Racconti di sculacciata: JOLESSONTWO

Si era vestiva alla marinara: blusa a righe orizzontali bianche e bleu, con tanto di bavagliola con stelline azzurre agli angoli, e gonna rossa. Voleva essere sculacciata: non c’erano dubbi, con un abbigliamento così. L’avrei accontentata, subito.
Jo guardava fissa negli occhi il Professore, il primo, e finora unico, uomo che l’avesse mai avuta. Non si poteva dire che fossero amanti, questo no; lei si era lasciata trascinare dal vortice dei sensi e il dopo era stato pure piacevole. Ma c’era stato un prima! E quello non era stato poi così piacevole, ricordò Josephine. Brividi freddi le correvano ancora lungo la schiena, rammentando le vergate che Lui le aveva dato sul culetto nudo, e poi l’aveva fatta sua. La breve fitta provata per la perduta verginità non era stata nulla in confronto al dolore bruciante che ancora le tormentava le natiche, soltanto a richiamare alla memoria quel giorno, quattro mesi prima.
Naturalmente, mi aveva dato una ragione per punirla. Le avevo affidato il compito di battere a macchina la sua tesi; Jo sapeva farlo, l’aveva imparato quando le era passato per la testa di abbandonare l’università, visto che non ce la faceva a sostenere gli esami. Così era andata a scuola di dattilografia: caso mai suo padre l’avesse presa bene, avrebbe potuta assumerla come segretaria alla direzione generale. Invece, la madre aveva pensato bene di chiamare me, a sostenere la figlia per quei pochi, ultimi esami che mancavano. E Jo li aveva dati, ed era stata promossa: ormai rimaneva da discutere soltanto la tesi, alla prossima sessione. La tesi, appunto.
“Signorina, è zeppa di errori di battitura! Eppure, le avevo caldamente raccomandato di stare attenta, di impiegarci la massima concentrazione. Ci vorrà almeno una settimana per ribattere queste cento pagine, e lei non se lo può permettere, di perdere così tanto tempo!” disse il Professore, sventolando i fogli sotto il naso di Jo; per farlo, però, dovette piegarsi in avanti perché lei era parecchio più bassa di Lui.
Ci siamo, si prefigurò la donna, adesso andrà a prendere la bacchetta, laggiù nell’angolo, e mi dirà di spogliarmi, mi farà chinare e mi batterà sul culetto, tutto nudo, e dopo, quando me lo avrà riscaldato per bene, chissà se…Lo spero proprio!
Jo assunse un atteggiamento di finto rincrescimento, fissandosi la punta delle scarpette nere e basse. Con la coda dell’occhio, lo osservò mentre andava a prendere la bacchetta, che da troppo tempo, secondo lei, era inutilizzata.
Le dita di Jo tormentavano i bottoni della blusa, pronte a slacciarli.
Battei leggermente la bacchetta sul palmo della mano; avevo in mente qualcosa di speciale per lei; oggi avrebbe avuto una lezione memorabile.
“Si tolga le mutandine e si sdrai sul tavolo, bocconi naturalmente, signorina”.
Ah, voleva sperimentare una nuova posizione si disse la donna dal corpo di bambina; l’avrebbe assecondato.
Con le bianche mutandine in mano, Jo si accostò al tavolo; Lui passò la bacchetta nella mano sinistra e con le porse la destra per salire: senza il suo aiuto non ce l’avrebbe mai fatta da sola, piccolina com’era.
Si mise in ginocchio sul piano del tavolo. Avevo parecchio tempo davanti a me, la contessa madre non sarebbe rientrata che alle 19, al minimo, ed era giovedì pomeriggio, giorno di libertà delle cameriere. Si appoggiò sui gomiti nudi e con lentezza, stando bene attenta a non fare movimenti bruschi, si distese sul tavolo; in mano aveva ancora le mutandine, le appoggiò distrattamente sullo spigolo, vicino alla testa e poi mise gli avambracci incrociati sotto il mento, come se stesse prendendo il sole in spiaggia.
Il corpo di Jo fremette tutto, quando il Professore le sollevò la gonna rossa: l’aveva scelta apposta ampia, un po’ per eleganza innata ed un po’ per facilitargli l’operazione di sollevamento.
Apparve il suo bel sederino, a mandolino e polputo, bello a vedersi e soffice a toccarsi, vero campo perfetto per le mie due bacchette, quella di legno lunga e dura e quella di carne, più corta ma altrettanto rigida.
