Mio marito era rientrato prima quella sera. Sentii la macchina nel vialetto di ghiaia, poi la porta di casa. Entro’ a passi veloci, precipitandosi in cucina senza dire una parola. Si avvicino’ a me lentamente, da dietro. Finsi di non accorgermene. Poi di colpo mi palpo’ il sedere, con forza, mentre finivo di sciacquare l’insalata. Sussultai. Non mi ero ancora abituata a questo suo nuovo rituale: ogni sera mi strizzava il culo, come a sottolinearne il possesso. Sapeva che non lo sopportavo, ma finii per lasciarlo fare. Pensai che era il suo modo, un po’ rude, di salutarmi. Ma mi coglieva di sorpresa, ogni volta. Le sue dita affondavano energicamente nelle mie natiche, come artigli. Sentivo il suo respiro, sul collo. Era gia’ eccitato. Poi con una mano sciolse il nodo al grembiule. Tremai. Sapevo cosa mi aspettava. “Sei splendida..” – mi sussurro’ all’orecchio. Arrossii, mentre le sue mani si insinuavano sotto le mie braccia. “Ti voglio..” – sibilo’ accarezzandomi il seno. Poi di colpo mi strinse entrambe le tette “Adesso!” – aggiunse, perentorio. Sospirai. “Ora non posso, caro… Devo preparare la cena!” – replicai timidamente. “Non hai capito: ho detto che ho voglia di te, in questo momento…” – disse “Vuoi farmi perdere altro tempo a discutere?” – aggiunse poi, infilandomi una mano tra le gambe. Deglutii. “Cerca di capire…Ho i fornelli da tenere sott’occhio…” sospirai, sperando
di placarne i bollori. La sua mano saliva tra le coscie, raggiungendo lentamente l’inguine. Tremavo al pensiero di quel che stava per accadere. “Tu continua a cucinare…” – mormoro’ accarezzandomi l’interno coscia. “Al resto ci penso io..” – aggiunse con un sorrisetto. Io mi bloccai, come parallizata. “Spogliati!” – ordino’ a bassa voce. Non osavo girarmi verso di lui. Chiusi il rubinetto. E gli occhi. Sentii il rumore della cerniera dei suoi jeans. Mi salto’ il cuore in gola. “No, aspetta, dai…” – sussurrai, cercando di allontanargli le mani da sotto
la gonna. “Adesso non mi va…” – dissi in tono calmo ma deciso. “E con questo? ” – replico’ seccato. “Non mi sembra d’aver mai chiesto il tuo
consenso…” – sibilo’. Era vero. Non gli era mai importato nulla della mia disponibilita’, ne’ di soddisfare i miei bisogni. Ero sempre io a dover saziare i suoi. Mi sollevo’ la gonna, continuando a frugarmi tra le gambe con l’altra mano. “Ti prego, no..” – esclamai, impaurita. Ero incapace di ribellarmi. Confidavo in un suo repentino cambio d’idea. Ma sapevo che non si sarebbe placato. Mi sfioro’ il pube, stuzzicandomi attraverso gli slip. Avvampai. Sapeva che non sapevo resistergli. Ma non volevo cedere. Mi aggrappai ai bordi del lavandino, resi scivolosi dall’acqua. Poi lentamente sentii le sue dita insinuarsi sotto le mutandine. “Fermati, per favore…” – sussurrai, rossa in volto. Ma non intendeva ragioni. E lo sapevo. Cercai di concentrarmi su cio’ che stavo facendo prima del suo arrivo. Non volevo dargli la soddisfazione di arrendermi alle sue avances. Finsi di occuparmi dell’insalata, prendendo un coltello per tagliarla. Lui se ne accorse e mi blocco’ il polso in una stretta micidiale. “Cosa hai intenzione di fare, piccola?” – borbotto’, scambiandolo per un gesto di rivolta. Trattenni il respiro. “Sai che ti potresti ferire giocando con queste cose, vero?” – mi rimprovero’ come fossi una bambina dispettosa. “Non stringere cosi’, mi fa male…” – supplicai. Per tutta risposta chiuse ancora di piu’ la morsa, bloccamdomi la circolazione. “Ahiaa.. Smettila!” – esclamai, cercando di trattenere l’urlo in gola. Lui sembrava divertirsi. “Molla la presa, stronza!” – gracchio’ mentre mi sbatteva la mano sull’orlo del lavabo, fino a farmi venire un livido. Lasciai andare il coltello, intontita dal dolore. “Non mi piacciono le ribellioni… dovresti saperlo!” – affermo’ facendosi serio, mentre raccoglieva il coltello, ancora umido. “Volevo solo finire di preparare la cena..” – mormorai. “Zitta!” – ribatte’ seccato. “Non cercare scuse…” – disse afferrandomi per i capelli. “Un altro scherzo del genere e ti faccio pentire di essere nata..”
- aggiunse puntandomi la lama alla gola. Non riuscivo a deglutire. Ero terrorizzata, perche’ sapevo fino a che punto sarebbe potuto arrivare. “E adesso vediamo se hai imparato la lezione” – disse abbassandosi i pantaloni. Sapevo di non avere scelta. Ma volli tentare l’ultima carta. “Ho appena avuto le mestruazioni..cerca di capire…” – sussurrai timidamente. Mi colpi’ con uno schiaffo, in pieno volto, che per poco non mi scaravento’ a
terra. Sentii il sapore del sangue in bocca. “Allora non ci siamo capiti…” – incalzo’ con aria spazientita. Singhiozzai, cercando di ricompormi. Mi abbassai istintivamente la gonna. “Vuoi proprio farmi perdere la pazienza, eh?” – disse sfilandosi la cintura. “N-no, nooo..” – gridai, quasi in lacrime. “Guai a te se ti muovi, lurida cagna!” – ringhio’, avvolgendosi la fibbia nel palmo della mano. Era furibondo. “Perdonami, ti prego.. Faro’ tutto qello che vuoi, ma le frustate noo!” – supplicai, terrorizzata. Non ebbi neanche il tempo di finir la frase che una cinghiata mi segno’ la schiena facendomi urlare. Ne seguirono molte altre, non saprei dire quante. La camicetta era lacerata in piu’ punti. Sentivo fresco sulla schiena seminuda e fiamme nei punti in cui era segnata dai colpi. Il pensiero della mia pelle straziata faceva ancora piu’ male. Ad ogni frustata lo sentivo godere. Si eccitava da matti a farmi del male. Sapevo che voleva ridurmi a brandelli i vestiti e che non avrebbe smesso fino alla mia completa sottomissione. “Devo continuare?” – esclamo’ con aria di sfida. Io scossi il capo, stremata. Avevo perso. Ancora prima di iniziare. E lo sapevo. Lui sembrava soddisfatto. “E ora vediamo di capire chi comanda, vacca!” – sibilo’ gettando a terra la cintura. Con l’altra mano stringeva ancora il coltello. Lo avvicino’ alla gonna, infilando la lama sul fianco destro, sotto lo spacco. Ero sconvolta. Era