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Barbara

5 Aprile 2011

Geronimo ci invia questo bellissimo racconto, buona lettura a tutti e grazie all’autore!

“ –Vedi Barbara, avevo inserito la chiavetta nel portatile pensando di trovarci il filmino del compleanno di mio nipote e invece, sotto la cartella Compleanno c’era questa porcata-“
Barbara non aveva parole, che idea idiota quella di utilizzare la webcam del computer per riprendersi mentre faceva l’amore con “lui”! e poi salvare la ripresa in quella cartella lì! Il volto dell’amante non si vedeva mai, ma si sentivano i suoi sospiri, le sue parole audaci, si vedevano le mani che impastavano i seni dai capezzoli turgidi e tesi, che avvolgevano e accarezzavano la folta chioma bionda di lei, di Barbara. Poi ancora i fianchi nudi di lui che aderivano al suo culo e la sagoma del pene che entrava e usciva sempre più velocemente nel corpo della donna tra gemiti e grugniti fino al culmine, con tanto di risate finali. Barbara non osava guardare il marito, la testa china, le mani che non sapevano dove stare. “-Hai qualcosa da dire?, ora non dici più niente, brutta troia?!-“ Barbara sussultò per un attimo. Lei era alta 1,65 dalle forme morbide e generose, aveva, sì, qualche nozione di judo ma non avrebbe mai potuto difendersi da una aggressione di quell’omaccione alto, forte e incazzato. Ma sapeva che Alessandro non le avrebbe fatto del male, o meglio non quel tipo di male che uno potrebbe attendersi in una simile circostanza. Entrambi conoscevano bene le regole del gioco.
Barbara guardava Alessandro con i suoi magnifici occhi verdi, umidi. Una lacrima scese lentamente lungo la guancia destra.”- Non ho nulla da aggiungere a quello che hai detto, si, sono una troia e mi è piaciuto tanto!-“ Si accostò all’uomo, lentamente e senza distogliere lo sguardo,ora sorprendentemente sfrontato,da quello del marito, gli sfilò la cintura dai passanti e se la avvolse attorno alla mano e al polso sinistro. Poi leccò il cuoio nero in modo osceno, chiudendo gli occhi. Infine la consegnò ad Alessandro.”-Vieni qui puttana! L’uomo afferrò il polso di Barbara e la trascinò a sé facendola sbattere contro il proprio corpo.Ora le cingeva la vita, con forza. La bocca semiaperta di lei offerta ad un bacio appassionato che non sarebbe arrivato. Entrambe le mani di lui erano infilate nelle mutandine, palpavano e pizzicavano le candide e prosperose natiche di Barbara.La cintura era scivolata a terra. Per un attimo Alessandro respirò a fondo l’odore misto di paura e desiderio della seducente mogliettina.Un altro gesto brusco, repentino e Barbara si trovò piegata sotto il braccio destro dell’uomo, la gonna sollevata, le mutandine abbassate a metà coscia. Un secondo dopo il primo energico sculaccione si abbattè con una traiettoria a schiaffo sulla sua natica esterna. Seguirono gli altri, sempre forti, sempre più veloci. Le chiappe tremavano, rimbalzavano .Sciaff!,Sciaff!, Scia-Sciaff!, Sciafff! “Bastardo! Ahii! Non puoi trattarmi,così, Ahioo! Cornuto!, ti denuncio!-“ Queste parole non fecero altro che eccitare il marito che sculacciò come una furia, implacabile, inarrestabile, mentre Barbara si divincolava invano e gridava basta.
Poi l’uragano di sculaccioni passò. Barbara, scarmigliata, seminuda, con il bel viso rigato di lacrime e il culo rossissimo guardò la video camera “Ora Alessandro mi darà un sacco di cinghiate, povero culetto mio!-“ Si sentì la voce fuori campo: “.Sei bellissima, ehm…, Avanti zoccola, stesa sul letto, culo ritto! ora te lo faccio a strisce!-“
Decine e decine di cinghiate, date come dio comanda, si abbatterono sulle chiappe della malcapitata, tutte inquadrate in primo piano. Sonoro eccellente. Le strisce violacee si irradiavano sulle collinette delle chiappe come la ruota di un pavone; Che splendida inquadratura!
Seguì ricca scopata.
Secondo voi, chi era l’amante del primo video?

Racconti di sculacciate: la commessa

7 Marzo 2011

Il caro amico Geronimo ci invia un bel racconto di sculacciate: buona lettura a tutti e un grazie particolare all’autore del racconto!

Per gentile concessione di Spankettina utilizzerò il personaggio secondario del suo ultimo racconto Caro Diario, parte 2. Si tratta della commessa che aiuta Samantha a mettersi il vestito: Il suo nome è Sabrina, ha 25 anni, una bellezza non appariscente, mora, capelli a caschetto, un po’ rotondetta. IV^ di reggiseno, sedere a mandolino, altezza 1,62. E’ la più anziana delle tre commesse del negozio di abbigliamento dove lavora, le altre due, Silvia e Ramona hanno ripettivamente 22 e 20 anni, anche loro graziose, senza pretese, ma con un bel didietro. Già, tutte e tre hanno un bel fondoschiena, ma hanno anche altre caratteristiche comuni: tutte e tre sono efficienti, laboriose, particolarmente inclini alla sottomissione, tutte e tre hanno ricevuto una educazione rigidissima, e vivono in famiglie dove tuttora ricevono frequenti e severi castighi corporali, dove a farne le spese sono i rispettivi posteriori. Non si potrebbe certo dire, parafrasando un illustre editorialista dei nostri tempi, che le poverette siano sedute sulla loro fortuna. Sembra che le donzelle siano state accuratamente selezionate, ed in effetti è così; il padrone, o meglio la padrona del negozio è infatti la terribile Sandra, amica di Brunilde, che compare nel mio precedente racconto. “La madre di Elena”. Dal racconto emerge la personalità fortemente SM anche se quasi soltanto limitata allo spanking della donna. Ebbene, nella scelta del personale del suo negozio, ha voluto unire, per così dire, l’utile al dilettevole. Efficienza nel lavoro e durissime sculacciate. In quel luogo regna un clima di morboso, intransigente, regime disciplinare. Come potete immaginare Sandra si diverte un mondo a punire spietatamente le tre commesse.

Veniamo ad oggi. La giornata lavorativa è terminata. Sabrina ha fretta di tornare a casa. Il negozio ha chiuso più tardi del solito, perché siamo in periodo di saldi. Fa la verifica di cassa e vede che mancano cinque euro. “Dove cazzo sono finiti?-“ stà pensando, “- oh no! Li ha presi in prestito quella scema di Ramona. Va bè se la padrona non si accorge di niente…-“. Sandra controllava tutto meticolosamente e niente le sfuggiva. Però in fondo stavolta era stata via tutto il pomeriggio. Era andata dalla sua amica, l’affascinante signora Brunilde, ed era tornata da meno mezz’ora, con una andatura claudicante e massaggiandosi delicatamente le natiche. Hi, Hi, ridacchia Sabrina, Sapeva che oltre ad essere una feroce sculacciatrice, ogni tanto la padrona non disdegnava di prenderle e andava a farsi strigliare per bene dall’amica. Il marito di Sandra non aveva mai capito certe cose, per questo il matrimonio era fallito.”-Bene-“, pensa Sabrina, questa sera arriverò in tempo per la cena e una volta tanto papà non mi gonfierà il culo a suon di cinghiate.Non gli importava tanto della punizione in sé, c’era ormai abituata, il fatto è che a volte c’erano ospiti e a Sabrina non andava di mostrare il culo nudo e la micetta ad estranei o anche ai parenti!.

