Racconti di sculacciate: Le avventure domestiche di Pablo e Federica
5 Novembre 2010Hensto è un nuovo autore che ci ha inviato dei bei racconti di sculacciata. Oggi pubblico il primo. Buona lettura e grazie al nostro nuovo amico! Ricordo a tutti che chiunque può partecipare al blog, basta inviare una mail a sculacciata76@yahoo.it
Un “nuovo corso” per Federica e Pablo
Me ne stavo tranquillamente sdraiato sul divano, con la testa in grembo a Federica che mi accarezzava e mi coccolava dolcemente. Le sue mani delicate e affusolate scorrevano delicatamente sul mio viso, e qualche volta sfioravano i miei capelli lunghi e ondulati. Ce ne stavamo tutti e due in piacevole silenzio, quando ad un tratto Federica parlò:
“Tesoro, questo pomeriggio guarderemo insieme i tuoi compiti di inglese, sai?”
Quest’idea mi colse completamente impreparato: da qualche mese frequentavo un corso di inglese, ma non pensavo che la mia ragazza si interessasse ai compiti a casa che mi venivano assegnati, anche perché, pur essendo stata proprio lei quella che all’inizio mi aveva spinto ad intraprendere il corso, non mi aveva poi chiesto più nulla da quando questo era cominciato.
“Ma cosa dici, Federica? Stai scherzando?”
“Affatto, amore, sto parlando molto seriamente!” continuò lei, mentre mi faceva intendere, con un gesto delicato delle mani, di girarmi sulla pancia. Sapeva che tale posizione mi piaceva anche di più di quella supina, e quindi quel gesto non mi stupì: ora la mia faccia era a contatto con le sue cosce rivestite di collant scuro, e, mentre con la coda dell’occhio destro guardavo l’eleganza e la sensualità dei suoi piedi ben scolpiti dentro alle sue scarpe classiche, nere e col tacco a spillo, con la coda di del sinistro vedevo i colori vivaci della sua gonna scozzese.
E dopo aver ripreso ad accarezzarmi i capelli, aggiunse, in tono leggermente più alto:
“E, se scopro che non li hai fatti come si deve, le prenderai di santa ragione!” disse, appoggiando la sua mano destra sul mio didietro.
Rimasi per un momento come attonito: Federica sembrava seria, anche perché non era nel suo stile burlarsi di me in questo modo… Perciò, cosa le aveva preso? Non poteva realmente trattarmi come uno scolaretto svogliato…
“Federica, non capisco… ma che ti prende?”
“ Capirai più tardi, quando comincerò a scaldarti il sedere e a fartelo rosso!” rispose lei in tono severo mentre mi accarezzava il sedere.
Detto ciò, mi fece cenno di alzarmi e di lasciarla andare: doveva andare a fare alcune commissioni ma sarebbe tornata nel giro di un paio d’ore.
“Ricordati che quando torno controlliamo i compiti di inglese” – mi disse, mentre taccheggiava verso la porta con la borsetta a tracolla – “e se non è tutto in ordine ti prenderai una bella sculacciata!”. Dopo aver detto queste ultime parole chiuse la porta dietro di sé.
Non sapevo più cosa pensare, anche perché mi ero ormai convinto che Federica facesse sul serio.
