Segaiolo lo ha trovato su internet e ha preteso che lo pubblicassi…ma io non lo se sul mio blog deve comandare Segaiolo adesso, anche se è l’utente che commenta e partecipa di più!

Ada, Adriana, Agata, Alice, Amelia, Anna… nomi all’apparenza
insignificanti, ma che servono a identificare le donne con cui ho
intrattenuto rapporti relativi al sesso nei trent’anni di permanenza in
questa città. L’intera lista ne comprende poco più di un migliaio, di
alcune mi è rimasto un flebile ricordo, di altre ho bene impresso nella
memoria i visi e i loro corpi, con parecchie ho mantenuto rapporti
amorosi fino a qualche tempo fa, quando sono stato costretto a
interrompere ogni tipo di relazione. Vi stupirò dicendovi in confidenza
che una particolare affinità accomuna tutte queste donne: la bruttezza
che caratterizza volti e corpi.

La parola “brutto” è un termine cui siamo soliti ricorrere per indicare
qualcosa di sgradevole alla vista, ma nel caso la locuzione sia rivolta ad
una donna allora assume un valore e un significato ancor più spregevole.
E’ mia opinione che la donna brutta e con qualche difetto fisico,
contrariamente a quanto si è portati a credere, è molto ricca di charme
e di pregi. Uno di questi è l’immediata disponibilità che ha nel consacrarsi
all’uomo che la circonda d’attenzioni.
Spesso mi è stato sufficiente gratificarle con uno sguardo compiacente, una
parola, un complimento, per ottenere ciò che da una donna bella non avrei
mai potuto ottenere, perché vanitose e troppo inclini ad ostentare la loro
bellezza.
La donna brutta, al contrario, è desiderosa di dare tutta se stessa ed è
paga quando viene gratifica con un complimento. Queste considerazioni
potrebbero apparire insufficienti a legittimare il grande numero di donne
brutte con cui ho intrecciato relazioni, ma vi posso assicurare che è la
sacrosanta verità.
Avvicinarle è stato relativamente facile, in questo sono stato facilitato
dalla attività di medico che m’impone di ascoltare, recepire e placare i
bisogni delle pazienti affidatemi dal Servizio Sanitario Nazionale.
Ho seguitato a fare l’amore due, tre volte, il giorno per molti anni, senza
mai stancarmi, chiavando, inculando e facendomi spompinare l’uccello da
donne diverse.
Esercitavo questo tipo di attività, complementare ai miei doveri di medico,
senza trascurare le patologie di cui erano affette le mie clienti,
prediligendo però curarle attraverso la conoscenza carnale dei corpi
piuttosto che fare ricorso alle cure tradizionali, somministrando la
migliore
delle medicine che avevo a disposizione: il mio sperma.
Gi incontri avvenivano di routine in ambulatorio, anche se preferivo andare
al loro domicilio, lì ero più libero d’agire senza il timore di essere
scoperto da chicchessia.