“- Su, quante storie, lo zio Ernesto ti ha visto che portavi i pannoloni!-“. Lo zio Ernesto era il marito della sorella del padre.era uno degli invitati più frequenti e fastidiosi. Aveva sempre la bava alla bocca quando assisteva a queste scene. Odiava quando la mamma le tirava giù le mutande davanti a lui. Non era più una bambina.
Quando Sabrina aveva già il sedere segnato dalle botte della padrona era pure peggio. “- Che cosa hai fatto disgraziata ?!, che figure mi fai fare’?!. Le domande erano retoriche. Papà non era interessato alla risposta. Ma le cinghiate grandinavano e gli schiocchi del cuoio sulla pelle nuda erano talmente rumorosi da suscitare le proteste dei vicini. Il giorno dopo Sandra, che si accorgeva dai movimenti sofferti e dall’impossibilità a sedersi della commessa, che quest’ultima ne aveva prese un sacco ed una sporta, voleva a tutti i costi vedergli il culo e “consolarla”. Oh, le consolazioni della padrona erano molto piacevoli e la signora le elargiva democraticamente a tutte le dipendenti, peraltro ricambiata, soprattutto da Silvia.
Più di una volta l’aveva sorpresa con la testa tra le cosce di Sandra che sospirava e ansimava di piacere. Anche Sabrina vi si era dedicata, ma per obbedienza. Sebbene non disdegnasse di baciare e masturbare la passerina della padrona, la nostra figliuola continuava a preferire tutto sommato i maschi. Naturalmente il fidanzato non sapeva nulla. Era una situazione un po’ difficile da spiegare.

Sabrina va a salutare la padrona prima di andare. Sandra è seduta dietro la scrivania su due comodi cuscini e brandisce lo scudiscio. E’ fatto di strisce di cuoio essiccate ed intrecciate attorno ad un perno di metallo e terminanti in una spessa linguetta di budello ruvido. La frusta è lunga 75 cm e costituisce un temibile strumento di correzione per giovani sederi. ”- Dove credi di andare ladruncola?!, i miei cinque euro?-“ Una frustata in pieno viso non avrebbe potuto fare peggio. Sabrina balbetta, poi grida e piange”-Non sono una ladra!, è un prestito a Ramona!…non avevo spicci… io…domani io, io… li rimetterò!-“ “-Lo so cara, volevo metterti alla prova-“Il tono si fa dolce. La voce suadente. Sabrina si volta e si accorge che nell’angolo inginocchiata sul mais, c’è Ramona. Ha la maglietta tirata su, il reggiseno slacciato, i grossi capezzoli pinzati dalle mollette da bucato . Il volto della ragazza è inondato di lacrime e impiastricciato di fard. In bocca ha infilate a mò di bavaglio le proprie mutandine. La ragazza è nuda dalla vita in giù.Il culo e il retro delle cosce fino alla metà, sono un reticolato di segni rosso scuro in rilievo e blu-viola su un fondo comunque rosso carico. Qua e là luccica il sangue di piccole lacerazioni. La stanza è perfettamente insonorizzata;ecco perché Nessuno ha sentito niente. In effetti gli era sembrato strano che Ramona se ne fosse andata senza salutare-“- Gli ho fatto telefonare a casa che deve fare gli straordinari-“ interviene Sandra: “- Ha preso 80 scudisciate. Per questa volta l’ho punita, anche perché l’ammanco è modesto e l’errore è stato subito confessato ed è rimediabile. La prossima volta c’è il licenziamento-“ Sabrina deglutisce.”-Sei una sciocca cara Sabrina, “ prosegue Sandra, “- Buona lavoratrice, ma imprudente, un po’ ingenua, poco attenta.La prossima settimana sei formalmente in ferie.Ebbene, scordati la settimana bianca!.frequenterai un corso intensivo di gestione pratica dalla mia amica Brunilde. Lei sa come educare e impartire la disciplina ai giovani sconsiderati!.”- povere le mie chiappe allora-“ pensa sconfortata la sfortunata ragazza. “- Avanti, ora, via la gonna, sfilati le mutandine e sali sullo scaleo!-“ Lo scaleo si trova sul lato destro dell’ufficio. La ragazza, nuda, dalla vita in giù esegue l’ordine. saliti i primi tre scalini afferra saldamente i passamani e sporge le natiche secondo la consueta procedura. “-Dovrai contare 40 frustate. Non voglio segnarti troppo, So che dopo le ribuscherai a casa e tuo padre ha tutto il diritto di cinghiarti il culo con soddisfazione-“. Subito dopo Sandra, comincia a scudisciare con forza e lentamente le belle natiche della commessa. “Swish! Ahiaa!, Uno!-“ , swisch! Ahio, due!, swisch ahii! Tre!-“ Sandra vuole dare il tempo a Sabrina di contare e gustare il dolore. Al trentesimo colpo il culo è superbamente disegnato. Qualche colpo ha toccato crudelmente e maliziosamente il sesso della punita che gronda sudore e secrezioni. Swisch! Ahiii!mmmh!, sig, sob, tren…ta sei!. Swisch! Ahuuu! Madonnina! trenta…sette!. Basta, la supplico!-“ Mi supplichi di smettere o di continuare? Sei una cagna in calore! Lo so che in fondo ti piace! Sei tutta bagnata, porca!-“ Finita la punizione telefoneremo a casa e confesserai ai tuoi il motivo della tua correzione. Esigo che ti venga somministrata una razione doppia di cinghiate!-“. E così avviene. Sabrina rientra in casa a testa bassa. Il padre e la madre impugnano una cintura a testa.Si preannuncia una ripassata con i fiocchi. Senza dire una parola la ragazza si sfila lentamente prima la gonna e poi le mutandine.Il culo è già discretamente piagato, ma i genitori non si muovono a pietà. Sabrina si inginocchia sul divano, gambe leggermente divaricate, esponendo oscenamente le proprie intimità. Il papà e la mamma si dispongono ai lati. Non ci sarà bisogno di tenere ferma la figlia. Le cinture guizzano nell’aria per abbattersi fragorosamente sul loro bersaglio preferito. Sabrina pensa già al giorno seguente, quando mostrerà fieramente i segni alla padrona e pensa soprattutto alle tenere., intime carezze della donna. Si sente nuovamente inondare di desiderio mentre le cintole danzano sulle sue terga.

Racconti di sculacciate: Sculacciate in Normandia

18 Febbraio 2010

 Il concorso di San Valentino è ormai concluso, torniamo ai nostri consueti racconti di Sculacciate. Oggi vi pubblico un bel racconto di Geronino: buona lettura a tutti e grazie al bravissimo autorie.

Ricordo che chiunque può inviare un racconto, è sufficiente scrivere una mail a sculacciata76@yahoo.it

Honfleur, pittoresca cittadina della Normandia. Siamo alla fine degli anni ’50. Catherine è una giovane mamma di 22 anni. 1,60 di altezza, bionda, falsa magra, con tutte le sue brave curve, un radioso sorriso acqua e sapone. Ha avuto il suo piccolo Etienne 9 mesi prima, bambino delizioso e assai vivace che la impegna moltissimo. Catherine lavora nell’emporio del marito, un uomo burbero e duro di 36 anni, alto e robusto, poco incline a comprendere le difficoltà che una madre inesperta può incontrare ad allevare un pargoletto quasi senza aiuto, la madre di Catherine abita infatti a Caen, ed è cagionevole di salute. I genitori di Pierre sono invece morti e quanto alla cognata di Catherine, bè neanche a parlarne, trattandosi di un soggetto inaffidabile e con qualche rotella fuori posto. Pierre picchia molto spesso la moglie; non si tratta di percosse brutali, la punisce, come dice lui, per le sue continue mancanze, e il destinatario pressoché esclusivo delle sue punizioni è il bel sedere di Catherine. Quando è in negozio, la povera mogliettina non è mai tranquilla, si sente continuamente controllata, e se fa tanto di sgarrare, dal punto di vista del marito, ovviamente, subito Pierre le promette: “- Stasera facciamo i conti, prepara il tuo bel “derrière” le dice con tono sarcastico. E invariabilmente più tardi, a casa, nella loro modesta villettina alla periferia del paese, Pierre presenta il conto a Catherine. In genere Pierre ha usato la bacchetta e la cinghia ma nei primi mesi dalla nascita del bimbo si è limitato per un po’ a somministrare alla mogliettina razioni industriali di sculaccioni sul sedere nudo. Immaginate mani grandi e callose che percuotono duramente e a lungo chiappe tenere e indifese. Catherine non trova del tutto spiacevoli quelle punizioni, e anche il marito che talvolta sostiene di essere dispiaciuto di dovergliele suonare, non lo sembra poi tanto, chissà perché dopo la fessèe ( sculacciata) finiscono sempre a fare l’amore. Catherine in confessionale ha provato a descrivere a padre Jean, timidamente e con la comprensibile reticenza, la strana sensazione che le parte dall’ inguine e le da una certa smania…di ehm, fare quella cosa lì, tutte le volte che il marito le spolvera le chiappe nude con le sue manone, ma il sacerdote, certo mosso dal pio intento di conoscere i meccanismi del peccato per meglio estirparlo, è sempre desideroso di nuovi particolari e dettagli. “Tuo marito ha il diritto di castigarti, cara figliuola, non c’è nulla di male in una “bonne fessèe” ma senza lubrico compiacimento-“ le ripete ogni volta, “- Ma dimmi, devi sempre denudarti il cu…ehm, il fondoschiena?-“.

