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Racconti di sculacciata: Dal diario di Federica
11 Novembre 2010Questo racconto ci è stato inviato dal bravissimo Hensto. Abbiamo già fatto la conoscenza di Pablo e Federica in questo bel racconto di sculacciate.
Caro Diario,
ti sto per raccontare cose che io stessa stento a credere siano realmente accadute, se non avessi segni e sensazioni ben tangibili che non si è trattato di un sogno, ma di realtà. Tu sai bene, mio amatissimo Diario, come da ormai alcuni mesi io avessi instaurato un nuovo “regime” e un nuovo “ménage” con Pablo, iniziandolo ad una disciplina basata su punizioni corporali e sonore sculacciate. Bene, tutto sembrava essersi incanalato in questo modo: cioè, lui le prendeva e io gliele davo, a farla breve, e questo con buona soddisfazione e piacere da parte di tutt’e due.
Tuttavia venne un giorno in cui accadde qualcosa di inaspettato, per me ma credo anche per lui, che cambiò per sempre ciò che era stato, imprimendo un nuovo corso al nostro “ménage”. Tutto cominciò in auto, a dire il vero, mentre stavamo per raggiungere la nostra casetta in montagna dove avremmo trascorso il finesettimana. Era uno splendido venerdì pomeriggio, e Pablo era alla guida mentre io, molto rilassata, giravo lo specchietto verso di me per aggiustarmi un pochino il viso con qualche colpetto di rimmel e di mascara. Ad un certo punto, rompendo il silenzio, Pablo venne fuori così: “ Fede, sai cosa ti dico? Domani mattina ci alziamo presto e andiamo a fare una bella gita su alle Malghe Alte… è un bellissimo giro, c’è più di metà da fare nel bosco, arriviamo per mezzogiorno, prendiamo il sole… e ci portiamo due panini. Ok?” “Ma Pablo” risposi io “ Lasciami dormire un po’… uffa … domani mattina voglio andare a fare shopping in paese e poi…” “Niente da fare” riprese lui in tono deciso “tu domani vieni con me in gita. Sveglia alle sei e mezza. Niente storie e ricordati di preparare i panini!” Si era espresso in modo così perentorio che rimasi del tutto sorpresa e incapace di replicare, anche perché ero poco abituata a farmi comandare, per cui rimasi zitta, sgranando gli occhi e riponendo il mio necessaire. “Mmm” fece lui guardandomi di sbieco e riaggiustandosi lo specchietto retrovisore che io gli avevo spostato. Il resto del viaggio proseguì quasi del tutto silenziosamente, ma qualcosa era accaduto dentro di me e dentro di lui, lo percepii chiaramente ma non seppi precisarlo a me stessa: se dovessi tradurre ora in parole la sensazione che ebbi, potrei dire che lo sentivo scivolare via dal mio controllo, mente mi adagiavo in una passività che già impercettibilmente, ma inesorabilmente, cresceva di momento in momento.
Durante l’ultima parte del breve viaggio, e poi durante la cena, non ci fu storia particolare: parlammo poco, ma mentre lui sembrava molto sereno, io invece sentivo un crescente turbamento e una fastidosa inquietudine, come se qualcosa dovesse accadere da un momento all’altro… e quel qualcosa puntualmente accadde. Mentre io terminavo di lavare i piatti, Pablo stava rovistando in alcuni scatoloni che contenevano pile di vecchi libri che avevamo portato dalla città. Ma io non sapevo ancora (ma, ahimé, a breve l’avrei saputo) di aver commesso un tragico errore, destinato a ribaltare il nostro ménage di coppia. Infatti, mentre mi stavo sfilando i guanti di gomma dopo aver chiuso il rubinetto, Pablo fece la sua comparsa in tinello con un piccolo libro rossiccio in mano e con l’aria di un gatto che abbia appena messo le mani su un grasso topolino. In un istante riconobbi quel libro, rabbrividii e capii di essere perduta.
“Federica, cos’è questa roba?” fece lui, con aria tra il severo e il divertito, dando un colpettino sul dorso del libretto che teneva in mano.
“Ma… niente, che ne so?” feci io arrossendo e cercando al contempo di dissimulare l’imbarazzo.
“Niente non direi” disse tranquillamente Pablo, sedendosi sul divano con il corpo del reato sulle ginocchia mentre si accendeva uno dei suoi sigari preferiti. “Te lo dico io cos’è, anche se tu lo sai molto meglio di me”. Tirò una profonda boccata e aprì il libretto. Io avrei voluto fuggire, nascondermi, andar via sparire, non essere lì con lui, non aver mai scelto di vivere con lui, ma non potevo fare niente, ero una povera topina in trappola ormai!
“Si tratta di un tuo diario scolastico, cara la mia Federica” (quando mi chiamava Federica e non Fede era sempre un brutto segno). “Anzi, più precisamente” e qui tirò un’altra profonda boccata, che sadicamente prolungò in modo esagerato per dilatare l’attesa, “si tratta del TUO diario scolastico dell’anno 1984-85” continuò, sfogliandolo con calma olimpica. Io ero agitatissima, ma dovevo dire qualcosa, e, come quando si è troppo agitati per rispondere come si deve, fallii il bersaglio:
“Pablo, se cerchi voti negativi per vendicarti, hai sbagliato persona, io avevo tutti 7 e 8 ! “ dissi in un tono forzatamente trionfale, ma non ero convinta neanch’io, probabilmente perché sapevo che non era lì il punto…
“Oh, certo, cara, non ne ho mai dubitato! Guarda, non so neppure quale pagina del diario contiene i voti, ammesso che siano qui, ma io sto leggendo altre cose assai più interessanti!” Pablo girò altre pagine e, quando vidi il punto a cui era arrivato, impallidii.
“Ecco il punto! “ Esclamò! “Una bellissima e molto istruttiva corrispondenza tra te e una tua compagna, amica del cuore… pagine e pagine di confidenze e pettegolezzi… come facevi ad andare così bene a scuola se passavi il tempo a scrivere alla tua amichetta?” disse Pablo alzando un po’ il tono di voce e guardandomi fisso negli occhi.
“Ma…”
“Niente ma e siediti qui vicino a me che lo guardiamo meglio insieme..”
Mi sedetti automaticamente, come chi non sia più dotato di volontà propria. Avevo ormai perduto il potere.
“Vediamo un po’…” proseguì Pablo “Ecco! Leggi un po’ qui!” mi prese il braccio e cerco di tirarmi verso di se’ e verso il diario, e io ebbi un breve moto di ribellione, ma lui mi tenne stretta e alzò la voce: “Guarda qui, ho detto !!!” “Leggi!!!”