sempre stato manesco, ma in quest’ultimo periodo stava diventando anche sadico e sempre piu’ perverso. Non riuscivo piu’ a riconoscere l’uomo che avevo sposato cinque anni prima. Con un gesto secco taglio’ un pezzo di stoffa vicino alla mia coscia. Io sussultai. Un sonoro “STRAAAP!” squarcio’ l’aria, il cuore, la gonna. Lui mugolo’, come una bestia arrapata, stracciandomi il vestito e gettandolo sul pavimento, assieme al coltello. Tramavo, non solo per il freddo. “Guarda guarda…” – mormoro’ sfiorandomi gli slip. “E questi?” – domando’ con aria inquisitoria. “Allora lo fai apposta?!” Un brivido mi scosse tutta. Aveva ragione, anche stavolta. “Quante volte ti ho detto che non sopporto le mutande, eh?” “E’ vero, scusami…” – sussurrai intimorita. “Non ho avuto tempo di cambiarmi tornando dal lavoro…” – aggiunsi – “… eppoi il tuo perizoma preferito era a lavare..” – dissi quasi sottovoce. Sapevo che non mi avrebbe creduto. E che con quelle scuse correvo il rischio di farlo infuriare ancora di piu’. Ma non sopportavo che mi imponesse cosa mettere anche quando lui non c’era. E, per dirla tutta, pensavo di farla franca, per una volta. Ma il suo arrivo a casa anticipato e le sue voglie improvvise mi avevano colta impreparata. Lui non disse una parola. Si limito’ a guardarmi con disprezzo. E quello sguardo faceva molta piu’ paura di tutti gli insulti e le minacce. Io ero rimasta immobile, dandogli le spalle. Non avevo il coraggio di voltarmi. All’improvviso sentii le sue mani sui fianchi. Le sue dita si insinuavano tra l’elastico degli slip e la pelle sudata. Chiusi gli occhi. Ormai non c’era via di scampo. Mi abbasso’ le mutandine di scatto, facendomi trasalire. “Vedrai che la prossima volta non te lo dimenticherai…” – sibilo’. Sapeva come terrorizzarmi. E ci riusciva sempre. La vista delle mie natiche nude lo fece gorgogliare. Le afferro’ con entrambe le mani, divaricandole leggermente. Sudavo freddo, mentre mi massaggiava appassionatamente il sedere. “Li’ no, ti supplico.. Mi fa ancora male da ieri sera…” – mormorai. “Peggio per te, troietta..” – grugni’ abbassandosi i boxer. “Ti chiedo per favore.. abbi pieta’!” – supplicai con voce tremula. “Non ho voglia di discutere.. Spalanca le cosce!” – ordino’ seccato. Ebbi paura. Non avevo intenzione di contraddirlo ma neanche di farmi sfondare. La sera prima mi aveva sodomizzato fino a farmi sanguinare. Ma evidentemente non gli era bastato. Sentivo gia’ la punta del pene nell’insenatura tra le natiche. “Allora?” – incalzo’, nervosamente. Non avevo scelta. Abbassai il capo e divaricai le gambe. Lui sembrava appagato dalla mia resa. Ma non al punto di rinunciare a godere. “Fai piano… Ti prego!” – implorai, stringendo i denti. “Apri le chiappe e chiudi la bocca!” – replico’, prendendoselo in mano. Era cosi’ umiliante. E lui lo faceva apposta. Allargai le natiche per fargli spazio. Poi chiusi gli occhi. “E adesso godi, puttana!” – grugni’ schiaffandomelo dentro con violenza. Cacciai un urlo straziato. Che sporco sadico! Chissa’ com’era contento di farmi soffrire cosi’. Di vedermi umiliata, come una baldracca qualunque. Non stava inculando me. Lo metteva in culo a tutte le donne del mondo. Si sfogava su di me, insultandomi e facendomi del male. Ma non ero io che stavo subendo la sua violenza. Era l’intero genere umano femminile. “Toh, prendi..zoccola! Lo devi sentire fino in gola!” – annaspava mentre me lo spingeva sempre piu’ a fondo. Era un animale. E io la sua preda indifesa. Sentivo la rabbia con cui accompagnava ogni colpo di reni. Mi sconquassava. Dovetti aggrapparmi con tutte le mie forze al lavandino per non finire addosso al muro. Sbuffava come un mantice, spingendolo dentro sempre piu’ velocemente. Mi faceva un male atroce, ma cercai di ricacciare dentro il dolore. Sapevo che vedendomi soffrire avrebbe cercato di farmi ancora piu’ male. Le lacrime che colavano copiosamente portarono con se il trucco, ormai sfatto. Pompava come un martello pneumatico, senza tregua e ogni suo colpo mi sfondava il cuore, non solo l’ano.. Provai ad astrarmi, dimenticando di essere in cucina, in piedi e mezza nuda, col suo cazzo dentro che mi spaccava in due. Mi concentrai su sensazioni positive, guardando fisso davanti a me. Finii per analizzare il grasso delle piastrelle, seguirne le fughe annerite dal fumo. Ma non funzionava. I suoi rantoli animaleschi mi assordavano. “Voglio sentirti godere, troia! Partecipa, muovi il culo..!” – mi esortava. Mi sentivo male. Chiusi gli occhi, con tutta la mia forza. Cercai di reagire. Ma finii per assecondarlo. “Seee..cosiii’..stringi di piu’ le chiappe, brava!” – mugulo’, afferrandomi per i fianchi e tirandomi a se’. Lo sentii fino in fondo. Mi mancava l’aria. “Oooh..che bello..Tutto dentro!” – ribadi’ lui, nel caso non me ne fossi accorta. La sua cappella mi pulsava nello sfintere. Sentivo quel palo di carne che mi stantuffava senza sosta tra le chiappe. Ma stavolta non c’era piu’ posto. Mi sentivo sfondata completamente. Feci un profondo respiro, spossata da tutta quella forza bruta. Lui si agitava come un ossesso, assaporando ogni spinta pelvica. Non saprei dire quanto duro’ quella tortura, ma sembrava non finire mai. Avevo ancora gli occhi lucidi quando sentii un fiotto appiccicoso dentro. Ansimo’ come una bestia, inondandomi di sperma. Io ero come drogata. Non riuscivo piu’ a capire cosa stesse accadendo, ne’ dove fossi.. Ma ci penso’ lui a riportarmi alla realta’, estrendo il pene di colpo e schiaffeggiandomi le natiche, ancora gocciolanti. “Sei sempre la migliore, tesoro..” – sussurro’ soddisfatto, pulendosi il cazzo sulla mia gonna strappata. Voleva sempre rimarcare come io fossi una tra le tante. Ci teneva a farmelo sapere, ogni volta che finiva. Era una specie di promemoria, nel caso me ne dimenticassi. Il fatto che fossimo sposati era un dettaglio. Poteva scoparsi chi voleva. Io SOLO lui. Era sempre stato piu’ che chiaro a tal