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Racconti di sculacciate: Le avventure domestiche di Pablo e Federica

5 Novembre 2010

Hensto è un nuovo autore che ci ha inviato dei bei racconti di sculacciata. Oggi pubblico il primo. Buona lettura e grazie al nostro nuovo amico! Ricordo a tutti che chiunque può partecipare al blog, basta inviare una mail a sculacciata76@yahoo.it

Un “nuovo corso” per Federica e Pablo

Me ne stavo tranquillamente sdraiato sul divano, con la testa in grembo a Federica che mi accarezzava e mi coccolava dolcemente. Le sue mani delicate e affusolate scorrevano delicatamente sul mio viso, e qualche volta sfioravano i miei capelli lunghi e ondulati. Ce ne stavamo tutti e due in piacevole silenzio, quando ad un tratto Federica parlò:

Tesoro, questo pomeriggio guarderemo insieme i tuoi compiti di inglese, sai?”

Quest’idea mi colse completamente impreparato: da qualche mese frequentavo un corso di inglese, ma non pensavo che la mia ragazza si interessasse ai compiti a casa che mi venivano assegnati, anche perché, pur essendo stata proprio lei quella che all’inizio mi aveva spinto ad intraprendere il corso, non mi aveva poi chiesto più nulla da quando questo era cominciato.

Ma cosa dici, Federica? Stai scherzando?”

Affatto, amore, sto parlando molto seriamente!” continuò lei, mentre mi faceva intendere, con un gesto delicato delle mani, di girarmi sulla pancia. Sapeva che tale posizione mi piaceva anche di più di quella supina, e quindi quel gesto non mi stupì: ora la mia faccia era a contatto con le sue cosce rivestite di collant scuro, e, mentre con la coda dell’occhio destro guardavo l’eleganza e la sensualità dei suoi piedi ben scolpiti dentro alle sue scarpe classiche, nere e col tacco a spillo, con la coda di del sinistro vedevo i colori vivaci della sua gonna scozzese.

E dopo aver ripreso ad accarezzarmi i capelli, aggiunse, in tono leggermente più alto:

E, se scopro che non li hai fatti come si deve, le prenderai di santa ragione!” disse, appoggiando la sua mano destra sul mio didietro.

Rimasi per un momento come attonito: Federica sembrava seria, anche perché non era nel suo stile burlarsi di me in questo modo… Perciò, cosa le aveva preso? Non poteva realmente trattarmi come uno scolaretto svogliato…

Federica, non capisco… ma che ti prende?”

Capirai più tardi, quando comincerò a scaldarti il sedere e a fartelo rosso!” rispose lei in tono severo mentre mi accarezzava il sedere.

Detto ciò, mi fece cenno di alzarmi e di lasciarla andare: doveva andare a fare alcune commissioni ma sarebbe tornata nel giro di un paio d’ore.

Ricordati che quando torno controlliamo i compiti di inglese” ­– mi disse, mentre taccheggiava verso la porta con la borsetta a tracolla – “e se non è tutto in ordine ti prenderai una bella sculacciata!”. Dopo aver detto queste ultime parole chiuse la porta dietro di sé.

Non sapevo più cosa pensare, anche perché mi ero ormai convinto che Federica facesse sul serio.

Allo stesso tempo, però, era per me inconcepibile che la mia ragazza potesse picchiarmi per davvero, e soprattutto trattarmi come un bambino. Non aveva mai alzato le mani su di me, e forse neanche minacciato di farlo, tranne una volta in cui mi disse che mi avrebbe dato uno schiaffo se avessi continuato a prenderla in giro, ma lì si trattava di un mezzo scherzo. Ora però il problema era serio, anche perché, se da un lato mi sentivo umiliato e sentivo intaccato il mio ruolo maschile, dall’altro ero rimasto come affascinato, o meglio come ipnotizzato dalle sue minacce: mi attirava quello che mi proponeva, e la testimonianza più evidente era che, mentre mi parlava in quel modo, tenendomi la testa sul suo grembo, avevo avuto un’erezione quasi istantanea. Memore di ciò, cominciai ad azzardare l’ipotesi che si trattasse di uno stratagemma di Federica per movimentare la nostra relazione sessuale: era un po’ che c’era calma piatta su quel versante, e forse la sua idea era davvero buona, ammesso che le cose stessero davvero così. Mi calmai e decisi di accendere la televisione per occupare la mente in altro modo aspettando che tornasse Federica, e la cosa funzionò per un po’, finché, guardato l’orologio e resomi conto che sarebbe rientrata a minuti, di colpo mi venne in mente che io i compiti di Inglese che venivano dati da fare a casa non li avevo mai fatti! Un brivido misto ad eccitazione si impadronì di me… Accidenti, e se me le avesse date sul serio? Federica aveva l’aria di una che picchia, e le sue mani, solitamente così dolci, avrebbero potuto diventare davvero molto dure, e a spese del mio disgraziato culetto! Ma non feci in tempo a seguire più a lungo questa catena di pensieri ed emozioni, che il campanello suonò, facendomi sussultare per la prima volta da quando io e Federica stavamo insieme.

Le aprii la porta sorridendo, ma lei mi guardò appena, e mentre si dirigeva con passo deciso verso la cucina, mi disse ad alta voce: “Prendi tutti i tuoi quaderni e piazzati in camera, arrivo tra un minuto!” Rimasi senza parole mentre, restando fermo dove mi trovavo, osservavo il suo profilo in cucina mentre sistemava gli acquisti, prendendoli dai sacchetti e riponendoli sugli scaffali e nel frigorifero. Federica era piuttosto bella: aveva i capelli lunghi, neri e lisci, occhi blu e un bel corpo, slanciato e nello stesso tempo ben tornito. Era una donna piacevole, simpatica e piena di calore quando era in vena, ma i suoi atteggiamenti di freddezza erano quelli che – pur rivelandone il carattere intrattabile – costituivano la principale molla della mia eccitazione, ed era in quelle situazioni che andavamo quasi sempre a finire a letto.

Cosa fai ancora qui? Fila immediatamente in camera e tira fuori i quaderni!” esclamò, indicando con un dito la camera da letto.

Ubbidii come un agnellino: smisi di pensare e feci ciò che mi aveva ordinato. Mi sedetti su una sedia con i miei due quaderni in mano, e dopo poco Federica arrivò e si sedette sul bordo del letto di fronte a me, con le gambe accavallate. Aveva un’aria estremamente sexy, e con un tono dolce e severo al tempo stesso, piantò i suoi occhi nei miei e mi disse che doveva controllare se facevo i compiti correttamente, perché, aggiunse, altrimenti avrei avuto una punizione. Quest’ultima parola fu pronunciata con una dizione così chiara e armoniosa che non potei credere che il suo contenuto potesse essere così spiacevole… Deglutii, e le porsi rapidamente i due quaderni di inglese.

Federica li prese ed aprì il primo dei due, che era quello dei compiti e dei lavori svolti in classe. “Cosa c’è qui dentro?” chiese mentre lo sfogliava velocemente, con scarso interesse. “I compiti in classe” risposi. Poi prese il secondo ed io ebbi di nuovo un brivido, il secondo di quella giornata. “E questo invece?” esclamò Federica aggrottando la fronte.

Come mai è completamente bianco?”

Cominciai a balbettare… “Ehm, sì, quello è … quello che usiamo…”

Cosa stai farfugliando??!! Usate quando? Dimmi a cosa ti serve questo quaderno e perché è completamente vuoto!!”, quasi urlò Federica, alzandosi in piedi e sovrastandomi, visto che io stavo invece seduto.

E’ il quaderno…ehm… è il quaderno dei compiti di casa…”, mormorai in un filo di voce.

E perché è bianco?” riprese lei in tono sempre più severo e arrabbiato.

E’ … è bianco perché… io i compiti a casa non li ho mai fatti”, finii per ammettere, in un tono talmente basso e debole da essere quasi inudibile.

Federica si risedette e riaccavallò le gambe, riprendendo a parlare col tono iniziale, calmo, dolce, ma severo e, direi, inesorabile.

Adesso ti do tante di quelle sberle che te ne ricorderai!”

Ma io …” – continuai a balbettare – “…non pensavo che fosse…”

Non inventarti delle scuse, tesoro! Avanti, vieni qui!” ordinò.

Andai ad accucciarmi presso le sue gambe accavallate, cercando di appoggiare le mani sulle sue ginocchia.

Scusami, ma io…” PAFF!

Mi arrivò un primo, sonoro ceffone sulla guancia sinistra.

Tu niente, e non voglio nessuna scusa! Adesso le prendi”, disse alzando bene in alto la mano sinistra e colpendomi con il palmo la guancia destra: PAFF!

E di santa ragione, anche! ” PAFF! PAFF! PAFF! PAFF!

Mi assestò quattro sberle decise, due per guancia, usando a turno entrambe le mani.

Non ti permettere mai più di comportarti in questo modo e di disimparare il poco che impari in classe!”

Tirai su con il naso, con una netta sensazione di calore e di bruciore alle guance. Federica si alzò in piedi ed io mi inginocchiai davanti a lei, abbracciandole le cosce e guardandola da sotto in su con l’aria di chi cerca pietà, ma lei mi fissò negli occhi con durezza e continuò da quella posizione a schiaffeggiarmi sonoramente. PAFF! PAFF! PAFF! PAFF! PAFF! PAFF! PAFF! PAFF!

Era la prima volta che prendevo una tale serie di schiaffoni, e mi venne voglia di piagnucolare un po’, non tanto per il dolore quanto per l’umiliazione. Federica mi tirò poi verso di sé, si sedette nuovamente sul bordo del letto, e, mentre io restavo inginocchiato, cominciò a sbottonarmi i pantaloni con le sue dita affusolate e con un’aria sempre severa ma al contempo estremamente seducente.

Mentre eseguiva quell’operazione (che mi procurò la seconda erezione della giornata) mi disse che ero un ragazzino svogliato, e che avrei preso il resto.

Mi fece stendere sulle sue ginocchia, e dopo avermi sistemato bene in grembo cominciò a darmele, con un ritmo serrato e senza fermarsi. SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK!

Ripresi a piagnucolare, ma lei disse: “Perché piangi, amore? Mammina ti ha scaldato il sedere? Lo sai che adesso te le do’ sul sederino nudo, come si faceva una volta?” E mentre diceva questo mi abbassò lentamente gli slip.

Adesso” – SMACK! SMACK! SMACK! – “ti faccio il culetto rosso.”

SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK!

Lo sai che te le sei proprio meritate questa volta?”

SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK!

