Cicero Pro Domo Sua

“…quando si preparavano a frustarci, ci facevano innanzi tutto togliere la camicia; dovevamo mettere le mani dietro la testa; le kapò ci battevano davanti, sul petto. Adopravano grossi bastoni, cui avevano avvolto del filo spinato stretto stretto….qualcuna di noi, debilitata dalla fame e dalla fatica, cadeva per terra o in ginocchio…continuavano a percuoterla e, spesso, spaccavano le ossa del busto…”
Il brano che precede non è frutto della mia fantasia; si trova negli atti del Processo di Norimberga. E’ la testimonianza reale di una donna polacca internata nel lager di Berger Belsen.
Il terribile strumento che la poverina descrive è diretto discendente della “verga pesante” di cui ho trattato in un paio di miei raccontini. Usata nelle carceri dell’Impero Germanico-Prussiano, la “verga pesante” era un bastone o una canna di bambù su cui era avvolta a spirale una stretta striscia di cuoio di spessore adeguato, in modo tale che gli orli della striscia di cuoio formassero dei piccoli “scalini” che quasi strappassero via la pelle con cui venivano a contatto. E, nella maggior parte dei casi, si trattava di pelle di natiche femminili. L’uso di questo strumento fu abolito, formalmente, con Decreto Imperiale del 26 settembre 1897, allorché furono proibite le punizioni corporali in tutto il territorio dell’Impero.

“…la rovesciarono sopra un sacco pieno di granaglie, una delle sue compagne si sedette a cavalluccio sopra la schiena, la faccia rivolta verso i piedi di M**** e le sollevò la gonna. La capo-reparto stringeva in mano la “Flusse” e la sculacciò sulle carni nude, incurante degli strilli e delle urla della poveretta. La sculacciò per più di mezz’ora…”
Così, un giornale di Speyer del 1913 descrive un fatto di cronaca avvenuto sulle sponde del Reno. Non si trattava di un fatto occasionale, detrminato da un motivo contingente, bensì di una forma di punizione molto in voga nelle fabbriche di allora. Oggi si prende un richiamo o una multa per un ritardo, ad esempio, a quei tempi si prendevano le sculacciate.

Maria aveva 22 anni, era molto bellina, benchè di corporatura minuta; dicevano che somigliava ad un’attrice, coi suoi capelli biondi e gli occhi azzurri. Stava tornando a casa dal negozio in cui lavorava, accelerando il passo perché si avvicinava l’ora del coprifuoco: era un pomeriggio del novembre 1943. All’improvviso sentì alle sue spalle il rombo dei motori dei camion, udì gli scarponi sbattere sul selciato, le urla in tedesco. Insieme a tante altre italiane, Maria fu vittima di un rastrellamento. Le portarono alla stazione, le caricarono dentro vagoni sigillati. Viaggiarono quattro giorni e tre notti, senza cibo né acqua, ammassate nei vagoni come sardine in scatola. Era difficile perfino stendersi sul pavimento, per quelle che si sentivano male. Due donne, piuttosto anziane e malandate, morirono nel vagone di Maria.
Maria fu mandata a lavorare in fabbrica, una fabbrica di munizioni nell’Alta Sassonia. Si diceva che soltanto le mani femminili avessero quella “grazia” (ironia del termine) capace di confezionare proiettili a regola d’arte. Avevano organizzato una festa di benvenuto, così le italiane avrebbero subito capito che cosa le aspettava. Le fecero spogliare tutte, completamente. Le infermiere fecero loro una puntura; usavano siringhe gigantesche e la puntura faceva molto male: serviva ad impedire che a quelle prigioniere venisse il ciclo mensile. Poi le fecero mettere in fila e ne scelsero sei: Maria era fra queste. Furono costrette a distendersi su delle panche; le mani ed i piedi avvinti da chiavistelli di ferro. Poi le capo-reparto si posero accanto alle panche su cui stavano distese le sei donne; le tedesche si sfilarono dalla cintola le pesanti cinture di cuoio, dalla fibbia metallica quadrata con la svastica a rilievo. Usarono proprio la cintura dalla parte della fibbia: cinquanta frustate sul culo per ciascuna. E più frustavano, più ridevano le capo-reparto. Le altre italiane, in fila, furono costrette ad assistere al supplizio. Una capo-reparto, in un italiano rude e stentato, gridò loro che questa era la sorte che le aspettava se avessero commesso qualche sbaglio! Maria venne sculacciata altre cinque volte, dopo questa. L’ultima volta perché aveva risposto male ad una capo-reparto che, sfortunatamente, conosceva l’italiano. Ricevette settanta frustate sul posteriore. Siccome stava male, dopo, le diedero mezza pasticca di aspirina come unica cura. Maria fu liberata dalle truppe sovietiche il 21 marzo 1945 e tornò in Italia sei mesi dopo. Maria era la sorella di mio padre.