ANNA
Era una tipa mingherlina, all’apparenza gracile e disarmonica nelle forme
del corpo, ma non per questo insignificante. Lavorava come impiegata
in un ufficio notarile distante pochi isolati da Piazza Garibaldi. Una sera,
mentre ero intento a visitare una paziente in ambulatorio, fui raggiunto da
una sua telefonata.
Lamentava violenti dolori all’addome associati a nausea e vomito, terminate
le visite mi recai nella sua abitazione disposto a somministrarle la
medicina di cui aveva urgente bisogno, infatti, conversando con lei al
telefono pareva certa che sarei riuscito a lenire, in qualche modo, il
dolore
che accusava al basso ventre.
Abitava al quarto piano di un’elegante palazzina di Viale Campanini, uno
dei quartieri più signorili della città. Venne lei ad aprire l’uscio di
casa. Si
presentò con indosso una vestaglia di seta rosa semiaperta sul davanti che
lasciava intravedere la pelle nuda e un top di pizzo nero.
- Sto male, dottore – affermò, quando mi trovai in sua compagnia nella
stanza da letto.
- Si sdrai. Voglio dare un’occhiata all’addome.
In un battere d’occhio si liberò della vestaglia e del reggiseno restando
con le sole mutandine. Abituato com’ero ad avere a che fare con donne
di ogni genere la cosa non mi stupì, sapevo che ogni scusa era buona per
mettersi nude mentre le visitavo.
- Sente male? – dissi, tastandole il fegato sotto l’arcata costale di
destra.
- No dottore.
- E qui? – proseguii premendo le dita in corrispondenza della milza.
- No dottore sento male più giù.
- Ah!
Abbassò le mutandine facendole scivolare sulle ginocchia, poi con un gesto
del mento indicò i peli ricci che le sovrastavano il pube. Dubbioso sul da
farsi ripresi a esplorare con la mano l’addome con l’intenzione di portare
a termine la visita, ma fu lesta a deporre una mano sulla mia trascinandola
sulle labbra aperte della figa. La secrezione umorale m’impiastricciò le
dita e mi furono chiari i suoi propositi. Girai il capo in direzione dei
capezzoli turgidi e appuntiti che si ergevano sul petto della donna ed
evitai
accuratamente di guardarle il viso. La deontologia professionale avrebbe
dovuto impormi di allontanarmi da lì, senza farmi traviare dalle lusinghe
di quel corpo femminile, ma il cazzo prese a pulsarmi sotto i pantaloni e in
quel frangente non ebbi alcuna esitazione.
Poco importava se la donna che stava coricata davanti a me era brutta e un
poco puttana, ciò che la rendeva interessante ai miei occhi erano i modi con
cui mi stava seducendo. Le fu facile schiudermi la cerniera dei pantaloni,
impadronirsi dell’uccello e stringerlo fra le labbra senza che opponessi
alcuna resistenza.
Mentre mi spompinava mi fu chiaro qual’era il medicamento di cui aveva
bisogno per lenire i dolori di pancia, poco dopo gliene schizzai in bocca
una grande quantità.

BERTA
Casalinga, sposata senza prole, trascorreva gran parte della giornata
indaffarata nel fare compere nei negozi del centro, oppure girando per i
supermercati e nei mercatini rionali. Una volta il mese era solita
presentarsi
in ambulatorio desiderosa di sottoporsi ad una visita alle mammelle.
Ossessionata dall’idea d’essere vittima predestinata di un tumore al seno,
cominciò, poco più che trentenne, a sottoporsi alla palpazione delle
mammelle.
Meditandoci sopra, a distanza di anni, mi sorge il dubbio che si trattò di
una messinscena utile per raggiungere lo scopo che si era prefissa.
Le mammelle erano l’unica parte del suo corpo degna di attenzione, di
forma simmetrica e per niente pendule, le esibiva come si trattasse di un
prezioso
ornamento. Nell’incavo che separava le due curvature ho provveduto, in più
di un’occasione, a introdurre l’uccello e godere dello sfregamento della mia
carne sulla sua. Ero solito fare scorrere il cazzo inumidendolo con la
saliva che lei sputava, copiosa, nell’avvallamento fra i seni: a me non
restava
altro che riempirle la bocca di sperma.
Ingoiare il seme era tutto ciò che desiderava, infatti, in tanti anni non
sono mai riuscito a penetrarla, né nella figa, né nel culo, nonostante le
mie
insistenze.

CLAUDIA
Adorava i clisteri, ma soprattutto le piaceva prenderlo in culo. Conservava
l’addome perennemente gonfio compiacendosi quando poteva lasciarsi sfuggire
qualche odoroso peto. L’unico rimedio che avevo a disposizione per
restituirle la salute, e di sicuro effetto, era di penetrarla
indifferentemente
nel culo o nella figa. Prima però provvedevo a farle confluire almeno due
litri di acqua tiepida, mista a sapone di Marsiglia, nel suo bel culetto.
Il culo, all’opposto del viso, era davvero un bisou. Deteneva una forma a
mandolino e tutto il fondo schiena era spudoratamente sublime e gradevole
da vedere. Adoravo stringerle i fianchi con le mani mentre l’inculavo o le
ficcavo, alternativamente, il cazzo nella passera. E’ davvero un peccato che
abbia sposato un pompiere. Da allora, infatti, non è più venuta in
ambulatorio, a volte mi perdo a pensare cosa le avrà propinato nel culo
quel dannato vigile del fuoco.

