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Gara tra donne

6 novembre 2008

Federica ha diciotto anni, è magra, bella. Tiene gli occhi sempre aperti, verdi, sottili e le lunghe mani da pianista con la sigaretta accesa. Studia all’accademia di belle arti e si veste alla moda. Ha piccoli i seni e scavato il ventre con le ossa del bacino che sporgono. I capelli neri cortissimi, il volto affilato, le natiche possenti, come quelle di un’adolescente che deve ancora svilupparsi del tutto. Oggi è contenta perché inizia un gioco e si è messa la sua salopette migliore, con le superga e una maglietta bianca attillata. Sorride, fuma e beve da un calice colmo di vino bianco mentre aspetta la sua amica, seduta ai tavoli di un bar del centro di Milano. Clara invece arriva in ritardo. È inglese, ma rassomiglia a una donna del sud. Nei suoi trent’anni ci stanno grossi seni dalla pelle scura, lughi capelli ricci, un viso ovale fatto apposta per i grandi occhi scuri. Ha una gonna bianca, corta, che le fascia il culo e una giacca di uguale colore. È con lei che Federica deve misurarsi. Non si sa bene chi abbia organizzato la gara e come sia stato possibile. Le due ragazze si conosco, Clara desidera la giovane artista da molto tempo, ma non si sono quasi mai sfiorate. Ricordano entrambe un bacio profondo, in una sera in cui erano sole per motivi diversi. Ma niente di più. E adesso si salutano piano, col sorriso complice degli amanti, mentre una decina di amici le stanno aspettando. Salgono sull’auto di Clara che guida piano verso la grande casa che le aspetta. Ci sono cartelli di benvenuto sulle scale, un festone d’argento sulla porta e un sacco di mani da accarezzare appena varcata la soglia. Gli amici le accolgono calorosi con appena un punta di imbarazzo sul mento. Sono tutti giovani tranne uno, che è il padrone di casa nonché il vero Demiurgo dell’incontro. Sulla tavola ci sono vini e piatti freddi, perché il luglio è caldo e l’ospitalità un’arte. Mangiano, bevono, scherzano. Parlano della gara che sta per avere inizio. I seni di Clara sono una meraviglia sotto la giacca bianca e fantastica è la curva dei fianchi che la salopette di Federica lascia ampiamente studiare. Finalmente il vecchio si alza e dichiara aperto il confronto. – Le regole le conoscete. – dice – Ognuna di voi, a turno, sceglierà un settore e darà prova delle sue capacità. All’altra spetta o di imitarla o di alzare la posta a suo piacimento. Vince quella delle due che non avrà ancora detto basta quando l’altra si sarà arresa. – Tocca a Clara iniziare. Ed è smaliziata Clara, ha trent’anni e sa dove andare a colpire. – Avrei bisogno di sapere se qualcuno di voi sente il bisogno di orinare. – Due mani si alzano adagio. – Bene. Potreste farlo qui sul pavimento per favore? – E i due di prima si alzano dalle sedie, slacciano i pantaloni e formano con il loro piscio un pozza sul legno del pavimento. A quel punto Clara si solleva la gonna per potersi inginocchiare. Sorride all’amica, mostra lo splendido culo appena interrotto dalla riga sottile di stoffa di un tanga bianco latte e, appoggiandosi con le mani a terra, inizia a leccare come un gatto l’urina per terra. Muove la lingua molto lentamente e la striscia con apparente volutta sul pavimento, raccogliendo ogni volta qualche sorso di liquido giallo, caldo. Federica la guarda esterrefatta, ma non fa parola. I ragazzi paiono divertirsi a quell’umiliazione volontaria. Lo spettacolo dura un paio di minuti e fra la scena e le natiche esposte generosamente, qualche rigonfiamento ingombra i pantaloni dei presenti. Infine, aciugato tutto, Clara si alza, si riassetta la gonna e si siede accanto al vecchio, sicura di aver piazzato un bel colpo, tanto per iniziare. – Bene – pensa Federica in piedi in mezzo alla stanza – ma non è necessario che lo faccia anch’io. Basta che scelga di rilancare. Clara pensa di avermi già battuto, ma si sbaglia: io posso fare di meglio. – E mentre pensa questo Federica slaccia le due bretelle della salopette e si arrotola la maglietta. Si contano le costole sul suo torace e i piccoli seni sembrano piante grasse nel deserto. Federica porta un anello d’oro al labbro inferiore. Se lo toglie e apre la chiusura che da una parte termina con una punta aguzza. Dalla tasca tira fuori un accendino e brucia la punta dell’anello per sterilizzarlo. Poi, sempre in silenzio, afferra il capezzolo destro con due dita della mano sinistra e, lentamente, lo perfora passandolo da parte a parte con l’anellino. Terminato il piercing solo una stilla di sudore segna il volto di Federica che si volta trionfante verso Clara e la guarda con aria di sfida. Intorno alle due donne tutti tacciono.
Adesso è Clara a guardarsi intorno, alla ricerca di un’idea vincente. Non ha nessuna intenzioni di forarsi un capezzolo, le fa impressione. Ma questo significa che se vuole proseguire la gara deve inventarsi qualcosa e rilanciare. Le pareti bianche ruvide le danno l’idea. Si toglie giaccia e reggiseno e due grandi seni pieni e fermi fanno irruzione sulla scena. Clara si avvicina alla parete e sfiora con la mano le punte della calce rustica che le ricopre. Poi piega leggermente la testa all’indietro e si appoggia coi seni al rustico. Trattiene per un attimo il respiro e quindi comincia a strusciarli violentemente contro il muro. La pelle si graffia e quando un capezzolo viene strappato da una sporgenza più acuta delle altre Clara manda un piccolo gemito, ma si stringe ancora di più al muro, come volesse farci l’amore e continua a infliggersi quel supplizio. Due ragazzi si stanno masturbando lentamente e un terzo bacia voluttuosamente la bocca di Federica. Clara a terminato il suo numero e si accosta a Federica per mostrarle il meraviglioso seno graffiato in ogni centimetro. Come a dire: “E adesso?”. Ma Federica la coglie di sorpresa. – Non credo si sia fatta nulla, non è doloroso affatto, qualche graffietto. A norma di regolamento chiedo che si voti per impostura. Clara non ha fatto niente di simile al mio piercing e non ha neppure rilanciato, quindi ha perso la gara e, se vuole continuare, deve accettare una penitenza. Voglio frustarle i seni, così sentire male davvero. – Tutto d’un fiato dice questo Federica e gli uomini intorno sorridono. L’esibizione di Clara è stata dolorosa davvero, ma nessuno riesce a rinunciare la piacere di vedere quei seni colpiti dalla frusta e così, compatti, votano contro di lei. Clara è costretta suo malgrado a sedersi con le braccia strette dietro lo schienale. Il suo busto urta contro il cielo, ma non fa in tempo. Federica ha afferrato un manico di cuio dal quale partono tre strisce più sottili, irte di nodi e ha colpito, forte quanto le riesce, il seno di Clara. Contrae la bocca la splendida donna, ma non si muove e non grida. Altri membri sono usciti dai pantaloni e sono in tanti ad accarezzarseli adagio. Federica colpisce ancora e sempre più forte, una volta poi di nuovo quasi senza intervallo. E adesso Clara grida perché il dolore l’ha presa. Ma non si muove e non si copre con le mani. Federica è esasperata e frusta l’amica oramai senza pausa. Davvero pensava di averla vinta, però riesce a ottenere solo le sue urla disperate e strisce rosse e blu sui possenti seni. Alla fine si arrende e cessa la tortura. Clara ansima forte e due lacrime di dolore le rigano il volto, ma sorride ugualmente, perché adesso tocca a lei. – Ho sopportato la prova, quindi adesso tocca a me chiedere l’autorizzazione di colpire la mia sfidante come meglio credo! – E nessuno trova niente da ridire. – Legatela però, perché non credo che riuscirà a star ferma solo con la forza della volontà. – Qualcosa s’è mosso dentro Clara sotto i colpi di frusta ricevuti, dall’espressione del volto si vede e i presenti se ne accorgono. Federica viene legata stretta a un tavolo alto di legno, le gambe magre spalancate e imprigionate a terra, il volto libero, sporgente dall’altra parte. Cinque ragazzi si mettono in fila, nudi dalla cintola in giù, di fronte alla bocca della ragazzina e Clara prende posto all’altra estremità. Ha in mano una specie di canna flessibile, lunga circa un metro, alla cui estremità è fissata una grossa spazzola di quelle che servono a strigliare i cavalli. Il sesso di Federica sporge spudoratamente dai glutei e dalle cosce magre. Clara la bacia, accarezza la peluria, infila la lignua nel buchetto dell’ano e poi, con un gesto, indica al primo ragazzo della fila la bocca socchiusa di Federica. – Dovrai farli godere tutti e cinque. Allora smetterò di colpirti. Solo allora. – Con una mano Federica afferra il membro che ha di fronte agli occhi e con l’altra accarezza i coglioni del ragazzo. Appena prende il cazzo in bocca Clara sferra il primo attacco. Usa il manico della canna e colpisce Federica sulle cosce; fa male, la ragazzina ha un sobbalzo, ma non molla la presa, è sopportabile. Cerca di far venire il ragazzo, si sforza di ricevere tutto il cazzo in bocca, fino alla radice e intanto con l’altra mano accarezza i testicoli, sfiora l’interno delle cosce, penetra per un istante l’ano del giovane. Sta giusto pensando che le piace quando arriva il secondo colpo, un poco più forte e un poco più diretto. Una striscia rossa le segna le natiche. Un altro colpo, un’altra riga rossa, sicura, diritta. Federica masturba furiosamente il ragazzo. Ha in bocca il suo cazzo fino alla gola e si muove più velocemente possibile. E poi sente un fiotto caldo mozzarle il respiro e riempirle la bocca. Dimentica del colpo che intanto arriva lo assapora per un attimo e poi spalanca le labbra per dimostrare il suo trionfo. Ma già un altro è pronto e Federica scopre il glande tirando la pelle e se lo infila subito tra le labbra. Ma adesso Clara ha impugnato la frusta per la parte giusta, ed è la spazzola di setole dure come chiodi a minacciare la ragazzina. Clara aspetta di vedere Federica riprendere a pieno la sua attività e quindi colpisce, a mezza forza, direttamente il sesso dell’amica. Un grido spezza l’aria e la schiena si Federica si inarca, mollando la presa. E subiro un’altra frustata pianta i denti della spazzola sulle grandi labbra di Federica che urla ancora senza aver neanche il tempo di respirare. Il ragazzo si diverte, evidentemente, perché afferra con le mani la testa di Federica in modo da costringerla a riprendere in bocca il suo cazzo. Ma non è astuto l’uomo e si muove, come la scopasse in bocca, e così facendo facilità il compito a Federica che riesce a farsi riempire la bocca di sperma per la seconda volta prima che arrivi un nuovo colpo a straziarle il sesso. Ma la nuova tortura arriva senza che lei abbia in bocca nulla. A Federica sembra che ci siano cento persone, non una, a colpirle con chiodi la figa. Cerca di alzare le mani per proteggersi, ma di nuovo il terzo ragazzo le mostra il membro eretto e gonfio e lei deve succhiarlo. Clara vuole castigarla per aver provato a proteggersi e, presa in mano la spazzola, gliela ficca direttamente sul sesso, premendo il più forte possibile. Il dolore è atroce. Oramai Federica grida e succhia cazzi senza soluzione di continuità. Ma Clara vuole di più, vuole vincere la gara. Slega la spazzola dalla canna e torna a premerla di colpo contro il sesso di Federica. Le strazia le labbra, alcuni aghi penetrano nella carne della vagina. E Federica urla disperata mollando di nuovo la presa. E il ragazzo, esasperato da queste interruzioni, le mostra la sigaretta che tiene in mano. – La prossima volta te la spengo sulla schiena! – E poi più adagio – Fa parte del regolamento, lo sai. – Federica riprende il pompino. Clara invece sorride perché è sicura di avere la vittoria in pugno. Questa volta prende lo slancio e con l’altra mano allarga il sesso di Federica. Il colpo schizza fulmineo ed è terrificante. La ragazzina grida ancora e ancora, ma è legata non può muoversi. E una sigaretta, come promesso, trova pace tormentandole la schiena lucida di sudore. Federica, a occhi chiusi cerca il cazzo da succhiare e lo riprende in bocca. Questa volta pero Clara non ha sollevato la spazzola, ma con entrambe le mani la preme sul sesso della giovane quasi volesse penetrarla con quella. E in più la muove a destra e a sinistra, in alto e in basso. Federica sente solo il male. Ha la bocca piena di dolore, grida e un cazzo umido. Lo prende fino alle palle e succhia disperatamente. Ma la spazzola le fruga le carni. Ha i brividi. E non si accorge della sborrata che le cola dalla bocca. Con la bocca che sbava sperma e saliva rantola e soffre mentre Clara, impietosa, le cerca il clitoride per farle, se possibile, ancora più male. Una graffiata ben assestata di Clara le spalanca la bocca in un urlo che è interrotto solo dal quarto membro eretto che cerca il piacere nelle sue labbra. Federica però inizia a sentire qualcosa che si fa strada nell’animale feroce che le sta torturando il sesso. È un sottile piacere che sembra così astuto da strisciare tra le pieghe del dolore e farsi strada. Infatti è bagnata tra le gambe e il suo piccolo clitoride si erge come chiamasse a gran voce i denti della spazzola a colpirlo. Con un filo di voce Federica si volta verso Clara e sussurra: fottimi! Clara la accontenta. È eccitata dallo strazio della ragazzina e vuole godere. La slega e Federica si accascia per terra. Il ragazzo torna a piantarle in bocca il cazzo e Clara prende dalla sua solita borsa un lungo tubo di plastica con le due estremità arrotondate. Il ragazzo solleva leggermente le reni prima di venire, schizzando ancora il volto di Federica, che adesso ha gli occhi che ridono. E l’ultimo candidato si avvicina col cazzo eretto. E Federica solleva il capo per raggiungerlo. Lo prende con le mani e lo masturba dolcemente. Poi lo lecca dall’alto in basso e finalmente se lo introduce tutto in bocca. E mugola di piacere. Clara l’ha penetrata e ha iniziato a muovere il fallico tubo mentre con la lingua le succhia gli umori dal giovane sesso. Le mani di Federica giocano con bel culo muscoloso del ragazzo al quale sta facendo un pompino. Si passa le dita sul volto schizzato dal seme di molti ragazzi e poi ne infila una nell’ano di quello che la sta scopando in bocca. Ogni volta lui ha una piccola sorpresa e risponde spingendo a fondo il membro nella bocca di lei, fino quasi a soffocarla. Le piace e le piace anche molto quello che le sta facendo Clara. Ha dimenticato la gara, la sfida e tutto il male che ha sentito. Qualche fremito già le risale dal ventre alla testa e non è lontano da un orgasmo che si annuncia ampio e profondo come pochi. – Forse sono stati i colpi – pensa Federica – a rendere più sensibili e miei organi del piacere. – Ma Clara invece non è affatto distratta. Strizza un occhio al ragazzo e questi le risponde con un cenno. E poi prende dalla sua eterna borsa delle meraviglie un piccolo apparecchietto che sembra una trappola per topi in miniatura. Solo che il ferretto metallico che dovrebbe bloccare il roditore non è liscio ma seghettato. Federica sta per godere, le si spalanca la figa e l’ano le si contrae per poi rilasciarsi. Si gode il cazzo gonfio che ha in bocca e mugola soddisfatta. Sente uno scatto fulmineo di molla, ma non ci fa caso. Per un attimo almeno, quello necessario a Clara per riaprire la molla dopo averla provata. Quasi simultaneamente il ragazzo si appoggia con tutto il peso sui polsi di Federica, che serra al suolo, e Clara solleva la bocca dal clitoride della ragazzina e lo schiaccia tra i cento dentini della molla che fa scattare. L’urlo che ne deriva non è umano, esattamente come il dolore che la spacca in due, in mille rivoli rossi infuocati. Federica sobbalza ma è bloccata a terra. Sente un dolore così forte che non riesce nemmeno a crederci. Non può essere lei quella che sta per svenire dal male. Clara si solleva e contempla la sua opera: la ragazzina magra, sporca di sperma, inchiodata al suolo con un cazzo che le va avanti e indietro nella bocca e una minuscola trappola per topi conficcata nella figa che le strappa tanto dolore quanto è possibile. I sobbalzi di Federica eccitano il ragazzo che muove il cazzo nella sua bocca come un mestolo nella polenta. E i grido senza fine affascina tutti. Una parte lontanissima di Federica, che di per lei è un unico blocco di acuto dolore, sente un ennesimo fiotto caldo inondarle la gola e il viso. Dopo un tempo che le è sembrato eterno il ragazzo è venuto e soddisfatto l’ha lascita libera. A fatica Federica cerca di controllare gli spasmi quel tanto necessario a togliersi il morso di fra le gambe. Nessuno l’aiuta. La gara può anche essere crudele. E la lasciano a rantolare nuda per terra, tra schizzi di sperma e saliva. S’è tolta quella bestiola feroce dal corpo Federica, non riesce a chiudere la bocca né a respirare con calma. Ma già medita vendetta.

