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I racconti di Mr X, parte 2

19 Gennaio 2012

Questo racconto ci viene inviato da Master, che mi aveva inviato anche delle foto a corredo che però non sono riuscita a inserire. Buona lettura.

E’ passato un po’ di tempo da quando Chiara ha subito quella punizione.
Ho cercato di stargli vicino per capire ciò che è successo.
Sono successe tante cose ed ho bisogno di raccontarle con l’esatta successione degli eventi, altrimenti rischio di cadere in confusione
Appena terminato il pasto e dopo aver dovuto sparecchiato la tavola, Chiara si diresse in camera sua, e solo dopo aver appurato di aver serrato la porta a chiave, si buttò a capofitto sul letto a piangere.
Estrasse con fatica dalla tasca dei pantaloni il suo telefonino, dove scribacchiò di essere stata sculacciata ingiustamente da suo padre ad una certa Erika. Ipotizzai allora che fosse la sua amica del cuore in quanto le ragazze di giovine età solitamente sono inclini a raccontare certi segreti solo ad una persona speciale.
Mentre scriveva con il telefonino, l’altra mano continuava a strofinarsi il sedere allo stesso modo di come aveva fatto prima: il palmo aperto partiva dall’attaccamento del gluteo sulla coscia, salendo poi verso la schiena in modo da far sobbalzare il gluteo stesso, una volta che la direzione della mano si invertiva tornando verso il basso. E nel mentre piagnucolava tirando su con il naso.*

Sempre tramite i suoi messaggi, capii quale fu la causa scatenante di tutto:
Uhm… aspetta… no! Ho cambiato idea! Non voglio raccontarvi tutto! Vi farò giocare ai piccoli detective: vi racconterò solo gli indizi come si sono rivelati nell’arco temporale, e quando penserete di aver capito potrete alzare la mano. Le prime informazioni che vi fornirò sono quelle ottenute tramite il telefonino di Chiara. Chiaro? (Ah! Ah! Chiara/Chiaro…Un’altra delle mie battute orrende, scusate…)
Di cosa stavo parlando? Ah, si! Il cofanetto dello studio! A detta di Chiara, esso aveva la funzione di essere un piccolo magazzino di soldi liquidi con un doppio scompartimento per le monete e per le banconote. Al suo interno non vi era custodito mai una somma molto ingente: il più delle volte era necessario mettervi mano per ricercare ad esempio le monete per il carrello della spesa, e quindi per mettere a disposizione di chiunque un ricambio veloce di denaro. Tuttavia, stavolta all’appello mancava una cifra complessiva di circa 30€. Il padre era sicuro di quel ammontare perché aveva prelevato qualcosa la mattina stessa.
Anche Erika era in vena investigativa: le propose di passare a trovarla, così da parlarne meglio, oltre che a risparmiare sul credito telefonico già abbastanza risicato.
Una volta arrivata e fatti i convenevoli del caso si chiese come me una cosa: “perché il padre avesse incolpato proprio te?” La risposta di Chiara fu immediata:
“Ebbene, sotto quella scrivania, c’erano accavallate disordinatamente le mie ciabatte. Sai com’è, purtroppo ho l’abitudine di seminarle in giro per casa ogni tanto, e mi tocca spesso camminare scalza perché non ho la più pallida idea di dove siano finite. Stavolta erano lì, ma se da una parte non ricordo dove averle appoggiate l’ultima volta, dall’altra ricordo perfettamente che oggi non ho avuto alcun bisogno di mettere piede in studio: Beh! Certo, è possibile che quelle ciabatte io le abbia perse li ieri, ma…”
“E tuo padre quindi ha creduto che fossi stata tu a prendere quei soldi e si è arrabbiato per questo, quindi…” replicò con sguardo meditativo.
“Uhm… non proprio. Papà all’inizio era solo un po’ stizzito per il fatto che tutto il cofanetto fosse vuoto: come regola di famiglia, si dovrebbe sempre moderare il prelievo per lasciare qualcosa a chi venga dopo. Comunque può sempre capitare che qualcuno abbia bisogno di prelevare qualcosa di più, e se si avvertono gli altri non ci sono problemi.”
“Tutto qui, Chia? Per cosa si è arrabbiato, allora?”
“In realtà, mio padre andò su tutte le furie solo dopo il momento in cui ho negato di essere stata io la responsabile dell’accaduto, e l’epilogo è quello che ti ho già raccontato. Mi ha fatto tanto male Eri… guarda…” Per far capire con maggior precisione alla sua amica ciò che le fu capitato, si adagiò sul letto e si sfilò lentamente i lembi di tessuto dei pantaloni, i quali sfregamenti con la pelle provocavano smorfie molto simili a quelli visti qualche tempo prima sulla sedia della sala da pranzo. Ed ora giaceva nuovamente nuda agli occhi dei suoi (due) osservatori.
Era bella come una dea. Ancora erano presenti i segni lasciati dal recente passato che il tempo avrebbe sicuramente cancellato presto come se si trattasse di sabbia esposta al vento mattutino. Cercava di cogliere con quello sguardo da cerbiatta priva di vergogna un cenno d’amore che subito ricevette.
Alla visione della pelle arrossata e dolorante, Erika avvicinò con molta titubanza la propria mano compassionevole, temendo che quel contatto lieve potesse provocarle ulteriore dolore. Invece, la risposta di quel contatto così dolce fu quasi di sollievo, come se quella mano disponesse di qualche potere curativo magico. Mise l’altra mano sui suoi capelli, accarezzandoli pieni di amore. Chiara si stava lasciando coccolare e consolare, nei suoi occhi si leggeva che quello era ciò di cui aveva più bisogno.
Povero culetto di Chiara! Solo dai suoi sfoghi capii che fu stato sculacciato persino con le sue ciabatte. Questo era un fatto nuovo ed intrigante, che spiegava il motivo di quel rossore diffuso in tutta l’area con precisione.*