DORIANA
Era scianca, la poliomielite l’aveva resa handicappata fin da bambina e
questo la condizionava nei movimenti. Bella di viso era solita spostarsi da
un posto all’altro aiutandosi con le grucce, guidava l’automobile e di
mestiere
faceva la pubblicista. Capitava in ambulatorio verso l’ora di chiusura.
Silenziosa
e riservata se ne stava seduta in anticamera a leggere un libro nell’attesa
che la visitassi.
Mi ha sedotto con le labbra. Le più belle succhiate di cazzo me le ha fatte
lei, ho ancora scolpito nella mente le innumerevoli volte che le mie gambe
hanno tremato davanti alla sua bocca mentre le sborravo fra le labbra,
nessuna
donna è mai riuscita farmi godere quanto lei. Forse non ci crederete, ma
penso che il merito sia da attribuire alle ridottissime dimensioni della
bocca,
così minuscola da avvolgere a fatica il mio cazzo!

ELEONORA
- Dottore faccio bene a mettere il piercing nella passera?
Eleonora pronunciò questa frase il giorno che si presentò per la prima volta
in ambulatorio. Poco più che vent’enne, pelle e ossa, aveva una gran voglia
di mostrarmi la figa. Senza che glielo chiedessi si liberò delle mutandine e
andò a coricarsi sul lettino dell’ambulatorio, divaricò le gambe e mostrò il
fiore che teneva fra le cosce. Le labbra della fica erano esuberanti e bene
si prestavano ad accogliere il piercing. Fu lei a guidare la mia mano sul
clitoride inducendomi a toccarlo. Strinsi fra le dita il piccolo corpo
erettile e
mi ritrovai a masturbarla, lo stesso accadde in numerose altre occasioni.
Dopo quella volta continuò a presentarsi in ambulatorio e rivolgendosi a me
pronunciava la stessa frase:
- Dottore faccio bene a mettere il piercing nella passera?
Non diedi mai una risposta alla sua domanda, provvedevo a masturbarla
rimandando la decisione del piercing alla visita successiva. Col tempo prese
confidenza e iniziò a masturbarmi pure lei, ma non accettò mai di farsi
penetrare, poi il piercing passò di moda e non la vidi più.

FRANCA
La contessa Filberti, presidentessa della associazione “Amici dei gatti
randagi”, abitava a pochi isolati dal mio ambulatorio. Una sera si presentò
nel mio studio con in braccio uno dei suoi graziosi felini.
- Mi aiuti dottore. Lucio ha una zampa spezzata.
- Mi spiace, ma non faccio il veterinario.
- Sì lo so, ma lei ne capisce più di me. E poi gliene sarò eternamente
grata.
A una donna ricca e vedova non potevo opporre un rifiuto. Il gatto per
fortuna non aveva nessuna frattura, il dolore di cui pativa era causato da
una scheggia di legno conficcata nella zampa. Fu sufficiente toglierla con
uno
specillo e una pinza chirurgica e dopo alcuni giorni l’arto riprese la sua
normale motilità.
La contessa Filiberti, riconoscente, m’invitò a cena a casa sua, distinta e
raffinata anche se brutta come una strega mi fece conoscere la camera che
aveva appositamente adibito a stanza delle torture.
Le piaceva essere seviziata. L’armadio di rovere, posto a lato del letto
nella camera, conteneva vari tipi di staffile e scudisci e persino verghe.
Godeva nell’essere flagellata e fustigata, vedendola con in braccio uno di
quei piccoli gatti, nessuno avrebbe pensato a lei come una donna dedita a
ogni genere di perversione. Quella sera ebbe un liberatorio orgasmo sotto
l’effetto delle sculacciate che le diedi col palmo di una mano, poi la
picchiai con uno scudiscio fino a farle sanguinare le natiche, dopodiché la
inculai.

