Racconti di sculacciata: Jd’O, parte prima

L’automobile si fermò, con un leggero singulto “Sei arrivata, cara” disse Gerardo poggiandole una mano sulla coscia. Jessica d’O*** non soffriva affatto di claustrofobia, altrimenti non avrebbe sopportato il pesante cappuccio nero che egli le aveva messo sul capo fin da quando avevano imboccato l’autostrada, due o tre ore prima calcolava lei.
A tentoni cercò la maniglia ed aprì lo sportello, mise i piedi sul pavimento. “ A presto, mia cara” le sussurrò il fidanzato, poi lo sgommare dell’automobile; Gerardo aveva sempre amato la guida sportiva. Jessica si sentì toccare la spalla: qualcuno voleva che lo seguisse; la mano le fu sfiorata da un oggetto freddo, Jessica lo afferrò: era di metallo. Ci fu una leggera trazione. Erano dentro un ascensore, udì aprirsi le porte col caratteristico cigolio; l’oggetto metallico, forse una verga o un bastoncino, esercitò un’altra trazione, Jessica lo seguì. Contò 48 passi, sul pavimento ci doveva essere della moquette, perché i suoi tacchi non facevano alcun rumore. Una spinta più forte nella sua mano: lei aprì le dita e lasciò andare il cilindro di metallo, che l’aveva guidata come un bastone il cieco.
“Via i cappucci!” disse in tedesco una voce femminile. Jessica, che aveva frequentato le passerelle di mezz’Europa, non capì perfettamente ma intuì il significato di quell’ordine. Si sfilò il pesante cappuccio e strinse gli occhi per proteggerli dalla luce abbacinante.
Erano in tre, in quell’ambiente stretto. Una donna alta e magrissima, biondastra da quel che si poteva capire dai capelli cortissimi, un’uniforme nera ed un frustino in mano. Un’altra donna, formosa, molto più bassa della bionda e di Jessica, ancora con il cappuccio in testa. La tedesca allungò una mano e, con un solo gesto, tolse il cappuccio alla piccolina.
Simona S*** restò interdetta, abbacinata dal chiarore, scosse la testa per ravvivare i lunghi capelli riccioluti. Davanti a lei, quella che sembrava una lesbica, altissima, filiforme, vestita con una divisa nazista ed una bella ragazza, magra ma formosa, dai corti capelli a caschetto. Simona sospirò di sollievo.
Era da più di un anno che stava sulle tracce di questo posto; se ne parlava a mezza bocca, in certi particolari ambienti: nessuna specifica, niente di niente, solo voci. Da qualche parte, esisteva un posto in cui le donne erano addestrate a diventare schiave perfette. Simona era una giornalista freelance. Aveva fatto di tutto, ma proprio di tutto, per scovare dove fosse e per entrarci: voleva lo scoop!. Alla fine, dopo tanto peregrinare, Simona aveva conosciuto uno, che l’aveva presentata ad un altro, che le aveva fatto conoscere una terza persona. Era stato costui a caricarla in macchina: le aveva messo il cappuccio appena usciti dalla tangenziale.
“Ach, bene! Non fi do il wilkommen perché non siete benvenute!” disse la tedesca con voce roca e calcando molto sull’accento. Parlava come la caricatura di un personaggio dei fumetti, pensò Simona; è una donna pericolosa, pensò Jessica
“Starete kwi fino a quando dirà Padrone, fino a quando sarete perfette. Non potete parlare, se lo fate, c’è questo!” ed alzò il frustino d’acciaio che teneva nella mano destra e fece un’espressione veramente, intimamente cattiva. Simona sentì un brivido di paura scorrerle nella spina dorsale, Jessica ugualmente un brivido ma di piacere. “Vi porterò da Nadine: ci pensa lei a voi. Io vi frusterò solamente, quando bisogna. Raus!” il frustino orizzontale indicava la strada. Moquette grigia per terra, con una striscia rossa centrale, come una guida; le pareti dipinte di rosso granato per tutta la loro altezza. Seguite dalla tedesca, le due donne camminarono per tutto il lunghissimo corridoio, fino ad un uscio. Non era un uscio vero e proprio, bensì un’apertura coperta da un pesante tendaggio grigio rosso. La Frau agitò il frustino per aria, dovevano entrare. Jessica, che era più alta, scostò il tendaggio, Simona s’intrufolò per prima.