Sob, sniff, sniff”, fu l’unica mia risposta, anche perché il mio didietro cominciava veramente a fiammeggiare. Poi, dato che ci fu una pausa, presi coraggio e aggiunsi: “Ti prometto che non lo farò più”. Un’altra serie di sonori sculaccioni fu la risposta, accompagnata da questa frase: “Lo spero bene, perché se si dovesse ripetere ne prenderesti il doppio!”

Sniff, sob, sob, sob…”

Dopo un’altra pausa riprese a sculacciarmi con ritmo più lento e a parlarmi in tono dolce: “Su, tesoro, non piangere… lo so… la mamma te le ha suonate… ma te le sei meritate…”

Intanto vidi che il suo piede sinistro s’era leggermente sfilato dalla scarpa, e questo, insieme al calore ormai piacevole che sentivo e alle parole che mi stava dicendo, mi fece avere la terza erezione.

Continuò così ancora per un paio di minuti, che dell’intera sculacciata furono i più piacevoli per me, dopodiché mi fece alzare e, ripreso il tono severo di prima, mi ordinò di filare immediatamente in un angolo, girato verso il muro.

E guai a te se ti muovi perché ne prendi ancora. E, detto questo, uscì velocemente dalla camera.

 

Punizioni in famiglia: Genitori e figli

23 Marzo 2010

Geronimo ci invia questo racconto dedicato alla disciplicna domestica, intitolato “Genitori e Figli”.

Ringrazio Geronimo e colgo l’occasione per ricordare che chiunque può partecipare al blog, basta inviare una mail a sculacciata76@yahoo.it

Mauro e Chiara lavorano entrambi come impiegati in un azienda sanitaria pubblica. Hanno partecipato ad una cena aziendale e sono andati con alcuni colleghi a fare due salti in discoteca.
Tra un balletto, un drink e una chiacchiera, si sono fatte le tre. Tutti tornano tranquillamente alle rispettive abitazioni. E’ venerdi sera e la mattina seguente non c’è il lavoro. Tutti sono tranquilli, dicevo, meno Mauro e Chiara. I rispettivi genitori avevano stabilito il coprifuoco per l’una di notte. Orario ampiamente sforato. Mauro ha 22 anni e vive con la madre di 42 anni. Una bella donna forte, energica e autoritaria, che per compensare la fuga ignomignosa del padre del ragazzo ha riversato su quest’ultimo tutte le sue attenzioni ma anche le proprie frustrazioni. Di conseguenza, Una educazione rigida e severissima con un costante ricorso alle punizioni corporali (Scapellotti e sculaccioni a culetto nudo) hanno fatto di Mauro un ragazzo per bene, ma anche complessato e quanto mai impacciato con l’altro sesso.
Chiara è la versione al femminile di Mauro. Ha 33 anni, ma un fisico minuto e una grande timidezza che la fanno sembrare una 24 enne. Il padre, abbandonato dalla moglie, ha tenuto la stessa speculare condotta educativa che la madre di Mauro ha tenuto con il figlio. Chiara in più ha fatto l’esperienza di un matrimonio fallito. Dopo quattro anni sprecati a tentare di superare le proprie nevrosi nella vita a due con un uomo apparentemente sicuro di sé, La donna è tornata a subire il rigido regime disciplinare del padre. Dopo una sola settimana dal rientro alla casa paterna, Chiara si è trovata, quasi senza rendersene conto , a prendersi le cinghiate del padre, gonna sollevata, sedere nudo, inginocchiata sul divano come ancora 6 anni prima, come una bambina o una adolescente discola. Quando Chiara si trova nella propria camera senza aver cenato per punizione, o con le guance rosse e brucianti per le sberle di papà o ancor più con le natiche e le cosce rigate dalla cinghia, non è presa da u moto di ribellione o disperazione ma da una sorta di quieta rassegnazione, mista a morbosa inquietudine.
Chiara e Mauro hanno sviluppato una certa amicizia, questione di affinità elettive, è chiaro, ma non è ancora sfociata in una vera e propria relazione. I due temono molto i possessivi genitori.
Mauro accompagna cortesemente a casa Chiara con la propria auto. Entrambi sanno che gli attendono duri castighi e non osano immaginare le condizioni dei rispettivi fondo-schiena tra qualche ora. Al momento del commiato gli amici si abbracciano, si baciano timidamente le guance, poi, guardandola negli occhi Mauro bacia con un lieve tocco delle labbra la mano destra di Chiara, che a sua volta accarezza il viso dell’amico.Il tutto senza una parola.
Si comincia. Una volta tornato a casa ,Mauro non fa in tempo a chiudersi la porta alle spalle che si ritrova davanti la madre, la quale senza indugio molla due sonori ceffoni al figlio. “- Disgraziato mi vuoi morta!, ha che ora ti avevo detto di ritornare?! E giù sberle. Dopo una mezza dozzina di schiaffi che risvegliano dal residuo torpore il povero ragazzo, la madre, tra un imprecazione e un lamento , tipo “mi farai morire di angoscia, mascalzone! Cattivo! Ti sei scopato qualche puttana eh?!.-“ emette la sentenza “Fila in camera tua, mettiti a culo nudo svelto! –“ e così dicendo afferra un grosso battipanni di vimini nuovo di zecca, (in effetti nel corso degli anni ne aveva rotti parecchi sulle tenere e rassegnate chiappe del figlio) “-ma mamma ho 22 anni!-“ “-E allora ?. Se ti comporti come un ragazzetto disubbidiente come tale sarai punito! E non dirmi che ti vergogni a farti vedere il pistolino e le palline dalla tua mamma!. Ti ho fatto io!-“
Dall’altra parte della città, pochi minuti prima rispetto a quanto stà accadendo a Mauro, Chiara sta facendo i conti con la severità paterna. Accolta a sua volta da una mezza dozzina di ceffoni appena varcata la soglia, la donna si è sentita intimare senza preamboli: “- disgraziata, ti insegno io l’obbedienza. Credi che questo sia un albergo?. Credi che perché hai poco più di trent’anni di potertene infischiare degli ordini di tuo padre?. A culo nudo, svelta!. Via pantaloni e mutande! In ginocchio sul divano, chiappe in bella vista, veloce! Ti insegno io a prendere in giro il tuo povero vecchio, hai preso tutto da quella zoccola di tua madre-“
Mauro è steso sul letto, il culo è leggermente rialzato da un cuscino messo sotto l’inguine.Il pene nudo appoggiato al soffice accessorio del letto. La madre comincia a batti pannare furiosamente le chiappe magre e nervose del giovane. “- Sciaff!, Sciaff!, Sciaff!, Sciaff,! “- Prendi, prendi e prendi!.Fino a quando dovrò sculacciarti affinchè tu impari a rispettare i sentimenti della tua povera mamma!. Cattivo! Cattivo!-“ e giù sculaccioni. SciafF! Sciaff!, Sciaff!.Il dolore delle botte sulle natiche indifese è notevole ma il cazzetto comincia inevitabilmente ad aumentare di volume. Al cinquantesimo colpo di battipanni Mauro comincia a supplicare perdono ed a piangere. Nel frattempo un fiotto caldo inonda il cuscino e il ventre di Mauro. L’eiaculazione è potente. La madre è tutta sudata, ansimante . “Spero che questa ripassata ti serva di lezione, almeno stavolta. In questa casa ci sono delle regole da seguire e tu le seguirai!- “. Lo lascia solo con il culo martoriato e il ventre e le cosce impiastricciate di sperma.
All’altro capo della città Chiara completa il suo rituale di punizione, quasi immutato da quando aveva 12 anni. Prima deve baciare la mano destra del padre, poi la cintura, infine deve dire: “Grazie papà per la meritata punizione. Dammele forte ti prego-“ E le cinghiate cominciano a grandinare sulle morbide e seriche chiappe della donna e sulla parte alta delle cosce. Le carni vibrano, si rigano di strisce rosse sempre più scure. Chiara geme, si agita muovendo i fianchi quasi invitando inconsapevolmente(?) l’uomo a continuare a colpire i globi gemelli con tutta l’energia di cui è capace. Chiara piange, strilla ma non muove un dito per riparare il culo così rudemente accarezzato. Forza dell’abitudine? Chissà?. Alla settantesima cinghiata la punizione ha termine. Il padre lascia la stanza.” Fila in camera tua. Sei in castigo a tempo indeterminato !-“
Un ora dopo, nudi dalla vita in giù, seduti su comodi cuscini, le chiappe gonfie e coperte di ematomi Mauro e Chiara condividono in chat le rispettive dolorose esperienze. Mauro si lascia finalmente andare.”- Sai, piccola, credo di amarti.-“ Forse ti amo anch’io”

Racconto di sculacciata con foto: Roberta

16 Marzo 2010

Oggi pubblico un racconto di Ammiratore Segreto corredato di foto: una bella idea che ha avuto il nostro caro lettore anche se mi ha costretto a lavorare non poco per pubblicarlo (e si sa che io sono un’imbranata cronica per tutto quello che riguarda il pc).
Comunque grazie ad Ammiratore e soprattutto complicementi per la bella idea! Per chi volesse cimentarsi in questa nuova forma espressiva (ehm ehm) può inviarmi al solito indirizzo sculacciata76@yahoo.it il racconto pubblicato dalle foto…

Era un giorno come tanti, anzi migliore rispetto al solito, avevo passato una bella giornata con le amiche ed avevo preso anche un bel voto a scuola. Arrivata a casa l’unica cosa che volevo fare era ascoltare un po’ di musica ad alto volume come piace a me!! Così andai in cucina salutai mamma e le dissi del bel voto che avevo preso e lei contenta mi diede due bacioni e 20 euro come regalo.

culetto sculacciato

Dopo di che andai dritta dritta in cameretta e mi misi in tenuta da casa con una canotta azzurra e una gonnellina corta e poi mi attaccai al computer per ascoltare a stecca la musica.
Mia madre tollerante per il voto che quel giorno avevo preso e con aria gentile venne da me due o tre volte a chiedermi di abbassare il volume.Ma quel giorno non avevo voglia di stare alle regole di nessuno, ero troppo euforica, infatti non appena lei usciva dalla camera rialzavo il volume al massimo.Ma dopo l’ennesima volta che lo avevo fatto sentii mia madre venire verso la mia camera urlando e sbraitando e allora cappi che mi ro messa per l’ennesima volta nei guai…Entrò in camera di botto e schiaccio il tasto di accensione del computer spegnendolo; la musica si spense di botto e io scattai in piedi urlando:
“ma che fai sei scema??”
SCIAFF lo schiaffo mi arrivò secco e forte in faccia
“ma come ti permetti signorina!! Dove diavolo pensi di essere, e come ti permetti di dire a tua madre certe cose!?!”
“Ma io..”
“ma io , ma io niente!!! Evidentemente ti sei dimenticata la buona educazione solo perché hai preso otto, ma ora te la faccio tornare io la memoria!”
Detto questo mi prese per i capelli mi tirò in piedi e mi fece appoggiare con la forza sul mio scrittoio proprio di fronte alla causa della mia ormai vicina punizione: il computer.
ragazzina sculacciata