GIOVANNA
Di professione macellaia, adorava essere chiavata nei giorni del mestruo.
Una volta al mese veniva a trovarmi in ambulatorio, si accomodava in sala
d’aspetto e aspettava che la ricevessi. Appresso portava in dono un
involucro con del filetto di manzo, era un modo tutto suo per esprimere la
riconoscenza che aveva nei miei riguardi per le attenzioni di cui la facevo
partecipe.
Pesava all’incirca centocinquanta chili e li dimostrava tutti, nonostante
distribuisse la massa di grasso su uno scheletro molto alto. Le gote vispe,
di colore rosato, contribuivano a darle una aspetto gioioso e rasserenante.
Fra le tutte le amanti era l’unica a chiedermi di essere chiavata
esclusivamente in quei giorni, le altre si vergognavano a farlo, lei no.
Anzi non vedeva l’ora di essere penetrata!
Abbiamo continuato per anni ad incontrarci, interrompendo la relazione nei
periodi di gestazione dei tre figli, di cui, per ovvi motivi, non potevo
essere il padre, poi una menopausa precoce, sopravvenuta quando aveva poco
meno di quarant’anni, giunse a interrompere il nostro rapporto.

ILARIA
La conosco da una vita, da ragazza era solita venire in ambulatorio
accompagnata dalla madre. Timida e riservata, era affetta da una grave
malattia della pelle caratterizzata da comedoni e profonde pustole che le
deturpavano il viso, nessun dermatologo era riuscito a debellarla. L’ho
vista crescere e diventare donna angosciata per questo tipo di affezione
cutanea.
Il giorno che andò a discutere la tesi, laureandosi in Economia e Commercio
con 110 e lode, si presentò in ambulatorio da sola, senza madre.
Contrariamente alle sue abitudini non chiese la ricetta che le dava diritto
a ritirare gratuitamente, in farmacia, una pomata antibiotica che le
prescrivevo nei periodi in cui aveva una recrudescenza della malattia. Quel
giorno non ebbe alcun imbarazzo nel chiedermi se lo sperma poteva servire ad
eliminare i piccoli crateri che le deturpavano il viso. Rimasi sorpreso da
quella domanda, ormai non potevo più considerarla una bimba indifesa e
ingenua e mentii dicendole di sì.
Il trattamento si trascinò per alcuni mesi e durò parecchie sedute. In
quelle occasioni provvedeva lei stessa a masturbarmi depositando sulla
cute il prezioso impiastro, ma senza ottenere apprezzabili risultati.
L’epidermide rimase qual’era prima della cura, tant’è che un bel giorno
interruppe le sedute e per molto tempo non la rividi più.
Qualche anno più tardi l’incontrai per strada, spingeva una carrozzella ed
era in compagnia di un uomo. I due confabulavano e ridevano, forse felici:
il viso era rimasto il medesimo.

LINA e MICHELA
Fare l’amore con due gemelle, ammucchiati nello stesso letto, deve essere
un’esperienza capitata a pochi uomini, a me è successo di farlo in più di
una occasione con Lina e Michela. La prima volta fu quando m’invitarono
a casa loro per partecipare a una festa di compleanno di cui mi trovai ad
essere l’unico invitato.
Ormai avevo preso l’abitudine di fare sesso unicamente donne brutte, così
quando ricevetti l’invito mi sembrò di toccare il cielo con un dito, stare
in compagnia di due donne brutte e malfatte, identiche una all’altra, era
quanto di meglio mi potesse capitare.
Mi presentai a casa loro con la voglia di chiavarle entrambi. Il passaggio
dal salotto, dove festeggiammo il compleanno, al letto fu breve.
Continuai per diversi anni a frequentarle, andavo a farle visita almeno una
volta la settimana, lo facevo di sera, terminate le visite in ambulatorio.
Cenavo con loro, guardavamo un po’ di tivù, poi tutti e tre andavamo a
dormire nel letto di una delle due.
Trascorrevamo la maggior parte delle notti a fare sesso fino all’alba senza
un attimo di tregua. A distanza di tempo posso confessare di non essere mai
riuscito a distinguerle bene una dall’altra, specie a letto. I loro corpi
erano identici come due gocce d’acqua, come i modi di fare l’amore.
Adoravo masturbarmi quando decidevano di fare sesso fra loro due
escludendomi dal gioco, osservarle mentre si toccavano era quanto di meglio
poteva capitarmi di vedere.
La deontologia medica, di cui spesso menavo gran vanto, avrebbe dovuto
impormi di biasimare quel tipo d’incesto, ma in quei momenti non mi sentivo
affatto di condannarle e nemmeno colpevole di guardarle. Anzi!
Godevo come un riccio mentre si adoperavano con la lingua nel penetrarsi in
ogni anfratto dei corpi.