proposito. Se avessi anche solo fatto un pompino a qualcun’altro mi cacciava di casa. Una specie di contratto prematrimoniale. In cambio del mio corpo mi avrebbe assicurato vitto e alloggio. Avevo dovuto intestare tutto a lui. Io non possedevo nulla. Lui possedeva ME, in via esclusiva. Oltre al resto, s’intende. Sapevo che lui se la spassava nei locali, andava con le prostitute, si fotteva le mie amiche e le colleghe. E quando non lo faceva davanti ai miei occhi, me lo diceva lui. Nei minimi dettagli. All’inizio ci soffrivo. Adesso meno. Lui era mio marito. Io la bambola gonfiabile su cui svuotarsi le palle. Mi trattava da puttana, geisha, bestia, oggetto. Ma piu’ che altro schiava. Ultimamente desiderava solamente la mia sottomissione. Voleva che lo chiamassi “Padrone” in pubblico, “Capo”, “Signore”, “Direttore” in ufficio. Gli piaceva vedere il mio imbarazzo e gli sguardi stupiti delle persone. Alcuni mi scambiavano per la sua governante, la donna delle pulizie, quando venivano a trovarci per la prima volta. E lui ne era soddisfatto. E gli piaceva ostentare il fatto che io ero solo sua. Una proprieta’ mobile, diciamo. Neanche tanto mobile, a dire il vero. Ero quasi sequestrata in casa, tranne al mattino quando lavoravo in ufficio. Da lui. Quando non gli servivo, come segretaria, mi cacciava a casa. Questa era una di quelle giornate. Avrei dovuto occuparmi delle faccende domestiche, per tutto il giorno. Fino al suo arrivo. E avevo ancora addosso la divisa dell’ufficio, per mia sfortuna. Mi resi conto solo in quel momento di quello che era successo. Ai miei piedi c’era la gonnellina lacerata in due e macchiata di sperma. Lo vidi ancora in piedi, dietro di me, mentre si sistemava i pantaloni. Io ero semi-accasciata sul lavandino, cercavo di riprendermi. “Vatti a sciacquare, cara..Mi servi pulita..” – ridacchio’, allacciandosi la cintura. “Ehh, co-come..” – farfugliai, ancora confusa. “Tra un ora arrivano ospiti..Fatti un doccia e prepara la cene..” – ordino’. “Ma cosa dici? Qua-quali ospiti?” – replicai, sempre piu’ confusa. “Ah, forse mi ero dimenticato di avvisarti..Ho invitato Giulio ed Elisa a cena da noi stasera. Viene anche Andrea..spero non ti dispiaccia..” – ghigno’ Non volevo credere alle mie orecchie. “Ma..ma come..” – fu l’unica cosa che riuscii a dire. “Su dai, non perder tempo.. E, mi raccomando, voglio una cenetta coi fiocchi!” – disse avvicinandosi e tastandomi i peli pubici. “Tu sei impazzito!” – sbottai “Come posso preparare una cena per 5 persone in
meno di un’ora?” – replicai, tornando rapidamente coi piedi per terra. la mia incredulita’, mista a frustrazione, non sembrava turbarlo. “Affari tuoi, cara. Guai a te se non sara’ di loro gradimento. E’ una cena d’affari: sai quant’e'importante che Giulio si decida a finanziare il mio progetto..” – disse mettendomi una mano tra i capelli. Se e’ solo per quello perche’ non ti scopi quella zoccola di Elisa?, pensai. Ci pensera’ lei a convincere il maritino a sganciare i soldi, vedrai.. Ma non ebbi coraggio di dirlo. “Ma Andrea che c’entra?” – mi limitai ad aggiungere. “Cazzi miei.. tu pensa a cucinare e a farmi fare bella figura, o sara’ peggio per te..” – disse in tono minaccioso. Io deglutii a fatica. Si chino’ rapidamente a raccogliere le mie mutandine. “Posso riavere i miei slip?” – domandai, gia– temendo la risposta. “Neanche per idea. Questi li tengo io. E non pensar piu’ di metterti della lingerie addosso. Ne’ ora ne’ mai. Nemmeno in ufficio, scordatelo. Ci penso io a sbarazzarmi di tutta la tua biancheria intima. Guai a te se la ricompri, intesi? Sai che non ti conviene disubbedirmi, vero?” Arrossii. Si che lo sapevo. Ma questo era troppo. “Per favore..lasciami almeno il tanga!” – implorai. “Non ho intenzione di discutere. Cosi’ impari a farti trovare con questa schifezza addosso quando sei a casa..” – sbotto’. Non provai nemmeno a controbattere. Abbassai lo sguardo, rassegnata. “E ora vai a lavarti.. decidero’ io cosa farti indossare stasera!” – aggiunse Ebbi paura. Sapevo come si sarebbe vendicato. Ma non avevo scelta. Cercai di raccogliere almeno la gonna. Era sporca e strappata, ma forse ancora recuperabile. Lui non apprezzo’ la mia trovata. Me la tolse di mano, con rabbia. “Dammi qua’! Saresti persino capace di rimetterti addosso questi stracci..” – sbraito’ gettando via quel che restava della gonna. Senza aggiunger altro si avvicino’ e mi strappo’ la camicetta facendo saltar via tutti i bottoni. Poi butto’ tutto nel sacchetto della spazzatura. “Da oggi questa sara’ la tua uniforme da casa..intesi?” – ghigno’ soddisfatto. Mi guardai da testa a piedi: fatto salvo per la fascia tra i capelli, le autoreggenti bianche che a lui piacevano tanto e le scarpe coi tacchi a spillo ero completamente nuda. “Ma.. mica posso girare cosi..” – provai ad obiettare. “Non devi andare da nessuna parte, troia. Devi solo farti fottere. E quando resti a casa ti voglio nuda, sempre. Cosi’ non perdo tempo a spogliarti, ok?”
- disse in tono perentorio, fregandosi le mani. “E al lavoro?” – domandai candidamente. “A quello ci pensero’ domattina. E ringrazia che non ti faccia servire cosi’ la cena anche stasera..” – sogghigno’. Rabbrividii. Sapevo che sarebbe stato in grado di farlo. Anche solo per vedermi umiliata davanti a tutti. Meglio non fargli cambiare idea. “Cosa fai ancora qui? Mi sembra di averti detto di andare a lavarti, lurida zoccola che non sei altro!” – sbotto’ vedendomi imbambolata dallo shock. “Si, scusami..vado subito..” – sussurrai. Mi sentivo a disagio. Era come se ci fossero davvero gli ospiti e mi vedessero tutta nuda. Stavo quasi per coprirmi istintivamente, anche se c’era solo lui. Salii tremolante le scale per il secondo piano, aggrappandomi allo scorrimano. Entrai in bagno senza mai alzar lo sguardo dal pavimento. Era come essere ubriaca, mi girava la testa. Sperai che una doccia fresca mi risollevasse da quella condizione annebbiata.