Mi alzò la gonna eee SCIAFF SCIAFF SCIAFF iniziò a sculacciare il mio culetto, coperto solo da un perizomino giallo.
“ah!! Ahi!! Ahiaaa!! Ahhhh!!“
„Quando imparerai come si comportano le ragazze per bene ehh??”
“Scusa mamma!!”
Noo!! Scusa niente! SCIAFF SCIAFF SCIAF SCIAFF.
IO cercavi di dimenarmi e di proteggermi, ma come al solito la mamma aveva la meglio e continuava a sculacciarmi di santa ragione!!
SCIAFF SCIAFF SCIAFF SCIAFF SCIAFF
Dopo un po’ di sculacciate mamma, dal momento che continuavo a muovermi e a non stare ferma afferrò l’elastico delle mie mutandine e le tirò giù. In quel preciso istante mi accorsi che una delle finestre presenti in camera mia era aperta; infatti ne ho due, disposte l’una di fronte all’altra .Quella vicina allo scrittoio era chiusa e coperta da una tenda blu scuro(per fortuna), ma l’altra era terribilmente spalancata e senza alcuna tenda che coprisse quello spettacolo imbarazzante, si mi trovavo al terzo piano ma avevo paura che qualcuno potesse comunque vedermi, e forse le mie paure non erano tanto infondate…
Riuscii a liberarmi, ma questo non servì a niente , infatti diedi solo a mia madre il tempo di prendere quel terribile strumento di pelle con cui mi puniva sempre. Mi riprese e dopo avermi piegata…SCIAFF SCIAFF 10 ahh SCIAFF SCIAFF 20 ahia!!! SCIAFF SCIAFF 30-40 SCIAFF SCIAFF SCIAFFF!!

culetto mamma

“Ahhh! Basta mamma ti prego!! Non lo faccio più basta!”
“ Dovevi pensarci prima mia cara!!Ora ti prendi la tua punizione come merita una ragazzina maleducata come te!” SCIAFF SCIAFF
“ahah ! no no basta! Ahh!!” SCiAFF SCIAFF SCIAFF
“ Zitta e vergognati!! Non ti vergogni alla tua età a prenderle strepitando come una bambina di 9 anni???”
“sigh! Ahah SCIAFF SCIAFF ahhh SCIAFF SCIAFF ahhhhh!!”
Mi dimenavo scalciavo strepitavo ma niente.. evidentemente il mio destino era quello di essere sculacciata come una monella!”
Di punizioni come quella ne avevo prese tante nella mia vita, ma quella era diversa, mi sentivo strana, mi sentivo osservata, ma mi dissi che era un’impressione e continuai a prendere la mia punizione cercando di fare meno chiasso possibile; ma quella sensazione persisteva, allora cercai di girarmi per guardare verso la finestra, ma non ce la feci; infatti mia madre mi tirò per i capelli e mi trascinò di traverso sulle sue ginocchia!

sculacciata dalla mamma

Sciaff SCIAFF SCIAFF SCIAFF, i colpi continuavano a cadere forti sul mio culetto tondo ed esposto SCIAFF SCIAFF SCIAFF SCIAFF
Da quella posizione però, con la testa capovolta verso il basso mi accorsi che potevo guardare dietro verso la finestra aperta… e vidi qualcosa!!!
No forse era stata solo una mia impressione, ma dopo pochissimo vidi di nuovo la tenda della finestra del palazzo di fronte al mio muoversi e una mano che ne spostava leggermente il lembo, era la mano di un ragazzo.
NOOOOOOOOOO, che vergogna qualcuno mi stava vedendo mentre le prendevo sul culetto nudooo, e in più oltre all’imbarazzo della punizione c’era anche quello dato dal fatto che la mia micetta glabra e il mio buchetto erano totalmente esposti e rivolti nella direzione della finestra… ERA L’UMILIAZIONE PIU’ TOTALE.
Il mio viso aveva assunto il colore uguale a quello del mio culetto e io ero caduta in in una specie di trans prendevo quei colpi immobile e continuavo a guardare fissa verso quella finestra,… ma poi mi riebbi ricominciando a scalciare e mia mamma più arrabbiata che mai inizio ad urlare ed ad aumentare forza e velocità dei colpi!

ragazzina punita dalla mamma

SCIAFF SCIAFF SCIAFF SCIAFF SCIAFF SCIAFF SCIAFF SCIAFF SCIAFF SCIAFF SCIAFF SCIAFF SCIAFF.
Così continuavo a subire passivamente mentre qualcuno spiava la mia punizione da bambina cattiva.
Il dolore aumentava e così io sgambettavo cercando di diminuire quell’atroce punizione, ma non solo questo non serviva a niente ma contribuiva anche ad aumentare la visione della mia fighetta allo sconosciuto.
SCIAFF CIAFF sciaff CIAFF SCIAFF CIAFF SCIAFF SCIAFF SCIAFF
Dopo tante e tante sculacciate mia madre finalmente mi lasciò andare andandosene dalla camera e lasciandomi umiliata ed esausta per terra.

Ero nuda davanti alla finestra e nonostante mi vergognassi non avevo alcuna voglia né forza di coprirmi, quindi rimasi semplicemente lì oscenamente esposta e denudata con le mutandine alle caviglie, ma non mi importava, o meglio si, ma cercavo di non farci caso, ero ancora come in trans..
Solo quando rimasi sola la tenda della finestra opposta a casa mia si aprì e finalmente lo vidi bene; era proprio un bel ragazzo, sembrava un Dio dell’antica Grecia: moro dai lineamenti fini, alto muscoloso con un fisico scolpito e potevo ben vederlo dal momento che era a petto nudo.Sentii come un calore al basso ventre quando lo vidi, lo so sarò sciocca, ma mi piaceva il fatto che fino a quel momento avevo attirato l’attenzione non di un vecchio bavoso o di un bruttone, ma di uno aitante ragazzo dal fisico statuario.
Ad un certo punto lo vidi che armeggiava con la patta dei pantaloni e di colpo tirò fuori il pene!!
Fu come uno shock per me, (sia chiaro un piacevole schok), ma non me l’aspettavo;e lui, per niente intimorito dal mio sguardo iniziò a masturbare quel suo bel pene eretto e duro.
IO mi sentivo stana, soggiogata, umiliata mentre si masturbava guardando le mie natiche rosse, ma quel mix di sensazioni non mi dispiacevano affatto, come mossa dai fili invisibili di un altrettanto invisibile marionettista mi posizionai in ginocchio a novanta con il culetto esposto e rivolto nella direzione del mio “ammiratore” (XD) con un dito sfiorai il mio fiore glabro.

ragazzina che gode dopo le sculacciate

Avvampai quando mi accorsi di essere totalmente bagnata.Piano e dolcemente cominciai a penetrarmi prima con uno e poi con due dita mentre con il palmo della mano strofinavo prima piano e poi sempre più forte il mio clitoride.
Anche lui aveva aumentato il ritmo. Appoggiato con una mano al vetro della finestra e con l’altra sappiamo dove era eccitatissimo.
Ero ormai succube di quel toccarmi in modo così voyeur davanti a lui, volevo essere sempre più eccitata, quel suo pene grosso mi stimolava enormemente, volevo essere umiliata ancora, allora mi venne in mente una cosa, una cosa che non avevo mai fatto. Senza perdere di vista il mio ammiratore mi infilai in bocca in dito medio e dopo averlo lubrificato per bene con una mossa suadente lo portai sopra al mio buchetto e dopo averlo inumidito.. spinsi. Il fastidio iniziale scomparve quasi subito sormontato dall’immensa eccitazione datami dalla mia passerina e dall’essere umiliata, così continuai col dito ad andare su e giù anche nel mio sfintere allargandolo pian piano.
Evidentemente quel mio gesto l’aveva eccitato ancora di più, infatti dopo poco venne sul vetro della finestra ed io assieme a lui raggiunsi l’apice immaginando che venisse dentro di me!
Dopo un po’ mi alzai andai alla finestra mezza nuda e con un sorriso lo guardai e poi chiusi finestra e tende.
Andai a lavarmi ma sentivo addosso ancora un po’ di eccitazione, mi sentivo una sgualdrina e una monella, avevo bisogno di una purificazione “più spirituale” ;) , così a tavola mi comportai da vera bambina cattiva con mia madre e.. quella sera stessa dopo cena ero di nuovo sulle ginocchia di mia madre e il rumore delle sculacciate sul mio culetto nudo si diffondeva per tutta la casa!

Racconto di sculacciata: Suocere

24 Gennaio 2010

Un racconto di sculacciata, inviato da “Suoc”…buona lettura a tutti e grazie all’autore di questo racconto.

Suocero

Non mi diverto a punirla.
Lei è una ragazzina adorabile.
Bè, ragazzina…appena diciottenne in effetti, ma ha qualcosa di particolare.
Non è solo di una bellezza sconvolgente, lunghi capelli castani e occhietti verdi, non è solo intelligente e tenace, ha anche qualcos’altro.
Forse è il modo in cui muove gli occhi, forse è quella aria da bimba indifesa, che me la rendono così cara.

Vive con noi da qualche anno.
Si chiama Alessia ed è la fidanzata di mio figlio.
I suoi sono di un paesino e lei avendo bisogno di un posto dove vivere in città per studiare è venuta a stare da noi.
Dorme in una stanzetta, ovviamente lontana da nostro figlio, Dario.

E’ sempre stata dolce, molto educata e rispettosa ma ultimamente ha fatto l’errore di accostarsi alle amicizie sbagliate.
Avendo scoperto la libertà della città, l’amore e il nuovo mondo universitario, Alessia non riesce a rigare dritto. E sami continuamente rimandati, disordine ovunque e nessun rispetto delle regole.
Io e mia moglie siamo un po’ preoccupati per il brusco cambiamento che c’è stato in lei.

Le abbiamo provate tutte per darle punizioni funzionali.
Con i nostri due figli le cose erano state più semplice: normalissime punizioni.
Puniamo Alessia vientadole le uscite, facendole fare faccende in casa e quanto altro, ma niente riuscesce a scoraggiarla dai suoi modi.

Questo almeno fino a una settimana fa, quando ho capito come punirla.

