Fessee 23
“E’ una canna da cammelliere; me l’ha prestata la signora Brigitte, la moglie del farmacista. Fa assai male, dice: l’ha provata in qualche rara occasione. Sembra perfetta, per te!” Josephine non rinunciava mai a spiegare qualcosa: quindici anni d’insegnamento le aveva lasciato il segno addosso.
Mària guardò atterrita ed insieme attratta quella canna di durissima palma, lunga quasi la metà di quanto fosse alta la signorina che ora la stava impugnando. Mària non mosse un muscolo: da perfetta cameriera, aspettava gli ordini della padrona. E, da perfetta nobile, manteneva il sangue freddo: noblesse oblige!
“Devi essere completamente nuda, così come stavi nuda con lui. Ti pieghi in avanti, puoi appoggiare le mani e la testa sul puff, se vuoi stare più comoda – Josephine si concesse una risatina a quell’espressione che considerava spiritosa- e prepararti a soffrire, se vuoi seguitare a lavorare….”
Il corpo di Mària mostrava una certa pinguedine, poca cosa: un rotolino di grasso appena sotto l’ombelico, qualche protuberanza ai lati delle cosce, un filo di smagliature. Quanto facesse male la canna, lei lo sapeva già: un paio di volte, monsieur George aveva adoprato il proprio bastoncino da passeggio per sculacciarla. Aveva fatto piano, però un paio di urletti lei li aveva lanciati… e poi, si consolò Mària, la signorina Josephine era così minuta, così fragile, così piccola: non aveva di sicuro una gran forza, con quel fisico. Insomma, sarebbe stato sopportabile. Mària mise nella posizione indicatagli dalla signorina ma, prima, chiese il permesso di togliersi le scarpe (l’unico indumento che avesse addosso), aveva paura che il loro tacco, seppur basso, potesse alterare il proprio equilibrio: di tutto aveva bisogno, in quel momento, tranne che di prendere una storta alla caviglia.
“Occhio per occhio, dente per dente” la voce arrabbiata di Roxane quasi strideva. Non potevano farlo, non a lei! -si disse per l’ennesima volta Edwige Deveraux- lei era la donna più ricca del paese; sua madre li aveva sfamati tutti, durante la carestia dell’11, quando il grano bruciava prima di spuntare…Non potevano farle questo!!!!
Ed invece, lo fecero. Senza rimorsi e senza pietà. Le avevano messo un bavaglio, almeno quello di stoffa fine, perché non volevano che lei strillasse e gettasse nello scompiglio tutto il paese: sarebbe stata una cosa lunga. Lunga e dolorosa, per madame.
Margot ancora ricordava che cosa le aveva fatto la madre di quella donna, che adesso giaceva distesa sul tavolo, tutta nuda, con le gambe spalancate, le caviglie ben legate alle zampe di legno. Margot faceva la sarta, le forbici le sapeva usare. Tagliò rapidamente i folti peli del ventre di madame e poco importava se le due lame d’acciaio ne strapparono qualcuno. Roxane rimescolò la cera bianca nel vasetto, aiutandosi con uno straccio lo afferrò, alzandolo dalla fiamma su cui era stato fino ad allora e lentamente, con estrema lentezza, versò la cera bollente sul pube di madame: la tricotomia doveva esser perfetta, assolutamente perfetta! Il corpo di madame, ancora bello a dispetto dell’età avanzante, si arcuò come l’arco che sta sopra il portale della chiesa, il suo culo ricadde pesantemente sul piano di marmo del tavolino. Roxane contò mentalmente fino a cento; adesso la cera era ancora calda sì, ma maneggiabile: temperatura ideale per questa operazione. Ne afferrò il pezzetto, laddove aveva provveduto a posizionare quella linguetta di carta, nella parte più sensibile sotto le cosce e lo tirò verso l’alto, leggermente. Sì, veniva bene…Roxane strappò tirando verso di sé, in alto.
“Avrei voluto scrivere una bella frase sulle tue chiappe, ma non sono abbastanza abile con questo coso. Comunque, ti posso assicurare, sono ben incise: soltanto che le lettere sono rosse! Ih ih ih… Non ti ho mica ordinato di alzarti! Rimani giù così! Te lo devo spellare!” e Josephine fece, per la ventiseiesima volta, calare il frustino da cammelliere sulle natiche di Mària.
