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Punizioni corporali, parte 3

23 Novembre 2008

Per chi avesse perso le puntate precedenti, Punizioni corporali, parte 1 e Punizioni corporali, parte 2.

Dicevo che quella punizione ora mi fa sorridere, ed è sicuro perché da quel giorno il livello di severità delle mie punizioni andò aumentando progressivamente, fino al giorno d’oggi, quando essere frustato colla cinghia dalla parte della fibbia rappresenta un castigo lieve, direi quasi un lusso.

Di fatto, il giorno seguente a quella punizione mio padre più che mantenne la sua promessa e comprò non una ma tre fruste. La prima la comprò effettivamente da un carrettiere. Sembra incredibile che in una città come Roma esistesse ancora un carrettiere, eppure mio padre riuscì a trovarlo. Mentre mostrava il campionario delle sue fruste a mio padre il vecchio artigiano mi guardava ammiccando e ghignando
divertito; evidentemente immaginava benissimo che il vero motivo di quell’acquisto sarebbe stato quello di frustarmi il sedere di santa ragione e, sadicamente, disse a mio padre che volendo poteva mettersi nel retrobottega a collaudare tutte le fruste che avesse voluto. Era evidente che il vecchio artigiano doveva essere un amante del genere SM, e il fatto che fosse rimasto unico in tutta Roma a gestire una bottega come quella lo indicava chiaramente. Così come chiaramente lo indicarono i suoi occhi mentre ci seguiva nel retrobottega.

Ricordo ancora quel retrobottega buio che puzzava di pellame: mio padre mi ordinò di togliermi i vestiti e quando fui completamente nudo mi fece mettere colla faccia al muro. Aveva scelto dodici fruste differenti e mi frustò con tutte prima di decidere quale comprare.

Mentre mi contorcevo sotto i colpi di frusta cercando di non urlare, notai che il vecchio artigiano si era messo ad assistere alla mia punizione non alle mie spalle, bensì alla mia sinistra e vidi che aveva la patta dei pantaloni gonfia di una erezione più che evidente. Rendendomene conto, la mia eccitazione, che già era il doppio del solito per la presenza di uno spettatore, raggiunse un livello
inaudito, e il mio pistolino svettava durissimo, colpendo colla punta nel muro a ogni staffilata di mio padre. A un certo punto, visto che ormai urlavo come un ossesso e ogni tanto tentavo addirittura di ripararmi il sedere in fiamme colle mani, il vecchio satiro propose a mio padre di legarmi e gli mostrò una serie di bardature per cavallo che facevano perfettamente alla bisogna. Innanzitutto, con un paio di briglie mi legò i polsi a una trave che passava sopra la mia testa e poi mi imbavagliò con un morso di acciaio legato con strisce di cuoio dietro la nuca. Mio padre, entusiasta alla soluzione del vecchio, decise di provare altre dieci o quindici fruste che andò a scegliere nella bottega adiacente.

Rimasti soli, il vecchio si pose alle mie spalle, si aprì la patta dei pantaloni estraendone un grasso uccellone enorme e durissimo e, appoggiandomelo al solco delle natiche, prese a strizzarmi atrocemente i capezzoli senza dire una parola. Quando ormai stavo per mettermi a piangere, il vecchio mi aprì le natiche e mi inculò con violenza inaudita. Cominciando a pistonarmi l’ano ansimando, con una mano mi strizzò i testicoli e con l’altra cominciò a spararmi una sega, chiamandomi puttana masochista. E quando mi sentii inondare il sedere della sua sborra bollente, spruzzai violentemente la mia sulla parete di fronte.

Pochi minuti dopo mio padre tornò con altre fruste e, messosi dietro di me, ricominciò a frustarmi di santa ragione con tutte. Alla fine decise di comprare due fruste. La prima era uno staffile, costituito di una sola striscia di cuoio piuttosto spessa e che recava al finale come un fiocco: essendo lunga due metri, ogni frustata che mio padre mi somministrava sulla schiena mi avvolgeva il tronco e il fiocco finale di cuoio si abbatteva schioccando su l’uno o l’altro dei capezzoli. La seconda era un nerbo di bue, lungo un metro circa e dolorosissimo che mia madre prese a usare per frustarmi sulle cosce nude. La terza frusta, invece, mio padre la ordinò su misura a un laboratorio di pelletteria. Era uno staffile interamente in cuoio, con un manico di 32 cm. dal quale si dipartivano 45 strisce di cuoio sottile lunghe 58 cm. l’una; sinceramente devo dire che a quello staffile, tuttora in uso peraltro, sono legati i ricordi di alcune tra le più intense battute che ricevetti da mio padre.

