva tante volte trovato il suo piacere, la capsula. Con il dito guantato l’aveva spinta ben in profondità. L’involucro si era sciolto ben presto, con il calore del corpo, e l’intingolo di aceto e peperoncino si era disperso nel retto della maledetta. Come aveva urlato, come si era dimenata e Daneela era rimasta a sentire quelle urla, a veder agitarsi quel culo frustato finché Aram non era svenuta. Che goduria! Tanto che quella sera stessa, aveva fatto l’amore con Estella. Il Supremo era oltre l’Oceano, a guidare i destini dell’universo orbe, quella sera….
Un anno dopo, la ruota della fortuna aveva di nuovo girato. Non si erano permessi di fustigarla, questo no! Ma le parole di rimprovero del Supremo avevano fatto male a Daneela, più male di trenta frustate. Eppure, considerò rimirandosi allo specchio, il suo corpo era ancora desiderabile; la sua intelligenza poi sfavillante, la sua devozione assoluta! Ma quei buffoni di cui il Supremo si era circondato, l’avevano messa in cattiva luce con Lui: andavano dicendo che la tremenda batosta di Meelan era stata colpa di Daneela, che lei aveva calcolato male le potenzialità dei nemici, che era stata troppo irruenta nel voler sferrare l’attacco decisivo, sottovalutando la forza dei bastardi! A nulla era valsa la sua difesa, lucida e logica come sempre, appassionata: era stata degradata!
A fare la segretaria! Sia pure dell’uomo più ascoltato dal Supremo, del teorico del regime. Un mostro, un mostro in tutti i sensi. Un ammasso di lardo, gelatina tremolante al posto dei muscoli, ed un pervertito. Uno perfettamente casto! Uno che non se la faceva né con le femmine né con i maschi. Già quando Daneela era nello staff, si pensava che Julio fosse un castrato, oppure che dovesse avere qualche strana malattia. Non era possibile, si diceva a mezza voce, che non fosse mai stato visto in compagnia di una donna, non era possibile che nessuno sapesse di sue avventure sentimentali, né ne aveva mai sentito parlare. Conchita la sua vecchia- in tutti i sensi- segretaria non scuciva una parola. Quando si toccava la vita privata di Julio, lei diventava muta come un pesce; eppure passava 24 ore al giorno con l’Ippopotamo!
Adesso toccava a Daneela, stare insieme a quel mastodonte tutto il giorno, eseguire gli ordini che lui le dava. Appena era arrivata, lui le aveva detto- fino a che punto scherzando?, Daneela non si fidava benché le sue grasse guance mostrassero la parvenza di un sorriso- che l’avrebbe presa a sculacciate, se lei avesse sbagliato qualcosa. Sculacciare lei? Figuriamoci! Doveva ancora nascere l’uomo, o la donna, capace di sculacciarla!
Anche in pieno inverno, lassù nel profondo nord, il sole calcinava le pietre. Daneela aveva caldo, un caldo enorme. Sebbene fossero 35 giorni che stava su quella barena in mezzo al fiume (chissà perché, poi, lo chiamavano il Grande Fiume? Sembrava la pisciatina di un barboncino!), Daneela non si era ancora abituata. Stava distesa sulla sdraio, protetta dall’ombrellone, con soltanto gli slip addosso. L’Ippopotamo era andato in città, le aveva detto. Ecco, la città il suo ritmo frenetico, le sue strade caotiche, l’incontro palpabile con la gente, le vetrine, i negozi, i ristoranti di lusso, l’odore stesso dei gas di scarico: ecco, tutto questo mancava a Daneela! Anche se Ermelinda cucinava benissimo, anche se l’Ippopotamo non si faceva mancare niente, Daneela aveva nostalgia della vita a cui era abituata….
Benché pesasse un settimo di tonnellata, non aveva fatto alcun rumore o, almeno, Daneela non lo aveva sentito arrivare; aveva capito che adesso stava vicino a lei, soltanto perché aveva scorto la sua enorme ombra, sul pavimento bianco del terrazzo. Sembrava ancora più mastdontico con la canottiera blu ed i jeans: glieli cucivano apposta, non esisteva taglia commerciale in cui lui potesse entrare. Daneela neppure pensò a coprirsi il petto, né lui badò alla nudità di lei. L’espressione dell’Ippopotamo appariva preoccupata: gli avversari stavano piano piano recuperando terreno. Nessuna battaglia campale, niente di eclatante, ma un po’ per volta stavano avanzando. Bisognava fermarli, prima che diventassero forti: non avrebbero mai potuto vincere, è vero, ma avrebbero potuto dare fastidio. Parecchio fastidio. Perciò era necessario che qualcuno andasse in loco, a constatare di persona. Lui era troppo grasso (bontà sua, lo riconosceva!) perciò era necessario che ci andasse lei, l’unica che avesse sottomano. A Daneela non sfuggì il sottile disprezzo contenuto in queste parole, però la missione cadeva proprio a fagiuolo!. Lei si alzò rapida dalla sdraia. Julio le consegnò dei fogli e la salutò con un sorriso. Appena Daneela si fu allontanata dalla sua vista, Julio mormorò: “Ti auguro di non sbagliare, questa volta”.
