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Racconti di sculacciata: Mauro e Katia

18 Gennaio 2010

Un nuovo racconto di sculacciate del nostro bravissimo Geronimo: buona lettura!

Mauro, ingegnere di anni 41, abbastanza ben portati, era molto soddisfatto della sua vita lavorativa e sessuale. Il suo studio professionale andava a meraviglia malgrado la crisi; certo, la moglie lo aveva mollato ma grazie al buon senso che li aveva fatti optare per il regime di separazione dei beni e al fatto che l’ex consorte, alto funzionario statale alla sovrintendenza dei beni culturali non aveva bisogno degli alimenti, tanto più che la loro unione non era stata “benedetta” dalla nascita di pargoli, il nostro uomo non era gravato da quei pesanti carichi economici che angustiano i mariti separati e divorziati. Quanto al sesso, Mauro aveva finalmente trovato una soluzione che gli consentiva di soddisfare alcuni suoi desideri particolari.
Aveva infatti instaurato una relazione con Katia,una graziosa ragazza mora di 24 anni, 1,68 di altezza molto timida, brava ragazza con diploma di ragioneria con poche esperienze professionali. La giovane donna Aveva infatti ricevuto una educazione rigidissima nell’ambito della quale aveva goduto di scarsa autonomia. Per ogni mancanza anche minima le erano state inflitte severe punizioni corporali. Nulla di brutale, ma si trattava comunque di tantissime botte date sul sedere, sistematicamente messo a nudo, con i più svariati strumenti ma per lo più con la cintura dei pantaloni, e ciò sin dalla tarda infanzia.Tutto ciò l’aveva resa insicura ma anche estremamente esigente sia con sè che con gli altri. Si rammentava sempre del suo quattordicesimo compleanno. Le era caduta una fetta di torta che aveva sporcato la maglietta di una invitata ed anche il pavimento. La madre l’avrebbe perdonata, ma Katia insisteva per essere punita. La sera,Katia si piazzò davanti alla mamma con un grosso mestolo in mano e i pantaloni e le mutandine alle caviglie. La donna esasperata si decise finalmente a punirla. La sculacciò duramente.Parecchie decine di mestolate sulle chiappette.Katia non riusci a dormire per il bruciore, ma era felice. Aveva sbagliato ed era stata punita. L’ ordine naturale delle cose era stato ristabilito. Con queste premesse la vita sentimentale e sessuale della ragazza era risultata fino a quel momento disastrosa. Aveva trovato ragazzi deboli, senza spina dorsale che non avevano compreso il suo pressante bisogno di regole e disciplina, oppure dei bulli prepotenti e brutali che l’avevano maltrattata. Mauro sembrava essere il punto di equilibrio. I due convivevano da alcuni mesi. L’ ingegnere l’aveva assunta come segretaria particolare, pur essendo la giovane decisamente imbranata ma se lo poteva permettere, anche perché il lavoro più importante lo faceva svolgere ad altri e ben più efficienti collaboratori. La situazione permetteva pienamente a Mauro di sfruttare gli errori e le mancanze di Katia per applicarle quel regime disciplinare che lui aveva sempre desiderato som ministrare ad una partner e che la donna a sua volta si era abituata a ricevere non senza una qualche forma di intimo piacere .
Siamo a fine maggio, Katia sta scrivendo una lettera al computer. Indossa una camicetta color panna, gonna corta, sandali dal tacco di 8 cm. Mutandine di pizzo rosa, reggiseno a balconcino regalo del proprio uomo e datore di lavoro. Mauro la chiama al telefono. “Katia vieni qui, subito!- “ In ufficio non è rimasto nessuno, Katia capisce e sia avvia lentamente nella stanza del capo. Entra senza bussare. “Ce ne hai messo del tempo, ed entri senza bussare, bene, bene, sono 10 colpi supplementari- “ Ti avevo ordinato di archiviare la miseria di 200 pratiche sul computer e nell’armadio entro le ore 17.30, sono le 17. 40 e ne hai messo a posto appena 195!Conosci la regola, ogni Mancanza deve essere punita.-“ “Si mio signore, è giusto, ti prego frustami!- “ si trattava di una formula che Katia doveva usare prima di ogni seduta punitiva, ma corrispondeva in realtà al suo più intimo desiderio, ben oltre quanto fosse disposta ad ammettere. “Userò il nerbo di bue!” Katia trasalì, aveva pensato di prenderle con la cara calda, avvolgente cinghia dei pantaloni che tanto le ricordava le punizioni paterne, e invece le sarebbe toccato un castigo davvero severo. Con ogni probabilità le terga avrebbero riportato qualche piccolo graffio sanguinante oltre a grossi lividi e quindi niente correzioni per almeno 10 giorni, neanche le sculacciate uffa!. Forse le sarebbe toccata qualche penitenza del tipo essere legata alle spalliere del letto in posa come una croce di S.Andrea con un grosso dildo infilato nell’ano o magari un vibratore acceso in vagina, ma niente più, pensò tra sè e sé, guardandosi bene dall’esternare il proprio disappunto. “Quanti colpi ti spettano?” La corrigenda aveva fatto un rapido calcolo. “35 mio signore!, 5 frustate per ogni pratica non archiviata e quindi 25, oltre le 10 nerbate per la mia maleducazione”. “E dove le riceverai?” “sul culo mio signore!” “e come dev’essere il culo?” “nudo mio signore!” “Bene! Togliti le mutandine!” Katia si sfila gli slip e li lancia sulla scrivania invece di consegnarli a Mauro. “Questo ti costerà altre 5 nerbate!”. Katia tiene sollevata la gonna. La vista della passerina calda e accogliente, ricoperta di una folta pellicciotta ricciolina, della propria donna e segretaria, inducono Mauro a baciare dolcemente la bocca di Katia tenendole la testa con una mano mentre con l’altra le copre interamente il sesso e le apre le labbra della fica con il dito medio, facendolo sparire dentro. “sfilati la gonna!” Senza distogliere mai i suoi occhi da quelli di Mauro,Katia esegue. “Ci vuole assolutamente una sculacciata Katia!” le fa Mauro e subito si siede lasciandosi cadere sulla poltrona e la trascina sulle proprio ginocchia in modo che il ventre di lei e la gnocca siano appoggiate sulla gamba sinistra.I teneri globi rosei sono ora in attesa del le carezze che più si addicono a tale parte anatomica e che presto arrivano sotto forma di potenti sculaccioni. Il dolce ciack, ciack, risuona nella stanza insonorizzata accompagnato dai gemiti di Katia per una decina abbondante di minuti. La passerina è rossa e fradicia di umori e i pantaloni di Mauro recano una grossa chiazza nel punto di contatto con il sesso della donna. Katia si appoggia ventre sulla scrivania e Mauro la penetra in profondità. Bastano pochi colpi decisi di reni affinchè la coppia raggiunga l’orgasmo. Mauro eiacula sulle natiche arrossate della donna. La coppia si reca in bagno per nettarsi i genitali. Una volta usciti Mauro decide di mettere alla prova il livello di entusiastica sottomissione di Katia. Le restituisce le mutandine dando ad intendere che la sessione punitiva poteva considerarsi conclusa. La donna lo guarda seria con l’espressione contrariata: “- E le mie nerbate, Mauro ? – “ Vedo con piacere che ti sei ricordats, sei coscienziosa, almeno nel ricevere i sacrosanti castighi, ma riceverai altre 5 nerbate perché mi hai chiamato per nome. Ti ho già detto mille volte che durante la punizione mi devi chiamare mio signore!- “ “Si è vero” risponde katia a capo chino. “- Si cosa- ?” Si mio signore!…..Altre 5 nerbate?-“ Certamente e siamo a 50! Vatti a mettere in posizione, a pancia sotto sulla scrivania. Stavolta ti scortico le chiappe!-“ Mauro toglie dall’armadio una frusta lunga all’incirca un metro, costituita da un corto manico di legno rivestito di cuoio dal quale partono quattro corregge di budello di bue intrecciate che si assottigliano nell’ultimo tratto per circa 20 cm. Un ciuffetto di barbagli di pelle completa lo strumento correttivo. Mauro frusta l’aria per intimorire la vittima. Poi appoggia lo strumento sulle sue reni e le sussurra all’orecchio “- Se non te la senti…..-“ Lo sguardo di Katia lo fulminerebbe se potesse. Non resta che procedere . Swiscc! Ahaa! L’impatto della prima nerbata sulla natica destra fa comprendere a Katia quando sarà dura la fustigazione di quel giorno. Swiscc!, Swiscc!, Ahiaaa! Ohiii! Mauro frusta a buon ritmo, non troppo veloce , non troppo lento. I colpi sono tutti durissimi.Il nerbo si piega e scuote, striando per 10, 15 cm ad ogni colpo il culo indifeso della donna. La parte piena delle natiche, le reni, le anche, le cosce, nulla dell’ampia superficie disciplinabile è risparmiato dalle scudisciate. Katia ora piange, strilla ma non recede dalla posizione. Swiscc!, Swiscc! Ahiiii! Oh mio dio! Che male! Swiscc!Swiscc! uhaaa! Ahia!. Alla 50esima nerbata. Il culo è gonfio, pieno di vesciche e qua e là compaiono gocce di sangue.
Katia singhiozza. Mauro l’accompagna in bagno, la fa stendere sulla proprie ginocchia e la rimprovera con fermezza ma dolcemente, come si fa come una bambina monella che appena ricevuto le sculacciate. Passa l’emostatico sulle piccole ferite e la crema per l’assorbimento delle ecchimosi su tutto il resto del deretano offeso. Katia smette piano piano di piangere. Escono dall’Ufficio e raggiungono l’auto di Mauro nel parcheggio sotterraneo. Katia mette una ciambella sul sedile per comprensibili ragioni. Non indossa gli slip. Mauro vorrebbe girare la chiave nel quadro del cruscotto. Ma Katia gli ferma la mano. Lentamente libera dalla patta dei calzoni la verga del proprio uomo in perenne stato di semierezione sin dall’inizio della fustigazione. Si piega su di essa con la testa. Labbra, lingua, denti e saliva avvolgono l’asta, tormentano il glande. La testa va su e giù. In pratica Katia se lo scopa con la bocca.