In ogni caso, quelli non furono gli unici strumenti di castigo che si comprarono in casa. Pochi mesi dopo, infatti, mio padre comprò in rapida successione tre frustini che divennero i compagni più
affezionati della pelle nuda delle mie natiche soprattutto quando eravamo fuori di casa; quando andavamo al mare o in montagna, per esempio, mio padre se ne portava dietro perlomeno sempre due. Devo dire tuttavia che le vacanze, estive o invernali che fossero, rimarranno per sempre indissolubilmente legate al ricordo di un altro strumento punitivo, forse ancora più umiliante della stessa frusta: il bastone.

Ricordo che fui bastonato per la prima volta a 18 anni, al mare. Una mattina ero uscito con alcuni miei amici per andare a fare un giro in uno dei boschi che stavano dietro casa nostra, e mio padre mi aveva ammonito di non rientrare più tardi di mezzogiorno. Non aveva bisogno di aggiungere altro, perché era regola fissa che ogni minuto di ritardo comportasse due cinghiate. Cionondimeno, quel giorno non mi resi conto del tempo che passava e, dopo aver lasciato gli amici, imboccai il sentiero verso casa alle 12:30 senza nemmeno accorgermi di essere in ritardo.

Mi ricordai di guardare l’orologio solo quando vidi mio padre avvicinarsi: vedendolo, e immaginando il motivo per il quale doveva essere venuto a cercarmi, il pistolino mi si fece subito duro nel costume da bagno. Quando mi raggiunse vidi che era anche lui in costume e pensai che per questo mi avrebbe frustato in casa. Invece lui mi prese per l’orecchio sinistro e, senza dire una parola, mi sistemò di fronte a un albero e mi ordinò di stare fermo lì. Udii il rumore di un ramo spezzato: girando rapidissimo la testa vidi che aveva in mano un ramoscello al quale andava strappando le foglie. Allora mi abbassai il costume alle caviglie, come di regola quando mi
dava la frusta in cabina, e sporsi in fuori il sedere nudo, sicuro che me lo avrebbe frustato col ramoscello. Ma non fu così. Mio padre mi ordinò di rimettermi il costume e di cominciare a camminare verso casa.

Il primo colpo mi raggiunse sulla schiena e mi fece accorgere che più che di un ramoscello si trattava di un vero e proprio bastone. E per tutto il sentiero verso casa mio padre mi bastonò. Per la prima volta non mi sentii più solo sottomesso a mio padre e mia madre, ma addirittura loro schiavo. In quel momento infatti mi immaginai uno schiavo costretto a trasportare un carico pesante sotto le bastonate del padrone.

E questa fantasia andò arricchendosi di particolari quando, giunti a casa, la punizione continuò nella legnaia. Mio padre mi ci mandò ordinandomi di denudarmi e aspettarlo. Il caldo lì dentro era umido e soffocante nella penombra delle cataste, e questo me lo fece diventare duro. Perché inconsciamente il caldo e la sensazione di sudare per me erano e rimangono indissolubilmente legati all’idea di prenderle sul sedere colla cinghia.

