Racconti di sculacciata, Domestico parte 2

Continua il racconto di Bob…buona lettura!
Per chi non l’avesse letta, trovate qui la prima parte.

Cap 4
Come al solito, la domenica è il mio giorno di libertà. Ho preparato il pranzo: lo servirà Corinne. Prendo congedo dalla lady. Lei mi offre 12 scellini perché io rimanga a casa quest’oggi. Rifiuto: ho delle regole ferree, io. Alla sera tardi, quando faccio ritorno a casa, mi sta chiaramente aspettando. Si ferma perfino sul limitare della porta della mia camera, attendendo che mi spogli ed indossi l’uniforme. Jennifer è indisposta, cioè è alle prese con la stitichezza, perciò ci siamo noi due soltanto nella sala da pranzo. Mi fa sedere sulla sedia accanto a lei: “Bob, ho scommesso con me stessa, stavolta. E vincerò, stavolta. Devo entrar a far parte del Merry Order, a dicembre. Polly mi ha confermato quello che mi hai detto tu. Anche lei stava per svenire, la prima volta. Ed i membri erano assai di meno…. Buoni questi toast, però mancano appena di sapidità… ho mandato Corinne qui da Shylock a scommettere su Silver Quick. Se vinco domani, vincerò anche quelle spocchiose. …si, forse ci andava un po’ più di maionese…ah, ti ringrazio per non aver rivelato nulla di me, di Edimburgo, eccetera. Penso che stasera rinuncerò alla seduta di allenamento: mi fa ancora troppo male. Grazie, Bob, puoi andare!” Mi fermò quand’ero sulla soglia; a bocca ancora piena, mi disse : “Tienti libero per giovedì!”. Ancora i figli di Lady Winterbottom. Che ragazzini discoli! E poi tocca a me….
L’aiuto a salire in carrozza ed io prendo posto accanto al cocchiere. E’ proprio un pomeriggio ben caldo. Occorrono due ore per andare alla villa dei Winterbottom ed altrettante per tornare. Non credo che rientreremo a casa prima di mezzanotte. La piccola donna ci corre incontro sul prato antistante l’imponente costruzione bianca, in stile regina Anna. Bacia sulle guance lady Antoinette e calorosamente mi porge la mano: la sfioro con le labbra inchinandomi. E’ lei stessa a scortarci dentro. I due fratelli, sorvegliati da Constance, sono già nello studio, l’atteggiamento contrito ed impaurito. Sanno benissimo che devono essere frustati. Da me e mi guardano con terrore misto ad astio. Le due ladies si seggono comode: sul tavolinetto ci sono le tazze ed alcuni pasticcini. Chiedo il permesso di togliermi la giacca. Impugno il cane e faccio cenno a George, il maschio. L’ho già fustigato otto mesi fa, ma la lezione, evidentemente, non gli è bastata: né a lui, né alla sorella.
Sono entrambi vestiti con il kilt dai colori della famiglia materna. Il giovane fa tre passi avanti, si solleva la parte posteriore del kilt e si piega in avanti. Guardo interrogativamente la madre. “Due dozzine” mi fa questa. Devono averla combinata grossa. Con la punta della verga, gli tocco le ginocchia invitandolo ad allargare vieppù le gambe. Gli sfioro il culo, già peloso, con la bacchetta. Sto valutando la distanza. Non se l’aspettava così forte, la prima vergata. Quasi vacilla. Si riprende subito, però. Sto colpendo da tre passi corti di distanza, e non alzo il braccio in tutta la sua estensione. Pure così, il suo culo si segna bene presto. Non c’è preparazione: i colpi sono duri, secchi intervallati da tre secondi uno dall’altro. Gli concedo una breve pausa, e gli massaggio pure le natiche roventi. Finora George si è comportato molto bene. Invece, la sorellina trema tutta: ha gli occhi serrati e con la bocca mormora qualcosa, forse una preghiera. Faccio in modo che qualche stilla di sangue esca già al diciottesimo colpo: forse la madre si intenerirà e mi dirà di smettere. Niente da fare. Guarda affascinata il culo pesto e sanguinante del figliastro, ma il suo viso è di marmo.