Racconti di sculacciata: Le ripetizioni di Laura

26 Febbraio 2009

Diamo il benvenuto a Porzia, che si affaccio oggi con il suo primo racconto di sculacciate. Buona lettura!

 

Laura come ogni giovedì e venerdì stava aspettando annoiata e distratta, il suo insegnante di fisica…quanto odiava quella maledetta materia, e che palle quelle ore di lezioni…quel giorno poi non faceva che pensare alla festa che ci sarebbe stata la sera…e ai ragazzi che voleva conquistare. 
Puntuale come sempre, come sempre!, arrivò il signor Roberto (non che fosse un vecchio signore, anzi probabilmente era sulla trentina, ma cmq a Laura non era mai andato giù e preferiva chiamarlo così!), Cartelletta di pelle logora, giacchetta di un colore indefinito e noia mortale…ecco come lo vedeva lei… 
“Bene Laura oggi vediamo il piano inclinato!Li hai fatti gli esercizi che ti avevo detto di svolgere per oggi?” 
(se come se avesse mai pensato di farli!) “Io…bè è che c’è stato un problema, e la mia amica, la kate aveva bisogno di me così io…” 
“sempre la solita storia è?! va bè cominciamo!” 
La lezione era sempre più noiosa e proprio nn ce la faceva ad ascoltare…decise così di iniziare un interessante giochetto, provocare il “rompiscatole”! come lo definiva lei… 
Dopotutto è un’uomo non sarebbe stato difficile…cominciò così a strusciarglisi addosso, a lanciargli occhiatine…a levarsi uno dopo l’altro il giacchettino…il golfino… 
“oh che caldo…!” 
ovviamente la fisica era lontana anni luce dalla sua testa…voleva vendicarsi… 
“Dai allora prova a rispiegarmi la fuzionalità di un piano inclinato e le sue eccedenze!” 
Lei rispose facendo una chiara allusione e sfiorandogli le labbra con un dito. 
A quel punto Roberto si spazientì, scatto in piedi buttò a terra il libro e disse: “Sono stufo di perdere tempo qui con te che cerchi di prendermi in giro! cosa credi che sia un cretino??! non hai ascoltato una sola parola, hai proprio bisogno di una punizione come si deve!!”
Laura un pò sconvolta lo guardava fisso, a quel punto lui le si avvicinò la prese di forza e se la mise sulle ginocchia. 
“Oddio ma cosa cavolo, no lasciami, oddio cosa vuoi fare!!” 
“Cosa mi chiedi? non è chiaro?! tu hai proprio bisogno di una bella sculacciata come si deve, anzi ne avresti avuto bisogno molto prima!” 
E così dicendo alzò la gonna di Laura e le abbassò le calze. 
Oddio quanta vergogna, le sue mutandine così in bella mostra… 
“No no cosa fai? fermo io!” 
Non fece in tempo a finire la frase che arrivò il primo forte e imperdonabile colpo…sciaf! poi il secondo…il terzo 
Laura non riusci a trattenersi e iniziò a urlare 
“Oh la bambina maliziosa e svogliata inizia a capire cosa vuol dire essere punita?!” 
Lei era sconvolta… 
Sciaff…un’altro durissimo colpo.. 
“ti ho fatto una domanda mi sembra!” 
“io no io sì cioè basta ti prego!” 
“Oh a quanto vedo non abbiamo capito la gravità dei nostri gesti! nessun problema ora te la faccio capire io!” 
Detto questo abbassò anche le mutandine rosa portandole sino alle ginocchia… 
“No no oddio questo no!” 
Il sedere di Laura era già molto arrossato dai colpi precedenti ma la punizione non era ancora nemmeno all’inizio… 
Sciaf”zitta devi stare zitta!”sciaf 
I gemiti di dolore uscivano dalle sue labbra senza che lei potesse evitarlo…il sedere le bruciava come fosse fuoco e ogni colpo era come se mille aghi la penetrassero violentemente…la vergogna era arrivata a livelli incredibili. 
Roberto la colpiva con colpi regolari ma sempre più forti poi si fermò un secondo “La signorina d’ora in avanti li farà i compiti assegnati vero?!” 
la voce non le usciva ma sapeva di dover rispondere 
“si lo giuro davvero, ti prego io!” 
Ma a quel punto la pausa finì e i colpi ricominciarono, e facevano ancora più male…la pausa aveva solo peggiorato la situazione e lui lo sapeva. 
Laura aveva gli occhi lucidi e non riusciva a credere a ciò che stava subendo…voleva solo scappare ma quando tentò di divincolarsi arrivarono una serie di colpi ancora più forti e taglienti. 
Dopo un tempo che a Laura sembrò incredibilmente lungo Roberto si fermò, la spinse giù dalle sue ginocchia e la lasciò a terra così com’era e tra i sospiri di dolore. 
Si avviò verso la porta e disse “Per domani studia da pagina 127 a 138 e fai tutti gli esercizi del capitolo” “Ah e ricordati che questo era solo l’antipasto e la prossima volta che non ti comporterai come si deve o non studierai avrai la portata principale!”
Detto questo uscì dalla porta e se ne andò… 
Laura rimase lì a terra…il sedere le duoleva coma mai prima…il fiato le mancava…era sconvolta….solo l’antipasto!? chissà come doveva essere la portata principale…!?…doveva assolutamente fare quegli esercizi!

