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Immobile come il mio cuore

24 Settembre 2011

Pubblico oggi un eccezionale racconto di Nadine, buona lettura a tutti cari amici. Ricordo che chiunque può pubblicare su questo blog, è sufficiente scrivere una mail a sculacciata76@yahoo.it con il racconto, la poesia o magari il link al video che si vuole vedere pubblicati!

I giorni passavano veloci, infatti Hanial era con me già da 2 settimane e mezzo. In queste settimane non era successo nulla di brutto o particolare, le insegnavo a prendere i colpi dai vari strumenti,poi per due giorni la lasciavo perdere e ne approfittavo per spiegarle il galateo e il modo in cui si doveva comportare in presenza del padrone, oppure nelle feste mensili dove le schiave venivano mostrare a tutti. Lei come sempre era stata molto brava ad imparare tutto ciò che le insegnavo, era molto attenta e soprattutto imparava subito, inutile poi dire che il nostro rapporto oramai era talmente profondo che a volte non doveva nemmeno parlare che la capivo, una simpatica ricorrenza da segnalare era il gelato alla vaniglia, ogni volta che arrivavo a casa la vedevo pronta in prima linea per ricevere il gelato, mi viene ancora da ridere se ripenso al giorno dopo il primo. Ero tornata dal giretto serale senza niente, lei era già pronta, quando vide che non avevo nulla con me mi aveva tenuto il broncio tutto il tempo fino a che dopo mille baci scuse e carezze non ero uscita nuovamente a prenderle il gelato, a quel punto il suo sorriso aveva ripagato tutto il tempo speso per arrivare al carrettino e tornare. Hanial l’aveva afferrato e si era messa nel solito angolo rannicchiata a mangiare felice il suo gelato, mentre lo mangia non la puoi distogliere in nessun modo eheh, ma adesso torniamo a quella telefonata che rovinò il sogno.

Erano le 23 di sera, Hanial era a casa che mi aspettava, mentre io mi ero soffermata a parlare col vecchietto che si chiamava Igor, mi raccontava di quando era giovane e di tutte le cose che aveva visto, quando il telefono mi squillò – pronto Alexia sono Dimitri – mi sentii gelare, con voce bassa – si hai qualche ordine per me? – sentii parlottare Dimitri poi – si tra 3 giorni si tiene la festa dove ogni padrone e miss mostrano le proprie schiave, vogliono che vieni anche te e che tu ti porti dietro la tua schiava Hanial – mi sentii rabbrividire deglutii e con la bocca secca – si va bene solita villa alla solita ora? – un attimo di silenzio poi due risate, quella sullo sfondo era di karl, provai un senso di rigetto soprattutto dopo che Dimitri mi disse – ah c’è karl che ha detto ti aspetta con ansia, si raccomanda di mettere un bel vestitino e portarne uno di ricambio per dopo – altre risate io abbassando lo sguardo preoccupata – si lo farò, mi deve ancora punire per la mia mancanza – in quel momento pensai solo a come fare in modo che Hanial non assistesse allo stupro,poi Dimitri interruppe i miei pensieri – bene bene dice che la pagherai molto cara, ha detto di preparare bene il tuo culetto da puttanella ad assaggiare prima il suo cazzo, e subito dopo la sua bellissima cinta di cuoio nuova di zecca per te – rise e continuò – e se il tuo culo livido lo ecciterà te lo farà assaggiare anche una seconda volta il cazzo ahahah – asciugai le prime lacrime – va bene mi preparerò – lui ridendo attaccò, Avrei voluto offenderlo e dirgli tutto ciò che pensavo di loro e del mio mondo ma non potevo, prima di tutto per Hanial poi per me. Quella sera tornando a casa pensai di uccidermi il giorno in cui Hanial sarà portata via da me, ma come entrai e vidi quel sorriso rinunciai e non potendo fare altro mi accasciai e piansi.

Hanial mi prese e mi abbracciò con dolcezza, stette lì ferma senza dire niente fino a che non mi ero sfogata poi aspettò passandomi un fazzoletto, aspettando che fossi io a parlarle – piccola fra 3 giorni dobbiamo andare a una festa, o meglio alla mostra delle slave – lei mi guardò < in che consiste questa festa? > presi del tempo, non volevo dirle che Karl mi avrebbe violentata senza pietà e cinghiata, ma lo sarebbe ugualmente venuta a sapere, quindi per adesso decisi di dirle solo che mi avrebbe cinghiata – piccola, la festa consiste nel mostrare le slave, così che le padrone e i padroni presenti si possano vantare di come le domano e di tutte le sevizie a cui le sottopongono, ma non è questo il problema- mi fermai, lei aveva fatto una faccia irritata alla mia spiegazione ma continuava a fissarmi – là verrò punita duramente con la cinghia da Karl – i suoi occhi si sbarrarono per la paura < è per colpa mia vero? Per quel mio stupido gesto il primo giorno > le sorrisi accarezzandola – piccola la decisione di fermarlo è stata mia, poi non sapevi niente e avevi ricevuto un’ordine ben preciso quindi non sentirti in colpa- furono inutili quelle mie parole aveva già iniziato a piangere, sorrisi triste – mi consoli e poi piangi te – la strinsi – promettimi solo che non sarai lì mentre mi punirà – lei annuì. Sorrisi felice – in tutto questo c’è una bellissima notizia cucciolina. Domani usciremo assieme per prenderti il vestito bello nuovo ed elegante per la festa, sei felice? – il suo viso s’illuminò di colpo < mi comprerai un vestito? > sorrisi – si lo sceglieremo insieme e sarà tuo – sorrisi, volevo rendere la festa per lei una gioia e non una preoccupazione, ma non so se si era veramente bevuta la mia tranquillità oppure aveva già capito tutto.

Come promesso l’indomani si uscì, ero molto in ansia mi fidavo di lei ma non sapevo se una volta uscita non avrebbe cercato di scappare, alla fine non sarebbe stata da biasimare, lei si guardava in torno curiosa, poi saltellava e canticchiava come una bimba piccolina che stà andando al parco giochi. Era stata felice tutta la mattina stressandomi di domande su quando si partiva e dove si andava, oppure mi chiedeva se avevo già in mente che abito prendere, alle sue domande avevo risposto dolcemente e riempiendola sempre più di baci.

Non mi sembrava vero, la giornata era splendida proprio come lei , per le strade era pieno di gente che ignorava la nostra situazione, lei era vestita con un mio paio di jeans e una maglietta bianca, sotto aveva un intimo nero, si arrivò davanti a un negozio di vestiti eleganti, uno di quelli dove fanno gli abiti su misura e si entrò, subito ci accolse un signore anziano sui 65 anni, era leggermente grassoccio pelato con dei baffetti bianchi, anche lui era dell’organizzazione, mi sorrise e squadrò subito lei – ma bene chi abbiamo l’onore di avere qua, Alexia – mi si avvicinò all’orecchio – mi hanno detto che il tuo sedere e la tua bocca sono fantastici – lo squadrai con una finta espressione piatta e mi affrettai a dirgli – be vorrà dire che dopo li assaggerai per bene, ma prima voglio un bel vestito per lei, il migliore, e una schiavetta speciale e come puoi vedere bellissima, voglio che quando entrerà nel salotto tutti gli occhi siano per lei –. In realtà speravo così di concentrare tutta l’attenzione dei presenti sulla sua bellezza e non su altro, poi se riuscivo a darle un po di regalità forse potevano rimanerne intimiditi.