Stasera c’è aria di botte, Pierre è terribilmente, quanto ingiustamente geloso. Ha osservato a lungo come nel pomeriggio la mogliettina abbia fatto gli occhi dolci a quel damerino di Calais, rappresentante di liquori, che voleva propinargli una partita di quella robaccia che bevono gli inglesi: Whisky! Puah! Risciacquatura di piatti in confronto al cognac!-“ Pensa Pierre. I coniugi litigano. Pierre si sfila la cinghia. “- togliti le mutande Catherine, ora ti faccio passare la voglia di fare la sgualdrina con i forestieri!-“

“No! Ti prego Pierre, se proprio mi vuoi sculacciare perché non usi la mano come hai fatto ultimamente, “une bonne fessèe s’il vous plait” ma con le mani, la cintura mi lascia i segni a lungo e poi sveglierò il bambino con le mia grida, le tue cinghiate bruciano così tanto!- “. “ Con te le sculacciate non servono Catherine, ci vuole la cinghia, ti farò il culo a strisce, ho deciso, ma per quanto riguarda Etiènne, ho la soluzione- “, il sorriso sardonico del marito non lascia presagire niente di particolarmente buono. Catherine è stesa a pancia sotto sul tavolo, la gonna tirata sulla schiena. Pierre sfila lentamente le mutandine della giovane donna, denudando le belle natiche ancora bianche, piene e sode e le cosce seriche, pregustando la dura strigliata che a breve si abbatterà su di esse. Annusa a lungo l’intenso odore di femmina che emana dal sesso della moglie, un po’ più acre del solito, poiché la poveretta non ha potuto trattenere qualche goccia di pipì a causa della paura. Le mutandine sono bagnate di urina. Pierre le infila a forza nella bocca della moglie. “- Guai a te se te le togli!-“ la minaccia l’uomo. A Catherine viene un conato, ma sopporta. Sempre sopportare, perdonare, così dice la mamma, così dice padre Jean, e poi c’è quel calore , quella voglia che nasce dall’inguine…che le afferra il ventre, le sfiora i capezzoli, raggiunge il cervello. Poi la prima fitta al culo. La prima cinghiata lascia una striscia rossa sul candido posteriore di Catrine. Slasc!,Slasc!,Slasc!, Slasc! Mmh!, mmh!, Mmmhh!, Catherine morde le mutandine. Pierre cinghia duramente, implacabilmente, si sente un pittore, un Monet della sculacciata! La cintura è il suo pennello, il bel culo della mogliettina la tela dove le sapienti cinghiate disegnano linee, arabeschi, semicerchi. Le lacrime solcano copiose il visino di Catherine. Slasc!, Slasc! “-Tieni sgualdrinella, prendi disgraziata!-“, slasc!, Slasc!, PIerre suda intensamente per lo sforzo. Nel contempo la vista delle chiappe ormai livide che rimbalzano tremolanti sotto i colpi e i mugolii di dolore di Catherine gli hanno fatto venire una possente erezione. Com’è eccitante sculacciare Catherine!. Pierre getta la cintura, libera la bocca della moglie. La donna respira a pieni polmoni. Ha ricevuto almeno un centinaio di cinghiate, forse più. Il culo è in fiamme. ”- Stai ferma lì, non ho ancora finito-|”. Dopo qualche minuto Pierre torna con un panetto di burro semisciolto, A modo suo adora il fondoschiena della moglie e vuole farselo. Comincia a spalmare il burro sull’orifizio anale. Catherine intuisce l’intenzione del marito e protesta: “No, no è peccato, è contro natura, andremo all’inferno, padre Jean non vuole!-“ Pierre le molla uno sculaccione fortissimo. “-zitta! devi obbedienza a me, non a padre Jean!- “ Catherine sente il fruscio dei pantaloni di Pierre che scivolano giù e poi il grosso membro del marito che preme il suo buchetto ancora vergine. Il dolore aumenta man mano che il pene turgido si fa strada nell’ano e soprattutto quando Pierre comincia a spingere e stantuffare. Pierre si adagia sul corpo di Catherine, afferra i seni da sopra la camicetta, li stringe, li manipola dolorosamente. Catherine soffre, ma anche stavolta si sente inondare il sesso di umori, si vergogna terribilmente, come potrà confessarlo? Pierre eiacula lasciandosi sfuggire un grido di trionfo. Nella stanza accanto, l’innocente Etiènne, distolto dal suo dolce sonno, comincia a piangere disperato. Catherine corre a consolarlo.

Racconti di sculacciate: Sculacciate in Lunigiana

9 Febbraio 2010

Il primo racconto per la serie Sculacciate a San Valentino è di Geronimo.

Grazie all’autore e godiamoci questo bel racconto!

Questa piccola storia è ambientata in Lunigiana, Nord del Toscana. Anno domini 1914. Il giorno di San Valentino.

 

Il giorno di San Valentino cade di domenica, ed è pure una giornata di sole. Sole tiepido, siamo ancora in inverno ma da un po’ di calore e tanta voglia di passeggiare alle coppie di giovani fidanzati che per tutta la settimana hanno sgobbato duramente nei lavori agricoli e nelle faccende di casa.

Abbissinia è una bella ragazza di quasi 18 anni, bionda, occhi grigi, alta 1,63 cm. Un corpicino robusto ma sodo, le mani, già piuttosto provate dal pesante lavoro dei campi e da quello domestico, che sembrano già quelle di una quarantenne. Il nome è invero piuttosto insolito, ma in passato si era soliti dare nomi alquanto fantasiosi ai figli. Piero, il padre della ragazza, volle chiamarla così in memoria de fratello minore caduto nella disastrosa (per gli italiani) battaglia di Adua combattuta nella lontana Abbissinia, contro l’armata del re Menelik, nel lontano 1896, quando la madre di Abbissinia era incinta della secondogenita, a cui per l’appunto, a causa dello sfortunato evento menzionato, toccò tale nome.

La ragazza frequenta Giovanni, un bel giovane di 20 anni. Non sono ancora fidanzati ufficialmente, ma le rispettive famiglie sanno che c’è del tenero e non sembrano voler ostacolare il rapporto. Certo, di norma la sorveglianza è più attenta, ma oggi, complice la particolare atmosfera, si è un po’ allentata e i due giovani si allontanano mano nella mano, ridendo come degli sciocchi, di niente, camminando piano a tratti, a volte inseguendosi. Quasi senza accorgersene si trovano davanti alla porta del fienile, Vi entrano, si siedono sulla paglia, si baciano castamente, poi con sempre maggior passione. “-No! Che fai scemo!-“ Abbissinia spinge via Giovanni che le aveva infilato la mano sotto il gonnellone di lana e aveva preso a carezzarle la coscia.Il ragazzo sorride, e tira fuori dalla tasca della giacca tre grosse arance. “-Le ho preso per te ieri, al mercato di Carrara. E’ il mio regalo per San Valentino, amore mio!-“ Abissinia è raggiante, aveva assaggiato quel frutto una sola volta tre anni prima, ad un matrimonio, ne aveva mangiato solo uno spicchio ma le era subito sembrata la cosa più buona al mondo. Abissinia sbuccia rapidamente l’arancia più grossa, impaziente come una bambina che scarta il regalo. Divora gli spicchi uno ad uno. Giovanni è estasiato. Le labbra della ragazza sono bagnate dal succo. Alcune gocce sono scivolate sul collo e sul principio di seno che fuoriesce dalla camicetta. Abbissinia ha un buon odore, si era lavata il giorno prima in occasione della festa. Il giovane non resiste, si getta sulla fidanzata, la tempesta di baci, lecca il succo d’arancia sulla sua pelle serica e profumata. Abissinia oppone solo una debole e assai poco convinta resistenza. “- no, no, ti prego, che fai?!-“ Giovanni le solleva il gonnellone. Sotto Abissinia porta solo delle pesanti calze di lana, niente mutande, a quel tempo le donne del popolo non le portavano. La vista del folto boschetto biondo scuro della giovane femmina rompe ogni residuo indugio. Giovanni, calatesi le braghe, la penetra. Abissinia è vergine, sente un dolore acuto all’inguine e poi un rivoletto di liquido caldo scendere lungo le proprie carni più intime. Giovanni spinge ed ansima.

