Il bel racconto di Bob Knees prosegue, per chi le avesse perse, eccovi la puntata 1 e la puntata 2. Buona lettura e grazie al grandissimo Bob che ci regala sempre meravigliosi racconti.
Cap 7
Potrebbe esser piacevole, però. Mi denudo: il mio sesso è eccitato. Dorothy, che lo vede per la prima volta, sembra meravigliata delle sue piccole dimensioni. Mi piego in avanti. Sono tre le vergate che mi da, dolorose ma che mi eccitano ancor di più. Vorrei masturbarmi lì, davanti a loro ma tento di resistere. Lady Pottingham mi passa davanti, abbassa lo sguardo “Si, è piccolino ma può bastare. E’ l’idea che conta, non il mezzo! A voi, mia cara!” Per la prima volta da quando sono in quella stanza, parla Elke: “Ho scommesso con Polly che avrei resistito ad almeno trenta frustate. Ho perso la scommessa ed ora ne devo pagare il pegno. Pegno pesante.” E’ pure imbarazzata, ritrosa. Lady Pottingham la colpisce leggermente sul culo con la bacchetta, Antoinette fa una smorfia di dolore. Ansima dalla vergogna, non trova le parole. Interviene Polly: “Dovrete infilare il vostro cosetto lì, nel suo ano. Ecco il pegno da pagare. Altrimenti saranno venti frustate per voi e trenta per lei. Cosa decidete?” Mi avvicino alla mia padrona: lei si è messa in ginocchio sulla dormeuse, la testa sopra i cuscini. Sta piangendo d’umiliazione. Mi piego accanto al suo orecchio e le sussurro a voce bassissima, affinché nessuno possa sentire : “Perdonami”. Le tocco le natiche: sono ancora roventi. Le scosto; indirizzo la punta di JohnTomas sul suo ano e lo infilo dentro. Proprio a causa delle sue ridotte dimensioni, l’operazione è abbastanza facile. Mi puntello con le mani perché il mio non lieve peso non gravi tutto sul suo corpo. A causa della mia malattia non posso inculcarlo bene ma faccio del mio meglio. Lo tiro fuori ancora rigido: Antoinette ha stretto vieppiù la testa fra le braccia, singhiozzando. Lady Pottingham ha tirato fuori i seni dal corsetto e Dorothy glieli sta leccando. La mano della dama sulla vulva nuda della serva. Nessuna sembra badare a me. Mi siedo e mi rivesto: JohnThomas è ritornato la lumachina grinzosa di sempre. Aspetto seduto, che abbiano finito. Non occorre molto tempo. Dorothy ha l’ennesimo orgasmo. Antoinette si tira in piedi: gli occhi di bragia e non per astio o vendetta. Si passa la lingua sulle labbra riarse. Finalmente lady Pottingham mi rivolge la parola “Potete lasciarci e tornarvene in cucina. Siete stato molto bravo!”.
Rifiuto la fetta di plumcake che Jeeves mi offre. Sono le dieci passate quando scende Antoinette. Sottovoce le consiglio di tornare a casa a piedi: avrebbe difficoltà a sedersi in carrozza. Le porgo il braccio onde si sostenga. E’ nera di ira e di umiliazione. Mi insulta per tutta la strada. La invito a moderare la voce: potrebbero sentirci. Mi preoccupo perché temo le conseguenze di quel che è avvenuto stasera in casa Pottingham. Ovviamente, non possiamo questionare lì per istrada né farlo a casa nostra: Jenny potrebbe sentirci. Antoinette nemmeno mi saluta, salendo di sopra: il suo sguardo anzi non promette nulla di buono.