Basta leggere il “David Copperfield” o l’ “Oliver Twist” di Dickens per rendersi conto di quali fossero i metodi di educazione nell’ Inghilterra ottocentesca. Vergate sulle natiche con il classico Cane o con le cinghie di cuoio cosparse di calce, limatura di ferro e frammenti di vetro. Anche su bambini di soli sei anni.
Nel civilissimo regno della regina Victoria, nelle scuole, le punizioni corporali erano addirittura consigliate, verso gli alunni maschi e femmine, anzi più severe erano queste punizioni, migliore si considerava la loro resa pedagogica. Ma anche nelle carceri, nelle colonie, nei luoghi di lavoro la fustigazione era spesso somministrata. Nel 1895, Oscar Finngal O’Flahertie Wills, più famoso come Oscar Wilde, fu condannato a due anni di carcere. Come tutti coloro condannati per omosessualità, ricevette dodici nerbate sul sedere nudo, appena entrato in carcere. La triste esperienza della reclusione gli ispirò il suo capolavoro “Ballade of Reading Gaol”.

Durante il “siécle” dei lumi, François M. Arouet, detto Voltaire, tuonava giustamente contro la pedagogia usata nei collegi retti da religiosi cattolici dove “…con lo staffile si squarciano le carni dei poveri ragazzi…”.
Ma un suo illustre collega, uomo di cultura e di idee aperte, non esitò a spedire la propria figlia in un collegio di suore. La fanciulla aveva 16 anni. Ed in una lettera al padre descrive la punizione di una sua compagna, rea di aver sussurrato qualcosa ad un’amica seduta accanto a lei durante la meditazione in cappella. La colpevole venne messa in ginocchio sopra una sedia, le fu denudato il posteriore e fu battuto con una sferza di rami spinosi. 40 colpi, il doppio dei versetti del “Miserere” che le compagne, costrette ad assistere alla punizione, dovettero recitare a voce alta. La pubblicazione di tale lettera, e del suo contenuto, provocò un’inchiesta da parte dello stesso papa Benedetto XIV.

A metà dello stesso secolo, fu pubblicato a stampa a La Habana un “Manuale per fustigare le schiave”. Si trattava, ovviamente, delle schiave africane, o di seconda generazione, impiegate nei campi di canna da zucchero. Schiave “…che Dio ha voluto dotare di un grande posteriore affinché esso possa esser battuto agevolmente …e con soddisfazione dal padrone…”. E fu un coltivatore francese della Martinica, qualche anno più tardi, ad inventare un attrezzo per punire le schiave; attrezzo molto temuto perché dolorosissimo. Era la “claquette percéet” (secondo la grafia del francese antico), che con qualche appropriata modifica, fu adottato anche nel sud degli USA. Si trattava, in pratica, di una larga striscia di spesso cuoio cui erano stati fatti fori passanti di diemsione e di posizione irregolari.
“…la schiava, nuda, è legata per i piedi….consiglio un bastone alle caviglie che gli ( N.d.A.=sic!) tenga le gambe ben aperte…la si issa, in modo che la parte da colpire sia ad altezza adatta…bisogna però fare attenzione che la sua testa sia sollevata dal suolo e che ella non possa muovere troppo le mani e le braccia… dipende dalla superfice da colpire, quanto sia vasta, quanto sia polposa, quanto sia prominente…ma sarebbe opportuno impugnare sempre la claquette a due mani. Con una torsione del busto, si fa partire il colpo…ah, meglio imbavagliarla prima, ché i suoi strilli potrebbero distogliere da quella giusta severità necessaria…bastano pochi colpi ben dati per scorticare tutto il deretano… quando il sangue comincia ad uscire troppo, è conveniente fermarsi…”
Sembra la descrizione di una ricetta di cucina, ma, purtroppo, di simili consigli è pieno tale Manuale, che ebbe parecchie edizioni e fu tradotto in più lingue.