All’improvviso la porta del fienile si spalanca. “- Brutti maiali che fate!- ! è la voce della madre di Abbissinia. I due giovani si separano subito. Una gragnuola di pugni e improperi si abbatte sulle spalle di Giovanni. Il ragazzo fugge poco gloriosamente, tirandosi su i calzoni frettolosamente inseguito per qualche decina di metri dalla donna tra le risate delle sorelline e della cuginetta di Abbissinia. La donna poi torna indietro e trascina a casa la figlia a suon di scapaccioni e calci nel sedere. La famiglia si riunisce subito per decidere il da farsi. I due peccatori si dovranno sposare, è chiaro, la famiglia del ragazzo, tutta gente dabbene, non farà opposizione, ma la mamma di Abbissinia esige un castigo esemplare per la ragazza, anche per dare il buon esempio alle sorelle e alla cugina della giovane fornicatrice. Piero si è già tolta la cintura e si appresta a cinghiare il sedere della figlia ma la moglie lo ferma. La punizione di Abbissinia sarà collettiva.

Due ore dopo, il padre, la madre, nonno Alberto, gli zii, le cugine, insomma gli adulti che vivono nel cascinale, 12 persone, in tutto, esclusi i bambini, sono riuniti in cerchio sull’aia. Ciascuno di loro ha in mano chi una cinghia, chi una verga, chi un battipanni di vimini. Il nonno impugna il suo nodoso bastone da passeggio. Il cuginetto Lodovico porta fuori dalla stalla il vecchio, docile asino. Abbissinia deglutisce, comincia a capire, avevano fatto la stessa cosa alla sua amica, Marta, per sette o giorni non era quasi più riuscita a sedersi. Abbissinia viene sollevata da due uomini e messa di traverso alla schiena dell’asino.Le viene sollevata la gonna. Il culo bianco rotondo e sodo della ragazza è mostrato nel suo splendore, ma durerà poco, i parenti sono infatti già pronti a farne il bersaglio della propria severità. Piero lega le caviglie alla figlia affinchè non tenti di ripararsi il deretano sollevando le gambe. Il cugino di Abbissinia fa muovere al passo l’animale, in cerchio. Uno dopo l’altro, chi con cattiveria chi senza particolare zelo, i punitori cominciano a colpire il culo nudo della corrigenda. Fitte brucianti s’irradiano dalle chiappe percosse della ragazza. Slasc!, Slasc!, Stack, Stack, Swap!, Crack! Una autentica sinfonia di sibili, schiocchi, grida della ragazza. Particolarmente dolorose risultano le bastonate del nonno. Ogni colpo lascia una striscia rosso scuro, che tende subito a diventare blu. Al quarto giro, Abbissinia comincia a supplicare: “-basta, pietà, basta, pietà, mi fa troppo male!- “ Swap! Slascc!, crack! ahiaa! Ahiaa! Ahuu!. Siamo al sesto giro, i più anziani cominciano ad ansimare, il culo della ragazza è tutto rosso e chiazze scure si stanno formando sempre più numerose sulla superficie delle natiche e della parte nuda delle cosce.

Swap!, Swap!, Slascc!, Crack!. All’ottavo giro, Abbissinia non ha più lacrime per piangere. Le chiappe sono gonfie, livide e in alcuni punti compaiono graffi sanguinanti. Le verghe sono consumate e il nonno non ce la fa più a sollevare il bastone. Piero ferma la punizione. Abbissinia viene fatta scendere. Le donne la portano in casa dove le prepareranno impacchi per le chiappe martoriate. Fra cinque mesi Abbissinia sposerà Giovanni esibendo un bel pancione. Nascerà una bambina e la chiameranno Valentina.

Racconti di sculacciata: Lucia impara a cucire

29 Gennaio 2010

Lascio la parola a Geronimo, con questo suo bel racconto di sculacciate.

Ritorna la protagonista di un precedente racconto al quale rinvio per la comprensione dell’antefatto. Siamo nella provincia di Arezzo a metà degli anni ’60.