Sapevo che non potevamo, per lei, per il suo bene lasciarla fare.
E così una sera mi sono deciso e ho detto a mia moglie che se anche quella sera Alessia fosse tornata in ritardo, l’avremmo sculacciata, come una bambina piccola.
“Sculacciata?” Dario si era fatto una risata.
“Papà, ma come ti è venuto in mente? Potrebbe denunciarti mi sa…”

In realtà non avevo pensato veramente di sculacciarla in modo classico, volevo solo spaventarla.
Ma a mezzanotte Alessia non era ancora tornata.
Era uscita con i compagni di università, giorno feriale, e senza avvertire.
Alle due e mezza, tentendoci tutti svegli e preoccupati, finalmente Alessia rientrò.
Trovò me, mia moglie e Dario ad aspettarla.
“Ma è possibile? Sono le due e mezza ti rendi conto? E domani hai lezione…” Dario per primo l’aveva rimproverata.
“Ma sono cazzi tuoi? Che palle…io mi devo divertire…divertiti pure te ogni tanto no?”
Io avevo immediatamente capito: era ubriaca.
Con il trucco esagerato sul viso, una maglietta scollata e volgare.
Gridava alle due di notte, come se fossero le undici di mattina…
Gridava parolacce.
Senza dire nulla la presi per un braccio e le mollai uno sculaccione.
“Come si permette brutto ***!”
Alessia stava esagerando, una bambina che dice simili parolacce?
Mi sedetti su una sedia e la misi sulle mie ginocchie.
“Non volevo farlo veramente, adesso però ti farò ricordare questa serata per un paio di mesi…”
Stavo per iniziare a sculacciarla quando ci ripensai.
La feci alzare e la portai in bagno, seguito da mia moglie e da Dario.
Aprii l’acqua ed infilai la testa sotto il getto per risvegliarla bene.
Dopo pochi minuti, le diedi un asciugamano dicendole: “hai cinque minuti, ti aspetto di là…”

Cinque minuti dopo, con la faccia pulita e la fronte bassa Alessia era tornata in soggiorno.
“Bene, da stasera, visto che insisti a comportanti da bambina, sarai sculacciata…”
Alessia mi guardò improvvisamente in faccia: “io…mi comporterò bene, la prego, non lo faccia…mi vergongno molto….”
“Mi dispiace bambina mia, ma devi essere punita e l’umiliazione è una parte importante. Forza, non mi far alzare…”
Alessia si avvicinò mansueta.
La dovetti chinare con una certa pressione sulle mie ginocchia ma poi assunse la posizione ideale.
Non avevo mai sculacciato nessuno, ma sapevo come doveva avvenire.
Le abbassai i pantaloni, mentre lei inziava a piangere per l’imbarazzo.
Ed inziai la sculacciata.
Davo dei colpi non troppo veloci nè troppo forti, volevo punirla ma non farle male.
La scena doveva umiliarla molto però: sculacciata dal padre del fidanzato davanti ad altre due persone.
Credo di aver pensato che ci volesse la predica: Sai” dissi sottolineandolo con uno sculaccione più forte “non ho mai dovuto sculacciare i miei figli…ma con te ho perso la pazienza, veramente! Pensa te! So bene che ti stai vergongando, ed è giusto! A diciotto anni, sulle ginocchia di un uomo che potrebbe essere tuo padre, a prendere le sculacciate perché non sai comportarti…”
Le abbassai le mutandine.
A quel punto cercò di impedirmelo con la mano, ma io avendolo previsto gliela bloccai sulla schina…
“ah, non vuoi che te le tolga? Non ti pare di aver detto un po’ troppe parolacce per sperarlo?”
“La prego…mi vergogno…”
Adesso piangeva più forte, proprio come una bambina, con il sederino che le si arrossava ad ogni sculaccione, e il volto contratto in smorfie di dolore e vergogna.

Gliene stavo dando davvero molte.
Avevamo passato le 100 sculacciate, forse anche le 200.
Aveva il culetto e le cosce rosse, segnate dalle mie sculacciate.
Aumentavo dose, velocità e forza, man mano…
Lei singhiozzava e mi pregava di fermarmi, ma io non volevo cedere subito a quelle dolcissime lacrimucce.
Dovevo punirla severamente per non doverlo rifare.
Poi, dopo 300 sculaccioni totali, mi fermai.
La feci piangere ancora sulle mie ginocchia e poi la feci alzare.
Cercava di comprirsi la micetta ma le era quasi impossibile.

“Ora, come tutte le bambine cattive, devi stare all’angoletto…se ti tocchi il sedere, o ti muovi ricomincio da capo, hai capito?” Lo dissi con il tono ancora arrabbiato.
Con i pantaloni e le mutandine alle caviglie, Alessia si spostò all’angolo che le avevo indicato.
La guardai: era scossa dai singhiozzi, e piangeva disperata.
Dopo dieci minuti andai da lei.
Togliti i pantaloni e le mutandine completamente: sapevo di stare esagerando.
“Papà….”
“Dario dimmi, vuoi che inizi anche con te?”
Dario si azzittò.
Alessia piangeva senza eseguire l’ordine.
“Alessia” la feci voltare, le sue mani scattarono a coprirsi davanti, “vuoi che ti sculacci ancora, o hai capito che devi eseguire quello che ti dico?”
Alessia si chinò, sfilò I pantaloni e le mutandine dalle caviglie e li appoggiò sul tavolo.
La presi per un braccio e me la rimisi sulle ginocchia.
Le diedi dieci sculacciate e poi con voce ferma le dissi: “bene, da domani devi ricominciare a studiare, a dare esami e a comportarti bene. Non posso impedirti di frequentare gente all’università ma scegli con attenzione le tue compagnie. Non ammetterò ritardi e tutte le mancanze saranno punite con le sculacciate. Per una settimana non uscirai, sei in punizione…”
Le diedi altre dieci sculacciate per far penetrare il messaggio.
Alessia non aveva mai smesso di piangere, ed il suo sedere ora era veramente rosso. Qualche chiazza più scura ricopriva la natica destra. La feci stendere sul divano e le dissi di rimanere così per un po’.
Dopo 10 minuti tornai di là.
La feci alzare; ancora senza pantaloni cercava di comprirsi, aveva gli occhi rossi e non smettava di piangere. Volevo abbracciarla, consolarla un po’ e dirle che era stata brava a prendere la punizione, ma temevo di rovinare tutto.
La mandai a letto senza una parola.

La mattina seguente andai a svegliarla io.
Le mutandine le aveva indossate a fatica, dormiva a pancia in sotto, con il culetto ben in mostra.
Le accarezzai il volto.
Alessia si svegliò imporvvisamente.
Ed i suoi occhi verdi mi fissarono.
“Ciao tesoro” le dissi dolcemente “vedo che il rossore non è passato molto, ti brucia?”
Alessia annui.
“Sei arrabbiata con me?”
Alessia scosse il capo:”Mi dispiace, le sculacciate mi hanno fatto capire che mi stavo comportando veramente da bambina, ha fatto bene a punirmi così, anche se mi vergogno molto e…”
Piangeva come la sera prima, come quando era sulle mie ginocchia…
“…spero non sia tardi per ottenere la sua fiducia..”
L’abbracciai forte, sentento per lei un bene profondo, lo stesso bene che sento per i miei figli.
La lasciai sfogare tra le miei braccia e poi con una carezza sulla guancia le dissi che l’avremmo aspettata per la colazione.

Punizioni corporali, parte 2

21 Novembre 2008

Come ho già detto (vedi Capitolo 1) ho 32 anni compiuti da più di un mese, ho lavorato per cinque anni, di cui tre fuori Roma, e da un anno circa sono ritornato a vivere con mio padre e mia madre e a frequentare di nuovo l’università. Un anno fa, appena tornato, mi sarebbe sembrato delirante tornare ad essere sottoposto a questo tipo di disciplina. Ora invece non solo mi sembra normale ma addirittura desiderabile. Mi rendo conto in questo momento che purtroppo i due anni passati vivendo solo all’estero avevano insinuato in me un pericoloso senso di indipendenza. Di fatto il mio comportamento era divenuto indocile e ribelle e caratterizzato da una sistematica indisciplina verso me stesso e i miei genitori.

Ora invece, per fortuna, le cose sono tornate ad essere normali. Ieri sera, per esempio, mio padre mi ha picchiato per essere rientrato tardi. Appena entrato in casa, mi ha preso per un orecchio e mi ha trascinato nella dispensa. Dopo aver chiuso la porta mi ha abbassato lui stesso i pantaloni e le mutande e mi ha fatto piegare a pancia in giù sul tavolo. Poi si è sfilato la cintura dei pantaloni.
Improvvisamente mi sono ricordato le mille volte che mi ero trovato in quella posizione, aggrappato al tavolo, nudo dalla vita in giù e pronto per essere frustato. Mi ha punito a dovere. D’improvviso ho udito un sibilo e subito dopo lo schiocco umiliante della prima cinghiata sulle natiche nude. E per i successivi quindici minuti, con calma, metodicamente, mio padre mi ha frustato il culo di santa ragione. Alla fine le mie natiche e le mie cosce erano letteralmente in fiamme e mio padre mi ha ordinato di rimettermi in piedi, in un angolo della dispensa colla faccia al muro, come sempre accadeva al termine delle mie punizioni.

E come sempre era accaduto fino a due anni prima, mi sono dovuto dirigere verso l’angolo colle mani a coprirmi il pube; perché come sempre, mentre mio padre mi picchiava, il mio pistolino si era fatto durissimo. E come sempre, quando mio padre se ne é uscito ho cominciato a spararmi una sega pensando a quello che era appena
successo. Con gli occhi chiusi ho preso a toccarmi il pistolino: pensando all’umiliazione che avevo appena subito, risentivo nelle orecchie gli schiocchi umilianti delle frustate e il loro bruciore sulle mie chiappe nude che traballavano arrossite e gelatinose sotto il morso dello staffile e sono tornato a provare gli stessi brividi di piacere di due anni prima. Pensavo che, a differenza dei miei amici, a 31 anni io ero ancora obbligato a denudarmi per essere frustato da mio
padre. Pensavo che finalmente ero di nuovo a casa, di nuovo sottoposto alla disciplina di mio padre e mia madre, di nuovo sottomesso all’umiliazione della frusta.

E sono venuto, sporcando oscenamente il muro di sperma.