Negli anni di fine ‘800, immediatamente precedenti la rivolta dei Boxers, in Cina una gentildonna inglese ci ha lasciato vivaci descrizioni dei metodi punitivi usati nella corte imperiale. Tralascio quelli per i maschietti, ma accenno che uno dei più frequenti fu poi descritto da Ian Fleming in “Casinò Royal”.

“…uscita dal bagno caldo, la pelle ancora stillante e leggermente rosata….rimane in piedi, dietro di lei il punitore si avvicina alla distanza giusta…in mano ha una flessibile canna di bambù…pochi passi di slancio e la canna va a colpire il basso delle natiche…la fanciulla emette un gridolino…la madre la guarda severa: ciò le costerà un’appendice di punizione…la canna fischia veloce…sono venti, trenta, quaranta le frustate che le sue (N.d.A. = della ragazza punita) parti intime ricevono, fino a quando diventano colore della porpora….”

Tutto questo, assai prima delle invenzioni letterarie di un Mirabeau!

Sempre da “Twentyseven Years in China. Memoirs of a english Woman…” (London 1903, rist. ibidem 1937 in versione integrale), traggo la descrizione di un attrezzo per sculacciare tipico di una certa mentalità che ha fatto dei cinesi, secondo la credenza popolare, i “maestri” nella crudeltà della tortura.

E’ una corda di peli di cammello intrecciati, lunga all’incirca 90 cm. viene lasciata in salamoia per un paio di giorni e poi immersa nel catrame liquido, onde se ne impregni ben ben. Fatta asciugare, la corda è assai rigida ma, al tempo stesso, flessibile. La colpevole, quasi sempre una prostituta, è legata ad una scala; questa è leggemente arcuata in modo che il deretano della donna sporga all’indietro. Se maneggiata bene, la frusta di cammello stacca pezzi di carne dalle natiche ad ogni colpo.
Ah, dimenticavo di aggiungere una cosa (e si tappino le orecchie – nel caso NON leggano oltre- le persone sensibili).
Al termine della tortura, la poveretta, se era ancora viva, veniva “infibulata”; ma non secondo il brutale metodo usato, ad esempio, nell’Africa occidentale. Anche in questo caso, la “creatività” cinese dava il meglio di sé. Con un ago ricurvo e filo robusto, le grandi labbra erano cucite fra loro a punti fitti, lasciando solamente lo spazio per il meato urinario.

Gli esempi potrebbero continuare ad libitum.
Come i gentili lettori avranno potuto notare, non ho fatto ricorso alla letteratura specificatamente algolagnica (piuttosto “main stream” con scene di spanking), ché questa letteratura è opera di fantasia. La quale letteratura è amplissima nel tempo e nello spazio, dai “Mimiambi” di Eroda alle “Metamorfosi” di Apuleio agli stessi raccontini che leggiamo ogni giorno su siti web specializzati o meno.

Qualcuno fra di voi ha considerato “poco erotici” i miei raccontini. E, forse, dal suo punto di vista, ha ragione.
Il sado/masochismo è fenomeno non ancora completamente ed esaurientemente esplorato della psiche umana. Il conflitto eros/thanatos, ben noto fin dagli albori della civiltà occidentale, trasformato e modificato nella dicotomia sfumata e labile: sofferenza uguale piacere. Esistono ponderosi trattati sull’argomento. Però, sono io, adesso, a porre un quesito ai gentili e pazienti lettori che hanno avuto la bontà di seguirmi fin ora.
NON VI SEMBRA CHE TALVOLTA LA REALTA’ SUPERI L’IMMAGINAZIONE?