Mi chiusi la porta alle spalle e nella penombra indovinai il contorno delle cataste; quando i miei occhi si abituarono alla luce fioca cominciai a guardarmi intorno e vidi dei sacchi di farina e moltissime corde appese alle pareti di legno. Pensai che le avevo provate quasi tutte e sempre sulla pelle nuda, e risentendo nella mia mente il sibilo che provocavano tagliando l’aria e lo schiocco che producevano sulle mie chiappe quando mio padre mi ci frustava, il pistolino mi si indurì al punto da debordare oltre l’elastico del costume e cominciò a farmi addirittura male per l’eccitazione. Mi abbassai il costume lungo le natiche e le cosce colla lentezza di una spogliarellista consumata, facendo volutamente strusciare l’elastico sul reticolo di vesciche che perennemente ricoprivano il mio sedere grazie alle frustature quotidiane di mio padre. Il pizzicore di questo auto-castigo mi eccitò ancora di più e, dopo aver liberato il culo, mi abbassai il costume sul davanti facendo scorrere l’elastico sul pistolino che, quando fu liberato da quella costrizione, svettò durissimo verso l’alto.

Pensando alle frustate che stavo per prendere, mi sdraiai a pancia in giù su uno degli enormi sacchi di farina e presi a strofinare il glande contro la tela ruvida. Abbracciato al sacco, dimenavo il sedere e lo sporgevo bene in alto e in fuori; stavo aspettando che mio padre venisse a frustarmi colla trepidazione di una sposina novella.
Ma c’era anche un altro elemento che mi eccitava da morire. Sapevo che se mio padre fosse entrato e mi avesse visto spararmi una sega su quel sacco mi avrebbe frustato la merda dal culo; tutte le volte che mi sorprendeva a spararmi una sega letteralmente mi strappava la pelle dal culo a cinghiate. Sentendo i suoi passi fuori della porta mi fermai e rimasi piegato a pancia in giù sul sacco.

Quando entrò mi ordinò di alzarmi e, vedendo la mia erezione, capì benissimo che stavo facendo. E si preparò a farmene pentire amaramente. Non aveva in mano il frustino come avevo pensato. Si avvicinò ad una delle cataste, scelse un bastone lungo circa un metro e si pose dietro di me. Cominciò a bastonarmi. Le legnate mi piovevano sulla schiena, sulle gambe e sulle braccia e il dolore era micidiale al principio. Ad un certo punto, visto che cercavo di sgattaiolare per prevenire i colpi, mio padre smise per un momento di bastonarmi, mi afferrò per un braccio, mi trascinò alla scala che conduceva all’ammezzato della legnaia e, con una delle corde appese alle pareti, mi legò polsi e caviglie ai pioli della scala.

E riprese a bastonarmi.

Venir legato per essere picchiato scatenò i miei istinti masochisti più feroci: il dolore insopportabile delle bastonate cominciò a diventare il bruciore forte ed eccitante che sempre provavo quando mio padre mi frustava e le fantasie della mattina si riaccesero violentissime. Mio padre mi stava bastonando forte, ero sudato fracido e sentivo il sudore gocciolarmi sotto le ascelle e tra il solco delle natiche. Ma il sudore non era l’unica cosa che mi gocciolava dalle natiche. In quel preciso momento, infatti, mio padre prese a bastonarmi proprio il culo, e io sentii lo schiocco secco del bastone sulla carne flaccida delle chiappe: era più forte di quello della cinghia e sentivo che rompeva la pelle.

Dopo una trentina di bastonate mi accorsi che il bastone mi tagliava la pelle ogni volta che si schiantava sul culo: mio padre mi stava bastonando a sangue, ed era il sangue che mi usciva dalle natiche che mi faceva sentire meno il dolore delle bastonate. Abbassando gli occhi, vidi che dietro di me si era formata una pozzanghera di sangue.

“Il padrone sta bastonando il suo schiavo nudo e legato” pensai e cominciai a roteare le anche e muovere il sedere per tentare di strofinare il glande su un piolo della scala. Non lo trovai, e questa nuova frustrazione mi eccitò ancora di più. Poco dopo mio padre smise di bastonarmi, si diresse di nuovo verso la catasta dalla quale aveva scelto il bastone che aveva appena finito di usare per castigarmi e ne estrasse un bastoncino di un paio di cm. di diametro e circa trenta di
larghezza. Tornò a mettersi dietro di me e io cercai di immaginare che volesse farmi. Poi d’improvviso mi afferrò le natiche e me le aprì e le mantenne aperte colla mano sinistra: senza dire una parola appoggiò la punta del bastoncino al mio ano dilatato e ve lo introdusse con una
lentezza esasperante. Mi sodomizzò fino a farmi penetrare il bastoncino per metà e mi disse:

“Visto che sei un asino ti meriti non solo le bastonate ma anche la coda!” E se ne andò.