Domenica. Mio giorno di libertà. Mi sono alzato molto presto, ho approntato i vassoi delle colazioni e sono uscito. Ci penserà Corinne a portargliele. Sono stato, dove vado di solito la domenica, specialmente quando ho bisogno di riflettere. Lady Antoinette è stata umiliata davanti alla sua migliore amica e a farlo sono stato io! Non mi perdonerà almeno per un paio di mesi! Prevedo brutte giornate, pessime per me. E’ molto tardi quando rientro. Sul tavolo di cucina, un biglietto per me. Autografo di Jenny. Mi vuol parlare subito, a qualsiasi ora: sua madre ha avuto un comportamento strano per tutto il giorno. Busso debolmente alla porta della camera della ragazza. Dorme profonda, non mi sente. Sono ormai le quattro di notte, quando il tocchettìo sull’uscio mi desta. E’ Jenny. Spaventata. Bando alle formalità: la faccio accomodare sulla mia poltrona, nella mia stanza. Sua madre è stata intrattabile per tutta la mattinata di domenica: non ha quasi spiccicato parola; era molto, molto nervosa. Adesso la sedicenne mi chiedeva cosa fosse successo in casa di lady Pottingham. Nulla, mentii: screzi fra la madre e la sua amica, ma niente di duraturo. Forse si era recata proprio là. Mi dia il tempo di vestirmi e l’andrò a cercare. Tutto buio a casa Pottingham. Busso discretamente all’uscio sulla strada di Jeeves. E’ ancora insonnolito. No, lady Wallstone non si è vista! Mi consiglia di attenderla a casa e, poi, eventualmente, di rivolgermi alla polizia. Quando son tornato, chiedo a Jenny se c’è un sistema veloce per contattare lady Winterbottom. No, purtroppo no! O forse sì: un corriere veloce a cavallo, di quelli che aspettano commesse alla stazione. Mi precipito fuori, alla stazione. Fortunatamente ne trovo uno: vuole ben 15 pence, ma fra un paio d’ore mi assicura che sarà di ritorno. Gli consegno il biglietto per Constance. Faccio del caffè forte all’italiana e ne porgo una tazza anche a Jenny. Poco dopo l’alba, arriva anche Corinne. La informiamo della situazione. Anche lei è preoccupata: non è dalla signora comportarsi così. Abbiamo vagliato tutte le ipotesi. Bussano alla porta. E’ il corriere pubblico che porta la risposta di Constance: lady Wallstone non è lì. Ormai non resta che rivolgersi alla polizia. Ci sarebbe anche il nostro dirimpettaio, il giovane Holmes che, talora, si diletta in indagini su persone scomparse ma non mi sembra un tipo affidabile. Non avrà un futuro nel campo dell’investigazione. La chiave nella porta. Ci precipitiamo, letteralmente, nell’ingresso. Come è ridotta lady Antoinette. Scarmigliata, gli occhi pesti, la faccia pallida. Fa pochi passi e sviene. La sostengo prima che cada a terra. La porto in braccio fin di sopra e l’adagio sul letto. Lascio sola Corinne ad occuparsene. Sia Jenny che io aspettiamo fuori dalla porta. Ne esce Corinne. L’ha spogliata, le ha dato il laudano e l’ha messa a letto. Adesso la signora dormirà per un bel pezzo. Vado ad avvertire il medico. Il dr Ripley arriva nelle prime ore del pomeriggio . La visita che lei è ancora insonnolita e, per fortuna, non riscontra nulla di grave. La lady è solamente molto stanca. Siamo un po’ più tranquilli, ora. Jenny quasi piange dalla gioia. Corinne le porta su una tazza di brodo caldo con qualche crackers. La padrona vuole vedermi. Non ha toccato nulla della leggera cena, ancora sul comodino. E’ ancora pallida, ma sta decisamente meglio. Riesce a tirarsi agilmente su, appoggiando la schiena ai cuscini. “Sei un porco, un maledetto trucido porco! – mi sibila- Non ti è bastato umiliarmi, sei anche scappato come un coniglio stamattina, ben prima dell’alba. Cosa penserà di me, Polly?”. Un piccolo accesso di pianto isterico. Sono impassibile: meglio lasciarla sfogare. “ Non ho sentito niente, sai?, ieri quando mi hai infilato quel piccolo cosettino. Il clistere fa più male. L’unica mia soddisfazione è che neanche tu hai goduto: non puoi godere, come tutte le persone normali. Sì, sono uscita in cerca di un uomo, un vero uomo. Sono sedici anni che non faccio l’amore con un maschio: uno che gli attributi ce li ha! Stasera l’ho fatto! Ma non è stato bello come mi aspettavo….” Le porgo il fazzoletto affinchè si asciughi le lacrime. Riprende:” Per due volte consecutive ho tradito il povero Henry. Sono una puttana! E tu sei un porco”. Mi seggo sulla sponda del letto. Le stringo forte le spalle con le mani. “Mi fai male!” protesta. “E quanto gli hai dato a quel ganzo? Tutte e trecento sterline che c’erano nella cassaforte e che ti sei portata via?” Infatti avevo controllato: la cassaforte era vuota, stanotte ”… enon dire mai più che sei una puttana, mai più. Capito?” “Mi fate male! Il vostro comportamento è offensivo nei miei riguardi. E violento. Dovrei licenziarvi!” “Non puoi farlo e lo sai! Per disposizione del defunto Lord Wallstone: se mi licenzi, l’amministrazione di tutti i suoi beni torna alla Brothers & Co e tu potrai avere soltanto l’appannaggio mensile di 30 sterline. Esattamente la decima parte di quanto hai speso stanotte!”. Si rabbuiò ancor di più e poi esplose, con una risata chioccia “Li ho giocati tutti da Mr Shylock e…li ho persi tutti. Ma almeno mi sono divertita! D’ora in poi, i nostri rapporti saranno assolutamente formali: voi siete il domestico ed io la vostra padrona. Nulla di più, nulla di meno”. La lascio sola e me ne vado di sotto.