E in effetti fu cosi’. Ero ancora insaponata quando sentii squillare il telefono. Inutile chidere che rispondesse lui. Era compito mio, sempre. Afferrai un asciugamano e mi precipitai in corridoio, ancora fradicia. Al terzo squillo, alzai la cornetta. “Pro-prontoo?” – balbettai, infreddolita e col respiro affannato dalla corsa. “Ehila’ dolcezza!” – gracchio’ una voce maschile dall’altro capo della linea. Sulle prime non riuscii a capire chi fosse. “Il cornuto e’in casa?” – aggiunse
immediatamente senza lasciarmi tempo di replicare. Andrea! Non poteva essere che lui. “Si’.., cioe’ No! volevo dire e’ in casa, ma NON e’ cornuto..” – farfugliai, sempre piu’ confusa. Sentii una risata di scherno. Mi resi conto che stavo facendo il suo gioco. Voleva mettermi in crisi, e ci riusciva sempre piu’ frequentemente. “Ascolta.. digli che passo a prendere Giulio ed Elisa e ci vediamo da voi per le nove meno un quarto.. ricevuto?” – disse tutto d’un fiato. Feci appena in tempo a dire “Va bene..” che riattacco’, non prima di aver sussurrato il suo solito “Ciao Cagnetta!”. Tornai sotto la doccia, ripensando alla scena. Faceva sempre cosi’, ogni volta che mi salutava. Lo faceva apposta, da quando Marco gli confido’ che detestavo quel nomignolo.
Tutto sommato, era sempre meglio che “Tette d’Oro”, come aveva iniziato a chiamarmi qualche mese fa. Per fortuna aveva smesso. Forse a Marco non piaceva. Quel viscido di Andrea, proprio non riuscivo a sopportarlo. Ogni volta che mi vedeva non perdeva occasione per fare apprezzamenti pesanti sulla moglie del suo miglior amico. Si era fatto sempre piu’ audace e ogni scusa era buona per provocare. L’ultima volta mancava poco che mi chiedesse di fargli una sega sotto il tavolino del locale. Brutto porco! E tutto mentre mio marito era distratto a guardare il culo a una cameriera. La sola presenza di quel verme era sufficente a rovinare la serata. Ma anche Elisa non scherzava. La classica vamp, sempre in tiro. Che troia! Erano mesi che voleva fottersi mio marito, ma ancora non c’era riuscita. Per colpa del suo ragazzo ovviamente. Forse quella sera era la volta buona. Quell’ingenuo di Giulio sarebbe stato troppo impegnato dalla conversazione per accorgersi delle loro moine, e con una scusa lei sarebbe riuscita a farsi
lasciar sola con Marco. Meglio non pensarci. Come svegliata di colpo da un brutto sogno, mi resi conto di essere ancora mezza insaponata. Guardai l’ora: erano le otto meno venti. CAZZO! Mi sciacquai di fretta e furia, asciugandomi i capelli col phon a mille. Poi afferrai l’accappatoio e corsi in camera da letto. Sobbalzai. Marco era seduto sul bordo del letto. Aveva messo sottosopra l’armadio. Decine di vestiti scaravantati per terra, altri sul letto. In un angolo un mucchio di reggiseni e mutandine. “A quelli puoi dire addio sin da adesso, tesoro..” – disse con un ghigno. Io sbiancai. Non c’erano dubbi: faceva sul serio. Mi vennero i brividi al pensiero di non poterli piu’ indossare. Mai piu’. Diedi loro un ultimo sguardo, sperando in un suo ripensamento futuro. Poi tiro’ fuori i due tanga. “Questi li tengo io, come trofeo. Ho intenzione di metterli in palio stasera, ti va?” – mi provoco’. Io rabbrividii. Non volevo sapere le sue intenzioni. “E adesso veniamo a noi…” – esclamo’ avvicinandosi a me. Io ero immobile, in piedi, davanti a lui. “Vediamo se sei preparata..” – sibilo’ con uno dei suoi sguardi minacciosi. Forse avevo capito. Aspettai il segnale di conferma. Lui mi fisso’. Lancio’ una rapida occhiata al mio accappatoio di spugna rosso.
Rimase alcuni istanti in silenzio. Poi schiocco’ le dita. Con un rapido gesto feci scivolare a terra l’accappatoio, mostrandomi a lui. Il suo sorriso soddisfatto mi tranquillizzo’. Era cio’ che voleva. “Brava..vedo che ti ricordi..” – disse con aria soddisfatta. Tirai un sospiro di sollievo. Meglio non sapere cosa mi avrebbe fatto se non lo avessi assecondato. Meno male che avevo previsto le sue intenzioni… Mi torno’ in mente la prima volta che m’impose di presentarmi a lui cosi’, appena uscita dalla doccia. Aveva appena visto un vecchio film sugli antichi romani in cui le schiave si offrivano ai mercanti in quel modo. Erano vestite
solo da una tunica e con un gesto la lasciavano scivolare lungo il corpo, restando completamente nude. Disse che dovevo farlo anch’io, prima di venire a letto con lui. Sapeva di umiliarmi e ci godeva un sacco. Una volta mi volle addirittura esaminare, come si fa con le bestie al mercato.
Mi controllo’ la dentatura, soppeso’ le tette, palpo’ il sedere e m’infilo’ due dita in figa. Poi concluse che potevo andar bene come serva e finse di comprarmi. Tiro’ proprio fuori i soldi e li getto’ ai miei piedi, contrattando
il prezzo con un venditore immaginario. Poi mi scaravento’ sul letto e mi salto’ addosso. Credo fosse il terzo anno di nozze. Da allora era stata una escalation. Sempre piu’ manesco, sempre piu’ aggressivo, non solo fisicamente. Un vortice di umiliazioni e violenza, fino all’epilogo degli ultimi mesi. Tramite suo fratello che gestiva un locale, Marco era riuscito a contattare il gestore di un night-club fuori provincia. Si erano messi daccordo perche’ mi esibissi come strip-teaser nei weekend. La scusa era per arrotondare le entrate, ma entrambi sapevano che non era per
i soldi, perche’ eravamo abbastanza benestanti. Era per esibire la sua troia personale. Per dire a tutti quanti: guardate e non toccate, questa me la fotto soltanto io. Non si era neanche preso lo scrupolo di verificare che fossi in grado di ballare. Quando se ne rese conto, organizzo’ col fratello una specie di corso di recupero. Fui costretta ad esibirmi nel locale del fratello, gratis, come cubista. Disse che, una volta “scaldata”, cioe’ ubriaca o comunque sconvolta,
avrei perso ogni inibizione. Ma i primi tempi fu un inferno, con tutti quei maiali ingrifati. Per poco una volta non mi violerono nel cesso dei maschi. Ma ora era passata. Dicevano che ero quasi pronta per il grande salto. La settimana prossima il debutto in un topless bar nel paese vicino. E poi spogliarelli a go-go, lap dance e sfregamenti sui clienti piu’ arrapati. “Hai capito quello che ho detto?” – sbraito’ Marco. Quelle parole mi riportarono alla realta’. Era rosso in volto e sembrava su tutte le furie. “Ma mi ascolti quando parlo o se solo capace di farti scopare?” – grido’ spazientito, gettandomi addosso un vestito. “Mi spiace..ero sovrappensiero..” – borbottai. Ma non avevo scuse. Lui bofonchio’ qualcosa, e si giro’ dall’altra parte, continuando a rovistare.