Addestramento di due schiave

3 novembre 2008

Interessante galleria sull’addestramento di due schiave: ecco il link per il download del filmato. Da The Training of O.
Schiava
Schiave frustate
Schiave
Schiave umiliate
Schiava sodomizzata

Umiliazione pubblica: Public Disgrace

29 ottobre 2008

Come facevo sempre sul blog di sculacciate, anche su Perversionis, il blog di tutte le perversioni, inizio a proporvi siti interessanti. Oggi inizio con Public Disgrace, sito dedicato al tema dell’umiliazione pubblica. Ragazze appriscenti sono alle prese con uno o più ragazzotti che si occupano di darle (in pubblico) una sonora lezioncina, che però alla vittima non sembra affatto dispiacere.
Visto che ci sono, vi lascio con una sequenza di foto tratte dal sito…se ne volete altre andate sul sito (cliccando qui) c’è parecchio materiale gratuito.
Umiliata in pubblico
Umiliazione pubblica
Umiliazione pubblica
Umiliazione pubblica

Servire un padrone e una padrona

27 ottobre 2008

Servire due padroni: anzi meglio, un padrone e una padrona.
Schiava
Alle prese con il padrone…

Schiava padrona
E con la crudele e perversa padrona…
Se volete vedere come va a finire, andate a scaricare gratuitamente il filmato completo da qui.

Sex and Submission

19 ottobre 2008

Oggi vi presento uno dei siti di sculacciate che preferisco: Sex and Submission

Il sito offre alle belle protagoniste dei suoi filmati “piacevoli” avventure con uomini dominanti. Prima le prendono sul culetto (e non solo) e poi soddisfano le voglie del loro punitore…Sicuramente consigliato per chi, oltre a vedere delle sane sculacciate, vuole gustarsi anche qualche scenetta eccitante.