D’altronde, lei è una donna forte nonostante la minutezza del corpo. Era sempre quella che resisteva di più, quando la frustavo in carcere. Ed allora, avevo in mano il Gatto. Sulla schiena deve portarne ancora le cicatrici, forse. Il ragazzo, ormai, emette un gemito ad ogni colpo. Prendo una rincorsa di quattro passi, per l’ultimo. La pelle si spacca su entrambe le natiche; lui fa sibilare l’aria fra i denti. Ci mette un po’ di tempo a ritirarsi su. Fa ricadere il kilt e stringe la mano tesa che gli porgo. Emmy ha due anni in meno del fratello, cioè ne ha quattordici. Amelia Higgins vedova Winterbottom è più esplicita, adesso nei confronti della figliastra “ Anche a lei due dozzine. Ma senza preparazione, altrimenti le farebbe solo piacere. E ne ha provato fin troppo, prima!” Quindi, pure la ragazza aveva fatto qualche cosa di grave, tanto più che il suo culetto è già rosato. La spazzola di Constance c’è già passata. Tengo lo stesso contegno che ho tenuto con il fratello: colpi secchi, di uguale intensità. Soltanto che lei urla e si dimena. Constance deve imprigionarle le braccia con le proprie. La pelle femminile è più delicata, tanto più se già irritata: profonde le strisce sempre di un rosso più cupo. Quanto più affonda la bacchetta nella carne tanto più si elevano alte le grida di dolore della ragazzina. Non stringe nemmeno la mia mano, tant’è presa dal massaggiarsi il culo devastato, tra smorfie di sofferenza e lacrime. Gelida la matrigna: “Maggie, stringi la mano la signore; egli ti ha punita per il tuo bene….” Infierisce pure lady Antoinette: “Cara Maggie – sembra il miagolio del gatto pronto a mangiarsi il canarino- non sta bene, è un gesto scortese il tuo, scusami se te lo dico. Forse, vorresti che la tua cara madre desse ordine a Constance di seguitare con la spazzola per inculcarti meglio l’educazione?”. La ragazzina si affretta a prendere la mia mano con la sua, sudaticcia e tremante.
Constance mi spiega, di là mentre sorseggio un whisky, che si sono ancora una volta fatti scoprire a leggere una rivista proibita e a fare altre cose non permesse dalla morale “Voi mi capite, vero?” Sicuro che capisco. Però George ha ormai sedici anni: potrebbe pure andare con una donna. E’ la matrigna che non vuole, mi ripete la governante. Per lei, i rapporti sessuali, pur nel vincolo del matrimonio, sono tabù; secondo lei, nessuno dovrebbe praticarli. “Ma come faremo poi contendere agli insetti il dominio della terra?” le replico scherzosamente.
Avevo ragione io. E’ mezzanotte passata, quando la carozza ci deposita davanti al N° 20 di Baker Street. Jennifer si è ricordata di lasciare accesa la lampada sopra all’ingresso, così per lady Antoinette è agevole introdurre la chiave nella serratura ed aprire la porta. Una piccola lucerna arde nel tavolinetto all’ingresso. Ho ancora un po’ d’appetito, nonostante i sandwiches mangiati alla villa Winterbottom. Tuttavia, mi sento stanco: la giornata è stata pesante, per me.
L’aria è afosa, quando mi spoglio e mi getto sul letto caldissimo. Il sonno non viene ed io incomincio a ricordare.