Emisi un singhiozzetto e feci cenno di no con la testa. “Leggerò io, allora!” e prese a leggere, profanando i miei segreti di diciottenne, le mie più intime confidenze. Ancora adesso, caro diario, non so perché reagii in quel modo, o meglio perché non reagii ma subii completamente la sua inquisizione. Forse, dentro di me, mi sentivo colpevole e VOLEVO essere scoperta, essere sgridata, essere punita, essere in SUO potere, essere umiliata e … non farmi dire altro, caro diario! Sigh! Per diversi mesi lo avevo soggiogato con le mie sgridate, le mie sculacciate, le mie punizioni… ero contenta, e anche lui… ma ora era finita… ero crollata! Pablo cominciò a leggere con voce chiara: “Cara Francesca, tu non sai cosa mi è successo ieri sera! E’ venuto da me Marco, chiaro che voleva fare una sveltina, ma faceva il bravo ragazzo per non dare nell’occhio. Io però l’ho beccato subito, così gli ho detto di spogliarsi pure che avremmo fatto quello che lui voleva. Lui non era convinto, esitava, non si fidava, allora io gli ho detto che se non si sbrigava avrei detto a tutti e a tutte che Marco ha un pisello piccolo piccolo e non gli tira neanche. Lui allora si è spaventato e si è spogliato… allora io ho cominciato a fare la dolce, e a dirgli che lui sì era un figo, che mi piaceva solo lui, che erano anni che aspettavo questo momento. Allora, mentre lui comincia a cuocere come un pesce lesso e fa gli occhi da merluzzo, lo abbraccio e, comnciando ad accarezzarlo e a palparlo lo porto verso la porta della camera… poi all’improvviso apro la porta, gli tiro una ginocchiata nelle palle con tutta la mia forza e gli do’ uno spintone gridandogli “E adesso fuori di qui, stronzo!” e subito richiudo la porta a chiave! Che risate, Francy! Pensa che era fuori nudo che gridava come un pazzo e batteva pugni sulla porta (dopo aver ripreso fiato) e io niente, non rispondevo. Ma il bello è che poi sono arrivati i miei e l’hanno beccato in pieno!!! Che figura!! Ah ah ah ah!! Oggi non l’ho visto ma penso che…”
“E qui è cancellato e poi non si capisce, ma questo è sufficiente…” fece Pablo richiudendo con violenza il diario e piantandomi gli occhi in faccia. Io mi vergognavo come non mai, avrei voluto scomparire e cercavo di distogliere lo sguardo da lui, ma era impossibile, non mi mollava…”
“Guardami bene in faccia!” esclamò “E vergognati di quello che hai fatto!!!”
Io ero col capo chino, e quando provai ad alzarlo e lo guardai timidamente, il mio destino era ormai a un passo dal compiersi. Feci appena in tempo a vedere la sua mano alzata… CIAFFF … subito dopo sentii il primo schiaffo arrivare sulla mia guancia sinistra.
Mi misi immediatamente a piangere, ma il mio tentativo non ebbe successo, perché tre secondi dopo arrivarono, di seguito e uno per guancia, gli altri due schiaffi.
CIAFF CIAFFF.
Ripresi a piagnucolare: “No ti prego, Pablo, non picchiarmi!!” Ma il mio modo di dirlo non fu altro che una conferma per entrambi che ero contenta e che era iniziata tra noi una nuova fase.
“Ora fila immediatamente a letto e non fiatare più sino a domattina. Sveglia alle sei, e non farmi aspettare, chiaro?”.
“Ma…” intervenni timidamente, ancora piagnucolando “non avevi detto sei e mezza?”.
“Ho detto sei” disse in tono ancor più duro “Hai sentito male. E adesso stai zitta e fila a letto immediatamente se non vuoi prendere un altro schiaffo.
Piangendo e singhiozzando sommessamente, caro diario, andai a letto velocemente, continuando a piangere mentre mi svestivo. Ero in preda a una strana convulsione, non sapevo bene cosa fosse, anche perché la mia ragione si rifiutava di ammettere che stavo in realtà godendo: come potevo io, Federica la sculacciatrice, godere nel prendere schiaffi dal suo uomo! Eppure, dentro al letto mi toccai e ritraendo la mano mi accorsi di essere tutta bagnata.
Racconti di sculacciate: Domestico, parte 3
3 Settembre 2009Il bel racconto di Bob Knees prosegue, per chi le avesse perse, eccovi la puntata 1 e la puntata 2. Buona lettura e grazie al grandissimo Bob che ci regala sempre meravigliosi racconti.
Cap 7
Potrebbe esser piacevole, però. Mi denudo: il mio sesso è eccitato. Dorothy, che lo vede per la prima volta, sembra meravigliata delle sue piccole dimensioni. Mi piego in avanti. Sono tre le vergate che mi da, dolorose ma che mi eccitano ancor di più. Vorrei masturbarmi lì, davanti a loro ma tento di resistere. Lady Pottingham mi passa davanti, abbassa lo sguardo “Si, è piccolino ma può bastare. E’ l’idea che conta, non il mezzo! A voi, mia cara!” Per la prima volta da quando sono in quella stanza, parla Elke: “Ho scommesso con Polly che avrei resistito ad almeno trenta frustate. Ho perso la scommessa ed ora ne devo pagare il pegno. Pegno pesante.” E’ pure imbarazzata, ritrosa. Lady Pottingham la colpisce leggermente sul culo con la bacchetta, Antoinette fa una smorfia di dolore. Ansima dalla vergogna, non trova le parole. Interviene Polly: “Dovrete infilare il vostro cosetto lì, nel suo ano. Ecco il pegno da pagare. Altrimenti saranno venti frustate per voi e trenta per lei. Cosa decidete?” Mi avvicino alla mia padrona: lei si è messa in ginocchio sulla dormeuse, la testa sopra i cuscini. Sta piangendo d’umiliazione. Mi piego accanto al suo orecchio e le sussurro a voce bassissima, affinché nessuno possa sentire : “Perdonami”. Le tocco le natiche: sono ancora roventi. Le scosto; indirizzo la punta di JohnTomas sul suo ano e lo infilo dentro. Proprio a causa delle sue ridotte dimensioni, l’operazione è abbastanza facile. Mi puntello con le mani perché il mio non lieve peso non gravi tutto sul suo corpo. A causa della mia malattia non posso inculcarlo bene ma faccio del mio meglio. Lo tiro fuori ancora rigido: Antoinette ha stretto vieppiù la testa fra le braccia, singhiozzando. Lady Pottingham ha tirato fuori i seni dal corsetto e Dorothy glieli sta leccando. La mano della dama sulla vulva nuda della serva. Nessuna sembra badare a me. Mi siedo e mi rivesto: JohnThomas è ritornato la lumachina grinzosa di sempre. Aspetto seduto, che abbiano finito. Non occorre molto tempo. Dorothy ha l’ennesimo orgasmo. Antoinette si tira in piedi: gli occhi di bragia e non per astio o vendetta. Si passa la lingua sulle labbra riarse. Finalmente lady Pottingham mi rivolge la parola “Potete lasciarci e tornarvene in cucina. Siete stato molto bravo!”.
