Posts con Tag ‘punizione’

Una durissima punizione

5 Febbraio 2012


La schiava di questo video viene punita in maniera durissima, molto più che sculacciate.

I racconti di Mr X, parte 2

19 Gennaio 2012

Questo racconto ci viene inviato da Master, che mi aveva inviato anche delle foto a corredo che però non sono riuscita a inserire. Buona lettura.

E’ passato un po’ di tempo da quando Chiara ha subito quella punizione.
Ho cercato di stargli vicino per capire ciò che è successo.
Sono successe tante cose ed ho bisogno di raccontarle con l’esatta successione degli eventi, altrimenti rischio di cadere in confusione
Appena terminato il pasto e dopo aver dovuto sparecchiato la tavola, Chiara si diresse in camera sua, e solo dopo aver appurato di aver serrato la porta a chiave, si buttò a capofitto sul letto a piangere.
Estrasse con fatica dalla tasca dei pantaloni il suo telefonino, dove scribacchiò di essere stata sculacciata ingiustamente da suo padre ad una certa Erika. Ipotizzai allora che fosse la sua amica del cuore in quanto le ragazze di giovine età solitamente sono inclini a raccontare certi segreti solo ad una persona speciale.
Mentre scriveva con il telefonino, l’altra mano continuava a strofinarsi il sedere allo stesso modo di come aveva fatto prima: il palmo aperto partiva dall’attaccamento del gluteo sulla coscia, salendo poi verso la schiena in modo da far sobbalzare il gluteo stesso, una volta che la direzione della mano si invertiva tornando verso il basso. E nel mentre piagnucolava tirando su con il naso.*

Sempre tramite i suoi messaggi, capii quale fu la causa scatenante di tutto:
Uhm… aspetta… no! Ho cambiato idea! Non voglio raccontarvi tutto! Vi farò giocare ai piccoli detective: vi racconterò solo gli indizi come si sono rivelati nell’arco temporale, e quando penserete di aver capito potrete alzare la mano. Le prime informazioni che vi fornirò sono quelle ottenute tramite il telefonino di Chiara. Chiaro? (Ah! Ah! Chiara/Chiaro…Un’altra delle mie battute orrende, scusate…)
Di cosa stavo parlando? Ah, si! Il cofanetto dello studio! A detta di Chiara, esso aveva la funzione di essere un piccolo magazzino di soldi liquidi con un doppio scompartimento per le monete e per le banconote. Al suo interno non vi era custodito mai una somma molto ingente: il più delle volte era necessario mettervi mano per ricercare ad esempio le monete per il carrello della spesa, e quindi per mettere a disposizione di chiunque un ricambio veloce di denaro. Tuttavia, stavolta all’appello mancava una cifra complessiva di circa 30€. Il padre era sicuro di quel ammontare perché aveva prelevato qualcosa la mattina stessa.
Anche Erika era in vena investigativa: le propose di passare a trovarla, così da parlarne meglio, oltre che a risparmiare sul credito telefonico già abbastanza risicato.
Una volta arrivata e fatti i convenevoli del caso si chiese come me una cosa: “perché il padre avesse incolpato proprio te?” La risposta di Chiara fu immediata:
“Ebbene, sotto quella scrivania, c’erano accavallate disordinatamente le mie ciabatte. Sai com’è, purtroppo ho l’abitudine di seminarle in giro per casa ogni tanto, e mi tocca spesso camminare scalza perché non ho la più pallida idea di dove siano finite. Stavolta erano lì, ma se da una parte non ricordo dove averle appoggiate l’ultima volta, dall’altra ricordo perfettamente che oggi non ho avuto alcun bisogno di mettere piede in studio: Beh! Certo, è possibile che quelle ciabatte io le abbia perse li ieri, ma…”
“E tuo padre quindi ha creduto che fossi stata tu a prendere quei soldi e si è arrabbiato per questo, quindi…” replicò con sguardo meditativo.
“Uhm… non proprio. Papà all’inizio era solo un po’ stizzito per il fatto che tutto il cofanetto fosse vuoto: come regola di famiglia, si dovrebbe sempre moderare il prelievo per lasciare qualcosa a chi venga dopo. Comunque può sempre capitare che qualcuno abbia bisogno di prelevare qualcosa di più, e se si avvertono gli altri non ci sono problemi.”
“Tutto qui, Chia? Per cosa si è arrabbiato, allora?”
“In realtà, mio padre andò su tutte le furie solo dopo il momento in cui ho negato di essere stata io la responsabile dell’accaduto, e l’epilogo è quello che ti ho già raccontato. Mi ha fatto tanto male Eri… guarda…” Per far capire con maggior precisione alla sua amica ciò che le fu capitato, si adagiò sul letto e si sfilò lentamente i lembi di tessuto dei pantaloni, i quali sfregamenti con la pelle provocavano smorfie molto simili a quelli visti qualche tempo prima sulla sedia della sala da pranzo. Ed ora giaceva nuovamente nuda agli occhi dei suoi (due) osservatori.
Era bella come una dea. Ancora erano presenti i segni lasciati dal recente passato che il tempo avrebbe sicuramente cancellato presto come se si trattasse di sabbia esposta al vento mattutino. Cercava di cogliere con quello sguardo da cerbiatta priva di vergogna un cenno d’amore che subito ricevette.
Alla visione della pelle arrossata e dolorante, Erika avvicinò con molta titubanza la propria mano compassionevole, temendo che quel contatto lieve potesse provocarle ulteriore dolore. Invece, la risposta di quel contatto così dolce fu quasi di sollievo, come se quella mano disponesse di qualche potere curativo magico. Mise l’altra mano sui suoi capelli, accarezzandoli pieni di amore. Chiara si stava lasciando coccolare e consolare, nei suoi occhi si leggeva che quello era ciò di cui aveva più bisogno.
Povero culetto di Chiara! Solo dai suoi sfoghi capii che fu stato sculacciato persino con le sue ciabatte. Questo era un fatto nuovo ed intrigante, che spiegava il motivo di quel rossore diffuso in tutta l’area con precisione.*