Erika porgeva altre domande mentre continuava a massaggiare quel giovane sedere.
“E poi sono sicura: stamattina non ho fatto altro che alzarmi per andare a scuola, e nemmeno ieri sono stata molto in casa. Ho provato a convincere papà che quelle ciabatte non c’entravano nulla con quello che è successo ma…”
“…Ma lui sentendosi negare l’evidenza dei fatti, si arrabbiò ancor più che non per l’ammanco.”
“E’ così, Erika! Ahi!”
“Scusa! Hai bisogno di una cremina per la pelle, Chia. Altrimenti ti farà male anche solo a sederti.”
“Non dirmelo! Quella strega di mia madre mi ha negato persino la possibilità di mettere un cuscino sotto la sedia prima mentre mangiavamo!”
“Ma che dici? Voi avete i cuscini sulle sedie della sala da pranzo.”
“Si, ma quel bastardo di mio fratello lo aveva tolto apposta.”
“Che bastardo! Uhm… si questa cremina dovrebbe andarti bene. Anzi, dovrebbe proprio essere l’ideale. Dice di essere l’ideale per la pelle arrossata dal freddo ma dovrebbe andare bene anche per… beh, insomma quella roba lì… Dai, che te adesso la Eri te la spalma…”
“No dai, Eri… non preoccuparti, faccio da sola…” disse un po’ imbarazzata.
“Dai, dai… non fare tanto la capricciosa… hai il coraggio di farmelo guardare così conciato, di fartelo toccare ma fai la timida per farti spalmare una crema? Se tratti così il tuo ragazzo non durerà a lungo! Stenditi bene che mi prenderò io cura di questo culetto sculacciato per benino. Hi! Hi!”
“Eri, ti ci metti anche tu a prendermi per il cu- ehm- in giro?” La sua faccia assunse la tipica espressione di chi abbia appena fatto una gaffe (faccia- faccia… Lo so, è un’altra delle mie terribili battute, ma giuro che questa volta è stata del tutto intenzionale)
“Ah! Ah! Ah! Si! Ti prendo proprio per di lì… E stai un po’ ferma…”*

Iniziò a spalmare in modo maledettamente erotico quella crema che ondulava la luce riflessa ogni volta che la pelle si piegava…
“Che fine hanno fatto quei soldi? Qualcuno li ha di certo presi. Hai qualche idea?
“Nessuno in famiglia ha affermato di aver preso qualcosa da quel cofanetto e chi possa essere stato realmente io non lo posso sapere con certezza. Escludo comunque papà: non posso credere che abbia preso i soldi e poi mi abbia fatto questa scenata del kaiser: è stato preso da Alzhaimer precoce? E poi un professore come lui che tiene a mente tutto ciò che si spende nell’arco della settimana ricordando persino i centesimi. Oh! Si!” Fece una smorfia di soddisfazione: la crema stava dando effettivamente il risultato lenitivo sperato. “Continua così, ti prego…”*

“E tua mamma neppure…”
“Mamma avrebbe potuto anche prenderli, ogni tanto lo fa se va in quei posti dove non accettano la carta di credito, ma lei ha categoricamente negato.”
“Chiara, a questo punto il cerchio si restringe… Siete solo in quattro in famiglia, e se non sei stata né tu, né tuo padre, né tua madre, può essere stata solo una persona che grazie alla tua famosa sbadataggine l’ha passata liscia.”
“Beh! 30 € a quella età sono tanti. Maledetto! In più ultimamente si sta proprio comportando da irresponsabile: non hai idea di quante volte abbia litigato con lui ultimamente.”
“E questo non lo ha certamente spinto a farsi avanti… ha avuto la fortuna che quelle ciabatte fossero lì e non ad esempio in cucina e non si è lasciato perdere l’occasione di fartela in qualche modo pagare.”
Ci furono dei secondi di silenzio. Gli occhi di Chiara stavano scrutando un punto disperso nel vuoto in modo da focalizzare meglio un flashback proveniente dalla sua memoria, fino a quando un suo profondo respirò annunciò di avere un’importante rivelazione da confessare:
“Aspetta, ERI! Mi è venuto in mente un flash: quella mattina mentre facevo colazione io AVEVO addosso le ciabatte in cucina.”
“Sei sicura?”
“Assolutamente! Sul pavimento era stata maldestramente versata dell’acqua da quell’idiota di mio fratello, ed io mi ricordo di averla pure pestata. Poi altro non mi ricordo, ma era quasi ora di scuola, e quindi penso di essermi diretta alla scarpiera per cambiarmi e partire.”
Intanto, amorevolmente la crema continuava a venire spalmata durante le consolazioni di Erika.
A volte, per stuzzicarla un po’ e farle dimenticare i problemi, la mano scivolava vicino alla giovane farfallina, che prontamente veniva difesa dalle gambe con toni scherzosi che tentavano inutilmente di causare imbarazzo.
“E quindi? Come hanno fatto a finire li le tue ciabatte?”
“Ma che ne so, sono tornata a casa e non mi sono nemmeno cambiata che mio padre mi ha accolta come già ben sai…”
“E quindi le ha messe lì qualcuno? Non dirmi che è stato tuo fratello…”
“Ma dai, per prendere dei soldi dal cofanetto non ci sono mai stati questi problemi, e quindi con che scopo? Sebbene ci sia un po’ di rancore ogni tanto tra di noi, non penso che abbia il coraggio di fare una scenata simile… è mio fratello dopo tutto. Però…”
“Però?”
“Ieri sera abbiamo effettivamente litigato un po’ più pesantemente del solito, e lui effettivamente mi ha fatto capire che in qualche modo si sarebbe vendicato.”
“Chia! Il caso è risolto! E’ stato lui: ha fatto in modo che tu venissi incolpata e si è poi gustato il momento in cui venivi punita…”
“Ho paura che tu abbia ragione, Eri! Tu dici che il suo obiettivo ero io?”
“Se conosco abbastanza quella carogna, con rispetto parlando, è probabile…”
“Si, ma come faccio a dirlo a papà?”
“Ma dai Chia! Scopri se ha fatto delle spese ultimamente e se le ha fatte avrai la prova che è stato lui. Però questo me lo dirai domani com’è andata. Si è fatto dannatamente tardi! Dai, che vado!”
Come per mettere il punto a quella frase, Chiara lasciò cadere uno schiaffo sulla natica destra della sua amica, che presa alla sprovvista si alzò in piedi con faccia stupita. Quanto darei per aver la possibilità di farlo anche io, ma devo togliermi dalla testa questa ossessione.
“Oh! Ma sei scema? Non ti basta quello che ho passato oggi?”
“Scusa non potevo resistere… è tutta la sera che te lo massaggio… dai, un giorno me lo tornerai…”
“Ci puoi contare!” disse rivestendosi e dandogli un bacio sulla guancia. Poi si diresse verso la porta, girò la chiave inserita nella sua serratura e poi salutò l’amica.*

