Racconti di sculacciata: Fessee 19
1 Febbraio 2012FESSEE 19
Questa è la storia di Charles Patin.
Charles era orfano, sua madre morì nel darlo alla luce. Il padre fece di tutto per crescere bene quel ragazzino vivace, ma era un povero uomo solo. Lo affidò alla signorina Battel ed era questa che si occupava di sculacciare Charles durante le punizioni pubbliche. E non passava mese che Charles non si trovasse sulle ginocchia della signorina, seduta in circolo con le altre madri, giù al cortile del lavatoio e prendesse una sonora sculacciata sul sederino nudo.
Però, Charles un pregio ce lo aveva: studiava, studiava talmente tanto che il maestro Vales propose al padre di mandarlo in seminario. Non che avesse la vocazione, per carità, ma là dentro avrebbe potuto studiare a suo piacimento e pure gratuitamente. In seminario, Charles studiò ma la bacchetta del padre correttore esercitava spesso e volentieri il proprio compito sulle terga nude del ragazzo.
Ad ogni estate, Charles ritornava in paese per le vacanze. Tutti si stupivano, ogni anno, di quanto fosse cresciuto fisicamente e di quanto fosse cresciuta la sua cultura. Charles non si fece per niente prete, anzi si mise a lavorare: per anni diede lezioni private ai bambini più piccoli di lui, fece il garzone di bottega, digiunò parecchie volte. I soldi che prendeva gli servivano per l’università. Fu il primo dottore in legge che mai si fosse visto in paese. Fecero grande festa, quando ritornò: c’era perfino la banda musicale al gran completo. Il papà di Charles fu così contento di rivedere il figlio che gli venne un coccolone.
Però, in paese non c’erano molte occasioni di lavoro per un avvocato, e così Charles ripartì di nuovo, dato che ormai non aveva più nessuno là. Ogni tanto si faceva vivo, scrivendo qualche lettera alla signorina Battel: stava bene, gli affari andavano benino, si poteva contentare. Egli girava molto, scriveva, per tutta la Francia: un mese qua, un mese là. Finché all’inizio di giugno del 1924 ritornò al paese. Quanto cambiato da quel Charles che avevano salutato un decennio prima! Sembrava un vecchio, era stempiato ed i pochi capelli che gli rimanevano sul cranio erano bianchi. Per di più, un’orrenda cicatrice trasversale gli deturpava la faccia. Era stata una baionetta tedesca, spiegò lui. Non poteva esser stata una lama a fargliela, sentenziò il medico condotto: l’acciaio affilato non lascia quel tipo di cicatrice.
Charles andò ad abitare nella casa del padre, un po’ malandata per l’abbandono ma ancora in piedi. Chiamò una squadra di muratori per rimetterla in sesto. La casa di Charles era piccola, tre stanze più la cucina, il cesso sul ballatoio in comune con un’altra famiglia, quella di Marcel il carpentiere.
Questo e sua moglie, Pierrette dal naso rotto, aveva la camera da letto proprio in corrispondenza di quella dell’appartamento di Charles, li divideva una sola parete. E nelle sue lunghe insonni solitarie notti, Pierrette lo sentiva urlare come se quell’uomo avesse continuamente gli incubi.
“Lei si è comportato molto male. Va corretto attraverso la penitenza purificatrice. Si spogli!” diceva il Rettore. E Charles si toglieva la tonaca scura da seminarista, l’appoggiava ben ripiegata sul tavolino; si abbassava i mutandoni e si inchinava sull’inginocchiatoio. La lunga, forte bacchetta del padre correttore iniziava la sua opera. Mai meno di 50 e, talvolta, pure 100. Le natiche di Charles si riducevano in pezzi, cotte e rigate più di una bistecca alla griglia. Eppure, lui trovò la forza di sopportare, di resistere. Così come, tanti anni più tardi, aveva resistito in trincea, fra le bombe, fra i proiettili che fischiavano da tutte le parti, fino a quando non avevano deciso di spedire il suo reggimento al di là del mare, in Oriente.