Erika porgeva altre domande mentre continuava a massaggiare quel giovane sedere.
“E poi sono sicura: stamattina non ho fatto altro che alzarmi per andare a scuola, e nemmeno ieri sono stata molto in casa. Ho provato a convincere papà che quelle ciabatte non c’entravano nulla con quello che è successo ma…”
“…Ma lui sentendosi negare l’evidenza dei fatti, si arrabbiò ancor più che non per l’ammanco.”
“E’ così, Erika! Ahi!”
“Scusa! Hai bisogno di una cremina per la pelle, Chia. Altrimenti ti farà male anche solo a sederti.”
“Non dirmelo! Quella strega di mia madre mi ha negato persino la possibilità di mettere un cuscino sotto la sedia prima mentre mangiavamo!”
“Ma che dici? Voi avete i cuscini sulle sedie della sala da pranzo.”
“Si, ma quel bastardo di mio fratello lo aveva tolto apposta.”
“Che bastardo! Uhm… si questa cremina dovrebbe andarti bene. Anzi, dovrebbe proprio essere l’ideale. Dice di essere l’ideale per la pelle arrossata dal freddo ma dovrebbe andare bene anche per… beh, insomma quella roba lì… Dai, che te adesso la Eri te la spalma…”
“No dai, Eri… non preoccuparti, faccio da sola…” disse un po’ imbarazzata.
“Dai, dai… non fare tanto la capricciosa… hai il coraggio di farmelo guardare così conciato, di fartelo toccare ma fai la timida per farti spalmare una crema? Se tratti così il tuo ragazzo non durerà a lungo! Stenditi bene che mi prenderò io cura di questo culetto sculacciato per benino. Hi! Hi!”
“Eri, ti ci metti anche tu a prendermi per il cu- ehm- in giro?” La sua faccia assunse la tipica espressione di chi abbia appena fatto una gaffe (faccia- faccia… Lo so, è un’altra delle mie terribili battute, ma giuro che questa volta è stata del tutto intenzionale)
“Ah! Ah! Ah! Si! Ti prendo proprio per di lì… E stai un po’ ferma…”*