Rimasta sola, si ridistese sul letto a rimuginare su quelle ciabatte e su chissà quali fantasmi. Poi d’improvviso si alzò e si diresse in quella che scoprii essere la camera del fratello.
Lo trovò intento ad ascoltare il walk-man, che gli strappò di mano quando capì di non essere ascoltata. Era già difficile affrontare una discussione del genere, figurarsi poi con qualcuno che non ti ascolta.
“Sei stato tu? Confessa!” era determinata ad andare a fondo a quella questione, nonostante dovesse rivangare la vergogna del passato, ma l’ingiustizia subita doveva essere un’umiliazione ancora più grande.
“A fare cosa?” fece con un tono sorpreso obiettivamente costruito.
“Lo sai! Hai preso tu quei soldi dal cofanetto.” Lo scontro verbale ebbe inizio
“No! Non è vero!”
“Lo sappiamo tutti e due! Io non sono stata, mamma e papà neppure. Non puoi essere altro che tu!”
“Bugiarda! Li hai presi tu” Nessuno dei due arretrava sulla propria posizione. La discussione si prolungò in reciproche accuse, durante le quali Chiara espresse tutti gli elementi presi in considerazione fino a quel momento ma ad un tratto si volse in direzione di una custodia CD sul comodino.
“E questo? E’ nuovo! Non ce lo avevi ieri! Sono sicura.” Girò la copertina per osservare il prezzo: 23€. (Ammazza quanto costano!)
I ragazzi giovani devono ancora imparare l’arte del mentire, avranno tutta una vita per imparare a farlo, il suo sguardo basso ed il suo improvviso silenzio tradivano la sua colpevolezza.
“Ma se dovevi proprio prendere quei soldi, perché dovevi coinvolgermi mettendo le mie ciabatte li? Papà ti avrebbe stressato un po’ sul spendere soldi in modo inutile, ma non ti avrebbe fatto nulla.”
Lui rispose bofonchiando qualche parola, ormai con le spalle al muro: “chi perde di solito le ciabatte in giro per casa sei tu, e quindi è facile che tu le abbia lasciate in studio per sbaglio.”
“BALLE!!! Tu le hai messe li apposta per scampare a chissà quale castigo.”
“No!”
“SI!” La sua voce si fece più forte e stridula, quasi volesse con quel tono riuscire in qualche modo a ferire il suo avversario, che non rispose, ormai indifeso di fronte l’evidenza
“MA LA COSA CHE PIU’ MI FA INCAZZARE… PERCHE’ DOVEVI AGIRE COSI’ DA VIGLIACCO? ORA ANDIAMO DA PAPA’ E GLI SPIEGHIAMO TUTTA LA VERITA’” Le urla vibrarono persino sui muri… il fratello era sempre seduto sul letto, fino a quando alzò la testa e sfogò così tutta la tensione accumulata:
“PERCHE’ SEI UNA STRONZA e… NON CI VADO! Hai avuto quello che ti meriti.”
Ora il silenzio era calato. La sorella non poteva credere di venire ferita in modo così brutale (Bruto era il figlio di Cesare, che lo ha pugnalato ferendolo a morte e… Ho cercato di fare una battuta, non so se si sia capita. VAbbè, non importa…)
Lei non poteva credere che suo fratello avesse potuto mostrare così tanto odio nei suoi confronti, né tanto meno che avesse potuto congegnare un piano così diabolico non per cavarsi da una situazione difficile ma proprio per poterla incolpare, magari indovinando la reazione esagerata del padre.
D’altro canto il fratello era preso anche lui dalla paura. Non so dire se si trattasse di senso di colpa o di paura delle conseguenze: effettivamente la sua frase andava a perdere potenza mentre la sputava, il che sta a rafforzare la prima ipotesi.
Passarono dieci secondi in cui anche i respiri sembravano congelati: dopodichè Chiara scattò sul fratello, che cercò di portarsi le mani a protezione del volto. Non fece tempo a colpire un paio di volte le sue braccia che la porta si spalancò improvvisamente, rivelando la severa figura del padre.