Cap 5
Lei si chiamava semplicemente Elke, allora, matricola 8692. Alta e bionda, magrolina ma già con i fianchi pingui. L’avevano messa in galera perché aveva taccheggiato un passante; soltanto che questi era il vicesindaco. Anch’io ero giovane allora, molto giovane. Lord Wallstone mi aveva inviato in Scozia per trattare l’acquisto di un’importante collezioni di libri francesi del secolo scorso. Il probabile venditore era il Direttore del carcere femminile. Le detenute erano poche: soltanto un paio di dozzine e così la soglia di sorveglianza si abbassava. Ero ormai alla seconda settimana di permanenza là: le trattative erano più complicate del previsto. Il Direttore voleva una grossa cifra, non certo consona alla qualità del materiale. Eppoi, la mattina io dovevo fare ricerche bibliografiche. Non ero affatto convinto che “Le Brulant Plaisir”, che lui possedeva, fosse l’unico esemplare mai stampato. E l’intero affare ruotava, si può dire, intorno a quel solo volume.
Talvolta il caso ci apre prospettive affatto sconosciute e ci fa percorrere strade di cui neanche conoscevamo l’esistenza. Stavamo passeggiando sotto i portici del cortile, il Direttore ed io. L’urlo di dolore fu lancinante per le nostre orecchie.
Una porta si spalancò. Ne schizzarono fuori due figure: una alta e bionda, l’altra bassa e nera. Dall’interno della stanza venivano grida disperate. Le due donne ci sorpassarono di corsa, dirette verso il portone principale: ancora poche iardes e sarebbero state sulla pubblica via. D’istinto, senza pensare, le inseguii e riuscii ad afferrare la più bassa. Costei si voltò di scatto e mi ammollò una ginocchiata al basso ventre, potente. Rimase stupita nel vedere che non mi piegavo in due e non mi contorcevo dal dolore. Espirai tutto il fiato che avevo in corpo, ma la bloccai; cosa abbastanza agevole data la sua corporatura minuta. La lungagnona bionda si girò sui talloni e ci venne addosso: la testata nel costato mi fece veramente male. Ormai il suono dei fischietti si spandeva in tutto il carcere, accorrevano i guardiani; lo strepito delle detenute racchiuse nelle celle diventava insopportabile. Tenevo le loro teste sotto le mie due ascelle, ma non demordevano: anzi mordevano proprio. I denti di quella che sarebbe diventata lady Winterbottom si infilarono nella mia mano sinistra, mentre la giacca mi salvò dalle affilate zanne della svedese. Le consegnai alle guardie.
Era successo che il Capo Guardiano, nonché Ufficiale Punitore del carcere ed il suo vice si erano appartati con queste due, nella propria camera. Le donne, chiaramente, non aspettavano che questa occasione per sfruttare la possibilità di evadere. Chissà come li avevano convinti a farsi legare le mani dietro la schiena con le loro stesse bretelle, poi avevano iniziato il cunnilingus: sul più bello avevano stretto i denti. Quello del Capo Guardiano era stato strappato quasi di netto, quello del suo vice era stato ridotto assai malconcio. Ricevetti molti elogi, specialmente dal Direttore. Naturalmente, dovevo rimanere a disposizione essendo un testimone dell’inchiesta che si aprì qualche giorno dopo. Il giudice decise che le due, vista la loro ferocia nei confronti delle guardie, dovevano esser pure frustate. Problema non da poco, visto che i due Ufficiali Punitori erano, per dir così, fuori combattimento. Allora proposi al Direttore di esser io a frustarle: in cambio, avrei convinto Lord Wallstone a comprare i libri che lui vendeva ed avrei taciuto sul fatto che di quel libro, che lui diceva unico, ne erano stati stampati almeno una trentina di esemplari.