Lui sorrise soddisfatto – ma certo avrai il migliore, per adesso la farò truccare poi penseremo al vestito – batté le mani due volte e comparvero due ragazze giovani molto carine – bene Ilenia e Korine truccate alla perfezione questa schiava – annuirono e presero Hanlia per mano, lei si voltò preoccupata, non aveva sentito prima ma probabilmente voleva dirmi qualcosa – lasciatele le mani deve parlarmi – lei si affrettò < non posso sceglierlo con te padrona?> sorrisi sembrava una cucciola che guarda la padrona che esce di casa – piccola certo ma prima devo pagare il vestito, feci finta di prendere il portafoglio anche se non mi sarebbe servito, e poi te devi essere truccata per bene, non preoccuparti seguile e poi quando torni io sarò qua ad aspettarti – lei mi sorrise felice ed ignara di tutto, mi fece un a tenerezza, la vidi scomparire dietro delle tende e lui mi prese per le spalle come per parlare ad un’amica e ci s’incammino verso l’ufficio – vedo che la tratti bene la schiava, se posso permettermi credo che ti ami – mi fissò con aria severa – e se non mi sbagli è reciproco l’amore o mi sbaglio? – io scossi il capo – sono ordini del suo futuro padrone, vuole che la trattiamo per bene senza lasciarle cicatrici o violarla, è stato chiaro- feci spallucce – sarà uno di quei pervertiti che gli piace amare le proprie schiave e trattarle come bamboline da vestire ed usare a suo piacimento- lui sorrise mentre eravamo già entrati nel suo ufficio. Si fermò a chiudere le porte poi premette il tasto dell’interfono – Tatiana non faccia entrare nessuno, se viene qualcuno gli dica che sono occupato- deglutii sapendo a cosa si riferiva, a stento trattenevo le prime lacrime, una voce femminile – si signore, altre indicazioni? – lui spense.

Si sedette sulla sedia e mi fece cenno di andare da lui, mi avvicinai e dopo poco mi ritrovai con la testa pigiata contro il suo basso ventre, non ci volle molto per farlo venire, ingoiai tutto e poi continuai a succhiare, sapevo che quel porco mi voleva fare anche il culo, sottomessa glielo feci tornare duro, mi misi sopra di lui, scostai le mutandine e gli feci strada verso il mio ano, entrò dentro, lo sentii farsi strada dentro di me, il suo volto era orribile così sfigurato dalla libido, guardai in giù e iniziai a muovermi velocemente fingendo di provare piacere.

Non mi aveva mai fatto così male farmi usare, non era il dolore perchè alla fine ero riuscita ad avere io l’iniziativa e a gestire il tutto ma la coscienza di tradire Hanial mi logorava, affrettai il movimento per farlo venire, poco prima che lo facesse mi tolsi e glielo presi in bocca, così dopo tre leccate era venuto copiosamente di nuovo nella mia bocca, ingoiai di nuovo e corsi nel bagno. Misi due dita in gola e rigettai tutto il suo seme.

Piansi a lungo sul water, non avevo mai pianto così, mi tornava in mente la faccia di Hanial così felice per il vestito, il sorriso mentre ignara seguiva le due ragazze, come potevo farle questo, non so quante volte ripetei mentalmente la parola perdonami mentre cercavo di smettere di piangere.

Mi lavai il viso, la scelta di non truccarmi dopo quell’esperienza si rivelò vincente , uscii dal bagno sicura di me, non volevo che lei si preoccupasse, guardai lui che si era ricomposto – non deve sapere nulla lei va bene? – lui sorrise – io che ci guadagno? Lo sai che avrei in mente? – lo guardai, mentalmente lo pregai di non pretendere altro – cosa? – lui sorrise – non ho mai fatto la pipi in bocca a una ragazza guardandola negli occhi, non so se hai capito ciò che voglio dire – mi sentii schifata solo al pensiero ma dovevo proteggerla, e se c’era anche la minima possibilità di assicurarmi il suo silenzio dovevo assecondarlo – va bene- aprii la porta del bagno – prego – .

Tornai di là da Hanlia dopo aver rigettato per la seconda volta in due minuti, per mia fortuna lui non pretendeva che non lo facessi, era stato anche permissivo offrendomi due mentine che avevo preso sguardo basso e umiliata, infatti quel suo ultimo gesto di urinarmi dritto in gola mi aveva umiliata mille volte più della violenza subita poco prima.

Come apparve davanti a me la trovai semplicemente fantastica, se prima era stupenda adesso era meravigliosa, anche lui ebbe un sussulto, i clienti del negozio la squadravano con ammirazione, mentre lei timidamente mi guardava con un sorriso timido e imbarazzato < come sto padroncina? > le sorrisi stupita e ammirata – benissimo piccola, adesso andiamo a scegliere il vestito così sarai perfetta – lei corse da me e mi abbracciò, per un momento ebbi paura che sentisse l’odore ma per fortuna le mentine e il profumo avevano coperto tutto.

La strinsi a me sentendo un senso di conforto e amore curarmi le ferite subite dalla mia anima poco prima, l’accarezzai poi la staccai appena sentii i colpi di tosse impazientiti di lui. Ci S’incammino verso la sala privata dove teneva i vestiti migliori – bene bene adesso che l’abito è stato pagato e le mie commesse hanno reso la signorina degna del luogo in cui è scegliamole il vestito-. Come varcammo la soglia un’immensa sala piena di gente indaffarata e miliardi di stoffe di diversi colori e manifattura si estese dinanzi a noi, lei guardò ammirata come me del resto, lui ci fece strada, camminammo in mezzo a corridoi di stoffa per mezzora, quando la vidi. Era una stoffa di seta azzurra chiara, era perfetta per lei, le avrebbe donato la luce e la leggerezza che l’avrebbero resa stupenda, ed in più sarebbe stato appariscente al punto giusto per far risaltare la sua persona e i suoi bellissimi occhi, poi con un trucco leggero e sfumato sarebbe risultata perfetta, fermai tutti – ecco vorrei che provasse quella stoffa – lei la guardò e le s’illuminarono gli occhi < è bellissima padrona, sono sicura che mi starà benissimo > era al settimo cielo, il dolore provato prima scomparve completamente, le commesse presero la seta, decisero di farle un vestito unico elegante con lo scollo a v, niente maniche, e lungo fino alle caviglie, sulle spalle collocarono dei lacci ricamati di diamanti, le misero un anello con un solitario e una collana di oro bianco con un solitario al centro, gli orecchini erano dei pendenti in oro bianco con degli zaffiri a forma di cuore al centro,poi presero una tiara con la forma di un fior di loto alla base che lasciava partire piccoli steli che terminavano in diamanti, come scarpe decisero di usare sandali Stuart Weitzman tempestate di swarovsky con tacco a stiletto e plateau color ghiaccio, come uscì dal camerino mi misi le mani davanti alla bocca e mi si sgranarono gli occhi, non avevo mai visto nulla e nessuno di così bello, lei era li ferma immobile imbarazzata che si guardava stranita intorno, anche lui ebbe un sussulto – mamma mia che bella, possiamo dire di aver creato un’altra opera d’arte – era sensazionale, quasi arrabbiata per non aver parlato per prima – sei spettacolare piccola, adesso fammi vedere una camminata come ti ho insegnato su – sorrise poi cambiò espressione e camminò dritta e fiera, teneva lo sguardo leggermente basso come segno che lei era una slave, Bayan guardò la scena affascinato, poi con un viso di visibile dissenso – mamma mia, saresti una miss perfetta, forse con la tua bellezza potresti aspirare ad arrivare dove nessuna, peccato che invece tu sia invece una stupida slave – sogghigno con disprezzo – e per di più senza nemmeno poter essere utile come mio giocattolo oggi – Hanlia restò impassibile ma vidi il suo pugno stringersi, sperai non dicesse nulla e così fu per mia e sua fortuna.

La fecero spogliare di nuovo, lei venne subito da me – padrona è sicura che ce lo possiamo permettere? spenderai una fortuna – mi guardò preoccupata, la voce di Bayan mi superò da dietro – non ti preoccupare ha pagato tutto la tua padrona, vero? – annuii facendo finta di nulla. Le accarezzai i capelli – visto piccola non c’è nulla di cui preoccuparsi, voglio solo che tu sia felice – lui fece un gesto di disgusto andandosene mimando con le mani due bocche che si aprono e si chiudono.

Finalmente ci diedero il vestito e si uscì, lei saltellava felicissima, poi si abbracciò a me con dolcezza, me ne fregai di tutti gli sguardi delle persone e la strinsi a me, tornando si passò vicino al bezh cafè, lei si fermò < padrona mi daresti 600 rubli?> la guardai – perchè ? – sorrise < ti voglio offrire la colazione > risi – ma se ti do io i soldi che cambia? e come la pagassi io – lei mise il broncio – va bene va bene, facciamo così ti darò la paghetta come alle bimbe, 1500 rubli ogni 15 giorni ecco il tuo anticipo di 1000 rubli – le diedi i soldi lei mi baciò con gioia e mi trascinò letteralmente nel bar.