La storia di Roxane

8 Dicembre 2011

Roxane era arrivata in paese chissà da dove, nessuno la conosceva. Fu accolta con diffidenza, quell’estranea che aveva comprato la casa sopra il cortile del lavatoio, dove si tenevano le sculacciate pubbliche. Ma Roxane aveva cominciato presto a farsi benvolere.
In gioventù era stata infermiera, e così aveva preso a curare i posteriori dei bambini, e non solo dei bambini, quando la cinghia o la frusta o la claquette li avevano ridotti in condizioni pietose. Il farmacista Bebouef era contento assai di ciò: lei gli comprava unguenti e pomate per curare le escoriazioni. Anzi, una volta le affidò pure la sua figliola: in un momento d’ira, l’aveva legata alla sedia e l’aveva sculacciata con il frustino. A sangue. La ragazza si era rimessa in un batter d’occhio e non le erano neppure rimaste le cicatrici, dopo che la signorina Roxane l’aveva curata.
Dopo le serate in cui venivano impartite le sculacciate pubbliche, la mattina c’era la fila davanti alla casa sul lavatoio: madri, o padri, che tenevano per mano i propri pargoli, ancora frignanti per le botte appena ricevute. Roxane li faceva spogliare, distendere a pancia sotto e detergeva, curava, impomatava le loro chiappe arrossate.
Non è neppure da dire che fosse troppo vecchia: aveva intorno ai 50 anni e, tutto sommato, era una donna ancora piacente; anzi, suscitava meraviglia che qualche maturo compaesano attempato non avesse ancora avanzato una proposta di matrimonio.
Va bene!, c’era il signor Deveraux che la frequentava spesso, ma lui era sposato seppure pro-forma. Oppure il farmacista, ma solo per rapporti commerciali. Anche Pierrette la sfregiata andava da lei tutti i primi del mese, per farsi curare dalle cinghiate che le dava il marito cornuto oppure la stessa Camille Deveraux, a cui piaceva tanto esser sculacciata.
Nei 10 anni da che stava in paese, Roxane aveva avuto a loro servizio alcune cameriere, più o meno della sua stessa età; le trattava bene, era gentile e neanche troppo esigente; servire in quella casa era una specie di pacchia. Ma…

Fu all’inizio dell’estate, che accadde. Un forestiero si presentò alla porta della casa sul lavatoio; un uomo di corporatura robusta, dalla barba lunga e incolta come quella dei frati. La sera stessa, disse Amèlie la cameriera, la signora le aveva ordinato di preparare la stanza degli ospiti: il signore si sarebbe fermato qualche tempo. Da allora, nessuno vide più Roxane uscire. E lei non accolse nessuno in casa, per le consuete medicazioni. Anzi, quella donna cominciò a mostrarsi piuttosto dura con le madri che portavano i loro figli dal dolente posteriore. Neppure Marcel Deveraux o Pierrette venivano più curati. Amèlie, la cameriera che ormai stava a servizio da tre anni, diceva che ovviamente i due dormivano in stanze separate e non davano adito ad alcun sospetto, almeno quando c’era lei presente. Il signor Etienne era sempre taciturno, si limitava a salutarla freddamente e basta. Mangiava in silenzio assoluto, insieme alla sua ospite e, dopo pranzo, andava subito a riposare; dopo cena, invece, si fumava un sigaro sul balcone. Tutto qui.
Però, affacciandosi dal balcone di quella casa, si poteva vedere il cortile del lavatoio, quello in cui il venerdì si teneva la sculacciata pubblica dei reprobi, ed il signor Etienne vi si affacciava spesso; quando notavano la sua alta figura appoggiata alla ringhiera del balcone, le madri sedute in circolo per un attimo smettevano di sculacciare i propri pargoli e volgevano lo sguardo verso di lui, che le ignorava. Insomma, il ruolo del signor Etienne nella vita di Roxane era diventato argomento di conversazione e d’indagine.
Da più di sei mesi, Etienne stava in quella casa. Si avvicinava Natale e c’era abbastanza agitazione in paese. Alla messa della Santa Notte, Roxane non era mai stata presente; d’altronde non ci andava neppure la domenica: si congetturava che fosse ebrea. Il giorno di Natale, il farmacista Bebouef sentì suonare alla porta. Era Roxane, piuttosto agitata e scarmigliata. Poteva esser così gentile da aprire il negozio e darle un barattolino di unguento alla calendula? Il farmacista acconsentì, se non altro perché in tutti questi anni, con lei ci aveva guadagnato un bel po’.
Ma che cosa doveva farsene Roxane della crema, se per il periodo delle feste le sculacciate pubbliche erano sospese?
Pierrette non resisteva più. Aveva tentato di medicarsi da sola, ma aveva soltanto peggiorato la situazione. Marcel l’aveva cinghiata per tre giorni consecutivi: sicuramente era uscito il sangue; le sue mani ne mostravano i segni rossastri quando se le era passate sulle chiappe doloranti. Così andò a bussare alla porta della casa del lavatoio. Le aprì, fatto strano, il signor Etienne e, fatto ancora più strano, la invitò pure ad entrare. Di Roxane non c’era traccia, ma Pierrette chiese lo stesso di poter parlare con lei. Impossibile, rispose l’uomo, ma, se voleva poteva lasciar detto a lui, che poi avrebbe riferito. Pierrette si vergognava troppo e stava per andarsene, quando nella stanza comparve Roxane. Sorrise alla sfregiata, nonostante uno sguardo piuttosto severo dell’uomo barbuto: no, oggi non poteva aiutarla, anche perché si sentiva lievemente indisposta. Però, Pierrette poteva ripassare nei prossimi giorni, se fosse riuscita a sopportare il dolore; e calcò molto la voce su quest’ultima frase. La sfregiata scosse la testa: non ce la faceva più; rischiava di svenire ad ogni istante per quanto le faceva male; supplicò Roxane di aiutarla. L’uomo barbuto annuì con la testa “Potete farlo, signora, ma già sapete quanto vi costerà!” disse all’impallidita matrona.
Pierrette stava decisamente meglio, quando scese dal tavolino. Era ridotto proprio male, con crosticine laddove la cinghia di Marcel aveva infranto la pelle, ma la crema alla calendula le avrebbe alleviato il dolore ed avrebbe ritardato il formarsi dei lividi. Pierrette notò come l’unguento nel barattolino, che Roxane aveva lasciato aperto, fosse quasi finito.
Amèlie non ci avrebbe giurato ma le sembrò proprio che l’altra donna avesse pianto, e pure copiosamente, il giorno prima. Ah, Amèlie aveva detto di aver trovato un battipanni, abbandonato nel salotto. Strano, perché nessuno aveva sbattuto i tappeti da mesi. Inoltre, l’acuta domestica notò che la signora Roxane faceva fatica a camminare e smorfiava distorcendo le labbra, ogni volta che si metteva seduta. Invece, il signor Etienne appariva soddisfatto, e fu più loquace del solito: pronunciò una trentina di parole, durante la giornata.