Allo stesso tempo, però, era per me inconcepibile che la mia ragazza potesse picchiarmi per davvero, e soprattutto trattarmi come un bambino. Non aveva mai alzato le mani su di me, e forse neanche minacciato di farlo, tranne una volta in cui mi disse che mi avrebbe dato uno schiaffo se avessi continuato a prenderla in giro, ma lì si trattava di un mezzo scherzo. Ora però il problema era serio, anche perché, se da un lato mi sentivo umiliato e sentivo intaccato il mio ruolo maschile, dall’altro ero rimasto come affascinato, o meglio come ipnotizzato dalle sue minacce: mi attirava quello che mi proponeva, e la testimonianza più evidente era che, mentre mi parlava in quel modo, tenendomi la testa sul suo grembo, avevo avuto un’erezione quasi istantanea. Memore di ciò, cominciai ad azzardare l’ipotesi che si trattasse di uno stratagemma di Federica per movimentare la nostra relazione sessuale: era un po’ che c’era calma piatta su quel versante, e forse la sua idea era davvero buona, ammesso che le cose stessero davvero così. Mi calmai e decisi di accendere la televisione per occupare la mente in altro modo aspettando che tornasse Federica, e la cosa funzionò per un po’, finché, guardato l’orologio e resomi conto che sarebbe rientrata a minuti, di colpo mi venne in mente che io i compiti di Inglese che venivano dati da fare a casa non li avevo mai fatti! Un brivido misto ad eccitazione si impadronì di me… Accidenti, e se me le avesse date sul serio? Federica aveva l’aria di una che picchia, e le sue mani, solitamente così dolci, avrebbero potuto diventare davvero molto dure, e a spese del mio disgraziato culetto! Ma non feci in tempo a seguire più a lungo questa catena di pensieri ed emozioni, che il campanello suonò, facendomi sussultare per la prima volta da quando io e Federica stavamo insieme.
Le aprii la porta sorridendo, ma lei mi guardò appena, e mentre si dirigeva con passo deciso verso la cucina, mi disse ad alta voce: “Prendi tutti i tuoi quaderni e piazzati in camera, arrivo tra un minuto!” Rimasi senza parole mentre, restando fermo dove mi trovavo, osservavo il suo profilo in cucina mentre sistemava gli acquisti, prendendoli dai sacchetti e riponendoli sugli scaffali e nel frigorifero. Federica era piuttosto bella: aveva i capelli lunghi, neri e lisci, occhi blu e un bel corpo, slanciato e nello stesso tempo ben tornito. Era una donna piacevole, simpatica e piena di calore quando era in vena, ma i suoi atteggiamenti di freddezza erano quelli che – pur rivelandone il carattere intrattabile – costituivano la principale molla della mia eccitazione, ed era in quelle situazioni che andavamo quasi sempre a finire a letto.
“Cosa fai ancora qui? Fila immediatamente in camera e tira fuori i quaderni!” esclamò, indicando con un dito la camera da letto.
Ubbidii come un agnellino: smisi di pensare e feci ciò che mi aveva ordinato. Mi sedetti su una sedia con i miei due quaderni in mano, e dopo poco Federica arrivò e si sedette sul bordo del letto di fronte a me, con le gambe accavallate. Aveva un’aria estremamente sexy, e con un tono dolce e severo al tempo stesso, piantò i suoi occhi nei miei e mi disse che doveva controllare se facevo i compiti correttamente, perché, aggiunse, altrimenti avrei avuto una punizione. Quest’ultima parola fu pronunciata con una dizione così chiara e armoniosa che non potei credere che il suo contenuto potesse essere così spiacevole… Deglutii, e le porsi rapidamente i due quaderni di inglese.
Federica li prese ed aprì il primo dei due, che era quello dei compiti e dei lavori svolti in classe. “Cosa c’è qui dentro?” chiese mentre lo sfogliava velocemente, con scarso interesse. “I compiti in classe” risposi. Poi prese il secondo ed io ebbi di nuovo un brivido, il secondo di quella giornata. “E questo invece?” esclamò Federica aggrottando la fronte.
“Come mai è completamente bianco?”
Cominciai a balbettare… “Ehm, sì, quello è … quello che usiamo…”
“Cosa stai farfugliando??!! Usate quando? Dimmi a cosa ti serve questo quaderno e perché è completamente vuoto!!”, quasi urlò Federica, alzandosi in piedi e sovrastandomi, visto che io stavo invece seduto.
“E’ il quaderno…ehm… è il quaderno dei compiti di casa…”, mormorai in un filo di voce.
“E perché è bianco?” riprese lei in tono sempre più severo e arrabbiato.
“E’ … è bianco perché… io i compiti a casa non li ho mai fatti”, finii per ammettere, in un tono talmente basso e debole da essere quasi inudibile.
