Fessee 21

“Ho chiuso!” annunciò trionfante, dopo aver deposto le sue carte sul tappeto verde, scoperte. “Dai su, facciamo i conti!” spronò la donna seduta alla sua destra. Rapido calcolo con la matita copiativa dalla punta inumidita “Sono 2580 punti per te, seconda Arletty che si salva, terza io con 846 punti di differenza ed ultima Camille, a ben 1120 punti” disse la ragazza, dopo aver effettuato somme e sottrazioni.
“Beh, allora che aspettate? Pagate!” e Camille si alzò dal tavolo, fremente; con mossa assai rapida, raccolse le carte sparse sul tappeto verde e le rimise nella raffinata scatola di legno intagliato.
Accidenti alla sfortuna, accidenti alla canasta del mercoledì, accidenti a lei e a quando aveva accettato di giocare!, pensò una furibonda Margot.
Camille stava aspettando, ansiosa. Margot si alzò con lentezza, scostò la sedia all’indietro con il polpaccio, si sciolse la cintura dei larghi pantaloni bianchi e li tirò giù, contemporaneamente alle mutandine; indi, si piegò con il busto sullo stesso tavolino da gioco che aveva appena visto la sua sconfitta.
“ 846 punti corrispondono ad 8, se non sbaglio. Si era detto una ogni cento punti, arrotondati per difetto” Camille Devereaux non aveva neppure terminato di parlare che abbatté la claquette sulla natica sinistra di Margot.

Poveraccio! Chissà cosa l’aveva spinto a tanto? pensò l’agente Roettiers, depositando il foglio del cablogramma sulla scrivania, già ingombra di fogli. Il solerte agente ritenne che fosse il caso di avvertire al più presto il sindaco. Charles Patin era un concittadino, anche se aveva lasciato il paese da più di due anni; avevano ritrovato il suo corpo lassù, nelle acque limacciose del grande fiume; non c’erano dubbi che si fosse suicidato, almeno così diceva il cablo: caso chiuso.
L’agente Roettiers si commosse, pensando a come l’avrebbe presa la signorina Roxane: lei era l’unica, forse, ad aver voluto bene a Charles….

“Adopera questa!” disse Roxane. “No, signora! Sono appena due ore che vi ho fatto il servizio…quello mensile che vi ha ordinato il medico di città: siete troppo debilitata! E questa è grossa, questa fa male, tanto male!” protestò Amèlie.
“Adopera questa! – ripeté la donna- o sarò io ad adoprarla su di te, per la prima volta in vita mia!” Inghiottendo la saliva che non aveva nella bocca secca, Amèlie prese la cintura che la padrona le porgeva. Era una cinghia alta, pesante, i buchi circondati da borchie di ferro, assai rilevate e dall’aspetto cattivo; e non aveva fibbia. Ad Amèlie faceva una certa impressione perfino stringerla in mano. Pur se l’aria era fresca, Roxane si era denudata completamente, aveva appoggiato le mani aperte al muro, aveva allargato i piedi nudi sul pavimento in cotto, aveva rivolto la faccia verso la domestica per farle le ultime raccomandazioni “Colpisci forte! Me lo merito. Te lo devo, Charles!” aveva gridato al vento e di nuovo era tornata a fissare il muro.

“L’hai fatto apposta, a perdere così disastrosamente l’ultima mano?” chiese Camille, massaggiando il culetto della sua cameriera arrossato dalla claquette. Camille non rispose, sospirò voluttuosa. Con il loro movimento concentrico, le mani della padroncina lasciarono le chiappe di Camille, senza abbandonare la pelle e passarono sui fianchi e poi sul pube. Scesero in basso, molto in basso, sempre massaggiando. La domestica mugulò. D’eccitazione.

“Siete tutta rossa, padrona. Perdonatemi, ma non ce la faccio più: soffrite troppo!” Amèlie butto a terra la cintura. Roxane si staccò dal muro: aveva gli occhi grondanti lacrime e non certo per il dolore fisico, almeno non solo per quello. Si sedette sullo sgabello, il contatto con il legno arrecò ulteriore fastidio alla pelle escoriata. “Lo avevano castrato, capisci? I turchi lo avevano castrato, dopo che lui aveva cercato di salvare una povera ragazza da una pena atroce ed infamante; lo avevano castrato come si fa con i cavalli! Lui me lo ha raccontato e piangeva, piangeva…ed io non ho saputo aiutarlo…” le mani di Roxane sollevarono i propri grossi seni “Raccoglila e colpisci qui!” ordinò ad Amèlie.