Chissà se avrebbe agito come l’ultima volta: bacchettate leggere e, subito dopo, quelle forti, ma ad intervalli. E la sofferenza si trasformava in goduria e la goduria tornava ad essere sofferenza. Jo divaricò appena le cosce.
Mi piazzai proprio all’altezza del suo fondo schiena. Il mio esimio collega di Heidelberg mi aveva accennato alla “Panca” punizione molto in uso nelle università tedesche del secolo scorso; in mancanza di una panca, adopravamo il tavolo dello studio.
Strillò. Non si aspettava subito la vergata violenta. Credeva, e sperava, che Lui la preparasse con quei tocchettini leggeri inferti con la punta della bacchetta, sempre più rapidi, sempre più stuzzicanti, sempre più eccitanti. Invece gliela aveva data subito forte, inattesa. Talmente forte che la ragazza sentì il formicolio mescolato al bruciore.
Beh, c’è una bella striscia rossa, assai rilevata. Così impara. Niente giochini, almeno per il momento. Trema ma non so se a motivo del dolore o per l’ansia dell’attesa. Facciamola sperare.
La bacchetta ticchettò sulle natiche di Jo, ora più in alto ora più in basso rispetto a dove si era abbattuta la prima volta. Una diffusa sensazione di calore iniziò lentamente a pervaderle il ventre, sempre più in basso. Non per apparire sfacciata, ma stava spingendo il sedere sempre più in alto, sempre più esposto: le sembrava un massaggio corroborante più che una dolorosa punizione.
Bene, è pronta. Per sei volte, alzo ed abbasso il braccio con parecchia forza. Data la rapidità dell’azione, non ho il tempo di prendere la mira: può anche darsi che due o più colpi siano caduti nello stesso posto. La vedo arrovesciare la testa, le palpebre chiuse, i denti serrati, il respiro veloce.
Dolore puro, fuoco liquido che spegneva ogni altra sensazione di dolore. Jo alzò la testa e la voltò in direzione opposta al Professore per non farsi vedere che stavo cominciando a piangere. Poi sentì il tocco del palmo della sua mano, che le calcava la carne, con un movimento circolare dall’esterno verso l’interno. Il bruciore si affievolì, non di molto tuttavia, sotto quel massaggio corroborante se la parte non fosse stata così dolorante. Capì che lui stava girando attorno al tavolo, per mettersi dalla parte opposta rispetto a dove stava prima.
Non ho ancora il polso ben sciolto: dai segni che le ho lasciato, capisco di aver calcato troppo la bacchetta in punta; le strisce sono più profonde e più marcate dalla parte della natica destra di Jo. Bisogna riequilibrare la situazione.
Stavolta aveva tenuto le orecchie ben aperte; anche se aveva paura a guardare, il sibilo del bambù nell’aria l’avvertiva un attimo prima, giusto il tempo di stringere ancor più i denti e poi l’esplosione di dolore.
Niente tocchettini stavolta, stavolta deve provare pura sofferenza. E sei! Il suo culo è striato, belle strisce parallele o quasi, dai bordi rilevati: color porpora su fondo rosso. “ Basta così! credo che abbia capito, signorina” le faccio.
Jo si puntellò con i gomiti, per un attimo ebbe la tentazione di afferrare le mutandine e di usarle come un fazzoletto per asciugarsi le lacrime. Le doleva perfino il labbro, dove i suoi propri denti erano affondati. Rinculò fino a quando non sentì più il tavolo sotto le ginocchia; allora, con un saltello, poggiò i piedi sul pavimento. Una fitta le ricordò quello che aveva subito fino pochi secondi prima. Le ci volle un bel po’, per voltarsi.
Abbassa gli occhi, non le può certo sfuggire la protuberanza nei miei pantaloni; la sua gonna è ricaduta giù, ma lei si sfila la blusa: il reggiseno è di quello tipo bikini, senza spalline. Un attimo e casca per terra. L’abbraccio, le bacio i piccoli seni…
“Oh, oh, oh” monotona si esprime la contessa madre, che, inattesa, ha appena aperto la porta.

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Un commento a “Racconti di sculacciata: JOLESSONTWO”

  1. geronimo dice:

    MOLTO buono. Tenerezza e crudeltà con un pizzico di umorismo sono ben miscelate.

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