Ci si sedette e si fece colazione, alla fine pagò tutto lei felice, adoravo il suo carattere da bimba e un po ingenuo, la faceva così tenera, non mi accorsi nemmeno di averla già presa fra le braccia e cominciato a baciarla.

Si arrivò a casa, andai in bagno a farmi una doccia lei aspettò di là, quando tornai la vidi che armeggiava con un sorriso immenso il suo vestito, osservava la tiara e la stringeva a se, andai da lei e la spinsi sul divano dove si fece l’amore in modo dolce passionale e tenero.

I giorni si susseguivano, io approfittavo di tutti i momenti per istruirla, le dicevo come parlare come muoversi e tutto il galateo necessario, lei apprendeva ed eseguiva alla lettera era bravissima, studiai la capigliatura e il trucco da usare, ed infine il giorno della festa arrivò.

Dimitri venne a prenderci puntuale, l’avevo truccata alla perfezione, ero molto brava anche in quello, trucco sfumato quasi invisibile, capelli raccolti alla butterfly, rossetto leggero e il suo vestito completo di tutto. Io avevo un abito da sera nero e capelli raccolti in una coda di cavallo non troppo elaborata.

Scesi prima di lei, Dimitri mi osservò – ma che brava sei senza rossetto sei sempre stata furba su inginocchiati – feci ciò che dovevo poi tornai in casa, mi lavai i denti e mi truccai poi presi Hanlia, lei si aggrappò a me era molto tesa, aveva paura di non essere all’altezza ma non poteva essere più perfetta.

Il viaggio in macchina passò in silenzio, nessuno diceva nulla, lei si limitava a guardare dal finestrino lo scenario intorno a se. Sapevo che sicuramente stava ripassando tutto ciò che le avevo insegnato, dopo un’oretta si arrivo di fronte al cancello della villa. si superò il lungo vialetto alberato e si arrivò a una piazzetta di fronte all’ingresso della villa, fuori era pieno di ospiti con slave a presso, chi non conosceva il nostro ambiente l’avrebbe scambiata per una semplice festa di un riccone, si girò intorno alla fontana raffigurante due angeli con una brocca in mano da cui scendeva l’acqua, dentro alla fontana c’erano dei pesci rossi che nuotavano, lei li guardò affascinata io le feci cenno di ritrovare il contegno, mi faceva felice vederla così contenta, ma non volevo che si notasse che in questi giorni eravamo diventate più di semplici miss e slave.

Un parcheggiatore ci aprì lo sportello, ci fece scendere con eleganza me e Hanlia, mentre Dimitri lasciò posto in fine al parcheggiatore, ci accompagno dentro. Di fronte a noi si mostrò un immenso salone, ai lati di esso c’erano tavoli imbanditi a buffet.Due cameriere ci accolsero subito prendendoci i soprabiti, una di loro aveva dei segni di frustate sulle cosce segno che era stata recentemente punita. Di fronte c’era una rampa di scale, che portava al primo piano, lungo i corridoi del primo piano c’erano i padroni che scambiavano le slave con altri e poi si dirigevano verso le stanze dove avrebbero trovato strumenti da usare a loro piacimento sulle ragazze. C’incamminammo, al centro della sala sotto il lampadario pieni di pendenti di cristallo c’era un piccolo palco dove un’orchestra suonava musica classica, nel frattempo Dimitri ci aveva lasciate.

Mi guardai intorno in cerca di facce conosciute, notai due mie vecchie slave una era testa china come doveva stare, mentre il suo padrone parlava con altre persone, mentre l’altra era con un atteggiamento intimo, decisi di andarla a salutare, le persone come vedevano Hanial si giravano a guardarla, lei contemplava stretta a me la sala e tutto il resto affascinata. Una volta arrivate Magda riconoscendomi si avviò verso di me e mi fece un inchino, mentre il suo padrone Dorian mi sorrise – salve padrona. La vedo bene, sembra molto più rilassata- squadrò Hanial – è merito suo? – sorrise dolcemente, Magda era stata brava durante l’addestramento , non come Hanial, però erano poche le volte che l’avevo dovuta punire ed era una ragazza dolce ed estremamente intelligente, le sorrisi – si credo che sia il suo affetto – lei mi abbracciò – sono stata fortunata con lui quindi non ti preoccupare più per me, ci amiamo, lo so è uno dei pochi casi in questo inferno ma a me è capitato, quindi smettila di preoccuparti per me va bene?- le sorrisi dolcemente e accarezzandole il volto – sei sempre stata una ragazza intelligente e sveglia, sono felice per te – trattenni delle lacrime di commozione poi andai a salutare il suo padrone, anche lui mi strinse e mentre mi baciava la guancia in cenno di saluto – grazie per averla addestrata così bene, fra un mese le darò la scelta se andarsene con la promessa di non dire nulla o sposarmi – mi si riempì il cuore di gioia a quelle parole gli strinsi forte la mano per fargli capire il mio consenso.

Presi Hanial – lei è Hanial – abbassai la voce – ed è colei che mi ha salvata dall’oblio, ci amiamo e anche se saremo separate fra poco vogliamo vivere il nostro amore a pieno. Vi prego però di non farne parola con nessuno o me la toglieranno – loro sorrisero e fecero segno con la mano di una zip che chiude la bocca Hanial gli sorrise e fece un inchino, loro la fissarono, come alzò gli occhi capii che anche loro avevano visto il cielo dentro ad essi < piacere di conoscervi > loro sorrisero – piacere nostro Hanial, adesso vi lasciamo a dopo – Magda venne verso di me e con viso preoccupato e addolorato – ho saputo di Karl che …- la bloccai e le feci capire che apprezzavo la sua preoccupazione, lei capii che non volevo che lei sapesse di più e si limitò prima di andare via a darmi un’ultima occhiata dispiaciuta.

Hanial si avvicinò e mi prese una mano < balliamo padrona > sorrise, era bellissima, era come se tutta la luce del salone fosse rivolta a lei, presi la sua mano e si iniziò a ballare. Aveva imparato benissimo a farlo, i suoi occhi non si staccavano mai dai miei, chiusi gli occhi lasciandomi trasportare da lei, sentii come se un vento mi stesse accarezzando dolcemente,poi di colpo intorno a me apparve un prato pieno di soffioni, e il loro polline danzava con me, tenni gli occhi chiusi inebriata di questa visione,li riaprii al termine della musica incontrando quelli di Hanial – cos’è stato?- chiesi quasi automaticamente. Lei con occhi maliziosi sorrise < cosa padrona? > scossi la testa mi sarei sentita stupida a ripetere ciò che avevo visto e sentito, ma mentre pensavo a tutto ciò sentii la gente applaudire, tra cui Nikolay, ebbi un fremito di paura, lui era il capo dell’organizzazione, Hanial vedendomi agitata si inchinò con rispetto e in maniera perfetta a Nikolay, lui si avvicinò, mentre anch’io mi ero inchinata e adesso lo stavo guardando con rispetto e sottomissione.

Accarezzò la guancia di Hanial, quel gesto così innocuo stava riempiendomi di odio, fra tutte le persone lui era l’ultimo che volevo che toccasse Hanial, ma non potevo fare nulla – bene mia piccola doch, quindi sei tu la slave di cui tanto si parla. Seguitemi nel mio studio – a quelle parole i tremarono le mani, le strinsi per non farlo notare e per cercare di riprendermi, poi con finto onore e rispetto come si richiedeva in queste situazioni – la seguiamo Nikolay – .

Ci scortò fino al suo studio. Lo studio era una grande stanza con due piani, al piano terra sia a destra che a sinistra c’erano delle librerie piene di libri e soprammobili rari e vecchi, sul pavimento c’era un tappeto persiano, mentre in fondo alla stanza c’era una scrivania con sopra una lumiera sulla sinistra, al centro un registro e sulla destra un pc.guardai su e vidi che al piano di sopra c’erano altri libri, mentre sul lato opposto della scrivania subito sopra la porta c’era un vetro colorato che raffigurava un angelo che alzava le mani al cielo, ma io sapevo benissimo che i suoi occhi erano telecamere e le nuvole specchi magici.

