Racconti di sculacciate: Jolection

Il Professore era molto inquieto, quella mattina. Jo lo aveva capito subito: sembrava che anche la sua barba incolta sprizzasse elettricità. Jo temeva che le impartisse un’altra punizione corporale, come lui la chiamava; gliene aveva data una circa tre mesi prima e Jo aveva avuto difficoltà a sedersi per qualche giorno.
E, quella mattina, lei era assolutamente impreparata! Arrivare a quasi 30 anni, si disse Jo ripercorrendo mentalmente la sequenza d’avvenimenti che l’avevano portata a quel punto, ed essere sculacciata come una bambina, era ridicolo! Ma lei non aveva scelta, si disse. Il banchiere suo padre e la contessa sua madre volevano ad ogni costo che lei si laureasse.
E così, avevano scelto il miglior professore che ci fosse in città, per darle ripetizioni private. Solo che lui avrebbe accettato solamente se avesse avuto mano libera, il che voleva dire in soldoni, se avesse potuto sculacciarla. Fissando gli occhi severi di mammà, Jo chinò la testa affermativamente. D’altra parte, era cosciente di essere una donna affascinante, non bellissima, ma affascinante e pure il Professore non era affatto male, se non fosse stato così alto.
“Signorina, secondo gli accordi da lei accettati liberamente, mi vedo costretta a punirla. Dieci bacchettate. Si metta faccia al muro, prego” le aveva detto quella volta, prima dell’esame di D***. Jo l’aveva fatto, mettersi faccia al muro.
Non era mai stata picchiata da nessuno, neppure da piccola, e voleva provare, in fondo al suo animo, questa cosa, le sculacciate, che, diceva qualche sua amica debole di cervello, erano tanto eccitanti. Invece, aveva provato soltanto dolore: morsi, bruciature, unghiate si erano abbattute sul suo sedere sporgente; Jo aveva stretto i denti per non gridare, aveva sudato freddo per tutta l’interminabile serie di bacchettate.
Aveva superato l’esame e pure con la lode, però.
E adesso ci risiamo, si disse: non posso confessargli di non aver studiato perché desidero essere battuta, perché, la prima volta, dopo il dolore mi è venuto un qualcosa dalla parte opposta a quella colpita e…e sono stata tanto felice!
Il Professore scosse la testa, fece ssstt ssst battendo la lingua fra i denti e la guardò severa. Ecco ci siamo! Un misto di paura e di desiderio avvolse Jo. Egli, invece, non prese la bacchetta che stava costantemente appoggiata in piedi nell’angolo, perenne monito, ma come la calma piatta precede la tempesta il Professore le fece “Si spogli!”. Nooo, non può chiedermi questo! La vergogna fu il primo sentimento di Jo, seguito da una punta d’indignazione. “Signorina, le ricordo i nostri patti, ed il suo assenso a loro. Sarò costretto, qualora non obbedisse, a rimettermi a sua madre. Ah, un’altra cosa. Non deve affatto pensare che io voglia attentare alla sua virtù….”. E lasciò in sospeso la frase, ma l’aveva pronunciata come se Jo fosse una bambolina asessuata, peggio: come se fosse una bambolina bruttissima!
Jo, in effetti, era vergine: non aveva mai voluto concedersi ad alcuno, nonostante l’età, in attesa che arrivasse il Principe Azzurro, possibilmente su un cavallo bianco, ma anche una limousine le sarebbe andata bene. E adesso, questo…questo essere la sfotteva pure! La insultava, anzi. Poi, Jo si fermò a riflettere. Le mancavano solamente due esami, e la tesi che, praticamente, era il Professore a compilare, lei la stava semplicemente battendo a macchina, almeno la prima bozza; lui pensava a tutto: alla documentazione, alla stesura. La nobildonna, sua madre, si sarebbe di sicuro inquietata: Jo, al minimo, avrebbe dovuto rinunciare ai soldi, parecchi, che le passava settimanalmente; e ai vestiti, ai divertimenti, a… tutto!
Spesso Jo e il Professore discutevano sulla tesi insieme, seduti alla stesso tavolo, le bocche vicine vicine, il fiato che si mescolava eppure lui non aveva mai perso il suo aplomb, mai le aveva fatto una advance, come se lei non esistesse, come donna. E adesso le diceva di spogliarsi. E la guardava pure con un’espressione di sfida, come se lei non avesse il coraggio, come se fosse una vereconda mammoletta, che non sapeva accettare le conseguenze….
“Va bene!” ammise Jo, deglutendo e cominciò a sbottonarsi la camicetta, iniziando però dai bottoni più in basso. “Non completamente, signorina, solo i pantaloni e quello che c’è sotto di loro” l’avvertì il professore, sempre con voce freddissima più di una ghiacciaia.