Iniziò a spalmare in modo maledettamente erotico quella crema che ondulava la luce riflessa ogni volta che la pelle si piegava…
“Che fine hanno fatto quei soldi? Qualcuno li ha di certo presi. Hai qualche idea?
“Nessuno in famiglia ha affermato di aver preso qualcosa da quel cofanetto e chi possa essere stato realmente io non lo posso sapere con certezza. Escludo comunque papà: non posso credere che abbia preso i soldi e poi mi abbia fatto questa scenata del kaiser: è stato preso da Alzhaimer precoce? E poi un professore come lui che tiene a mente tutto ciò che si spende nell’arco della settimana ricordando persino i centesimi. Oh! Si!” Fece una smorfia di soddisfazione: la crema stava dando effettivamente il risultato lenitivo sperato. “Continua così, ti prego…”*

“E tua mamma neppure…”
“Mamma avrebbe potuto anche prenderli, ogni tanto lo fa se va in quei posti dove non accettano la carta di credito, ma lei ha categoricamente negato.”
“Chiara, a questo punto il cerchio si restringe… Siete solo in quattro in famiglia, e se non sei stata né tu, né tuo padre, né tua madre, può essere stata solo una persona che grazie alla tua famosa sbadataggine l’ha passata liscia.”
“Beh! 30 € a quella età sono tanti. Maledetto! In più ultimamente si sta proprio comportando da irresponsabile: non hai idea di quante volte abbia litigato con lui ultimamente.”
“E questo non lo ha certamente spinto a farsi avanti… ha avuto la fortuna che quelle ciabatte fossero lì e non ad esempio in cucina e non si è lasciato perdere l’occasione di fartela in qualche modo pagare.”
Ci furono dei secondi di silenzio. Gli occhi di Chiara stavano scrutando un punto disperso nel vuoto in modo da focalizzare meglio un flashback proveniente dalla sua memoria, fino a quando un suo profondo respirò annunciò di avere un’importante rivelazione da confessare:
“Aspetta, ERI! Mi è venuto in mente un flash: quella mattina mentre facevo colazione io AVEVO addosso le ciabatte in cucina.”
“Sei sicura?”
“Assolutamente! Sul pavimento era stata maldestramente versata dell’acqua da quell’idiota di mio fratello, ed io mi ricordo di averla pure pestata. Poi altro non mi ricordo, ma era quasi ora di scuola, e quindi penso di essermi diretta alla scarpiera per cambiarmi e partire.”
Intanto, amorevolmente la crema continuava a venire spalmata durante le consolazioni di Erika.
A volte, per stuzzicarla un po’ e farle dimenticare i problemi, la mano scivolava vicino alla giovane farfallina, che prontamente veniva difesa dalle gambe con toni scherzosi che tentavano inutilmente di causare imbarazzo.
“E quindi? Come hanno fatto a finire li le tue ciabatte?”
“Ma che ne so, sono tornata a casa e non mi sono nemmeno cambiata che mio padre mi ha accolta come già ben sai…”
“E quindi le ha messe lì qualcuno? Non dirmi che è stato tuo fratello…”
“Ma dai, per prendere dei soldi dal cofanetto non ci sono mai stati questi problemi, e quindi con che scopo? Sebbene ci sia un po’ di rancore ogni tanto tra di noi, non penso che abbia il coraggio di fare una scenata simile… è mio fratello dopo tutto. Però…”
“Però?”
“Ieri sera abbiamo effettivamente litigato un po’ più pesantemente del solito, e lui effettivamente mi ha fatto capire che in qualche modo si sarebbe vendicato.”
“Chia! Il caso è risolto! E’ stato lui: ha fatto in modo che tu venissi incolpata e si è poi gustato il momento in cui venivi punita…”
“Ho paura che tu abbia ragione, Eri! Tu dici che il suo obiettivo ero io?”
“Se conosco abbastanza quella carogna, con rispetto parlando, è probabile…”
“Si, ma come faccio a dirlo a papà?”
“Ma dai Chia! Scopri se ha fatto delle spese ultimamente e se le ha fatte avrai la prova che è stato lui. Però questo me lo dirai domani com’è andata. Si è fatto dannatamente tardi! Dai, che vado!”
Come per mettere il punto a quella frase, Chiara lasciò cadere uno schiaffo sulla natica destra della sua amica, che presa alla sprovvista si alzò in piedi con faccia stupita. Quanto darei per aver la possibilità di farlo anche io, ma devo togliermi dalla testa questa ossessione.
“Oh! Ma sei scema? Non ti basta quello che ho passato oggi?”
“Scusa non potevo resistere… è tutta la sera che te lo massaggio… dai, un giorno me lo tornerai…”
“Ci puoi contare!” disse rivestendosi e dandogli un bacio sulla guancia. Poi si diresse verso la porta, girò la chiave inserita nella sua serratura e poi salutò l’amica.*