Roberta ricattata, parte 19

4 ottobre 2008
Il Morini guardo’ il risultato, e sorrise soddisfatto. – Ho il sospetto che suo padre abbia un’erezione, – disse a Roberta. – Forse, torturare la vagina di sua figlia non gli sembra poi cosi’ orribile. Vorrebbe controllare, signorina?
- C… come, professore? – mormoro’ lei fra le lacrime.
- Puo’ piegarsi e tastarlo con la vagina, strusciandocela sopra, – rispose il Morini. – E ci dica se lo sente duro.
Roberta inizio’ a chinarsi, accettando l’umiliazione di quel terribile gesto. Piegando le ginocchia, scese con le natiche fino ad appoggiare la vagina aperta sulla patta di Sergio. Quindi, prese a muovere lentamente il bacino. Grossi lacrimoni le rigavano le guance, e addirittura erano giunti a bagnare il pavimento. Roberta senti’ il membro di suo padre che rispondeva a quel trattamento osceno, tendendo la stoffa dei pantaloni dell’uomo. Il gonfiore dell’uomo fini’ per scivolare per diversi centimetri nel buco spalancato della figlia. – Allora, lo sente? – disse il Morini a Roberta. – S…. si, professor Morini, – mormoro’ la ragazza, la voce rotta dai singhiozzi. – E’… duro, professor Morini.
- Ci si sieda sopra, – ordino’ quindi il Morini. Roberta obbedi’, sedendosi sulle ginocchia del padre, la vagina aperta a contatto con la patta dell’uomo. Il Morini fece un cenno ai due scagnozzi del Marchi, che si avvicinarono. Mentre il professore rimuoveva il cordino di cuoio legato attorno ai seni di Roberta, i due presero i polsi della ragazza, la forzarono a unirli dietro la nuca del padre, e li legarono con uno spago. In questo modo, padre e figlia finivano per essere praticamente guancia a guancia, e i seni di Roberta sporgevano verso l’esterno, lividi e gonfi.
- Un bel quadretto famigliare, – disse il Morini, – ma si puo’ fare di meglio. – Si avvicino’ a Roberta, e le prese i capezzoli, prima delicatamente, poi stropicciandoli fra le dita. – Potete fare qualcosa per queste, – chiese agli scagnozzi del Marchi, – ora che abbiamo spostato il cartello? – - Certo, – rispose uno dei due, cavando di tasca una corda e dando uno sguardo d’intesa all’altro, che lo imito’, estraendo anche lui una corda dalla tasca della giacca. I due uomini si avvicinarono a Roberta, minacciosi, fissandoli negli occhi. La ragazza, ormai abituata a compiacere i propri aguzzini, ricambio’ il loro sguardo suo malgrado, fissandoli attraverso le lacrime mentre loro le afferravano i seni. Ciascuno degli uomini fece un cappio con la propria corda, e la lego’ a uno dei seni di Roberta, prima strizzandoli alla base, e poi aggiungendo diversi giri di corda intorno alla morbida carne delle mammelle della ragazza. Quando furono soddisfatti, i due si allontanarono di qualche passo, uno a sinistra e uno a destra, e cominciarono a tirare i seni di Roberta.
- Lei capira’, signor Bianchi, – disse quindi il Morini a Sergio, con tono di simulata compassione, – che punire una studentessa attraente come sua figlia non puo’ non risvegliare qualche appetito. Cercheremo di limitarci alla bocca di Roberta, se per lei va bene.
Sergio guardo’ il professore. Anche i suoi occhi erano umidi di lacrime, benche’ stesse cercando di non lasciar trasparire la propria angoscia. Si rese conto che il Morini attendeva una risposta. Cerco’ di parlare, ma aveva la gola secca. Se la schiari’ nervosamente. – Si, va bene, – disse infine.
- Non credo che la signora Bianchi desideri assistere, – disse il Marchi, che fino ad allora era rimasto in silenzio, alle spalle dei genitori di Roberta. – Venga qui da me, signora.
Anna si alzo’, tremando, e si ando’ a sedere di fianco al Marchi, mentre i professori lasciavano il tavolo a ferro di cavallo, avvicinandosi in gruppo a Roberta. Il Marchi guardo’ Anna, sorridendo. – Non si ricorda che il Morini le ha chiesto di stare a cosce spalancate? – le disse. – S… si, – mormoro’ la donna, arrossendo e aprendo le cosce. – mi scusi. – - Sai che anche questa e’ mia, vero? – insistette il Marchi, passando al tu e infilando una mano nelle mutandine di Anna. La donna rabbrividi’, trattenendo a stento le lacrime. – S… io… si, signore, – mormoro’. – Sei come tua figlia, hai bisogno di un uomo, – le disse il Marchi. Il tono della sua voce era, volutamente, abbastanza alto perche’ Sergio potesse sentirlo. – Se vuoi evitare di guardare tutti questi uomini che violentano la bocca di tua figlia, la cosa migliore e’ che tu metta giu’ la testa… sai cosa voglio dire, vero? – - Si… signore, – mormoro’ ancora Anna. Tremando di vergogna, abbasso’ il busto verso il membro del Marchi, e inizio’ a slacciargli i pantaloni.
I professori si erano slacciati anche loro i pantaloni. Il primo a servirsi fu il Morini stesso, che si piazzo’ di fronte a Roberta, col membro eretto puntato verso la bocca della ragazza, e lo spinse dentro impietosamente, penetrandola con un unico lungo movimento fino a spingerle il proprio glande contro la gola. Sergio non poteva che assistere da vicino a quello spettacolo. – Mi piacerebbe sentirla gemere di dolore, – disse il Morini agli uomini del Marchi. I due annuirono, e iniziarono a tirare piu’ forte le corde legate ai seni di Roberta, tendendoli innaturalmente verso l’esterno, fino a strappare il primo gemito alla ragazza. Il Morini sorrise compiaciuto, e inizio’ a scopare la bocca di Roberta con violenza, trattenendole la testa. Gli altri professori si accalcavano tutt’intorno; qualcuno palpava i seni di Roberta o le pizzicava i capezzoli, qualcuno che accarezzava le cosce, infilando le mani sotto le calze. A tratti, qualcuno di loro riusciva a trovarsi abbastanza vicino per strofinare il proprio membro sulla ragazza; sui seni, sulle cosce, sul volto o nei capelli.
- Continui ad assaporare l’erezione di suo padre, – disse il Morini a Roberta. La ragazza dovette ricominciare a muovere i fianchi per strusciare la propria vagina sulla patta di Sergio. Il Morini le prese la bocca a lungo, lentamente, alternando spinte verso la gola e contro le guance. Nel frattempo, incitava gli scagnozzi del Marchi a tormentare i seni della ragazza in tutti i modi possibili: tirandoli con violenza, facendoli ballonzolare, o tenendoli saldamente mentre qualcuno dei professori li schiaffeggiava. I gemiti di dolore di Roberta, e i rantoli che faceva ogni volta che il Morini glielo spingeva in gola impedendole di respirare, sembravano dargli un grande piacere. Infine, il membro del professore inizio’ a vibrare; tiratolo fuori dalla bocca di Roberta, l’uomo se lo prese in mano e diresse un abbondante schizzo di sperma sui seni legati della ragazza.
Gli altri sei professori si alternarono ordinatamente nella bocca di Roberta. Ognuno concludeva il proprio turno venendole sui seni. Quando Roberta stava prendendo il terzo, senti’ un ansimare alle sue spalle che le fece capire che il Marchi stava scaricandosi nella bocca di Anna. – Non deglutire, – disse il Marchi, che teneva ancora una mano fra le cosce della donna. La fece mettere seduta, e apri’ l’elastico delle mutandine, tirandolo in avanti. – Guarda giu’, – le ordino’. Anna guardo’ verso il basso, il proprio pube scoperto. – Avanti, fattela colare tutta li’.
La donna dischiuse le labbra, lasciando che un filo di sperma colasse da essa, ricadendole sul sesso. Lo sperma le bagno’ i peli e le mutandine. Il Marchi lascio’ che Anna scaricasse tutto cio’ che aveva in bocca, e poi le lascio’ le mutandine. Mettendoci una mano sopra, inizio’ a massaggiare la vagina di Anna, in modo da spalmare il proprio seme su di essa, tornando a concentrarsi sullo spettacolo delle violenze che Roberta stava subendo. – Puoi masturbarmi, se vuoi sentirti la mia cagnetta, – sussurro’ ad Anna, senza neppure rivolgere lo sguardo verso di lei. La donna, suo malgrado, porto’ la mano al membro del Marchi e inizio’ a massaggiarlo delicatamente, mentre il professore di turno ricopriva i seni nudi di Roberta con una nuova dose di sperma, cedendo poi il posto al successivo.
Mentre Roberta succhiava, gli scagnozzi del Marco continuavano a tirarle e scuoterle i seni, che avevano cominciato a grondare seme sulle cosce e sul ventre della ragazza.
Quando tutti i professori si furono serviti della bocca della studentessa, il Morini le si avvicino’ nuovamente. A un suo cenno, i due scagnozzi del Marchi presero i polsi di Roberta e, senza slegarli, li spostarono dalla nuca di Sergio. – Ora si alzi, – le disse. Roberta, stremata dalla sofferenza e dall’umiliazione, si rimise in piedi a fatica, singhiozzando ininterrottamente. Il Morini la fece voltare verso Sergio e le ordino’ di inginocchiarsi. In ginocchio di fronte a suo padre, coi seni nudi e legati ricoperti di uno strato denso di seme, il cartello “sporcacciona” ancora appeso alle grandi labbra, e i capelli divisi in due code di cavallo, Roberta offriva uno spettacolo incredibilmente osceno.
- La sua grossa fica spalancata ha infradiciato la patta dei calzoni di suo padre, – disse il Morini a Roberta, indicandole la grossa chiazza nera che si era formata sui calzoni di Sergio. – Andrebbero ripuliti. Non abbiamo stracci, ma almeno potrebbe provare a succhiare un po’ la stoffa.
Roberta chino’ il capo. – Si, signore, – mormoro’. Si sporse in avanti e mise la bocca sulla patta dei calzoni di Sergio. Poteva sentire chiaramente tutta la lunghezza del membro dell’uomo. Succhio’ vigorosamente per alcuni minuti, sotto gli sguardi divertiti dei professori e del Marchi.
- Ora bisogna pensare a tutta quella roba, – disse quindi il Morini, indicando lo sperma che iniziava a rapprendersi sulle mammelle della studentessa inginocchiata. I due scagnozzi del Marchi, mettendosi in piedi di fianco a lei, tirarono le corde verso l’alto, sollevandole i seni. Un rivolo di sperma colo’ fra di essi, fino al pube rasato della ragazza.
- Prenda sua figlia per i capezzoli, signor Bianchi, – disse il Morini, – e ci aiuti a sollevarle i seni.
Sergio prese suo malgrado i capezzoli di Roberta, sollevandoli. – E’ un bello spettacolo, vero? – disse il Morini a Sergio. – Li tiri, avanti, con forza.
Sergio scosse il capo istintivamente, ma non oso’ disobbedire. Inizio’ a tirare i capezzoli di Roberta con forza verso l’alto e verso di se’, stringendoli forte fra le dita. Il Morini sorrise, afferrando Roberta, con due mani, per le code di cavallo. Trattenendola in quel modo, costrinse Roberta a piegare il volto in basso. La trazione esercitata dalle corde e da Sergio fece si’ che, chinando il volto com’era costretta a fare, Roberta si trovasse con tutta la faccia schiacciata contro la carne dei propri seni, e immersa nello sperma che li insozzava. – Lecchi, – le disse il Morini. Roberta tiro’ fuori la lingua, con difficolta’ perche’ i seni erano a contatto con la bocca. Spingendo con la lingua, riusci’ a muoverla in cerchio e raccogliere un po’ di sperma. Morini, tirandole i capelli, le sposto’ la testa a destra e a sinistra piu’ volte, facendole strusciare il volto sui seni di lei. – Pulisca bene dappertutto, – le disse.
Quando i seni di Roberta ebbero terminato di grondare sperma, il Morini fece un cenno al Marchi. – Noi abbiamo terminato, – disse, – puo’ procedere. – Il Marchi aveva ancora una mano fre le cosce di Anna, e la stava masturbando con due dita. – Continua tu, – le disse, ritraendo la mano. Anna porto’ la mano nelle mutandine, toccando il proprio sesso, ancora bagnato del seme del Marchi, e inizio’ a penetrarsi con le dita. Il Marchi prese un plico di fogli dalla valigetta che aveva appoggiato per terra, e si alzo’, avvicinandosi a Roberta. Le infilo’ le dita in bocca, lasciando che la ragazza le ripulisse dallo sperma e dai succhi di Anna, leccandole e succhiandole. Quindi, la fisso’ con calma. – Oltre alle condizioni che ti sono state spiegate dal professor Pisani per avere la laurea, ho chiesto al professor Morini che venisse aggiunta un’ulteriore condizione. – Con calma, appoggio’ il plico di fogli sui seni di Roberta, che Sergio e i due uomini del Marchi stavano ancora tirando verso l’alto. – Il tuo primo impiego sara’ alle mie dipendenze, – disse il Marchi. – Questo e’ il contratto.
Porse a Roberta una penna, aprendo il contratto sull’ultima pagina, e indicandole il punto in cui doveva firmare. Roberta guardo’ suo padre, esitando. L’uomo la guardo’ a sua volta. Nei suoi occhi si leggeva la disperazione di un uomo distrutto. Roberta comprese che i suoi genitori sapevano del contratto e avevano acconsentito a sacrificarla. Era chiaro che non potevano non sapere cosa il Marchi avrebbe preteso da lei, in qualita’ di sua dipendente. Tremando, prese la penna, e firmo’.
Il Marchi le sorrise, e riprese il contratto, tornando al suo posto. Anche i professori tornrono a sedersi al tavolo, a eccezione del Morini che si piazzo’ in piedi dietro a Roberta, e le chiese di voltarsi verso di lui, restando in ginocchio. Non si era neppure allacciato i pantaloni, e il suo membro sporgeva di fronte alla studentessa inginocchiata. – La sua punizione e’ conclusa. Come convenuto, le conferiro’ la laurea con il minimo dei voti. In genere, a questo punto il presidente stringe la mano del neolaureato. Dato il tipo di persona che lei si e’ dimostrata di essere, tuttavia, ritengo piu’ appropriato che lei si chini e mi baci le scarpe, ringraziandomi per averle concesso la laurea e per averle dato un voto adatto a una puttana.
Roberta annui’, piangendo. – Si, professore, – mormoro’, chinandosi subito dopo in avanti. Umilmente, bacio’ a lungo le scarpe di cuoio del Morini. – La ringrazio per avermi concesso di laurearmi, – mormoro’, – e per avermi dato un voto adatto… a una puttana, professore.
Il Morini guardo’ la ragazza prostrata con aria soddisfatta, mentre il suo membro tornava a indurirsi. Lascio’ che Roberta lucidasse le sue scarpe con cura con la lingua, e quindi ando’ a prendere posto al proprio tavolo, aprendo gli incartamenti da firmare. – Si avvicini carponi, – disse alla ragazza, – venga sotto il tavolo e me lo prenda ancora in bocca, mentre compilo le carte.
Roberta, obbediente, cammino’ a quattro zampe fin sotto il tavolo. Ancora una volta, i suoi genitori si trovarono di fronte lo spettacolo osceno delle natiche nude della ragazza, e della sua vagina, dilatata dalle mollette, col cartello che ondeggiava sotto di lei, tirandole le grandi labbra a ogni movimento. Delicatamente, prese il glande di Morini in bocca, e inizio’ a succhiarlo dolcemente e accarezzarlo con la lingua mentre il presidente della commissione espletava le formalita’ burocratiche della sua laurea.
Roberta si rese conto chiaramente che iniziava un nuovo periodo della sua vita. Sapeva che il Marchi l’avrebbe sottratta definitivamente ai suoi ricattatori, ma solo per trasformarla nella sua personale schiava. Sapeva che quell’uomo potente era anche il peggiore dei sadici in cui si fosse imbattuta, e che da allora in avanti, le sarebbe stato chiesto di rinunciare a ogni forma di dignita’ umana. Quando il Morini venne, accolse il suo seme in bocca, senza deglutire, attendendo gli ordini del professore. Accorgendosi che Roberta non aveva ingoiato, il Morini si ripuli’ lentamente il membro contro le guance di Roberta. – Ora, lei e suoi genitori andrete dal notaio per concludere l’affare col Marchi. Lei andra’ con loro vestita com’e’ vestita adesso, e col mio sperma in bocca. Non inghiottira’ neppure se le verra’ chiesto di rispondere a qualche domanda. Si comportera’ normalmente, parlando quando necessario, ma sempre con tutto in bocca. Il signor Marchi sara’ cosi’ gentile da verificare per me che lei esegua quest’ultimo ordine. Le e’ chiaro?
- Si, professore, – mormoro’ Roberta.
Fecero rivestire lei ed Anna, e lasciarono la sala.