* * *

Alcune considerazioni. Ho detto che sento giusto e desiderabile il fatto di essere ancora punito colla frusta. E’ perché due anni solo mi hanno confermato ciò che già sapevo: che il mio carattere é debole, bisognoso di una guida sicura e, soprattutto, severa. Sono stato cresciuto per obbedire e sono sempre stato castigato duramente quando non l’ho fatto. Sono immaturo, e la decisione migliore per me l’hanno presa alcuni mesi fa ancora una volta mio padre e mia madre, obbligandomi a continuare a vivere con loro. A questo si aggiunga che essere sottoposto a punizioni corporali mi eccita: quando mi annunciano una punizione il pistolino mi diventa duro all’idea che di lì a poco striscerò nudo come un verme urlando sotto i colpi di cinghia e pregando mio padre che smetta di frustarmi. Questo perché – ne sono certo – l’educazione repressiva che ho sempre ricevuto mi ha reso masochista. Trovo che non ci sia niente di più eccitante di doversi denudare completamente, inginocchiarsi e presentare le natiche nude al castigo: adoro udire il sibilo della cinghia che fende l’aria
e lo schiocco umiliante che provoca sulla pelle nuda e tesa di natiche, cosce e spalle. E faccio apposta a comportarmi male per essere frustato.

L’altro ieri, per esempio, ho lasciato cadere uno dei pacchetti del supermercato; mia madre mi ha sgridato e, davanti a tutti i clienti, mi ha detto che la facevo disperare e che a casa mi avrebbe frustato il sedere nudo a dovere. E quando siamo arrivati a casa mia madre mi ha prima sculacciato e poi fatto frustare da mio padre. Ho dovuto denudarmi completamente e stendermi sul letto, mettendomi un cuscino
sotto la pancia perché il sedere rimanesse ben sollevato. Quando ho sentito il fruscio della cinghia di mio padre ho cominciato a roteare oscenamente le anche come una cagna in calore. Poi mio padre ha cominciato a frustarmi ordinandomi di contare a voce alta e di ringraziare ad ogni cinghiata chiedendo che me ne desse un’altra. Già
rosse per la sculacciata manuale, le mie natiche sobbalzavano tremolanti sotto le frustate e il bruciore era sempre più forte, così come sempre più duro era il mio pistolino. Vedevo mia madre osservare compiaciuta la mia punizione e la sentivo dire a mio padre di continuare a frustarmi e di picchiarmi più forte. Ma mio padre non
aveva certo bisogno di incoraggiamenti. Quando mi frusta non smette mai fino a quando non mi sente guaire e non mi vede letteralmente ballare sul letto colle natiche striate di colpi.

26 ottobre 1990

Mi ricollego all’ultima frase scritta ieri. Dicevo che mio padre mi frusta fino a quando non guaisco. E’ esattamente quello che è successo oggi. Ero in bagno, seduto sul cesso a occhi chiusi, e mi stavo masturbando pensando alla punizione di ieri sera. Ero eccitatissimo: i segni dei colpi erano ancora ben visibili su natiche e cosce e provavo veri e propri brividi di piacere sfregando le une e le altre sull’asse del cesso. Quando d’improvviso si é aperta la porta che nella fretta
avevo dimenticato di chiudere ed é entrato mio padre. Io mi sono alzato, col pistolino ridicolmente duro e la testa bassa, e ho fatto per dirigermi verso la dispensa dove già molte altre volte in passato mio padre aveva cercato di togliermi il vizio di spararmi una sega a suon di cinghiate. Ma mio padre mi ha fermato.

“Resta dove sei. Anzi, mettiti a cavalcioni sul bidè e solleva bene il culo. Stavolta ti strappo la pelle!” Appoggiato al bidè e aggrappato ai tubi dell’acqua ho sentito il suono familiare prodotto dalla cintura che mio padre si stava sfilando. Poi é cominciata la danza. Mio padre mi frustava a colpi lenti ma sempre più forti, intercalando ogni colpo con un rimprovero. Ad un certo punto ho chiuso gli occhi e
sono rimasto a godermi quell’umiliazione fino in fondo. Strusciando l’uccello contro il bordo del bidè ad ogni schiocco della cinghia sulle natiche provavo brividi di piacere. Mi misi ad ascoltare attentamente i rimproveri.

“Sei un indecente … SWISHHHSCIAK! … vediamo … SCIACK! SCIACK! SCIACK! … se a suon di … SCIACK! SCIACK! … frustate … SCIACK! SCIACK! SCIACK! … ti passerà il vizio … SCIACK! SCIACK! SCIACK! … di masturbarti … SWISHHHSCIAK! SCIACK! SCIACK! SCIACK! … maiale!”

E a poche frustate dalla fine sono venuto come un maiale in calore, sussultando e riuscendo a far coincidere ogni schizzo di sborra sul fondo del bidè con ogni cinghiata che ricevevo sulle natiche ormai in fiamme. Col pistolino gocciolante a penzoloni nel bidè ho ricevuto le ultime 20-25 frustate e ogni schiocco sulla pelle nuda riusciva ancora a darmi brividi di voluttà. Nello sporgermi più in alto per offrire meglio le natiche alla cinghia pensavo che generalmente il pistolino comincia a diventarmi duro ben prima che mio padre inizi a frustarmi. Mi rendo conto che è il solo pensiero delle frustate che sta per somministrarmi che mi eccita: soprattutto mi eccita l’umiliazione tremenda di essere ancora così totalmente sottoposto alla disciplina della sua cinghia di cuoio.

E l’umiliazione gioca un ruolo importante nelle punizioni a cui mi sottomette.

* * *

Ricordo che quando avevo 25 anni, un giorno al mare mi misi a spiare mia madre dal buco della serratura della cabina. Che bella che era mia madre tutta nuda! Con l’occhio appiccicato al buco, la guardavo colla bava alla bocca mentre lei si asciugava quelle grosse tettone e si passava l’asciugamano nel solco delle chiappe sode; e il mio pistolino si fece immediatamente duro. All’improvviso mi sentii esplodere un ceffone micidiale sull’orecchio destro che mi sconquassò la testa come
una cannonata: senza che io me ne accorgessi, alle mie spalle era arrivato mio padre! Mi afferrò per l’orecchio già dolorante e mi schiacciò la faccia contro la porta della cabina. Quando mia madre aprì la porta nell’udire il colpo, mio padre mi trascinò dentro e si chiuse la porta alle spalle. Quando fummo soli nel caldo soffocante della cabina mia madre gli chiese che fosse successo, e mio padre le
disse: “Questo brutto maiale! Ti stava spiando dal buco! Ma stavolta gli faccio rimpiangere di essere nato, gli strappo la pelle dal culo! Mettiti nudo!”.

Mi fece togliere il costume e, torcendomi atrocemente l’orecchio, mi fece inginocchiare alle spalle di mia madre che, intuendo il gioco, si chinò in avanti e si spalancò le natiche colle mani. Mio padre,allora, mi spinse la faccia tra il solco delle chiappe nude di mia madre e mi ordinò di tenercela schiacciata contro mentre si sfilava una ciabatta di gomma per picchiarmi il culo. A quel punto mia madre mi ordinò di baciarle l’ano infilandoci la lingua, e mentre lo facevo lei mi afferrò la testa e me la spinse ancora più in dentro e poi tirò una scoreggia. Sepolto nelle chiappone di mia madre, colla bocca e il naso schiacciati contro il buco del culo, mi sentii soffocare. E mentre rassegnato mandavo giù quella bolla d’aria calda e puzzolente, mio padre cominciò a picchiarmi il culo colla ciabatta. Me le diede
fino a farmi venire le vesciche sulle natiche. Poi si fermò e mi ordinò di uscire. Uscii colle cosce rosse per i colpi e, uscendo dietro di me, mio padre disse:

“E questa sera a casa te le do colla frusta!”

Vidi i miei amici che ovviamente avevano potuto udire ogni minimo particolare di quella battitura guardarmi ghignando divertiti. La sera, appena rientrati in casa, mio padre mi ordinò di andare in camera mia e di “prepararmi”. Ero stralunato. Ancora. Non avrei mai pensato che quando mi aveva detto che mi avrebbe frustato lo avrebbe voluto fare davvero. E stralunato me ne andai in camera mia. Appena
giuntovi mi misi a guardare fuori dalla finestra. Vidi luci, animazione, giovani che parlavano, chiaccheravano e ridevano, dandosi appuntamento per quella sera. E provai un feroce istinto di ribellione, fatto di invidia verso quei giovani così indipendenti e di angoscia, di vero e proprio terrore per la frusta di mio padre. A
quell’età, nonostante fossi da sempre abituato ad essere frustato ad ogni più piccola mancanza, non comprendevo ancora la validità morale ineccepibile di quei castighi né ancora avevo sviluppato il sano piacere di esservi giornalmente sottoposto. Per cui l’idea che di lì a poco mi sarebbe di nuovo toccato assaggiare la cinghia sul culo nudo letteralmente mi angosciava, e pensai che quella volta avrei rifiutato di sottomettermi al castigo.

Ma quando mio padre entrò richiudendosi la porta alle spalle, la paura di ricevere una razione doppia di frustate mi ridusse a molto più miti consigli. E quando vide che avevo disobbedito e non mi ero spogliato da solo disse che mi avrebbe somministrato trenta frustate in più. Cominciai a piagnucolare, pregandolo che non mi frustasse. Ma non ci fu niente da fare, naturalmente, e prese lui stesso ad abbassarmi il costume da bagno che ancora indossavo. Quando fui nudo come un verme,
mi afferrò per le spalle girandomi colla faccia verso la parete e mi ordinò di inginocchiarmi sul letto, col sedere in aria. Poi iniziò a sfilarsi la cintura dai pantaloni.

Mentre mi abbassavo lo vidi ripiegare la cintura nella mano destra e mettersi di fianco a me. Colla mano sinistra mi afferrò per il collo mantenendomi piegato in ginocchio, e cominciò a frustarmi. Non so per quanto tempo mio padre mi frustò: ricordo solo che mi misi a piangere fin dalla prima cinghiata, più per l’umiliazione che per il dolore.
Ripensavo all’umiliazione delle sculacciate in cabina e alle facce ironiche dei miei amici quando ne ero uscito seguito da mio padre che ancora impugnava la ciabatta di gomma colla quale mi aveva appena picchiato. A quel tempo non mi conoscevo bene come ora e non riuscivo ancora a capire che quelle punizioni erano assolutamente
indispensabili.

Quella sera, a quattro zampe sul letto, udivo solo lo schiocco della cintura sulle natiche e pensavo che nessuno dei miei amici veniva frustato alla mia età e che, ancora più probabilmente, nessuno di loro aveva mai dovuto subire, nemmeno da piccolo, l’umiliazione di una battuta colla frusta. Eppure fu proprio quella sera che cominciai ad apprezzare l’importanza di essere disciplinato; e fu perché quella
sera, per la prima volta, provai piacere nell’essere picchiato. Mio padre mi stava frustando il sedere nudo come una cavalla, tenendomi inchiodato carponi sul letto colla mano sinistra e cinghiandomi natiche e cosce colla destra.