Guardai il vestito. Era una mise ridottissima, di strass, rosa shocking. “Sta zitta e mettiti su questa” – mi ordino’, senza neanche voltarsi. Obbedii, infilandomela subito. Le spalline erano strettissime e il seno era compresso fin quasi a scoppiare. In compenso le frangette sull’orlo davano l’illusione che fosse un centimetro piu’ lunga. Mi sentivo Julia Roberts in “Pretty Woman”. E lui certo non aveva intenzione di comportarsi da Richard Gere… “Sembri proprio una baldracca..” – esclamo’ appena mi vide. “Quanto vuoi?” – aggiunse ridacchiando. Mi sentii avvampare all’idea di presentarmi cosi’ agli ospiti. Mi sembrava quasi di sentire i commenti di Andrea. Il solo pensiero mi fece accaponare la pelle. “Prova questo, svelta!” – disse scaraventandomi addosso un abito lungo. Ringraziai il cielo. Non mi sembrava vero che avesse rinuciato ad una ghiotta
occasione per farmi sprofondare dalla vergogna. Ma avevo parlato troppo presto. Mi sfilai il vestitino e indossai l’altro. Era un abito da sera, lungo e aderente, con uno spacco esagerato sulla coscia sinistra. Sara’ stato per il colore rosso acceso, o per le paillettes, ma per un attimo mi sentii Jessica Rabbit. Certo, non ero cosi’ prosperosa, ma mi difendevo bene… “Fatti guardare: no, troppo di classe, per una come te. Assomigli a una diva del cinema..Tu al massimo puoi fare la squillo, o la troia d’altobordo..” – sogghigno’. Adorava offendermi in quel modo. Calpestare la mia dignita’. Sputarmi addosso sapendo che non potevo difendermi. Ne ribattere, o erano botte. O anche peggio. Me lo sfilai a malincuore. Altro che Jessica Rabbit: per lui potevo essere solo Jessica Rizzo, la pornostar. Era spazientito. Decise di farmi provare l’ultimo abito. Erano gia’ le otto. Mi diede un completino da ricevimento, quello con cui ero andata alla festa per l’inaugurazione del locale di suo fratello. Camicetta di seta trasparente, leggemente scollata e longuette nera, aderente. Origiariamente la gonna mi arrivava alle ginocchia, un tubino strettissimo. Lui la fece ridurre su misura, fino a farla assomigliare a una minigonna, ma molto piu’ scomoda per me. Gli piaceva l’idea che si sollevasse con facilita’. Il fatto che fosse elasticizzata lo eccitava particolarmente.
Io non posi alcuna resistenza, mi limitai ad vestirmi in silenzio. Era sempre meglio di quel vestitino da puttana. “Cosi’ va bene. Sembri proprio una brava mignottina..ehm, mogliettina..” – ridacchio’, fingendo un lapsus. Lo assecondai, con un sorriso forzato. Mi accompagno’ in bagno, perche’ potessi ammirarmi. Mi guardai allo specchio. L’acconciatura vaporosa e le spalline del vestito mi facevano sembrare una vecchina in gita parocchiale. Col suo consenso, riuscii ad evitare le spalline, gettadole nel cesto della biancheria sporca. “Cosi’ mi piaci. Elegante al punto giusto. Devi essere sexy ma non troppo. Voglio che tu dia l’impressione di essere una figa calda, ma non una puttana”.
E avevo poco piu’ di mezz’ora. Mi infilai le calze e le scarpe. Ebbi l’impressione di aver scordato qualcosa. Poi mi ricordai che non avrei piu’ potuto mettere l’intimo. Mi venne un colpo. Quel vestito non era stato fatto per esser indossato senza nulla sotto. Controllai allo specchio e mi si gelo’ il sangue nelle vene. La gonna era talmente stretta che si vedeva il segno tra le chiappe. Per non parlare della camicetta: si notavano chiaramente i capezzoli in bella vista. Come se non bastasse, la scollatura metteva in mostra un’abbondante porzione del mio seno, lasciando ben poco spazio alla fantasia. Mi sentivo nuda. Anzi, peggio.
L’aveva scelto apposta, quel vigliacco. “Sei magnifica, cara. Va a truccarti e scendi subito. Gli ospiti saranno qui a momenti..” – esclamo’ baciandomi il collo. “Ah, mi son dimenticata di dirti che ha chiamato Andrea.. arrivano tra una mezzoretta..” – dissi, preoccupata della sua reazione. “Perfetto..allora abbiamo tutto il tempo per noi..” – mormoro’ avvicinandosi. “Marco, ti prego..devo ancora finire di prepararmi..e la cena..” -farfugliai. Ma sapevo che non mi avrebbe neanche sentito. Quando aveva in mente una cosa non c’era verso di fargli cambiare idea. Specie per quanto riguarda il sesso. “Vieni qui che me l’hai gia’ fatto rizzare..” – grugni’ afferrandomi per un braccio. “Sei proprio una gran porca, sai?” – disse palpandomi una tetta. “Aspetta.. lascia almeno che mi tolga il vestito, senno’ si sgualcisce..” – sussurrai timidamente. Lui acconsenti’, purche mi sbrigassi. Feci come voleva. In un altra occasione avrei improvvisato uno strip-tease, pur di temporeggiare. Mi sarei sbottonata la camicetta, lentamente. Non per farlo eccitare ma per posticipare il rapporto. Ma in questo caso sapevo che era inutile. Anzi, controproducente: voleva scopare e qualunque contrattempo lo averebbe reso piu’ aggressivo. Meglio lasciarlo sfogare, il prima possibile. Mi slacciai i bottoni piu’ rapidamente che potei. Feci appena in tempo a mettere in salvo la camicetta che si avvento’ su di me
come una furia, spingendomi sulle coperte, ancora piene di vestiti. “E adesso fatti montare come si deve, bella puledra!” – grugni’ sollevandomi la gonna fin sui fianchi. Si slaccio’ velocemente i pantaloni e li getto’ ai piedi del letto. Io ero sdraiata col sedere per aria, con la gonna che mi cingeva la vita come una specie di inutile cintura. Temevo volesse incularmi,
di nuovo. Ma per fortuna aveva altre idee per la mente. “Mettiti carponi, vacca!” – ordino’, abbassandosi i boxer. Feci forza sulle braccia, mettendomi a quattro zampe come voleva lui. Adesso mi sentivo davvero un animale da monta. E lui, il maschio dominatore. Lo guardai, con gli occhi supplichevoli di chi sa che non ha nulla da perdere. “Ti prego..non farmi male! Non mi sono ancora sistemata del tutto..” – dissi. finse di non sentire, o forse non aveva davvero capito. Mi afferro’ per i capelli, come fossero le redini del suo cavallo. Anzi, della sua giumenta. “Pronta alla monta?” – chiese ridacchiando. Io annuii, rassegnata. Che io lo fossi o meno, non aveva alcuna importanza. Era lui il primo a saperlo. Ma amava le domande retoriche: sottolineavano il suo potere. E la mia incapacita’ a ribellarmi. Il mio destino era deciso. Da lui. Ma io ancora speravo di poter cambiare le cose. Illusioni. Ma ormai erano le sole cose che mi rimanevano. “Fatti scopare, bella cagnetta!” – grugni avvicinandosi col pene ai miei peli