Punizioni corporali troppo dure. Interviene Bob Knees

23 Gennaio 2009

In merito ai racconti di punizoni ritenute da alcuni troppo dure (penso ai racconti di Ale o di Bob stesso) interviene direttamente Bob Knees che esprime le sue argomentazioni (convincenti, almeno a mio parete).
Ecco cosa pensa il nostro carissimo amico Bob:

Ho letto i commenti (lusinghieri, per altro) ai miei ultimi raccontini che ha avuto la liberalità di pubblicare. Indubbiamente, ripeto, c’è una mia componente personale in loro e mi “diverto” a scriverli. Purtuttavia, la maggior parte sono basati su un nocciolo, uno zoccolo duro per usare un’espressione cara al linguaggio politico, di estrema verità storica. Comprendo che a quel bravo autore, che usa lo pseudonimo di nadine, non possa piacere leggere di carne lacerata, di unghie strappate e quant’altro; capisco che qualcun altro possa gradire la scena di sodomizzazione. I gusti variano da persona a persona e tutti, purché leciti, meritano il massimo rispetto.Però, mi permetto anch’io qualche considerazione filosofica, che tale non è (e con ciò rispondo a Mario, di cui ho apprezzato la profondità nel suo commento).La maggior parte dei suoi lettori sono maschietti, che non riescono- per mancanza di “materia prima”, per timidezza, talora per latente omosessualità…per cause le più varie- a tradurre in realtà i loro desideri e le loro fantasie. Premesso questo, bisogna pure considerare gli aspetti “tecnici” della materia: un nerbo di bue, manovrato da persona esperta, stacca pezzi di carne dalle natiche; una bacchetta, sempre in mano a chi se ne intende, genera lesioni interne ai muscoli dei glutei. Inutile che ci illudiamo di dare poche sculacciate, leggere quasi in atto di spolverare un mobile…. piacerebbe a tutti, soffrire poco per godere molto. La realtà, quella vera, quella che leggiamo sui documenti d’archivio o sui quotidiani, è ben diversa! Purtroppo il sangue (e io che le scrivo sono emofobico al massimo grado) fa parte della vita: forse che noi non nasciamo sporchi di sangue, al momento del parto? Una fanciulla che si distende sulle ginocchia di un ragazzo (o il contrario, faccia lei) e ne riceve gaudiosa gli sculaccioni, esiste solo nella realtà “emivirtuale” delle fotografie o dei filmati. I suoi lettori, e collaboratori qual io mi ritengo, adottano la filosofia del “vorrei ma non posso” o, meglio, del manzoniano “adelante con juicio!” . A molti piace masturbarsi, mentre il loro cervello immagina che diano o ricevano sculacciate: è nella natura umana. Se per caso le loro fantasie si avverassero, sarebbero ugualmente così gaudiosi? La Cencia de Panìco, l’ostessa protagonista di uno dei miei primi insulsi raccontini, che fu nerbata ai tempi di papa Clemente IX e che fu “strofinata” con le ortiche sul culo dolorante, morì, probabilmente, proprio in seguito a quell’esecuzione. Lei potrebbe obiettarmi “Si, però qui stiamo parlando di secoli passati. Io preferisco le sculacciate, leggere, fra amanti prima dell’amplesso…” ed avrebbe tutte le ragioni a fare simile osservazione. De gustibus non est disputandum (vide supra). Però, allora, entriamo veramente in un’altra dimensione, una specie di Disneyland dell’algolagnia, in cui tutto deve per forza andar bene, con tanto di happy end finale. Leggendo i raccontini sul suo bel sito e su altri consimilari, si vede come le fanciulle sculacciate abbiano, alla fine, un orgasmo liberatorio, mentre gli sculacciatori, a riprova del loro “machismo” una potente eiaculazione. Le tante fanciulle e donne di cui diuturnamente leggo le sofferenze, non l’ebbero il piacere! Neanche se si sottomettevano (ed è accaduto) volontariamente alla sculacciata. E pensi un po’ al boia. Lei ritiene che uno dei ” Ricercatori della Verità e Somministratori della Penitenza” che, magari, si trovava,per mestiere, a fustigare dieci o quindici deretani nudi al giorno, dopo ogni fustigazione avesse un orgasmo? E chi era Mandrake? si sarebbe detto ai miei tempi.Ecco, gradirei che, lei annuente, si potesse aprire una specie di dibattito su questo argomento.

Cosa ne pensate?

Punizioni corporali, parte 3

23 Novembre 2008

Per chi avesse perso le puntate precedenti, Punizioni corporali, parte 1 e Punizioni corporali, parte 2.

Dicevo che quella punizione ora mi fa sorridere, ed è sicuro perché da quel giorno il livello di severità delle mie punizioni andò aumentando progressivamente, fino al giorno d’oggi, quando essere frustato colla cinghia dalla parte della fibbia rappresenta un castigo lieve, direi quasi un lusso.

Di fatto, il giorno seguente a quella punizione mio padre più che mantenne la sua promessa e comprò non una ma tre fruste. La prima la comprò effettivamente da un carrettiere. Sembra incredibile che in una città come Roma esistesse ancora un carrettiere, eppure mio padre riuscì a trovarlo. Mentre mostrava il campionario delle sue fruste a mio padre il vecchio artigiano mi guardava ammiccando e ghignando
divertito; evidentemente immaginava benissimo che il vero motivo di quell’acquisto sarebbe stato quello di frustarmi il sedere di santa ragione e, sadicamente, disse a mio padre che volendo poteva mettersi nel retrobottega a collaudare tutte le fruste che avesse voluto. Era evidente che il vecchio artigiano doveva essere un amante del genere SM, e il fatto che fosse rimasto unico in tutta Roma a gestire una bottega come quella lo indicava chiaramente. Così come chiaramente lo indicarono i suoi occhi mentre ci seguiva nel retrobottega.

Ricordo ancora quel retrobottega buio che puzzava di pellame: mio padre mi ordinò di togliermi i vestiti e quando fui completamente nudo mi fece mettere colla faccia al muro. Aveva scelto dodici fruste differenti e mi frustò con tutte prima di decidere quale comprare.

Mentre mi contorcevo sotto i colpi di frusta cercando di non urlare, notai che il vecchio artigiano si era messo ad assistere alla mia punizione non alle mie spalle, bensì alla mia sinistra e vidi che aveva la patta dei pantaloni gonfia di una erezione più che evidente. Rendendomene conto, la mia eccitazione, che già era il doppio del solito per la presenza di uno spettatore, raggiunse un livello
inaudito, e il mio pistolino svettava durissimo, colpendo colla punta nel muro a ogni staffilata di mio padre. A un certo punto, visto che ormai urlavo come un ossesso e ogni tanto tentavo addirittura di ripararmi il sedere in fiamme colle mani, il vecchio satiro propose a mio padre di legarmi e gli mostrò una serie di bardature per cavallo che facevano perfettamente alla bisogna. Innanzitutto, con un paio di briglie mi legò i polsi a una trave che passava sopra la mia testa e poi mi imbavagliò con un morso di acciaio legato con strisce di cuoio dietro la nuca. Mio padre, entusiasta alla soluzione del vecchio, decise di provare altre dieci o quindici fruste che andò a scegliere nella bottega adiacente.

Rimasti soli, il vecchio si pose alle mie spalle, si aprì la patta dei pantaloni estraendone un grasso uccellone enorme e durissimo e, appoggiandomelo al solco delle natiche, prese a strizzarmi atrocemente i capezzoli senza dire una parola. Quando ormai stavo per mettermi a piangere, il vecchio mi aprì le natiche e mi inculò con violenza inaudita. Cominciando a pistonarmi l’ano ansimando, con una mano mi strizzò i testicoli e con l’altra cominciò a spararmi una sega, chiamandomi puttana masochista. E quando mi sentii inondare il sedere della sua sborra bollente, spruzzai violentemente la mia sulla parete di fronte.

Pochi minuti dopo mio padre tornò con altre fruste e, messosi dietro di me, ricominciò a frustarmi di santa ragione con tutte. Alla fine decise di comprare due fruste. La prima era uno staffile, costituito di una sola striscia di cuoio piuttosto spessa e che recava al finale come un fiocco: essendo lunga due metri, ogni frustata che mio padre mi somministrava sulla schiena mi avvolgeva il tronco e il fiocco finale di cuoio si abbatteva schioccando su l’uno o l’altro dei capezzoli. La seconda era un nerbo di bue, lungo un metro circa e dolorosissimo che mia madre prese a usare per frustarmi sulle cosce nude. La terza frusta, invece, mio padre la ordinò su misura a un laboratorio di pelletteria. Era uno staffile interamente in cuoio, con un manico di 32 cm. dal quale si dipartivano 45 strisce di cuoio sottile lunghe 58 cm. l’una; sinceramente devo dire che a quello staffile, tuttora in uso peraltro, sono legati i ricordi di alcune tra le più intense battute che ricevetti da mio padre.