Bob Knees

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15 commenti a “Cicero Pro Domo Sua”

  1. Bonnie Cerise dice:

    Non è certo una novità che la realtà, spesso, superi l’immaginazione.
    Credo che nessuno metta in dubbio la verosimiglianza dei tuoi racconti, ma credo tu possa facilmente comprendere come i gusti e le fantasie di ognuno siano differenti dalle altre.
    Personalmente, se posso trovare eccitante il racconto di una ragazzina frustata dal papà, non troverò sicuramente altrettanto eccitante un articolo di cronaca che parli di maltrattamenti familiari. Così come mi diletto a leggere thriller, gialli o libri pulp, ma sicuramente non mi diverto di fronte al Tg delle 20.
    Certe pratiche, per quanto mi riguarda, sono eccitanti solo fintanto che esistono nell’ambito dell’immaginazione, della letteratura o, comunque, del gioco consensuale. Fuori da questo contesto le trovo brutali e disturbanti.
    Questo per quanto riguarda me. E credo dipenda dalla sensibilità di ciascuno. Lo trovi ipocrita? Io credo sia il confine tra la sanità mentale e la pazzia.
    Credo che per diversi lettori i tuoi racconti siano ‘poco erotici’ in quanto vanno a guastare il gioco, aprendo una finestra sulla (dura, crudele, disgustosa) realtà, là dove ognuno culla le proprie fantasie.
    Leggere la descrizione documentata delle barbare punizioni inflitte alle prigioniere dei campi nazisti, non farà altro che disgustarmi, turbarmi e farmi sentire a disagio per aver a mia volta fantasticato su simili punizioni. Il fatto che simili descrizioni vengano inserite su un blog erotico poi, non fa che peggiorare le cose, come a dire: ‘tu che ti ecciti per fruste e torture, trovi eccitante anche questo?’.
    No, io questo non lo trovo eccitante. E trovo irrispettoso parlarne qui.
    Insomma, qui discutiamo di orgasmi, non di trattati di storia.
    Ognuno ha diritto di viverseli come crede, con le fantasie che crede: di cronaca, di storia, di realtà, è bene parlarne in contesti più consoni.

  2. Nadine dice:

    E una guerra persa in partenza bonnie gli si e detto tutti ma lui continua imperterito

  3. geronimo dice:

    l’articolo di Bob knees è interessantissimo dal punto di vista storico e offre diversi spunti di riflessione sia sociologica che filosofica ma è altrettanto vero,come sostiene Bonnie, Cerise che questo blog non è il contesto più appropriato per parlarne. Personalmente, al di là del mio giudizio morale e ideologico totalmente negativo sul nazzismo e le sue manifestazioni nonchè sullo schiavismo (che potrebbe magari irritare qualche convinto nazzista o razzista frequentatore del blog), non mi sento turbato più di tanto. La cosa che invece mi disgusta in assoluto e pregherei qualsiasi autore di astenersi dal farne oggetto di narrazione in futuro, è la descrizione di punizioni crudeli ed efferate nei confronti di bambini. Mi fa incazzare oltre che non eccitarmi per niente, ovviamente.

  4. lupobrigante dice:

    premetto che i gusti sono gusti, personalmente questo racconto non rappresenta i miei; per quanto ben scritto e ben documentato lo trovo fuori luogo in un blog erotico. Certe pratiche non le trovo eccitanti, come magari non trovo eccitanti alcune situazioni descritte da De Sade.
    Per il resto quoto Geronimo.

  5. geronimo dice:

    Più che un articolo è in effetti un breve saggio o meglio ancora una raccolta di aneddoti scabrosi con buttato là qualche spunto di riflessione e/o di provocazione. Sembra un articolo da periodico di storia.Ce ne sono diversi in giro li leggo spesso e lo stile di quest’ultimo lavoro di Bob Kness li ricorda molto.Alcuni suoi racconti li trovo erotici altri no.
    I Miambi di Eroda?.Cosa sono? Chi è costui?

  6. Luca dice:

    infatti la colpa cara nadine è di chi pubblica i racconti!!, personalmente lo trovo vergognoso

  7. Nadine dice:

    Ma cmq io ringraZio bob per mettere la sua firma almeno so d nn leggere il racconto

  8. Luca dice:

    hahahaha bellissima questa nadine!!! non ti ricordavo così spiritosa….