Fece tutto quello che le era possibile ed anche di più: ci mancò poco che indossasse la corrazza ed andasse personalmente ad affrontare i nemici, come era accaduto a Meelan, secoli prima. Aveva organizzato tutto alla perfezione, con pugno di ferro aveva ricompattato le truppe sfiduciate, aveva riportato la disciplina fra i ranghi.
I mastigofori avevano lavorato indefessi a punire gli indisciplinati, gli scansafatiche, perfino gli sfiduciati. Centinaia e centinaia di sederi erano stati battuti con le verghe, finanche il colonnello Li-Taise, una che era stata nelle grazie del Supremo. Daneela non poteva aver più contatti con Lui, le era stato proibito dagli odiosi avversari, perciò aveva telefonato a Julio.Dopo mezzora le era arrivato il cablo affermativo.
Non la poteva far frustare pubblicamente, questo era assodato, per una serie di motivi, ma una buona strigliata a quella nobile spocchiosa, beh, avrebbe fatto piacere anche al Supremo, che, infatti, ne voleva il filmato: l’avrebbe proiettato prima di coitare con la nuova favorita, una dai gusti particolari.
Il colonnelo Li-Taise aveva 50 anni suonati, e li dimostrava tutti, nonostante l’opera di chirurghi e di massaggiatrici. Non potevano farle questo!, aveva strillato, avrebbe parlato direttamente con il Supremo, era una contessa lei: aveva comandato il settore per anni. Pochi caduti, un paio di defezioni non contavano nulla! Non potevano farle questo! Si era ribellata, perfino un calcio negli stinchi ad un Guardiano, aveva resistito in tutti i modi…. L’avevano spogliata, legata sul tavolo e l’avevano frustata. Il suo culo si era arrossato, gonfiato, abbrunato. Strillava come se la stessero spellando viva, il che non era molto distante dalla realtà. Daneela aveva detto cinquanta e cinquanta furono! L’ex colonnello non strillava più, alla fine della punizione. Per completare il suo trionfo, Daneela aveva costretto Li-Taise ad inginocchiarglisi davanti e a baciarle la mano: di fronte ad un reparto della Guardia schierato. Tutti dovevano vedere come il nuovo Responsabile trattava gli incompetenti, qualunque fosse il ruolo che avevano ricoperto.
Per la cronaca, lontano da ogni sguardo indiscreto Li-Taise fu caricata su un camion ed avviata al Pozzo del Dolore: ci sarebbe rimasta un anno! Ed era il minimo che potesse capitare a quell’inetta, si compiacque Daneela scrivendo il rapporto a Julio l’Ippopotamo.
La situazione era tornata normale, lassù al Sud. Tutta la zona era pacificata, saldamente in mano loro: Daneela aveva fatto un ottimo lavoro….avrebbe dovuto riconoscerlo perfino l’Ippopotamo. Pregustando un incontro personale con il Supremo, il minimo dopo tutto ciò che aveva ottenuto, Daneela salì in macchina; la scorta dei motociclisti e dei blindati della Guardia le aprì la strada per farla arrivare rapida all’eliporto. Salire sul velivolo, le ricordava i bei tempi: quando c’era lei a capo dello staff. Con il cellulare avvertì Estella di tenersi pronta: stasera aveva voglia di scopare!
Ma, all’improvviso, il suo elicottero cambiò direzione: invece di dirigersi ad ovest, verso l’Isola, virò verso settentrione.
Il cellulare di Daneela squillò: Julio le chiedeva un colloquio, urgente. No, no per telefono non poteva parlare, lo spionaggio nemico era ancora efficiente, troppi pericoli di intercettazione.
Neppure due giorni di pioggia erano riusciti ad ingrossare il fiume. E faceva ancora più caldo sulla barena. Come resisteva l’Ippopotamo con giacca, camicia e farfallino? L’umidità si sarebbe potuta tagliare con il coltello. Se fosse stato per lei, Daneela si sarebbe subito messa in bikini… invece indossò un pijama-palace candido: ne esaltava la figura alta e formosa.
L’Ippopotamo sedeva alla sua scrivania, seduto su una delle tre uniche poltrone al mondo capaci di sostenere comodamente il suo peso. Le sorrise scoprendo i denti ma, notò preoccupata Daneela, gli occhietti cerulei affogati nel grasso rimanevano freddi. “Siediti” disse lui e la voce non esprimeva affatto cordialità. Daneela scostò la sedia e vi depose regalmente il proprio posteriore, indi accavallò le lunghe gambe, scrutando il sandalo dorato che aveva al piede.