Rifiuto la fetta di plumcake che Jeeves mi offre. Sono le dieci passate quando scende Antoinette. Sottovoce le consiglio di tornare a casa a piedi: avrebbe difficoltà a sedersi in carrozza. Le porgo il braccio onde si sostenga. E’ nera di ira e di umiliazione. Mi insulta per tutta la strada. La invito a moderare la voce: potrebbero sentirci. Mi preoccupo perché temo le conseguenze di quel che è avvenuto stasera in casa Pottingham. Ovviamente, non possiamo questionare lì per istrada né farlo a casa nostra: Jenny potrebbe sentirci. Antoinette nemmeno mi saluta, salendo di sopra: il suo sguardo anzi non promette nulla di buono.
Domenica. Mio giorno di libertà. Mi sono alzato molto presto, ho approntato i vassoi delle colazioni e sono uscito. Ci penserà Corinne a portargliele. Sono stato, dove vado di solito la domenica, specialmente quando ho bisogno di riflettere. Lady Antoinette è stata umiliata davanti alla sua migliore amica e a farlo sono stato io! Non mi perdonerà almeno per un paio di mesi! Prevedo brutte giornate, pessime per me. E’ molto tardi quando rientro. Sul tavolo di cucina, un biglietto per me. Autografo di Jenny. Mi vuol parlare subito, a qualsiasi ora: sua madre ha avuto un comportamento strano per tutto il giorno. Busso debolmente alla porta della camera della ragazza. Dorme profonda, non mi sente. Sono ormai le quattro di notte, quando il tocchettìo sull’uscio mi desta. E’ Jenny. Spaventata. Bando alle formalità: la faccio accomodare sulla mia poltrona, nella mia stanza. Sua madre è stata intrattabile per tutta la mattinata di domenica: non ha quasi spiccicato parola; era molto, molto nervosa. Adesso la sedicenne mi chiedeva cosa fosse successo in casa di lady Pottingham. Nulla, mentii: screzi fra la madre e la sua amica, ma niente di duraturo. Forse si era recata proprio là. Mi dia il tempo di vestirmi e l’andrò a cercare. Tutto buio a casa Pottingham. Busso discretamente all’uscio sulla strada di Jeeves. E’ ancora insonnolito. No, lady Wallstone non si è vista! Mi consiglia di attenderla a casa e, poi, eventualmente, di rivolgermi alla polizia. Quando son tornato, chiedo a Jenny se c’è un sistema veloce per contattare lady Winterbottom. No, purtroppo no! O forse sì: un corriere veloce a cavallo, di quelli che aspettano commesse alla stazione. Mi precipito fuori, alla stazione. Fortunatamente ne trovo uno: vuole ben 15 pence, ma fra un paio d’ore mi assicura che sarà di ritorno. Gli consegno il biglietto per Constance. Faccio del caffè forte all’italiana e ne porgo una tazza anche a Jenny. Poco dopo l’alba, arriva anche Corinne. La informiamo della situazione. Anche lei è preoccupata: non è dalla signora comportarsi così. Abbiamo vagliato tutte le ipotesi. Bussano alla porta. E’ il corriere pubblico che porta la risposta di Constance: lady Wallstone non è lì. Ormai non resta che rivolgersi alla polizia. Ci sarebbe anche il nostro dirimpettaio, il giovane Holmes che, talora, si diletta in indagini su persone scomparse ma non mi sembra un tipo affidabile. Non avrà un futuro nel campo dell’investigazione. La chiave nella porta. Ci precipitiamo, letteralmente, nell’ingresso. Come è ridotta lady Antoinette. Scarmigliata, gli occhi pesti, la faccia pallida. Fa pochi passi e sviene. La sostengo prima che cada a terra. La porto in braccio fin di sopra e l’adagio sul letto. Lascio sola Corinne ad occuparsene. Sia Jenny che io aspettiamo fuori dalla porta. Ne esce Corinne. L’ha spogliata, le ha dato il laudano e l’ha messa a letto. Adesso la signora dormirà per un bel pezzo. Vado ad avvertire il medico. Il dr Ripley arriva nelle prime ore del pomeriggio . La visita che lei è ancora insonnolita e, per fortuna, non riscontra nulla di grave. La lady è solamente molto stanca. Siamo un po’ più tranquilli, ora. Jenny quasi piange dalla gioia. Corinne le porta su una tazza di brodo caldo con qualche crackers. La padrona vuole vedermi. Non ha toccato nulla della leggera cena, ancora sul comodino. E’ ancora pallida, ma sta decisamente meglio. Riesce a tirarsi agilmente su, appoggiando la schiena ai cuscini. “Sei un porco, un maledetto trucido porco! – mi sibila- Non ti è bastato umiliarmi, sei anche scappato come un coniglio stamattina, ben prima dell’alba. Cosa penserà di me, Polly?”. Un piccolo accesso di pianto isterico. Sono impassibile: meglio lasciarla sfogare. “ Non ho sentito niente, sai?, ieri quando mi hai infilato quel piccolo cosettino. Il clistere fa più male. L’unica mia soddisfazione è che neanche tu hai goduto: non puoi godere, come tutte le persone normali. Sì, sono uscita in cerca di un uomo, un vero uomo. Sono sedici anni che non faccio l’amore con un maschio: uno che gli attributi ce li ha! Stasera l’ho fatto! Ma non è stato bello come mi aspettavo….” Le porgo il fazzoletto affinchè si asciughi le lacrime. Riprende:” Per due volte consecutive ho tradito il povero Henry. Sono una puttana! E tu sei un porco”. Mi seggo sulla sponda del letto. Le stringo forte le spalle con le mani. “Mi fai male!” protesta. “E quanto gli hai dato a quel ganzo? Tutte e trecento sterline che c’erano nella cassaforte e che ti sei portata via?” Infatti avevo controllato: la cassaforte era vuota, stanotte ”… enon dire mai più che sei una puttana, mai più. Capito?” “Mi fate male! Il vostro comportamento è offensivo nei miei riguardi. E violento. Dovrei licenziarvi!” “Non puoi farlo e lo sai! Per disposizione del defunto Lord Wallstone: se mi licenzi, l’amministrazione di tutti i suoi beni torna alla Brothers & Co e tu potrai avere soltanto l’appannaggio mensile di 30 sterline. Esattamente la decima parte di quanto hai speso stanotte!”. Si rabbuiò ancor di più e poi esplose, con una risata chioccia “Li ho giocati tutti da Mr Shylock e…li ho persi tutti. Ma almeno mi sono divertita! D’ora in poi, i nostri rapporti saranno assolutamente formali: voi siete il domestico ed io la vostra padrona. Nulla di più, nulla di meno”. La lascio sola e me ne vado di sotto.