Nikolay si andò a sedere sulla sua sedia e le due sue schiave che portava sempre dietro si misero ai lati di lui con lo sguardo fisso in terra. Si mise comodo – bene bene, parlami dei suoi progressi forza – io feci un passo avanti – Hanial impara presto tutte le cose che le insegno, certo non è ancora perfetta ma la sarà presto- mentii sul fatto che era imperfetta, avevo paura che me la portassero via prima del tempo – ha assaggiato vari attrezzi punitivi e mangia come una slave senza obbiettare, i suoi movimenti e posizioni sono ottimi e senza forzature, non si lamenta per nulla, ha un carattere mansueto e facilmente domabile, anche se due volte ha dovuto assaggiare la cinta data bene i primi giorni – Hanial era restata impassibile anche di fronte alle mie bugie che avevo appena detto.

Ci squadrò soddisfatto – bene. lo sa cosa le aspetta dopo con il suo padrone vero? – feci per rispondere ma lui mi fece cenno di tacere e guardò Hanial per un attimo ebbi paura che potesse sbagliare a dire qualcosa – voglio sentirlo dalla slave – lei prese il cosino < scusi se è costretto sentire uno stupido oggetto parlare al mio posto, sono cosciente dei miei doveri, dovrò accontentare il mio padrone in tutto e per tutto, sia sul lato sessuale che in tutto il resto > lui sorrise – quindi se un giorno arrivando da una giornata di stress a lavoro ti prende e ti cinghia senza motivo te come reagirai?- lei diventò un po tesa poi rilassandosi < se la mia sofferenza porterà piacere al mio padrone ne chiederò altre e lo ringrazierò come ci si aspetta da una brava schiava > lui applaudì in modo sarcastico – credo che il tuo futuro padrone sarà soddisfatto di te, volevo solo sapere questo – .

Capii quando guardò in alto che dietro al vetro magico ci stavano osservando, probabilmente ci doveva essere il suo padrone, lui sorrise – bene piccola stenditi pancia sulla scrivania e mani ai bordi esterni – io feci per fermarlo ma Hanial mi guardò severa senza farsi notare da lui, avanzò e si mise senza esitazioni in posizione. Lui nel mentre aveva sfilato la cinta si mise dietro di lei e alzò la gonna, le avevo assestato qualche cinghiata leggera prima per far finta che fosse stata punita, lui sorrise poi scostò le sue mutandine, ogni tocco della sua mano su Hanial mi procurava una rabbia incredibile, ci misi tutta la mia volontà per non portarla via da li, i miei occhi erano già lucidi, cercavo di non far vedere le mie emozioni, lui le aprì la micina e guardò dentro, lei non si mosse, prese la cinta e ciaff un colpo fortissimo, sentii un respiro forzato di Hanial. Sobbalzai come fossi stata io a ricevere quel colpo tremendo < 1 grazie > nikolay sorrise – bene rivestiti – rimasi colpita dalla cosa – bene credo che tu sia stata perfetta, non hai portato le mani al sedere limitandoti a stringerle intorno al bordo, le tue gambe non si sono alzate di un millimetro ed hai ringraziato – lei si rialzò e si rivestì tornando al mio fianco, quando si girò di nuovo verso Nikolay strusciò la sua mano sulla mia accarezzandola, quel gesto mi strappò un sorriso facendomi rilassare.

Nikoaly si sedette – bene potete andare adesso, divertitevi – noi si fece l’inchino dovuto – con il suo permesso – e si uscì, come uscii dalla stanza la portai in un angolo e la bacia con passione, lei strinse dolcemente le sue braccia intorno a me e ricambiò il bacio. Mentre si scendeva vidi Karl che mi notò subito, feci un cenno ad Hanial e come deciso lei fece finta di chiedermi il permesso di andare in bagno e se ne andò. Come karl mi raggiunse squadrò il mio corpo – siamo molto belle stasera a quanto vedo. ti sei fatta bella per me?- strinsi il pugno poi con un finto sorriso – chissà – lui mi prese la mano – seguimi. abbiamo la stanza 28 – squadrai un attimo in giro e la vidi più in là intenta a prendersi da bere, mi tranquillizzai almeno su quel fronte e seguii Karl.

Quello che mi fece nella stanza fu orribile mi viene il voltastomaco solo a pensarci. Mi prese prima con forza e senza pietà, usando tutti i miei buchi come fossi una bambola di carne, poi mi fece poggiare il busto sul letto e mi cinghiò il sedere a lungo e senza sosta facendo del mio sedere un cumulo di pelle lacerata e viola. Dopo non contento mi aveva ripresa con forza nel sedere dolorante schiacciandomi la faccia sul materasso con la sua mano. Venne poco dopo godendosi le mie urla di dolore.

Quando Karl uscì restai ferma immobile sul letto sentendomi sporca e piena di dolore, so che sembra una cosa assurda ma pensai come facevo a tornare da Hanial così, avrebbe sofferto tantissimo, mi venne da piangere ma svenni per il dolore e la fatica.

Mi ripresi dopo una quarantina di minuti, come cercai di muovermi sentii il basso ventre e il sedere bruciarmi, mi bloccai di nuovo sfiorandomi l’addome, la stanza girava tutta e ancora vedevo tutto sfuocato, ovviamente non avevo la coscienza del tempo trascorso in quello stato, mi feci forza e tirando un leggero urlo soffocato mi rialzai, vomitai subito nel secchio, poi mi trascinai in bagno, vidi il mio trucco tutto sciupato che mi colava sul viso, toccai la mascella dolente. Scesi con lo sguardo sul mio corpo, sul mio collo c’erano lividi come sul seno, la mia micina era rossa irritata, mentre il sedere adesso era pieno di piccoli tagli con del sangue coagulato e rigonfio, il suo colore era viola, conoscendo i tempi di ripresa capii che ci sarebbero voluti minimo 15 giorni per mandare via l’ultimo livido, il mio buco dietro era ancora rosso fuoco e mi bruciava da morire.

Mi buttai sotto la doccia, volevo nascondere i segni di violenza e non far preoccupare Hanial, come ci pensai cercai l’ora la vidi e capii che era passata praticamente un’ora mi lavai con velocità piangendo per il male che provavo a muovermi, poi uscii dalla vasca e caddi, per fortuna non mi feci nulla oltre a una sbucciatura lieve, andai a vestirmi e assicurandomi di smettere di piangere mi truccai nuovamente. Alla fine mi rivestii e con forza m’incamminai verso il salone.

Ma fu in quel momento che provai il dolore più grande della mia vita, infatti due padroni passarono ridendo – hai visto non ha mai urlato era davvero muta la scema – mi sentii andare il sangue in acqua sentendomi mancare, il viso di Hanial che prendeva da bere mi passò davanti poi fui presa dall’adrenalina, mi avventai sul master schiacciandolo al muro – dov’è ?- lui spaventato – chi dici la muta ? nella stanza 3 – lo lasciai correndo verso la stanza indicatomi, l’adrenalina e la paura mi faceva provare meno dolore, arrivata alla porta la spalancai di colpo.

Quello che mi trovai davanti fu orribile, lei era li dentro una vasca piena di aceto, o almeno l’odore forte che riempiva la stanza era quello, mi portai le mani alla bocca, il mondo le voci tutto si bloccò, un unica figura si ripeteva nella mia mente lei immobile. immobile come il mio cuore.

Lanciai un urlo disperato scagliandomi verso la vasca, afferrai le sue braccia, come lo feci lei si svegliò, spalancò gli occhi in segno di paura e dolore, ci mise qualche secondo a riconoscermi, si dimenò prima in cerca di fuga, era disperata i suoi occhi erano di puro terrore, il suo respiro veloce segno che stava soffrendo. Piangendo cercavo di tranquillizzarla- sono io tranquilla è tutto finito – continuai a ripetere è tutto finito fino a che non mi riconobbe, come lo fece mi abbracciò, piangeva disperata, poi mi prese accarezzandomi, il suo sguardo era dolorante e preoccupato, mi stava chiedendo come stavo, scoppiai ancora di più a piangere, come faceva a preoccuparsi per me in quel momento? scossi la testa – bene sei te che devi subito essere curata, aspetta ora ti levo l’aceto di dosso dammi un secondo amore- corsi verso il lavandino prendendo una bacinella, ripetevo a me stessa quanto fossi stata stupida a lasciarla da sola. Presi due asciugamani e corsi indietro, lei era ferma ansimante, la presi dolcemente e iniziai a lavarla dolcemente, lei ogni volta che la lavavo in punti colpiti apriva la bocca, c’era molto sangue, guardai in giro e vidi quello che le avevano fatto, o meglio lo capii era terribile. Davanti alle catene che scendevano dal soffitto c’erano due ganci che le avevano conficcato sotto ai seni di lei, si usava questa tortura per le schiave che non stavano ferme e che meritavano una dura punizione, poi c’erano due unghie dei piedi per terra e piccoli pezzettini di carne levati dalle dita subito sotto le unghie delle dita sempre dei piedi per non lasciare cicatrici visibili, ogni volta che vedevo un nuovo segno delle sue torture mi sentivo mancare e la rabbia e l’odio insieme alla disperazione si faceva spazio dentro di me.