Roberta ricattata, parte 18

3 ottobre 2008
Il giorno successivo, Roberta giunse nell’ufficio del professor Pisani all’orario convenuto.
Pur sapendo che avrebbe dovuto cambiarsi, aveva indossato il vestito bello che aveva acquistato in vista della laurea. Si era anche truccata e profumata, nella speranza che un aspetto seducente potesse addolcire i professori. Quando la vide preparata in quel modo, il Pisani si rilasso’ sulla sedia, ordinandole di cambiarsi e godendosi lo spettacolo di quella bellissima ragazza che si spogliava di fronte a lui. Le fece togliere tutto eccetto calze, reggicalze, e scarpe, e quindi le porse gli abiti che Roberta avrebbe dovuto indossare.
La “divisa” scelta per Roberta consisteva in una gonna corta blu a pieghe piatte, una camicetta bianca aderente e quasi trasparente, una giacca dello stesso tessuto della gonna, e un fiocco rosso da mettere al collo. Quindi, con altri due fiocchi anch’essi rossi, il Pisani le fece acconciare i lunghi
capelli in due code di lavallo, ai lati della testa, come una bambina. – Ci sono alcune cose che mi hanno chiesto di comunicarti, – le disse Pisani, quando lei si fu preparata. – Vieni qui vicino.
- Si, professore, – mormoro’ Roberta. Giro’ intorno alla scrivania, fermandosi in piedi di fronte all’uomo. Senza alzarsi dalla sedia, Pisani si volse verso di lei, e le infilo’ una mano sotto la gonna. Roberta rabbrividi’, sentendo il palmo della mano dell’uomo accarezzarle la vagina nuda.
- Un tuo conoscente, il signor Marchi, si e’ interessato personalmente della tua situazione, – disse Pisani. – Su sua richiesta, abbiamo deciso di convocare anche i tuoi genitori. Li abbiamo gia’ contattati; dovrebbero essere gia’ qui. Il Marchi ha garantito che non si opporranno alla punizione che la commissione ha deciso per te.
A quelle parole, Roberta ebbe un fremito, ma rimase in silenzio. Il Pisani lascio’ scivolare il dito medio nel sesso della ragazza. Roberta rimase immobile, lasciando che il professore la masturbasse mentre continuava.
- Anche tu devi prendere una decisione, quindi ti spieghero’ alternative che abbiamo dato ai tuoi genitori. Le foto che ti hanno scattato in universita’ sono sufficienti a giustificare la tua espulsione. Inoltre, solo la commissione ha il potere di impedire che quelle foto vengano diffuse su Internet, rovinando la tua reputazione in modo irreparabile.
Pisani estrasse il dito dalla vagina di Roberta, e lo fece scivolare avanti fra le cosce di lei, verso l’ano della ragazza. Roberta rabbrividi’ ancora, abbassando gli occhi, ma divarico’ le gambe docilmente per consentire all’uomo di raggiungere agevolmente il suo obiettivo. Il Pisani inizio’ a
spingere dentro il dito. Roberta arrossi’, ma si sforzo’ di non muoversi mentre lui la penetrava in quel modo osceno.
- Infine, – prosegui’ quindi, – c’e’ il contratto commerciale che il signor Marchi dovrebbe stipulare con i tuoi. Pare che i tuoi genitori abbiano un bisogno disperato di quella firma. Il Marchi ha deciso che firmera’ solo se sia tu che i tuoi genitori accetterete le conseguenze del tuo comportamento indegno.
- Poiche’ i tuoi genitori hanno gia’ accettato, – concluse il professore, – la scelta sta a te. Puoi essere espulsa, avere la tua reputazione rovinata per sempre, e causare la definitiva rovina della tua famiglia. Oppure puoi accettare la tua punizione, e laurearti senza ulteriori complicazioni.
Ovviamente, la laurea sara’ con il minimo dei voti. Questo ti impedira’ di iscriverti al concorso per il dottorato, ma e’ opinione della commissione, e anche mia, che una vacca come te non sia degna di fare ricerca.
L’uomo fece una pausa per lasciare a Roberta il tempo di realizzare cio’ che le aveva appena detto. Quindi, sfilo’ il dito dall’ano della ragazza, e glielo porse davanti alla bocca. Roberta esito’ qualche istante. Aveva gli occhi gia’ umidi di lacrime; tutto quello che aveva fatto in quei mesi, lo
aveva fatto per perseguire il suo scopo, fare ricerca. Tuttavia, non sembravano esserci alternative. In segno di sottomissione, prese il dito del Pisani in bocca e lo succhio’, ripulendolo.
Il Professore la lascio’ fare per qualche istante. – Bene, vedo che siamo d’accordo, allora, – disse quindi, ritraendo il dito e alzandosi. – Seguimi, e’ ora di andare. -
Con le ginocchia che le tremavano, Roberta segui’ il Pisani fuori dall’ufficio. Mentre camminava per i corridoi dell’universita’, seguendo il Pisani, Roberta fremeva di imbarazzo per il proprio abbigliamento. La gonna corta copriva a malapena l’orlo delle calze, costringendola a trattenere l’orlo della gonna stessa, tirandolo verso il basso, per non scoprirsi mentre camminava. Nel corridoio incontrarono due bidelle, che lanciarono a Roberta uno sguardo sconcertato, ma non dissero nulla. Infine, giunsero alla sala in cui la commissione era riunita.
Entrando, Roberta scorse i suoi genitori seduti in prima fila. Avevano un’aria angosciata e nervosa. Evitarono di guardarla, e lei, dopo un primo sguardo di fuggita, fece altrettanto. Il Marchi sedeva dietro di loro; i suoi occhi gelidi scrutarono Roberta con aria sprezzante. I professori della commissione, sette in tutto, erano seduti a un grande tavolo a ferro di cavallo. Al centro della sala c’era una sedia, rivolta verso il pubblico. Due uomini stavano in piedi ai lati della sedia. Roberta ricordo’ di averli gia’ visti nella villa di Carlo; evidentemente, erano due scagnozzi del Marchi. Il presidente della commissione, il professor Morini, invito’ Roberta a sedersi. La ragazza obbedi’. Era a due metri dai suoi genitori, proprio di fronte a loro. Tremando, abbasso’ lo sguardo al pavimento.

- Bene, – disse Morini, mentre Pisani prendeva posto. – Ci siamo tutti, ora.
Ci fu una pausa, quindi il Morini si alzo’ e giro’ attorno al tavolo, fino a giungere di fianco a Roberta. Quindi riprese, con calma. – Sappiamo tutti il motivo per cui siamo riuniti. Le foto incriminate sono queste. – Mostro’ a Roberta una serie di fotografie. Vedendole, Roberta arrossi’ violentemente.
Immaginava che fossero state mostrate anche ai suoi genitori. Le foto la ritraevano nelle pose piu’ oscene… inginocchiata a succhiare membri maschili nelle toilette dell’universita’, appoggiata al muro con un vibratore nell’ano, a quattro zampe col volto coperto di sperma. Il Morini lascio’ che Roberta le guardasse per qualche minuto.

- Io… – mormoro’ la ragazza, confusa. Il professore la interruppe con tono severo. – Non parli se non viene interrogata, – le disse. Si mise le foto in tasca. – Credo che queste foto dimostrino, senz’altro, che genere di sporcacciona e’ lei. Ma ritengo che sia opportuno dare ai suoi genitori un’ulteriore dimostrazione.
Roberta rabbrividi’, rimanendo in silenzio.
- Ho ragione di credere che lei sia venuta questa mattina alla presenza della commissione senza indossare mutandine, come una volgare prostituta. Il Morini fece un cenno ai due uomini in piedi ai lati di Roberta. Questi le presero le ginocchia, e le sollevarono e divaricarono. La ragazza gemette, senza opporre resistenza, mentre gli uomini le facevano appoggiare le ginocchia sui braccioli della sedia, trattenendola poi per le caviglie.
La gonna scivolo’ su, scoprendo per intero le cosce di Roberta. La vagina depilata della ragazza era ora oscenamente esposta. La madre di Roberta si copri’ il volto con le mani, ma non ebbe il coraggio di dir nulla. Roberta tremava. Benche’ tenesse gli occhi bassi, si rese conto che lo sguardo di suo padre aveva indugiato per qualche secondo sul suo sesso e le sue cosce.
- Una sporcacciona senza mutandine, come dicevo, – disse il Morini. Fece un cenno a uno dei professori seduti al tavolo, che gli passo’ un piccolo pannello di solido legno. Sul pannello era stata scritta a grandi lettere la parola che il Morini aveva usato, “sporcacciona”. Sul lato superiore del
pannello erano state fissate due grosse mollete di metallo, dotata di una fila di dentini acuminati.

- Si slacci la camicetta, per favore, – disse il Morini a Roberta. – Puo’ tenere chiuso il fiocco, e’ sufficiente che slacci i bottoni centrali, per scoprirsi i seni.
Roberta mormoro’ – si, professore, – e si slaccio’ cinque bottoni, aprendo poi la camicetta, in modo da denudare i propri giovani e voluminosi seni. Il professore sorrise. – Metta le mani dietro la nuca, – le ordino’ ancora.
Roberta obbedi’. In quella posizione, i suoi seni sporgevano in fuori, e sembravano ancora piu’ grossi e invitanti. Il Morini inizio’ a stropicciare fra le dita i capezzoli della ragazza, alternando dall’uno all’altro, finche’ non furono entrambi del tutto eretti. Quindi, accosto’ il cartello al seno nudo della ragazza, e fece per applicare le mollette ai capezzoli di lei.
- Mio Dio, vi prego… – mormoro’ la madre di Roberta, scuotendo il capo. Il Morini la guardo’ con calma. – Devo chiedere anche a voi di stare in silenzio, – disse, fissando i genitori della studentessa. Anna lo fisso’, fremendo, con gli occhi pieni di lacrime, per alcuni secondi. Quindi cedette, abbassando lo sguardo.
Il Morini sorrise crudelmente e lascio’ che le mollette si chiudessero sulla tenera carne dei capezzoli di Roberta. Le mollette erano posizionate a poca distanza l’una dall’altra, e i capezzoli di Roberta, una volta agganciati dagli acuminati dentini di metallo, ne risultarono dolorosamente tirati verso l’interno. Ignorando i gemiti di dolore della studentessa, il Morini verifico’ la tenuta delle mollette scuotendo il pesante pannello di legno.

- Pensa che questo cartello non sia adatto a lei? – chiese il Morini a Roberta, sadicamente. La ragazza scosse il capo, mentre le prime lacrime le rigavano le guance. – No, professor Morini, – sussurro’, – e’ adatto a me. – L’uomo annui’, e tese una mano verso uno dei due uomini, che cavo’ di tasca un frustino costituito da un pesante cordino di cuoio arrotolato, porgendoglielo.
- Una sporcacciona merita di essere frustata sulla fica, – continuo’ il Morini, – anzi, nella fica.
A un cenno del Morini, due scagnozzi del Marchi lasciarono le caviglie di Roberta, e le presero le grandi labbra, tirandole verso l’esterno e spalancando del tutto il sesso della ragazza. Roberta gemette di dolore e umiliazione. L’idea di stare mostrando la propria vagina spalancata ai suoi
genitori, di fronte a lei, era quasi insopportabile. Inizio’ a singhiozzare. Il Morini sollevo’ il frustino, e inflisse il primo violentissimo colpo sul sesso della ragazza. Lo schiocco risuono’ nella stanza, seguito dal gemito di dolore di Roberta.

Il Morini inflisse la seconda violenta frustata sulla vagina di Roberta. Il cordino di cuoio, di nuovo, colpi’ fra le grandi labbra della ragazza, avvolgendosi in parte fra le cosce e natiche di lei, fino a schioccarle sull’ano con l’estremita’.
Il professore colpi’ la vagina di Roberta, implacabile, una dozzina di volte. Quindi, i due uomini che la trattenevano per le grandi labbra la lasciarono e si spostarono dietro di lei. Uno dei due la afferro’ per i capelli, facendole reclinare il capo. Il Morini sposto’ lo sguardo sui bei seni di Roberta, deliziosamente offerti per la frusta. Comincio’ a colpirli, ancora con estrema violenza. Ogni colpo faceva tremare i grossi seni di Roberta e lasciava sulla carne giovane della fanciulla un segno che attraversava entrambe le sue mammelle. Il Morini parti’ dall’alto e frusto’ metodicamente centimetro dopo centimetro dei seni della ragazza, scendendo verso i capezzoli. Questi subirono cinque colpi consecutivi ciascuno. Quando il Morini ebbe finito, i seni di Roberta erano arrossati, gonfi, e percorsi dalla fitta rete di striature lasciate dal frustino. I genitori della ragazza, che avevano assistito impotenti, sembravano sull’orlo di scoppiare in lacrime. – Questo non ci servira’ piu’, per il momento, – disse Morini, prendendo il cordino di cuoio con entrambe le mani. Lentamente, lo fece passare attorno ai seni martoriati della studentessa, alla base, e lo lego’ strettissimo, con un doppio nodo. I seni di Roberta apparivano ora oscenamente, incredibilmente deformati e gonfi. L’uomo che tratteneva Roberta per il capo la lascio’.

- Ora vorrei verificare se la punizione sta avendo l’effetto desiderato, – prosegui’ il Morini. – Pensa di essere sufficientemente umile da meritare di essere perdonata?
- Io… io lo spero, professore – mormoro’ Roberta. Il suo volto era rigato di lacrime. Il Morini annui’, sorridendo. – Si metta a quattro zampe, – le ordino’ seccamente.
Roberta si alzo’ dalla sedia, obbediente, si inginocchio’ e appoggio’ i palmi delle mani per terra. Il cartello di legno che pendeva dai suoi seni strisciava per terra. Il Morini le cammino’ attorno per qualche istante in silenzio. Roberta rabbrividi’. Non sapeva cosa sarebbe successo; non aveva il coraggio di provare a immaginarlo. Senti’ la mano del Morini che le accarezzava le natiche nude.
- Le scarpe di sua mamma sono impolverate, – disse il Morini. – Forse potrebbe mostrarci come sa lucidarle con la lingua. Roberta scosse il capo, debolmente, cercando di trovare il coraggio di
implorare di no. – Basta, basta… per pieta’ – mormoro’ Anna, piangendo. Il Morini la guardo’. – Signora, le ho gia’ detto di rimanere in silenzio, se non vuole la rovina vostra e di vostra figlia. – Lentamente, si avvicino’ alla donna seduta. – Ma visto che ha deciso di provocarmi, allarghi le
cosce, in modo che tutti i professori della commissione possano guardarle sotto la gonna.

- C… cosa? – mormoro’ Anna, impallidendo.
- Non mi piace ripetere, – sibilo’ il Morini. – Allarghi quelle cosce subito.
La madre di Roberta, disperata, guardo’ il marito, che teneva gli occhi bassi, tremando di rabbia e di vergogna. Non trovando in lui alcun aiuto, la donna si asciugo’ le lacrime e divarico’ timidamente le cosce. – Di piu’, – disse uno dei professori seduti al tavolo, – non vediamo. – Anna obbedi’.
Non indossava calze ne’ collant; i professori potevano vedere chiaramente le sue mutandine color carne. Il Morini si volse verso Roberta, indicandole le scarpe di Anna. La ragazza striscio’ a quattro zampe verso Anna, lentamente, singhiozzando. Quindi, chino’ il capo, e inizio’ a leccare le scarpe della madre. Il Morini si avvicino’ alla ragazza carponi, e le prese la gonna, sollevandola fino a scoprire del tutto le belle natiche di Roberta. Quindi, inizio’ a sculacciarla vigorosamente, scandendo i colpi, strappandole gemiti di dolore a ogni pacca.
- Inizi a risalire lentamente fino alle cosce, – disse quindi a Roberta. La ragazza si rese conto con orrore che non poteva prevedere fino a che punto i suoi ricattatori intendessero spingersi con lei e sua madre. – La prego…la supplico… faro’ qualsiasi cosa… ma non coinvolgetela… e’ solo colpa
mia… e’… Il Morini la afferro’ per i capelli, sollevandole brutalmente il capo e costringendola a guardarlo. – Se vuole farmi irritare e ottenere l’espulsione, sappia che e’ sulla buona strada, – le disse. – Credo di averle detto di non parlare.