NUCCIA
E’ una donna bassa e tarchiata, con sovrabbondanza di grassi nel tessuto
cutaneo, gestisce una lavanderia a secco con annessa stireria portando
avanti la ditta senza l’aiuto di nessuna lavorante arrangiandosi da sé.
Il negozio è ubicato all’inizio di Via Bergonzani, lì fino a qualche giorno
fa ero solito recarmi ogni fine settimana portandole a lavare pantaloni e
stirare camice.
Ogni volta che le allungavo la roba da lavare si premurava di svolgere con
cura i panni sporchi ispezionandoli attentamente uno per volta, divorando
con gli occhi la patta delle braghe, probabilmente interessata alle tracce
di sperma che senza alcun riguardo lasciavo di continuo sul tessuto. Ero
certo che si eccitava nello strofinare quelle macchie. Più tardi, infatti,
mi confessò che prima di metterle dentro il cestello della lavatrice si
dilettava nel leccarle assaporando i residui sapori di sperma impressi sulla
stoffa.
Ero solito chiavarla stando ritto in piedi, tenendola sollevata con la forza
delle braccia, puntellandomi con la schiena alla lavatrice industriale che
faceva bella mostra di sé in negozio.
Facevamo l’amore nascosti dietro la lavatrice, mentre la macchina provvedeva
alla lavatura dei panni. Entrambi ambivamo a raggiungere l’orgasmo nel
momento in cui la lavatrice sarebbe andata in centrifuga e il più delle
volte ci riuscivamo.

ORIETTA
Cantante lirica di professione è una mezzosoprano dotata di grande intensità
vocale, ha calcato i palcoscenici dei più importanti teatri lirici, ma nel
condominio in cui abita è famosa più per le grida che le fuoriescono dalla
gola quando ha un orgasmo piuttosto che per gli acuti che emette quando si
esibisce nei teatri lirici.
Allarmata da una lieve infiammazione della mucosa del laringe, probabilmente
causata dal freddo, si presentò preoccupata nel mio ambulatorio. Si trattava
di una banale affezione, causata dal clima umido e dalla nebbia tipica delle
terre vicine al Po. La flogosi aveva tutta l’aria di comprometterle
l’attività, soltanto qualche giorno più tardi avrebbe dovuto esordire al
Regio
con la prima di Turandot e in quelle condizioni non avrebbe potuto farlo.
Azzeccai la cura prescrivendole una serie di aerosol con del Fluimucil e
dello sciroppo anticatarrale. Nel giro di due soli giorni la gola tornò ad
essere
libera, ma non lo fui più io. Cominciai a frequentare con assiduità la sua
casa,
intrattenendomi a fare del sesso, ma ogni volta che discendevo le scale,
dopo essere rimasto in sua compagnia, avevo l’impressione che gli inquilini
dello stabile, che incontravo per le scale o nel cortile, mi additassero
come
causa delle urla che li tenevano svegli nelle calde sere d’estate e un po’
meno in quelle d’inverno.