Mi venne un tuffo al cuore pensando che potessero averla anche stuprata, controllai le sue parti intime , ma per fortuna nulla, solo segni di frustate severe, ne era ricoperta, sui seni c’erano ancora degli aghi di siringa infilzati, li levai piano piano, con il dorso di una mano cercavo di asciugarmi gli occhi che sotto le lacrime si offuscavano, lei si limitava a fare smorfie ogni volta e fare in modo di aiutarmi nell’opera.

Finii di lavarla dopo 10 minuti, lei mi fece cenno di passarle il cosino e lo feci < ridigitare le parole per favore > non ce la faceva, iniziò a piangere, mi faceva una tenerezza infinita, cercando di trattenere i singhiozzi – passaci il dito e basta come se tu lo scrivessi, io cercherò di capire – lo fece, e con qualche fatica riuscii a capire – padrona ho fatto tutto ciò che mi hai detto, le contavo e ringraziavo ma loro continuavano, mi sono scusata più volte dicendogli che ero muta ma non mi credevano, poi quando ho chiesto di te mi hanno detto che Karl ti stava stuprando, e così non ce l’ho fatta a continuare pensavo a te, ma loro mi hanno preso il cosino buttandolo in terra e mi hanno fatto tutte quelle cose, poi mi hanno messa in quella tinozza dove sono svenuta dal dolore, perchè padrona mi hanno fatto tutto questo? dove ho sbagliato? > mentre lo chiedeva il suo viso era sconcertato e triste la strinsi dolcemente e con attenzione, la immaginai mentre subiva tutta quella violenza, mi venne un groppo in gola, la misi dolcemente sul letto e presi un coltello.

Dentro di me c’era solo odio, volevo solo uscire e uccidere quei bastardi, ma come feci per uscire sentii < ridigitare le parole per favore > come mi girai vidi lei sdraiata di lato che disperata cercava di digitare qualcosa, tornai da lei, mi fissò negli occhi, e la compresi, guardai il coltello poi lei, passarono pochi secondi, strinsi la mano che impugnava il coltello poi lo lanciai lontano con un urlo di rabbia, lei sorrise, la presi in braccio coprendola con un grosso asciugamano lei si scostò quasi cadendo, la vidi guardare il vestito buttato in un angolo disperata – piccola ce ne dobbiamo andare, non c’è tempo adesso – porto il cosino sotto ai miei occhi < è il vestito che mi hai comprato te, non voglio lasciarlo è importante ti prego > la posai in terra lentamente e presi il vestito, era rotto ma lo presi ugualmente e anche tutti gli accessori, lei sorrise poi svenne . Quando uscii con lei in braccio tutti ci guardavano, il mio viso era ricoperto di odio puro, me ne fregai di tutti e uscii fino alla macchina e partii a tutto gas verso casa.

Racconto di sculacciate: la collega ladra

20 Settembre 2011

Questo racconto di sculacciate è stato scritto da Geronimo.