In ogni caso, quelli non furono gli unici strumenti di castigo che si comprarono in casa. Pochi mesi dopo, infatti, mio padre comprò in rapida successione tre frustini che divennero i compagni più
affezionati della pelle nuda delle mie natiche soprattutto quando eravamo fuori di casa; quando andavamo al mare o in montagna, per esempio, mio padre se ne portava dietro perlomeno sempre due. Devo dire tuttavia che le vacanze, estive o invernali che fossero, rimarranno per sempre indissolubilmente legate al ricordo di un altro strumento punitivo, forse ancora più umiliante della stessa frusta: il bastone.

Ricordo che fui bastonato per la prima volta a 18 anni, al mare. Una mattina ero uscito con alcuni miei amici per andare a fare un giro in uno dei boschi che stavano dietro casa nostra, e mio padre mi aveva ammonito di non rientrare più tardi di mezzogiorno. Non aveva bisogno di aggiungere altro, perché era regola fissa che ogni minuto di ritardo comportasse due cinghiate. Cionondimeno, quel giorno non mi resi conto del tempo che passava e, dopo aver lasciato gli amici, imboccai il sentiero verso casa alle 12:30 senza nemmeno accorgermi di essere in ritardo.

Mi ricordai di guardare l’orologio solo quando vidi mio padre avvicinarsi: vedendolo, e immaginando il motivo per il quale doveva essere venuto a cercarmi, il pistolino mi si fece subito duro nel costume da bagno. Quando mi raggiunse vidi che era anche lui in costume e pensai che per questo mi avrebbe frustato in casa. Invece lui mi prese per l’orecchio sinistro e, senza dire una parola, mi sistemò di fronte a un albero e mi ordinò di stare fermo lì. Udii il rumore di un ramo spezzato: girando rapidissimo la testa vidi che aveva in mano un ramoscello al quale andava strappando le foglie. Allora mi abbassai il costume alle caviglie, come di regola quando mi
dava la frusta in cabina, e sporsi in fuori il sedere nudo, sicuro che me lo avrebbe frustato col ramoscello. Ma non fu così. Mio padre mi ordinò di rimettermi il costume e di cominciare a camminare verso casa.

Il primo colpo mi raggiunse sulla schiena e mi fece accorgere che più che di un ramoscello si trattava di un vero e proprio bastone. E per tutto il sentiero verso casa mio padre mi bastonò. Per la prima volta non mi sentii più solo sottomesso a mio padre e mia madre, ma addirittura loro schiavo. In quel momento infatti mi immaginai uno schiavo costretto a trasportare un carico pesante sotto le bastonate del padrone.

E questa fantasia andò arricchendosi di particolari quando, giunti a casa, la punizione continuò nella legnaia. Mio padre mi ci mandò ordinandomi di denudarmi e aspettarlo. Il caldo lì dentro era umido e soffocante nella penombra delle cataste, e questo me lo fece diventare duro. Perché inconsciamente il caldo e la sensazione di sudare per me erano e rimangono indissolubilmente legati all’idea di prenderle sul sedere colla cinghia.

Mi chiusi la porta alle spalle e nella penombra indovinai il contorno delle cataste; quando i miei occhi si abituarono alla luce fioca cominciai a guardarmi intorno e vidi dei sacchi di farina e moltissime corde appese alle pareti di legno. Pensai che le avevo provate quasi tutte e sempre sulla pelle nuda, e risentendo nella mia mente il sibilo che provocavano tagliando l’aria e lo schiocco che producevano sulle mie chiappe quando mio padre mi ci frustava, il pistolino mi si indurì al punto da debordare oltre l’elastico del costume e cominciò a farmi addirittura male per l’eccitazione. Mi abbassai il costume lungo le natiche e le cosce colla lentezza di una spogliarellista consumata, facendo volutamente strusciare l’elastico sul reticolo di vesciche che perennemente ricoprivano il mio sedere grazie alle frustature quotidiane di mio padre. Il pizzicore di questo auto-castigo mi eccitò ancora di più e, dopo aver liberato il culo, mi abbassai il costume sul davanti facendo scorrere l’elastico sul pistolino che, quando fu liberato da quella costrizione, svettò durissimo verso l’alto.

Pensando alle frustate che stavo per prendere, mi sdraiai a pancia in giù su uno degli enormi sacchi di farina e presi a strofinare il glande contro la tela ruvida. Abbracciato al sacco, dimenavo il sedere e lo sporgevo bene in alto e in fuori; stavo aspettando che mio padre venisse a frustarmi colla trepidazione di una sposina novella.
Ma c’era anche un altro elemento che mi eccitava da morire. Sapevo che se mio padre fosse entrato e mi avesse visto spararmi una sega su quel sacco mi avrebbe frustato la merda dal culo; tutte le volte che mi sorprendeva a spararmi una sega letteralmente mi strappava la pelle dal culo a cinghiate. Sentendo i suoi passi fuori della porta mi fermai e rimasi piegato a pancia in giù sul sacco.

Quando entrò mi ordinò di alzarmi e, vedendo la mia erezione, capì benissimo che stavo facendo. E si preparò a farmene pentire amaramente. Non aveva in mano il frustino come avevo pensato. Si avvicinò ad una delle cataste, scelse un bastone lungo circa un metro e si pose dietro di me. Cominciò a bastonarmi. Le legnate mi piovevano sulla schiena, sulle gambe e sulle braccia e il dolore era micidiale al principio. Ad un certo punto, visto che cercavo di sgattaiolare per prevenire i colpi, mio padre smise per un momento di bastonarmi, mi afferrò per un braccio, mi trascinò alla scala che conduceva all’ammezzato della legnaia e, con una delle corde appese alle pareti, mi legò polsi e caviglie ai pioli della scala.

E riprese a bastonarmi.

Venir legato per essere picchiato scatenò i miei istinti masochisti più feroci: il dolore insopportabile delle bastonate cominciò a diventare il bruciore forte ed eccitante che sempre provavo quando mio padre mi frustava e le fantasie della mattina si riaccesero violentissime. Mio padre mi stava bastonando forte, ero sudato fracido e sentivo il sudore gocciolarmi sotto le ascelle e tra il solco delle natiche. Ma il sudore non era l’unica cosa che mi gocciolava dalle natiche. In quel preciso momento, infatti, mio padre prese a bastonarmi proprio il culo, e io sentii lo schiocco secco del bastone sulla carne flaccida delle chiappe: era più forte di quello della cinghia e sentivo che rompeva la pelle.

Dopo una trentina di bastonate mi accorsi che il bastone mi tagliava la pelle ogni volta che si schiantava sul culo: mio padre mi stava bastonando a sangue, ed era il sangue che mi usciva dalle natiche che mi faceva sentire meno il dolore delle bastonate. Abbassando gli occhi, vidi che dietro di me si era formata una pozzanghera di sangue.

“Il padrone sta bastonando il suo schiavo nudo e legato” pensai e cominciai a roteare le anche e muovere il sedere per tentare di strofinare il glande su un piolo della scala. Non lo trovai, e questa nuova frustrazione mi eccitò ancora di più. Poco dopo mio padre smise di bastonarmi, si diresse di nuovo verso la catasta dalla quale aveva scelto il bastone che aveva appena finito di usare per castigarmi e ne estrasse un bastoncino di un paio di cm. di diametro e circa trenta di
larghezza. Tornò a mettersi dietro di me e io cercai di immaginare che volesse farmi. Poi d’improvviso mi afferrò le natiche e me le aprì e le mantenne aperte colla mano sinistra: senza dire una parola appoggiò la punta del bastoncino al mio ano dilatato e ve lo introdusse con una
lentezza esasperante. Mi sodomizzò fino a farmi penetrare il bastoncino per metà e mi disse:

“Visto che sei un asino ti meriti non solo le bastonate ma anche la coda!” E se ne andò.