Man mano che Julio andava avanti con il suo eloquio forbito e rotondo, Daneela sentiva il sudore freddo colarle giù per la schiena. L’Ippopotamo stava elencando tutti gli errori che lei avrebbe commesso, snocciolando tutte le accuse che i suoi avversari le muovevano. Stava già approntando l’apologia nella sua mente, quando a Daneela apparve chiaro il motivo per cui era stata spedita a Thaurian: Per levarsela di torno! Laggiù, in quella terra di confine perennemente in bilico, lei aveva badato a rinsaldare le fila, non aveva trovato il tempo per difendersi… mentre lei stava sputando l’anima, se la stavano inculando! Saltò su dalla sedia e si avventò contro l’Ippopotamo. Quando Ermelinda riuscì finalmente a calmarla, Daneela stringeva fra le dita diversi peli della barba dell’Ippopotamo e costui mostrava quattro bei graffi rossi sulla guancia destra.
All’aria aperta: che onore! Anche nel momento della caduta, lei si distingueva. Sei elementi della Guardia schierati. Il trespolo al centro del prato; ai suoi lati due mastigofori, dal torso nudo. Non riusciva a vedere bene, perché durante la colluttazione con Julio a Daneela era scivolate via le lenti a contatto, ma le sembrava che non avessero in mano le solite verghe, piuttosto sembravano … sì, erano proprio fruste! Un po’ defilato, l’Ippopotamo. Avevano dovuto accostare insieme due sedie per permettergli di appoggiarci scomodamente il suo enorme deretano: Daneela invocò che le zampe delle sedie si spezzassero sotto quel peso! Lei non indossava altro che gli scomodi zoccoli di plastica ai piedi. Era tutta nuda. Volgendo appena la testa, scrutò negli occhi i militari schierati: voleva cogliere lo sguardo d’ammirazione nei loro occhi, magari d’eccitazione. Colse soltanto tanta compassione.
Arrivò davanti al trespolo. E si stupì, per l’ennesima volta. Non era un trespolo normale: questo aveva come un’asse sporgente, orizzontale, protesa. Con terrore, Daneela capì che era uno di quei trespoli che si adoprano nei Pozzi del Dolore. Ogni fibra del suo corpo si ribellò: aveva paura, inutile nasconderlo. Tutte le sue certezze, tutto il suo orgoglio avrebbe ceduto, una volta distesa su quell’arnese di tortura. Si sentì mancare, fu un attimo. Non ebbe il coraggio, adesso, di guardare l’Ippopotamo: se la stava ridendo sotto i baffi….
Le cosce di Daneela arrivarono a contatto con la barra trasversale del trespolo; lei ebbe la sensazione di scappare, la forte mano di un mastigoforo le premette verso il basso la nuca. Daneela fu fatta distendere, captò immediatamente la puntura dei chiodi disposti sull’asse, chiodi più fitti nei due circoli in corrispondenza dei seni. Cercava perfino di non respirare, per non sentire le punture. Ma le cuspidi metalliche pizzicarono la pelle, quando le braccia di Daneela furono assicurate, da cinghie che le serravano i polsi, alla parte inferiore dell’asse; altre cinghie assicuravano le caviglie al cavalletto del trespolo. Le punte entrarono più in profondità allorchè un’altra cinghia le fu avvolta intorno alle reni, la fibbia stretta con forza: era già insopportabile così, figuriamoci con lo staffile. Lo seppe subito. Una staffilata di traverso sulle natiche, poste quasi ortogonali rispetto al busto. Un bruciore terrificante. Immediatamente ripetuto. Daneela urlò, più di tensione che di dolore vero e proprio. Ma il dolore arrivò, tremendo, osceno, insopportabile: sulla schiena, sulle cosce, sul culo. Mentre il petto e lo stomaco e il ventre erano devastati dalle spine di metallo. Daneela urlò, non trattenne la vescica: estrema umiliazione.
L’Ippopotamo alzò una mano: dodici staffilate andavano bene! La slegarono, Daneela era sicura che il suo corpo fosse tutto una piaga; riuscì appena a vedersi il ventre costellato da centinaia di puntini rossi.
Rasata a zero, come una criminale, lei che era stata carissima al cuore del Supremo. Quelle dita che frugavano dentro ogni pertugio del suo corpo, per l’ispezione, quella specie di sacco che avrebbe costituito il suo unico indumento per il prossimo anno calatole addosso, macchina del tatuaggio che le lasciava il segno indelebile sulla guancia…
Daneela piangeva mentre varcava la soglia del Pozzo del Dolore N°1.