Il racconto è vagamente ispirato ad un fatto realmente accaduto del quale sono stato testimone. La verità è il 10% il resto l’ ho aggiunto io.
Giulia era una bella donna, piuttosto alta, belle forme, le curve al posto giusto una splendida cascata di capelli biondi ondulati. Sposata da tre anni a Giorgio, il direttore della filiale dove lavorava ,di 18 anni più anziano di lei (che ne aveva 32).Niente figli. Non c’era nulla che non andasse, in apparenza. Ma sotto la patina della famiglia borghese per bene c’erano alcune grosse falle nella chiglia. Giulia amava vestire abiti firmati, portare gioielli preziosi, avere tutti i gingilli elettronici all’ultima moda, fare minimo tre vacanze all’anno e negli alberghi più esclusivi. Insomma un tenore di vita altissimo che in teoria la coppia poteva permettersi, ma solo in teoria. C’era il mutuo della casa da pagare in primo luogo e poi alcuni investimenti sfortunati cui fare fronte, Il marito aveva cercato invano di far capire a Giulia nel corso di un acceso litigio che bisognava fare qualche econimia ma la donna non aveva sentito ragione e visto che Giorgio le aveva tagliato i fondi aveva deciso di arrangiarsi. Peraltro la nostra mogliettina intratteneva con non troppa discrezione un “intima amicizia”con il maestro di equitazione . Si, in effetti aveva acquistato un bel purosangue pur non avendo mai montato un cavallo in vita sua, ma aveva trovato il modo di rimediare a tale lacuna trovando per lo più particolarmente piacevole prendere lezioni da un vigoroso e giovane cavallerizzo. E lo stipendio? Ovviamente era del tutto insufficiente. Quindi debiti, cambiali a non finire e poi soprattutto piccoli ma assai frequenti prelievi involontari dalle borsette delle colleghe.
Quella mattina era stata la mia cara collega ed amica Paola a subire la “misteriosa sparizione” di una somma contante: “Paola era furiosa ma aveva le lacrime agli occhi . “E’ stata quella troia ti dico!. Sporca ladra schifosa, 200 Euro mi ha fregato, dovevo comprare i libri di scuola per i bambini… li avevo prelevati al bancomat stamani!-“ L’abbracciai. Paola era separata con due bimbi da tirar su, l’ex marito uccel di bosco e i pochi soldi che ovviamente non bastavano mai. “Su, non fare così. Lo sanno tutti ma non ci sono prove certe, a meno che qualcuno non la colga in castagna… Ho 100 euro qui, te li posso prestare intanto, e…” Lucia si staccò dalle mia braccia all’improvviso. Negli occhi aveva una luce diabolica:”-Il marito è un uomo onesto e molto all’antica. Se lo venisse a sapere.. davanti ad una prova inconfutabile, voglio dire, non la denuncerebbe ma magari le darebbe una bella lezione e la farebbe smettere!-“ “Che cosa hai in mente Lucia, conosco quello sguardo e non mi piace…” ma la mia collega mi zittì . “ Come ho fatto a non pensarci prima! Una bella trappola…si, si. Hai sempre quel cellulare con la telecamera, vero caro?-“ mi fa con il più disarmante dei sorrisi.”-E poi è tempo che il povero cornuto conosca le abitudini pomeridiane della mogliettina. La cosa più difficile sarà arrivare al maneggio senza farsi scorgere, ma per il resto… uahhh!-“ Paola esultò come un calciatore che avesse appena segnato in una semifinale dei mondiali di calcio. Adoravo quei suoi scatti di entusiasmo un po’ infantili.
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Giulia si sentiva inquieta, nervosa. Era stata scoperta. Sapeva di essere di essere sospettata da tempo, ma non c’erano prove, tutte quelle povere stronze invidiose! Che pena le facevano. Poi però, quello scherzo idiota!. La mattina precedente era accaduto qualcosa di incredibile. Quella scema di Paola aveva di nuovo lasciato incostudita la borsa quando era scesa per prendere un caffè con quel coglione del suo amico. Giulia si era avvicinata, aveva aperto il portafoglio e lo aveva trovato completamente vuoto salvo che per la presenza di un solo biglietto con su scritto: – Stavolta ti ho fregato brutta ladra!- Giulia c’era rimasta di ghiaccio sul momento, poi si era voltata con la netta sensazione che qualcuno la stesse osservando. Era subito tornata al proprio posto in stato di agitazione. All’uscita aveva incrociato nel corridoio Paola che le aveva rivolto un’occhiata penetrante e beffarda. Dunque la stronzetta sapeva, anzi, era stata certamente lei a tenderle quello stupido tranello. Oh, stasera ne avrebbe parlato a Giorgio, doveva convincerlo a farla trasferire alla sede di Via******. Da diverse sere si negava alle voglie del marito ma stavolta sarebbe stata molto gentile e persuasiva…C’ era un’ altra cosa che la inquietava, di certo non poteva confidarsi con il marito su questo. Tre giorni prima al maneggio, Mauro (l’istruttore di equitazione) l’aveva imprudentemente baciata sulla porta della stalla. Anche in quell’occasione Giulia aveva percepito una presenza, un fruscio, un respiro. L’aveva detto all’amante ma quello stupido era troppo intento a palparle le tette e a leccarle il collo per darle retta. Gli uomini, che bestie!.
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Giulia parcheggiò il suo grosso SUV nel garage. Si ammirò un attimo nello specchietto retrovisore. “- Non c’è che dire, sono proprio un bel pezzo di gnocca-“ pensò . In effetti le linee del viso, il portamento, il corpo ben delineato e dalle carni sode, tutto in lei sprigionava sensualità e bellezza. Una bellezza in apparenza non volgare, dai modi e dalle forme aristocratiche. La realtà, però, per chi la conosceva bene, era ben diversa. “- Adesso ho voglia di pisciare, perché non vieni a vedermi?-” Giulia si divertiva un mondo a sconcertare il marito con queste sue oscenità, con il suo continuo turpiloquio. Solo quando c’erano ospiti riusciva a contenersi, mostrandosi come un elegante ed educatissima anche se un po’ troppo affettata, padrona di casa borghese. Almeno fino a quando Giorgio riusciva a farle sparire la bottiglia di rum. Il marito era in realtà affascinato, quasi soggiogato da questo cocktail esplosivo di bellezza e volgarità.
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Giorgio aveva capito da tempo quale fosse la vera natura della moglie e covava il desiderio di punirla, di correggerla per portarla sulla retta via.Si era immaginato mentre la frustava sul sedere nudo inginocchiata davanti a lui e supplicante. Il bellissimo viso arrossato a suon di ceffoni solcato dalle lacrime e la bocca che gli fagocitava il membro mentre lui le teneva la testa per i capelli sferzando una volta l’aria, una volta il culo della donna per farle capire il significato della parola “punizione” Una fantasia eccitante ma che sembrava irrealizzabile.
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Giulia era avvolta nella sua camicetta di raso color malva e nella sua gonna aderentissima che le disegnava alla perfezione il sedere a mandolino. I piedi dalle unghie curatissime calzavano splendidi sandali di cuoio di gnu e laccetti di caucciu con tacco di 12 cm. Sicura di poter far girare il maritino come una trottola a suo piacimento, si apprestò a fare un ingresso trionfale in casa.
La sorpresa la lasciò inebetita e a bocca aperta per 30 secondi. Il marito era in piedi, lo sguardo duro, fisso, diretto nei suoi occhi. Seduta in poltrona intenta a sorseggiare una bibita c’era Paola, con lo sguardo carico di ironia e perfidia che ricordava vagamente quello di un gatto che ha appena chiuso in un angolo senza via di uscita un topolino terrorizzato.
“ – La tua collega, una delle nostre migliori impiegate, ci tengo a dirlo, mi ha appena mostrato un filmato molto interessante. Vogliamo rivederlo insieme Giulia?. “- Ehm, io sono un po’ stanca, ecco…si potrebbe rimandare?-“ “No!, ora! Lo vedi ora! Siediti immediatamente perché davvero non so per quanto tempo non potrai più farlo, dopo -“. Lì per lì Giulia non comprese la minaccia ma ritenne saggio non contraddire il marito. Giorgio inserì il DVD nel lettore.
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Era stato un gioco da ragazzi riprendere Giulia mentre apriva la borsetta e il portafoglio di Paola. Al momento convenuto la mia amica era uscita dalla stanza lasciando la porta aperta a metà. Io, che mi trovavo nel frattempo nel corridoio la vidi uscire e farmi il segnale di O.K. Mi avvicinai con passo felpato alla porta della stanza e colsi in flagrante la ladruncola. Ripresi tutto e mi ritirai velocemente. Appena in tempo. Infatti intravidi Giulia voltarsi di scatto.
La parte più lacunosa del piano era quella che riguardava la prova dell’infedeltà della bionda fedifraga. Seguirla all’ora in cui usciva dall’ufficio per recarsi al maneggio non era stato difficile. Il difficile era coglierla sul fatto, mentre faceva sesso con l’amante. Per fortuna il giovanotto era proprio infoiato e si mise a pomiciare con la sua bella proprio sulla porta della stalla. In effetti non c’era quasi nessuno in giro, quasi, eh,eh…Si erano poi chiusi dentro, ma su quello che avessero combinato a quel punto non poteva esserci alcun ragionevole dubbio.
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Il video non era durato neppure 10 minuti. Seguì un attimo di imbarazzante silenzio.Giulia si mise a balbettare e i begli occhi grigi si inumidirono. “-A questo punto-“ parlò finalmente Giorgio rivolto alla moglie “- Non ti resta che dare le dimissioni sin da domani e preparare le valigie poiché questa è casa mia e intendo ricorrere alla separazione giudiziale. Oppure…” Oppure ?” ripeté in forma interrogativa Giulia che aveva intravisto per stessa un immediato futuro nerissimo. “Darai comunque le dimissioni e per i prossimi sei mesi farai la sguattera in questa casa. Tanto la cameriera è in aspettativa per maternità e finalmente la finirai di non fare un tubo tutto il giorno sia a casa che in ufficio. Ah, quasi dimenticavo, a partire da oggi te le darò e di santa ragione per ogni piccola mancanza!- “ Giulia finalmente esplose “.- Vaffanculo tu e questa stronza intrigante!, io vi…” fece per aggredire Paola, la quale con grande agilità blocco il braccio proteso dell’avversaria e le mollò due sonori schiaffoni . Giulia si voltò verso il marito con una espressione del tipo:”-hai visto che mi ha fatto. Giorgio a sua volta schiaffeggiò la moglie con decisione ma senza particolare violenza per quattro volte. La donna si calmò.”e va bene, si, accetto-“ “Molto bene, ora ti riceverai la tua prima punizione. Paola, cara, può aiutare mia moglie a togliersi la gonna e le mutande?-“ devo prendere una cosa-“ Paola era più forte di Giulia e la denudò in breve tempo dalla vita in giù montandole poi addosso per bloccarla. La resistenza della bionda era stata per la verità molto fiacca. Giulia si sentiva vinta, prostrata. Poi sentì un sibilo familiare. Alzò la testa e vide Giorgio che brandiva lo scudiscio. “- Questa era la punizione riservata alle puttane nella Roma rinascimentale. Mia cara Paola, oltre alla restituzione del maltolto potrà risarcirsi amministrando ben 100 frustate sul sedere di mia moglie, che ne dice?-“ Perché solo 100 signore?-“ rispose la mia collega, niente affatto sorpresa. “-Perché le altre 100 voglio dargliele io! 200 euro rubati, 200 frustate sul tuo popò mogliettina mia! –“
.Culo all’aria, piegata sul tavolo con le mani legate alle gambe del tavolo stesso, Giulia ricevette la prima durissima sculacciata della sua vita. Dalla sua posizione non poteva vedere lo scudiscio che si alzava e abbassava, che si alzava e si abbassava sibilando sinistramente per abbattersi con il classico slash! sulle sue povere chiappe, sulle anche, sul retro delle cosce. Dolore, tanto dolore e umiliazione. Dopo la serie di colpi non troppo pesante di Paola, Giorgio si sfogò, finalmente. “Tieni Ladra!, slassh!, tieni puttana!,Slash, slash,slassh.! La frusta ci vuole! Slash!,Slash!. Te lo faccio a strisce così non lo farai più palpare a destra e a sinistra! Slash,slash,slaassh,slaash!.
La sera stessa al telefono Paola mi descrisse nei minimi dettagli la metamorfosi del bellissimo culo di Giulia, che da bianco latte divenne progressivamente un pezzo di carne di manzo rossissima, tumefatta e sanguinante. Mi confessò anche che i colpi furono assai meno di duecento, forse centosettanta o giù di li. In effetti lo stato del deretano di Giulia era veramente pietoso, e la punita non aveva ormai più lacrime da piangere. I due punitori ne furono alla fine impietositi. Fu una battuta memorabile. Lo scudiscio si ridusse ad un pezzo di cuoio sfilacciato da buttare.
Paola finì per fare lei stessa gli impacchi al sedere malridotto di Giulia e se anche si guardò bene dal consolarla non le mosse più alcun rimprovero. Quanto avrei voluto partecipare!
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Al termine della telefona invitai Paola ad una gita al parco per quella domenica, lei e i suoi bambini, s’intende. Accettò subito, anzi ebbi la sensazione che aspettasse da tempo un mio invito.
Confesso che Paola mi è sempre piaciuta molto.
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A casa di Giorgio, due mesi dopo
Giulia ha un aspetto molto più dimesso rispetto a qualche tempo prima. Capelli raccolti, sguardo basso. E’ in ciabatte. Indossa solo una maglietta e un paio di mutandine. Il marito la stà rimproverando aspramente: E questa, secondo te è una camicia ben stirata?, E questa è una consolle ben spolverata? Per non parlare della pasta scotta!. Avvicinati!-“ Giulia si avvicina tenendo le mani dietro la schiena. Alza il viso verso il marito e riceve quattro sberle in rapida successione. Come bruciano li schiaffi! ma non finisce lì, Giulia lo sa bene e mentre il marito si sfila la cinghia, senza dire una parola si toglie le mutandine e va a mettersi in ginocchio sulla poltrona sporgendo bene il culo nudo. I globi gemelli e la parte alta delle cosce presentano i segni ormai giallastri o grigio chiari di precedenti percosse. Nel porgere il fondo schiena per l’ennesimo castigo la donna si sente di nuovo inondare di umori. “quante ne hai meritate Giulia?. “-40, amore, oh, scusa, mio signore!-“ Altre 10 Giulia! –“ e parte la prima cinghiata. Giulia non può fare a meno di toccarsi.