- Mi perdoni, professore, – mormoro’ Roberta, fra le lacrime, iniziando a far risalire la lingua lungo i polpacci di Anna. Scivolo’ con la lingua sul ginocchio di Anna, e poi inizio’ a leccarle le cosce, prima la parte superiore, poi all’interno. La donna rabbrividi’, divaricando istintivamente le gambe.
- Molto bene, – disse il Morini, spostandosi per assistere meglio alla scena. – Ora, visto che ha esitato a obbedire, costringendomi a rincarare la dose, prenda l’orlo delle mutandine di sua madre, le abbassi un po’, e ci infili la lingua dentro.
Roberta non riusciva a credere che il Morini potesse arrivare a ordinarle qualcosa di cosi’ orribile. Esito’, guardando suo padre, sperando che intervenisse, ma l’uomo teneva gli occhi bassi. Roberta capi’ solo allora quanto grave doveva essere la situazione economica dei suoi genitori.
Allungo’ le mani, tremando, e prese l’orlo delle mutandine di Anna, al centro, abbassandolo lentamente, e scoprendo un ciuffo di peli del pube di Anna e l’angolo superiore della fessura. Avvicinando il volto al sesso della donna, Roberta tiro’ fuori la lingua e la infilo’ sotto le mutandine, piangendo disperatamente. Anche Anna piangeva e tremava, con le cosce larghe di fronte a tutti quegli sconosciuti. Il Morini, constatando che Roberta e Anna si stavano prestando a quel gioco disgustosamente perverso, rise forte. – Sporcacciona e’ dir poco, – disse. – Le piace il sapore della mammina? Roberta fece per scostare il capo dal sesso di Anna, ma il Morini la trattenne per i capelli. – Risponda senza smettere di leccare.
- S… si, professore, – mormoro’ Roberta, la voce soffocata dalla vagina di Anna. – Mi piace… il sapore, professore…- Va bene, basta cosi’, – la interruppe quindi il professore. – Non siamo qui per far divertire sua madre, ma per punire lei.
Roberta scosto’ la bocca dal sesso di Anna, rilasciando le mutandine, e retrocedette un poco. – Lei comunque puo’ tenere le cosce aperte per il resto della mattinata, – disse il Morini, – spero che questo la aiuti a ricordare di restare in silenzio.
Quindi, il Morini si volse verso Sergio. – Sua moglie si e’ dimostrata abbastanza collaborativa, per ora, – disse. – Ora tocca a lei, signor Bianchi.
Sergio rabbrividi’, guardando il professore in silenzio. Morini si volse verso Roberta. – In piedi, mani dietro la nuca – le disse, seccamente. Roberta si alzo’ da terra. L’uomo la prese per un braccio e la fece mettere di fronte a suo padre. – Tolga il cartello che abbiamo appeso ai capezzoli
di sua figlia, – disse il Morini a Sergio. L’uomo allungo’ le mani, tremando, e prese le grosse mollette di metallo, sganciandole dai seni della figlia. Il Morini sorrise, e fece un cenno a Roberta, facendola mettere di spalle rispetto a suo padre. Quindi, le appoggio’ una mano sulla nuca, e la
fece piegare in avanti. La gonna di Roberta era rimasta sollevata fino in vita, e Sergio si vide di fronte le natiche nude e piene della ragazza. Con due pacche nell’interno coscia, il Morini incito’ Roberta a divaricare le cosce.
- Ora, signor Bianchi, puo’ appendere nuovamente il cartello. – D… dove? – balbetto’ Sergio, cercando di non guardare il sesso della figlia, oscenamente esposto di fronte a lui.
- Le grandi labbra di Roberta andranno benissimo, – replico’ il Morini, gelidamente. Sergio strinse i denti, cercando di non reagire. Allungo’ le mani verso il sesso di sua figlia, tremando visibilmente. Roberta singhiozzava, piegata in avanti, le mani ancora dietro la nuca. Sergio
cerco’ di applicare le mollette senza toccare la figlia, ma era impossibile. Infine, si risolse a prendere le grandi labbra di Roberta fra le dita, tirarle, e applicare le mollette. Se la distanza fra le mollette era tale da tirare verso l’interno i capezzoli di Roberta, applicata alle grandi labbra
aveva l’effetto opposto. Roberta gemette di dolore, sentendo il metallo che mordeva la sua delicata carne, spalancandole completamente la vagina.
Il Morini guardo’ il risultato, e sorrise soddisfatto. – Ho il sospetto che suo padre abbia un’erezione, – disse a Roberta. – Forse, torturare la vagina di sua figlia non gli sembra poi cosi’ orribile. Vorrebbe controllare, signorina?
- C… come, professore? – mormoro’ lei fra le lacrime.