“Sei pronta?” chiese Etienne, rigirando fra le mani l’arnese di vimini.
Roxane sospirò. Non era la prima volta, ma sperava proprio che fosse l’ultima. E’ vero sì che era stata lei stessa a scrivere ad Etienne, però non immaginava che fosse così doloroso e così poco eccitante. Quei libercoli raccontavano un sacco di stupidaggini. Lentamente, molto lentamente si tolse la vestaglia e si sfilò dalla testa la camicia da notte. Oramai non provava neppure più vergogna a stare nuda di fronte a quell’ uomo che del suo corpo conosceva ogni più intima parte e dal quale non era attratta per niente. Ma tant’è : i patti sono patti!
“Dimentichi qualcosa” criticò l’uomo barbuto. Roxane sbuffò. Prese i guanciali e li portò esattamente al centro del letto, poi, strisciando a quattro zampe, vi distese sopra il suo grasso ventre. Si era appena adagiata, che le arrivò il primo colpo di battipanni. Il corpo di Roxane sobbalzò: faceva sempre più male, ogni volta di più. Mentalmente prese a contare: sarebbero dovuti esser venti. Ce l’avrebbe fatta, oggi, a sopportarli. Dopo il decimo, Etienne fece il giro del letto e si piazzò dall’altra parte. Era un perfezionista: il culo enorme doveva esser battuto uniformemente.
Speriamo che lui abbia un po’ di pietà, si augurò mentalmente Roxane. Etienne non l’ebbe! Anzi le sembrò che facesse partire il battipanni da un’altezza sempre maggiore. Roxane mordeva allo spasimo la coperta, l’arricciava tra i pugni contratti per impedirsi di strillare. Maledetta Pierrette!, inveì – sempre nel suo cervello. Finalmente, scese dal letto, il posteriore incandescente. Etienne depositò il battipanni in un angolo, la guardò fisso e severo negli occhi ed uscì dalla camera da letto. Andava in cucina a preparare quell’altra cosa, quella cosa per cui lei lo aveva chiamato. Bisognava bere l’amaro calice fino alla feccia: non poteva più tirarsi indietro. Tutta colpa di quella maledetta malattia, che l’affliggeva da parecchi anni ormai. Per fortuna, che mancavano soltanto pochi giorni e sarebbe finita!
Il 7 gennaio, il signor Etienne prese la prima corriera, quella dell’alba, e sparì dal paese. Per sempre.

UN ALTRO NUMERO DI CHRONIQUE DE LA FESSEE SARA’ IN EDICOLA IL MESE PROSSIMO

BK

Punizioni domestiche, parte 2

12 Giugno 2011

La prima parte di questo racconto di punizioni di Andrea65 la potete trovare cliccando qui.

dopo una decina di minuti Angelo entra in cucina,laura armeggia con delle tazze,non piange più ma si tocca di continuo il sedere,guarda che macchie che ho dice al marito alzandosi la vestaglia,toccandosi tra sedere e cosce,ci voranno sicuramente due giorni perche vadano via questi brutti segni,dove sono più scuri e colpa del tuo anello,potreti anche toglierlo…..Angelo la guarda..ma ancora brontoli,non ti sono bastate,sarebbe stato peggio se prendevo la spazzola della doccia..vero??Si..ma con l’anello restan brutti segni,e poi sai quanto bruciano sulle cosce…mostrandoli il sedere…
Angelo conosce assai bene lo sgaurdo di laura,quando parla cosi da viziata e eccitata,si alza l’abbraccia e le tocca il sedere gonfio…oh ma angelo cosa vuoi fare..?non lo sai risponde??ma caro sono le 8 del mattino….appunto,e allora?ma devo riordinare fare la spesa,preparare i fiori secchi x la chiesa…Angelo le tocca in mezzo alle cosce,laura geme,aveva visto giusto e eccitata,e ti lamenti,sento benissimo che le sculacciate ti eccitano,laura diventa sempre più rossa,si,ma fanno anche male..svelto le abbassa le slip tenedole la vestaglia alzata,e dandole qualche sculaccione le chiede se adesso si comporterà meglio?E sempre colpa mia..perche tu povero uomo non potevi dormire..diceva sorridendo in tono da prenderlo in giro,un sculaccione forte c’entra le chiappe rosse di laura..ahia fà male..Angelo la guarda e le chiede da quanto non usa il cucchiaone di legno sul suo sedere??Angelo,ti prego no,scherzi vero,l’ultima volta avevo segni x 14 giorni con quel maledetto coso di legno…E allora,mica nessun altro vede il tuo sederone…Poi dov’è?che non lo vedo?era sempre appeso al suo posto..beh l’ho messo via,non lo uso mai x cucinare,ma adesso lasciami che ho da fare perfavore cercando di staccarsi dal marito sempre più deciso.
Laura portami il cucchiaione subito..angelo no,ti prego no dai,già mi brucia cosi,portamelo,Laura non sapendo che scusa inventare li dice l’ho buttato,ecco dov’è,nella spazzatura.
Non ti credo,ti conosco,non butti mai nulla,me lo vuoi porate si o no?preferisci che prenda la cinghia larga??no no,lo prendo ,laura apre la porta dello sgabuzzino e chinadosi mostrando il sedere infiammoto e la figa tutta gonfia sfila il cucchiaione dietro una scatola.
Eccolo,ma ti prego,solo pochi con questo,ti scongiuro guardandolo con occhi lucidi.
50 sono pochi dice lui,no no 50 sono tanti,mi si gonfia tutto,ti prego si buono x una volta??
prendi 50+25 perche lo hai nascosto..laura con le lacrime agli ochhi,,angelo no,ti prego
Chinati sul tavolo,e conta ad’alta voce,laura odia dover contare i colpi,ma lentamente si mette in posizione,Angelo da dietro le sfila lo slip facendole allargare le gambe,passando apposta con le dita sulla figa tutta bagnata.Fai tanto la spaventata ma non vedevi l’ora di prenderle…Vero??
No no,non sò perche sono cosi,sarà la paura,BUGIARDA..sbamm e arriva il primo colpo..conta ti ho detto…uno..sbammm due..sbammm tre…
fino al 30esimo laura resiste a non gridare,poi grida con lacrimoni che scendono..Angelo contina con colpi sempre più secchi e ben piazzati cosi da far oscillare tutto il sedere e farle alzare una o l’altra gamba d’istinto.Arrivato al 50esimo si ferma,Laura si alza dalla sua posizione pressandosi entrambe le mani sul sedere,Angelo le passa uno scottex,soffiati il naso,si siede e fà sedere laura sulle sue gambe cos’ piange sulla sua spalla mentre lui le accarezza il sedere,mi sono fermato perche volevo vedere quanto si gonfia dopo qualche minuto,e già tutto bluastro in mezzo,Laura singhiozza senza dire nulla,Dopo 10 minuti di coccole sul quel sedere paonazzo le dice di alzarsi e portarli la crema idaratante,e meglio che te la metta io,sai,e veramnete grosso e colorato adesso,bastano anche,altrimenti non ti siedi più x giorni.
Grazie Angelo…abbracciandolo e baciandolo li sussura all’orecchio..ma non avevi detto che ne prendevo 75??……….