Piccole sculacciate tra amici

14 Ottobre 2010

sculacciate

La donna della foto si appresta a ricevere sorridente sculacciate e cinghiate.

Racconti di sculacciata: La dimostrazione, parte 1

2 Gennaio 2010

L’autore di questo bel racconto di sculacciate è Geronimo. Buona lettura a tutti e grazie all’autore!

A casa di Marco era stato invitato a Cena un suo vecchio amico; Alberto*****. Non si vedevano da tempo e dopo un ottima cena si erano seduti davanti al camino, in poltrona, a parlare del più e del meno con la piacevole partecipazione della moglie di marco, Viviana, donna molto brillante e spiritosa. Il discorso cadde ad un certo punto sui problemi familiari di Alberto,. Separato con l’ex moglie che era sparita con un ginnasta di Cracovia e l’aveva mollato con una figlia, Barbara, dell’età di Caterina. Una ragazza molto ribelle e che faceva disperare il padre. “- Mi fa impazzire quella ragazza!. Ieri sera è tornata a casa alle tre di notte e si è rifiutata di dare spiegazioni!. Le ho mollato quattro ceffoni e l’ho spedita a letto. Ho provato anche con il dialogo ma è tutto inutile. Non ha la minima considerazione per il suo povero papà.e pensare che era una bambina così dolce!- “- Caro Alberto- “ disse Viviana – Le ragazze del temperamento e dell’età della tua barbara e della nostra caterina non hanno bisogno di dialogo ma di un ferreo regime disciplinare dove ad ogni minima mancanza scattano le punizioni corporali – intervenne Marco, Viviana ha ragione, gliele devi suonare di santa ragione, però ascolta, i ceffoni vanno bene ma ti devi per forza limitare, a meno che tu non voglia spaccargli la faccia. Molto meglio picchiarla forte e a lungo sul sedere, naturalmente messo a nudo- Alberto manifestò qualche perplessità – Ma devo sculacciarla sul culetto nudo?- Sì – disse Viviana può essere una buona soluzione per Barbara , per nostra figlia si è rivelata del tutto inutile. Caterina è un po’ …. Come dire…… porcellina e masochista. Insomma con le sculacciate manuali gode! Ce ne siamo accorti perché lo faceva apposta a provocare le punizioni, e poi l’ultima volta che le abbiamo suonato le chiappe nude con le mani, circa due anni fa, almeno un duecento sculaccioni, la ragazzina si mise ad implorare: – ancora mamma, ancora papà, ancora sculacciate vi prego. Aveva la patatina fradicia! e corse nel Bagno a masturbarsi. Per cui preferiamo sculacciarla usando vari strumenti. Primo fra tutti la vecchia cara cinghia dei pantaloni!.- Anche Viviana quando se le merita assaggia la cintura sul suo bel deretano- Intervenne Marco dando una pacca sul sedere alla moglie, la quale lo fulminò con lo sguardo, ma confermò, tacendo, la rivelazione del marito .- In nome della nostra amicizia ti darò una dimostrazione pratica di come va usata la cinghia sulle terga di una giovane donna.- disse Marco- Caterina vieni subito qui!- La figlia che stava parlando al cellulare con il ragazzo, Lo salutò con un bacio – “ciao amore papà mi chiama, mi sa che anche stasera sono botte e mi toccherà dormire a pancia sotto”- Eccomi papà ! Caterina , ora ti prendi una bella cinghiata , il mio amico Alberto ha una figlia della tua età e voglio mostrargli come deve punirlà- “- ma papà non ho fatto niente !” – “zitta tu! – le intimo la madre- Lo decidiamo noi se meriti di essere punita o no!-“ – Ma questo signore mi vedrà nuda! – Quante storie! Quando l’altro giorno te ne stavi tutta nuda succhiando il coso del tuo ragazzo non eri così pudica – Caterina protestò . – Uffa, non si può neppure fare un pompino in santa pace, pensi signore, mamma mi ha rotto il battipanni sul culo solo perché ho un po’ sporcato il tappetto e il divano!- Caterina non fece in tempo ad accorgersi dell’errore che subito le sue guancie paffute vennero centrate da due sonore sberle somministrate prima dalla madre e poi dal padre. – Non tollero il turpiloquio in questa casa, almeno non da parte di una ragazzina , vieni subito a lavarti la bocca con il sapone !- “ detto questo Viviana afferrò la figlia per un orecchio e la trascinò in bagno. Quando ritornarono , il papà si era già sfilato la grossa e spessa cinghia di cuoio marrone e si era seduto. Caterina, con la bocca ancora impastata di sapone in una smorfia di disgusto, si calò le mutandine all’altezza delle ginocchia e si adagiò diligentemente sul ginocchio destro de padre che a sua volta con l’altra gamba bloccò le gambe della punita.- Vedi Alberto, in questa posizione non potrai colpire con particolare forza per mancanza di spazio di consenta di caricare il braccio. Può andare per le punizioni lievi- Detto questo, si mise a cinghiare di buona lena il culo della figlia.

Racconti di sculacciata: Rebellion

19 Gennaio 2009

Un classico racconto di sculacciata da Bob Knees. Buona lettura e buon divertimento.