Cap. 8
Altro che formali, i rapporti. Gelidi sono stati. Pochissime parole scambiate al dì. Altra vendetta, misera, non potevo prendermi che quella di cucinare pudding tutti i giorni e pure scipito. Epperò, la massiccia dose di avena che ci metto sembra aver alleviato momentaneamente i problemi intestinali di Jennifer. Giovedì scorso Corinne mi ha chiesto, all’insaputa di milady, di sculacciarla: così per rompere la tensione che stava diventando insopportabile. Non l’ho fatto. Al pomeriggio, il groom di casa Pottingham ha portato un biglietto per la padrona. Gliel’ho consegnato. Lei l’ha stracciato senza nemmeno aprirlo.
E’ arrivato, finalmente, settembre. Il primo sabato del mese le ricordo che dal giorno successivo comincia la mia quindicina di vacanza, come ogni anno. E, come ogni anno, per lei e per miss Jennifer i disagi saranno ridotti al minimo: ci penserà, come al solito, Corinne a svolgere alcune delle mie mansioni. Le chiedo anche i sei mesi di stipendio che mi spettano. Mi getta il denaro come si getta un osso spolpato ad un randagio pulcioso.
Mi appare scura Londra, dopo lo splendore abbacinante di Lisbona. Mi aspettavo che lei facesse cambiare la serratura dell’ingresso in modo tale che io sia costretto a suonare il campanello. Mi scruta dai vetri, prima di aprirmi, Corinne. Mi si stringe al collo con tutta la sua giunonica prestanza. “Lei sta di là- mi indica con un cenno della testa il salotto- ti aspettava stamattina” Le sorrido: “Mi sono fermato a Greenwich a soddisfare una mezza dozzina di prostitute! Fammi andare a cambiare e la raggiungo immediatamente…” “No, no. Vacci subito. La situazione qui è già tanto complicata! I tuoi bagagli te li porto io in camera…” Non mi da neanche il bentornato. Mi guata come farebbe uno spaniel con un topo, prima di un combattimento. “Ho parlato con la Brothers & Co. Non possono più pagarvi quello stipendio da favola che vi hanno elargito fino ad oggi. Le mie disponibilità liquide non lo permettono. Dovrei alienare qualche mia proprietà immobiliare per seguitare a mantenervi e non ne ho nessuna intenzione” Tace. Si aspetta esattamente la risposta che sto per darle: “Capisco, milady. Jeeves è ormai anziano. Vedrò se c’è posto per me a casa Pottingham…” Il suo viso è di ghiaccio. “Ma non credo che la lady mi voglia al suo servizio, dopo quel che è accaduto qualche settimana fa. Vedremo. – già le s’increspa la fronte- Oppure da lady Winterbottom: potrei dare un’ottima istruzione ai suoi due figliastri. Oppure potrei fare una capatina in Scozia: le pene corporali non sono state del tutto abolite. Vedremo…” Balbetta come la figlia: “Te..te..tenete per voi le vo…vo..vostre considerazioni!” “Oh, scusate milady! A fine mese abbandonerò questa casa, statene certa! Ora, se permettete, vorrei rassettarmi: ho trascorso tutta la notte in mare.” Quando mi volto, la sento mormorare “Il mendicante, ecco come ti ridurrai: a chiedere l’elemosina!” “ A chi dei due si riferisce, milady?” le chiedo, girando il capo. “Maledetto!” mi urla appresso. Non mi preoccupa l’aspetto finanziario: ho qualche soldo da parte, non molto ma una mezza dozzina di mesi dovrei tirare avanti senza patemi. Dovrò parlare prima con la Brothers & Co: è ovvio che le è ripreso il vizio del gioco forte. Deve aver perso grosse somme.