Credetti di morire! Il bastoncino penzolava oscenamente tra le mie natiche, muovendosi davvero come una coda attraverso gli spasmi del mio sfintere violato e il piacere che mi stava dando quell’estrema umiliazione era devastante. Improvvisamente mi rividi all’università chiuso in un gabinetto con i pantaloni e le mutande abbassate e uno dei miei compagni di classe che, sdraiato su di me, mi sodomizzava ansimando. Ancora legato, colla schiena a pezzi per le bastonate, l’ano torturato e il pistolino duro da scoppiare venni sussultando senza toccarmi.

Ma un altro strumento col quale feci conoscenza quell’estate fu il tubo di gomma. Di fronte alla casa avevamo un giardino che io avevo il compito di bagnare religiosamente ogni sera, prestando particolare attenzione ad alcune piante di rododendro. A esse, infatti mia madre teneva tanto da frustarmi di santa ragione quando riteneva che non le avessi bagnate bene. Non erano infrequenti infatti le sere in cui, dopo aver controllato il risultato del mio lavoro, mia madre veniva in camera mia colla frusta in mano, mi obbligava a togliermi i pantaloni e le mutande e a suon di frustate mi faceva tornare in giardino. Nudo dalla vita in giù tornavo a bagnare i rododendri mentre alle mie spalle mia madre, frusta alla mano, si occupava di ricordare alle mie
natiche nude quanto ci tenesse a quelle maledette piante.

Punizioni corporali, parte 2

21 Novembre 2008

Come ho già detto (vedi Capitolo 1) ho 32 anni compiuti da più di un mese, ho lavorato per cinque anni, di cui tre fuori Roma, e da un anno circa sono ritornato a vivere con mio padre e mia madre e a frequentare di nuovo l’università. Un anno fa, appena tornato, mi sarebbe sembrato delirante tornare ad essere sottoposto a questo tipo di disciplina. Ora invece non solo mi sembra normale ma addirittura desiderabile. Mi rendo conto in questo momento che purtroppo i due anni passati vivendo solo all’estero avevano insinuato in me un pericoloso senso di indipendenza. Di fatto il mio comportamento era divenuto indocile e ribelle e caratterizzato da una sistematica indisciplina verso me stesso e i miei genitori.

Ora invece, per fortuna, le cose sono tornate ad essere normali. Ieri sera, per esempio, mio padre mi ha picchiato per essere rientrato tardi. Appena entrato in casa, mi ha preso per un orecchio e mi ha trascinato nella dispensa. Dopo aver chiuso la porta mi ha abbassato lui stesso i pantaloni e le mutande e mi ha fatto piegare a pancia in giù sul tavolo. Poi si è sfilato la cintura dei pantaloni.
Improvvisamente mi sono ricordato le mille volte che mi ero trovato in quella posizione, aggrappato al tavolo, nudo dalla vita in giù e pronto per essere frustato. Mi ha punito a dovere. D’improvviso ho udito un sibilo e subito dopo lo schiocco umiliante della prima cinghiata sulle natiche nude. E per i successivi quindici minuti, con calma, metodicamente, mio padre mi ha frustato il culo di santa ragione. Alla fine le mie natiche e le mie cosce erano letteralmente in fiamme e mio padre mi ha ordinato di rimettermi in piedi, in un angolo della dispensa colla faccia al muro, come sempre accadeva al termine delle mie punizioni.

E come sempre era accaduto fino a due anni prima, mi sono dovuto dirigere verso l’angolo colle mani a coprirmi il pube; perché come sempre, mentre mio padre mi picchiava, il mio pistolino si era fatto durissimo. E come sempre, quando mio padre se ne é uscito ho cominciato a spararmi una sega pensando a quello che era appena
successo. Con gli occhi chiusi ho preso a toccarmi il pistolino: pensando all’umiliazione che avevo appena subito, risentivo nelle orecchie gli schiocchi umilianti delle frustate e il loro bruciore sulle mie chiappe nude che traballavano arrossite e gelatinose sotto il morso dello staffile e sono tornato a provare gli stessi brividi di piacere di due anni prima. Pensavo che, a differenza dei miei amici, a 31 anni io ero ancora obbligato a denudarmi per essere frustato da mio
padre. Pensavo che finalmente ero di nuovo a casa, di nuovo sottoposto alla disciplina di mio padre e mia madre, di nuovo sottomesso all’umiliazione della frusta.

E sono venuto, sporcando oscenamente il muro di sperma.

* * *

Alcune considerazioni. Ho detto che sento giusto e desiderabile il fatto di essere ancora punito colla frusta. E’ perché due anni solo mi hanno confermato ciò che già sapevo: che il mio carattere é debole, bisognoso di una guida sicura e, soprattutto, severa. Sono stato cresciuto per obbedire e sono sempre stato castigato duramente quando non l’ho fatto. Sono immaturo, e la decisione migliore per me l’hanno presa alcuni mesi fa ancora una volta mio padre e mia madre, obbligandomi a continuare a vivere con loro. A questo si aggiunga che essere sottoposto a punizioni corporali mi eccita: quando mi annunciano una punizione il pistolino mi diventa duro all’idea che di lì a poco striscerò nudo come un verme urlando sotto i colpi di cinghia e pregando mio padre che smetta di frustarmi. Questo perché - ne sono certo - l’educazione repressiva che ho sempre ricevuto mi ha reso masochista. Trovo che non ci sia niente di più eccitante di doversi denudare completamente, inginocchiarsi e presentare le natiche nude al castigo: adoro udire il sibilo della cinghia che fende l’aria
e lo schiocco umiliante che provoca sulla pelle nuda e tesa di natiche, cosce e spalle. E faccio apposta a comportarmi male per essere frustato.

L’altro ieri, per esempio, ho lasciato cadere uno dei pacchetti del supermercato; mia madre mi ha sgridato e, davanti a tutti i clienti, mi ha detto che la facevo disperare e che a casa mi avrebbe frustato il sedere nudo a dovere. E quando siamo arrivati a casa mia madre mi ha prima sculacciato e poi fatto frustare da mio padre. Ho dovuto denudarmi completamente e stendermi sul letto, mettendomi un cuscino
sotto la pancia perché il sedere rimanesse ben sollevato. Quando ho sentito il fruscio della cinghia di mio padre ho cominciato a roteare oscenamente le anche come una cagna in calore. Poi mio padre ha cominciato a frustarmi ordinandomi di contare a voce alta e di ringraziare ad ogni cinghiata chiedendo che me ne desse un’altra. Già
rosse per la sculacciata manuale, le mie natiche sobbalzavano tremolanti sotto le frustate e il bruciore era sempre più forte, così come sempre più duro era il mio pistolino. Vedevo mia madre osservare compiaciuta la mia punizione e la sentivo dire a mio padre di continuare a frustarmi e di picchiarmi più forte. Ma mio padre non
aveva certo bisogno di incoraggiamenti. Quando mi frusta non smette mai fino a quando non mi sente guaire e non mi vede letteralmente ballare sul letto colle natiche striate di colpi.

26 ottobre 1990

Mi ricollego all’ultima frase scritta ieri. Dicevo che mio padre mi frusta fino a quando non guaisco. E’ esattamente quello che è successo oggi. Ero in bagno, seduto sul cesso a occhi chiusi, e mi stavo masturbando pensando alla punizione di ieri sera. Ero eccitatissimo: i segni dei colpi erano ancora ben visibili su natiche e cosce e provavo veri e propri brividi di piacere sfregando le une e le altre sull’asse del cesso. Quando d’improvviso si é aperta la porta che nella fretta
avevo dimenticato di chiudere ed é entrato mio padre. Io mi sono alzato, col pistolino ridicolmente duro e la testa bassa, e ho fatto per dirigermi verso la dispensa dove già molte altre volte in passato mio padre aveva cercato di togliermi il vizio di spararmi una sega a suon di cinghiate. Ma mio padre mi ha fermato.

“Resta dove sei. Anzi, mettiti a cavalcioni sul bidè e solleva bene il culo. Stavolta ti strappo la pelle!” Appoggiato al bidè e aggrappato ai tubi dell’acqua ho sentito il suono familiare prodotto dalla cintura che mio padre si stava sfilando. Poi é cominciata la danza. Mio padre mi frustava a colpi lenti ma sempre più forti, intercalando ogni colpo con un rimprovero. Ad un certo punto ho chiuso gli occhi e
sono rimasto a godermi quell’umiliazione fino in fondo. Strusciando l’uccello contro il bordo del bidè ad ogni schiocco della cinghia sulle natiche provavo brividi di piacere. Mi misi ad ascoltare attentamente i rimproveri.