Credetti di morire! Il bastoncino penzolava oscenamente tra le mie natiche, muovendosi davvero come una coda attraverso gli spasmi del mio sfintere violato e il piacere che mi stava dando quell’estrema umiliazione era devastante. Improvvisamente mi rividi all’università chiuso in un gabinetto con i pantaloni e le mutande abbassate e uno dei miei compagni di classe che, sdraiato su di me, mi sodomizzava ansimando. Ancora legato, colla schiena a pezzi per le bastonate, l’ano torturato e il pistolino duro da scoppiare venni sussultando senza toccarmi.

Ma un altro strumento col quale feci conoscenza quell’estate fu il tubo di gomma. Di fronte alla casa avevamo un giardino che io avevo il compito di bagnare religiosamente ogni sera, prestando particolare attenzione ad alcune piante di rododendro. A esse, infatti mia madre teneva tanto da frustarmi di santa ragione quando riteneva che non le avessi bagnate bene. Non erano infrequenti infatti le sere in cui, dopo aver controllato il risultato del mio lavoro, mia madre veniva in camera mia colla frusta in mano, mi obbligava a togliermi i pantaloni e le mutande e a suon di frustate mi faceva tornare in giardino. Nudo dalla vita in giù tornavo a bagnare i rododendri mentre alle mie spalle mia madre, frusta alla mano, si occupava di ricordare alle mie
natiche nude quanto ci tenesse a quelle maledette piante.

Punizioni corporali, parte I

13 Novembre 2008

Vi ripresento dal vecchio blog di Sculacciate questo racconto. Buona lettura.

“A che ora ti avevo detto di tornare?”

Sarebbe stata una lunga notte. Era sempre una lunga notte quando cominciava così; prima gli gonfiava la faccia di schiaffi, poi lo faceva spogliare nudo, si toglieva la cintura dei pantaloni e lo frustava fino a quando aveva il braccio stanco.

Potrei continuare a scrivere questa storia in terza persona, come se stessi scrivendo un romanzetto sadomaso di quelli con cui mi masturbavo a vent’anni, quando l’idea di un adulto frustato dai suoi genitori me lo faceva diventare duro. Ora che di anni ne ho 32 quelle fantasie giovanili sono diventate realtà, e sento che il mio scopo nella vita l’ho raggiunto. Fra cinque minuti, infatti, non sarà un protagonista di carta a doversi togliere i pantaloni, abbassarsi le
mutande e mettersi in piedi in un angolo della mia stanza colla faccia rivolta alla parete. Alle 8 precise sarò proprio io a vedere entrare mio padre in questa stanza, togliersi la cintura dei pantaloni e dire “Sdraiati sul letto ché ti frusto!”, sarò proprio io a beccarmi sul
culo nudo tutte le cinghiate che vorrà amministrarmi.

Sarò proprio io, quando lui avrà finito di lavorarmi le chiappe nude colla cinghia, ad avere il culo striato di rosso per “disfattismo”. Proprio come quello che madri in reggicalze nero, poppe al vento e frusta alla mano finivano sempre per fare ai miei eroi dei romanzetti sadomaso e che mi
faceva sborrare sugli umilianti “Scciaaack!” e “Aaahhh!” di quelle pagine.

* * *
Ho 32 anni compiuti da più di un mese, ho lavorato per cinque anni, di cui tre a Torino, e da tre mesi circa sono ritornato a vivere con mio padre e mia madre. Che mi hanno obbligato a ri-iscrivermi all’università e che mi castigano a nerbate quasi tutti i giorni. Se solo un anno fa, quando vivevo solo a Torino, qualcuno mi avesse prospettato un’ipotesi tanto delirante mi sarei messo a ridere. Sul momento, voglio dire, e celando l’eccitazione perversa che mi avrebbe
pervaso; perché la notte la mia mano sarebbe scesa in basso al ventre a cercare il bastone di carne duro. E lo avrebbe scrollato nervosamente al suono sibilante delle cinghiate che nella mia mente avrebbero feso l’aria; e ne avrebbe raccolto lo spruzzo di sborra appiccicoso che lo avrebbe afflosciato mentre il mio culo nudo sarebbe arrossito ondeggiando sotto i colpi di cinghia di mio padre; e avrebbe continuato a strizzarne la carne ormai floscia mentre le mie urla
avrebbero implorato che la cinghia smettesse di battere la pelle nuda.