Racconti di sculacciata: Silvia

1 Maggio 2011

Il bravissimo Geronimo ci invia questo bel racconto di sculacciata: buona lettura a tutti!

Mi chiamo Silvia. Ho letto il racconto del papà di Greta e devo confessare che invidio davvero quella ragazza.oh certo, il padre sa essere severo ma è anche molto dolce. Il mio, ai miei tempi,quando cioè ero una adolescente di 18 anni – parlo degli inizi degli anni ’70 – era durissimo, severissimo e anche un po’ morboso, ma allora tutto gli era consentito.
Mio padre insegnava materie scientifiche in un istituto tecnico. Faceva ripetizioni nel tempo libero utilizzando gli stessi metodi che non poteva utilizzare a scuola e che applicava “con gli interessi” a casa, con me e mia sorella. Aveva una netta predilezione per le femmine. I genitori delle ragazze apprezzavano i suoi metodi. Le interessate molto meno.Vi racconterò un episodio significativo.
Stavo rientrando a casa da una passeggiata con le amiche.Era l’inizio di maggio.Sole, fiori nei prati, uccellini che cinguettano, voglia di ridere e scherzare. Mio padre era fuori nel giardino e stava ripulendo con un temperino una serie di verghe di salice. Mi guardò torvo.”-Eccola la bighellona! Vagabonda, disgraziata, fila in casa subito che dopo che ho sistemato quest’altra somara te lo faccio a strisce!-“ Io non osai replicare, sapevo che ne avrei preso tante e non volevo aggravare la situazione. Mio padre voleva che stessi sempre in casa a studiare o a fare le faccende!. Una volta entrata mi misi da sola nell’angolo con le mani sulla nuca non prima di essermi beccata una dose di scappellotti e rimproveri da mia madre. Avevo un formicolio sia in testa, causato dai colpi della mamma sia anche stranamente al sedere, quasi che questa parte anatomica presagisse il suo prossimo triste destino,e poi anche nell’intimità c’era qualcosa…d’indefinibile. Nel frattempo dalla studio di mio padre arrivava inconfondibile il sinistro suono della bacchetta che si abbatteva sulle tenere chiappine dell’allieva un po’ somara del pomeriggio. Come frignava la poverina. Mio padre non si peritava di tirare giù le mutande alle ragazze e di frustarle a culo nudo. Lo faceva apposta per aumentare il senso di vergogna delle punite. Le segnava ben bene, a volte usciva un po’ di sangue. Le faceva piangere a dirotto e poi, tanto per gradire, scriveva biglietti ai genitori invitandoli a punirle severamente e raccomandando le “sempre valide punizioni corporali” cosicchè non poche volte l’allieva oltre alle bacchettate del pomeriggio incassava una bella razione di cinghiate o altre botte alla sera. Mio padre si guardava però bene dall’usare le mani. Gli sculaccioni, naturalmente a culo nudo, erano riservati a me e a mia sorella. Ce ne ha sempre dati così tanti che non sono mai riuscita a tenere il conto. Dice mia madre che erano sempre nell’ordine di qualche centinaio. Comunque, tornando all’episodio in questione, vidi l’allieva uscire singhiozzando e che si massaggiava il didietro. Guardava mogia, mogia, il pavimento con gli occhioni lucidi, i capelli raccolti nelle due treccine (io portavo invece un bel caschetto biondo che ai miei non piaceva e mi era costato un sacco di frustate). La ragazza indossava naturalmente i pantalonacci a zampa di elefante in voga in quei tempi “- Hai dimenticato il biglietto furbina!-“ mio padre la costrinse a mettere nella cartella un biglietto di rimprovero.”-No, la prego, mia madre ha detto che mi romperà il battipanni sul sedere se porto a casa un altro biglietto!-” Lo spero bene!-“ rispose sarcastico il mio caro papà. Lasciata la fanciulla alla sua pessima seratina in famiglia, papà si rivolse a me. “-Ragazzaccia, sarai andata a mettere la mano nella patta di qualche teppista capellone immagino?!-“ –No, papà, io…non –“ zitta! Osi contraddirmi? Ora ti concio io per le feste di Pasqua, Natale e Capodanno messe insieme. E poi questa minigonna sconcia! –“ Si trattava in realtà di una normalissima gonnellina plissettata che arrivava poco sopra le ginocchia e tenete conto che portavo scarpine basse con i calzini! Una mise tutt’altro che provocante. “-Sgualdrina! – “ Mi afferrò per i capelli e mi piegò sotto il braccio sinistro. Su la gonna, mutande letteralmente strappate via e giù sculaccioni a tutta forza. Che ciaffate ! picchiava come un martello schiaffeggiando le mie povere chiappe indifese senza un attimo di respiro. Un dolore crescente che si irradiava alla spina dorsale ed ai muscoli delle cosce.Io piangevo e gemevo senza ritegno come una bambina. “Sciach! Sciach!,sciach! Uahaaa! Sciach! Schiach! Oooh! boooh!.-“. La mia dolce mammina?. Lo incitava a darmele con la cinta, perché capivo solo quella secondo lei. E naturalmente fui accontentata. Una grossa cintura di cuoio ruvido fece presto la sua comparsa tra le mani del mio paparino.”.-Supplicai invano. Mi inginocchiai e con le mani giunte, gli occhi pieni di lacrime lo pregai di non cintolarmi anche quella sera. Chi non si commuoverebbe?. Non lui. ”Per questa sceneggiata te ne darò altre venti!. In posizione! Culo ritto! Marsh!-“ rassegnata mi inchinai tenendomi le caviglie con le mani.Sapevo che in quella posizione – avevo le gambe leggermente divaricate – mi vedeva la micina bella pelosa (All’epoca le cerette usavano meno). Si, lo ammetto, questa cosa, insieme alle sculacciate, cominciava morbosamente ad eccitarmi.
“- Ci vuole la cinghia con le figlie disobbedienti, se quelle dell’altro ieri non ti sono bastate ora arriva il supplemento!-“ Quando papà mi cinghiava il mio culo si trasformava; diventava tutto un rilievo gonfio e livido. Una scultura moderna di carne sofferente anziché di marmo. E anche stavolta aveva preso a darmele sode e con la consueta cattiveria affinchè imparassi bene la lezione.
Fortissime al centro del culo; fortissime sulla parte alta delle cosce; più leggere sulle reni. Mio padre sapeva dove e in quale misura colpire. Guai se mi coprivo le chiappe con le mani! Me le bastonava con la fibbia della cintura che a volte utilizzava sul sedere stesso per i castighi più severi.
Piansi e supplicai ben un buon quarto d’ora sotto la violenta sculacciata.Poi, quando ebbi il deretano conciato da far pietà, il castigo cessò. Segui un minuto di strano silenzio. Non capivo. Poi mia madre mi si avvicinò, mi scrutò attentamente il sesso.”-Ma, questa ha…oh signore!…ha goduto!-“ Fu l’ultima volta che le presi a culo nudo dal mio papà.