pubici. Ancora quel nomignolo! Come se non bastasse l’altro stronzo.. “Sei proprio una cagna in calore, vero?” – aggiunse, rincarando la dose. Mi irrigidii. “Non e’ cosi, tesoro?” – sibilo’ tirandomi una ciocca di capelli. “Si-si.. e’ vero..” – mormorai dolorante. Lui diede uno strattone. “Le cagne non parlano, abbaiano..dovresti saperlo!” – mi redargui’. Io feci cenno di si con la testa, ma lui mi teneva ancora per i capelli. “Allora?” – incalzo’. Voleva umilarmi a tutti i costi. Iniziai ad abbaiare, sperando si accontentasse. “Piu’ forte, non sento!” – gracido’ arrapato. “BAU! BAU!” – replicai, sentendomi sempre piu’ ridicola. “Brava.. per premio ti daro’ la cosa piu’ amata dalle cagnette in calore..” – bofonchio’. Lo guardai con aria incredula. “Un bel cazzone tra le gambe!” – esclamo’, infilandomelo dentro di colpo. “Ahiiiooo!” – sbraitai, disperata. Lui si indispetti’. “Ma lo vuoi capire o no che i cani abbaiano?” – grido’ afferrandomi per le tette con tutte e due le mani. “Non devi urlare, devi guaire!” – ordino’. Io singhiozzai. Era un incubo. “Forse non ci siamo capiti!” – disse incazzato, vedendo che non reagivo. Mi rigiro’ un capezzolo tra le dita, facendomi ululare. “CAAAIII! CAAAII!” – gridai, immedesimandomi nella parte. “Cosi’, brava..” – esclamo’, finalmente soddisfatto. “Riprendiamo da dove eravamo rimasti..” – aggiunse, stantuffandomelo in figa con violenza. Io strinsi i denti, cercando di non emettere alcun suono. Forse sarei riuscita ad evitare il supplizio della recitazione da cani. “Prendi, bastarda che non sei altro.. Assaporalo tutto!” – mi incitava, trapanandomi a dovere. Mi stava spaccando in due, quello stallone. Per quanto fosse animalesco, ci sapeva fare. Le prime volte riuscivo persino a godere anch’io. Poi era diventato sempre piu’ violento. Non si preoccupava neanche di quello che provavo io. Non gli interessava. Ero io che dovevo farlo godere. Sempre. E se non ci riuscivo, era colpa mia. Simulavo orgasmi fittizi solo per farlo venire prima. Ma lui se ne accorgeva. A volte mi chiedeva lui di godere a comando. E io eseguivo. Non c’era piu’ passione da parte mia. Niente piacere, solo dovere (coniugale). E la piu’ totale sottomissione. Come in quel momento. E non serve essere Freud per capirlo… Mi scopava alla pecorina solo quando doveva espandere la sua autorita’. E io lo sapevo. Quella sera aveva bisogno di sentirsi una divinita’. Era un incontro importante. E io servivo afar risaltare la sua potenza. Inizio’ a mungermi, come una mucca da latte. Gli piaceva chiamarmi “Vacca”. Forse lo faceva sentire “Toro”. Mi divarico’ le gambe per farsi strada. Spinse il pene ancor piu’ in profondita’, con un colpo secco. Trasalii. Mi bruciava tutto, ma non potevo permettermi di farglielo capire. Ero stremata da tutta quella furia animale. Sperai solo che finisse il prima possibile. Ad un tratto i colpi si fecero sempre piu’ ravvicinati e intensi. Stava per venire. Sentivo la sua cappella ormai al limite. “Esci, ti prego..” – mormorai, ormai esanime – “Non venirmi dentro..” Lui, non so come, mi accontento’. Tiro’ fuori l’uccello, allo spasmo e mi schizzo’ sulla schiena. Sentivo i rivoli di liquido seminale che scivolavano sui fianchi. Mi abbandonai, esausta, sul materasso. “Era tanto che non mi facevi godere cosi..” – gongolo’ finalmente appagato. Io non avevo neanche piu’ la forza di respirare. Riuscii amalapena a fare una smorfia inespressiva. Lui mi costrinse ad alzarmi dal letto e a sistemarmi. Erano le nove meno dieci. Scattai sull’attenti, terrorizzata. A momenti arrivavano gli ospiti e non ero neanche presentabile. E la cena? Maremma boia, che disastro! Mi caccio’ in bagno, con aria irritata. “Sbrigati, troia! Hai sempre fame di cazzo, ma agli ospiti cosa diamo da mangiare?” – borbotto’ semiserio. Era vero. Avrei dovuto ordinare qualcosa di pronto.. Ma prima dovevo esser pronta io. Corsi in bagno, rischiando di scivolare con quei tacchi sulle piastrelle. Mi truccai in fretta: lipstick rosso fuoco, phard e eyeliner sulle ciglia. Diedi una sistemata ai capelli e decisi di scioglierli sul collo. Misi un po’ di schiuma effetto bagnato, per confondere un po’. Poi mi resi conto del disastro. Non mi ero resa conto che mentre stavo in piedi a sistemarmi, i rigagnoli di sperma erano scivolati lungo la schiena, finendo dritti sulla gonna, ancora attorno ai fianchi. Ormai il danno era fatto. Decisi di correre ai rimedi, cercando di tamponare le macchie, risciacquando la stoffa con un detergente e asciugandola col phon. Niente da fare. Le chiazze biancastre persistevano. E di certo non avevo tempo per un prelavaggio. Decisi di avvisare Marco del disastro, confidando nella sua clemenza e nel buonsenso. Andai in camera da letto, anche perche’ dovevo recuperare la camicetta “vedo tutto”. Sempre meglio di niente, pensai. Ma la porta era chiusa a chiave. Bussai ma non ci fu risposta. Notai un biglietto sotto la porta. “Per evitare cambi d’abito non autorizzati, questa zona e’ vietata per te. Almeno finche’ non avro’ fatto piazza pulita. Stasera dormi sul divano. Ultimo comandamento: non avrai altro vestito che quello che indossi. Marco” Mi veniva da piangere. Mi guardai, sconsolata. Avevo solo scarpe, calze e una gonna stropicciata e sporca. E dovevo fare la padrona di casa. Mi tremavano le gambe. Tornai in bagno, trattenendo le lacrime. Ma decisi che non mi sarei data per vinta. Mi pulii la schiena, rimuovendo ogni traccia di sperma. Mi sfilai la gonna, stirandola alla meno peggio. Due grosse macchie bianche, per giunta ravvicinate, facevano bella mostra di se. Decisi di sfuttarle a mio vantaggio, per quanto possibile. Mi feci coraggio e mi infilai la gonna dall’alto, tirandola il piu’ possibile. Fortunatamente era elasticizzata e sopporto’ adeguatamente la tensione. La feci aderire sotto le ascelle, come fosse un tubino unico. Raccolsi le spalline dal cesto della biancheria sporca. Forse possono ancora servirmi, pensai. Le reciclai come coppe improvvisate per sorreggere il seno. Le infilai sotto la stoffa, in prossimita’ delle macchie. Con un po’ di fortuna potevo confonderle col bianco delle spalline. Per quanto corto, era un vestitino credibile. Riuscivo a malapena a coprirmi il sedere, ma la dignita’ era salva. Come tocco finale presi la fascia per i capelli, la sganciai e me la allacciai in vita, come una cintura d’emergenza. Mi