Dicevo che fra poco mio padre mi frusterà il culo nudo per “disfattismo”. E’ cominciato tutto in agosto di quest’anno. Ero ritornato da pochi giorni da Torino, dopo aver concluso in modo
fallimentare il mio periodo alla Fiat. Ai miei non era mai andata giù l’idea che io me ne fossi andato da Roma tre anni fa; inoltre avevano sempre considerato lavorare per la Fiat come uno sfizio capriccioso, un gioco, ma in nessun caso un lavoro vero, perché per la loro mentalità gli unici lavori veri erano e sono quelli che si fanno a) a Roma e b) in un grande magazzino (mio padre è direttore di un grande magazzino, appunto). Pochi giorni prima di partire da Torino mi
trovavo in uno stato di depressione profonda, ancora peggiore di quella che mi aveva accompagnato per tutti i tre anni della mia permanenza al nord. Mentre facevo le valigie, i miei pensieri correvano alla meraviglioso primavera del 1986, quando tutto era cominciato all’insegna di una incrollabile fiducia in me stesso. Avevo appena conosciuto Clotilde, e il mondo mi sorrideva, era lì per me da prendere e la carriera alla Fiat, a Torino, avrebbe significato la
possibilità di sposarci. Poi avevo calato le braghe (in senso metaforico, non come adesso quando mi frustano), me ne ero scappato a Torino senza sposare Clotilde; ed era questo che avevo continuato a rimpiangere amaramente per i successivi tre anni.

Ma, come dicevo, mentre chiudevo la ultima valigia, nella depressione che sentivo c’era qualcosa di più. C’era l’immagine della faccia tripilante dei miei nel vedermi tornare; c’era la tronfia espressione di sicumera con cui mi avrebbero detto: “Ora ti troverai un lavoro vero!”; c’era, infine, l’angoscia di ritornare a sentirmi incalzare, di sentirmi “battere sul tempo” per dirla con una delle espressioni favourite di mia madre, perché non mi “adagiassi sugli allori” (una
delle espressioni favorite di mio padre), perché non perdessi nemmeno un minuto per trovare immediatamente un lavoro “vero”. E quando finalmente arrivai a Roma, il mio umore era alcuni chilometri sottoterra: tutto quello che avevo previsto si stava puntualmente verificando, giorno dopo giorno. E più mi “incalzavano” più io mi deprimevo, fino ad arrivare al punto di passare intere giornate ascoltando allucinato le prediche senza fine che mi venivano sciorinate ventiquattr’ore al giorno.

E finalmente, una sera d’agosto appunto, l’incredibile successe: le presi colla cintura dei pantaloni.

Perché mio padre aveva deciso che ” … basta! Non se ne può più di quella faccia da cane bastonato!” e pataschiaaff! giù il primo ceffone. Al quale cominciarono a seguirne molti altri, che tentai di riparare in qualche modo colle mani; ma senza un gran esito, perché mio padre era incazzato nero e mi stava dando la ceffonata più dura che mi avesse mai dato. E prima ancora che potessi riprendermi dallo shock seppi che “… a frustate ti prendo ora, così almeno quella
faccia la farai per qualcosa! Tirati giù i pantaloni!”

Si era tolto la cintura e l’aveva ripiegata nella mano destra, e io ero troppo scioccato per dire o fare qualsiasi altra cosa che non fosse stata quella che mi era appena stata ordinata. Era martedì 14 agosto 1990 e per la prima volta in vita mia stavo per essere picchiato colla famigerata “cintura dei pantaloni” che tante volte era ricorsa nelle minacce di castigo infantili; e mentre mi abbassavo i pantaloni, colla testa completamente nel pallone, mi misi a pensare quando fosse stata l’ultima volta che le avevo prese. Era un pensiero assurdo ma … tutto era assurdo in quel momento! “Anche le mutande! … a culo nudo! … te la faccio passare io la voglia di fare il lanuto mangiapane a ufo!”