Una stanza vastissima, arredata all’orientale: drappeggi alle pareti, tappeti per terra, cuscini di varia grandezza sparsi un po’ dappertutto. E, semisdraiata su un cuscino, una donna di rara bellezza. Quando le vide entrare, si alzò subito con un armonioso movimento felino. Era alta come Jessica, ma dai lunghi capelli rossi e dagli occhi di smeraldo; aveva addosso una tunica fucsia, elegantissima nella sua semplicità di taglio perfetto. La rossa chinò il capo verso la tedesca: non la stava salutando, la stava ossequiando! La tedesca annuì e la rossa parlò: la sua voce era sensuale.
“Mi chiamo Nadine. Sarò io ad addestrarvi, e Frau Rose a punirvi. Dovrete assuefarvi alla frusta, abituarvi al dolore purificatore, a sopportare l’insopportabile” Scrutò le due, indugiando sulle loro figure, le stava valutando “Mmh, sì. Le misure sembrano abbastanza giuste. Spogliatevi, toglietevi tutto! Laggiù- ed indicò col mento verso un angolo della sala- ci sono i vostri vestiti. Sbrigatevi!” concluse secca.
Jessica si era spogliata tante di quelle volte davanti altre donne che non ci faceva più caso: lei era stata indossatrice.
Simona, invece, aveva un po’ di vergogna, l’aveva sempre avuta a mostrare il proprio corpo nudo: retaggio dell’educazione cattolica. Non essendoci né sedie né grucce né armadi nella sala, lasciarono cadere a terra i propri indumenti; fecero pochi passi e trovarono i nuovi. Due tuniche, come quella che portava Nadine, il perizoma ed il reggiseno senza spalline, tipo bikini. Gli abiti sembravano fatti apposta per loro, tanto calzavano. Sartoria di altissima qualità, giudicò Jessica che se ne intendeva. Mi sfina persino, commentò a bassa voce Simona lisciandosi la tunica.
“Tu non devi aprire bocca!- strillò Frau Rose- Dopo sarai punita!” Simona fece spallucce. Possibile che nel XXI secolo, esistesse un posto del genere? Una specie di elegantissimo harem, dove le donne venivano vessate. Quando avrebbe avuto abbastanza elementi, decise Simona, sarebbe fuggita da lì, magari saltando da una finestra. Già: dov’erano le finestre? lei non ne aveva scorta nessuna.
“Questo è il bagno- proseguì Nadine indicando un water addosso alla parete, in piena vista- e questa la doccia, quando vi sarà ordinato di farla. Teneteli sempre puliti…adesso, mie care, cominciamo l’addestramento” Nadine si piegò, rovistando fra i cuscini e trovò quel che cercava. Due bavagli, di quelli con la pallina traforata al centro. Nadine la rossa fissò Simona e le sussurrò, avvicinandole il bavaglio alla bocca : “Per evitare tentazioni…” Jessica serrò la pallina in bocca: era leggera, sapeva perfino di un vago sentore di menta; si poteva respirare bene attraverso i fori; il leggero fastidio sulla lingua sarebbe passato ben presto.
“Sedetevi su quei cuscini lì – indicò Nadine- devo darvi alcune regole: Seguitele alla lettera o sarà peggio per noi tutte.
Starete qui il tempo necessario, io vi istruirò e Frau Rose vi punirà se ce ne sarà bisogno. Imparerete a servire il vostro partner, come cagnoline. Diventerete oggetti di passione e di desiderio, proverete tutte le esperienze, tutte le perversioni. Sarà doloroso, ma anche piacevole…in certi casi. Prego, Frau Rose” disse ossequiosa alla tedesca. Costei fece quattro passi con le sue lunghe gambe e si piazzò davanti alle due sedute. Si mise il frustino sotto l’ascella e, rapidamente, si sbottonò la parte superiore dell’uniforme. Non aveva, praticamente, seno: piatta come il rettilineo in pianura, pensò Simona. Ma non ha i capezzoli! Rabbrividì Jessica. Le sono stati strappati, come a morsi tempo fa… piccoli rimasugli di carne frastagliata, osceni e tragici. Frau Rose si richiuse la giubba; impugnò il frustino e la sua mano scattò. Due profonde strisce rosse sulle braccia di Simona e Jessica, che avrebbero voluto urlare, se non avessero avuto i bavagli.