Roberta ricattata, parte 17

2 ottobre 2008
Il pomeriggio passo’ veloce. Roberta preparo’ gli ultimi documenti per la tesi, stampo’ i lucidi, ripasso’ ancora una volta la sua presentazione. Fortunatamente, Alberto era partito in gita scolastica, cosicche’ Roberta pote’ concentrarsi sul proprio lavoro. Verso le sette del pomeriggio, entro’ in camera Anna, sua madre.
- Dobbiamo cenare un po’ presto, oggi, tesoro – le disse. – Dopo cena verra’ a farci visita un cliente.
Roberta annui’, ignorando il tono preoccupato della madre. Da quando i genitori di Roberta avevano aperto un’attivita’ commerciale, in molte occasioni Roberta aveva avuto l’impressione che ci fosse qualche problema. Li aveva sentiti discutere, e una volta aveva persino avuto l’impressione che sua madre piangesse, nella sua stanza. Tuttavia, Roberta aveva deciso di non chiedere nulla; sentiva di non poter reggere piu’ preoccupazioni di quelle che la sua situazione personale gia’ le causava. Anche questa volta, non chiese nulla. – Va bene, mamma, arrivo subito, – disse.
A tavola, il silenzio era quasi palpabile, e Roberta, che non sopportava la tensione, cerco’ di intavolare una discussione sulla gita di Alberto. Quando furono giunti all’ultima portata, mentre Roberta stava parlando, il padre, Sergio, fece un gesto con la mano. – Scusaci, tesoro, – disse, – ma e’ ora di sparecchiare. Il signor Marchi sara’ qui fra meno di mezz’ora.
Sentendo quel nome, Roberta ammutoli’ di colpo. – Stai bene? – le chiese sua madre, vedendola impallidire. – Si, mamma, – mormoro’ lei, – sono solo stanca. Andro’ in camera mia, se non vi spiace.
Anna sorrise. – Certo, – le disse. – In ogni caso, sai, faremo solo una noiosa discussione di lavoro.
Roberta aiuto’ la madre a sparecchiare, e poi si reco’ in camera sua. Il cuore le batteva forte. Si sedette sul letto, e cerco’ di tranquillizzarsi. Non c’era motivo di pensare che si trattasse di quel Marchi, l’uomo che aveva incontrato nella villa di Carlo, e che aveva abusato di lei, trattandola come una serva. Poteva essere chiunque.
Quando senti’ suonare alla porta, tuttavia, decise che doveva togliersi il dubbio. Cercando di non far rumore, si avvicino’ alla porta che separava la zona notte dalla zona giorno, mettendosi a origliare. Quando senti’ la voce dell’ospite, il sangue le si gelo’ nelle vene. Era la stessa voce… quella voce…
Rimase ad origliare, con le ginocchia che le tremavano. Anna e Sergio fecero accomodare l’ospite in salotto, cosa che rese piu’ difficile a Roberta distinguere bene quello che veniva detto. Dopo alcuni convenevoli, i tre iniziarono a discutere di affari. Roberta non era in grado di capire bene cio’ che veniva detto, ma ebbe l’impressione che i suoi genitori parlassero di un qualche problema che avevano avuto nel rispettare certe forniture. Quando prese la parola il Marchi, facendo loro una sorta di proposta, Roberta senti’ che il tono della voce dei suoi genitori cambiava completamente, come se fossero sollevati e riconoscenti.
Dopo circa una decina di minuti, il Marchi si schiari’ la gola. – Ora, vorrei che voi leggeste con calma i termini dell’accordo, – disse. – Se non ci sono problemi, potremmo vederci dal notaio domattina presto. Vorrei usufruire del bagno mentre esaminate questo documento.
Anna si offri’ di accompagnarlo, ma il Marchi rifiuto’, dicendo di non avere molto tempo e che preferiva che leggessero il documento con calma insieme.
- D’accordo, – rispose Anna, – e’ la prima porta sulla sinistra…
Roberta si rese conto che il Marchi veniva da quella parte, e torno’ di corsa in camera sua, chiudendo la porta delicatamente e sedendosi sul letto, tremante. Senti’ la porta del corridoio che si apriva, e poi altre maniglie, come se il Marchi, anziche’ dirigersi in bagno, stesse per qualche motivo guardando in tutte le stanze. Quando la ragazza si rese conto di quello che stava accadendo, era troppo tardi. Il Marchi aveva aperto la porta della sua stanza, ed era entrato.
- Sono contento di trovarti in casa, – disse l’uomo. Roberta arrossi’, incapace di parlare. Come al loro primo incontro, lo sguardo severo degli occhi freddi e grigi del Marchi bastava a farla sentire completamente impotente. L’uomo le si avvicino’. – Non sembri stupita di vedermi, – disse, – suppongo che tu stessi origliando…
- I tuoi genitori sono molto contenti dell’affare che ho proposto loro, – disse il Marchi. – Li salvera’ dalla rovina. Loro, comunque, restano due stupidi falliti…
L’uomo sollevo’ le mani verso la camicetta di Roberta. La ragazza, come paralizzata, ebbe appena un tremito istintivo, ma non le riusci’ di opporre resistenza. L’uomo inizio’ a slacciarle i bottoni, velocemente. Le apri’ la camicetta e le abbasso’ con forza le spalline del reggiseno, e poi le coppe, denudandole i seni. – Toglilo, – le ordino’.
Pur non essendone certa, Roberta aveva l’impressione che l’accordo che il Marchi aveva proposto ai suoi genitori avesse un prezzo, e che spettasse a lei pagarlo. Senza dir nulla, si sfilo’ il reggiseno, senza togliere la camicetta.
Il Marchi la guardo’ con calma, e le sollevo’ la gonna. – Anche quelle, – disse, indicando le mutandine di Roberta. Arrossendo, la ragazza obbedi’. – Vedo che adesso ti depili, – disse il Marchi, con tono di derisione. Roberta abbasso’ il capo. – Si, signore, – disse.
L’uomo la osservo’. – Vorresti essere scopata qui e subito, con i tuoi genitori dall’altra parte della parete?
- N… no… la prego, – mormoro’ Roberta. Sapeva che se il Marchi l’avesse chiesto, lei avrebbe dovuto obbedire. Lui non replico’, e porto’ la mano all’interno della propria giacca. – Non e’ stato facile nasconderlo, – disse, – ma ne valeva la pena. – Con quelle parole, estrasse dalla tasca della giacca un fallo di cuoio imbottito, lucido, di dimensioni mostruose. – Fra circa dieci minuti, chiedero’ ai due falliti di presentarmi loro figlia. Quando ti chiameranno, ti unirai a noi, e avrai questo infilato per intero nella fica.
Appoggio’ l’oggetto alla bocca di Roberta. – E’… troppo… grosso… – mormoro’ lei, ma il suo mormorio fu in parte soffocato dall’oggetto, che il Marchi le spinse in bocca appena lei dischiuse le labbra per parlare. Il fallo era cosi’ grosso che Roberta faceva quasi fatica ad aprire la mascella a sufficienza per prenderlo. – Tutto, nella fica, – ripete’ lui. – Se non stai in silenzio, decidero’ che lo devi avere in culo.
Roberta piangeva, ma non replico’, annuendo debolmente. Il Marchi le sfilo’ l’oggetto dalla bocca, lo uso’ come manganello per colpirle i seni un paio di volte, e lo getto’ per terra. – Inoltre, procurati del nastro adesivo per pacchi e usalo per spalancarti le labbra della fica. Sai cosa intendo.
- Si… signore, – mormoro’ ancora lei.
- Infine, – disse il Marchi, cavando di tasca due piccoli anellini di gomma nera, e buttandoli sul letto, – questi sono per i capezzoli. Applicali alla base del capezzolo. E togliti questa camicetta; indossa un golfino di cotone.
L’uomo accarezzo’ il volto di Roberta. – Ti meriti tutto questo, – le disse, – e lo sai. Sei figlia di pezzenti che volevano fare i soldi ma non erano abbastanza intelligenti per farlo, e sei o eri fidanzata con un poveraccio dello stesso calibro.
Si volto’, e si diresse alla porta. – Quando verrai di la’, trovero’ il momento giusto per controllare se hai fatto tutto quello che ti ho ordinato. Cerca di non deludermi.
Con queste parole, usci’ dalla stanza. Roberta si accascio’ sul letto, a piangere. Molto presto, tuttavia, si rese conto che non aveva molto tempo. Prese il mostruoso fallo di cuoio, tremando. L’oggetto aveva una circonferenza di poco inferiore a una bottiglia di birra, ed era piu’ lungo. Le sembrava impossibile che potesse entrare nella sua vagina. Prese un rotolo di nastro adesivo da un cassetto della propria scrivania, un top di cotone, e si reco’ in bagno, chiudendosi dentro.
Qui, si sedette sul bidet, spalancando le gambe. Tento’ di appoggiare la punta del fallo di cuoio al proprio sesso, e di aprirsi la vagina piu’ che poteva con due dita della mano libera. Vedendo che il tentativo era vano, si riempi’ il palmo della mano di sapone liquido, e inizio’ a strofinare il fallo di cuoio, come se stesse masturbando un uomo. Si rese conto di non essere comunque abbastanza bagnata, onostante la sensazione di perverso, detestabile piacere che i modi autoritari del Marchi, e l’umiliazione a cui si stava sottomettendo, le facevano provare. Suo malgrado, inizio’ a strofinarsi il grosso membro di cuoio sulla vagina, mentre si accarezzava i seni e i capezzoli. Il suo sesso inizio’ a rispondere. Tento’ nuovamente di metterselo dentro e questa volta, con sua sorpresa, vide che l’oggetto iniziava a scivolare. La penetrazione era molto dolorosa, e le dilatava la vagina nel modo piu’ osceno, ma Roberta sapeva di avere poco tempo. Chiudendo gli occhi e stringendo i denti, spinse con forza. Grosse lacrime le scivolarono dagli occhi chiusi lungo le guance mentre il terribile arnese guadagnava, lentissimamente, un millimetro alla volta. Quando fu dentro per un terzo, Roberta inizio’ a maneggiarlo, spingendolo ritmicamente dentro e fuori, guadagnando nuovi centimetri a ogni penetrazione.
Dopo un tempo che le parve infinito, e dopo aver cosparso il fallo di cuoio con altro sapone, riusci’ a infilarlo fino alla base. La vagina le doleva atrocemente. Si asciugo’ le grandi labbra con l’asciugamano da bidet, e strappo’ due grossi pezzi di nastro adesivo, che applico’ alle proprie grandi labbra e alle proprie cosce, aprendosi come il Marchi aveva chiesto.
A questo punto, i suoi capezzoli si erano irrigiditi, e fu semplice, sebbene doloroso, applicare gli anelli di gomma come le era stato chiesto.
Usci’ dal bagno proprio mentre suo padre stava venendo a cercarla. – Tesoro, – le disse, – il signor Marchi gradirebbe conoscerti…
Nello sguardo di suo padre, Roberta vide una gioia che non aveva visto da tempo. L’affare si stava concludendo felicemente e l’uomo ne era chiaramente sollevato. – A… arrivo, papa’, – disse Roberta, fermandosi nel corridoio. – Dammi solo un attimo…
Sergio guardo’ la propria figlia. – Si, certo, – le disse. – E…. metti un reggiseno, tesoro.
Roberta arrossi’ violentemente. Era chiaro che suo padre si riferiva al modo osceno in cui i suoi capezzoli, allungati dagli anelli che li stringevano alla base, facevano capolino attraverso il tessuto del top. Annui’, sforzandosi di sorridere, ma morendo di imbarazzo, e si chiuse in camera. Ovviamente, non poteva indossare un reggiseno. L’enorme oggetto che teneva nella vagina le dava difficolta’ a camminare, ma verifico’ di poter dissimulare. Era anche sufficientemente ben piantato dentro di lei da non poterle cadere accidentalmente, nonostante il sapone che lo lubrificava.