Non avevo mai adoperato il Gatto a nove code; era ben pesante: le nove strisce di cuoio recavano dei piombi all’estremità, per appesantirle. Jo era già stata legata al palo, tutta nuda. Si agitava e sbraitava. Ventiquattro frustate aveva sentenziato il giudice e ventiquattro gliene diedi, sulle spalle sul culo e sulle cosce. Quando la slegarono era più morta che viva. La parte posteriore del corpo maciullata dal Gatto: burroni, canions si aprivano nelle sue carni, gli orli rilevati ed in fondo il sangue vivo laddove la pelle era stata strappata via dalla forza del cuoio. Per Elke furono soltanto diciotto, ma l’effetto più o meno eguale. Ero abbastanza stanco alla fine. Il Direttore mi strinse la mano e mi propose se volessi rimanere lì in pianta stabile. Accettai, a patto che si concludesse l’affare con il mio Lord. E fu un errore gravissimo. Un sei mesi dopo, Lord Wallstone ed il suo caro amico Lord Winterbottom vennero ad Edimburgo. Incontrarono per caso le due, proprio quelle due, durante la loro visita al carcere. Scoccò la scintilla. Ecco il Caso, colui che regge i nostri destini. Ci volle un anno e mezzo perché, muovendo le loro potenti amicizie in alto loco, riuscissero ad ottenerne la scarcerazione: prima Elke, poi, a distanza di quattordici mesi, Josephine.
Mi annoiavo lassù: non avevo molto da fare. Le detenute da fustigare erano poche; lo stipendio misero. Mi arrangiavo con ricerche bibliografiche per i professori dell’Università, finchè mi arrivò la lettera di Lord Wallstone. Stava morendo: i medici non lasciavano speranza. Forse non avrebbe veduto compiere il primo anno di vita alla sua adorata Jenny. Era diventato padre a cinquant’anni suonati. La moglie si comportava in modo adamantino, ormai. Forse indulgeva un po’ troppo nel gioco, ma era peccatuccio veniale. Voleva che io tornassi subito, e sottolineava subito, a Londra, a casa sua: sarei stato il bibliotecario, maggiordomo, factotum, uomo di fiducia della vedova e della figlia. Aveva dato disposizioni in tal senso. Occorse un po’ di tempo per le pastoie burocratiche: mentre la carrozza varcava la Porta di Londra, si svolgevano i funerali di Sir John Enrich Wallstone, K.B.E..

Cap 6
Stamane, appena è arrivata Corinne, è stata subito convocata da lady Antoinette. E’ ridiscesa in cucina sogghignando. Ha messo subito la pentola d’acqua sul fuoco. Jenny è assai costipata ed ha bisogno del solito servizio. Ha poggiato il clistere sul vassoio, l’ha coperto con un panno ed è salita di sopra.
Essendo il secondo venerdì del mese, ho dovuto occuparmi delle serve venute per le pulizie pesanti quindicinali e per la lavanderia. Quindi l’intera giornata è sfilata via. Sono stanco quando affetto il salmone lessato in brodo aromatico con pommes de terre alla bechamel. Pranzo leggero, che anche Jenny potrà gustare. Ha la faccina stravolta, la ragazza: pallida, occhi cerchiati, alito pesante. Tocca appena il cibo, invece la madre ne prende una porzione abbondante. Di là, le serve stanno mangiando sandwiches con burro e aringa affumicata. Jenny non si sentiva molto bene e si è ritirata subito dopo il pasto in camera sua. Sono ancor più stanco la sera, a cena. Miss Jenny sembra essersi leggermente ripresa: palline di pappa reale in brodo di gallina e questa lessa con mostarda. Mangia un pochino. Meno male. La madre, invece, è nervosa: ha ricevuto un messaggio da lady Pottingham e lo ha subito bruciato; una serva ha pulito la cenere.