“Sei un indecente … SWISHHHSCIAK! … vediamo … SCIACK! SCIACK! SCIACK! … se a suon di … SCIACK! SCIACK! … frustate … SCIACK! SCIACK! SCIACK! … ti passerà il vizio … SCIACK! SCIACK! SCIACK! … di masturbarti … SWISHHHSCIAK! SCIACK! SCIACK! SCIACK! … maiale!”

E a poche frustate dalla fine sono venuto come un maiale in calore, sussultando e riuscendo a far coincidere ogni schizzo di sborra sul fondo del bidè con ogni cinghiata che ricevevo sulle natiche ormai in fiamme. Col pistolino gocciolante a penzoloni nel bidè ho ricevuto le ultime 20-25 frustate e ogni schiocco sulla pelle nuda riusciva ancora a darmi brividi di voluttà. Nello sporgermi più in alto per offrire meglio le natiche alla cinghia pensavo che generalmente il pistolino comincia a diventarmi duro ben prima che mio padre inizi a frustarmi. Mi rendo conto che è il solo pensiero delle frustate che sta per somministrarmi che mi eccita: soprattutto mi eccita l’umiliazione tremenda di essere ancora così totalmente sottoposto alla disciplina della sua cinghia di cuoio.

E l’umiliazione gioca un ruolo importante nelle punizioni a cui mi sottomette.

* * *

Ricordo che quando avevo 25 anni, un giorno al mare mi misi a spiare mia madre dal buco della serratura della cabina. Che bella che era mia madre tutta nuda! Con l’occhio appiccicato al buco, la guardavo colla bava alla bocca mentre lei si asciugava quelle grosse tettone e si passava l’asciugamano nel solco delle chiappe sode; e il mio pistolino si fece immediatamente duro. All’improvviso mi sentii esplodere un ceffone micidiale sull’orecchio destro che mi sconquassò la testa come
una cannonata: senza che io me ne accorgessi, alle mie spalle era arrivato mio padre! Mi afferrò per l’orecchio già dolorante e mi schiacciò la faccia contro la porta della cabina. Quando mia madre aprì la porta nell’udire il colpo, mio padre mi trascinò dentro e si chiuse la porta alle spalle. Quando fummo soli nel caldo soffocante della cabina mia madre gli chiese che fosse successo, e mio padre le
disse: “Questo brutto maiale! Ti stava spiando dal buco! Ma stavolta gli faccio rimpiangere di essere nato, gli strappo la pelle dal culo! Mettiti nudo!”.

Mi fece togliere il costume e, torcendomi atrocemente l’orecchio, mi fece inginocchiare alle spalle di mia madre che, intuendo il gioco, si chinò in avanti e si spalancò le natiche colle mani. Mio padre,allora, mi spinse la faccia tra il solco delle chiappe nude di mia madre e mi ordinò di tenercela schiacciata contro mentre si sfilava una ciabatta di gomma per picchiarmi il culo. A quel punto mia madre mi ordinò di baciarle l’ano infilandoci la lingua, e mentre lo facevo lei mi afferrò la testa e me la spinse ancora più in dentro e poi tirò una scoreggia. Sepolto nelle chiappone di mia madre, colla bocca e il naso schiacciati contro il buco del culo, mi sentii soffocare. E mentre rassegnato mandavo giù quella bolla d’aria calda e puzzolente, mio padre cominciò a picchiarmi il culo colla ciabatta. Me le diede
fino a farmi venire le vesciche sulle natiche. Poi si fermò e mi ordinò di uscire. Uscii colle cosce rosse per i colpi e, uscendo dietro di me, mio padre disse:

“E questa sera a casa te le do colla frusta!”

Vidi i miei amici che ovviamente avevano potuto udire ogni minimo particolare di quella battitura guardarmi ghignando divertiti. La sera, appena rientrati in casa, mio padre mi ordinò di andare in camera mia e di “prepararmi”. Ero stralunato. Ancora. Non avrei mai pensato che quando mi aveva detto che mi avrebbe frustato lo avrebbe voluto fare davvero. E stralunato me ne andai in camera mia. Appena
giuntovi mi misi a guardare fuori dalla finestra. Vidi luci, animazione, giovani che parlavano, chiaccheravano e ridevano, dandosi appuntamento per quella sera. E provai un feroce istinto di ribellione, fatto di invidia verso quei giovani così indipendenti e di angoscia, di vero e proprio terrore per la frusta di mio padre. A
quell’età, nonostante fossi da sempre abituato ad essere frustato ad ogni più piccola mancanza, non comprendevo ancora la validità morale ineccepibile di quei castighi né ancora avevo sviluppato il sano piacere di esservi giornalmente sottoposto. Per cui l’idea che di lì a poco mi sarebbe di nuovo toccato assaggiare la cinghia sul culo nudo letteralmente mi angosciava, e pensai che quella volta avrei rifiutato di sottomettermi al castigo.

Ma quando mio padre entrò richiudendosi la porta alle spalle, la paura di ricevere una razione doppia di frustate mi ridusse a molto più miti consigli. E quando vide che avevo disobbedito e non mi ero spogliato da solo disse che mi avrebbe somministrato trenta frustate in più. Cominciai a piagnucolare, pregandolo che non mi frustasse. Ma non ci fu niente da fare, naturalmente, e prese lui stesso ad abbassarmi il costume da bagno che ancora indossavo. Quando fui nudo come un verme,
mi afferrò per le spalle girandomi colla faccia verso la parete e mi ordinò di inginocchiarmi sul letto, col sedere in aria. Poi iniziò a sfilarsi la cintura dai pantaloni.

Mentre mi abbassavo lo vidi ripiegare la cintura nella mano destra e mettersi di fianco a me. Colla mano sinistra mi afferrò per il collo mantenendomi piegato in ginocchio, e cominciò a frustarmi. Non so per quanto tempo mio padre mi frustò: ricordo solo che mi misi a piangere fin dalla prima cinghiata, più per l’umiliazione che per il dolore.
Ripensavo all’umiliazione delle sculacciate in cabina e alle facce ironiche dei miei amici quando ne ero uscito seguito da mio padre che ancora impugnava la ciabatta di gomma colla quale mi aveva appena picchiato. A quel tempo non mi conoscevo bene come ora e non riuscivo ancora a capire che quelle punizioni erano assolutamente
indispensabili.

Quella sera, a quattro zampe sul letto, udivo solo lo schiocco della cintura sulle natiche e pensavo che nessuno dei miei amici veniva frustato alla mia età e che, ancora più probabilmente, nessuno di loro aveva mai dovuto subire, nemmeno da piccolo, l’umiliazione di una battuta colla frusta. Eppure fu proprio quella sera che cominciai ad apprezzare l’importanza di essere disciplinato; e fu perché quella
sera, per la prima volta, provai piacere nell’essere picchiato. Mio padre mi stava frustando il sedere nudo come una cavalla, tenendomi inchiodato carponi sul letto colla mano sinistra e cinghiandomi natiche e cosce colla destra.

E ad un certo punto mi accorsi che il pistolino mi stava diventando duro. Erano le ultime cinghiate, me ne accorsi perché la morsa sul mio collo si andava allentando; e in effetti mio padre mi diede solo altre 10 o 15 frustate e poi si fermò. In quell’istante il bruciore fortissimo delle mie natiche in fiamme cominciò a irradiarsi al mio pistolino attraverso brividi pulsanti; e senza spiegarmene il motivo provai il desiderio che mio padre ricominciasse a frustarmi subito. E
subito gliene diedi il motivo, perché mi rifiutai di alzarmi per andare a mettermi in un angolo colla faccia rivolta alla parete, come sempre dopo un castigo. Ricordo che ero ancora a quattro zampe sul letto, colla testa appoggiata al cuscino e il sedere ancora in aria: udii mio padre dire “che hai detto?” e colla coda dell’occhio lo vidi
afferrare la cintura che aveva buttato di fianco a me sul letto dopo avermi frustato.