Caspita : settemila sterline in dieci mesi! E’ un patrimonio! Naturalmente non deve renderne conto ad alcuno, ma quelli della banca sono chiaramente preoccupati. Un conto era il defunto Lord che spendeva forte, ma almeno comprava libri, un conto è la moglie: il denaro non si sa che fine faccia. Domando a Mr Mops se è il caso di vendere la biblioteca: varrà almeno cinquantamila sterline. E l’intera biblioteca è stata lasciata a me, posso disporne come voglio : l’unico vincolo è che rimanga integra, che non venga smembrata. Mr Mops è cauto: quei soldi però sarebbero mio patrimonio personale; non inciderebbero per nulla sulle sostanze di Lady Wallston, e di sua figlia, tuttavia se volessi…visto che sono stato tanti anni al suo servizio…e a quello del compianto Sir Henry… “Insomma, mi dica, Mr Mops, la situazione è tanto grave?” Si china in avanti, verso di me ed abbassa la voce: “Gravissima! Non c’è più un penny di liquidità! L’ho consigliata di vendere i due palazzi di Regent’s Park ma non vuole….è l’unica soluzione. Capisce bene che, di fronte a tale situazione, noi non possiamo seguitare ad anticipare denaro alla contessa, senza adeguate garanzie….” “Capisco benissimo. Vedrò se l’intera biblioteca può interessare il Museo Reale. Le farò sapere al più presto. Buongiorno.”
Spalanco la porta del salotto. Alzano lo sguardo dai libri che stanno leggendo. Jennifer serra gli occhi, vedendo l’espressione della mia faccia. Respiro profondamente “Milady, posso parlarvi in privato?” Fa cenno a Jenny di allontanarsi. La ragazza esegue subito. Piccata, Elka mi dice “Ma come vi permettete di entrare così? Non sapete più stare al vostro…” “Sta zitta, per favore! Non hai più una sola sterlina e la banca ti ha chiuso il credito. Lo sai benissimo. Tu e la tua maledetta smania per le scommesse! Sei ridotta sul lastrico! Tra sei mesi ti sequestreranno tutto e ti sbatteranno in mezzo alla strada. Devo vendere la biblioteca che fu di Lord Henry, il mio caro signore e tuo marito, e lo farò. Ti darò un pence al giorno e sarai tu, allora, la mia serva!” Si alza di scatto, le unghie pronte a graffiare, la testa a colpire. Ripiomba sulla sedia: il mio schiaffo è stato violento. “Che vuoi fare? Frustarmi a sangue?” mi chiede livida. “No. Non ti sfiorerò nemmeno con un dito. Dovrai essere tu a chiedermi, ad implorarmi di farti male, di punirti. Parlerò con padre Brown: verdò se le Orsoline cattoliche vogliono Jenny nel loro educandato. Magari, come lavapiatti. Quanto a te, ti vedrei bene nel bordello di Titti la Rossa. Altro che Merry Order. Altro che presentazione a corte!”
Scoppia in lacrime, pianto di rabbia e di dolore. “Quella maledetta mi ricattava. Chissà come, aveva saputo di Edimburgo e mi ricattava. Non avevo più i soldi per pagarla: ecco il perché delle frustate, ecco il perché tu mi hai…mi hai fatto quella cosa!” “Non inventare! Tieni fuori lady Pottingham da questa storia. Ho parlato anche con Shylock. Ci giochi in media duemila sterline l’anno e vinci, si e no, due volte l’anno. Quindi, prenditela solo con te stessa, se ti sei ridotta così.” “Non sei mio padre né mio marito. Chi ti da il diritto di parlarmi in questo modo?” “Il fatto che vent’anni fa ti ho salvato la vita! Altrimenti, Elke la borseggiatrice sarebbe penzolata da una forca; dopo esser stata frustata a sangue… Ah, bisognerà accennare della cosa a Jenny e a Corinne. La ragazza deve essere avvertita di quello che l’aspetta, di come le vuole bene la sua mamma!”.