“Vedo che stai sudando – sembrava che Roxane stesse parlando del tempo meteorologico- pensa a quanto deve aver sudato la piccola Camille. Ecco, carina, a te!” e porse la pesante spazzola dai lunghi e fitti denti di acciaio nella mano protesa della “piccola” Camille. Madame Deveraux tornò ad arcuarsi. La spazzola, calata dalla cameriera di sua figlia, era arrivata a contatto con la sua cosina : i denti, sottili aghi, avevano lasciato la loro impronta, mille puntini sulla pelle glabra ed arrossata. “Dagliene esattamente il doppio di quante ne abbia date a te” insistette Roxane a Camille.
Madame riprese a sudare.
“Sessanta possono bastare, ti renderanno difficile sederti e sculettare, per un po’ di tempo. Alzati, che mi sono stancata. Mmmh, però non sei affatto male. Complimenti. Per avere quasi 40 anni, te li porti bene” La signorina Josephine era pure sarcastica, e stava appoggiata al frustino da cammelliere esattamente come Charlot stava appoggiato al proprio bastoncino, nel film che Mària aveva visto la domenica precedente, su in città. La donna russa sollevò il proprio corpo; aveva il desiderio fremente di massaggiarsi le natiche, ma non le avrebbe concesso questa soddisfazione mai: sapeva contenersi lei!
“Adesso, sistemiamo il posteriore! – Roxane sembrava divertita- con lei avevi usato la corda catramata; noi non siamo così raffinate, siamo molto più rustiche noi. Su le gambe!”. Margot e Camille avevano slegato le caviglie di madame Deveraux ma avevano seguitato a tenerle ben strette fra le braccia; adesso, sollevarono le gambe sempre più in alto, verso la testa della loro proprietaria, finché l’unico punto d’appoggio per lei sul tavolo, rimase la schiena. A madame si vedeva tutto, ma proprio tutto: le natiche e lo scuro foro centrale. La cinghia dalle pesanti borchie frustò l’aria ed arrivò al bersaglio. Margot e Camille faticarono non poco a trattenere le gambe di madame aperte e dritte. Lo schiocco si ripeté: un’altra chiazza rossa apparve sulla pelle nivea.
“Ti sei sgranchita? Adesso, rimettiti giù a quattro zampe. Come una cagna!” la punta del frustino ondeggiò minacciosa come un pendolo. Cagna a me? Ma chi si crede di essere, questa stronza? Queste cose Mària le pensò, ovviamente, in russo. Come statura e come peso, Mària era il doppio di Josephine, bastò un solo ceffone per mandare col sedere per terra quello scricciolo di ex insegnante. Troppo basita per reagire, l’ex insegnante si vide precipitare addosso quella montagna di carne nuda, si sentì rotolare come un giocattolino e si trovò con la guancia sul nudo pavimento, proprio accanto al frustino cadutole di mano e abbandonato. Tutto il peso di Mària le fu sopra, le grasse natiche gonfie poggiavano sulle scapole di Josephine, che faticava pure a respirare; la faccia della donnona russa rivolta verso i piedi della donnina sotto di lei. In un attimo, con malagrazia, Mària sollevò la gonna: apparve il sederino della sua ex padrona, coperto dalle coulottes. Non rimase coperto a lungo. Appena le mutandine furono calate, le mani di Mària cominciarono a battere quel tamburo di carne. Tutte le musiche della sua terra sconfinata contribuirono a comporre quella melodia.
“Oh, che strano: hanno portato pure un’altra che viene dallo stesso paesino. Ha tutta la schiena ustionata: dice che è caduta su un braciere acceso! Ci poteva stare attenta, visto che è pure incinta…il marito l’ha tirata subito su: un paio di medicazioni e la rispediamo a casa. Quanto a quell’altra, invece, è un’isterica: ha paura di tutto ed urla soltanto a vedere il camice bianco dell’infermiera…Una gran bella donna, per carità, ma deve avere qualche rotellina allentata…Ah, potresti aver ragione: potrebbe essere una porcona! Ci sono tante a cui piace farsi fare quelle cose…comunque, neppure lei è grave. Fra tre giorni, potrà esser dimessa. Ho sentito dire che in quel paesino, c’è un’infermiera, una ex infermiera, che è molto brava. Potrebbe esser lei a medicare la signora….” disse il medico del pronto soccorso al collega.
LA CONCLUSIONE NEL NUMERO VENTURO DI CHRONIQUES DE LA FESSEE
BK
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Tags: sculacciate
28 febbraio 2012 alle 17:13
NON posso che richiamare le vakutazioni già espresse per i precedenti capitoli