Rimasta sola, si ridistese sul letto a rimuginare su quelle ciabatte e su chissà quali fantasmi. Poi d’improvviso si alzò e si diresse in quella che scoprii essere la camera del fratello.
Lo trovò intento ad ascoltare il walk-man, che gli strappò di mano quando capì di non essere ascoltata. Era già difficile affrontare una discussione del genere, figurarsi poi con qualcuno che non ti ascolta.
“Sei stato tu? Confessa!” era determinata ad andare a fondo a quella questione, nonostante dovesse rivangare la vergogna del passato, ma l’ingiustizia subita doveva essere un’umiliazione ancora più grande.
“A fare cosa?” fece con un tono sorpreso obiettivamente costruito.
“Lo sai! Hai preso tu quei soldi dal cofanetto.” Lo scontro verbale ebbe inizio
“No! Non è vero!”
“Lo sappiamo tutti e due! Io non sono stata, mamma e papà neppure. Non puoi essere altro che tu!”
“Bugiarda! Li hai presi tu” Nessuno dei due arretrava sulla propria posizione. La discussione si prolungò in reciproche accuse, durante le quali Chiara espresse tutti gli elementi presi in considerazione fino a quel momento ma ad un tratto si volse in direzione di una custodia CD sul comodino.
“E questo? E’ nuovo! Non ce lo avevi ieri! Sono sicura.” Girò la copertina per osservare il prezzo: 23€. (Ammazza quanto costano!)
I ragazzi giovani devono ancora imparare l’arte del mentire, avranno tutta una vita per imparare a farlo, il suo sguardo basso ed il suo improvviso silenzio tradivano la sua colpevolezza.
“Ma se dovevi proprio prendere quei soldi, perché dovevi coinvolgermi mettendo le mie ciabatte li? Papà ti avrebbe stressato un po’ sul spendere soldi in modo inutile, ma non ti avrebbe fatto nulla.”
Lui rispose bofonchiando qualche parola, ormai con le spalle al muro: “chi perde di solito le ciabatte in giro per casa sei tu, e quindi è facile che tu le abbia lasciate in studio per sbaglio.”
“BALLE!!! Tu le hai messe li apposta per scampare a chissà quale castigo.”
“No!”
“SI!” La sua voce si fece più forte e stridula, quasi volesse con quel tono riuscire in qualche modo a ferire il suo avversario, che non rispose, ormai indifeso di fronte l’evidenza
“MA LA COSA CHE PIU’ MI FA INCAZZARE… PERCHE’ DOVEVI AGIRE COSI’ DA VIGLIACCO? ORA ANDIAMO DA PAPA’ E GLI SPIEGHIAMO TUTTA LA VERITA’” Le urla vibrarono persino sui muri… il fratello era sempre seduto sul letto, fino a quando alzò la testa e sfogò così tutta la tensione accumulata:
“PERCHE’ SEI UNA STRONZA e… NON CI VADO! Hai avuto quello che ti meriti.”
Ora il silenzio era calato. La sorella non poteva credere di venire ferita in modo così brutale (Bruto era il figlio di Cesare, che lo ha pugnalato ferendolo a morte e… Ho cercato di fare una battuta, non so se si sia capita. VAbbè, non importa…)
Lei non poteva credere che suo fratello avesse potuto mostrare così tanto odio nei suoi confronti, né tanto meno che avesse potuto congegnare un piano così diabolico non per cavarsi da una situazione difficile ma proprio per poterla incolpare, magari indovinando la reazione esagerata del padre.
D’altro canto il fratello era preso anche lui dalla paura. Non so dire se si trattasse di senso di colpa o di paura delle conseguenze: effettivamente la sua frase andava a perdere potenza mentre la sputava, il che sta a rafforzare la prima ipotesi.
Passarono dieci secondi in cui anche i respiri sembravano congelati: dopodichè Chiara scattò sul fratello, che cercò di portarsi le mani a protezione del volto. Non fece tempo a colpire un paio di volte le sue braccia che la porta si spalancò improvvisamente, rivelando la severa figura del padre.