Nudo!

Per la prima volta in vita mia non solo stavo per prenderle colla cinghia dei pantaloni, ma sul culo nudo anche, come un ragazzino di dodici anni “… e faccia al muro!”. Era stato quando avevo ventisette anni che mio padre me le aveva suonate per l’ultima volta. Me lo ricordai voltandomi verso la parete, e credo che me lo ricordai perché l’aria che entrava dalla finestra mi stava solleticando le natiche nude.

Già, nudo! Ero di nuovo nudo per essere picchiato, e un senso di eccitazione perversa percorse la ventrale del mio cazzetto (6 centimetri quando è in tiro!), facendomelo indurire all’idea del senso
di sottomissione col quale mi apprestavo a farmi picchiare. La prima cinghiata mi colpì il culo sudato con uno schiocco sinistro, e il bruciore intensissimo mi indurì il cazzetto come non lo era mai stato. Alla seconda cinghiata abbassai la testa per guardarmelo: la vidi corto e duro che sembrava una salciccetta, e ricordai che non era mai stata abbastanza per soddisfare una donna . E a questo pensiero mi si fece ancora più duro.

Avevo una voglia tremenda di farmi una sega, e più mio padre mi frustava il culo, più ne avevo voglia e …… che ficata che era prenderle colla cinghia a culo nudo! Mio padre mi stava frustando come un ciuco e non risparmiava di cinghiarmi anche la parte posteriore delle cosce; avevo il culo in fiamme e la testa pure, pensando al dopo. Perché se quella battuta che stavo prendendo,
oltre che per essere una battuta in se stessa, era così umiliante, questo significava che avrebbe rappresentato un precedente. Mi domandavo con che faccia avrei di nuovo guardato in faccia mio padre e mia madre; soprattutto come sarebbero cambiati i nostri rapporti, se mi avrebbero di nuovo fatto tirar giù le mutande e frustato a culo nudo tutte le volte che ne avessero avuto un motivo.

E mi piaceva quell’idea, mi eccitava da morire l’idea di prenderle colla frusta sul culo nudo come un ragazzino! E mentre la cinghia mi mordeva le chiappe pensavo che sottile eccitazione sarebbe stata in futuro sentirmi dire da mio padre cose come: “Giù i pantaloni, ché ti frusto!” o un lapidario: “Stasera ti frusto!”; che sottile eccitazione sentirmi dire da mia madre: “Ora te le do col battipanni!”; che sottile eccitazione tirarmi giù le mutande sotto i suoi occhi e sdraiarmi a pancia in giù sul letto per farmi picchiare il culo nudo; che sottile eccitazione esibirmi in un ridicolo balletto mentre lei mi avrebbe fustigato le cosce nude col manico del piumino; che sottile
eccitazione doverla implorare di smettere di bastonarmi la schiena nuda colla scopa; che sottile eccitazione, a 32 anni, essere sottomesso in modo così umiliante a mio padre e mia madre!

* * *

Bene, per quanto riguarda i rapporti con mio padre e mia madre ho scoperto tutto un mondo nuovo a partire da quella sera. Innanzitutto ho scoperto che quel regime di sottomissione era assolutamente possibile nonostante la mia età: la mia remissività di quella sera ha fatto sì che la realtà perdesse di significato, al punto da rendere non solo possibile ma addirittura credibile il fatto che a 32 anni io venga castigato e battuto come un ragazzino di dodici. In secondo luogo ho scoperto che i miei non hanno veramente bisogno di un motivo per farmi tirar giù le mutande e frustarmi il culo nudo: di fatto ci sono tutta una serie di battute che prendo solo perché “me le merito”.