Jo lasciò aperti gli ultimi due bottoni della camicia a scacchi ed aprì quello della cintura dei pantaloni, seguito immediatamente dagli altri tre. I pantaloni non fecero certo un lungo tragitto, prima di scivolare alle caviglie di Jo; adesso, veniva il peggio. Jo si sentì arrossire, tremava dalla vergogna (ma anche dall’eccitazione di mostrarsi nuda (o meglio: ignuda, come avrebbe detto Lui) di fronte ad un uomo, per la prima volta in vita sua. Jo sospirò, chiuse gli occhi, deglutì e fece il gran gesto. Quando riaprì gli occhi, vide che lui aveva in mano la bacchetta. “Si pieghi sul tavolino, prego” e la sua voce era un po’ meno fredda, adesso. Pur intralciata dagli indumenti alle caviglie, Jo fece due o tre passettini, ma il bordo del tavolo le arrivava sopra l’ombelico, adesso nudo “Si dia una spinta con le braccia” consigliò il professore, e la voce era incrinata; almeno, così sembrò a Jo. Non era per niente fredda la superficie di legno, ora a contatto con la pancia di Jo, anzi aveva un che d’accogliente si ritrovò a constatare.
Oddio! La bacchetta le aveva toccato le natiche nude, ma non era stato per niente doloroso, anzi sembra una carezza, un tocchetto leggero, affettuoso. Ne seguirono altri, parecchi. Jo si stava abituando: un lieve friccichìo sulla pelle nuda, che era pure piacevole. Udì lo swisshhh, ma troppo tardi. Centomila aghi di ferro rovente le s’infilarono nella pelle delle natiche. Un’indicibile sensazione di bruciore; due lacrimoni spuntarono agli angoli degli occhi di Jo. Il sedere le faceva male. Ne prese un’altra ed un’altra ancora, più forti. Le lacrime le scesero lungo le guance, lei si mordeva il labbro inferiore per non gridare, per non urlare. Sembrava che avesse un intero falò al posto delle natiche. Aspettò le altre bacchettate. Non vennero. Il tremore delle gambe cessò. Cautamente, volse appena la testa per vedere cosa accadesse, perché quell’improvviso arresto. Di nuovo lo swiisshhh e di nuovo una fitta di dolore, che la fece sobbalzare: un sandalo le si sfilò dal piede contratto. Oddio, oddio, fa che si sbrighi, che questa tortura finisca presto, si trovò ad implorare mentalmente Jo. Rabbrividì, sentendo che la mano di lui le stava passando sopra la pelle, che lei immaginava ustionata; non c’era lascivia, non c’era oscenità in quel tocco. Anzi, sembrava il tocco di un innamorato…Alzò di scatto la testa a quel pensiero e si chiese: possibile che…? Si dovette ricredere subito. Le due frustate tremende reiterarono l’atroce dolore. Jo riprese a tremare, incontenibilmente; inconsciamente, allargò le cosce ma neppure se n’accorse.
Il suo cervello, oltre alla sofferenza, registrava una sensazione strana, come una smania indefinibile. Una sensazione mai provata, dolce e amara insieme, come se volesse ma non potesse. Jo, sempre inconsciamente, strofinò le cosce fra di loro. Provò fortissima la voglia di togliere un mano da dove la teneva, ben serrata a pugno sopra il tavolo, e di andarsi a toccare là sotto. Ma forse era meglio di no, pensò, Lui avrebbe potuto equivocare.
La mano di Lui che la sfiorava, sembrava lenire il dolore ed aumentare la pulsazione al basso ventre: il sudore si mescolava alle lacrime sul viso di Jo.
Ha un bel culetto, pensai, piccolo ma ben fatto e molto molto arrossato e si sta pure eccitando sessualmente. Vorrei tentare di impedirglielo, ma se prendesse coscienza di essere intimamente masochista, sarebbe meglio per me: mancano ancora due esami, più la tesi, e le dovrò dare ripetizioni almeno per altri sei mesi. No. L’ultima, e che non se la scordi!
Caricai tutta la mia forza nel braccio, come si carica una molla, e lo feci scattare in avanti. La donna, dal corpo di ragazzina, sussultò e, lentamente, cominciò a scivolare verso il basso. Forse che l’avevo colpita troppo forte e questa stupida mi era svenuta? Mi precipitai a sostenerla, ma lei aprì gli occhi, socchiuse le labbra offrendomele. E non solo le labbra. Era come se udissi la sua vulva pulsare, allo stesso modo in cui pulsava il mio, di sesso. Mi fermai di botto, quel fragile corpo ancora fra le mie braccia, seppur avessi le mani sotto le sue ascelle. Respirai profondamente.
Oh Signore, fa che la prima volta sia con Lui. Non resisto, non ce la faccio più, la mia natura chiede di essere penetrata, lo urla: Voglio diventare una vera donna, ADESSO!
Secondo gli stimatissimi lettori, come andò a finire?

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Un commento a “Racconti di sculacciate: Jolection”

  1. geronimo dice:

    Non si comprende quale sia l’ambientazione. la descrizione del castigo è efficace.Certo che una donna vergine a 30 anni…..

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