Racconti di sculacciata: Amonis

“uffa, però… Sempre a me!” sbuffò Amonis; i riccioli biondastri sembravano anguiformi, a causa della palese ingiustizia subita; un misto di rabbia, irritazione, delusione le venava la voce. Non c’era paura, perché alle sculacciate la donna era abituata. Amonis, infatti, non si poteva definire più una ragazza, tecnicamente parlando; aveva 35 anni e, sebbene ancora illibata, il suo corpo li esprimeva tutti, però il leggero strato d’adipe che la contornava dalla testa ai piedi, la rendeva piacevole a quelli dell’altro sesso. Ma la verecondissima vergine non cedeva alle profferte di costoro; beh: ad uno avrebbe ceduto volentieri, sacrificando persino la propria virtù; solo che lui la ignorava.
Amonis piegò il busto in avanti. Sapeva benissimo che Xenia non ci avrebbe messo tanta violenza, nel frustarla; anche l’anziana fantesca sembrava seguire un copione già scritto, che interpretava di malavoglia. Quasi sconcertata, la buona Xenia si tolse la cintura che le cingeva la tunica ai fianchi, e la impugnò, facendo fare al cuoio un doppio giro intorno alla propria mano callosa.
“Su la gonna!” ordinò la perfida Anida, leccandosi vogliosa le labbra in attesa che lo spettacolo avesse inizio.
La frusta, ma robusta e comoda, gonna di fustagno indossata da Amonis si sollevò, sotto la spinta delle mani della proprietaria; apparve il suo bel sedere. Carnuto, bianco, pressoché perfetto, appena un filino troppo ampio. Colpa di quella nuova invenzione dei francesi, quella cosa dolce, cremosa e fredda che qualcuno chiamava gelato, e di cui Amonis era così ghiotta. Xenia evitò, nell’ordine, a) di alzare troppo il braccio che teneva la cinghia b) di mettere troppa forza nello stesso braccio c) di far sibilare l’arnese di cuoio, abbastanza lasco. Eppure, anche così come se fosse al rallentatore, la cintura schioccò sulla pelle candida del sedere di Amonis e vi lasciò una lunga traccia rosata.
Anida aumentò la frequenza dei tocchi di lingua sulle proprie labbra, indulgendo agli angoli delle stesse; gli occhi castani sembravano persi nel vuoto, fantasticanti in un mondo tutto diverso dal reale. Il cervello, corto in verità, della ragazza (questa sì ragazza, con le sue 22 primavere) già pregustava la seconda staffilata; per esperienza (eh, ne aveva ricevute fin troppe) sapeva che pure Xenia si eccitava nel frustare, voleva dare a vedere di andarci morbida, però man a mano avrebbe aumentato la violenza del braccio e la sofferenza per Amonis sarebbe aumentata.
Così fu. La seconda frustata fu più forte della prima ed Amonis strinse tutto quello che c’era da stringere, per sopportarne il morso; un attimo dopo, quando il cuoio scivolò via dalle proprie natiche, tornò ad aprire gli occhi, le labbra e a rilassare i muscoli.
“Mettici più decisione; la devi punire, mica accarezzare!” sibilò, contrariata, la crudele Enox. Fu la volta di Xenia a sbuffare: non sopportava che quell’antipatica le desse ordini: era al suo servizio per libera scelta, mica per schiavitù.
Eppure, la terza cinghiata fu più violenta delle due precedenti. Xenia non voleva per niente sentire il seguito delle parole di Enox: che avrebbe chiamato Otrebor; il gigante, niente affatto buono, sarebbe arrivato con il suo micidiale frustino dall’anima di legno, ma rivestito di pelle di balena, ed allora sarebbero stati guai per le chiappe di tutt’e tre! Quindi, meglio che Amonis soffrisse un poco di più, per evitare a lei, Xenia, e alla piccola (tale la considerava) Anida una sofferenza ben maggiore. L’ultima volta, oramai quasi due anni prima, che Otrebor era stato chiamato in causa, Xenia non aveva potuto sedersi agevolmente per un mese!