Roberta si fece coraggio, e si reco’ in sala. I suoi genitori e il signor Marchi erano seduti al tavolo del salotto, su comode sedie imbottite. – Ah, ecco… Roberta, giusto? – disse il Marchi, sorridendo e alzandosi. – Piacere, – disse Roberta, sorridendo e stringendo la mano all’uomo che l’aveva appena costretta a torturare la propria vagina.
- Siediti qui, – disse il Marchi, indicando a Roberta la sedia accanto a lui. I genitori di Roberta erano seduti dall’altra parte del tavolo. Anna chiese al Marchi se non preferiva sedersi sul divano, ma l’uomo rifiuto’ nuovamente il suo invito. Roberta fece per sedersi. Ricordando che il Marchi desiderava verificare personalmente che lei avesse obbedito ai suoi ordini, senza darlo a vedere Roberta alzo’ la parte posteriore della gonna mentre si sedeva, appoggiando le natiche nude sulla sedia. In questo modo, sarebbe stato piu’ facile sollevarsi la parte anteriore della gonna se il Marchi le avesse fatto capire di farlo.
Diede uno sguardo a suo padre, ma lo distolse subito, vedendo che Sergio si era accorto che Roberta non si era messa il reggiseno come lui le aveva chiesto.
- Dunque, Roberta studia… informatica, giusto? – fece il Marchi. – Informatica, – rispose Sergio, raggiante. – E’ il nostro piccolo genio… tutti trenta! Siamo molto fieri di lei.
- Ne avete certamente motivo, – disse il Marchi, sorridendo. – E’ una bravissima ragazza, glielo si legge in faccia…
Roberta si accorse che la mano del Marchi si spostava verso di lei, sotto il tavolo. L’uomo prese l’orlo della gonna e lo sollevo’, scoprendo completamente Roberta. Roberta arrossi’, dando uno sguardo rapido ai suoi genitori per accertarsi che non potessero vedere cio’ che stava accadendo. – E’ abituata a fare i suoi compiti per benino, – continuo’ il Marchi, sorridendo, mentre la sua mano si spostava sulla vagina di Roberta, controllando che il membro di cuoio fosse ben dentro. Roberta non si era mai sentita cosi’ umiliata. Le dita di uno sconosciuto le stavano sfiorando le grandi labbra, spalancate dal mostruoso membro di cuoio e dal nastro adesivo, sotto gli occhi dei suoi genitori.
- Spiega al signor Marchi in cosa consiste la tua tesi, forse lo interessera’, – le disse suo padre. – Non… non credo, e’ una cosa… noiosa, – mormoro’ lei, simulando un sorriso. – Si tratta… ecco… un sistema di monitoraggio di un impianto industriale…
Il Marchi annui’. – Capisco, – disse, con un tono che lasciava intendere il suo scarso interesse. Questo imbarazzo’ un po’ i genitori di Roberta. Anna tento’ di rompere l’imbarazzo. – Lei comunque e’ davvero brava, – disse, – tutto il contrario di suo fratello. Lui, ecco, diciamo che non e’ molto attratto dai libri… – Fece una risatina, a cui Marchi rispose con un sorriso. – Probabilmente, il ragazzo ha altri interessi, – disse, guardando Roberta. Lei arrossi’ ancora. Non sapeva come il Marchi potesse sapere di quello che stava accadendo fra lei e Alberto, ma era evidente che lo sapeva. Senti’ che il Marchi aveva afferrato l’orlo inferiore del top, e lo stava tirando, e capi’ che l’uomo voleva controllare anche i capezzoli. Tuttavia, non poteva farlo senza farsi vedere dai genitori di Roberta. Lei esito’, e poi si decise a essere, ancora una volta, remissiva. Si chino’ in avanti, appoggiando i pugni sul tavolo e il mento sopra di essi, nascondendo i propri seni alla vista dei genitori. – Allora… avete trovato un buon accordo? – disse, sorridendo, fingendo di stare facendo la spiritosa. – Molto buono, tesoro, – disse suo padre, sorridendo, ancora raggioso, ignaro del fatto che nello stesso momento l’uomo con cui aveva fatto un accordo stava tirando i capezzoli di sua figlia, saggiandone la durezza e lunghezza con calma. Quando ebbe finito di controllarli, diede una leggera pacca sulla parte inferiore dei seni della ragazza, segnalandole cosi’ che poteva rimettersi dritta.
Il Marchi resto’ in silenzio per qualche istante. – Davvero una bella famiglia, – disse infine, sorridendo. – Avete anche un cane, vero?
- Oh si, Bruto. In realta’ e’ il cane di mia madre, – disse Anna, – ma lo teniamo noi quasi sempre. Ora e’ nello studio… non fa altro che dormire…
Marchi annui’. – Bene, – disse quindi. – per me e’ quasi ora di lasciarvi. E’ stata una serata piacevolissima. Posso accettare ora il bicchiere di vino di cui si parlava prima?
- Certo, – disse Sergio, sorridendo, – ogni promessa e’ debito. – Si alzo’, dirigendosi in cucina. Anna si alzo’ a sua volta. – Con permesso, – disse, – Sergio non prende mai i bicchieri giusti…
Non appena entrambi i genitori di Roberta si furono alzati, il Marchi si avvicino’ alla ragazza. – Adesso vai nello studio, e fai un pompino al vostro cane, – le disse. – Non mandare giu’. Quando tornerai qui, senza farti vedere dai tuoi, aprirai la bocca e mi farai vedere lo sperma di Bruto, dopodiche’ potrai deglutire.
- Io… non… – mormoro’ Roberta, tremando.
- Te lo sto ordinando, – disse il Marchi, freddamente. – Ti ho dato un’impressione diversa?
Roberta non rispose, e si alzo’, nello stesso momento in cui rientravano in salotto i suoi, con i bicchieri e la bottiglia stappata. – Devo fare una telefonata al mio ragazzo, – mormoro’ la ragazza, rivolta al Marchi, – torno a salutarla, comunque.
- Certo, vai, – disse il Marchi, sorridendo, – e sii dolce con il tuo ragazzo.
Roberta raggiunse la porta del corridoio, e ando’ nello studio. Per qualche istante, cerco’ di immaginare con cosa poteva simulare lo sperma di Bruto; le venne in mente il sapone liquido, o altre lozioni, ma temeva troppo che il Marchi potesse accorgersi che aveva disobbedito. Non ebbe neppure il coraggio di rimuovere il grosso membro di cuoio dalla propria vagina, anche se era improbabile che il Marchi la “controllasse” di nuovo. Entro’ nello studio. Bruto le venne incontro, scodinzolando.
Roberta si inginocchio’, e inizio’ ad accarezzare la schiena e il muso dell’animale. Il disgusto che provava all’idea di cio’ che era obbligata a fare era quasi paralizzante. Tuttavia, trovo’ la forza, gradualmente, di prendere in mano il membro del cane. Delicatamente, controllando le reazioni della bestia e accarezzandolo e sussurandogli di star calmo, inizio’ a masturbarlo. Aveva intenzione di rimandere il momento in cui l’avrebbe preso in bocca, ma non poteva correre il rischio che Bruto venisse sulla moquette, e che il suo seme andasse perduto. Non appena Roberta si rese conto che l’animale la lasciava fare, e anzi dimostrava di prenderci gusto, iniziando a dare spinte ritmiche nella sua mano, la ragazza si mise carponi e lo prese in bocca. Fortunatamente trovo’ subito una posizione adatta. Piangendo sommessamente, lascio’ che il cane facesse il proprio comodo, scopandole la bocca con rapidi movimenti di bacino. Lascio’ che scopasse la sua bocca come se fosse stata la vagina di una cagna. La monta duro’ diversi minuti, durante i quali, di quando in quando, il pene di Bruto accennava ad ammosciarsi, e Roberta si trovava costretta a leccarlo e succhiarlo con maggiore dolcezza per recuperarne l’erezione. Mentre la prendeva, il membro di Bruto perdeva liquido in abbondanza, riempiendole la bocca di un sapore acre e rivoltante. Infine, quando il cane schizzo’ tutto il suo carico di sperma, Roberta provo’ la terribile sensazione di essere grata per quell’osceno dono. Per paura che le ultime gocce del disgustoso liquido macchiassero la moquette, la ragazza dovette succhiare e leccare con cura il membro del cane prima di ritrarre la bocca.
Non riuscendo quasi a credere di essere riuscita a portare a termine quell’ordine orribile, Roberta si rialzo’ da terra, lottando con lo stimolo di rigettare. Quindi, si diresse lentamente verso la sala, trattenendo lo sperma di Bruto sotto la lingua. La paura di affrontare i propri genitori, la paura che potessero accorgersi di qualcosa, la rendeva quasi incapace di pensare.
- Rieccoti, – disse Sergio, quando Roberta fece finalmente la sua comparsa in sala. La ragazza sorrise, annuendo. Torno’ a sedersi, terrorizzata che i suoi potessero rivolgere la parola, e cercando di incontrare lo sguardo del Marchi. L’uomo, pero’, volontariamente evito’ di guardarla per qualche minuto, sistemando con cura i documenti nella propria borsa di cuoio. Infine, si volse verso Roberta. – Allora, tutto a posto con il tuo ragazzo? – le chiese, sorridendo. Roberta fece scivolare lo sperma di Bruto sulla lingua e apri’ la bocca appena un po’ piu’ del normale, per mostrarne il contenuto al Marchi senza dar nulla da intendere ai suoi genitori. Sempre cercando di non farlo notare, degluti’ un po’ dello sperma prima di parlare, e poi rispose – si, tutto bene, grazie.
Il Marchi annui’, e si alzo’. – Allora, a domattina, passero’ di qui verso le nove, – disse, congedandosi dai genitori di Roberta con una vigorosa stretta di mano. – E tanti auguri per la tua tesi, – aggiunse il Marchi rivolto a Roberta, con uno sguardo che la ragazza non riusci’ a decifrare. Sergio e Anna lo ringraziarono ancora per l’accordo che avevano raggiunto, e lo accompagnarono alla porta.
Quando il Marchi fu uscito, Roberta stava avviandosi verso la propria camera, quando Sergio le disse: – non l’hai messo, il reggiseno.
Roberta arrossi’. – Io… non sono riuscita a trovarne… voglio dire, che andassero bene con questo top… e…
I genitori la guardavano, con aria di disapprovazione. Era evidente che non era facile, per loro, trovare le parole giuste. Infine fu il padre di Roberta a rompere il ghiaccio. – Dovresti proprio metterlo, quando sei… in queste condizioni. Sai cosa voglio dire, vero?
Roberta abbasso’ il capo. – S… si, papa’, – mormoro’. – Scusa…. io non mi ero accorta… insomma…
L’uomo non replico’ nulla. Roberta diede un bacio a sua madre e torno’ in camera sua, bruciando per l’umiliazione. Si libero’ del fallo di cuoio, nascondendolo sotto il letto, degli anelli di plastica e del nastro adesivo, e si mise in fretta la camicia da notte. Era sconvolta; quello che era successo quella sera era piu’ umiliante di qualunque altra cosa le fosse accaduto in quei terribili mesi.
Cerco’ a lungo di addormentarsi, ma invano. La vagina le doleva per la dilatazione subita, ma c’era dell’altro. Disgustata di se’ stessa, Roberta decise di dare sfogo a cio’ che la tormentava. La sua mano scivolo’ sotto la camicia da notte, dentro le mutandine. Inizio’ a masturbarsi, a lungo, e la sua mente rivedeva lo sguardo gelido e severo del Marchi, il modo in cui le aveva tirato fuori i seni, il modo in cui l’aveva umiliata.
Il dolore che provava ancora alla vagina, e la paura che aveva provato, fecero si’ che ci volesse molto tempo per giungere a un orgasmo. Con le ginocchia sollevate, le cosce spalancate, due dita dentro di se’, gli occhi chiusi, infine Roberta accolse quell’orgasmo, potente e degradante, con un lungo gemito soffocato.