diedi un’ultima controllatina. Poteva andare. Indossai la collana di perle del mio compleanno e gli orecchini a pendaglio che mi aveva regalato lui. Feci appena in tempo a mettermi lo smalto, rosso fiammante, che suono’ il campanello. Avevo il cuore in gola. Dovevo andare ad aprire. Subito. Scesi le scale con passo deciso. Marco era gia’ in salotto, sulla poltrona. “Piaciuto lo scherzetto?” – ridacchio’, senza neanche voltarsi. “Manca poco al topless bar, meglio che ti abitui subito, no?” – aggiunse. Io non replicai. Non avrei potuto farlo, in ogni caso. Fu sorpreso nel sentirmi avvicinare alla porta con passo spedito. Si volto’ a controllare. Fu sorpreso nel vedere che non avevo le tette al vento, come in fondo sperava. “Sei davvero una donna di mille risorse..” – grufolo’ a mezza voce, tra incredulita’ e delusione. Sapevo che intanto stava escogitando un nuovo tranello da attuare alla prima occasione valida. Il campanello suono’ di nuovo, richiamando all’ordine i nostri reciproci pensieri. Mi avvicinai allo spioncino per controlare. La faccia distorta di Andrea non lasciava dubbi. Spalancai la porta con il sorriso piu’ verosimile del mio repertorio. Andrea rispose con un ghigno pestifero. “Ciao Cagnetta!” – esclamo’, come previsto. Per un attimo stavo per abbaiare. Ma per fortuna tornai in me. Entro’, dopo avermi squadrato a dovere. “Sei sempre piu’ in forma, bellezza.. Ne fai di ginnastica, eh? Mi sa che un giorno o l’altro ti porto a casa mia, cosi’ ci alleniamo insieme, ti va?” – mormoro’ tra il serio e il faceto. Finsi di non aver colto l’allusione. Subito dietro ecco Giulio a braccetto con Elisa. Lei si abbasso’ gli occhiali da sole, molto chic, sulla punta del nasino alla francese e mi lancio’ una delle sue occhiate di sdegno. “Carino questo straccetto..C’era la svendita ai Grandi Magazzini?” – esclamo’ con voce stridula. Tutti risero, anche Marco. Ero circondata. Avvampai di rabbia e vergogna. Ma non trovai nulla da dire. Mi sentivo come bloccata. Giulio mi diede un abbraccio bonario che mi consolo’. Era molto piu’ vecchio di lei. Ma pieno di soldi. Aveva due baffetti bianchi e ben curati e l’aria da intellettuale fallito. Vestiva prevalentemente di scuro e con abiti di sartoria. Anche perche’ con la sua corporatura robusta era difficile trovare vestiti che non fossero su misura. Tutto sommato aveva l’aria paterna che ispira fiducia e, a dirla tutta, Elisa avrebbe davvero potuto essere sua figlia. Figlia unica di una famiglia nobile, ora decaduta, era stata a lungo una delle frequentatrici abituali del jet-set internazionale. Non c’era club che non bramasse averla tra i suoi soci, conosceva VIP e star di tutto il mondo. Poi il tracollo. E con esso il prestigio. Entro’ e usci’ da diverse cliniche per anni. Poi incontro’ il pollo da spennare. E non se lo lascio’ sfuggire. D’altro canto Giulio non chiedeva che una dama di compagnia, per non sfigurare ai party e alle cerimonie di gala. Certo, qualche scopata ogni tanto, ma non troppe, senno’ gli prendeva un infarto per via del colesterolo. E in cambio faceva la vita da regina. Non nascondo che la invidiavo da sempre. Se solo avessi conosciuto Giulio per prima..Adesso non sarei sposata con un gorilla arratato e sadico. E farei la bella vita, cavandomela con un paio di scopate alla settimana. Con Marco non ne bastavano 3 al giorno. Senza contare i pompini, ovviamente. Meglio non pensarci. Anche perche’, da quando avevo scoperto che Giulio aveva
sempre avuto un debole per me, non riuscivo a darmi pace. Ma ormai era tardi. E in fondo, amavo mio marito. E volevo essergli fedele, nonostante tutto. Certo, potendo tornare indietro.. Mentre fantasticavo, mi resi conto che ero rimasta impalata davanti alla porta. “Hai intenzione di passar tutta la serata li?” – incalzo’ Marco, serio. “No..scusami..” – farfugliai, come inebetita. “AHEM!” – bofonchio’ Marco, faecndo intendere che avevo detto o fatto qualcosa che non andava. Ripensai velocemente a cio’ che avevo detto. Sgranai gli occhi. “Riprova..” – disse in tono fintamente gentile. Capii subito l’errore. “Mi scusi, Padrone..” – ripetei abbassando gli occhi. Lui annui’ soddisfatto. Mi ero quasi scordata le buone maniere, pensai. La sottomissione era la prima regola, sopratutto in presenza di ospiti. Cercai di non dimenticarmelo, almeno per il resto della serata. Li feci accomodare. Solo allora mi ricordai che mancava qualcosa. La Cena! Temporeggiai, e con una scusa mi assentai, giusto il tempo di telefonare al ristorante piu’ vicino. Ordinai portate per 5persone, pranzo completo. Dissi di metterle sul conto di mio marito. Entro mezzora circa mi avrebbero recapito il tutto in contenitori termici, depositati sul retro della casa. perfetto. Non restava cheperder tempo fino all’arrivo dei viveri. Decisi di non rischiare e finsi di armeggiare in cucina. Se andavo in salotto era la fine. Andrea mi avrebbe sommersa di battutacce e attenzioni non richieste, Elisa avrebbe demolito la mia immagine e qualsiasi discorso intavolato con Giulio avrebbe messo in luce la mia ignoranza. Pensare di tenergli testa in una conversazione qualunque era un vero e proprio suicidio. Quanto a Marco, c’era da sperare che si limitasse a dare il meglio di se’ nella sua specialita’: umiliare sua moglie. Preferii restarmene in cucina. Era il mio ambiente naturale, dopotutto. “Chi nasce sguattera non diventa principessa!” mi ripeteva mia madre. Aveva ragione. Le favole non esistono. Io ero fatta per servire, non per essere servita. Non potevo aspirare ad altro. Donna schiava: scopa, cucina e lava. E chiava, nel mio caso. Finsi di spignattare sui fornelli e, per rendere credibile la sceneggiata, feci rumore apposta. Nell’altra stanza, tra fumo di sigari e risate, stavano gia’ animando la serata. La LORO serata. Io dovevo solo fare presenza, ridere alle battute, dimostrarmi all’altezza della situazione. Era la prima volta che Giulio ed Elisa venivano a cena da noi. Era essenziale non fare figuracce. Andrea invece era sempre piu’ spesso in giro per casa nostra. Si autoinvitava
con una frequenza a dir poco sospetta. E con qualunque scusa. Una volta avevo dovuto dirgli di entrare dal retro perche’ ero di sopra a far le pulizie e non potevo aprirgli. Di solito tenevamo la chiave del retro nel vaso da fiori in giardino. Scoperto il trucco, un giorno non me lo trovo in camera da letto!