Duello all’alba, parte 1

8 Ottobre 2011

Questo racconto è stato scritto dal bravissimo Geronimo. Buona lettura a tutti.

Parigi, agosto 1908

Juliette si gingillava sul divano giocherellando con il ricciolo castano sul lato sinistro del collo. Si trovava nell’appartamento del Conte Orlov presso l’hotel*****. Era la prima volta che tradiva Alfred, suo marito da sei anni. Il Conte Orlov aveva ormai 40 anni, ben piantato, con folti favoriti rossastri, gran seduttore, soprattutto con le mogli borghesi in cerca di romanticismo un po’ esotico. Juliette era sufficientemente intelligente da essere consapevole di far parte di una collezione, di un banale clichè, Una madame Bovary dell’inizio del xx° secolo. Era stanca, si sentiva stanca, inquieta da tempo. Non cercava giustificazioni, era una giovane della media-piccola borghesia molto annoiata. Un senso di colpa profondo la logarava da tempo, da prima che incontrasse il Conte a quella festa, da prima che la corteggiasse in modo assai galante ma un po’ all’antica, con quel curioso accento russo.
Alfred, invece, era vicedirettore di banca in una piccola filiale.
Un piccolo appartamento non lontano dall’Operà, una anziana domestica, calesse e cavallo, erano tutta la loro ricchezza e poi c’era la cosa più importante, la piccola Silvie, la loro bambina di cinque anni. Juliette ne aveva 25 e aveva anche abortito un maschietto. I rapporti con il marito si erano ormai diradati. Lei assolveva ai suoi doveri coniugali concedendosi a qualche frettoloso amplesso. Talvolta sentiva il desiderio del marito disteso accanto a lei che non osava sfiorarla. Alfred era un brav’uomo, timido, silenzioso, un po’ noioso. La portava alle poche feste alle quali erano invitati o a teatro e alle mostre, di malavoglia. L’unica passione dell’uomo, contenuta passione, sia detto, era la musica lirica, in particolare l’opera italiana. Juliette avrebbe voluto frequentare il bel mondo, avere magari una automobile come la sua quasi amica Brigitte, l’unica dell’alta società che si degnasse di invitarla. Le mogli dei colleghi del marito erano creature grigie e dozzinali. Persino Alfred faceva una gran figura in quel miserabile contesto. Non era uno sciocco o un individuo gretto ma non aveva abbastanza determinazione né sufficiente ambizione. Juliette aveva rispetto per lui, ma non lo amava più, se mai lo aveva amato. Non era più sicura di nulla, si sentiva vuota e stupida e non riusciva a rassegnarsi.L’amore per la figlia non le bastava e si vergognava di questo.