Ultimo giorno di settembre. Molto discretamente, di soppiatto, sono stati venduti gioielli ed arredi per permetterle di tirare avanti. Il Direttore del Museo è disposto a spendere 15.000 sterline per la biblioteca: molto al sotto del suo valore reale. Ma tant’è…..
Lady Antoinette è seduta al buio. Accanto a lei Jennifer, in lacrime. Non ha nessuna intonazione quando mi dice: “Ho venduto il palazzo grande di Regent’s Park. Ho sacrificato la dote di Jennifer. Perciò, adesso lei mi frusterà” “No, no mamma, no. Vi…vi…ho….” Quando è nervosa le aumenta la balbuzie. “Andiamo di là. E voi, Bob, chiudete bene a chiave la porta!”. Le raggiungo nella Stanza. Antoinette si sta spogliando: le rimane solo la camicia. Jenny trema come una foglia. La madre è nuda. Quasi con violenza la costringe ad afferrare la bacchetta. Poi, si appoggia alla sbarra e protende il deretano.
Cap 9
Jenny trema, con la bacchetta in mano. La voce della madre è rabbiosa, alterata: “Frustami, maledetta, frustami o ti farò sentire la spazzola sul culo!”. Dalla piccola nicchia, ho preso il gatto, sì proprio quello di vent’anni prima. E’ impolverato. Molto gentilmente, faccio scostare Jenny. Tiro indietro il braccio, tenendo il manico del flagello parallelo al pavimento. Lei lo sente sibilare nell’aria, come allora; irrigidisce il corpo nella spasimante attesa del dolore. Piega la testa, strofinando la fronte sul muro, quando le nove strisce di cuoio le mordono roventi il deretano. Ripeto il colpo: stavolte le striature sulla pelle sono più cupe. Dopo la terza frustata, il suo corpo trema di spasimi, da dolore. Rimetto a posto nella nicchia lo strumento di tortura. Le passo le mani sul culo rosso e pesto. Jennifer guarda con le lacrime agli occhi: non ha mai visto, prima, frustare la madre con tanta violenza. Conforto la bimba: pare proprio uno scricciolo appoggiata al mio torace. Antoinette è in piedi, incurante della nudità. Sembra inebetita. Si limita a dirmi: “Grazie, Bob. Sto meglio, adesso”.
Riprendiamo la stessa vita di prima. La crisi più buia è finita. Ogni giorno passo da Shylock ad informarmi. Non ci va più da un pezzo. Però, qualche volta, egli vede Corinne nel suo “ambulatorio”, come chiama il suo bugigattolo lurido e pieno di fumo. Lei gioca pochi pence, al massimo cinque o sei. Non vince mai.
“Corinne – le faccio severo- perché non mi hai mai detto che, adesso, sei tu a scommettere per ordine della signora? “
“Tanto l’avete saputo comunque!” mi risponde indifferente. “Corinne, lo sai che potrei punirti per questa risposta sciocca ed indisponente? L’unica cosa alla quale abbia mai veramente tenuto, la biblioteca di Lord Wallstone, ho dovuto venderla; soltanto la cortesia del direttore del Museo mi ha permesso di continuare la schedatura, laggiù, dove l’hanno depositata… e tu sei complice, in un certo senso, di quella che stava per ridurti alla fame, grazie alla sua pazzia. Si, Corinne, ho deciso: ti sculaccerò, appena me lo chiederai!” Lei fa un sorrisetto e nemmeno mi risponde.
Hanno ceduto entrambe, ma senza dar mostra di piegarsi l’una all’altra; una tregua concordata, diciamo. Antoinette e Polly hanno ripreso a frequentarsi, ma più raramente di prima e sempre in società, pubblicamente. Dorothy mi guarda con affetto, quasi, ogni volta che mi incontra. Jeeves non commenta. I Winterbottom sono tornati a Londra dalla villeggiatura. George frequenta Oxford, ormai: è il primo anno. Emma ha un’istitutrice tedesca: la frusta spesso.