E ad un certo punto mi accorsi che il pistolino mi stava diventando duro. Erano le ultime cinghiate, me ne accorsi perché la morsa sul mio collo si andava allentando; e in effetti mio padre mi diede solo altre 10 o 15 frustate e poi si fermò. In quell’istante il bruciore fortissimo delle mie natiche in fiamme cominciò a irradiarsi al mio pistolino attraverso brividi pulsanti; e senza spiegarmene il motivo provai il desiderio che mio padre ricominciasse a frustarmi subito. E
subito gliene diedi il motivo, perché mi rifiutai di alzarmi per andare a mettermi in un angolo colla faccia rivolta alla parete, come sempre dopo un castigo. Ricordo che ero ancora a quattro zampe sul letto, colla testa appoggiata al cuscino e il sedere ancora in aria: udii mio padre dire “che hai detto?” e colla coda dell’occhio lo vidi
afferrare la cintura che aveva buttato di fianco a me sul letto dopo avermi frustato.

Mi sentii sollevare di peso per un orecchio e la punizione ricominciò.
Tenendomi per l’orecchio sinistro, mio padre mi fece fare almeno dieci volte il giro della stanza a frustate. Saltellando come impazzito per il bruciore delle cinghiate, finalmente mi arresi e mi andai a mettere nell’angolo colla faccia al muro. Mio padre mi ordinò di spingere bene in fuori il culo nudo e mi assestò un’altra ventina di colpi di cinghia sulle chiappe. Ma questo non servì a placarlo, sicché mi disse:

“Visto che le cinghiate normali non ti bastano, domani compro una frusta da carrettiere e comincio ad usare quella! E ora resta dove sei che per il momento ti frusto colla cinghia dalla parte della fibbia!”
Mi misi a piangere come un isterico, lo implorai che non ricominciasse a frustarmi, ma non ci fu niente da fare. La prima frustata mi mozzò il fiato: la fibbia era andata a schiantarsi con una violenza micidiale sulla mia schiena e le gambe mi si piegarono. Mio padre mi aveva frustato spesso sulla schiena in precedenza, ma non aveva mai usato la cintura dalla parte della fibbia, e quella prima volta fu
davvero una tortura. Cadendo in ginocchio, presi a contorcermi sotto i colpi come un serpentello impazzito, urlando come un ossesso e piangendo a dirotto. Ma mio padre non smise di frustarmi finché non mi ebbe fatto la schiena viola.

Ripensandoci ora, quella punizione mi fa sorridere.

continua …

Wife Caning

17 Novembre 2008

Bob Knees ci ha deliziato ieri con il racconto della moglie sculacciata. Oggi la moglie spendacciona assaggia il morso di uno strumento più duro delle semplici sculacciate…

Lo sapeva benissimo che l’avrei punita. Era la seconda volta, in un anno, che l’avrei fatto. Mia moglie è una donna carissima, nel senso che è assai spendacciona. Non sa tenere a posto le proprie finanze. Va bene che lo stipendio da insegnante che le passa lo Stato non è granché, tuttavia potrebbe amministrarlo meglio.

Ancora una volta, la banca. Per lettera. Adele, mia moglie, che fondamentalmente è un’ingenua, l’aveva lasciata in cucina, senza nemmeno reimbustarla. Non volevo, ma casualmente la lessi. Un ammanco di 238,40 sterline da far rientrare al più presto, visto che non era la prima volta che andava in rosso. Troppe spese con la carta di credito.

Glielo avevo accennato, a cena. Fece lo gnorri, cercando di sviare il discorso. Assunsi quell’atteggiamento per cui i miei alunni mi chiamano “L’Uomo di Ghiaccio” e che temono così tanto. Nemmeno lei resse a lungo. Si, le era arrivata una comunicazione della banca: aveva qualche debituccio, poche decine di sterline. Feci finta di non saperne niente. No, non poteva aspettare l’accredito dello stipendio del mese: l’aveva già bruciato tutto! Aveva debiti da pagare entro la prima decina del mese venturo. Deglutì tre volte, prima di chiedermelo. Va bene, ci avrei pensato io, come il solito. Però stavolta, sarebbe stata molto dura per lei. Veramente dura. Così avrebbe imparato a stare più attenta.

Si aspettava il paddle. Fu il cane! Lo vide stretto nella mia mano e chiuse gli occhi. Si piegò in avanti, al centro del salotto e si tirò su la gonna: aspettava che fossi io a toglierle le mutandine.

Invece mi sedetti, sulla robusta sedia da cucina che mi ero portato appresso.

“ Levati la gonna e le mutandine. Poi ti vieni a distendere sulle mie ginocchia ed io ti sculaccerò. Solamente quando le tue melucce saranno ben rosse rosse, passerò al cane. Te l’avevo detto che, stavolta, avresti sofferto un po’ di più.”. Ignorò completamente le mie disposizioni, mantenendo intatto il suo abbigliamento, piegandosi su di me.

Adele, mia moglie, non è proprio un cracker come peso corporeo: tenermela sulle ginocchia non fu per me proprio piacevole, tanto più che lei non collaborava affatto. Le dicevo di appoggiarsi al pavimento con le mani ed i piedi, di bilanciarsi bene ma sembrava non intendere. Questo aumentò la mia ira. E poi non sono tanto bravo a dare sculacciate: probabilmente, provavo più dolore io al palmo della mano che lei sulle natiche. Mi rifeci usando il cane.

Piegata al centro del salotto, il busto ben chinato, le mani a stringersi le cosce, le ginocchia ben tese. Strillò come una gallina quando la prima bacchettata lasciò impressa l’impronta del bamboo sulla sua pelle. La richiamai ad un comportamento più consono alla sua età ed alla sua posizione, in tutti i sensi. Mi chiese di potersi tirar su per qualche momento: la sua schiena era dolorante. “Tra poco sarà dolorante il tuo posteriore. Rimani giù!” fu la mia secca risposta. Però le permisi di massaggiarsi, dopo la prima gragnuola di dodici vergate. Aveva il culo rosso e gli occhi rossi. Sperava che fosse finita. Vedendomi determinato, si rimise giù. Altra batteria di dodici: il sedere sempre più rosso, marcato bene dal cane; lei che gemeva sempre di più. Dopo che si fu nuovamente massaggiata, le imposi di andare ad appoggiare il bacino al tavolo. Ahimè, era molto sensuale mentre faceva quei pochi passi, con la gonna sempre tirata su, le mutande alle caviglie: il suo culo scarlatto compiva dei movimenti molto eccitanti per me.

“Allarga le gambe!” le imposi. “Non posso: ho le mutandine ai piedi, sono troppo strette; più di così non posso!” la sua replica. “Allora, levati tutto!” controribattei. Appoggiandosi al piano del tavolo, si sfilò le mutandine, impicciandosi non poco perché si erano impigliate al tacco della scarpa destra; non sciolse, no, la gonna: la fece scivolare dimenando il bacino, finché essa non fu a terra; poi se ne liberò con un saltello. Stava giocando, contava sulla seduzione affinché io m’intenerissi e la smettessi. Appoggiai appena il cane sulle sue natiche, fremettero al semplice lieve contatto. Si appiattirono e si contrassero al primo vero colpo forte. Gemette. Tocchettini e colpo forte, ricominciai. Le gambe le tremavano. Mi chiese tregua, non la concessi. Ormai singhiozzava e strillava, pur se non acutamente, dopo ogni colpo forte. Io ripresi fiato, mentre lei si rizzava: i suoi occhioni da cerbiatta incontrarono i miei da inflessibile punisher. Si rimise giù. Sei colpi, solo sei colpi. Devastantati però. Sei striature profonde, cupe di colore, dai bordi assai pronunciati.

Ci mise un bel po’ di tempo a rialzarsi. Si girò, il ventre peloso esposto al mio sguardo, i seni traballanti a causa del respiro affannoso, le gote rigate di lacrime, i capelli scarmigliati, le mani che andavano su e giù a sfregarsi il dolorante culo. Molto desiderabile, molto…… Suonò il campanello della porta d’ingresso.

Al bar del mare

14 Novembre 2008

Nadine è una nostra affezionata lettrice che ci lusinga con i suoi racconti…lascio a lei la parola, ma prima voglio ricordarci che chi vuole vedere pubblicati i propri racconti li può inviare a sculacciata76@yahoo.it 

Salve di nuovo a tutti, questa storia non sarà come le altre una esperienza veramente vissuta, ma bensì una mia fantasia.
Spero piaccia come le altre, anche se inventata, adesso vi auguro buona lettura.

( tengo a precisare che mia madre nella realtà non ha mai alzato un dito contro di me, ma anzi ha sempre saputo comportarsi come una madre, una sorella e come la mia migliore amica,devo molto a lei per come sono cresciuta e per quello che sono adesso. Approfitto per ringraziarla per tutti i sacrifici fatti per me, anche se, credo che non leggera mai questi racconti eh eh).