  9. Mario dice:

    Ne approfitto per ringraziare,con ENORME ritardo, Simona della pubblicazione dei miei ricordi; pubblicazione anch’essa non facile e non “politically correct”! Ammiro comunque Bob Knees perchè è sempre ben documentato. Tuttavia non mi comporterei mai come gli schiavisti e nazisti descritti, anche con la sicurezza di farla franca. La violenza intesa in questo modo, riducendo tutti e tutte a cose, annienta le persone ed esclude quel rapporto sopraffazione/amore così evidente nel film “Il portiere di notte” di Liliana Cavani. Ciò detto, ho altrettanta avversione per i “giochini” erotici(???) tanto magnificati da alcuni!

  10. geronimo dice:

    Immagino tu ti riferisca anche a me, Mario.Bè “de gustibus” Ma che le due situazioni non possano essere messe sullo stesso piano, neanche per sbaglio, per me è un assioma indiscutibile.Poi tutto è relativo,ma francamente non ho nessun rispetto dell’opinione contraria.Se ti o vi và è così, altrimenti è così lo stesso.

  11. sofy dice:

    Non voglio ripetermi xkè sarei banale,ma quoto tutto cio che è stato detto. Il mio commento potrebbe essere identico a quello di Bonnie

  12. Master dice:

    Arrivo con enorme ritardo… ma meglio tardi che mai.
    Non posso che trovarmi concorde con quanto scritto sopra: un discorso è accennare all’eroticità dello spanking pensato dalla maggior parte dei frequentatori, è l’altra è la crudeltà gratuita che dovrebbe sotterrare l’uomo dal ribrezzo verso se stesso per aver ptuto solo immaginare punizioni di questo tipo (ho iniziato vagamente a leggere quella cinese e ho saltato tutto il capitolo e per questo ringrazio BK per l’avvertimento, avrei dovuto seguire il consiglio: ebbene si! Sono MOLTO sensibile)
    Tempo fa scrissi un racconto (la sauna) in cui denunciavo tutto ciò.
    Penso di essere io la persona a cui si riferisce BK sul fatto della poco eroticità dei suoi racconti. Effettivamente è vero, li trovo affascinanti per come delineano usi e costumi ma non li trovo per nulla appaganti dal punto di vista erotico.
    Mi spiace Bob.

  13. Dora dice:

    Vorrei dire a Bob, sia pure solo ora, che certe pratiche efferate erano lo specchio dei tempi. Tempi in cui le punizioni corporali erano ritenute necessarie in ogni ambito. Poi si sconfinava nella tortura o nella violenza gratuita, grazie anche a voglie di sopraffazione tout court. Io non vorrei passare per retrograda, ma sono una convinta assertrice delle punizioni corporali in ambito disciplinare. Penso che se si vuole vivere bene in questo mondo, rispettandoci gli uni e gli altri, sia assolutamente necessario essere disciplinati. Chi non si attiene alla disciplina è giusto che venga punito. Una bella serie di vergate sulle chiappe serve molto più di mille discorsi al riguardo. Da quando questi metodi non sono più in voga eccoci a fare i conti con un mondo pieno di irrispettosi screanzati. E’ questo che vogliamo? Io non lo credo. Ecco pertanto che ritengo necessario un ritorno ai cari vecchi metodi, non certo per soddisfare il sadismo di chi li applica, ma per il mantenimento di una disciplina che è necessaria per il bene di tutti. I bei discorsi sulla prevenzione, anche perchè le poche volte che vengono fatti sono fumosi assai, sono un fallimento. Bisogna fare un passo indietro, reintrodurre le punizioni corporali. Vedrete che il mondo migliorerà. Un’utopìa la mia? Può darsi. Ma la storia è ciclica….

  14. sofy dice:

    Immagino che dal momento che si tratterebbe di giusta disciplina non sia contemplata una dolce riappacificazione al termine della punizione?

  15. Dora dice:

    Cara Sofy, la disciplina è disciplina. Non confondiamo con sadismo, voglia di sopraffazione e quant’altro, oppure con un gioco erotico, una pura e semplice punizione disciplinare. Punizione che, una volta somministrata, riporta tutto a posto automaticamente.

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