PAOLA
I sofferenti di malattie croniche debilitanti sono persone che più di
chiunque altro sopportano il peso delle sofferenze, all’opposto ci sono
gruppi di uomini e donne che somatizzano ogni tipo di malattia portandosi
appresso un profondo malessere. Paola era una di queste persone, lavorava
come impiegata all’agenzia della Cassa di Rurale Padana di Piazza Picelli,
addetta ad uno dei tre sportelli dove avveniva il contatto col pubblico.
Ogni giorno maneggiava migliaia di banconote e questo le procurava un
profondo disagio, persuasa che il semplice contatto con la cartamoneta le
avrebbe fatto contrarre una grave malattia.
Fui abile nel convincerla che il modo migliore per guarirla dalla fobia era
di trovare piacere, anche sessuale, nell’avere per le mani le banconote.
Misi in piedi una piece, una breve farsa, che sarebbe servita ad avvalorare
la mia tesi.
Una mattina, di buon ora, mi recai allo sportello della banca dove lei
operava, compilai un assegno e mi feci consegnare dieci mazzi di banconote
da mille lire per un totale di un milione. La sera stessa mi presentai a
casa
sua con appresso il malloppo di soldi custodito dentro una valigetta 24 ore.
Come precedentemente concordato si sdraiò nuda sul letto ed io provvidi a
gettarle sulla pelle manciate di denaro come avevo visto fare in un vecchio
film in bianco e nero con protagonista una giovanile Catherine Spaak, poi la
penetrai di dietro, nel culo. Ripetemmo il rituale per molto tempo, ogni
volta
provvedeva a rimettere i soldi che le davo nel mio conto corrente ed io mi
occupavo di ricoprirla di denaro e di qualcosa d’altro..

REBECCA
Era solita esibire unghie di mani e piedi colorate in technicolor, ma di
colorato non aveva soltanto quelle parti del corpo. Sotto gli indumenti
serbava dei disegni erotici dipinti sull’addome e nella schiena, ma non
erano
tatuaggi, bensì affreschi colorati con pigmenti alimentari che in poco tempo
venivano assorbiti dalla cute o addirittura leccati via dalla pelle con la
saliva
delle labbra.
Mi capitò di vedere quei dipinti il giorno che venne a farmi visita in
ambulatorio e si spogliò. Dovevo visitarla all’addome e quando vidi quei
disegni la cosa mi mandò in estasi, lo stesso accadde le volte successive.
Non ho mai saputo chi fosse l’autore di quei dipinti. Pareva impossibile che
una donna tanto bizzarra potesse nascondere tanta bellezza sotto le vesti.
Era un tipo troppo intelligente, per essere una donna, e ciò la rendeva ai
mie occhi fuori del comune. Stavo bene in sua compagnia, ma non altrettanto
lei con me, probabilmente ero troppo maschilista e ordinario per i suoi
gusti,
così dopo un mese che c’incontravamo non volle più saperne di stare con me.

STEFANIA
Diceva di darla a cani e porci e di avere una fottuta paura di rimanere
contagiata da qualche malattia sessuale, anche se a suo dire era solita fare
adottare il preservativo agli occasionali partner che raccattava nelle
birreria e nei pub, ma nonostante questo tipo di prevenzione le rimaneva
addosso una dannata paura.
Dubitai subito che le sue affermazioni fossero vere, brutta com’era non era
certo il tipo da attirare su di sé le attenzioni di giovani maschi. Erano
invenzioni le sue, menzogne raccontate per essere al centro dell’attenzione
e comunicarmi la voglia, non assopita, di essere penetrata da qualcuno.
Dopo una visita ginecologica, constati che la membrana dell’imene le
avvolgeva ancora l’orificio esterno della vagina e faceva di lei una donna
vergine, mi prodigai per sverginarla, ma non ci fu verso di possederla. Si
fece invece inculare e proseguii a farlo per parecchio tempo godendo dello
stretto buco che mi metteva a disposizione, ma non riuscii mai a chiavarla,
a causa della maledetta paura che aveva di rimanere incinta.
Un bel giorno, dopo mesi che non la vedevo, si presentò in ambulatorio col
pancione. Era gravida e poco tempo dopo mise alla luce un bel maschietto.
Successivamente venne a trovarmi in ambulatorio ed io prosegui a incularla
come facevo in precedenza.