I genitori di Lucia erano disperati, non riuscivano a raddrizzare la figlia che continuava a fare la farfallina a destra e a manca. Le frequentissime punizioni a basi di ceffoni, sculaccioni, frustate e batti pannate sul sedere nudo non l’avevano piegata, per cui si erano risolti a farla sposare il prima possibile. Avevano individuato il futuro sposo in un giovane di 23 anni, Berto, il figlio di Sebastiano, un ricco contadino con diversi poderi, allevamenti di mucche da carne e da latte, vigne e uliveti. Il giovane era tutto sommato di bell’aspetto, ma piuttosto timido e introverso. “- L’è un giovine a modo con la testa sulle spalle-“ dice Mariangela – la Madre di Lucia – alla figlia. “- L’è un bischero*!-“ risponde la ragazza. A forza di rimproveri, preghiere, minacce, rispostacce di Lucia, conseguenti ceffoni della mamma, la ragazza si convince a prendere quanto meno in considerazione la cosa. “ Dice Fabio, il padre: “.Sebastiano in gioventù l’era un vecchio anarchico libertario e mangiapreti, per cui potrebbe soprassedere sul fatto che ti garbi** andar per cazzi invece che raccattare le castagne. “- Ma babbo! – “ protestò Lucia “ “- non dire parolacce!.” Aggiunge Mariangela. Ma Fabio continua “ Tanto ci penserebbe lui a raddrizzarti, Le figlie e l’altra nuora lavorano sodo e zitte, senza grilli pé la testa sennò gli fa il culo a strisce. Però non sopporta i vagabondi, e poi tutte le donne di casa oltre a saper fare le faccende sanno anche cucire. Sai quante signore coi quattrini vanno a fassi rammendare e fare il vestito novo dalle donne di Sebastiano?.- “ E’ la moglie a concludere: “- Insomma domani vai a imparare il cucito dalle sore di Maria Addolorata. “ No!, No! Non ci vado, son noiose e antipatiche, no!!-“ ma tutte le proteste, rintuzzate anche con qualche sonora ciaffata di Mariangela, risultano vane. L’indomani Lucia si avvia recalcitrante più che mai al convento per imparare ad usare con la richiesta maestria ago, filo e forbici. L’atmosfera della scuola è molto seria, anzi cupa, tutte le ragazze dopo la preghierina si mettono ad ascoltare in silenzio le spiegazione di Suor a Angelina, senza fiatare e subito dopo ad eseguire gli esercizi di cucito assegnati, il più diligentemente possibile, senza distrarsi un attimo. A Lucia tutto ciò appare molto strano ma presto capisce il perché di quella particolare atmosfera. Ad un certo punto Suora Angelina grida: “- Giovanna vieni qui, subito!- “ tutte le ragazze rialzano la testa e vedono l’imponente figura della religiosa, un donnone, in effetti, alta e robusta con grandi mani callose, impugnare una bacchetta di legno di noce, lunga poco più di un metro e spessa circa un centimetro. La povera Giovanna, una ragazzotta di 20 anni con u n grosso sedere e l’aria non molto sveglia, faccia sgomenta ma rassegnata, si reca mogia mogia al banco. “hai fatto un lavoro schifoso le grida in faccia l’insegnante gettandole addosso un pezzo di tessuto dalla forma imprecisata. “E sapete perché ha fatto un lavoro schifoso? “esclama rivolgendosi alle allieve “ Il Signore l’ha punita perché l’ha vista mentre si toccava la vergogna! “ La povera Giovanna si sente sprofondare. Ma come faceva la suora a sapere che il giorno prima, nella ritirata, si era ehm, aggiustata i peli della topina? “- Piegati e metti le mani sulle caviglie!-“ La giovane esegue l’ordine senza protestare. La suora le solleva la gonna e le tira giù le mutande all’altezza dei polpacci. L’ampio e rotondo sederone è così completamente esposto alla prossima battitura. Suora Angelina si mette a bacchettare di buona lena le morbide rotondità dell’allieva marcandole da subito di strisce brucianti. Stack!, Stack!, Stack! Ahiaa!, Ahiaa! Mi fa male, pietà! Stack! Stack!, Stack!. Ahioo! Misericordia! Non me la gratto più, lo giuro! Ahiii! Al 40 esimo colpo, il culo da candido che era è ormai diventato una cartina geografica in rilievo di tonalità rosso scuro. “Vittoria vammi a prendere un mazzo di ortiche –“ “noo! L’ortica no, la supplico!-“ le carezze con l’ortica costituivano un tipica pena accessoria per chi venisse sorpresa a commettere atti impuri per così dire, “autoreferenziali” Vittoria, una giovane suorina che assisteva Angelina, torna nella stanza impugnando con i guanti un bel mazzo di ortiche fresche. Giovanna continua a piangere e supplicare mentre nell’aula tutte le compagne sono mute come pesci e hanno paura persino di respirare. La crudele Suora munitasi anch’ella di guanti afferra il mazzetto e lo passa ripetutamente sulle piaghe provocate dalle bacchettate, sul solco culino e una volte allargate con l’altra mano le chiappone, sull’orifizio anale, per poi insistere particolarmente sul sesso della sventurata cui il folto ciuffo di peli castani offre una modesta protezione. Giovanna urla e strepita per tutto il tempo, poi con le parti basse doloranti e martoriate viene rimandata a posto. Il resto del pomeriggio trascorre quasi senza incidenti, salvo la punizione inflitta da Suor Angelina ad una ragazzina di nemmeno 15 anni, Valentina,che a dire il vero dimostra assai meno della sua età tanto la sua figura è minuta e legggera. La Suora se l’è caricata sulle ginocchia, le ha sollevato la gonna e abbassato le mutandine a livello delle ginocchia. Dopo di chè le ha stampato sulle tenere chiappette nude un centinaio di sculaccioni che sembrano palettate con la sua grossa mano destra che copre i due terzi del culetto della piccola. Schiocchi, pianti e vane suppliche sono il commento sonoro dell’ energica sculacciata.Nel vivace sgambetta mento le mutandine finiscono a terra. Ma la suora intima alla ragazzina di non raccoglierle. Suor Angelina da infine i “compiti a casa” a Valentina “ – Devi dire a Mamma quanto sei stata indisciplinata e farti dare 30 colpi di mestolo su queste mele- “ e aggiunge una violenta sculacciata per evidenziare la parte da mestolare. Poi devi dire al babbo di darti 20 cinghiate qui!-“ e molla due schiaffi sul retro delle cosce della ragazzetta. “bada signorina!, domani controllo i segni, guai a te se non ti sei fatta punire come ti ho detto!- “ “- S…..Si madre, farò come ha detto-“ risponde tra i singhiozzi la fanciulla.
Nei giorni successivi le lezioni e le punizioni si susseguono a ritmo pressoché costante. Anche a Lucia tocca una bella razione di vergate , proprio il giorno successivo ad una ripassata con i fiocchi ricevuta dal padre. La suora infatti, pur constatando che il culo di Lucia è pieno di lividi provocati dalle numerose cinghiate ricevute, procede egualmente al castigo. La sera Lucia nell’osservare lo stato pietoso del proprio deretano medita di farla pagare a quell’aguzzina. Quella batosta era la classica goccia che fa traboccare il vaso ma già da tempo la nostra amica ha sviluppato una profona avversione per l’insegnante di cucito. Lucia ne ha già compreso la morbosità mentale. Si è infatti accorta presto che attraverso uno spioncino nascosto all’esterno da alcune canne Suor Angelina spiava le ragazze al gabinetto mentre facevano i loro bisogni e mentre talvolta si toccavano, circostanza che le forniva quindi un pretesto per punirle con il supplizio dell’ortica. Lucia ha anche compreso la perfida crudeltà al quale arrivava la donna. Infatti lo spioncino le permetteva di scoprire anche quando le allieve erano state punite dai genitori poiché le natiche recavano i segni delle frustate e dei colpi di battipanni. Guarda caso il giorno dopo o lo stesso giorno la sventurata di turno riceveva un duro castigo dalla suora. Amava infierire!.
Lucia aveva osservato attentamente la dislocazione delle celle delle suore. Quella di Suor Angelina era un po’ più isolata dalle altre. Le porte delle celle non venivano mai chiuse a chiave. Solo un vecchio cane macilento faceva la guardia di notte. Il muro di cinta superava i tre metri, ma in un punto dietro la chiesa un rialzo esterno del terreno riduceva l’altezza a meno di due metri e mezzo. Nella vivace testolina di Lucia si sviluppa un piano semplice e diabolico. Naturalmente ha bisogno dell’aiuto di Mario, il figlio del droghiere, il suo ragazzo segreto. Mario non esita a fornire il suo aiuto davanti ai convincenti argomenti di Lucia “Vedi questa?” dice Lucia sollevandosi la sottana sul davanti . Non porta la mutandine. “-Se non mi aiuti te la scordi- “. Della partita sarà anche un cugino fiorentino di Mario, Fausto, un tipo un po’ strano dall’aria scapestrata che certo la sa lunga. Due giorni dopo, in piena notte, i tre complici si recano al convento. Indossano vestiti maschili e guanti. Salendo prima su un bidone e poi sulle spalle del compagno. scavalcano il muro di cinta nel punto più basso. Poi tirano su Lucia. Il cane da guardia è già stato neutralizzato con una polpetta piena di sonnifero. Entrano di soppiatto nella cella di Suor Angelina. La donnona sta russando di gusto, ma riceve un gran brutto risveglio. “- Sveglia troiona! -“ le urla all’orecchio Lucia. La suora si sveglia di soprassalto ma non fa in tempo a reagire che subito viene imbavagliata dai due robusti giovanotti che le legano le braccia dietro la schiena. Angelina non può riconoscerli, i tre sequestratori hanno il passamontagna. La religiosa mugola disperatamente mentre i tre amici la scherniscono. Fausto si mette a frugare nei cassetti del piccolo mobiletto accanto al letto e scopre una interessante collezione di mutandine usate. Lucia le riconosce, appartengono tutte alle compagne e ci sono anche le sue. “- Ecco dove vanno a finire le nostre mutande dopo che questa carogna ce le fa levare per frustarci le chiappe- “ sussurra all’orecchio di Mario. In un cassetto Fausto scopre una copia in Francese di “Justine o le sventure della virtù” del Marchese De Sade e un piolo di legno laccato intagliato in forma di pene.
Mario apostrofa Suor Angelina“- Sei proprio una budellona***!-“ . “E’ venuta l’ora di darle una bella lezione -“ esclama Fausto. La suora viene messa culo all’aria inginocchiata sul letto. Il culo è grosso e bianco il sesso presenta una folta pelliccia scura. I due giovani uomini si sfilano le cinture e le fanno schioccare a tutta forza sulle carni nude di Angelina che si agita e mugola invano sotto la tempesta delle cinghiate . le cinghie guizzano nell’aria sempre più veloci e schiaffeggiano le chiappone indifese lasciandole sempre più rosse, con gran divertimento di Lucia che incita gli amici incessantemente cercando di contraffare la propria voce. “Ancora Ancora, più sode a quel troione! Prendi queste , vacca!- “. Colpiscile la passera! -“ Dopo un 150 cinghiate, Lucia ordina: “ora dalla parte della fibbia!-“ Le violente fibbiate cominciano a piombare sul culo nudo già duramente provato lacerando la pelle tumefatta in diversi punti che s’imperlano di sangue. Ovviamente la vittima si agita molto di più e Lucia deve saltargli in groppa per tenerla ferma. Dopo una settantina di cinghiatone la fustigazione termina. Il culone è veramente mal ridotto, il dolore e il bruciore intensissimi.”-E ora Il tocco finale “ dice Mario che consegna alla sua ragazza una grossa carota intinta nel peperoncino. Senza tanti preamboli Lucia la conficca nell’ano spingendola energicamente tra le chiappe dell’odiata insegnante di cucito tra acuti mugolii dal significato inequivocabile. Il dildo di legno laccato viene invece infilato nella fica, anche in questo caso senza molta delicatezza.
La suora viene lasciata legata e imbavagliata con i due orifizi riempiti e il sedere ben strigliato e in quella posizione viene ritrovata la mattina seguente. Per una settimana non si vede più in giro. Da quel momento il corso di cucito verrà tenuto da Suor Vittoria e nessuna ragazza sarà più battuta, all’infuori di Valentina, che Suor Vittoria continuerà a sculacciare di santa ragione sul culetto nudo quasi tutti i giorni;
Certo, non con la stessa durezza di Suor Angelina e senza le botte supplementari da ricevere a casa. Lucia noterà come la fanciulla non faccia assolutamente nulla per evitare il castigo e come sia quasi raggiante quando l’insegnante la chiama al banco per infliggergli la sculacciata. Uno scambio di sguardi amorevoli tra Suor Vittoria e la ragazzina precede e segue la somministrazione degli sculaccioni “ Bah, sembra che gli garbi, l’è proprio strana la gente!-“ commenterà Lucia.