Roberta ricattata, parte 16

1 ottobre 2008

Roberta era nel laboratorio dell’Università, e stava completando il materiale per la
discussione della tesi. Il grande momento era arrivato. Il giorno dopo, avrebbe finalmente
presentato la sua tesi di fronte alla commissione. Benché la situazione si fosse molto
complicata dall’iniziale ricatto di Lorenzo, Roberta aveva la sensazione che quell’evento
l’avrebbe in parte liberata dalla sua terribile condizione.
Certo, se abbassava gli occhi e guardava com’era vestita, la sua terribile condizione le
tornava subito alla mente. Lorenzo l’aveva voluta in calze e reggicalze, tacchi alti, e
minigonna e top di velluto, tutto in nero. Il top, che costringeva le sue grosse mammelle e
lasciava intravedere la forma dei capezzoli, era chiuso da una fila di bottoncini che,
slacciati, consentivano un facile accesso al suo seno. Lorenzo se ne era servito meno di
un’ora fa, facendola inginocchiare e scopandole le tette a fondo, “premiandola” poi, come
diceva lui, con una abbondante razione di sperma direttamente in gola.
Mentre Roberta ripensava con vergogna a quell’ultimo fatto, ricevette una mail inaspettata.
Il suo relatore, il professor Pisani, la convocava con estrema urgenza nel suo ufficio.
Roberta trasali’, e controllo’ che i propri abiti, gia’ sufficientemente umilianti, non
fossero sporchi di sperma. Era un controllo che ormai era abituata a fare ogni volta che si
trovava ad avere un incontro con persone “normali”.
Nervosamente, mise lo zainetto in un cassetto della scrivania, chiuse il cassetto a chiave,
e si avvio’ verso l’ufficio del Pisani.
Quando entro’ nell’ufficio, la prima cosa che Roberta capi’ era che il Pisani era
decisamente irritato. Lo sguardo che l’uomo diede agli indumenti con cui Roberta si
presentava da lui esprimeva il piu’ totale disprezzo. Il Pisani la fece sedere sulla sedia
di fronte alla sua scrivania.
- Dunque, Roberta, – disse, – ho ricevuto un messaggio dalla Commissione che non mi e’
piaciuto per niente.
Roberta arrossi’, senza osare replicare. Il Pisani fece un pausa; vedendo che Roberta non
rispondeva, riprese. – Per motivi di regolamento disciplinare dell’Universita’, si e’ deciso
che la tua discussione venga fatta in sede privata, anticipatamente, domani mattina.
Roberta guardo’ Pisani fingendo di non capire, ma arrossendo ancora piu’ violentemente.
- Regolamento… disciplinare? – mormoro’.
- Sai per quale motivo sei accusata? – chiese il Pisani, freddamente. Era evidente che si
aspettava che Roberta lo sapesse. La studentessa, tuttavia, non ebbe il coraggio di parlare.
Fece cenno di no con il capo.
- La tua condotta sessuale, – disse il professore. – Sembra che ci siano decine di foto che
ti ritraggono mentre dai sfogo alle tue voglie con i tuoi colleghi, negli edifici pubblici
dell’Universita’. – Il Pisano calco’ sulla parola “pubblici”.
Roberta abbasso’ il capo, con le lacrime agli occhi. – Capisco… – mormoro’. Tutti gli
sforzi che aveva fatto per arrivare alla discussione di laurea erano vicini a vanificarsi.
Si sentiva distrutta, piu’ ancora che in imbarazzo.
Il Pisani la guardo’ con calma. – Mi sembra di capire che e’ tutto vero, – disse, alzandosi
dalla sedia. – Visto che l’hai preso da meta’ del corpo studentesco, mi aspetto che tu abbia
intenzione di riservarmi un trattamento di favore.
Trasalendo per quella frase inaspettata, Roberta alzo’ gli occhi al professore. – C… certo
professor Pisani, – mormoro’, mentre l’uomo, senza tante discussioni, si slacciava i
calzoni. Il Pisani era un uomo oltre la cinquantina, robusto, piacente. Roberta vide il suo
membro per un solo istante, mentre lei le metteva una mano in testa e la spingeva a se’,
ficcandoglielo in bocca. Roberta fece come per iniziare a servirlo con la bocca, ma il
Pisani la fermò. – Stai ferma, – le disse, iniziando a spingere con foga nella sua gola, con
bruschi movimenti di bacino, – mi piace prenderle a fondo, le troie. Penso che tu sia
abbastanza esperta da saper prendere un cazzo in gola.
Con quel fare violento e deciso, il professor Pisani scopo’ la bocca di Roberta a lungo.
Roberta piangeva e tremava, ma lasciava che l’uomo la usasse. – Slacciati i bottoncini
centrali del top, – le disse lui a un tratto. Roberta porto’ le mani al top, e slaccio’ sei
bottoncini al centro, scoprendo parte dell’incavo fra i suoi seni. Il Pisani aspetto’ che
avesse fatto, quindi lo sfilo’ dalla bocca della ragazza. Guardo’ Roberta, che teneva il
capo chino, e le sollevo’ il mento. – Guardami, – le disse. Roberta alzo’ gli occhi lucidi
di pianto, incontrando lo sguardo del Pisani mentre l’uomo le faceva lentamente scivolare il
membro fra i seni, infilandolo nell’apertura del top. L’indumento stringeva gia’ alquanto i
seni di Roberta, ma il Pisani li afferro’ ugualmente, con una stretta brutale, premendoli
sul suo membro. Quindi, guardando Roberta negli occhi, inizio’ a scoparle lentamente le
grosse, morbide mammelle. – Risparmiami quelle stupide lacrime, – le disse, – altrimenti, se
proprio vuoi avere la faccia bagnata, ti ci sborro sopra e ti costringo a uscire dal mio
ufficio cosi’.
Roberta si asciugo’ velocemente le lacrime. – Mi perdoni, sigmore, – mormoro’. Il Pisani
continuo’ a prenderle i seni a fondo per diversi minuti, finche’ non fu prossimo a venire.
Quindi, sposto’ il proprio membro dall’incavo fra i seni della studentessa, infilandolo fra
il top e la mammella sinistra. Il glande era a contatto con il capezzolo della ragazza. Il
Pisani strizzo’ con violenza i seni di Roberta fra le dita mentre schizzava una prima dose
di sperma. La ragazza percepi’ il calore del seme dell’uomo su tutto il capezzolo. Pisani
sposto’ il membro, massaggiandoselo mentre lo direzionava sul capezzolo destro, appena in
tempo per il secondo schizzo. Il top di Roberta, che prima lei, controllando, aveva trovato
pulito, ora era imbrattato da due grosse macchie scure sui seni.
Il Pisani lo sfilo’ e lo mise di nuovo in bocca alla ragazza. Questa volta, la lasci’ fare,
dandole il tempo di pulirlo accuratamente con la lingua, leccandolo piu’ volte tutto
attorno.
Quando il professore fu soddisfatto, lo sfilo’ dalla bocca di Roberta e torno’ al suo posto.
Roberta attese nuovi ordini, seduta in silenzio, con il top slacciato e bagnato. – Ora
voglio vedere la tua fica, – disse il Pisani, battendo con due dita sulla superficie della
sua scrivania. – Seduta a cosce aperte. E non smettere di guardarmi.
Roberta si alzo’, con le gambe che le tremavano. Timidamente, avanzo’ verso il professore,
guardandolo, sforzandosi di non piangere. Si sedette sulla scrivania del Pisani, sollevando
la gonna fino sui fianchi e mostrando il suo pube depilato e l’orlo delle calze che le
adornavano le cosce. Senza farselo ripetere, allargo’ le cosce mostrando la propria vagina
aperta al professore. Lui abbasso’ lo sguardo sul sesso di Roberta, quindi torno’ a
guardarla negli occhi. – Avvicinala, ho voglia di leccarla, – le disse. Roberta scivolo’ con
le natiche nude in avanti sulla superficie della scrivania, sedendosi in modo che la sua
vagina sporgesse oltre il bordo. Il Pisani avvicino’ ancora un po’ Roberta afferrandola per
le cosce, e poi, inizio’ a toccarla. Prima le tasto’ lentamente la fessura, massaggiandola
col palmo della mano. Poi le prese le grandi labbra, una a una, tirandole verso l’esterno e
lasciandole andare, come se stesse giocherellando. Le afferro’ entrambe, tenendole con
pollici e indici, e le allargo’, tirando con forza verso l’esterno. Attese il primo gemito
di dolore di Roberta, e poi diede uno strattone piu’ forte a entrambe. Alzando gli occhi
alla ragazza, le disse freddamente: – E’ diventata una grossa fica da vacca, a forza di
prendere cazzi. Hai un buco enorme, non trovi puttana? – - Si, signore– – mormoro’ lei. Il
Pisani tiro’ piu’ forte, avvicinandosi e dando una lunga leccata in profondita’ alla vagina
di Roberta. – Non invidio il tuo fidanzato– ormai dubito che tu senta qualcosa quando ti
scopa– – continuo’ il Pisani, fissando Roberta negli occhi. – Scommetto che e’ cosi’ grossa
che potresti infilarci tutta la mano. Sdraiati.
Roberta, appoggiando dapprima i gomiti, si distese poi con la schiena sulla superficie della
scrivania. Il Pisani accosto’ nuovamente la bocca alla vagina aperta della ragazza,
riprendendo a leccarla a fondo, spingendo con la lingua sulle grandi e piccole labbra.
Quindi si alzo’ dalla sedia, e, guardando Roberta che attendeva ordini a cosce spalancate,
libero’ il lato destro della scrivania. Quindi, le indico’ la superficie che aveva liberato.
Roberta si sposto’ verso il bordo destro della scrivania, sempre guardando il Pisani. L’uomo
le prese la mano e se la appoggio’ sul membro gia’ nuovamente eretto. Quindi, infilo’ due
dita della mano sinistra nella vagina di Roberta, e due dita della mano destra gliele mise
in bocca. – Nella seduta di domani mattina, la commissione ha organizzato una punizione
esemplare per te, – le disse, iniziando a fotterle bocca e vagina con le dita, mentre
Roberta, senza farselo ordinare, gli massaggiava dolcemente il membro con la mano. – Ma non
ti nascondo che non si tratta qualcosa di esattamente nei limiti del regolamento. Sei libera
di rifiutare di parteciparvi, ovviamente, ma questo non ti portera’ certamente grandi
benefici. E’ chiaro?
Roberta annui’. – Non ho sentito, troia, – disse Pisani, spingendo le dita piu’ a fondo. -
Si’ signore – mormoro’ lei, con voce soffocata. – Bene. Non sono autorizzato a rivelarti
molto, tranne che la commissione ha persino scelto cosa indosserai: un’uniforme da
scolaretta. – Il Pisani sorrise. – Tuttavia, quale tuo relatore, ho il diritto ad apportare
alcune modifiche. – L’uomo sfilo’ la mano dalla vagina di Roberta, e le prese l’orlo di una
delle calze. – Queste restano, – disse. – E anche le scarpe coi tacchi.
L’uomo ritrasse entrambe le mani e si sposto’ vicino alla testa di Roberta, mettendoglielo
nuovamente in bocca. La ragazza lo accolse dolcemente. Quindi, il Pisani lo sfilo’ e giro’
intorno alla scrivania, posizionandosi davanti alla vagina aperta della studentessa. -
Togliti le scarpe, – le disse. Roberta piego’ le gambe all’indietro, una a una, per
raggiungere le proprie scarpe con le mani e sfilarle, lasciandole cadere a terra. Il
professore le mise le mani sulle cosce, e le fece poi scivolare giu’ lungo le belle gambe
ben tornite della ragazza, fino alle caviglie. – Mi hanno sempre arrapato i tuoi piedini,
maialina, – le disse. – Ora posso finalmente togliermi la soddisfazione di scoparli.
Tenendola per le caviglie, porto’ i piedi di Roberta a contatto con il suo membro,
mantenendolo sempre orientato verso la vagina aperta della ragazza. Stringendo i piedi di
lei, inizio’ a farlo scivolare fra le piante dei piedi di Roberta. – Senti come me lo fai
diventare duro? – disse lui, fissandola. – Si, signore, – mormoro’ la ragazza. Mentre si
masturbava fra i piedi di Roberta, Pisani inizio’ ad avvicinare il bacino al ventre di lei,
costringendola a piegare le ginocchia e aprirsi ancora di piu’. L’uomo continuo’ a godersi
la ragazza in quel modo a lungo. Quando fu prossimo all’orgasmo, le afferro’ entrambi i
piedi con una mano, usando l’altra per aprirle le labbra della vagina. Quindi, si abbandono’
al piacere, iniziando a schizzare direttamente nel sesso aperto della studentessa. I primi
due grossi schizzi coprirono la fessura della ragazza di un denso strato di seme. Quindi,
l’uomo deposito’ due nuovi schizzi sulle piante dei piedi di lei, trattenendole attorno a
contatto con il proprio glande.
Quando si fu completamente scaricato, il Pisani sollevo’ le gambe della ragazza verso
l’alto, appoggiandosi i polpacci di lei sulle spalle, e si asciugo’ il membro strofinandolo
prima fra le natiche morbide e accoglienti della studentessa, e poi sulle sue cosce,
insozzandole ulteriormente le calze. Ripulitosi in quel modo, l’uomo si riallaccio’ i
pantaloni e torno’ a sedersi. – Scendi dalla scrivania, – le disse. Roberta obbedi’.
Istintivamente, porto’ una mano alla propria vagina per trattenere il seme che le colava
giu’ per le cosce. Senza neppure guardarla, il Pisani le disse, – togli la mano da li’,
porca.
Roberta obbedi’, restando in piedi di fianco alla scrivania. – Posso… andare? – mormoro’.
Il professore rimase in silenzio per qualche secondo. – Perche’? – chiese poi. – Posso
tenerti qui per tutto il pomeriggio. Potrei avere voglia di sborrarti di nuovo addosso.
Mettiti li’ nell’angolo, in ginocchio. – Prese le scarpe di Roberta da terra, e gliele
butto’ nell’angolo dell’ufficio in cui le aveva detto di mettersi. – Rimettile, – disse.
Roberta annui’ in silenzio, indossando le scarpe sui piedi ancora sporchi di sperma. In
silenzio, si inginocchio’ nell’angolo, rivolta verso il professore, divaricando leggermente
le cosce. L’uomo le diede uno sguardo. Le guance di Roberta erano nuovamente rigate di
lacrime. – Ti ho gia’ detto cosa ti succedera’ se continui a piangere. Invece di fare i
capricci, tira fuori le tette, e masturbati mentre io finisco di sbrigare la posta. In
silenzio, fica e ano.
- Si, signore, – mormoro’ Roberta, arrossendo. Si sollevo’ il top, scoprendo del tutto i
grossi seni. Quindi, porto’ le mani fra le cosce, la destra alla vagina e la sinistra
all’ano, iniziando a toccarsi. Il Pisani abbasso’ lo sguardo al monitor del proprio computer
e inizio’ a sbrigare le sue cose, senza degnarla d’uno sguardo. Roberta lo guardava, in
docile attesa di ordini, le dita che fottevano lentamente i suoi buchi. Sentiva l’odore
dello sperma di Pisani, che le insozzava le dita e le colava lentamente lungo l’interno
delle cosce. Per oltre un’ora, resto’ in quella posizione umiliante, continuando a
masturbarsi, senza osare raggiungere un orgasmo. Quando il professore ebbe finito quello che
stava facendo, sollevo’ gli occhi alla ragazza, appoggiandosi comodamente allo schienale
della sedia.
- Alcune delle foto che sono finite in mano alla commissione ti ritraggono mentre ti fai
torturare i seni, – le disse. – Cosa ti piacerebbe che facessi alle tue tette?
Roberta esito’, senza smettere di toccarsi. – Tutto quello che vuole, professore, -
mormoro’.
- Avanti, suggerisci, – fece lui, guardandola con occhi gelidi.
Roberta lo guardo’, tremando. – Potrebbe… legarmele… – mormoro’. – E frustarmele con la
cinghia…
Il Pisani scosse il capo. – Fatti venire in mente qualcosa di piu’ eccitante. Non vuoi
essere la tettona obbediente del tuo professore?
- S… si signore, – mormoro’ lei. – Ma… io non so…
- Non mi fare arrabbiare, Roberta, per il tuo bene.
Roberta arrossi’. L’uomo continuava a fissarla, mentre lei, suo malgrado, si masturbava la
vagina e l’ano. – Allora? – insistette lui, con severita’. – Po… potrebbe… – mormoro’
Roberta, – potrebbe… calpestarmele… – mormoro’. L’uomo la guardo’ con calma. – Come
sarebbe?
- Se… se mi sdraio per terra… bocconi… – mormoro’ lei, arrossendo, – posso… farle
sporgere… ai lati… in modo che lei possa… schiacciarle con i piedi… – Mentre suo
malgrado proponeva quella tortura al suo aguzzino, la ragazza tremava visibilmente.
- Interessante, – disse infine il Pisani, appoggiandole il membro alla bocca, e
strusciandole il glande sulle labbra. – E’ questo che vuoi? Ti ecciterebbe farti calpestare
le poppe?
Roberta lo guardo’ sottomessa. – S… si, signore, – menti’.
- Bocconi non mi piace, pero’, – disse lui, – non potrei guardarti negli occhi. Inoltre non
ho voglia di alzarmi. Striscia fin qui e vieni sotto la scrivania. Roberta si sposto’, in
ginocchio, fino alla scrivania del Pisani. La scrivania poggiava su due larghe assi
laterali, che erano unite da un sostegno centrale anch’esso di legno, all’interno del quale
correvano le canaline dei fili elettrici. La posizione del sostegno era tale che chi era
seduto alla scrivania avrebbe potuto appoggiarci i piedi. Il Pisani guardo’ la ragazza
inginocchiata ai suoi piedi. – Puoi appoggiarle li’ sopra, – le disse, indicandole il
sostegno.
Roberta annui’, obbediente, e appoggio’ i grossi seni nudi sul sostegno. Il Pisani si
appoggio’ piu’ comodamente con la schiena alla sedia, e appoggio’ i piedi sui seni della
ragazza. – E ora, – disse, iniziando a premere sulla carne di lei, – facciamo due
chiacchiere. Ci sono alcune cose che non so di te. Quanti anni hai?
- Ventitre, professore, – mormoro’ Roberta, socchiudendo gli occhi per il dolore, mentre lui
le schiacciava i seni sempre piu’ forte, aumentando lentamente la pressione. – Sei
fidanzata?
- Lo… ero… professore… sono successe alcune cose… non so se siamo ancora insieme…
- Ma tu sei innamorata di lui?
- Si, professore… – mormoro’ ancora Roberta, con le lacrime agli occhi.
- Me lo stai facendo diventare di nuovo duro, – le disse quindi, simulando un tono di
rimprovero. – Saro’ costretto a fartelo prendere ancora, lo sai.
- Si, professore…
L’uomo sposto’ i piedi. – Appoggia solo i capezzoli, ora, – le disse.
Roberta obbedi’, spostando indietro il busto e i seni, e sistemandosi in modo che solo le
estremita’ dei seni e i capezzoli poggiassero sul sostegno. Pisani attese che lei si fosse
sistemata, e sollevo’ di nuovo i piedi, schiacciandole questa volta i capezzoli. – Tiramelo
fuori e masturbami, – le ordino’. Roberta allungo’ le mani, slacciando i pantaloni del
professore, socchiudendo gli occhi per il dolore mentre lui di nuovo aumentava lentamente la
pressione delle suole sui suoi delicati capezzoli. Quando l’ebbe tirato fuori, inizio’ a
massaggiarlo lentamente.
- Ora avvicina la bocca piu’ che puoi, e fai una bella “O” con le labbra.
Roberta si chino’ in avanti, gemendo di dolore, i seni inchiodati al sostegno dalla crudele
pressione delle suole del Pisani. Atteggio’ le labbra nell’umiliante espressione che il
professore le aveva chiesto, l’espressione di una bambola gonfiabile.
- Voglio che mi masturbi, ma tienilo orientato in modo che i miei schizzi centrino quella
boccuccia da troia.
- Si… professore… – mormoro’ lei, senza muovere le labbra. Inizio’ a far scorrere la
mano sul membro eretto dell’uomo.
- Non ti permettero’ di pulirti, quindi e’ nel tuo interesse che tu riesca a centrarti la
bocca.
Roberta annui’, avvicinandosi ancora e prendendo a masturbare freneticamente l’uomo. Il
Pisani la guardava e strusciava i piedi sul sostegno, tormentando i capezzoli della ragazza
in quel modo sadico. Lei lo prese con due mani, massaggiandolo vigorosamente, il volto
proteso verso quel membro turgido, la bocca aperta e pronta a ricevere lo sperma del
professore. Un paio di volte, l’uomo le prese il capo, allentando la pressione sui seni,
tirandola verso di se’ e infilando il glande nella “O” formata dalle labbra di Roberta, per
poi schiacciare con piu’ forza i seni di lei, costringendola a ritrarsi. Infine, venne per
la terza volta. I primi due schizzi, meno abbondanti dei precedenti, finirono direttamente
nella bocca di Roberta. Solo il terzo, piu’ debole, la colpi’ sul mento. Lui le sorrise, e
sposto’ i piedi per darle liberta’ di movimento. La ragazza si chino’ in avanti, con i seni
arrossati e dolenti, e gli ripuli’ il membro con cura con la bocca. Quando ebbe finito, il
Pisani si riallaccio’ i pantaloni.
- Puoi rivestirti e andartene, adesso, – le disse. – Ci vediamo domani mattina. Passerai dal
mio ufficio alle otto e trenta per indossare gli abiti che la commissione ha scelto per te,
ma ricordati di farti trovare con calze e tacchi alti.
- Si, professore, – mormoro’ ancora lei. Nonostante il dolore e l’umiliazione che l’uomo le
aveva procurato, si constrinse a ringraziarlo. In preda all’imbarazzo e alla vergogna, si
rivesti’ in fretta. Aveva i vestiti, le calze, il viso e le mani sporche di sperma, ma
sapeva che non le sarebbe stato concesso di pulirsi.
Mentre usciva dall’ufficio, scoppio’ ancora una volta in lacrime…