“Glieli ha strappati il Padrone, così per divertirsi…e Frau Rose è la sua assistente. Forse, più tardi, se egli vorrà, lo conoscerete. Adesso liberate la vescica, che dovete andare in palestra ad allenarvi”
si formò un piccolo corteo, la rossa l’apriva, la tedesca lo chiudeva. Alla fine, il corridoio faceva una svolta e, dietro questa curva, una porta ben celata dalla tappezzeria; con un calcio, Nadine la spalancò.
Un’altra stanza, non molto vasta, ma arredata in maniera assolutamente orrenda: sembrava, ed era, una stanza delle torture. Tutti gli attrezzi che la crudeltà umana aveva saputo inventare per arrecare dolore agli altri uomini, erano là rappresentati. Fruste, staffili, mazze chiodate, manette, catene, dilatatori, divaricatori, ganci, uncini, anche una sedia irta di chiodi. Simona si sentì quasi mancare, a quella vista: ne aveva tanto sentito parlare, ma era la prima volta che vedeva dal vivo una camera di tortura. Se non avesse avuto il bavaglio, Jessica si sarebbe passata la lingua sulle labbra.
C’era qualcuno nella stanza. Seduto. Vedendo entrare le quattro, si alzò rapidamente. Era un ragazzo, sui 16-17 anni, completamente nudo. E non aveva testicoli: il membro, piccolo e raggrinzito, gli stava in mezzo alle gambe senza nulla sotto. I capelli, corti e ben pettinati, erano neri ed erano anche gli unici peli che il ragazzo avesse: tutto il resto del corpo era stato depilato; i muscoli giovanili si intravedevano sotto un leggero strato di grasso. Rimase in piedi, le braccia lungo i fianchi, gli occhi rivolti a terra.
“Kwesto è Odilon, l’allenatore – spiegò Frau Rose- gli dovete la massima obbedienza, come a Nadine. Odilon…”
Il ragazzo, se si poteva, chiamare così si avvicinò alle due nuove e le scrutò. “Toglietevi tutto ed appoggiatelo su quei ganci. Vi do quaranta secondi per spogliarvi completamente: ogni istante di più, è una punizione!” la sua era una voce in falsetto. Simona e Jessica erano nude, se si eccettua il bavaglio ed i sandali dorati. Odilon girò alle loro spalle, appoggiò una mano sulla nuca di Jessica e la costrinse, ma con delicatezza, a piegarsi. Jessica percepì il dito di Odilon frugare dentro il suo ano. Anche Simona subì lo stesso trattamento, ma con gran senso di schifo.
“ Una è stretta, l’altra appena più larga. Ce ne vorrà uno da 6 e l’altro da 8…” era come se Odilon parlasse con se stesso. Andò verso una scansia e scelse due dildi, a forma di cipolla. Ne prese uno, il più grosso, e si pose dietro a Simona. “Allargati le natiche con le mani” le ordinò.
“Vi lascio soli, a lavorare” disse Frau Rose; uscì e chiuse la porta alle sue spalle. a chiave.

SE VOLETE CONOSCERE IL SEGUITO NON AVETE CHE DA DIRLO. Bob Knees

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2 commenti a “Racconti di sculacciata: Jd’O, parte prima”

  1. domedeus dice:

    solitamente non mi piacciono i racconti ambientati in tradizionali dungeon, ma questo mi sembra accattivante.

    P.S. Mi sa che è ispirato ad un film di Mood pictures, o sbaglio?

  2. Anonimo dice:

    Dove si trova questo incantevole posto ? :-) come vorrei che non fosse solo frutto della tua fantasia …

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