Che ci faceva, lì, in sottoveste in cotone, da quel patetico “tombeur de femme? ”. Avevano fatto sesso sul sofà. Il Conte l’aveva posseduta con passione e certo le aveva dato un po’ di piacere…ma nulla di più. – Forse era colpa sua – pensava Juliette. Non riusciva proprio a rilassarsi…ma le piaceva poi veramente quel russo?.
“- Mia cara! –“ Il Conte rientrò nella stanza allacciandosi le bretelle. “Ho detto a Juba di portare del tè. Alcuni secondi dopo la piccola Juba, una ragazzotta russa ancora adolescente di modesta statura, mora e un po’ scura di pelle rispetto ai canoni del tipico incarnato delle genti slave, fece il suo ingresso portando un vassoio con una teiera, due tazze, alcuni biscotti. La ragazza era impacciata, un po’ timorosa. Nel versare il tè nella tazza di Juliette una parte della bevanda fuoriuscì cadendo sulla sottana e toccando appena la pelle dell’interno coscia. Juliette si ritrasse prontamente riportando solo una lieve scottatura. Rimproverò aspramente la domestica ma se ne pentì immediatamente vista la reazione del Conte. L’uomo schiaffeggiò la ragazza mollandole due secchi ceffoni sulla guancia destra. Le gridò un insulto. Afferrò la giovanetta per un fianco e se l’appoggiò sulla gamba sinistra. In men che non si dica le gonne furono sollevate scoprendo il robusto sedere nudo della poveretta. Una scarica di pesanti sculaccioni si abbattè sul morbido bersaglio accompagnata dagli aspri rimproveri dello sculacciatore e dal piagnucolio sommesso della vittima. Il tutto in lingua russa. Juliette gridò al Conte di smettere, lo definì barbaro, selvaggio, crudele ma solo dopo aver arrossato ben bene il fondo schiena della servetta e averla gettata a terra il nobile si decise a rispondere incollerito all’amante: “-Juba è una stupidotta ignorante che tengo solo per pietà! Devo insegnarle a fare bene il suo lavoro, e non tollero ingerenze. Voi francesi, con la vostra rèpublique…Egalitè, libertè, fraternitè!…” non aggiunse altro ma il tono sprezzante non lasciava adito a dubbi circa i suoi sentimenti e l’opinione che aveva di quelle idee . Rivolse poi un ordine secco alla servetta che si allontanò rapidamente per tornare subito dopo portando steso sui palmi delle mani un rigido frustino lungo circa 50 cm.
Orlov riposizionò la sventurata ragazza nella medesima postura precedente, le denudò il culo e prese a frustarlo con forza. Stavolta la giovanetta si agitò e si divincolò ma invano. Il frustino le segnava le natiche ad ogni colpo. Juliette, non reagì. Rimase basita e affascinata dalla scena. Un onda di sensazioni contraddittorie l’aveva travolta, immobilizzata. L’indignazione aveva lasciato il posto ad una singolare eccitazione. Dopo oltre una trentina di colpi la fustigazione cessò. La ragazzina in lacrime si massaggiò le terga duramente strigliate e si inchinò di fronte al padrone baciando la mano che l’aveva castigata. Poi porse la frusta a Juliette, pronunciando tra i singhiozzi una richiesta nella propria lingua. “No, no, dille che può bastare e che la perdono- “ disse la donna rivolta al Conte. Juba comprese e le sorrise dolcemente. Si inginocchiò davanti a Juliette e le baciò i piedi, uno dopo l’altro, partendo dalle dita. Le calde e umide labbra della giovane domestica dettero i brividi a Juliette, brividi piacevoli. Juliette lasciò fare e chiuse gli occhi. Il sesso gonfio e bagnato di umori, una sensazione nuova, strana. Era tutto sbagliato, si sentiva in colpa e…le piaceva. Quel breve incanto fu interrotto dal conte che rialzò bruscamente Juba e la cacciò con un calcione nel sedere. “-Oh, Cherie, perdonate il mio sangue russo, non sono in collera con Voi, vi voglio!-“. Le si gettò addosso rovesciando la sottana fino a coprirle la testa. Juliette sentì la grossa lingua bavosa dell’amante che le leccava i piedi, i polpacci, le cosce, il sesso. L’uomo, completamente infoiato le mordicchiò dolorosamente le labbra della vulva .Le sensazioni erano ora diverse, quasi fastidiose. Ad un certo punto sentì le grosse mani del Conte, che durante l’avido leccamento non avevano mollato per un istante la presa brutale dei suoi seni, allargarle le gambe fino quasi a volerla squartare. Subito dopo il membro di lui la penetrò fino alla radice. Venne dopo poche, energiche spinte.