TIZIANA
Il piccolo Yorkshire che si portava costantemente appresso fu ucciso da un
cane più grande di lui, un mastino napoletano che lo addentò quando il
cagnolino si frappose a difesa di una bambina di sette anni che stava per
essere azzannata da quest’ultimo. Lo Yorkshire fece da scudo col suo
corpicino alla bimba dandole il tempo di scappare e ripararsi
dall’aggressore.
Tiziana, sconvolta, ne raccolse le spoglie senza vita e le attirò al petto
scoppiando in un pianto dirotto. Fui testimone occasionale della scena
mentre transitavo sul marciapiede al lato opposto della strada, così mi
prodigai nel darle conforto. L’accompagnai a casa e la sera stessa, prima
ancora di seppellire la carcassa del cagnolino me la portai a letto dandole
un poco del mio seme nella figa..
Tommy, così si chiamava il piccolo animale, rimase per tutto il tempo del
coito ai piedi del letto, custodito dentro una scatola di cartone che avevo
raccattato davanti un bidone della spazzatura. Il mattino seguente lo
seppellimmo nel giardino della villa in cui Tiziana abitava, dopo quella
triste circostanza non la vidi più.

UMBERTA
Gestiva un chiosco di granite e frullati tropicali in Piazza Matteotti,
capitai lì per caso in una calda sera d’agosto, ordinai un drink a base di
papaia e restai a consumarlo in piedi chiacchierando con lei. Fra noi si
scatenò una reciproca attrazione sessuale che ci portò, dopo la chiusura
del casotto, a fare sesso nel ripostiglio sotto il bersò situato nella parte
retrostante del chiosco.
Un profondo desiderio sessuale ci colse entrambi, ma non lo provocò l’alta
temperatura della notte o la freschezza di quel succo di frutta fonte di
vitamine, carboidrati e clorofilla che mi ritrovai a bere. Ricordo invece
che il desiderio di scoparla nacque nel momento in cui vidi le pupille dei
suoi occhi che teneva strabici. Ci ritrovammo a morderci la pelle come
due assatanati stando in piedi nel deposito di bibite fra rimasugli di ogni
tipo, fu una delle più belle scopate della mia vita.
Alla fine gli rimasero solo gli occhi per piangere, perché così come ero
venuto me ne andai e non tornai più da lei.

VANESSA
E’ una delle poche donne non brutte con cui ho fatto l’amore, strano a dirsi
ma questa è la ragione per cui mi ritrovo rinchiuso qui. L’ho conosciuta
poche sere fa a una serata di gala promossa dalla Croce Rossa, lei era lì
insieme a tante altre donne adoperandosi a fare gli onori di casa, abbiamo
ballato per gran parte della sera, poi a tarda ora mi ha invitato ad andare
a casa sua.
Non immaginavo che avremmo fatto l’amore in maniera poco convenzionale,
non mi sembrava affatto il tipo di donna dedita al bondage. Appena a letto
si accanì su di me prodigandosi nella tortura dei testicoli strizzandomeli
con le dita. Strano a dirsi, ma ho provato un inusitato piacere nel sentirli
maneggiati uno per volta dalle sue dita, schiacciati con delicatezza al
limite fra il dolore e una dolce sensazione di piacere. Prima però aveva
provveduto a introdurmi un anello di gomma dura attorno al pene provocandomi
una costrizione notevole e dolorosa, poi si era accanita nel pizzicarmi con
arnesi di tortura glande e prepuzio. Ho avuto paura, sarei voluto scappare
da lì, ma la cosa mi eccitava dal momento che stavo scoprendo un mondo tutto
nuovo con sensazioni che non avevo mai provato. Quando l’ho penetrata ha
voluto che le infilassi nel capo un sacchetto di plastica trasparente.
Doveva servire, a suo dire, per acuire la sensazione di dolore piacere
derivate dal coito, ma quando ho visto il suo bel viso mutare d’aspetto per
la mancanza d’ossigeno e abbruttirsi, allora ho ritrovato il solito piacere
per le cose brutte. Ho stretto la plastica attorno al collo e sono venuto
dentro di lei sborrandole nella figa mentre aveva già cessato di emettere
l’ultimo respiro.

ZAIRA
Di mestiere fa l’avvocato, sarà lei a difendermi in Corte d’Assise quando mi
presenterò in tribunale per essere giudicato. E’ brutta e zitella: sono
certo che troverò in lei una degna alleata e magari fra qualche anno quando
uscirò di galera….