Da ultimo – e questa è forse la scoperta più interessante – ho notato che la mia remissività ha spinto i miei a rendere questo regime disciplinare ancora più inverosimilmente umiliante di quello a cui potrebbe essere sottoposto un ragazzino di dodici anni. Basti pensare che quando mi picchiano, se non è sul momento, mi fanno denudare completamente e mi chiudono nello sgabuzzino legato! Sissignori (che tra parentesi è diventato l’unico modo in cui devo rispondere a mio padre e mia madre quando sono interrogato), legato: mi legano mani e piedi e mi lasciano lì magari anche delle ore prima di venire a suonarmele. Ieri mia madre ha scoperto che mi ero masturbato nella salvietta del bidè e, dopo avermi fatto una faccia così di schiaffi, mi ha legato nudo nello sgabuzzino al buio, e ogni mezz’ora veniva a bussare alla porta e a dirmi: “Stasera vedi come ti faccio conciare da tuo padre! Neanche colla cinghia! … collo staffile te le faccio suonare!”.

E io là dentro col mio cazzetto duro che non mi potevo neanche toccare, perché le mani me le aveva legate ai ganci delle scope! Io là dentro a eccitarmi come un maiale mentre lei parlava di farmi staffilare, col cazzetto gonfio e puzzolente che ormai, ne sono sicuro, doveva essere violacea dall’eccitazione. Maremma maiala, collo staffile … quello sì che è un modo umiliante di prenderle! Perché quando mi scudisciano mi legano i polsi all’attaccapanni e le caviglie al battiscopa, lasciandomi però slegato in vita perché, dicono, vogliono vedermi dimenare il culo sotto le frustate. E prima di staffilarmi, mio padre mi fa sempre il culo rosso colla cintura dei pantaloni: mi acchiappa forte per un orecchia e mi dice: “Ora ti frusto il culo, lavativo!” e poi comincia a picchiarmi di santa ragione il culo nudo colla cintura e dice: “Le senti le cinghiate sul culo, lazzarone?” e io: “Sissignore! … ” e lui: “Benissimo! Da oggi in poi ti frusto tutte le sere … vediamo se impari a ubbidire!” e io che cerco di nascondere il più possibile il cazzetto duro che mi
ondeggia tra le gambe a ogni cinghiata.

Mia madre, che osserva la scena, non si risparmia i commenti, naturalmente: “Più forte …dagliele belle secche a quel disgraziato!… lasciagli i segni!”. Ed è poi lei che stabilisce quando devo essere staffilato: “Lo staffile, ora frustalo collo staffile!”. Mio padre naturalmente non si fa pregare e, dopo avermi legato le mani all’attaccapanni e i piedi al battiscopa, afferra lo staffile, si
piazza un paio di metri dietro di me e … sciaaack! … giù la prima staffilata sul culo!. E mia madre dietro: “Strappagli la pelle delle natiche a questo disgraziato! … più forte, fagli ballare la furlana!”.

La schifosa! Sì, schifosa, perché uno generalmente non ci pensa mai, non osa pensare che anche i propri genitori possono fare certe cose; ma poi, quando arriva a subire certi eccessi, si rende conto che sì è possibile che le facciano. Per esempio, io sono sicuro che ieri sera la schifosa si è messa dietro la porta di camera mia ad origliare mentre mio padre mi scudisciava. E sono sicuro che si stava sgrillettando come una vecchia troia spiandomi dal buco della serratura mentre strisciavo nudo come un verme, urlando e piangendo sotto le frustate. La schifosa! Mi picchia il culo nudo col battipanni fino a farmi venire le vesciche quando sospetta che io mi faccia le seghe! Ma questo è ancora niente. Bisogna vedere che mi fa quando scopre che ho le mutande sporche: quello sì è l’acme dell’umiliazione! Entra in camera mia come una furia: nella mano sinistra brandisce un paio di mutande, nella destra la frusta che hanno comprato apposta il mese scorso per picchiarmi. Sventolandomi le mutande sotto il naso mi urla: “Che cos’è questo, eh … ?!? Ti sembra la maniera di … guarda qua, maiale! … ma ora te la faccio vedere io!” e mi infila le mutande in testa come un cappuccio, colla parte sporca di merda proprio davanti al naso. Mi tolgo i pantaloni e le mutande per farmi frustare.