Brigitte li aveva finalmente invitati a quasi due mesi dall’ultima festa. Juliette sapeva che avrebbe ritrovato il Conte. Quel rapporto doveva finire. Il russo era un uomo dissoluto, crudele ed ingiusto.
Anche se lei non si sentiva certo migliore. Ma aveva paura dello scandalo. Di certo Il conte non aveva mai brillato per prudenza e riservatezza e Juliette aveva paura delle dicerie. Poi c’era l’altra questione, le strane e peccaminose sensazioni provate tre giorni prima. L’umile e sensuale omaggio della piccola Juba, le sculacciate, le frustate…Avrebbe voluto essere al posto del conte, si vergognava ad ammetterlo… ma anche di Juba. Juliette sapeva di meritare una punizione. Il suo desiderio, la sua fantasia non riguardava però l’aristocratico russo ma Alfred, suo marito. La notte precedente si era toccata mentre immaginava se stessa legata ad una catena pendente dal soffitto, completamente nuda mentre Alfred la frustava su tutto il corpo con una lunghissima frusta e la chiamava puttana.

Il marito parlava con il suo più caro amico, Jean, scapolo impenitente, animo semplice, invitato curiosamente alla festa di Brigitte per la quale rappresentava solo una superficiale conoscenza. Juliette sorrise nel vedere accanto i due vecchi amici. Poi si guardò intorno in cerca del Conte. Aveva un bel vestito verde con le spalle leggermente scoperte e una piuma di struzzo infilata nell’acconciatura, invero abbastanza semplice, che aveva scelto per quella sera. I capelli dai riflessi dorati per il particolare effetto prodotto dalla luna piena e dalla luce dei lumi a petrolio posti sulla terrazza distrassero per un attimo Alfred. – Quant’era bella! L’abito e l’ acconciatura esaltavano la figura e il perfetto ovale della moglie. “-Se Juliette fosse stata sempre così…-” riflettè. Lui l’amava ancora e si crucciava ogni giorno per non essere stato all’altezza delle aspettative della consorte. Sospettava , anzi sapeva che la moglie gli era stata infedele. Aveva percepito qualche risatina, qualche bisbiglio ironico alle sue spalle. Ma sperava vivamente che l’amante non fosse quel buffone slavo, quel Conte Orlov che in tutta la sua esistenza di aristocratico parassita non aveva fatto altro che alzare le gonne, specie delle donne sposate. Fu proprio con quell’ individuo vacuo che vide allontanarsi Juliette giù dalla terrazza e discendere la scalinata per fermarsi in mezzo al prato antistante.
————————————————————————————————————————
“-Orlov, non insistete, non possiamo continuare. Ho già mancato troppo di rispetto all’onore di mio marito ed al mio-“ Ma cherie, e l’amour? E poi, scusate… potevate pensarci prima, no?-“ “- Grazie per avermelo ricordato, siete proprio un gentiluomo, non c’è che dire!-“ rispose sarcastica Juliette.
Il temperamento focoso del Conte fece rapidamente debordare la discussione: “- Guardate in faccia la realtà madame, voi vi atteggiate a gran signora dai nobili sentimenti e vi crucciate se mi vedete punire la serva, salvo eccitarvi a vedere il suo bel culetto sculacciato a dovere. Siete solo una piccola perversa! Ma vi facevo di più larghe vedute. Constato, invece, che siete solo una borghesuccia sposata ad un felice cornuto altrettanto mediocre!-“ Juliette fremette di rabbia e per un attimo perse la favella per poi vomitare sull’ interlocutore tutto il suo disprezzo. “- Si, mi è piaciuto lo strano “divértissement” dell’altro giorno, è vero, ma vi siete chiesto che cosa ne pensa Juba? È consenziente? “-Consenziente?-“ domandò sprezzante Orlov “Non è che una serva. Fa quello che gli dico io e basta!