Fessee 22
“Mica sei stato molto delicato, ci sei andato forte!” constatò lei.
“Neppure tu ti sei risparmiata. Sembri piccola e fragile, ma ne hai di forza in quelle braccia” ammise lui.
“Quante me ne hai date?” chiese lei.
“Non lo so, non le ho contate. Pure tu, però, devi aver raggiunto il centinaio” commentò lui.
Stavano uno di fronte all’altra, distesi su un fianco per ovvi motivi, ed erano nudi. Lui allungò una mano dietro la nuca di lei e le spinse in avanti la testa, finché le loro labbra si toccarono. Si erano sculacciati di buona lena, reciprocamente. Per prima era toccato a Josephine: si era buttata bocconi sul letto. George l’aveva spogliata lentamente, proprio come piaceva tanto a lei; per ultime, erano state tolte le mutandine. Quando Josephine si era rialzata, George si era già calato tutto ed aveva sbottonato la camicia. Fu lui a distendersi sul letto e lei a metterglisi in piedi alle spalle, ed aveva alzato il braccio….
“Piccola vipera, vieni qui! Dammi la spazzola!” Madame spostò all’indietro il puff sul quale era seduta, senza nemmeno alzare il culo da esso. Camille eseguì prontamente: piazzò la propria testa proprio nel grembo della signora padrona, grembo a malapena coperto dal corto negligée. La ragazza spinse ben in alto il bacino; fu prodromo del piacere sentire le mani di madame sollevarle la gonna ed abbassarle le mutandine fini. Il dorso della spazzola era di peltro, intarsiato d’argento e, quindi, freddo. Diventò ben presto caldo, a seguito dei contatti, brevi ma frequenti, con la pelle serica. Frattanto, ben puntellando il busto con le braccia, Camille aveva afferrato il bordo delle mutande di madame con i denti e lo stava trascinando verso il basso; l’indumento non avrebbe percorso molta strada, data la posizione seduta della proprietaria, ma quel tanto che bastava a Camille: portare allo scoperto una porzione di carne e pelle; una porzione piccola, ma la più importante, forse, per certe femmine. E così fu. La spazzola colpiva sempre più veloce; la lingua di Camille si adeguava a quel ritmo, il corpo di madame si tendeva come un violino, tanto che le diventava difficoltoso maneggiare agevolmente la spazzola, sebbene, adesso, ne impugnasse il manico con sole due dita. Finalmente, Camille lo prese fra le labbra, piccolo bottoncino carneo, che si induriva sempre più. La rosea appendice orale lo circumnavigava, sfiorandone il perimetro. Camille ne appoggiò la base alla chiostra inferiore dei denti. E calò all’improvviso la mandibola.
“Come sarebbe a dire che non è tuo figlio? Io avuto rapporti soltanto con te, dopo che ti sei operato! Sì, è vero: ho fatto l’amore con Jean, te l’ho confessato e me lo hai fatto scontare a suon di cinghiate. Ma è acqua passata! Non lo vedo più, neanche gli parlo più! Devi credermi: quello che porto in grembo, è proprio tuo figlio! Quello che ti hanno detto i medici di allora? Possono essersi sbagliati, è passato tanto tempo! Si diceva in paese che l’asino del signor Moulin, dopo che glene avevano tolto uno, seguitava beatamente a spassaresela con le asine. Che???? Ripeti! Va bene: te la darò questa dimostrazione! Così avrai la certezza che sarà tuo figlio!” Pierrette abbassò il capo: era decisa a tutto, oramai. Anche a ….
Mària aveva gli occhi rossi e gonfi. Il signore l’aveva licenziata, così di colpo senza darle spiegazioni. Le aveva annunciato che lei non era più gradita, a casa sua. Tra otto giorni sarebbe potuta passare a prendere quello che le spettava! Pure la signorina Josephine le sembrava nervosa, quel pomeriggio. Eppure doveva dirglielo, sentiva il bisogno di esternare a qualcuno la propria delusione, la propria rabbia insino. Lei gli aveva dato tutto, nel vero senso della parola, e adesso lui le dava il benservito! “Signora, posso dirle una cosa?” chiese Mària, con grande rispetto, alla signorina Josephine.
“Si vede che nel gioco a tre, sono favorita. O più brava, chissà?- Arletty era trionfante- A proposito com’è che la tua Camille non ha potuto partecipare alla partita, oggi? … Spero si riprenda presto. Comunque, sei andata sotto di brutto!
Duemilanovecentoottantrè punti: sono quasi 3000. Siccome ho vinto io, arrotondiamo per eccesso. Sta bene anche a te, Margot? Bene! Camille, pancia sul tavolo!” Peccato che la claquette avesse un manico così corto che Arletty non poteva impugnarlo a due mani, ma anche con una mano sola sarebbe andato bene. Vibrò la prima sculacciata sul culo nudo ed esposto di Camille Deveraux.
La posizione era scomoda, ridicola ed anche infamante, per una dama del suo rango. D’accordo, ma mica poteva andare dal medico condotto: si trattava di cose troppo intime. Così si era decisa a recarsi da Roxane: quella curava tutti, come i missionari curavano i negri, qualunque malattia avessero. L’aveva fatta sedere sul piano di marmo del tavolo di cucina, mica su una comoda poltrona: sul tavolo di cucina! Le aveva fatto allargare le ginocchia ed aveva infilato la sua grossa testa sotto le gonne; con soddisfazione, Edwige Deveraux notò che pure Roxane aveva parecchi capelli bianchi. “Non è niente, appena un po’ arrossato: passerà con una leggera lavanda rinfrescante” sentenziò la ex infermiera tirando fuori la testa. Neppure le porse la mano per aiutarla a scendere, ma Edwige era ancora agile: fece un saltello e si rassettò l’elegante vestito. “Adesso passiamo alla cameriera di vostra figlia. Me l’avete portata apposta, no?” disse la donnona, stendendo un coperta di lana grigia sul piano del tavolo. “Signora Edwige, è meglio che voi non siate presente….” aggiunse, rigida ed autoritaria. Costretta ad uscire, mentre quella lì visitava la bastarda: che affronto! Tuttavia, madame Deveraux obbedì.
Lo dicevano tutti che la signorina Josephine ed il signor George erano legati da una liasion: era solare. Non è vero, non era la sua amante! Si, è vero qualche volta avevano fatto l’amore, ma rapidamente senza malizia. Lui insisteva tanto, era tanto triste. Lui faceva pena a Mària, era come se il suo bambino mai nato stesse chiedendole di succhiare il latte. E lei glielo aveva fatto succhiare. Mica solo il latte, in verità… No! Non poteva chiederle questo! Vero che lei aveva bisogno di lavorare, vero che, magari, aveva sbagliato ad assentire alle profferte, davvero insistenti, del signor George ma non poteva chiederle questo: ne andava della sua dignità. Era una contessa, in fin dei conti!! Mària fissò Josephine dritta negli occhi.
IL SEGUITO NEL NUMERO DI CHRONIQUES DE LA FESSEE IN EDICOLA DAL MESE VENTURO
BK
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Tags: sculacciate
25 febbraio 2012 alle 10:15
La scena della sculacciata con la spazzola con connilingus non è malaccio. Il resto è incomprensibile.
26 febbraio 2012 alle 20:08
Kaiser! Oggi non si è collegato nessuno!