Cap. 8
Altro che formali, i rapporti. Gelidi sono stati. Pochissime parole scambiate al dì. Altra vendetta, misera, non potevo prendermi che quella di cucinare pudding tutti i giorni e pure scipito. Epperò, la massiccia dose di avena che ci metto sembra aver alleviato momentaneamente i problemi intestinali di Jennifer. Giovedì scorso Corinne mi ha chiesto, all’insaputa di milady, di sculacciarla: così per rompere la tensione che stava diventando insopportabile. Non l’ho fatto. Al pomeriggio, il groom di casa Pottingham ha portato un biglietto per la padrona. Gliel’ho consegnato. Lei l’ha stracciato senza nemmeno aprirlo.
E’ arrivato, finalmente, settembre. Il primo sabato del mese le ricordo che dal giorno successivo comincia la mia quindicina di vacanza, come ogni anno. E, come ogni anno, per lei e per miss Jennifer i disagi saranno ridotti al minimo: ci penserà, come al solito, Corinne a svolgere alcune delle mie mansioni. Le chiedo anche i sei mesi di stipendio che mi spettano. Mi getta il denaro come si getta un osso spolpato ad un randagio pulcioso.
Mi appare scura Londra, dopo lo splendore abbacinante di Lisbona. Mi aspettavo che lei facesse cambiare la serratura dell’ingresso in modo tale che io sia costretto a suonare il campanello. Mi scruta dai vetri, prima di aprirmi, Corinne. Mi si stringe al collo con tutta la sua giunonica prestanza. “Lei sta di là- mi indica con un cenno della testa il salotto- ti aspettava stamattina” Le sorrido: “Mi sono fermato a Greenwich a soddisfare una mezza dozzina di prostitute! Fammi andare a cambiare e la raggiungo immediatamente…” “No, no. Vacci subito. La situazione qui è già tanto complicata! I tuoi bagagli te li porto io in camera…” Non mi da neanche il bentornato. Mi guata come farebbe uno spaniel con un topo, prima di un combattimento. “Ho parlato con la Brothers & Co. Non possono più pagarvi quello stipendio da favola che vi hanno elargito fino ad oggi. Le mie disponibilità liquide non lo permettono. Dovrei alienare qualche mia proprietà immobiliare per seguitare a mantenervi e non ne ho nessuna intenzione” Tace. Si aspetta esattamente la risposta che sto per darle: “Capisco, milady. Jeeves è ormai anziano. Vedrò se c’è posto per me a casa Pottingham…” Il suo viso è di ghiaccio. “Ma non credo che la lady mi voglia al suo servizio, dopo quel che è accaduto qualche settimana fa. Vedremo. – già le s’increspa la fronte- Oppure da lady Winterbottom: potrei dare un’ottima istruzione ai suoi due figliastri. Oppure potrei fare una capatina in Scozia: le pene corporali non sono state del tutto abolite. Vedremo…” Balbetta come la figlia: “Te..te..tenete per voi le vo…vo..vostre considerazioni!” “Oh, scusate milady! A fine mese abbandonerò questa casa, statene certa! Ora, se permettete, vorrei rassettarmi: ho trascorso tutta la notte in mare.” Quando mi volto, la sento mormorare “Il mendicante, ecco come ti ridurrai: a chiedere l’elemosina!” “ A chi dei due si riferisce, milady?” le chiedo, girando il capo. “Maledetto!” mi urla appresso. Non mi preoccupa l’aspetto finanziario: ho qualche soldo da parte, non molto ma una mezza dozzina di mesi dovrei tirare avanti senza patemi. Dovrò parlare prima con la Brothers & Co: è ovvio che le è ripreso il vizio del gioco forte. Deve aver perso grosse somme.
Caspita : settemila sterline in dieci mesi! E’ un patrimonio! Naturalmente non deve renderne conto ad alcuno, ma quelli della banca sono chiaramente preoccupati. Un conto era il defunto Lord che spendeva forte, ma almeno comprava libri, un conto è la moglie: il denaro non si sa che fine faccia. Domando a Mr Mops se è il caso di vendere la biblioteca: varrà almeno cinquantamila sterline. E l’intera biblioteca è stata lasciata a me, posso disporne come voglio : l’unico vincolo è che rimanga integra, che non venga smembrata. Mr Mops è cauto: quei soldi però sarebbero mio patrimonio personale; non inciderebbero per nulla sulle sostanze di Lady Wallston, e di sua figlia, tuttavia se volessi…visto che sono stato tanti anni al suo servizio…e a quello del compianto Sir Henry… “Insomma, mi dica, Mr Mops, la situazione è tanto grave?” Si china in avanti, verso di me ed abbassa la voce: “Gravissima! Non c’è più un penny di liquidità! L’ho consigliata di vendere i due palazzi di Regent’s Park ma non vuole….è l’unica soluzione. Capisce bene che, di fronte a tale situazione, noi non possiamo seguitare ad anticipare denaro alla contessa, senza adeguate garanzie….” “Capisco benissimo. Vedrò se l’intera biblioteca può interessare il Museo Reale. Le farò sapere al più presto. Buongiorno.”
Spalanco la porta del salotto. Alzano lo sguardo dai libri che stanno leggendo. Jennifer serra gli occhi, vedendo l’espressione della mia faccia. Respiro profondamente “Milady, posso parlarvi in privato?” Fa cenno a Jenny di allontanarsi. La ragazza esegue subito. Piccata, Elka mi dice “Ma come vi permettete di entrare così? Non sapete più stare al vostro…” “Sta zitta, per favore! Non hai più una sola sterlina e la banca ti ha chiuso il credito. Lo sai benissimo. Tu e la tua maledetta smania per le scommesse! Sei ridotta sul lastrico! Tra sei mesi ti sequestreranno tutto e ti sbatteranno in mezzo alla strada. Devo vendere la biblioteca che fu di Lord Henry, il mio caro signore e tuo marito, e lo farò. Ti darò un pence al giorno e sarai tu, allora, la mia serva!” Si alza di scatto, le unghie pronte a graffiare, la testa a colpire. Ripiomba sulla sedia: il mio schiaffo è stato violento. “Che vuoi fare? Frustarmi a sangue?” mi chiede livida. “No. Non ti sfiorerò nemmeno con un dito. Dovrai essere tu a chiedermi, ad implorarmi di farti male, di punirti. Parlerò con padre Brown: verdò se le Orsoline cattoliche vogliono Jenny nel loro educandato. Magari, come lavapiatti. Quanto a te, ti vedrei bene nel bordello di Titti la Rossa. Altro che Merry Order. Altro che presentazione a corte!”