“Ritengo che sia un’usanza barbara ed indecente! Trattare così dei bambini e per di più in pubblico, di fronte a tutti. Bisogna farla subito cessare! ” Charles era tanto arrabbiato che sbatté i pugni sul tavolo del sindaco. Non ottenne niente, naturalmente: quell’usanza barbara continuò, era tipica del paese. Così Charles si rivolse al Prefetto distrettuale ed ottenne ragione. Un’ordinanza proibì di sculacciare in pubblico i bambini. Ma rimase lettera morta. Ogni venerdì, le mamme si riunivano e proseguivano imperterrite questa gagliarda usanza.
Una sola persona non tolse il saluto a Charles: la signorina Roxane. A lei, ex infermiera crocerossina, faceva pena quell’uomo sfregiato e triste, perennemente arrabbiato. E poi, aveva una curiosità: che cosa gli aveva provocato quell’orrenda cicatrice in faccia? Sembrava come un cordone di carne, rilevato non inciso. Così la signorina Roxane rimase l’unica a frequentare quel mostro pazzoide.
Erano scesi giù dalle rocce, all’improvviso: fitti come l’erba, scuri come formiche. Il tenente era stato colpito tre volte, al petto e alla fronte. Il fucile di Charles si era inceppato, allora lui si era buttato faccia in terra, sperando, pregando che lo credessero morto. Lo sollevarono di peso, prendendolo per le ascelle e lo trascinarono via.
La signorina Roxane gli ricordava, chissà perché, sua madre, quella madre che non aveva mai conosciuto. Era abbastanza anziana ma non vecchia, abbondante di forme e molto molto protettiva; si diceva in giro che curasse piccole ferite, senza che si dovesse aspettare il mercoledì, quando in paese passava il medico condotto. Roxane e Charles si incontravano sempre pubblicamente, per non dar adito a maldicenze. La domenica mattina, quando quasi tutto il paese era a messa, loro due si sedevano nella saletta vuota del bistrot e chiacchieravano, dopo che il padrone aveva servito loro il caffè. Una mattina, dopo l’ennesima conversazione, Roxane si alzò di colpo e corse via dal locale, singhiozzando; Charles, invece, rimase seduto al tavolino, terreo come un morto.
Ridevano, ridevano mostrando i gialli denti marci sulle gengive rosse. E lui piangeva, piangeva come un vitello. Unico sopravvissuto della pattuglia, prigioniero di una tribù alleata dei Turchi in quell’inferno di sabbia e di rocce. Il culo gli andava a fuoco, si asciugò come poté il sangue che gli colava fra le cosce: avrebbe voluto un coltello, un qualsiasi cosa per mettere fine a quello scempio, per ammazzarsi dopo quello che gli avevano fatto. Voleva morire. Ma non morì. Il capo aveva deciso che Charles dovesse rimanere in vita. Schiavo e trastullo per l’eternità. Il nerbo, l’odioso nerbo di bue che calava sulla sua faccia, dopo aver spellato le natiche di Ainèé. Il dolore bruciante, il sangue….
Charles si svegliò tutto sudato ed in preda ai brividi.
Soltanto Roxane sapeva che cosa gli era successo, glielo aveva raccontato lui, e lei ne era stata sconvolta. Non avrebbe detto nulla di tutto ciò ad Amèlie, troppo chiacchierona. No, doveva parlarci di nuovo con Charles, doveva comprendere che cosa era veramente accaduto a quel ragazzo che sembrava un vecchio e che aveva fatto credere a tutti i compaesani di esser un avvocato. Doveva scendere nel pozzo dell’orrore e della sofferenza, ma per scendere in quell’antro segreto doveva toccare lei stessa gli abissi dell’orrore e della sofferenza.
Roxane ordinò ad Amèlie di andare a prendere il battipanni.
BK