Chiaramente, vuole parlare con me in privato. “ Polly mi ha scritto che la mia candidatura al “Merry Order” sarà sottoposta al vaglio delle Anziane. Ho paura che scoprano qualcosa sul mio passato….” Decido di abbandonare ogni formalità “Non ti preoccupare. Ho distrutto personalmente qualsiasi incartamento. Potrebbe essercene una copia, da qualche parte nel Ministero, sepolta sotto tonnellate di polvere. E poi, a chi verrebbe in mente di collegare Elke Sommer, borseggiatrice di origini svedesi a lady Antoinette Wallstone? E’ proprio al di fuori della realtà!” “Quindi, ne sei sicuro?” “Certo, milady” “Ho paura, sai? Ho paura di non resistere all’iniziazione. In fin dei conti, io sono una parvenu e loro fanno parte della migliore aristocrazia britannica: sangue blu scorre nelle loro vene fin dai tempi dei Normanni. Ed inoltre provano piacere ad esser sculacciate. Lo sono fin da bambine, dalle istitutrici, dalle insegnanti, dalle madri e dai padri. A tutte loro piace; e tutte quelle che fanno parte del “Merry Order”, prima o poi, sono presentate alla Regina! Tu mi frusti regolarmente da un paio di giorni, ma questo allenamento serve a ben poco: un conto è il dolore momentaneo, quello che si soffre per pagare una scommessa, un conto è il dolore quotidiano, giorno per giorno. Bob, che cosa posso fare? “ “Elke- risposi deciso, chiamandola con il suo vero nome- non hai molte scelte. Potresti provare a chiedere a lady Pottingham che ti frustasse lei. E’ tua amica, e membro dell’Ordine, di certo saprà consigliarti meglio di me. Oppure, prima della cerimonia d’iniziazione potresti prendere il laudano, non molto però altrimenti se ne accorgerebbero. Serve ad alleviare il dolore. Oppure, potresti rinunciare. Ma allora, giuro, che la fustigazione di Edimburgo ti sembrerà una pioggerellina di primavera in confronto al diluvio universale!” Ci pensa su un paio di minuti. Si siede allo scrittoio e verga poche righe. Sigilla il biglietto e me lo porge “Lo so che è tardi, ma ti dispiacerebbe portarlo a Polly? Lei di sicuro è ancora sveglia. Assicurati che lo legga. Grazie, sei il mio angelo custode!” “Lo so, Antoinette, sono qui per questo!”.
Fa ancora molto caldo, nonostante il sole sia tramontato da un pezzo. La casa di lady Pottingham dista un mezzo miglio dalla nostra. Vi arrivo tutto sudato perché ho camminato a passo svelto. Mi viene ad aprire Dorothy: è sopresa della mia visita, a quest’ora. Dev’esser veramente urgente, ed importante, se lady Wallstone mi ha spedito lì in piena notte, commenta. Aspetto una ventina di minuti, nell’ingresso detergendomi il sudore. Dorothy mi fa cenno di seguirla: in faccia ha un risolino che non promette niente di buono. Lady Pottingham è seduta in poltrona, la sua vestaglia quasi trasparente non lascia nulla all’immaginazione. E’ una donna bellissima: ventotto anni, bionda, alta, formosa, sensuale.
Apre la bocca in un sorriso smagliante, la sua voce è profonda: “Bob, sapete cosa c’era scritto nel biglietto? No! Ve lo dico io: la vostra padrona mi chiedeva se avessi potuto frustarla; come “prova” dice lei! Eppure, alla vostra padrona non piace molto esser frustata. Lo so, me lo ha detto, che voi lo fate, di tanto in tanto, in occasioni particolari…. Quindi Antoinette è sempre decisa ad entrare nel “Merry Order”! Ditele che va bene per domani alle quattro. Potete accompagnarla anche voi, se lei vuole.Anzi… Dove avete imparato veramente a frustare le donne?” I suoi occhi blu sono infissi nei miei “Al College, milady.”. “Non sapete affatto mentire! Mi fido delle parole della vostra padrona, però voglio vedervi personalmente all’opera. Su Dorothy: a lei piace da impazzire. Viene quasi subito, quando la sculaccio. Non mi da neanche soddisfazione. Domani, quando io avrò finito con la vostra padrona, voi comincerete con Dorothy. Andate, adesso. Buonanotte!”.