Scoppia in lacrime, pianto di rabbia e di dolore. “Quella maledetta mi ricattava. Chissà come, aveva saputo di Edimburgo e mi ricattava. Non avevo più i soldi per pagarla: ecco il perché delle frustate, ecco il perché tu mi hai…mi hai fatto quella cosa!” “Non inventare! Tieni fuori lady Pottingham da questa storia. Ho parlato anche con Shylock. Ci giochi in media duemila sterline l’anno e vinci, si e no, due volte l’anno. Quindi, prenditela solo con te stessa, se ti sei ridotta così.” “Non sei mio padre né mio marito. Chi ti da il diritto di parlarmi in questo modo?” “Il fatto che vent’anni fa ti ho salvato la vita! Altrimenti, Elke la borseggiatrice sarebbe penzolata da una forca; dopo esser stata frustata a sangue… Ah, bisognerà accennare della cosa a Jenny e a Corinne. La ragazza deve essere avvertita di quello che l’aspetta, di come le vuole bene la sua mamma!”.
Ultimo giorno di settembre. Molto discretamente, di soppiatto, sono stati venduti gioielli ed arredi per permetterle di tirare avanti. Il Direttore del Museo è disposto a spendere 15.000 sterline per la biblioteca: molto al sotto del suo valore reale. Ma tant’è…..
Lady Antoinette è seduta al buio. Accanto a lei Jennifer, in lacrime. Non ha nessuna intonazione quando mi dice: “Ho venduto il palazzo grande di Regent’s Park. Ho sacrificato la dote di Jennifer. Perciò, adesso lei mi frusterà” “No, no mamma, no. Vi…vi…ho….” Quando è nervosa le aumenta la balbuzie. “Andiamo di là. E voi, Bob, chiudete bene a chiave la porta!”. Le raggiungo nella Stanza. Antoinette si sta spogliando: le rimane solo la camicia. Jenny trema come una foglia. La madre è nuda. Quasi con violenza la costringe ad afferrare la bacchetta. Poi, si appoggia alla sbarra e protende il deretano.
Cap 9
Jenny trema, con la bacchetta in mano. La voce della madre è rabbiosa, alterata: “Frustami, maledetta, frustami o ti farò sentire la spazzola sul culo!”. Dalla piccola nicchia, ho preso il gatto, sì proprio quello di vent’anni prima. E’ impolverato. Molto gentilmente, faccio scostare Jenny. Tiro indietro il braccio, tenendo il manico del flagello parallelo al pavimento. Lei lo sente sibilare nell’aria, come allora; irrigidisce il corpo nella spasimante attesa del dolore. Piega la testa, strofinando la fronte sul muro, quando le nove strisce di cuoio le mordono roventi il deretano. Ripeto il colpo: stavolte le striature sulla pelle sono più cupe. Dopo la terza frustata, il suo corpo trema di spasimi, da dolore. Rimetto a posto nella nicchia lo strumento di tortura. Le passo le mani sul culo rosso e pesto. Jennifer guarda con le lacrime agli occhi: non ha mai visto, prima, frustare la madre con tanta violenza. Conforto la bimba: pare proprio uno scricciolo appoggiata al mio torace. Antoinette è in piedi, incurante della nudità. Sembra inebetita. Si limita a dirmi: “Grazie, Bob. Sto meglio, adesso”.
Riprendiamo la stessa vita di prima. La crisi più buia è finita. Ogni giorno passo da Shylock ad informarmi. Non ci va più da un pezzo. Però, qualche volta, egli vede Corinne nel suo “ambulatorio”, come chiama il suo bugigattolo lurido e pieno di fumo. Lei gioca pochi pence, al massimo cinque o sei. Non vince mai.
“Corinne – le faccio severo- perché non mi hai mai detto che, adesso, sei tu a scommettere per ordine della signora? “
“Tanto l’avete saputo comunque!” mi risponde indifferente. “Corinne, lo sai che potrei punirti per questa risposta sciocca ed indisponente? L’unica cosa alla quale abbia mai veramente tenuto, la biblioteca di Lord Wallstone, ho dovuto venderla; soltanto la cortesia del direttore del Museo mi ha permesso di continuare la schedatura, laggiù, dove l’hanno depositata… e tu sei complice, in un certo senso, di quella che stava per ridurti alla fame, grazie alla sua pazzia. Si, Corinne, ho deciso: ti sculaccerò, appena me lo chiederai!” Lei fa un sorrisetto e nemmeno mi risponde.
Hanno ceduto entrambe, ma senza dar mostra di piegarsi l’una all’altra; una tregua concordata, diciamo. Antoinette e Polly hanno ripreso a frequentarsi, ma più raramente di prima e sempre in società, pubblicamente. Dorothy mi guarda con affetto, quasi, ogni volta che mi incontra. Jeeves non commenta. I Winterbottom sono tornati a Londra dalla villeggiatura. George frequenta Oxford, ormai: è il primo anno. Emma ha un’istitutrice tedesca: la frusta spesso.