Non poteva vivere senza di lui! Se ne era accorta. Subito. Lo aveva apostrofato con termini tremendi, che nemmeno lei credeva di conoscere, lo aveva cacciato via. Non si doveva più permettere, non avrebbe mai più dovuto osare… ma, sbollita la rabbia, Josephine aveva riflettuto: aveva lasciato da parte l’orgoglio ferito ed aveva dato ascolto al cuore. Ed erano parole che non le piacevano affatto, quelle del sentimento; non le piacevano, ma lei pianse lo stesso. Lo spettro della solitudine, lo spettro della vecchiaia le comparvero davanti: Georges se ne era andato, era sparito dalla sua vita, avrebbe avuto altre donne. Lei non l’avrebbe permesso! Josephine portò all’orecchio la cornetta del telefono e batté rapida sulla forcella dell’apparecchio appeso al muro.

Maledizione, proprio adesso deve squillare! George si staccò dal corpo sodo e profumato di Mària e si avviò, arrabbiato, all’apparecchio telefonico che non la smetteva di emettere il suo fastidioso trillo. Mària richiuse i bordi del grembiule sul petto, si rassettò i capelli, scosse un paio di volte la testa, si aggiustò le mutandine ben in vita e seguì il proprio datore di lavoro, nel corridoio.

Un altro e un altro e un altro! Madame Deveraux sprizzava rabbia da ogni poro: i capelli bianchi stavano diventando troppi e si notavano troppo! Doveva correre subito ai ripari. “Camiiiillleeee!” gridò a voce alta, la bella Edwige.
Arrivarono entrambe, entrambe rosse in volto e discinte nel corpo; la domestica aveva perfino dimenticato di allacciarsi completamente il grembiule nero, nella concitazione di correre dalla padrona: la cintura calata delle mutandine lasciava intravedere qualche pelo bruno. L’altra Camille, la figlia di madame, invece aveva avuto il buon gusto di mettersi addosso una vestaglia, ma i capezzoli sembravano voler traforare la stoffa. Edwige le guardò bieca: lo stavano facendo, un’altra volta. Della serva non le importava niente, ma della figlia sì. Doveva sposarsi, metter su famiglia. Non poteva seguitarsi a scopare tutte le ragazze del paese e, soprattutto, la cameriera personale. Va bene, ci avrebbe pensato dopo alle vicende di sua figlia, adesso era più urgente l’altra cosa: “Preparami la tintura, svelta!” ordinò madame.

“Ti credi che forse io non sappia che ti sbatti la governante? Credi che io sia sorda e cieca? E dire che sono stata proprio io a mandartela! Mi prenderei a schiaffi per averlo fatto…oddio, che ho detto!” Josephine era praticamente in ginocchio davanti al suo George. “Non fraintendermi – si affrettò ad aggiungere- non intendevo questo. Però, se vuoi, sono disposta a tutto”. Lui la sollevò con dolcezza, le stampò un bacio sulla fronte, piegando appena la testa “Hai perfettamente ragione – disse- meritiamo entrambi una sonora punizione!”.

Pierrette fissò un’ultima volta il viso dell’ostetrica; non poteva credere alle sue orecchie: era incinta! Il sorriso su quel faccione piatto le diede la conferma. Un bambino, un bambino di Marcel. Chissà come sarebbe stato contento lui, quando lei glielo avesse detto al suo rientro a casa, venerdì.

Roxane si guardò allo specchio: i seni erano pieni di lividi, eppure Amèlie gliene aveva date soltanto quattro, nemmeno troppo forte. Era là sopra che Charles aveva poggiato la testa l’ultima volta che lo aveva visto, era giusto così. Roxane si infilò la maglietta; lo struscio della lana lungo la pelle irritata della schiena, le diede fastidio; lei strinse i denti. Appoggiandosi con una mano al bordo del lavandino, sollevò da terra una gamba per infilarla nelle mutande, fece altrettanto con l’altra gamba. Aveva un po’ di fiatone: sono troppo grassa e troppo vecchia! Si calzò ben bene l’indumento intimo. Benché fosse cotone, la stoffa le fece male ugualmente nel suo cammino verso i fianchi: le natiche dovevano essere ben irritate, constatò. Dopo aver indossato la sottogonna e la gonna, Roxane fu costretta a sedersi per calzare le scarpe basse: eh sì, le chiappe erano proprio dolenti!

“Ahia! – strillò madame- stai attenta con quella spazzola. E’ la terza volta che mi tiri i capelli. Se lo fai un’altra volta, giuro che te la faccio assaggiare sul culo, questa maledetta spazzola!” Gli occhi di Camille brillarono: non alla prossima, neppure alla successiva, ma alla terza o quarta passata di spazzola, avrebbe fatto in modo di incappare in un bel groviglio di capelli.

IL PROSSIMO MESE IN EDICOLA UN ALTRO NUMERO DI CHRONIQUES DE LA FESSEE!

BK

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2 commenti a “Fessee 21”

  1. geronimo dice:

    Quante puntate sono previste? sembra una soap opera!

  2. Master dice:

    Non si capisce un tubo. Devo dire la verità però, che la prima parte relativa alla canasta mi ha intrigato un po’…

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