Mia figlia Greta

27 Aprile 2011

Sono Mauro e dopo il divorzio vivo da solo con mia figlia Greta, una ragazza adolescente di 18 anni, è molto carina castana occhi azzurri vivace e magrolina, soprattutto da quando l’ho obbligata a fare palestra, adesso vi racconterò la sua ultima sculacciata avvenuta tre mesi fa.

Dovevo andare a fare dei giri per conto della mia ditta, così mi ritrovai per caso nel centro storico della mia cittadina, mentre passeggiavo tranquillo verso la mesticheria noto una maglietta familiare girare l’angolo, incuriosito la seguo. Appena giro l’angolo vedo Greta con tre sue amiche a chiaccherare tranquilla mentre invece doveva essere a scuola, sto per andare verso di lei quando cambio idea decidendo di lasciar perdere e riprenderla quando torna a casa, questa volta una sculacciata non gliela leva nessuno. Scatto una foto per non farmi dare stupide scuse dopo mi giro e torno sui miei passi.

Arrivarono le 14:00, mi misi comodo sul divano ad attendere mia figlia che di solito tornava a quell’ora, come al solito puntuale sentii aprirsi la porta di casa. Mia figlia entrò sbuffando e lanciando in malo modo lo zaino – uffa che noia, la professoressa oggi ci ha fatti studiare come delle matte – accennai un sorriso sarcastico come dire “ ma sentila l’attrice” ma ancora aspettavo volevo vedere il continuo della sua farsa. Salì le scale per andare in camera sua poi appena finì di mettersi in comodità tornò giù in tuta, mi abbracciò dolcemente come sempre dandomi un bacio sulla guancia, l’adoravo ma non mi feci prendere dalla compassione.