Erano circa le 13:00 del 15 agosto, io ero al mare con le mie due migliori amiche, si stava spettegolando come al solito sulle nostre compagne di classe.
Mentre parlavo delle mie compagne, l’argomento si incentro su una nostra compagna fissata con le pulizie domestiche, io allora ridendo – si e come mia madre , se lasci anche solo una minuscola briciola per terra addio, e proprio una manica come lei eheh- nel mentre che finivo la frase, eccola che spunta dietro di me e dandomi una pacca sulla spalla, mi avvisa della sua presenza.
Io sobbalzai e stupita – mamma cosa ci fai qua?- lei mi guardo in modo severo e mi mollo un ceffone, le mie amiche abbassarono il viso e andarono subito via – scusami mamma era solo per parlare non dicevo sul serio- lei alzando la voce davanti a tutti – chi sarebbe ossessionata dalle pulizie domestiche? Non sei forse te a lasciare tutto a giro e a costringere me a venirti dietro per mettere apposto le cose che te lasci qua e la ?- io la guardai spaventata capii in quel momento di averla combinata veramente grossa -ma mamma sono distratta non lo faccio apposta, ti prego poi non urlare davanti a tutti- lei mi tiro un’ altro ceffone e mi guardo, io capii che voleva sentire le risposte alle domande di prima e iniziando a piangere – hai ragione mamma non sei ossessionata dalle pulizie sono io che lascio tutto in giro- lei mi prese forte per un bacio stringendolo fino a farmi male, poi prese una seggiola del bar e si sedette, una volta seduta mi trascino con forza sulle ginocchia – adesso vedrai cosa succede a dire davanti a tutti certe cose- fece una piccola pausa – adesso vedranno tutti come vieni educata fin da piccola- detto ciò mi cominciò a colpire molto forte, il mio sedere era difeso solamente da un leggero costume in quel momento non riuscivo a credere a ciò che stava succedendo, credo di essere entrata come in uno stato di trans e di essermi vista in terza persona, da quella visione vedevo mia madre con me sulle ginocchia mentre me ne suonava duramente davanti a tutti i presenti, essi erano circa una ventina più chiaramente le mie due amiche, mentre vedevo ciò venni riportata alla realtà da mia madre che mi stava tirando giù il costume giusto per lasciare la pelle del sedere bella libera, io feci per impedire il gesto ma lei mi tiro uno schiaffo sulla mano- ferma o senno sarà peggio per te – mentre lo diceva mi abbasso il costume in modo da non far vedere nulla ma lasciare la pelle del sedere scoperta, intanto la gente intorno si ammassava pero senza dire niente, osservavano la scena, parlavano fra di loro alcuni non credevano a ciò che stava vedendo, altri non oso pensare a ciò che pensarono in quel momento. Mentre stava per ricominciare la sculacciata uno la fermò dicendo- signora non gli sembra di essere già stata severa a punirla qua davanti a tutti come una bambina piccola?- io lo guardai come si guarderebbe un salvatore, ma le mie speranze furono subito stroncate dalle parole di mia madre – no la sua punizione finirà solo quando sarò io a deciderlo – detto questo alcuni fecero un segno di assenso come per dargli ragione, mentre una piccola minoranza di essi si allontanarono da noi mugugnando brontolii sull’accaduto.
I colpi ricominciarono e continuarono per due minuti, la gente ormai si sentiva parte integrante della punizione quindi volavano insulti,sberleffi e altre affermazioni.
Mia madre si fermò di colpo – nadine comincia a contarle saranno 50 colpi contali per bene o ricomincerò da capo capito?- io annui per questa ulteriore umiliazione lei alzò il suo braccio destro e ciaff, i colpi parevano ancora più forti dei precedenti intuii da questo che voleva provocarmi oltre che a una forte umiliazione anche un forte dolore, cosi da farmi urlare per il male ogni volta.
Contai fino a 50 e lei si fermò, bene nadine passa fra di loro e fatti vedere il sedere rosso avanti, e non tirarti su il costume, mi alzai dolorante e umiliata dalle sue ginocchia e cominciai a fare il giro dei presenti, in maniera che tutti potessero vedere come mia madre mi aveva appena fatto il sedere bello rosso, mentre facevo il giro, un signore anziano sulla settantina mi afferro all’altezza della vita facendomi piegare, io feci un urlo di paura mista a stupore per il gesto inaspettato, l’uomo guardò alzando un braccio mia madre, la quale annui in segno di consenso.
Non riuscivo a crederci mia madre aveva appena dato il permesso a uno sconosciuto di sculacciarmi, come era possibile? No sicuramente stavo sognando non poteva essere vero, ma purtroppo per me il primo colpo datomi dal signore mi fece capire che era la pura realtà.
I colpi susseguivano io restai in posizione per cercare di impietosire il mio punitore, tecnica che pero sembrava vana , infatti continuava ad assestarmi colpi severi e ritmici, mentre io continuavo a dire basta la prego o capito il mio sbaglio.
Passarono circa 5 minuti, il mio sedere era rosso fuoco, lui a quel punto senza dire niente mi lasciò, io lo guardai con odio e continuai li guardavo, avevo paura che potessero prendere esempio dal signore e sculacciarmi ancora. Il giro termino senza altre sculacciate io tornai da mia madre, la quale con aria tranquilla -bene nadine sai che io dopo la sculacciata a mani nude uso sempre un attrezzo vero? Vai a chiedere a quella ragazza la sua cintola- io sbiancai comincia a balbettare frasi senza senso mia madre mi fece cenno con la testa di andare, io piangendo a testa bassa andai verso la ragazza – scusi mi potresti prestare la cintola per favore?- mia madre mi incitò – per cosa nadine? Diglielo avanti- dopo aver ascoltato quella frase di mia madre piuttosto che farlo vorrei essere sparita sotto terra, ma purtroppo sapevo che non potevo farlo, quindi perdendo ormai anche l’ultimo frammento del mio orgoglio – mi potresti prestare la cintola?- feci una pausa la ragazza mi guardava quasi divertita -perché mia madre la deve usare per punirmi- lei se la sfilò con calma – certo nadine che ti do la mia cintola se la sciupi la ripagherai pero- sorrise e me la porse -grazie cercherò di non sciuparla- abbassai il viso per la vergogna e tornai da mia madre.
Lei mi prese la cinta di mano gentilmente per poi indicarmi il tavolino, dove dovevo stare, mi incamminai come si incamminavano i colpevoli al patibolo, mi chinai e strinsi fra le mani i bordi del tavolo dinanzi a me.
Mi girai verso mia madre la vidi piegare la cinta, poi mi aggiusto il costume rimettendolo, pero fece in maniera di lasciare le natiche belle scoperte.
La gente intorno rideva parlando dell’accaduto come se io non fossi presente, la cosa mi dava fastidio ma avevo altro a cui pensare adesso. Mia madre con tono severo – saranno 50 colpi come prima capito? quindi preparati che adesso inizierò a punirti- io singhiozzando – v.. v.. v.. va bene mamma- il braccio di mia madre si alzò per poi abbattersi sul mio povero sedere indifeso, i colpi continuarono a ritmo continuo e senza mai una pausa, mia madre alternava 1 colpo forte con un colpo leggermente più delicato, intorno a me intanto le persone erano aumentate,ora erano almeno in 30 intorno a me, alcuni ridevano altri incitavano mia madre a colpirmi più forte, la quale continuava per mia fortuna a procedere come voleva lei, non ascoltando coloro che gli dicevano di battermi ancora più forte.
Finita mi fece segno di alzarmi – bene nadine pensi che basti la punizione ricevuta?- io tra le lacrime guardandomi il sedere gonfio e viola risposi singhiozzando – si mamma mi basta ho capito di aver sbagliato- lei mi porse la cintola, io sapendo già cosa dovevo fare la porsi alla sua proprietaria e con un filo di voce – grazie per avermi prestato la cintola – lei sorrise con fare sarcastico -prego, guarda di non fare più arrabbiare tua madre- detto questo cominciò a ridere- tornai vicino mia madre la quale mi prese per un braccio – scusati con tutti i presenti avanti- io deglutendo e abbassando lo sguardo – scusatemi per il disturbo arrecatovi, non succederà più – scoppia a piangere ancora di più dopo d i che mia madre mi prese per un braccio e presa la roba dalla cabina mi porto a casa dietro gli scherni di tutta la gente attorno.

Ho finito se vorrete inserirò in futuro il finale alternativo di questo racconto, basta che nei commenti me lo chiediate e mi metterò a lavoro per farlo, non lo ho scritto subito perché la prima idea della mia sculacciata pubblica era questa e, volendola lasciare integra e senza cose in più che potrebbero rovinarla preferisco magari scrivere a parte il finale alternativo da me pensato vi saluto tutti mi raccomando commentate sia che vi sia piaciuto oppure no.

Punizioni corporali, parte I

13 Novembre 2008

Vi ripresento dal vecchio blog di Sculacciate questo racconto. Buona lettura.

“A che ora ti avevo detto di tornare?”

Sarebbe stata una lunga notte. Era sempre una lunga notte quando cominciava così; prima gli gonfiava la faccia di schiaffi, poi lo faceva spogliare nudo, si toglieva la cintura dei pantaloni e lo frustava fino a quando aveva il braccio stanco.

Potrei continuare a scrivere questa storia in terza persona, come se stessi scrivendo un romanzetto sadomaso di quelli con cui mi masturbavo a vent’anni, quando l’idea di un adulto frustato dai suoi genitori me lo faceva diventare duro. Ora che di anni ne ho 32 quelle fantasie giovanili sono diventate realtà, e sento che il mio scopo nella vita l’ho raggiunto. Fra cinque minuti, infatti, non sarà un protagonista di carta a doversi togliere i pantaloni, abbassarsi le
mutande e mettersi in piedi in un angolo della mia stanza colla faccia rivolta alla parete. Alle 8 precise sarò proprio io a vedere entrare mio padre in questa stanza, togliersi la cintura dei pantaloni e dire “Sdraiati sul letto ché ti frusto!”, sarò proprio io a beccarmi sul
culo nudo tutte le cinghiate che vorrà amministrarmi.

Sarò proprio io, quando lui avrà finito di lavorarmi le chiappe nude colla cinghia, ad avere il culo striato di rosso per “disfattismo”. Proprio come quello che madri in reggicalze nero, poppe al vento e frusta alla mano finivano sempre per fare ai miei eroi dei romanzetti sadomaso e che mi
faceva sborrare sugli umilianti “Scciaaack!” e “Aaahhh!” di quelle pagine.

* * *
Ho 32 anni compiuti da più di un mese, ho lavorato per cinque anni, di cui tre a Torino, e da tre mesi circa sono ritornato a vivere con mio padre e mia madre. Che mi hanno obbligato a ri-iscrivermi all’università e che mi castigano a nerbate quasi tutti i giorni. Se solo un anno fa, quando vivevo solo a Torino, qualcuno mi avesse prospettato un’ipotesi tanto delirante mi sarei messo a ridere. Sul momento, voglio dire, e celando l’eccitazione perversa che mi avrebbe
pervaso; perché la notte la mia mano sarebbe scesa in basso al ventre a cercare il bastone di carne duro. E lo avrebbe scrollato nervosamente al suono sibilante delle cinghiate che nella mia mente avrebbero feso l’aria; e ne avrebbe raccolto lo spruzzo di sborra appiccicoso che lo avrebbe afflosciato mentre il mio culo nudo sarebbe arrossito ondeggiando sotto i colpi di cinghia di mio padre; e avrebbe continuato a strizzarne la carne ormai floscia mentre le mie urla
avrebbero implorato che la cinghia smettesse di battere la pelle nuda.

Dicevo che fra poco mio padre mi frusterà il culo nudo per “disfattismo”. E’ cominciato tutto in agosto di quest’anno. Ero ritornato da pochi giorni da Torino, dopo aver concluso in modo
fallimentare il mio periodo alla Fiat. Ai miei non era mai andata giù l’idea che io me ne fossi andato da Roma tre anni fa; inoltre avevano sempre considerato lavorare per la Fiat come uno sfizio capriccioso, un gioco, ma in nessun caso un lavoro vero, perché per la loro mentalità gli unici lavori veri erano e sono quelli che si fanno a) a Roma e b) in un grande magazzino (mio padre è direttore di un grande magazzino, appunto). Pochi giorni prima di partire da Torino mi
trovavo in uno stato di depressione profonda, ancora peggiore di quella che mi aveva accompagnato per tutti i tre anni della mia permanenza al nord. Mentre facevo le valigie, i miei pensieri correvano alla meraviglioso primavera del 1986, quando tutto era cominciato all’insegna di una incrollabile fiducia in me stesso. Avevo appena conosciuto Clotilde, e il mondo mi sorrideva, era lì per me da prendere e la carriera alla Fiat, a Torino, avrebbe significato la
possibilità di sposarci. Poi avevo calato le braghe (in senso metaforico, non come adesso quando mi frustano), me ne ero scappato a Torino senza sposare Clotilde; ed era questo che avevo continuato a rimpiangere amaramente per i successivi tre anni.