-“ “.Per me invece è una persona, con la propria volontà, i propri sentimenti, la propria dignità ed ha il diritto di amare chi vuole e come vuole!. “- Siete uno schiavista ed un bruto Conte Orlov e dovreste sciacquarvi la bocca quando parlate di mio marito!. Mi disgustate, addio!-“ detto questo Juliette fece per allontanarsi ma venne trattenuta per un braccio dal Conte. “ -Lo scudiscio vi ci vorrebbe, madame, e non solo sul vostro bel derrière. Non si lascia così il Conte Orlov, voglio un bacio!-“ stringendole il braccio destro in una morsa dolorosa, Orlov si avvicinò con lo sguardo deformato da una smorfia crudele alle tenere labbra di Juliette, impaurita ma pronta a mordere.
La contesa venne bruscamente interrotta. “- Che cosa state facendo a mia moglie Conte Orlov?!. Allontanatevi da lei, immediatamente!. Era stato Alfred a parlare. Dietro di lui a pochi passi di distanza c’era Jean. Si formò un piccolo capannello di gente dal quale si staccò prontamente il segretario del Conte che accorse al fianco del padrone. “-Signore-“ esclamò Orlov con tono canzonatorio “Vostra moglie aveva perduto qualcosa e io la stavo aiutando a cercarla-“. Si udirono sommesse risatine. “- “- E che cosa avrebbe perduto?-“ chiese Alfred al Conte ma rivolgendosi alla moglie. “-Forse la sua virtù, ma in tal caso credo non poter fare molto per aiutarla!-“ Seguì qualche risata tra gli astanti subito stroncata sul nascere perché la tensione che aleggiava nell’aria stava prendendo un risvolto drammatico e tutti i presenti ne sembravano inconsciamente consapevoli.
Orlov aveva parlato rendendosi perfettamente conto della portata delle proprie parole ma certo non si aspettava da parte di Alfred una risposta del tipo che gli toccò ascoltare. “E’ molto facile per, voi, Conte dei miei stivali, fare il gradasso tra gente civile ed insidiare le mogli di uomini onesti. Mi risulta però, che tre anni fa, quando i rivoluzionari incendiarono la vostra tana a Smolensk, ve la siate data a gambe levate senza neppure avere il tempo di mettere i calzoni!-“ “ AH! Miserabile bifolco, come osate ?!.E’ una calunnia messa in giro dai socialisti o dagli anarchici, tutta gente da forca!. Vi ordino di tacere!-“ – Non sono il Vostro servo, e dico quel che voglio. Quanto all’offesa arrecata alla mia Signora…Eccovi servito cialtrone!-“ Nel mentre ascoltava Alfred pronunciare queste parole il Conte ebbe appena il tempo di veder saettare un pugno sotto il proprio mento. L’impatto fu assai doloroso e le gambe non lo sorressero più . Il segretario lo trattenne da una rovinosa caduta ma Orlov cadde ugualmente in ginocchio davanti al suo avversario. “Ti ammazzerò, ti ammazzerò, lurido bifolco!…domani, domani alle cinque al Parc de Boulogne e vedi di esserci o verrò a cercarti a casa!-“ “-Ci sarò, non temete- “ fu la sola risposta di Alfred che presa per la mano Juliette si allontanò.

I segni di una punizione

18 Settembre 2011

segni punizione schiava

I segni della punizione a cui questa schiava si è sottoposta sono davvero evidenti.

Sculacciare la cameriera

16 Settembre 2011

Un filmato di sculacciate davvero eccitante, segnalato da punishslut, con punizioni a forza di sculacciate per giovanissime cameriere. Davvero bello, vi consiglio di cliccare qui per godervi il filmanto, quasi un’ora di culetti puniti!

cameriera punita sculacciata

Dura punizione

6 Settembre 2011

E’ davvero una dura punizione quella che ci segnala oggi punishslut in questo video (cliccate qui per vederlo subito).
Qui sotto potete vedere il risultato finale, un culetto punito a dovere:

culetto punito

Schiava in attesa di punizione

18 Giugno 2011

La fanciulla punita

6 Maggio 2011




Foto tratta da questa galleria di Sex and Submission.

Punizioni con il paddle

4 Maggio 2011