Mi sentii sollevare di peso per un orecchio e la punizione ricominciò.
Tenendomi per l’orecchio sinistro, mio padre mi fece fare almeno dieci volte il giro della stanza a frustate. Saltellando come impazzito per il bruciore delle cinghiate, finalmente mi arresi e mi andai a mettere nell’angolo colla faccia al muro. Mio padre mi ordinò di spingere bene in fuori il culo nudo e mi assestò un’altra ventina di colpi di cinghia sulle chiappe. Ma questo non servì a placarlo, sicché mi disse:

“Visto che le cinghiate normali non ti bastano, domani compro una frusta da carrettiere e comincio ad usare quella! E ora resta dove sei che per il momento ti frusto colla cinghia dalla parte della fibbia!”
Mi misi a piangere come un isterico, lo implorai che non ricominciasse a frustarmi, ma non ci fu niente da fare. La prima frustata mi mozzò il fiato: la fibbia era andata a schiantarsi con una violenza micidiale sulla mia schiena e le gambe mi si piegarono. Mio padre mi aveva frustato spesso sulla schiena in precedenza, ma non aveva mai usato la cintura dalla parte della fibbia, e quella prima volta fu
davvero una tortura. Cadendo in ginocchio, presi a contorcermi sotto i colpi come un serpentello impazzito, urlando come un ossesso e piangendo a dirotto. Ma mio padre non smise di frustarmi finché non mi ebbe fatto la schiena viola.

Ripensandoci ora, quella punizione mi fa sorridere.

continua …

Punizioni corporali, parte I

13 Novembre 2008

Vi ripresento dal vecchio blog di Sculacciate questo racconto. Buona lettura.

“A che ora ti avevo detto di tornare?”

Sarebbe stata una lunga notte. Era sempre una lunga notte quando cominciava così; prima gli gonfiava la faccia di schiaffi, poi lo faceva spogliare nudo, si toglieva la cintura dei pantaloni e lo frustava fino a quando aveva il braccio stanco.

Potrei continuare a scrivere questa storia in terza persona, come se stessi scrivendo un romanzetto sadomaso di quelli con cui mi masturbavo a vent’anni, quando l’idea di un adulto frustato dai suoi genitori me lo faceva diventare duro. Ora che di anni ne ho 32 quelle fantasie giovanili sono diventate realtà, e sento che il mio scopo nella vita l’ho raggiunto. Fra cinque minuti, infatti, non sarà un protagonista di carta a doversi togliere i pantaloni, abbassarsi le
mutande e mettersi in piedi in un angolo della mia stanza colla faccia rivolta alla parete. Alle 8 precise sarò proprio io a vedere entrare mio padre in questa stanza, togliersi la cintura dei pantaloni e dire “Sdraiati sul letto ché ti frusto!”, sarò proprio io a beccarmi sul
culo nudo tutte le cinghiate che vorrà amministrarmi.

Sarò proprio io, quando lui avrà finito di lavorarmi le chiappe nude colla cinghia, ad avere il culo striato di rosso per “disfattismo”. Proprio come quello che madri in reggicalze nero, poppe al vento e frusta alla mano finivano sempre per fare ai miei eroi dei romanzetti sadomaso e che mi
faceva sborrare sugli umilianti “Scciaaack!” e “Aaahhh!” di quelle pagine.

* * *
Ho 32 anni compiuti da più di un mese, ho lavorato per cinque anni, di cui tre a Torino, e da tre mesi circa sono ritornato a vivere con mio padre e mia madre. Che mi hanno obbligato a ri-iscrivermi all’università e che mi castigano a nerbate quasi tutti i giorni. Se solo un anno fa, quando vivevo solo a Torino, qualcuno mi avesse prospettato un’ipotesi tanto delirante mi sarei messo a ridere. Sul momento, voglio dire, e celando l’eccitazione perversa che mi avrebbe
pervaso; perché la notte la mia mano sarebbe scesa in basso al ventre a cercare il bastone di carne duro. E lo avrebbe scrollato nervosamente al suono sibilante delle cinghiate che nella mia mente avrebbero feso l’aria; e ne avrebbe raccolto lo spruzzo di sborra appiccicoso che lo avrebbe afflosciato mentre il mio culo nudo sarebbe arrossito ondeggiando sotto i colpi di cinghia di mio padre; e avrebbe continuato a strizzarne la carne ormai floscia mentre le mie urla
avrebbero implorato che la cinghia smettesse di battere la pelle nuda.

Dicevo che fra poco mio padre mi frusterà il culo nudo per “disfattismo”. E’ cominciato tutto in agosto di quest’anno. Ero ritornato da pochi giorni da Torino, dopo aver concluso in modo
fallimentare il mio periodo alla Fiat. Ai miei non era mai andata giù l’idea che io me ne fossi andato da Roma tre anni fa; inoltre avevano sempre considerato lavorare per la Fiat come uno sfizio capriccioso, un gioco, ma in nessun caso un lavoro vero, perché per la loro mentalità gli unici lavori veri erano e sono quelli che si fanno a) a Roma e b) in un grande magazzino (mio padre è direttore di un grande magazzino, appunto). Pochi giorni prima di partire da Torino mi
trovavo in uno stato di depressione profonda, ancora peggiore di quella che mi aveva accompagnato per tutti i tre anni della mia permanenza al nord. Mentre facevo le valigie, i miei pensieri correvano alla meraviglioso primavera del 1986, quando tutto era cominciato all’insegna di una incrollabile fiducia in me stesso. Avevo appena conosciuto Clotilde, e il mondo mi sorrideva, era lì per me da prendere e la carriera alla Fiat, a Torino, avrebbe significato la
possibilità di sposarci. Poi avevo calato le braghe (in senso metaforico, non come adesso quando mi frustano), me ne ero scappato a Torino senza sposare Clotilde; ed era questo che avevo continuato a rimpiangere amaramente per i successivi tre anni.

Ma, come dicevo, mentre chiudevo la ultima valigia, nella depressione che sentivo c’era qualcosa di più. C’era l’immagine della faccia tripilante dei miei nel vedermi tornare; c’era la tronfia espressione di sicumera con cui mi avrebbero detto: “Ora ti troverai un lavoro vero!”; c’era, infine, l’angoscia di ritornare a sentirmi incalzare, di sentirmi “battere sul tempo” per dirla con una delle espressioni favourite di mia madre, perché non mi “adagiassi sugli allori” (una
delle espressioni favorite di mio padre), perché non perdessi nemmeno un minuto per trovare immediatamente un lavoro “vero”. E quando finalmente arrivai a Roma, il mio umore era alcuni chilometri sottoterra: tutto quello che avevo previsto si stava puntualmente verificando, giorno dopo giorno. E più mi “incalzavano” più io mi deprimevo, fino ad arrivare al punto di passare intere giornate ascoltando allucinato le prediche senza fine che mi venivano sciorinate ventiquattr’ore al giorno.

E finalmente, una sera d’agosto appunto, l’incredibile successe: le presi colla cintura dei pantaloni.

Perché mio padre aveva deciso che ” … basta! Non se ne può più di quella faccia da cane bastonato!” e pataschiaaff! giù il primo ceffone. Al quale cominciarono a seguirne molti altri, che tentai di riparare in qualche modo colle mani; ma senza un gran esito, perché mio padre era incazzato nero e mi stava dando la ceffonata più dura che mi avesse mai dato. E prima ancora che potessi riprendermi dallo shock seppi che “… a frustate ti prendo ora, così almeno quella
faccia la farai per qualcosa! Tirati giù i pantaloni!”

Si era tolto la cintura e l’aveva ripiegata nella mano destra, e io ero troppo scioccato per dire o fare qualsiasi altra cosa che non fosse stata quella che mi era appena stata ordinata. Era martedì 14 agosto 1990 e per la prima volta in vita mia stavo per essere picchiato colla famigerata “cintura dei pantaloni” che tante volte era ricorsa nelle minacce di castigo infantili; e mentre mi abbassavo i pantaloni, colla testa completamente nel pallone, mi misi a pensare quando fosse stata l’ultima volta che le avevo prese. Era un pensiero assurdo ma … tutto era assurdo in quel momento! “Anche le mutande! … a culo nudo! … te la faccio passare io la voglia di fare il lanuto mangiapane a ufo!”