Legenda:
* bischero = sciocco, minchione.
** Garbi = piaccia, garbare = piacere.
*** Budellona, budellone = puttana, sgualdrina.

Racconti di sculacciata: la vendetta di Lucia

14 Gennaio 2010

Da Geronimo, uno dei nostri migliori autori ormai, un bel racconto di sculacciata.
Ricordo a tutti che chiunque può contribuire al blog, è sufficiente inviare il racconto all’indirizzo sculacciata76@yahoo.it

Buona lettura!

Ispirandomi in qualche modo alle esperienze di Mario propongo questo raccontino ambientato intorno alla metà degli anni 60 in un paesino dell’aretino e che tratta di disciplina domestica genitori/figlie.

Lucia è una graziosa ragazza di 18 anni non grassa ma piuttosto in carne, quarta di reggiseno, sedere e cosce rotonde e sode. 1,65 di altezza, bocca piccola grandi occhi neri e profondi. Il nuovo parroco del paese, Don Prospero, sembra apprezzare le belle ragazze del villaggio e non proprio da un punto di vista strettamente pastorale. Sia Lucia che le altre donzelle hanno ricevuto numerose attenzioni non gradite, palpeggiamenti di seni e cosce e delle parti intime sotto qualsiasi pretesto. Lucia insieme ad una sua amica ha protestato con i propri genitori ma a causa della sua nota passione per i giovani e aitanti compaesani non viene creduta. Il parroco recatosi a casa di Lucia riesce facilmente a convincerne i genitori che la figlia ha voluto in realtà coprire un suo peccato, il sacerdote l’aveva infatti sorpresa, e la circostanza purtroppo era vera, mentre smanettava il pisello del figlio del droghiere. Alla fine la povera Lucia si ritrova piegata pancia sotto sul tavolo da cucina con le sottane sollevate e le mutande ai polpacci, mentre il padre si è già sfilata la grossa cintura e l’ha piegata in due pronto ad eseguire la punizione della figlia. Il prete finge di intercedere chiedendo blandamente clemenza ma in realtà non vede l’ora di veder frustare di santa ragione il didietro nudo di quella petulante puttanella. “ –Padre-”, dice Fabio, il babbo di Lucia, “- conti lei a mente le cinghiate, che io, quando le dò a questa disgraziata figliola perdo il conto dalla rabbia che mi fa!, Saranno 100 cintate!-“ No babbo sono troppe!” protesta Lucia-“ Chetati * maiala!, oh, scusi padre-“ interviene Mariangela, la madre, un donnone burbero non meno severo del marito nell’applicare la verga di saggina alle natiche della figlia. Fabio comincia a cinghiare duramente e velocemente le chiappe e le cosce della figlia, senza dargli un attimo di respiro, Don Prospero si gode la propria vendetta senza perdere di vista per un attimo il bel culo della corrigenda sbatacchiato violentemente dalla cintura del genitore. Le nude rotondità sembrano quasi danzare sotto le scariche elettriche delle frustate. La giovane strilla,,i piange chiede pietà “ahiaaa! Pietà! Si sono bugiarda! Ma non lo …Ahii! Ahioo! Non lo Faccio più – “ perdono, perdono!!, Ahiaaa! Il padre è madido di sudore ma è furibondo per la figuraccia che ritiene la figlia gli abbia fatto fare e frusta sempre più vigorosamente le malcapitate chiappe di Lucia. !Ti raddrizzo io, mascalzona! E giù cinghiate. Don Prospero, astutamente, ha già contato tra sé e sé almeno 125 cinghiate e solo allora esclama falsamente il numero “100! Basta povera bimba!” esclama l’ipocrita. L’è troppo buono monsignore!” dice la mamma. Il culo della ragazza e la metà delle cosce sono belle gonfie e piene di lividi. Il bruciore è intensissimo. Ma lo sguardo di Lucia è pieno di odio per Don Prospero “Che male, che male, non ne ho mai prese tante ma te la faccio pagare, pensa Lucia e medita sacrosanta vendetta.
Due giorni dopo, camminando con comprensibile difficoltà, Lucia va dal droghiere per fare le compere ordinate dalla madre.Non era certo il caso di fare storie. Il clima in casa è piuttosto ostile e Sora Mariangela, come sapeva bene la figlia, non ci avrebbe pensato due volte a tirarle giù le mutande e a mollargli una scarica di potenti sculaccioni alla minima protesta e malgrado lo stato pietoso del sedere. In piazza trova l’amica Carla, a cui le cose non erano certo andate meglio. La ragazzetta 17 anni, assai più minuta di Lucia,dolce e timida, esibiva infatti due aloni scuri sulle guancie. “Oh Lucia non mi hanno creduto, pensano che io sia una bugiarda e Don Prospero un sant’uomo. “Lo vedo che non ti hanno creduto” dice Lucia indicando i segni sul viso dell’amica. “Ah questi, le labbrate** di mamma, me ne avrà date una dozzina, e poi guarda che m’ha fatto il babbo- “ Così dicendo si tira su la gonna sulle terga scoperte, “Non ce la faccio a portare le mutande” in effetti il culo e le cosce fino all’altezza delle ginocchia erano un reticolato impressionante di rilievi multicolori che andavano dal rosso scuro al viola, al blu. “ Ha usato lo staffile, e non ti dico gli insulti”. Non si può baciare i ragazzi e tanto meno farsi toccare la topina o ruzzare*** un po’ con gli uccelli dell’omini belli se no son botte, mentre quel maiale può fare i suoi comodi impunito! “ fu questa l’amara considerazione comune delle due donzelle. Ma Lucia stava preparando un piano per farla pagare cara al quel satiro in tonaca. Trascorse una settimana e una sera a cena Lucia si rivolge al padre: “- Sai, Don Prospero m’ha detto che vuole proporti un affare- ! Fabio che stava mangiando rumorosamente chino sulla minestra, rialza la testa subito interessato. Lucia prosegue: “- Vorrebbe che tu lo rifornissi periodicamente di un po’ di ortaggi, rape, finocchi e altro per i poveri orfanelli di Santa Genoveffa. Sai, vorrebbe che tra lui e la nostra famiglia si andasse d’amore e d’accordo in spirito cristiano, così ha detto!” Il padre di Lucia si frega le mani, finalmente si riesce a tirar su qualche lira, pensa il Ns.contadino, ignaro della verità.
Lucia dice che il parroco li attende dietro la canonica, l’indomani, intorno alle quattro del pomeriggio.Il giorno dopo, Fabio e Lucia si recano in paese e si dirigono subito alla canonica, la ragazza dice al padre di aspettare dietro un grosso cespuglio di alloro mentre lei va a chiamare il prete. Da quel posto il padre avrebbe potuto vedere e udire tutto.Lucia bussa alla porta. Il parroco esce e si vede davanti la bella giovane che esibisce il suo miglio r sorriso, lo sguardo birichino, e soprattutto la camicetta semiaperta, che lascia intravedere i seni bianchi e sodi !” ah! Birbantella, ti sei fatta umile e sottomessa a Don Prosperino tuo!. Le totò sul culetto ti sono servite. Mi fa piacere che tu abbia finalmente capito che per provare la gioia della redenzione occorre prima aver peccato” e senza perdere tempo apre ancor di più la camicetta e si mette a sbaciucchiare la parte delle tette di Lucia non coperte dal reggiseno. A questo punto Fabio, che ha visto e sentito abbastanza, esce dal cespuglio furibondo.”Brutto maiale! Aveva ragione la mi figliola! E giù pugni., schiaffi e pedate. Don Prospero scappa inseguito a sassate dal padre di Lucia ed a stento viene salvato dalla gente accorsa nel frattempo sul luogo degli schiamazzi. Il prete dopo lo scandalo è ormai smascherato, verrà rimosso nel giro di una settimana dal vescovo di Arezzo.La sera Lucia pensa di godersi il proprio trionfo, di ricevere magari delle scuse, ma si sbaglia di grosso. I genitori la guardano torvi. Il padre si è sfilato la cinghia. “Tirati giù le mutande Lucia!-“ Ma perché?!” chiede con voce tremolante la ragazza. “Vi ho dimostrato che Don Prospero ci toccava e ci dava noia!” Vero, dice la mamma, avevi ragione quando dicevi che il parroco era un porco ma Babbo t’ha visto, che l’hai provocato, che ti sei fatta baciare le puppe****, e ora le ripigli!-“ , “- ma siccome un po’ di ragione ce l’hai-“ aggiunge il padre “- e siccome siamo giusti, ti faccio lo sconto sulle cintate, 30 di meno, contenta?-“
Lucia ormai rassegnata si abbassa le mutandine all’altezza delle ginocchia. Era la quinta volta in un mese che le cinghiavano il sedere. Mariangela afferra la figlia con le forti braccia e gli solleva la gonna. Lucia non vede , ma sente la cintura che fende l’aria e si abbatte fragorosamente sulle sue natiche tremanti. Per tutta la durata della punizione non fa altro che ripetersi, “- in che cosa ho sbagliato? – Slasc! Ahiaa! – In che cosa ho sbagliato? -Slasc!, Uhii!.