Per questa serie di ragioni, l’anziana fantesca caricò nel braccio quasi tutto il quintale (ad esser approssimativi per difetto) del proprio peso. Amonis si lasciò sfuggire un Ahi! e sentì tornarle su lo spezzatino mangiato a pranzo. Il bruciore alla bocca dello stomaco, però, non era niente in confronto a quello che provava dall’altra parte: mai, che ella ricordasse, Xenia l’aveva frustata così forte. Amonis ritornò sui talloni, perché le dita dei piedi, arricciate, non avrebbero sopportato più a lungo il non indifferente peso del corpo. Era come se acqua bollente fosse stata versata sulle proprie chiappone, che, immaginava, scottassero. Ed infatti la pelle cominciava a sollevarsi, notò Anida, proprio come per una scottatura; la giovane pregustò il piacere che l’avrebbe avvolta più tardi: sarebbe stata lei a curare quel culo, ex bianco; l’avrebbe deterso, l’avrebbe delicatamente asciugato ed avrebbe cosparso odoroso linimento sui segni lasciati dalla cintura, e poi, la sua mano sarebbe scivolata in basso, fra le cosce di Amonis e… Fu lo schiocco della quinta cinghiata a distrarla dalle sue fantasie: il rumore risuonò nei padiglioni auricolari di Anida come il rombo di un tuono lontano, in primavera; o, meglio, come quello di una corda che si spezza.
E qualcosa si era veramente spezzato in Amonis: le gambe le tremarono, il busto andò in avanti, i lacrimoni finalmente uscirono dai cerulei occhi, le dita strinsero ancor più la gonna, i denti stridettero fra di loro. I mille e mille aghi roventi che erano stati scagliati dal deretano avevano raggiunto il cervello, dopo faticosa ricerca. Stille di sudore imperlarono la fronte (ed altre varie parti del corpo) di Amonis. Per consolarsi (ben magra consolazione) si disse che il tormento stava per finire: mancavano soltanto altri cinque colpi!
Non che non fosse eccitata, questo no, ma la cosa stava diventando noiosa. Enox ambiva a spettacoli più raffinati di quello del sedere di una donna preso a cinghiate: ne aveva visti tanti; ed una volta, era stata lei stessa sculacciata con la cintura, da Otrebor, ma era poco più che una bambina allora. Inoltre, dieci colpi le parevano troppi per una semplice disattenzione, sia pure commessa da una schiava. Così Enox tossicchiò per attirare l’attenzione di Xenia e, quando costei le rivolse lo sguardo, Enox alzò la mano a palmo aperto per interrompere la punizione.
Amonis, che non aveva potuto vedere la silenziosa scena, aspettava fremente la sferzata successiva. Che non venne. Venne però Adin e le baciò immediatamente il sedere in fiamme; per meglio dire, sfiorò con le labbra umide una sola volta la pelle; Amonis sospirò senza emettere fiato. Il buon Olo-Ages, pensò la schiava che aveva finalmente capito che si poteva rimettere dritta, l’avrebbe curata meglio di questa stupida gallinella; ma il brav’uomo era da tempo scomparso da quella casa. Ce ne era uno nuovo, adesso, ma Anomis lo considerava troppo intellettuale. Lui parlava bene e tranciava giudizi su tutti gli abitanti della casa; si raccontava, ma si raccontava solo, che Enox, molto più vecchia di lui, lo sculacciasse regolarmente con reciproco piacere d’entrambi (scusate la tutologia!).
Così, dopo essersi massaggiata le abbondanti chiappe, Amonis si abbassò la gonna e si volò verso il centro della stanza. Per poco non le venne un coccolone! Rossef, l’uomo di cui era innamorata, stava sulla porta, un sorrisetto ironico stampato sulle labbra. L’aveva vista nuda, oddio!, le guance di Amonis diventarono ancor più rosse…però, al pudore vergognoso si sostituì un’altra sensazione mentale di piacevolezza; forse ne aveva apprezzato le callipigie beltà ed avrebbe potuto chiederle qualcosa…. Chi invece era rosa dalla gelosia, era proprio Anida: a lei, quel todesco alto e grosso, stava proprio antipatico, con quella sua aria svagata, da professore, con quelle parole che lui diceva e lei non capiva… E fu allora che l’uomo alto parlò “ Anomis ha errato, ed è stata punita. Chi l’ha indotta in errore, tuttavia, è stata Anida. Deve essere punita pure lei!”. Anida l’avrebbe strozzato, Anomis l’avrebbe baciato, Xenia voleva andarsene ed Enox ristette. Non le andava di assitere ad un’altra punizione “Sculacciatela voi!” disse a Rossef.
Adina si fece piccola piccola, ma sentì pesanti come magli le mani di Anomis calarle sulle spalle, e costringerla a piegarsi in avanti. E sentì pure l’aria più fresca invaderle il deretano, quando la sua, di gonna, fu sollevata dall’abile Rossef. Un’attimo dopo, le arrivò il primo, sonoro, pesante, crudele sculaccione.

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