Siamo andati a trovarla ieri. O, per meglio dire, io ho accompagnato Antoinette. Nel corridoio ho incrociato una pallida Emma. Mi ha salutato di malavoglia, non per maleducazione ma perché, evidentemente, presa da altri pensieri. Infatti, Fraulein Gertrud si è affacciata sulla soglia di una stanza. In mano, il frustino da amazzone. La sua voce sgraziata si è rivolta alla ragazzina: “Miss Emma, preco. E’ l’ora! Andiamo!” Ha chiuso la porta, dietro di loro. Nonostante lo spessore del legno, ho sentito distintamente il rumore del frustino che percuote la carne nuda ed i gemiti soffocati di Emma. “La frusta per i più futuli motivi. Troppo spesso, secondo me. Medico spesso le sue chiappe scorticate. In fin dei conti, è una brava ragazzina; soprattutto adesso che non c’è più il fratello…” mi ha informato Constance. Uscendo dalla stanza, Emma ha le guance rigate di lacrime e si strofina le chiappe. Chiedo a Costance, mentre sta seduta sulle mie ginocchia e le sto massaggiando il seno destro nudo, se si può escogitare qualche trappola per la cavallina tedesca: anche lei meriterebbe una bella lezione. Mugolando di piacere, la gallese mi risponde che ci deve pensare ma, soprattutto, non sa affatto se la padrona sarà d’accordo. Oh si, penso tra me, Jo sarà senz’altro d’accordo! “E tu, Constance, sei mai stata sculacciata?” torno a chiederle dopo qualche minuto di petting. “Si, ma quando ero piccola. Mia madre adoperava lo zoccolo di legno duro. Avevamo solo quello in casa. Me lo ricordo ancora il dolore che mi faceva. Dai, continua…non ti fermare proprio adesso! Mmmmhh…”. Giornata proficua, tanto più che le exgaleotte hanno stretto un patto contro la spocchiosa Polly. Si preannunciano interessanti giornate.
Ah, c’è stato il fatto della povera Jenny. Spingi, spingi le è venuta una cisti anale. Il dr Ripley ha ritenuto di operare subito, prima che diventasse più grande. Inutile il ricovero in ospedale: si trattava di un piccolo intervento, a dir suo.
Abbiamo preparato tutto in casa, in cucina più esattamente. Le serve, appositamente chiamate, l’hanno pulita per bene, fino a renderla lucida. Corinne ed io abbiamo preparato il tavolo. Una spessa coperta e un lenzuolo bianco; l’acqua sul fuoco a bollire. Corinne, la sera prima, aveva fatto un bel clistere alla ragazza e la madre, quella mattina, le aveva dato dieci gocce di laudano. Era tutta imbambolata Jenny, quando venne in cucina, con indosso la candida camicia da notte.
Il dr Ripley aveva già preparato i suoi strumenti di tortura. Prima di farla distendere, Corinne le mise in bocca un fazzoletto pulito. Io la tenevo per le mani, Corinne per i piedi. Il chirurgo alzò di quel tanto necessario la camicia della ragazza. Impugnò il bisturi e…Io chiusi gli occhi. Sentii Jenny gemere profondamente nonostante il bavaglio; rafforzai la stretta perché il suo corpo si agitava maledettamente. Non so quanto durasse l’operazione: mi sembrò un’eternità. Quando riaprii gli occhi, sul culo di Jenny era posata una benda già intrisa di sangue ed altro liquido rosso macchiava abbondantemente il lenzuolo, sul tavolo. Dal camino, aiutandosi con uno straccio, il medico tirò fuori uno strumento chirurgico, dalla lama piatta ormai incandescente. Tolse la benda, e lo accostò alla ferita. Tornai a serrare gli occhi. L’urlo soffocato di Jenny, lo sfrigolio, la puzza di carne bruciata mi sconvolsero lo stomaco. La ragazza era svenuta: meglio così, sentenziò il chirurgo. Utilizzando un lenzuolo pulito, lui ed io la portammo di sopra, e la deponemmo nel letto. Scappai a vomitare! Ci volle circa un mese, prima che Jennifer si rimettesse. Adesso, sta bene ed evacua pure meglio!
Racconti di sculacciata: Era necessario
8 Maggio 2009Da Callimaco, un bel racconto di sculacciate. Buona lettura.
ATTO PRIMO : CASTIGO SENZA AMORE
Era necessario, anzi era “ proprio necessario”, le aveva detto l’uomo, informandola che l’avrebbe frustata per il suo ritardo, l’ennesimo, e per aver dimenticato di pagare due bollette che erano scadute.
A lei sembrava troppo, ma non aveva replicato, di fronte al tono deciso ed insieme freddo di lui.
Le aveva ordinato di denudare la schiena, e di sedersi su di una sedia in salotto, il viso di fronte allo schienale stretto dalle sue braccia.
La donna aveva sfilato la maglia bianca, tolto il reggiseno e si era seduta nella posizione richiesta : la schiena morbida, le spalle dolci erano perfettamente erette, s’intravedeva il seno prosperoso, si sentiva il suo sudore nella stanza, l’odore della giornata ma anche della tensione e della paura.
Venticinque colpi, aveva annunciato l’uomo, prendendo da un armadio una frusta di media lunghezza, senza nodi ma abbastanza pesante.
Una breve attesa, poi un sibilo, uno schiocco, ed una striscia rossa che si era accesa sulle spalle : a seguire, in rapida successione, gli altri colpi avevano rigato con metodo il dorso, i fianchi, le spalle, le reni.
Le sferzate erano molto dolorose, ma la donna, pur contorcendosi ad ogni colpo, non aveva mai gridato: qualche sussulto, qualche gemito solo alla fine.
Nessuna lacrima: soltanto, ora, il suo odore era divenuto più intenso, il volto rosso, congestionato.
Riponendo la frusta, l’uomo le aveva ordinato di alzarsi e rivestirsi, aggiungendo, duro e senza amore “ Hai avuto la tua lezione, era proprio necessario dartela”.
Tuttavia, rivestendosi, in un lago di dolore che si era allargato a contatto con la maglia di nuovo sulla pelle, lei aveva pensato che no, non era necessario,e a quel pensiero la sua sofferenza era esplosa in un urlo rattenuto, in un lamento silenzioso.
ATTO SECONDO : IN CASTIGO PER AMORE
Lei era stanca, molto stanca, al termine di una giornata di lavoro molto impegnativa.
Lei aveva voglia di farsi una doccia e rilassarsi, prima del suo arrivo, desiderava regalarsi quel tempo che le fatiche del vivere quotidiano spesso le negavano.
Si era dunque chiesta se fosse necessario, quando il cellulare aveva annunziato un messaggino di lui, che ordinava “ Per obbedienza, trenta minuti in ginocchio a braccia alzate.”
Non chiedeva la web cam, come in altre occasioni, quindi avrebbe potuto disobbedire, eludere, alleggerire; e si sentiva davvero provata, incolpevole, peraltro, di qualsivoglia mancanza ed immeritevole di ogni castigo.
Rimase un poco a riflettere, poi si disse che lo amava, e che era necessario fare ciò che lui aveva ordinato.
Ricacciò indietro la malavoglia, superò l’esitazione e si preparò al castigo,denudandosi fino alla vita, inginocchiandosi sul pavimento freddo ed alzando le braccia.
E la convinzione della necessità di compiere ciò che stava agendo la accompagnò pur nella durezza della prova, lunga e faticosa, sopportando il dolore dei muscoli, la tensione della pelle, la molestia della posizione.