Legenda termini dialettali o poco conosciuti ai non toscani:
* Chetati = Taci
** labbrate = schiaffi
*** ruzzare = giocare
**** puppe = poppe o meglio seni

Geronimo

Racconti di sculacciate: Orgoglio e pregiudizio, il seguito spanking

11 Gennaio 2010

Lascio la parola a Geronimo, che questa volta fa le cose in grande, scrive il seguito spanking di Orgoglio e pregiudizio.

Molti conoscono il famoso romanzo di Jane Austen scritto all’inizio del 1800. O lo hanno letto o conoscono la storia oppure hanno visto il film intepretato da MacFadyen nella parte di mister Darcy e dell’affascinante Keira Knightley in quella di Elisabeth (Lizzie) Bennet (Forse è troppo magra ma io la sculaccerei lo stesso).

Questo è un ipotetico seguito. Spero che lo specialista del racconto storico, Bob Knees, qualora dovesse leggerlo, voglia perdonare la mia grossolana ignoranza.

Siamo a Pemberley, residenza dei Sig.ri Darcy ovvero Mr. Darcy ed Elisabeth Bennet sposati da pochi mesi. Le due sorelline ancora nubili, Mary e Kitty si sono trasferite dalla sorella e dal cognato affinchè
venga loro impartita quella severa e inflessibile disciplina che a casa dei genitori era completamente mancata. La sorella Lydia, come sappiamo, era fuggita con un sordido cacciatore di dote, Mr. Wickham, e per salvare l’onore della fanciulla e della famiglia Bennet si era fatto ricorso ad un matrimonio riparatore, grazie al decisivo intervento del generoso Mrs. Darcy. Generoso sì ma severissimo, in questo momento Kitty è legata al panchetto delle fustigazioni con le sottane sollevate e sta ricevendo le dure bacchettate di Mr. Darcy sulle chiappe nude. La Sig. ra Mortimer, la capocameriera, conta scrupolosamente. – Swap! – Ahaii!, – 29! – Swap!! Ahiaa! – 30! Lizzie digli di smettere!- Lizzie che assisteva al castigo, tutt’altro che impietosita, risponde- “Niente affatto! Ti spettano 4 dozzine di bacchettate e 4 dozzine saranno. L’indulgenza di tuo padre non era più tollerabile, se avesse frustato come meritava quella sgualdrinella di tua sorella, non sarebbe mai finita tra le braccia di quel mascalzone!, e per la verità anche le mie natiche e quelle di Jane (la sorella maggiore sposata con Bingley) sono state troppo a lungo risparmiate, ma adesso il mio Signor marito vi sta ponendo rimedio- “ così dicendo rivolge uno sguardo complice e un sorriso amorevole a Mr. Darcy il quale deglutisce leggermente per l’imbarazzo a causa della presenza della Sig.ra Mortimer che sorride indulgente, dal momento che è ben a conoscenza delle sane abitudini del Signor Darcy, avendo potuto udire assai spesso i caratteristici rumori della disciplina impartita dal padrone alle terga della mogliettina, e di nascosto aveva applicato gli unguenti alle natiche e alle cosce di Lizzie rigate dalla bacchetta, dallo scudiscio o dal cinturone del padrone. Senza ulteriore indugio Mrs. Darcy riprende a vergare il culo della povera Kitty tutto rosso e gonfio e pieno dei caratteristici rilievi binari di colore viola e blu tipici delle bacchettate. E la sorella Mary?. ha già ricevuto la sua dose giornaliera e se sta distesa sul letto in camera a frignare con il culetto tumefatto. Ma torniamo alla scena madre “- Swap! – Ahuu! – 46 ! – Swap! 47 – Ahioo! Basta! – Swap! 48! Ahiii! – oh booo! Kitty piange a dirotto mentre la sciolgono e gli tocca pure baciare la bacchetta e ringraziare per la correzione.
Una volta rimasti soli, Darcy si rivolge a Lizzie con tono pacato ma severo facendole l’elenco delle mancanze commesse “- Non avete controllato la condotta delle Vs. sorelle in questa settimana, mia cara, sono ancora troppo disubbidienti-! ;Vi siete rivolta a me in modo insolente per ben quattro volte negli ultimi tre giorni e l’altra sera avete messo in imbarazzo, anzi umiliato, il conte***** con la Vs. arguzia. Sapete che apprezzo la Vs. brillante intelligenza ma dovete imparare ad essere più diplomatica. Ora poiché l’unico mezzo attraverso il quale un gentiluomo può istillare determinati concetti nella mente della sua signora, è per l’appunto una bella battuta del relativo sedere, ve ne lascio trarre le debite conclusioni- “ Lizzie sapeva che il suo deretano sarebbe stato strigliato molto duramente tanto da rendergli assai penoso l’appoggiare le terga su una qualche superficie per alcuni giorni , ma il marito era nel giusto ed era suo pieno diritto castigarla.- “Concedetemi di prendere un bagno, prima- “- Certamente, ma fra un ora sarò nella Vs. camera- “All’ora convenuta Darcy si presenta in maniche di camicia impugnando un martinet, ovvero una frusta composta da un manico in legno da cui si dipartono, in questo caso, sette lacinie lunghe 80 cm., in pelle di bue e tutte terminanti con un piccolo nodo. Darcy, da autentico gentiluomo, ha naturalmente bussato ed entra solo una volta autorizzato dalla moglie. Elisabeth è uscita da poco dalla vasca ed è completamente nuda. I seni piccoli dai grandi capezzoli, il ventre piatto e teso come un tamburo,le belle gambe affusolate, il folto boschetto di peli castano scuro che si mostra sfrontatamente all’occhio carico di desiderio di Darcy non valgono a farlo desistere dal suo dovere ma lo inducono ad una piccola e deliziosa deviazione.” – mettete il camicione e venite a stendervi qui sulle mie ginocchia voglio mostrarvi per prima cosa come vanno sculacciate le fanciulle impertinenti!- “Elisabeth esegue l’ordine e si stende sulle ginocchia del marito che nel frattempo si è comodamente seduto sulla sponda del letto.Sente il fruscio della camicia da notte che viene arrotolata sulle sue spalle. Sente la grande e forte mano di Darcy accarezzargli i fianchi, le natiche, le cosce, insinuarsi dolcemente nello suo intimo scrigno, e poi all’improvviso una violenta manata si abbatte sulla sua natica destra, seguita a distanza di due secondi da un altro energico sculaccione sulla sinistra. I colpi si susseguono fortissimi e regolari sul culo nudo di Lizzie, la quale non si aspettava affatto che fossero così dolorosi anche se aveva già avuto modo di verificarne l’efficacia tre gioni prima quando Darcy aveva sculacciato per un ora consecutiva il posteriore nudo della propria sorella minore Georgiana, facendoglielo viola. Il dolore che si irradia dai glutei, raggiunge l’inguine di Lizzie che comincia a bagnarsi. Vorrebbe che Darcy la finisse di batterle il fondo schiena come un tamburo, ma allo stesso tempo desidera che continui ancora e ancora a tirar giù i suoi poderosi sculaccioni. Anche Darcy, che sente il proprio membro virile inturgidirsi sempre più vorrebbe penetrare senza indugio la sua amata mogliettina, ma ritiene suo preciso dovere infliggerle fino in fondo il meritato castigo.Il culo di Lizzie è adesso di un uniforme colore rosso scuro e scotta. La sculacciata termina e la giovane donna va subito a stendersi sul letto mettendo il cuscino sotto il ventre in attesa della frusta. Vorrebbe avere Darcy dentro di sé e teme le brucianti carezze del martinet. I tentacoli della sferza cominciano ad abbattersi sulle morbide colline del culetto. Il viso di Lizzie si contrae per la sofferenza ma riceve stoicamente tutte e 24 le frustate sul deretano nudo. Darcy ha fatto uno splendido lavoro. Gli arabeschi in rilievo disegnati sulla pelle, già invero molto arrossata, dalle lacinie, sia sul culo che sulla parte alta delle belle cosce sono un piccolo gioiello di arte fustigatoria. Il bel volto di Elisabeth è solcato di lacrime ma non ha mai strillato né tanto meno supplicato. Ora che la punizione è terminata, l’uomo non può più resistere. Si toglie le brache e il grosso pene turgido svetta nell’aria. Lizzie si volta e nel vedere il desiderio del marito, lo chiama a sé “- prendimi Mr. Darcy!, Prendimi! , ti prego!- “ Il marito mette un cuscino sotto la schiena della moglie per farle inarcare il ventre, e glielo bacia con passione. Allarga le cosce della donna, lecca le labbra della fica, pizzica in punta di lingua il bottoncino, poi sollevate le gambe di lei le appoggia sulle proprie spalle, indugia ancora baciando i piedi nudi di Lizzie, la quale smania come una ossessa , alla fine è lei che afferra la lancia sensuale di Darcy e se la conficca nella ferita del proprio sesso per cavalcare insieme verso la meta del più intenso piacere. Fuori della porta la Sig.ra Mortimer ascolta divertita i ben noti cigolii della monta e i gridolini e i mugolii del godimento, rammentando i bei tempi passati con il defunto marito e riflettendo tra se e sé “- Ah!, non c’è niente di meglio di una severa sculacciata per farsi venire la voglia di una ricca scopata- “.