“Ne ho domate tante, che facevano le ribelli come te! Ti strapperò la pelle. Fuori tutte! Fuoooori!” Non è per nulla facile dirigere un riformatorio femminile. La Maritozzi, ad esempio, una testa calda, sempre pronta a protestare, a sobillare le compagne: un giorno il vitto, un altro giorno l’ora d’aria, un altro ancora chissà cosa. Semina zizzania, malcontento, ribellione. Mi avvicino alla scrivania, apro il secondo cassetto e ne tiro fuori la cintura, quella borchiata.
“Spogliati- le dico- adesso vedremo se un po’ di cinghiate sul culo ti fanno abbassare la cresta…” La ragazza tenta di scappare verso la porta chiusa ma Ester, la prima guardiana, la blocca subito. D’altra parte, non c’è confronto: l’una alta ed esile, l’altra bassa e tracagnotta. La tiene ferma, ma la ragazza scalcia e si divincola: ha diciassette anni, è nel pieno della gioventù. Ester aumenta la sua stretta, costringe la Maritozzi a piegarsi con la testa all’ingiù, il culo all’aria.
Le abbasso i pantaloni della tuta verde e, contemporaneamente, anche le mutandine che porta sotto. Le sue chiappe sono a nudo. Strilla, piange, grida. Arrotolo ben bene la cinghia attorno alla mia mano, con due giri: ne rimangono circa 60 centimetri liberi. Alzo il braccio e comincio. CIAFF e un urlo, CIAFF ed un altro urlo. La Maritozzi si agita, mano a mano che il culo le diventa rosso, lo manda di qua e di là per sottrarsi, cercare di sottrarsi, al bacio rovente. “Basta, basta!” strepita; le nocche delle mani della guardiana sono diventate bianche per quanta forza ci mette a tenerla ferma.
La Maritozzi seguita a chiedermi di smetterla, urla di finirla, che non ce la fa più. Non me ne do per inteso: poteva pensarci prima. Il suo culo è tutto rosso, con circoletti più marcati laddove le borchie si sono impresse sulla pelle. Proseguo più forte, la cinghia fende l’aria sibilando e si schianta sulla carne con un rumore sordo, lasciando una striscia sempre più rossa. La ragazza si sta facendo la pipì sotto: un rivoletto giallo le scorre all’interno delle cosce e va a bagnare l’orlo superiore dei pantaloni, quasi alle ginocchia. Ester, che posso vedere bene in faccia, rossa per lo sforzo di trattenere quella piccola furia, rotea gli occhi: è un invito a terminare quella punizione. Vado avanti per cinque minuti buoni: almeno una sessantina di cinghiate. Il culo della Maritozzi è rosso cupo, tumefatto, tende al violaceo. Non ce la fa più nemmeno a strillare; mormora, tra i singulti di pianto, “basta, basta, non lo faccio più…Ave Maria piena di grazia…basta, vi supplico…”. Quando smetto, ho il fiatone. Mi sfilo la cintura dal pugno, tornando a farla sibilare e con la coda dell’occhio vedo che quei globi infuocati tremano al solo suono nell’aria. Depongo la cinghia nel cassetto e lo chiudo. Ester ha lasciato andare la ragazza, che è caduta a terra in ginocchio. Soltanto adesso che le urla tacciono, sento i “Buuu” di disapprovazione delle altre, raccolte nel corridoio: rumore che, mi accorgo, è assordante. Ester ha un sorrisetto soddisfatto sotto la peluria che le sormonta il labbro: si aggiusta la divisa d’ordinanza. “Alzati e tirati su le mutande e i pantaloni- faccio alla Maritozzi- E torna dalle altre. Guai a te, se dici soltanto una parola di quanto ti è successo…” La Maritozzi tira su con il naso, si passa il dorso della mano sulle guance, nel tentativo di asciugare le lacrime. Si mette in piedi e china leggermente il busto perché le sue dita possano afferrare l’orlo, fradicio, dei pantaloni e delle mutandine. Emette un “Ahi!” quando la stoffa sfiora il culo rosseggiante; scuote la testa e si avvia con passo incerto verso la porta.
Ester scopre i denti gialli in segno di approvazione.

La punizione di Ludmilla

8 Gennaio 2009

Bob Knees non ha bisogno di presentazioni per i lettori del blog Perversionis. Ecco a voi il suo nuovo racconto.

“Ludmilla, hai compiuto 50 anni un paio di mesi fa. Che cosa ti è saltato in mente di comportarti come una ragazzina?
Almeno, hai valutato le conseguenze del tuo gesto oppure hai agito d’impulso? Io credo di esser sempre stato un buon padrone: comprensivo, fin troppo qualche volta. Ti ho sempre voluto bene; perciò, mi dispiace che tu ti sia ridotta a questo!”
La sua faccia piatta, ancora cosparsa di efelidi, mi guarda fissa, il labbro le trema leggermente; prende fiato, prima di parlare: “E’ vero, siete sempre stato buono. Non so cosa mi è preso quando ho visto quegli orecchini, che avete regalato a vostra moglie. Erano così belli, così splendenti…li volevo per me! Volevo indossarli anch’io…per un momento, volevo sentirmi una signora anch’io. Perciò li ho presi: ma non li volevo rubare! Li avrei restituiti: lo giuro!”
Quasi piange, nella sua difesa. Poi continua: “ Voi, signore, avete stabilito delle regole, regole giuste dico io! E’ giusto che mi puniate. Lo accetto. Che devo fare?”
“Spogliati” le dico, mentre vado a prendere il bastone.
Si toglie la giacchetta, ed il suo labbro trema sempre di più. Prova vergogna a denudarsi davanti a me, sebbene sia al mio servizio da più di trent’anni. Esita alquanto a levarsi la gonna. E’ rimasta in camicia, una camicia di cotone bianca che le arriva poco sotto le ginocchia. Con un gran sospiro, se la sfila dalla testa. E’ nuda, tranne le calze bianche ai polpacci. Con le mani, tenta di coprirsi il seno e il ventre; sta così per un po’, quindi abbandona le braccia lungo i fianchi. Il suo corpo è quello di una donna ormai anziana: i seni, massicci, sono penduli e divaricati, lo stomaco prominente così come il ventre, solcato da smagliature evidenti, mentre sulle cosce si notano le vene bluastre.
Aspetta, aspetta semplicemente che io le dica cosa deve fare. E’ la prima volta, per lei. Evito di far sibilare il bastone nell’aria: è di legno duro, ma non nodoso –inutile essere crudeli-, lungo poco più del mio braccio teso.
“Piegati sul letto, il busto sul materazzo, il posteriore in alto, gambe divaricate e ginocchia ben tese” le ordino.
Sospira profondamente, prima di farlo. Il suo sedere, grasso, è ben in alto e fra le cosce risalta la vagina. L’ano si contrae per la paura. La colpisco, secco e forte. Emette un gemito e manda di qua e di là il culo. “Cerca di sopportare, te ne dovrò dare trenta, lo sai!” Seguito a percuotere quelle chiappe prima pallide. Ludmilla ha voltato la testa verso di me, ogni volta che mi vede alzare il braccio, serra gli occhi ed i denti. La sua pelle non è affatto elastica: il legno sembra affondare dentro l’adipe. Passo alle cosce, ma colpisco più forte. “Pietà, padrone, fermatevi per un attimo: mi fa troppo male!” mi implora fra le lagrime. Aspetto che cessi il tremito che la scuote tutta. Poi, riprendo: al colmo delle chiappe già segnate da solchi. Urla, ma leggermente: più un sibilo che un grido vero e proprio. Oramai, è tutta rossa, ma i segni delle vergate tendono al blu intenso. Li deve aver contati mentalmente, perché dopo il trentesimo colpo si mette in posizione eretta, la mani corrono a massaggiare il posteriore incandescente.
Mi piange il cuore nel dirglielo, ma se non lo facessi la mia autorità verrebbe meno. Lei mi ascolta ed impallidisce. I suoi occhi seguono la mia mano mentre essa depone il bastone e prende la cinghia, quella pesante. “Rimettiti come stavi prima. Questa fa assai più male del bastone. Ma è necessario che io la faccia” Annuisce senza parlare: adesso appoggia il ventre al materasso. Tende i muscoli, in attesa. Non allargo troppo il braccio, ma l’effetto è comunque devastante. Il cuoio abbassa la carne già infuocata e vi imprime la propria orma. Quando si è spenta l’eco della cinghiata, odo lo stridere dei denti di Ludmilla. Strano, lei non trema più. Dopo la terza cinghiata, mi fermo per darle il tempo di tirare il fiato. Lei crede sia finita ed appoggia i palmi delle mani sul letto per tirarsi su. Appena sente il sibilo della cinghia, si ributta sul materasso. Stavolta è stato molto forte, il colpo: la cinghia ha scavato in profondità. E lo fa per altre tre volte. Ludmilla, ora, aspetta che sia io a dirle di alzarsi. Ricorda quando, di fronte a tutta la servitù, venne punita Algèria che aveva rubato una misura di latte. “Alzati e voltati” le dico. Tende da sola le mani, senza che io aggiunga nulla. La cinghia le arrossa i palmi protesi. Dopo, lei ci soffia sopra, incurante ormai della propria nudità.
“Rivestiti” le ordino. Le mani doloranti hanno una qualche difficoltà ad afferrare la camicia per reinfilarsela ed io non posso aiutarla.