Alla fine si rialzò, dolorante ma serena.
Era necessario, per sé stessa, per lui, per l’amore ed il rispetto che gli portava.
ATTO TERZO
Lei si sentiva a disagio, in quel periodo: tesa, rancorosa, stressata dalla sua pur brillante pratica professionale, aggressiva verso i collaboratori.
Brillante professionista,donna attraente, nessuno le teneva, normalmente, testa: e quando quel giorno, dopo l’ennesimo scatto, un anziano collega le aveva detto che probabilmente aveva bisogno d’imparare, ancor prima dell’educazione, la disciplina e l’autocontrollo, era rimasta male, e parecchio.
E quando l’uomo aveva aggiunto che una buona punizione le avrebbe fatto bene, non aveva replicato, ed era rimasta pensierosa a lungo.
Conosceva, come tutti, l’esistenza in città della “ Casa delle Punizioni “, luogo di pena e dolore di mogli e ragazze ribelli, ma anche rifugio di chi cercava, per se, attraverso il castigo corporale, una disciplina mai appresa.
La decisione di recarvisi fu immediata, quasi un moto dell’animo, e quando l’ accolsero, narrò veloce del suo problema e attese una risposta, senza apparente timore.
L’uomo che l’aveva ricevuta le disse, secco, che ci sarebbe voluto tempo e lavoro su di sé, ma che ora serviva, per iniziare, un segnale forte, quasi uno shock.
“ Due dozzine di colpi di verga sulle mani”, aveva sentenziato.
Lei s’era azzittita, perplessa, ora tesa, poi aveva chiesto tempo per riflettere, ma l’uomo le aveva detto di accettare la sua decisione, oppure d’andarsene.
Era necessario, s’era chiesta la giovane donna?
Tuttavia, aveva steso le mani, e non le aveva mosse quando l’uomo aveva alzato la verga di legno, e nemmeno quando i colpi, invero parecchi, avevano fatto dolorare mani, dita, braccia, di un dolore sordo, intenso, mai provato.
Neppure aveva detto nulla quando l’uomo l’aveva congedata, invitandola a riflettere sull’accaduto ed a ritornare dopo qualche giorno.
Era uscita, e per tutto il tempo che le mani doloranti avevano accompagnato il suo pensare, s’era chiesta “ Era necessario?”.
Non aveva trovato, nell’immediato, risposta.
Sarebbe ritornata?
Racconti: Dell’Amore e del Dolore
15 Aprile 2009Oggi pubblichiamo un racconto del nostro amico Callimaco, che più di una volta ci ha deliziato con i suoi racconti.
Buona lettura a tutti e grazie a Callimaco!
La donna stava accoccolata sul divano, dolce, morbida, bella, mentre imbruniva, ed il chiaroscuro della stanza valorizzava la sua pelle bianca, le sue gambe nude appena velate da una piccola gonna leggera, nel contrasto con il nero della camicetta che le fasciava il seno formoso, segnandole insieme la vita snella.
Accoccolata e morbida, baciata da un desiderio inappagato d’amore e di dolore, di carezze e di castigo : così ristava, attendendolo.
Poco dopo l’uomo era entrato,ed aveva letto il desiderio nel suo sguardo, nell’ardore del bacio che lei gli aveva donato, pur senza muoversi dal divano, nel profumo intenso che emanava, di donna calda ed invitante.
Aveva compreso, pur nel silenzio, ed in silenzio erano iniziate le carezze, lente, costanti, intense: prima sfiorando leggermente la pelle, poi accentuando la pressione, stimolando i seni, pur senza denudarli, infine con un tocco lungo, penetrante sulle gambe tutte, che aveva scaldato le cosce, inquietato la femminilità, agitato nell’intimo la donna desiderante.
Era andato avanti così a lungo, carezzando senza appagare, eccitando senza donarsi od accogliere, quasi punendo nella tenerezza : la donna si sentiva quasi sfinita, avrebbe voluto il castigo, e poi sentire l’amore dentro di sé, accoglierlo punita e dargli amore. Ma taceva, non chiedeva, non pretendeva, parlava con gli sguardi, con i lievi sussulti della pelle, con il profumo sempre più intenso.
Sperava nella sua frusta, ma non la chiedeva, unendosi in lei sottomissione e fierezza : lui lo sapeva, ma sottomissione voleva, e richiesta umile che domasse quella fierezza che pure lo aveva stregato, ma che, riteneva, dovesse trovare disciplina e limiti.
La frusta era appesa al chiodo, in anticamera : di media lunghezza, non larga, ma con il cuoio lavorato di uno spessore notevole, con un nodino finale che poteva renderla temibile: l’uomo andò a prenderla, e sfiorò a lungo la donna con la sferza sulle spalle, sul dorso, sul petto, poi in modo insistente ed intrigante sulle gambe, sostando sulle cosce, colpendo lievemente i polpacci, baciando i piedi, ma non mordendo.
La carezza del cuoio le sembrò interminabile, affiancata da carezze più intense, più intime dell’uomo, ma sempre senza andare oltre : se voleva dolore e piacere, avrebbe dovuto invocarlo, rendendosi protagonista della sottomissione.
Così pensava l’uomo, mentre lei sentiva salire il desiderio, la voglia ed il timore : ormai illanguidita, vicina a cedere ma ancora fiera e silenziosa, anche se i capezzoli turgidi, la femminilità calda ed umida, la camicetta ormai cerchiata di sudore nelle ascelle che recavano aromi freschi ed intensi, dicevano quello che lei taceva.
Una lunga pausa, poi la donna si alzò, piegò il capo, s’inginocchiò e con tono lieve, quasi trasognato disse “ Ti prego, dammi la frusta, regalami i colpi del tuo amore,donami il dolore della carne e l’esplosione dei sensi”.
Ciò detto, si rialzò, s’inchinò aggraziata , sfilò la gonna, fece scivolare le mutandine e, ad un cenno di lui, s’accoccolò nuovamente sul divano, girata su di un fianco.
E fu piacere e dolore : primi colpi leggeri, poi il cuoio strisciò le cosce con sempre più forza, amante caldo e crudele finchè, ad una sferzata più forte, la donna si girò sul divano, esponendosi tutta alle frustate.
La frusta aveva punito con lentezza, il cuoio l’aveva carezzata con lieve sfioramento, dal collo, ai fianchi, alla vita, ai piedi,per esplodere poi in un bacio appassionato che l’aveva segnata e fatta contorcere, che l’aveva eccitata con i sibili dello strumento, nell’attesa del colpo, e straziata con gli schiocchi, strappandole lamenti e gemiti quando aveva infierito a lungo sulle terga, emozionandola infine in un abisso di dolore quando s’era insinuato nel solco delle natiche, aveva castigato in modo crudele le cosce, segnando con un morso difficile da dimenticare i polpacci.
