Racconti di sculacciata: Elisabeth
ELISABETH
“Elisabetta, vieni qua!”. L’ho chiamata attraverso la porta a vetri. Dopo pochi secondi, lei compare sull’uscio della stanza. E’ una bella donna, Elisabetta, magari un po’ cicciottella ma io la preferisco così; porta i capelli corvini pettinati a caschetto per mettere in risalto l’ovale del viso ed i suoi occhi chiari. Oggi indossa una maglietta nera ed un paio di jeans scuri, di quelli di velluto a coste, che fasciano perfettamente i suoi fianchi morbidi.
Le sventolo sotto il naso il foglio. “Ma come ti è venuto in mente di scrivere queste cose?- le faccio, burbero- A questo signore che riponeva tanta fiducia in noi, nella nostra azione. L’hai liquidato seccamente, troppo seccamente. Ci mancava solo che gli scrivessi degli insulti!” “Se lo merita!- mi ribatte pronta- Voleva tutto e subito e, praticamente, gratis. Eppoi mi guardava con un fare strano, come se mi volesse spogliare con gli occhi…lo definirei…ecco, un vecchio bavoso!” “E’ perché sei troppo carina!- sorrido, poi mi riprendo subito- E’ il terzo cliente che perdiamo a causa della tua suscettibilità”. Abbasso la voce di un tono. “Lo sai che dovrei farti, vero?”. Si passa leggermente la lingua sopra le labbra, per inumidirle; ha capito ed ha come un fremito interno. Chiude la porta lentamente alle sue spalle. Porta le mani dietro la schiena: ha assunto artatamente l’espressione della monella colta con le mani nella marmellata. Sa che la sculaccerò, e la cosa non le dispiace. Ogni volta che lo faccio, ha brividi di piacere che si mescolano al dolore, dopo. Non mi va di farle troppo male; forse se lo è andata a cercare? Penso fra me. E’ tanto tempo che non la sculaccio più. Forse i rapporti col suo moroso stanno attraversando un periodo di stanca e lei cerca un diversivo o un motivo per rinvigorirli, chissà? Lo scopriremo subito! Ed, infatti, il suo volto assume un’espressione fra il contrito e il deliziato. “Avvicinati” le chiedo: imposto la mia voce con tono gentile. Anche a me fa piacere sculacciarla, però non cerco la violenza fine a se stessa.
Il gioco comincia.
“ Ti darò dodici sculaccioni, stavolta, però, sulla pelle nuda. Sai quello che devi fare!”. Nel suo sguardo un vago e rapido lampo, come di delusione. Forse dodici sono troppo pochi? Se così fosse, sarebbe la giusta punizione per lei.
Avanza di qualche passo, fino a portare il suo pancino quasi a contatto con il bordo della scrivania. Le sue mani slacciano il bottone della cintura nei jeans, abbassano la zip. Le basta un movimento sinuoso delle anche per farli scendere giù, lungo le gambe. I pollici s’infilano tra la pelle dei fianchi e l’elastico delle mutandine e lo allargano. Lentamente, molto lentamente le spinge giù, quasi a metà coscia. Ho agio di vedere il suo pancino e le sue parti intime, solo leggermente pelose. Si piega in avanti ed appoggia i gomiti sul piano della scrivania. Sospira: non certo di noia.
Vado dietro di lei, alla sua sinistra. Le sue natiche sono cicciotte ma non adipose, rotonde al punto giusto; ci passo sopra il palmo della mano, per sentire la loro morbidezza e la sericità della pelle. Elisabetta freme per un attimo, allarga vieppiù le gambe, per quanto le è concesso dalla larghezza dei jeans ed abbassa la testa. E’ il segnale. Allargo le dita della mano destra, indurisco il palmo e lo porto con forza brutale sulla sua natica sinistra: vi rimane stampata l’impronta sulla pelle chiara. “Ahia, così mi fai male!” si lamenta, ma sottovoce. Sapessi quanto brucia a me, il palmo! E per un solo sculaccione; rendo la mano leggermente più morbida e stavolta la sculaccio con maggior attenzione. Il colmo delle sue natiche si appiattisce e ritorna su con elasticità, dopo ogni colpo. Questo per i primi sei; le lascio un attimo di tregua: il suo culo è arrossato, ma non troppo. Entrambi respiriamo con frequenza superiore al normale. Con la mano ancora morbida colpisco il suo posteriore dal sotto in su, come se volessi tastarglielo, ma con più violenza. Un breve brivido la scuote. Mi fermo. “Beh? Continua, no?” mi sussurra. Seguito in questo modo per altre cinque volte. Poi, faccio un mezzo passo indietro e mi fermo per un attimo ad ammirare il bel polposo deretano, ben rossastro. Come la buccia delle mele. Lei volge il capo verso di me e con voce emozionata, mi sussurra “ Dammene un altro po’. Me le sono meritate!”. Proprio così, mia cara. La percuoto con la mano ben tesa, a dita unite tipo “paletta”. Fa più male così? Immagino, più che vedere, la piccola smorfia (di dolore?) sul suo viso. Dodici sculaccioni in questo modo, inferti da uno che è alto e grosso quanto me, non sono una passeggiata per le sue natiche. E’ proprio questa la seconda parte della punizione: dopo il “piacere”, il dolore della penitenza. Concetto tipicamente cattolico. Debbo ammettere che se le prende tutte, le sculacciate senza grossi movimenti o reazioni; solamente, ogni tanto, fa sibilare l’aria fra i denti, espirando. Ho smesso: il suo culo è rosso rosso, la pelle ben irritata; qualche macchia più bianca sta ad indicare che non ha ancora smaltito il contatto con l’estremità delle mie dita. Passo dall’altra parte della scrivania e mi rimetto a sedere. Non voglio che lei veda la protuberanza dentro i miei pantaloni. Rimane così, chinata col sedere all’aria per qualche istante, forse vuole raffreddarlo. Torna in posizione eretta, ma subito piega il busto per tirarsi su le mutandine; quando la leggera stoffa acrilica prima sfiora poi tocca la pelle rovente piega gli angoli delle labbra. Ma è un attimo. Fa un sospiro, quando si piega del tutto per afferrare i jeans, alle caviglie. Tira su anche quelli e, come con un saltello, ne porta la cintura all’altezza della vita. Fa un lungo sospiro e si allaccia il bottone. Sono improvvisamente diventati più stretti o si è gonfiato il suo posteriore? Si passa le mani sulla maglietta, come per stirarla; se la sistema ben bene, si liscia i capelli leggermente scarmigliati. I suoi profondi occhi chiari hanno assunto la tonalità cerulea: mandano lampi. Non d’ira: di desiderio. Prende fiato. “Se non c’è altro che devi dirmi, io vado di là”. Abbassa la maniglia della porta, la apre, si blocca un attimo, si volge verso di me e, con voce estremamente sensuale, mi saluta: “Grazie, Bob!”
20 Luglio 2010 alle 17:13
punizione fin troppo soft per i miei gusti,ma esce insolitamente dai parametri di Bob e questo è apprezzabile. Comunque il racconto è veraMENTE delizioso
21 Luglio 2010 alle 16:27
Noioso, Bob.