Federica si risedette e riaccavallò le gambe, riprendendo a parlare col tono iniziale, calmo, dolce, ma severo e, direi, inesorabile.
“Adesso ti do tante di quelle sberle che te ne ricorderai!”
“Ma io …” – continuai a balbettare – “…non pensavo che fosse…”
“Non inventarti delle scuse, tesoro! Avanti, vieni qui!” ordinò.
Andai ad accucciarmi presso le sue gambe accavallate, cercando di appoggiare le mani sulle sue ginocchia.
“Scusami, ma io…” PAFF!
Mi arrivò un primo, sonoro ceffone sulla guancia sinistra.
“Tu niente, e non voglio nessuna scusa! Adesso le prendi”, disse alzando bene in alto la mano sinistra e colpendomi con il palmo la guancia destra: PAFF!
“E di santa ragione, anche! ” PAFF! PAFF! PAFF! PAFF!
Mi assestò quattro sberle decise, due per guancia, usando a turno entrambe le mani.
“Non ti permettere mai più di comportarti in questo modo e di disimparare il poco che impari in classe!”
Tirai su con il naso, con una netta sensazione di calore e di bruciore alle guance. Federica si alzò in piedi ed io mi inginocchiai davanti a lei, abbracciandole le cosce e guardandola da sotto in su con l’aria di chi cerca pietà, ma lei mi fissò negli occhi con durezza e continuò da quella posizione a schiaffeggiarmi sonoramente. PAFF! PAFF! PAFF! PAFF! PAFF! PAFF! PAFF! PAFF!
Era la prima volta che prendevo una tale serie di schiaffoni, e mi venne voglia di piagnucolare un po’, non tanto per il dolore quanto per l’umiliazione. Federica mi tirò poi verso di sé, si sedette nuovamente sul bordo del letto, e, mentre io restavo inginocchiato, cominciò a sbottonarmi i pantaloni con le sue dita affusolate e con un’aria sempre severa ma al contempo estremamente seducente.
Mentre eseguiva quell’operazione (che mi procurò la seconda erezione della giornata) mi disse che ero un ragazzino svogliato, e che avrei preso il resto.
Mi fece stendere sulle sue ginocchia, e dopo avermi sistemato bene in grembo cominciò a darmele, con un ritmo serrato e senza fermarsi. SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK!
Ripresi a piagnucolare, ma lei disse: “Perché piangi, amore? Mammina ti ha scaldato il sedere? Lo sai che adesso te le do’ sul sederino nudo, come si faceva una volta?” E mentre diceva questo mi abbassò lentamente gli slip.
“Adesso” – SMACK! SMACK! SMACK! – “ti faccio il culetto rosso.”
SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK!
“Lo sai che te le sei proprio meritate questa volta?”
SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK!
“Sob, sniff, sniff”, fu l’unica mia risposta, anche perché il mio didietro cominciava veramente a fiammeggiare. Poi, dato che ci fu una pausa, presi coraggio e aggiunsi: “Ti prometto che non lo farò più”. Un’altra serie di sonori sculaccioni fu la risposta, accompagnata da questa frase: “Lo spero bene, perché se si dovesse ripetere ne prenderesti il doppio!”
“Sniff, sob, sob, sob…”
Dopo un’altra pausa riprese a sculacciarmi con ritmo più lento e a parlarmi in tono dolce: “Su, tesoro, non piangere… lo so… la mamma te le ha suonate… ma te le sei meritate…”
Intanto vidi che il suo piede sinistro s’era leggermente sfilato dalla scarpa, e questo, insieme al calore ormai piacevole che sentivo e alle parole che mi stava dicendo, mi fece avere la terza erezione.
Continuò così ancora per un paio di minuti, che dell’intera sculacciata furono i più piacevoli per me, dopodiché mi fece alzare e, ripreso il tono severo di prima, mi ordinò di filare immediatamente in un angolo, girato verso il muro.
“E guai a te se ti muovi perché ne prendi ancora. E, detto questo, uscì velocemente dalla camera.