Stavo uscendo dal bagno, mezza nuda e per fortuna con l’asciugamano ed eccolo li, sdraiato sul letto matrimoniale, che mi aspettava. Cacciai un urlo assurdo. Sapeva che Marco era al lavoro e aveva eciso di farmi quella sorpresina. Non so come, si rassegno’ ad andarsene, ma prima volle un “ricordino”. Lo congedai con un mio reggiseno, dicendogli che se Marco lo veniva a sapere gli tagliava le palle. Mi ci vollero alcuni giorni per riprendermi. Ovviamente non dissi nulla a mio marito, ma da quel giorno chiusi a chiave anche la porta sul retro, dall’interno. A proposito: a momenti arrivava la cena. Mi preparai ad accogliere il cibo con i recipienti adatti. Tirai fuori padelle e pentole di ogni misura. Aprii la porta e feci pochi passi nel vialetto. Vidi arrivare il fugoncino e in pochi minuti i recipienti avevano lasciato spazio a vassoi e pentole. Nella frenesia dei preparativi mi scordai di richiudere il portone a chiave. Ma non ci feci piu’ di tanto caso. Anche perche’ il pericolo non veniva da fuori. Marco aveva una serpe in seno e non se ne rendeva conto. O forse non voleva accorgersene. Ma io temevo di sapere fin troppo bene che quella serpe non si sarebbe accontentata del mio seno.. In men che non si dica la cena era pronta, bastava solo servirla in tavola. Varcai la soglia chemi separava dal salotto. Una nube mi fece tossire. “E’..coff, cough..E’ pronto..” – bofonchiai. “Era ora! Sei troppo lenta a cucinare, tesoro.. Dovro’ assumere una cuoca!” – sbotto’ Marco, in tono di sfida. Mi morsi la lingua. Avrebbe dovuto assumere un cuoca-cameriera-colf-puttana- segretaria-schiava-cubista-factotum.. Ma perche’ mai, quando poteva avere tutto questo e molto altro da una moglie? E gratis, per giunta? Rimasi zitta. “Prendete posto, prego..” – esortai, tentando di non soffocare. “Portaci da bere, svelta!” – ordino’ Marco. “Subito Padrone..i signori desiderano?” – chiesi delicatamente “Whiskey..il migliore che hai, Cagnetta!” – esclamo’ Andrea. Mi trattenni. “Certo..e voi?” – domandai alla coppietta. “Champagne, ghiacciato..” – sussurro’ Elisa sbattendo le ciglia. “A me una bottiglia di vino rosso, d’annata..” – aggiunse Giulio. Annuii. “E a Lei, Padrone?” – chiesi con aria sottomessa. “Il solito. Con l’ingrediente segreto..” – rispose, strizzandomi l’occhio. Avevo capito. Andai in cucina. Nel frigobar c’erano un sacco di superalcolici, vodka, rum ma niente whiskey. Mi ricordai che avevamo messo da parte una bottiglia di Jack Daniel’s da collezione. A mali estremi.. E ora vino: per fortuna in cantina ne erano rimaste alcune bottiglie. Prima di scendere a recuperarle, mi ricordai che avevamo finito lo champagne. Controllai per sicurezza. Nulla. Mi vennero i brividi. Possibile che quella stronza dovesse bere solo champagne? Poi l’illuminazione: nel secchiello in bagno era rimasto in fresco lo spumante dall’altro giorno. Marco l’aveva preparato per festeggiare la vittoria della sua squadra del cuore, ma poi si era incazzato perche’ aveva perso all’ultimo momento. Si scordo’ dello spumante. In compenso sfogo’ la sua rabbia su di me, tanto per cambiare: per sbollire la delusione aveva deciso di sfondarmi il culo. E ci riusci’, facendomi sanguinare. Ma almeno adesso era rimasto da bere. Non era ne’ champagne ne’ ghiacciato, ma all’ultimo minuto non avevo scelta. Pensai a come recuperarlo senza farmi notare. Inventai una banalissima scusa per andar di sopra. Feci le scale lentamente, per non attirare l’attenzione. Ma per quanto cercassi di non pensarci, non riuscivo a non sentirmi tutti gli occhi addosso. E ad ogni scalino, sentivo la gonna alzarsi sempre piu’. I miei tentativi di sistemarmi non facevano che sottolineare il mio imbarazzo. Mancava poco che Andrea non si mettesse sotto le scale per sbirciarmi sotto la gonna. Elisa rideva, divertita dal mio rossore e dai maldestri tentativi di darmi un aspetto decente. “Corri Cagnetta!” – mi esortava Andrea. Bastardo! “Si, dai facciamo un giochino..” – propose Elisa. Io sbiancai. “Fermati li, Chiara!” – mi ordino’ Marco. Era la prima volta che mi chiamava per nome, davanti a loro. Capii subito il perche’. “Da questo momento, finche’ non lo decideremo noi, tu non sarai piu’ Chiara..”
- impose Marco, in tono perentorio. “Sarai una docile cagnetta senza nome, pronta ad obbedire ad ogni ordine..” – aggiunse, facendomi chiaramente capire cosa intendeva. Io rimasi pietrificata