Ma, come dicevo, mentre chiudevo la ultima valigia, nella depressione che sentivo c’era qualcosa di più. C’era l’immagine della faccia tripilante dei miei nel vedermi tornare; c’era la tronfia espressione di sicumera con cui mi avrebbero detto: “Ora ti troverai un lavoro vero!”; c’era, infine, l’angoscia di ritornare a sentirmi incalzare, di sentirmi “battere sul tempo” per dirla con una delle espressioni favourite di mia madre, perché non mi “adagiassi sugli allori” (una
delle espressioni favorite di mio padre), perché non perdessi nemmeno un minuto per trovare immediatamente un lavoro “vero”. E quando finalmente arrivai a Roma, il mio umore era alcuni chilometri sottoterra: tutto quello che avevo previsto si stava puntualmente verificando, giorno dopo giorno. E più mi “incalzavano” più io mi deprimevo, fino ad arrivare al punto di passare intere giornate ascoltando allucinato le prediche senza fine che mi venivano sciorinate ventiquattr’ore al giorno.

E finalmente, una sera d’agosto appunto, l’incredibile successe: le presi colla cintura dei pantaloni.

Perché mio padre aveva deciso che ” … basta! Non se ne può più di quella faccia da cane bastonato!” e pataschiaaff! giù il primo ceffone. Al quale cominciarono a seguirne molti altri, che tentai di riparare in qualche modo colle mani; ma senza un gran esito, perché mio padre era incazzato nero e mi stava dando la ceffonata più dura che mi avesse mai dato. E prima ancora che potessi riprendermi dallo shock seppi che “… a frustate ti prendo ora, così almeno quella
faccia la farai per qualcosa! Tirati giù i pantaloni!”

Si era tolto la cintura e l’aveva ripiegata nella mano destra, e io ero troppo scioccato per dire o fare qualsiasi altra cosa che non fosse stata quella che mi era appena stata ordinata. Era martedì 14 agosto 1990 e per la prima volta in vita mia stavo per essere picchiato colla famigerata “cintura dei pantaloni” che tante volte era ricorsa nelle minacce di castigo infantili; e mentre mi abbassavo i pantaloni, colla testa completamente nel pallone, mi misi a pensare quando fosse stata l’ultima volta che le avevo prese. Era un pensiero assurdo ma … tutto era assurdo in quel momento! “Anche le mutande! … a culo nudo! … te la faccio passare io la voglia di fare il lanuto mangiapane a ufo!”

Nudo!

Per la prima volta in vita mia non solo stavo per prenderle colla cinghia dei pantaloni, ma sul culo nudo anche, come un ragazzino di dodici anni “… e faccia al muro!”. Era stato quando avevo ventisette anni che mio padre me le aveva suonate per l’ultima volta. Me lo ricordai voltandomi verso la parete, e credo che me lo ricordai perché l’aria che entrava dalla finestra mi stava solleticando le natiche nude.

Già, nudo! Ero di nuovo nudo per essere picchiato, e un senso di eccitazione perversa percorse la ventrale del mio cazzetto (6 centimetri quando è in tiro!), facendomelo indurire all’idea del senso
di sottomissione col quale mi apprestavo a farmi picchiare. La prima cinghiata mi colpì il culo sudato con uno schiocco sinistro, e il bruciore intensissimo mi indurì il cazzetto come non lo era mai stato. Alla seconda cinghiata abbassai la testa per guardarmelo: la vidi corto e duro che sembrava una salciccetta, e ricordai che non era mai stata abbastanza per soddisfare una donna . E a questo pensiero mi si fece ancora più duro.

Avevo una voglia tremenda di farmi una sega, e più mio padre mi frustava il culo, più ne avevo voglia e …… che ficata che era prenderle colla cinghia a culo nudo! Mio padre mi stava frustando come un ciuco e non risparmiava di cinghiarmi anche la parte posteriore delle cosce; avevo il culo in fiamme e la testa pure, pensando al dopo. Perché se quella battuta che stavo prendendo,
oltre che per essere una battuta in se stessa, era così umiliante, questo significava che avrebbe rappresentato un precedente. Mi domandavo con che faccia avrei di nuovo guardato in faccia mio padre e mia madre; soprattutto come sarebbero cambiati i nostri rapporti, se mi avrebbero di nuovo fatto tirar giù le mutande e frustato a culo nudo tutte le volte che ne avessero avuto un motivo.

E mi piaceva quell’idea, mi eccitava da morire l’idea di prenderle colla frusta sul culo nudo come un ragazzino! E mentre la cinghia mi mordeva le chiappe pensavo che sottile eccitazione sarebbe stata in futuro sentirmi dire da mio padre cose come: “Giù i pantaloni, ché ti frusto!” o un lapidario: “Stasera ti frusto!”; che sottile eccitazione sentirmi dire da mia madre: “Ora te le do col battipanni!”; che sottile eccitazione tirarmi giù le mutande sotto i suoi occhi e sdraiarmi a pancia in giù sul letto per farmi picchiare il culo nudo; che sottile eccitazione esibirmi in un ridicolo balletto mentre lei mi avrebbe fustigato le cosce nude col manico del piumino; che sottile
eccitazione doverla implorare di smettere di bastonarmi la schiena nuda colla scopa; che sottile eccitazione, a 32 anni, essere sottomesso in modo così umiliante a mio padre e mia madre!

* * *

Bene, per quanto riguarda i rapporti con mio padre e mia madre ho scoperto tutto un mondo nuovo a partire da quella sera. Innanzitutto ho scoperto che quel regime di sottomissione era assolutamente possibile nonostante la mia età: la mia remissività di quella sera ha fatto sì che la realtà perdesse di significato, al punto da rendere non solo possibile ma addirittura credibile il fatto che a 32 anni io venga castigato e battuto come un ragazzino di dodici. In secondo luogo ho scoperto che i miei non hanno veramente bisogno di un motivo per farmi tirar giù le mutande e frustarmi il culo nudo: di fatto ci sono tutta una serie di battute che prendo solo perché “me le merito”.

Da ultimo – e questa è forse la scoperta più interessante – ho notato che la mia remissività ha spinto i miei a rendere questo regime disciplinare ancora più inverosimilmente umiliante di quello a cui potrebbe essere sottoposto un ragazzino di dodici anni. Basti pensare che quando mi picchiano, se non è sul momento, mi fanno denudare completamente e mi chiudono nello sgabuzzino legato! Sissignori (che tra parentesi è diventato l’unico modo in cui devo rispondere a mio padre e mia madre quando sono interrogato), legato: mi legano mani e piedi e mi lasciano lì magari anche delle ore prima di venire a suonarmele. Ieri mia madre ha scoperto che mi ero masturbato nella salvietta del bidè e, dopo avermi fatto una faccia così di schiaffi, mi ha legato nudo nello sgabuzzino al buio, e ogni mezz’ora veniva a bussare alla porta e a dirmi: “Stasera vedi come ti faccio conciare da tuo padre! Neanche colla cinghia! … collo staffile te le faccio suonare!”.

E io là dentro col mio cazzetto duro che non mi potevo neanche toccare, perché le mani me le aveva legate ai ganci delle scope! Io là dentro a eccitarmi come un maiale mentre lei parlava di farmi staffilare, col cazzetto gonfio e puzzolente che ormai, ne sono sicuro, doveva essere violacea dall’eccitazione. Maremma maiala, collo staffile … quello sì che è un modo umiliante di prenderle! Perché quando mi scudisciano mi legano i polsi all’attaccapanni e le caviglie al battiscopa, lasciandomi però slegato in vita perché, dicono, vogliono vedermi dimenare il culo sotto le frustate. E prima di staffilarmi, mio padre mi fa sempre il culo rosso colla cintura dei pantaloni: mi acchiappa forte per un orecchia e mi dice: “Ora ti frusto il culo, lavativo!” e poi comincia a picchiarmi di santa ragione il culo nudo colla cintura e dice: “Le senti le cinghiate sul culo, lazzarone?” e io: “Sissignore! … ” e lui: “Benissimo! Da oggi in poi ti frusto tutte le sere … vediamo se impari a ubbidire!” e io che cerco di nascondere il più possibile il cazzetto duro che mi
ondeggia tra le gambe a ogni cinghiata.

Mia madre, che osserva la scena, non si risparmia i commenti, naturalmente: “Più forte …dagliele belle secche a quel disgraziato!… lasciagli i segni!”. Ed è poi lei che stabilisce quando devo essere staffilato: “Lo staffile, ora frustalo collo staffile!”. Mio padre naturalmente non si fa pregare e, dopo avermi legato le mani all’attaccapanni e i piedi al battiscopa, afferra lo staffile, si
piazza un paio di metri dietro di me e … sciaaack! … giù la prima staffilata sul culo!. E mia madre dietro: “Strappagli la pelle delle natiche a questo disgraziato! … più forte, fagli ballare la furlana!”.

La schifosa! Sì, schifosa, perché uno generalmente non ci pensa mai, non osa pensare che anche i propri genitori possono fare certe cose; ma poi, quando arriva a subire certi eccessi, si rende conto che sì è possibile che le facciano. Per esempio, io sono sicuro che ieri sera la schifosa si è messa dietro la porta di camera mia ad origliare mentre mio padre mi scudisciava. E sono sicuro che si stava sgrillettando come una vecchia troia spiandomi dal buco della serratura mentre strisciavo nudo come un verme, urlando e piangendo sotto le frustate. La schifosa! Mi picchia il culo nudo col battipanni fino a farmi venire le vesciche quando sospetta che io mi faccia le seghe! Ma questo è ancora niente. Bisogna vedere che mi fa quando scopre che ho le mutande sporche: quello sì è l’acme dell’umiliazione! Entra in camera mia come una furia: nella mano sinistra brandisce un paio di mutande, nella destra la frusta che hanno comprato apposta il mese scorso per picchiarmi. Sventolandomi le mutande sotto il naso mi urla: “Che cos’è questo, eh … ?!? Ti sembra la maniera di … guarda qua, maiale! … ma ora te la faccio vedere io!” e mi infila le mutande in testa come un cappuccio, colla parte sporca di merda proprio davanti al naso. Mi tolgo i pantaloni e le mutande per farmi frustare.