Racconti di sculacciate: La dimostrazione, terza parte

8 Gennaio 2010

Terza parte del bel racconto di sculacciate ceh ci è stato inviato da Geronimo.
Se le avete perse, eccovi la prima e la seconda parte.

La sera successiva Alberto si reco a casa di Marco e Viviana ansioso di assistere ad una nuova sessione punitiva. Prima di cena i genitori di Caterina gli fecero vedere uno dei castighi accessori cui Marco aveva fatto riferimento il giorno prima. Caterina era inginocchiata su di un mucchietto di ceci secchi, mani dietro la schiena e nuda dalla vita in su. I seni della ragazza, un po’ piccoli ma dai grandi capezzoli erano stati pinzati con una molletta da bucato ciascuno. – E’ così da un ora, credo che possa bastare- disse Viviana – In effetti dalle smorfie della figlia si capiva che il doppio tormento, alle ginocchia e soprattutto ai capezzoli non poteva essere sopportato oltre. La giovane venne liberata e dopo che si fu rivestita , andarono tutti a Cena.
ma scusate – disse Alberto – i vostri vicini non si lamentano dei …ehm, rumori?-
Siamo all’ultimo piano.- rispose Marco – inoltre Uno degli appartamenti accanto è vuoto, mentre l’altro è abitato da una donna sola con la bambina, ma alla nostra vicina dei particolari rumori che vengono da questa casa non importa nulla, anzi alla luce di alcune confidenze che ci ha fatto sui suoi gusti sessuali, credo che gli apprezzi molto. – oh è simpaticissima, – interloquì Caterina – Sabrina (il nome della vicina) ha un amico spanker, si insomma uno che la sculaccia ogni tanto, e a lei piace prenderle molto forte. Quasi tutte le volte che si incontrano, se non vanno al cinema, lui le suona il culo come un tamburo!, e spesso, quando non c’è la piccola, scopano come ricci!. – I commensali risero
di gusto, il chè non fece dimenticare a Viviana i suoi doveri di educatrice “- ho detto niente parolacce, brutta impertinente! – “ e subito mollò due scapaccioni sulla nuca della figlia, che comunque, stavolta evitò il sapone.
Finita la cena Marco invitò Alberto a salire in camera di Caterina per mostrargli come si danno le cinghiate a letto. – Bene Caterina stenditi sulla schiena. Puoi tenerti le mutandine. Vedi Alberto ora ti mostrerò la migliore tecnica per dare le cinghiate sulle cosce- Detto fatto dopo aver piegato indietro le gambe tese della figlia ebbe a sua diposizione due bei tronchi dalle carni rilassate, circostanza che aumentava la superficie da percuotere, e fece pertanto partire una lunga serie di rapide frustate che lasciarono numerose strisce rosse sulle cosce indifese. – Ahi ! Ahi! Ahii! Come fanno male le cinghiate sulle cosce papà!- Anche in questo caso Marco si fermò a 30. – Ora Caterina levati le mutande e girati. Metti un cuscino sotto la pancia – In questo
Modo la punita – sentenziò Marco – espone efficacemente le chiappe impertinenti ad una battuta di precisione. Le cinghiate possono cadere parallele su tutta la superficie del culo rialzato. Ma ti consiglio di non trascurare del tutto le coscette.- ora a te l’onore !- E consegnò la cintura ad Alberto. L’uomo esitò – Su, su, disse Caterina, non si preoccupi!- ci dia dentro. Pensi che a prendere le sue meritate cinghiate c’è il cu…ehm, sedere di sua figlia che la fa sempre arrabbiare! – Alberto senza più esitare prese a cinghiare senza misericordia e con tutte le sue forze il posteriore di Caterina che strillò e pianse un bel po’. Poi Alberto ansimante , gettò la cintura. Viviana salì in camera con la cremina per far assorbire le ecchimosi sulle natiche e sulle cosce della figlia e poi all’improvviso, senza colpo ferire infilò un pezzo di zenzero su per il culo della ragazza. – No! Gridò Caterina – mi pizzica!- Vuoi una bella sculacciata con il mestolo?- la minacciò la madre- forse non ne hai preso abbastanza ma rimedio subito – fece per andare a prendere il mestolo, ma Marco la fermò. – Ti terrai il tubero su per il culetto fino a quando non verremo a toglierlo, vero tesoro?- Si papà! – rispose singhiozzando la poveretta – ecco, questo è l’altro castigo supplementare al quale avevo accennato. Alberto annuì soddisfatto per tutte le cose utili che aveva appreso in quei due giorni. Si preparavano tempi duri per il culetto di Barbara. Più tardi, nel corso della notte, Caterina accese la luce e si fotografò con il telefonino il deretano gonfio e rossissimo con la radice di zenzero infilata tra le chiappe e spedì l’immagine al suo ragazzo con il seguente messaggio: Non so perché mamma e papà me le abbiano suonate così tante in questi due giorni, anche qualcuna sulla passerina, certamente sono meritate e spero che almeno il Sig Alberto abbia imparato ad educare la figlia. Sai amore, vorrei tanto che al posto della radice di zenzero ci fosse il tuo pisellone!.