Nudo!

Per la prima volta in vita mia non solo stavo per prenderle colla cinghia dei pantaloni, ma sul culo nudo anche, come un ragazzino di dodici anni “… e faccia al muro!”. Era stato quando avevo ventisette anni che mio padre me le aveva suonate per l’ultima volta. Me lo ricordai voltandomi verso la parete, e credo che me lo ricordai perché l’aria che entrava dalla finestra mi stava solleticando le natiche nude.

Già, nudo! Ero di nuovo nudo per essere picchiato, e un senso di eccitazione perversa percorse la ventrale del mio cazzetto (6 centimetri quando è in tiro!), facendomelo indurire all’idea del senso
di sottomissione col quale mi apprestavo a farmi picchiare. La prima cinghiata mi colpì il culo sudato con uno schiocco sinistro, e il bruciore intensissimo mi indurì il cazzetto come non lo era mai stato. Alla seconda cinghiata abbassai la testa per guardarmelo: la vidi corto e duro che sembrava una salciccetta, e ricordai che non era mai stata abbastanza per soddisfare una donna . E a questo pensiero mi si fece ancora più duro.

Avevo una voglia tremenda di farmi una sega, e più mio padre mi frustava il culo, più ne avevo voglia e …… che ficata che era prenderle colla cinghia a culo nudo! Mio padre mi stava frustando come un ciuco e non risparmiava di cinghiarmi anche la parte posteriore delle cosce; avevo il culo in fiamme e la testa pure, pensando al dopo. Perché se quella battuta che stavo prendendo,
oltre che per essere una battuta in se stessa, era così umiliante, questo significava che avrebbe rappresentato un precedente. Mi domandavo con che faccia avrei di nuovo guardato in faccia mio padre e mia madre; soprattutto come sarebbero cambiati i nostri rapporti, se mi avrebbero di nuovo fatto tirar giù le mutande e frustato a culo nudo tutte le volte che ne avessero avuto un motivo.

E mi piaceva quell’idea, mi eccitava da morire l’idea di prenderle colla frusta sul culo nudo come un ragazzino! E mentre la cinghia mi mordeva le chiappe pensavo che sottile eccitazione sarebbe stata in futuro sentirmi dire da mio padre cose come: “Giù i pantaloni, ché ti frusto!” o un lapidario: “Stasera ti frusto!”; che sottile eccitazione sentirmi dire da mia madre: “Ora te le do col battipanni!”; che sottile eccitazione tirarmi giù le mutande sotto i suoi occhi e sdraiarmi a pancia in giù sul letto per farmi picchiare il culo nudo; che sottile eccitazione esibirmi in un ridicolo balletto mentre lei mi avrebbe fustigato le cosce nude col manico del piumino; che sottile
eccitazione doverla implorare di smettere di bastonarmi la schiena nuda colla scopa; che sottile eccitazione, a 32 anni, essere sottomesso in modo così umiliante a mio padre e mia madre!

* * *

Bene, per quanto riguarda i rapporti con mio padre e mia madre ho scoperto tutto un mondo nuovo a partire da quella sera. Innanzitutto ho scoperto che quel regime di sottomissione era assolutamente possibile nonostante la mia età: la mia remissività di quella sera ha fatto sì che la realtà perdesse di significato, al punto da rendere non solo possibile ma addirittura credibile il fatto che a 32 anni io venga castigato e battuto come un ragazzino di dodici. In secondo luogo ho scoperto che i miei non hanno veramente bisogno di un motivo per farmi tirar giù le mutande e frustarmi il culo nudo: di fatto ci sono tutta una serie di battute che prendo solo perché “me le merito”.

Da ultimo - e questa è forse la scoperta più interessante - ho notato che la mia remissività ha spinto i miei a rendere questo regime disciplinare ancora più inverosimilmente umiliante di quello a cui potrebbe essere sottoposto un ragazzino di dodici anni. Basti pensare che quando mi picchiano, se non è sul momento, mi fanno denudare completamente e mi chiudono nello sgabuzzino legato! Sissignori (che tra parentesi è diventato l’unico modo in cui devo rispondere a mio padre e mia madre quando sono interrogato), legato: mi legano mani e piedi e mi lasciano lì magari anche delle ore prima di venire a suonarmele. Ieri mia madre ha scoperto che mi ero masturbato nella salvietta del bidè e, dopo avermi fatto una faccia così di schiaffi, mi ha legato nudo nello sgabuzzino al buio, e ogni mezz’ora veniva a bussare alla porta e a dirmi: “Stasera vedi come ti faccio conciare da tuo padre! Neanche colla cinghia! … collo staffile te le faccio suonare!”.

E io là dentro col mio cazzetto duro che non mi potevo neanche toccare, perché le mani me le aveva legate ai ganci delle scope! Io là dentro a eccitarmi come un maiale mentre lei parlava di farmi staffilare, col cazzetto gonfio e puzzolente che ormai, ne sono sicuro, doveva essere violacea dall’eccitazione. Maremma maiala, collo staffile … quello sì che è un modo umiliante di prenderle! Perché quando mi scudisciano mi legano i polsi all’attaccapanni e le caviglie al battiscopa, lasciandomi però slegato in vita perché, dicono, vogliono vedermi dimenare il culo sotto le frustate. E prima di staffilarmi, mio padre mi fa sempre il culo rosso colla cintura dei pantaloni: mi acchiappa forte per un orecchia e mi dice: “Ora ti frusto il culo, lavativo!” e poi comincia a picchiarmi di santa ragione il culo nudo colla cintura e dice: “Le senti le cinghiate sul culo, lazzarone?” e io: “Sissignore! … ” e lui: “Benissimo! Da oggi in poi ti frusto tutte le sere … vediamo se impari a ubbidire!” e io che cerco di nascondere il più possibile il cazzetto duro che mi
ondeggia tra le gambe a ogni cinghiata.

Mia madre, che osserva la scena, non si risparmia i commenti, naturalmente: “Più forte …dagliele belle secche a quel disgraziato!… lasciagli i segni!”. Ed è poi lei che stabilisce quando devo essere staffilato: “Lo staffile, ora frustalo collo staffile!”. Mio padre naturalmente non si fa pregare e, dopo avermi legato le mani all’attaccapanni e i piedi al battiscopa, afferra lo staffile, si
piazza un paio di metri dietro di me e … sciaaack! … giù la prima staffilata sul culo!. E mia madre dietro: “Strappagli la pelle delle natiche a questo disgraziato! … più forte, fagli ballare la furlana!”.

La schifosa! Sì, schifosa, perché uno generalmente non ci pensa mai, non osa pensare che anche i propri genitori possono fare certe cose; ma poi, quando arriva a subire certi eccessi, si rende conto che sì è possibile che le facciano. Per esempio, io sono sicuro che ieri sera la schifosa si è messa dietro la porta di camera mia ad origliare mentre mio padre mi scudisciava. E sono sicuro che si stava sgrillettando come una vecchia troia spiandomi dal buco della serratura mentre strisciavo nudo come un verme, urlando e piangendo sotto le frustate. La schifosa! Mi picchia il culo nudo col battipanni fino a farmi venire le vesciche quando sospetta che io mi faccia le seghe! Ma questo è ancora niente. Bisogna vedere che mi fa quando scopre che ho le mutande sporche: quello sì è l’acme dell’umiliazione! Entra in camera mia come una furia: nella mano sinistra brandisce un paio di mutande, nella destra la frusta che hanno comprato apposta il mese scorso per picchiarmi. Sventolandomi le mutande sotto il naso mi urla: “Che cos’è questo, eh … ?!? Ti sembra la maniera di … guarda qua, maiale! … ma ora te la faccio vedere io!” e mi infila le mutande in testa come un cappuccio, colla parte sporca di merda proprio davanti al naso. Mi tolgo i pantaloni e le mutande per farmi frustare.