Poi l’uomo s’era fermato, e la donna, rialzandosi l’aveva ringraziato, ancora chiedendo “ Ti prego, baciami la nuda pelle della schiena , regala l’amore del cuoio ai seni dolci..”, con una supplica che gli era sembrata più sfrontata che umile.
Ad un suo cenno lei aveva tolto la camicetta : senza che lui parlasse, con un’intesa tuttavia profonda, era rimasta in piedi, ferma sotto gli schiocchi della frusta sulle spalle dolci, sulle scapole magre, sui fianchi attraenti. Pochi colpi, ma molto duri, conclusi da un bacio svelto e rapace del cuoio sui capezzoli, che l’aveva fatta urlare e torcersi dal dolore, ma anche esplodere nell’eccitazione.
L’uomo aveva appoggiato la frusta, l’aveva guardata: nuda, stupenda, ansante, calda, rigata dalle spalle ai polpacci, ricca di un odore intenso, forte tanto da rapire i sensi e la mente, trascinata da una passione che lo chiamava.
E si diedero amore, nel dolore e nella bellezza.
La punizione di Ludmilla
8 Gennaio 2009Bob Knees non ha bisogno di presentazioni per i lettori del blog Perversionis. Ecco a voi il suo nuovo racconto.
“Ludmilla, hai compiuto 50 anni un paio di mesi fa. Che cosa ti è saltato in mente di comportarti come una ragazzina?
Almeno, hai valutato le conseguenze del tuo gesto oppure hai agito d’impulso? Io credo di esser sempre stato un buon padrone: comprensivo, fin troppo qualche volta. Ti ho sempre voluto bene; perciò, mi dispiace che tu ti sia ridotta a questo!”
La sua faccia piatta, ancora cosparsa di efelidi, mi guarda fissa, il labbro le trema leggermente; prende fiato, prima di parlare: “E’ vero, siete sempre stato buono. Non so cosa mi è preso quando ho visto quegli orecchini, che avete regalato a vostra moglie. Erano così belli, così splendenti…li volevo per me! Volevo indossarli anch’io…per un momento, volevo sentirmi una signora anch’io. Perciò li ho presi: ma non li volevo rubare! Li avrei restituiti: lo giuro!”
Quasi piange, nella sua difesa. Poi continua: “ Voi, signore, avete stabilito delle regole, regole giuste dico io! E’ giusto che mi puniate. Lo accetto. Che devo fare?”
“Spogliati” le dico, mentre vado a prendere il bastone.
Si toglie la giacchetta, ed il suo labbro trema sempre di più. Prova vergogna a denudarsi davanti a me, sebbene sia al mio servizio da più di trent’anni. Esita alquanto a levarsi la gonna. E’ rimasta in camicia, una camicia di cotone bianca che le arriva poco sotto le ginocchia. Con un gran sospiro, se la sfila dalla testa. E’ nuda, tranne le calze bianche ai polpacci. Con le mani, tenta di coprirsi il seno e il ventre; sta così per un po’, quindi abbandona le braccia lungo i fianchi. Il suo corpo è quello di una donna ormai anziana: i seni, massicci, sono penduli e divaricati, lo stomaco prominente così come il ventre, solcato da smagliature evidenti, mentre sulle cosce si notano le vene bluastre.
Aspetta, aspetta semplicemente che io le dica cosa deve fare. E’ la prima volta, per lei. Evito di far sibilare il bastone nell’aria: è di legno duro, ma non nodoso –inutile essere crudeli-, lungo poco più del mio braccio teso.
“Piegati sul letto, il busto sul materazzo, il posteriore in alto, gambe divaricate e ginocchia ben tese” le ordino.
Sospira profondamente, prima di farlo. Il suo sedere, grasso, è ben in alto e fra le cosce risalta la vagina. L’ano si contrae per la paura. La colpisco, secco e forte. Emette un gemito e manda di qua e di là il culo. “Cerca di sopportare, te ne dovrò dare trenta, lo sai!” Seguito a percuotere quelle chiappe prima pallide. Ludmilla ha voltato la testa verso di me, ogni volta che mi vede alzare il braccio, serra gli occhi ed i denti. La sua pelle non è affatto elastica: il legno sembra affondare dentro l’adipe. Passo alle cosce, ma colpisco più forte. “Pietà, padrone, fermatevi per un attimo: mi fa troppo male!” mi implora fra le lagrime. Aspetto che cessi il tremito che la scuote tutta. Poi, riprendo: al colmo delle chiappe già segnate da solchi. Urla, ma leggermente: più un sibilo che un grido vero e proprio. Oramai, è tutta rossa, ma i segni delle vergate tendono al blu intenso. Li deve aver contati mentalmente, perché dopo il trentesimo colpo si mette in posizione eretta, la mani corrono a massaggiare il posteriore incandescente.
Mi piange il cuore nel dirglielo, ma se non lo facessi la mia autorità verrebbe meno. Lei mi ascolta ed impallidisce. I suoi occhi seguono la mia mano mentre essa depone il bastone e prende la cinghia, quella pesante. “Rimettiti come stavi prima. Questa fa assai più male del bastone. Ma è necessario che io la faccia” Annuisce senza parlare: adesso appoggia il ventre al materasso. Tende i muscoli, in attesa. Non allargo troppo il braccio, ma l’effetto è comunque devastante. Il cuoio abbassa la carne già infuocata e vi imprime la propria orma. Quando si è spenta l’eco della cinghiata, odo lo stridere dei denti di Ludmilla. Strano, lei non trema più. Dopo la terza cinghiata, mi fermo per darle il tempo di tirare il fiato. Lei crede sia finita ed appoggia i palmi delle mani sul letto per tirarsi su. Appena sente il sibilo della cinghia, si ributta sul materasso. Stavolta è stato molto forte, il colpo: la cinghia ha scavato in profondità. E lo fa per altre tre volte. Ludmilla, ora, aspetta che sia io a dirle di alzarsi. Ricorda quando, di fronte a tutta la servitù, venne punita Algèria che aveva rubato una misura di latte. “Alzati e voltati” le dico. Tende da sola le mani, senza che io aggiunga nulla. La cinghia le arrossa i palmi protesi. Dopo, lei ci soffia sopra, incurante ormai della propria nudità.
“Rivestiti” le ordino. Le mani doloranti hanno una qualche difficoltà ad afferrare la camicia per reinfilarsela ed io non posso aiutarla.