Siamo andati a trovarla ieri. O, per meglio dire, io ho accompagnato Antoinette. Nel corridoio ho incrociato una pallida Emma. Mi ha salutato di malavoglia, non per maleducazione ma perché, evidentemente, presa da altri pensieri. Infatti, Fraulein Gertrud si è affacciata sulla soglia di una stanza. In mano, il frustino da amazzone. La sua voce sgraziata si è rivolta alla ragazzina: “Miss Emma, preco. E’ l’ora! Andiamo!” Ha chiuso la porta, dietro di loro. Nonostante lo spessore del legno, ho sentito distintamente il rumore del frustino che percuote la carne nuda ed i gemiti soffocati di Emma. “La frusta per i più futuli motivi. Troppo spesso, secondo me. Medico spesso le sue chiappe scorticate. In fin dei conti, è una brava ragazzina; soprattutto adesso che non c’è più il fratello…” mi ha informato Constance. Uscendo dalla stanza, Emma ha le guance rigate di lacrime e si strofina le chiappe. Chiedo a Costance, mentre sta seduta sulle mie ginocchia e le sto massaggiando il seno destro nudo, se si può escogitare qualche trappola per la cavallina tedesca: anche lei meriterebbe una bella lezione. Mugolando di piacere, la gallese mi risponde che ci deve pensare ma, soprattutto, non sa affatto se la padrona sarà d’accordo. Oh si, penso tra me, Jo sarà senz’altro d’accordo! “E tu, Constance, sei mai stata sculacciata?” torno a chiederle dopo qualche minuto di petting. “Si, ma quando ero piccola. Mia madre adoperava lo zoccolo di legno duro. Avevamo solo quello in casa. Me lo ricordo ancora il dolore che mi faceva. Dai, continua…non ti fermare proprio adesso! Mmmmhh…”. Giornata proficua, tanto più che le exgaleotte hanno stretto un patto contro la spocchiosa Polly. Si preannunciano interessanti giornate.
Ah, c’è stato il fatto della povera Jenny. Spingi, spingi le è venuta una cisti anale. Il dr Ripley ha ritenuto di operare subito, prima che diventasse più grande. Inutile il ricovero in ospedale: si trattava di un piccolo intervento, a dir suo.
Abbiamo preparato tutto in casa, in cucina più esattamente. Le serve, appositamente chiamate, l’hanno pulita per bene, fino a renderla lucida. Corinne ed io abbiamo preparato il tavolo. Una spessa coperta e un lenzuolo bianco; l’acqua sul fuoco a bollire. Corinne, la sera prima, aveva fatto un bel clistere alla ragazza e la madre, quella mattina, le aveva dato dieci gocce di laudano. Era tutta imbambolata Jenny, quando venne in cucina, con indosso la candida camicia da notte.
Il dr Ripley aveva già preparato i suoi strumenti di tortura. Prima di farla distendere, Corinne le mise in bocca un fazzoletto pulito. Io la tenevo per le mani, Corinne per i piedi. Il chirurgo alzò di quel tanto necessario la camicia della ragazza. Impugnò il bisturi e…Io chiusi gli occhi. Sentii Jenny gemere profondamente nonostante il bavaglio; rafforzai la stretta perché il suo corpo si agitava maledettamente. Non so quanto durasse l’operazione: mi sembrò un’eternità. Quando riaprii gli occhi, sul culo di Jenny era posata una benda già intrisa di sangue ed altro liquido rosso macchiava abbondantemente il lenzuolo, sul tavolo. Dal camino, aiutandosi con uno straccio, il medico tirò fuori uno strumento chirurgico, dalla lama piatta ormai incandescente. Tolse la benda, e lo accostò alla ferita. Tornai a serrare gli occhi. L’urlo soffocato di Jenny, lo sfrigolio, la puzza di carne bruciata mi sconvolsero lo stomaco. La ragazza era svenuta: meglio così, sentenziò il chirurgo. Utilizzando un lenzuolo pulito, lui ed io la portammo di sopra, e la deponemmo nel letto. Scappai a vomitare! Ci volle circa un mese, prima che Jennifer si rimettesse. Adesso, sta bene ed evacua pure meglio!