Si è messa un vestito nero, ampiamente scollato, lady Antoinette per recarsi dalla sua amica. L’abito le dona molto, ne sottolinea gli aspetti migliori e del fisico e della carnagione. Il pranzo, per mio consiglio, è stato assai leggero: un toast al prosciutto. Corinne mi ha chiesto dove dovesse andare; non le ho risposto. L’incontro fra le due amiche è cordiale. Abbracci e baci. Dorothy mi guarda piegando alternativamente la testa da una parte e dall’altra. Mi sta valutando. Trascorro un paio d’ore con Jeeves, il maggiordomo di casa Pottingham: è sempre una conversazione interessante. E’ un uomo dalle mille risorse e di un’intelligenza straordinaria. Non parla mai di argomenti piccanti, però ed invece io sono molto nervoso: la richiesta di lady Pottingham di sculacciare la sua domestica personale, è abbastanza strana in realtà. Che Dorothy sia la sua amante appare chiaro, ma perché vuole questo? Non se la porterà a letto, stanotte, specie se l’irlandese avrà un orgasmo: allora, perché? La pendola batte le sette e mezza, quando Dolly viene a chiamarmi. Saliamo di sopra e poi ancora una rampa di scale; un breve corridoio ed un’unica porta. Dolly bussa, tre tocchi lunghi e due brevi. “Entrate, Bob!” fa una voce, alterata, da dentro. Dolly apre la porta giusto quel tanto che basta a farmi entrare, poi la richiude alle mie spalle, scivolando dentro silenziosa. Gli ultimi raggi di sole illuminano un ambiente fantastico. Vasto, ampio, luminoso. Al centro un tavolo, un semplice tavolo. Ma con quattro legacci all’estremità. Alle pareti, una collezione di paddle, fruste, verghe di tutti i tipi e di tutte le dimensioni. Lady Pottingham è comodamente seduta su una poltrona: indossa un semplice corsetto nero che le lascia nude le spalle e le cosce. Non ha nemmeno le calze. Lady Antoinette, invece, è distesa bocconi su una dormeuse: è nuda, completamente nuda. La prima cosa che si nota è il suo sedere: rosso ardente, solcato da strie brunastre. Elke ha pianto, ha pianto parecchio: di dolore e di rabbia. Sta tormentando un fazzolettino. Quasi ridendo, lady Pottingham mi fa: “La vostra padrona ha perso l’ennesima scommessa! C’entrate anche voi.” Lo sguardo di Elke nei confronti dell’amica è assassino. “Dorothy, vieni qui” Non l’avevo vista, perché stava alle mie spalle, ma si era andata rapidamente a cambiare. La rossa irlandese ha una semplice camicia che le arriva fino all’ombelico. Avanza ancheggiando: anche la sua peluria è rossiccia. E’ eccitata: i capezzoli duri tendono la leggera stoffa. Mi tolgo la giacca e mi apro i bottoni della camicia; tiro su la manica destra e mi seggo sull’unica sedia della stanza. Dorothy si mette di traverso sulle mie ginocchia. Il suo culo è tondeggiante, pieno di efelidi, carnoso. La sculaccio dapprima lentamente, poi sempre più forte e sempre più veloce. La mia mano destra rimbalza sull’elastica carne giovane. Dorothy si agita e mugola: strofina le cosce fra di loro, al ritmo delle sculacciate. Il suo sedere è diventato più rosso dei suoi capelli e della sua camicia. Emette un mugolio tremendo e profondo: sento il suo liquido passarmi attraverso i calzoni. Smetto di sculacciarla. Dorothy si rialza e si passa una mano in mezzo alle gambe.
Lady Pottingham è affascinata, Lady Wallstone arrabbiata. Dorothy mi bacia sulla guancia, in segno di ringraziamento.
Si alza, Polly ed anche lei maneggia la natura della sua domestica e, poi, la bacia in bocca: appassionatamente. Mi guarda: “però, la vostra padrona non esagerava. Siete proprio bravo! Non è vero Dorothy? Orgasmi così non ne provavi da mesi, vero? Però, mio caro, adesso sapete troppo! Anche voi dovete fare il giuramento!”. Dalla parete, ha staccato una bacchetta a sezione quadrata. “Spogliatevi!” mi ordina.

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Un commento a “Racconti di sculacciata, Domestico parte 2”

  1. geronimo dice:

    Interessante come quasi sempre.Un piccolo appunto: quello che praticano le due prigioniere alle guardie non è un connilingus ma una fellatio

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