Aspettai si staccasse per prendere il cellulare, andai alla foto e mi avvicinai a lei con un sorriso sarcastico, poi dopo la sua messinscena era giusto che adesso facessi due moine pure io – Greta vieni qua guarda che bella cosa ho visto stamattina. L’ho fotografata solo per fartela vedere scommetto che sarai entusiasta – lei si avvicinò tutta allegra – cosa papa fammi vedere dai – come la vide il suo respiro si bloccò di colpo e non disse nulla, la vidi sbiancare poi con sguardo pieno di panico – no dai papa ti posso spiegare giuro – sbattei la mano libera sul tavolo – cosa mi vuoi spiegare? Che invece che ha scuola stavi con le tue amiche in centro? – i suoi occhi iniziarono ad inumidirsi, mi faceva male vederla così ma doveva capire non era più una ragazzina – se ti succedeva qualcosa? Lo sai che rischio una denuncia per abbandono di minore vero? Quante volte ti ho detto piccola se non vuoi andare una mattina a scuola di dirmelo che non mi arrabbio, basta che so che quella mattina non ci sono compiti o altro così che il tuo rendimento non ne risenta – battei di nuovo la mano sul tavolo, un bicchiere si rovesciò e rotolò fino a infrangersi per terra, lei sobbalzò e quel rumore forte la fece crollare, cominciò a piangere e fra un singhiozzo e l’altro – scusa papa volevo farlo ma ero con le mie amiche e mi avrebbero presa in giro, perdonami – la guardai un attimo poi stringendola a me – piccola lo sai che siamo soli io e te vero? Mamma se n’è andata, poi conosci anche il fatto che siamo in una situazione delicata che io lavoro molto e l’assistente sociale mi tiene d’occhio, se ti succedeva qualcosa saresti stata costretta a trasferirti da tua madre e conoscendola presto dai tuoi nonni- la strinsi come avessi paura che arrivasse qualcuno a portarmela via da un momento all’altro – non so cosa farei senza di te Greta – lei si asciugò le lacrime – scusa papa non dovevo giuro che non succederà più – la guardai – lo spero, adesso vai a rinfrescarti il viso e dopo pulisci in terra mentre io riscaldo il pranzo che dopo devo tornare a lavoro – lei con voce preoccupata – papa le mie amiche oggi volevano venire a studiare qua da me possono? – io la guardai aveva il visino tutto preoccupato e con un’espressione che urlava “ti prego papa” sospirai poi sorrisi – certo piccola, ma quando torno stasera lo sai che si devono fare i “conti” – lei mi guardò – ma papa sono grande ormai non mi puoi sculacciare – io la guardai e mi avvicinai a lei minaccioso ( anche se volevo solo metterle paura, infatti oltre che per le sculacciate che per fortuna erano state necessarie poche volte non alzavo mai un dito su di lei ) – Greta, lo sai come sono le regole! – lei sbattendo un piede a terra – dici di preoccuparti dell’assistenti e dopo non ti preoccupi dei segni delle tue sculacciate, se lo fai dico tutto così dopo vedremo se ci riprovi – la guardai fermandomi di colpo, capii forse che sculacciarla non era giusto oramai era grande, ma i miei mi avevano abituato così, anche se è vero che ai miei tempi prendere delle sane cinghiate a culo nudo era una cosa normale. Ovviamente non potevo non fare nulla ma dovevo fare qualcosa che sostituisse le sculacciate, ed ecco che mi venne in mente cosa fare – Greta innanzitutto scusati per ciò che hai appena detto avanti – lei mi guardò aveva capito che la sua minaccia anche se voleva farla solamente per farmi cambiare idea mi aveva ferito, abbassò il viso – scusa papa non volevo dire quelle cose, però non mi va nemmeno di essere sculacciata ancora – il mio sguardo restò severo e con voce dura infine sentenziai la pena – allora piccola dato che non vuoi più prendere sculacciate alla tua età per due settimane non potrai uscire più di 2 ore, farai tutte le cose di casa e non come ora che lasci sempre qualcosa da mettere al suo posto a me e la sera è vietato pc cellulare e uscite, se vorrai potrai stare con me a parlare o vedere film ma poi basta- il suo viso era sorpreso e spaventato, poi passò all’arrabbiato – ma non è giusto! È solo un ricatto ma io non cedo, non mi farò sculacciare un’altra volta – la guardai – Greta non è un ricatto ma è solo un cambiamento, lo sai che ti ho sempre ascoltata è ho deciso di ascoltare le tue parole anche oggi, quindi ringrazia già il fatto che puoi uscire due ore il pomeriggio e far venire le amiche a casa il pomeriggio altrimenti ti levo anche quello – lei si zittì.

Si mangiò in silenzio nessuno dei due voleva parlare, odiavo la situazione ma non volevo nemmeno che mia figlia non avesse più paura di nulla perchè bastava minacciarmi per farmi tacere. Mentre lei sparecchiava mi alzai e andai verso la porta per dirigermi a lavoro, arrivato sull’uscio mi fermai – ciao piccola fai attenzione va bene? Stasera alle 18 a casa intesi? Se chiami le amiche alle sette e mezzo massimo devono sparire – lei con voce scontrosa e acida – si si ciao papa -.

Passarono i giorni, anche se lei rimaneva un po sulle sue eravamo ritornati a chiaccherare tranquilli, le serate le passavamo io di sotto a vedere la tv, mentre lei a leggere libri. Il quarto giorno era sabato quando tornò a casa era solare e allegra – papa papa, oggi le mie amiche mi hanno chiesto se stasera si può fare un pigiama party a casa nostra si può dai? Saremo le prime nella nostra classe a farlo ti pregoooo – la guardai, stavo per risponderle si di getto ma mi bloccai, mi ci volle tutta la mia forza di volontà per fare la faccia dura mentre vedevo la sua espressione allegra trasformarsi in delusione alla mia frase – sei in punizione non ricordi?- i suoi occhi si fecero lucidi di colpo – ti prego papa, starò buona non bucherò più promesso ho capito la lezione giuro- io la guardai – piccola se adesso ti dicessi di si sarei la persona più felice del mondo ma non posso lo sai, hai fatto una cazzata che poteva finire veramente male, ho capito il motivo perchè non mi hai chiamato, ma non so se è stata la prima volta…- mi interruppe – si te lo giuro è stata la prima, non sapevo che le altre avevano intenzione di marinare, poi lo sai che lo faccio solo quando non ci sono interrogazioni e mai troppo spesso – sbuffai – ma che ne so io e? Se non ti vedevo avresti falsificato la firma ed ecco fatto, era la prima volta? Bene ne sono felice, ma chi mi dice che non ce ne sarebbe stata una seconda e una quarta se non me ne accorgevo?-il suo volto si fece deluso e sconfitto poi con voce tremolante – non è che mi potresti sculacciare? Così dopo sarei libera di uscire con le amiche – la guardai – no! Hai deciso così te cos’è questo ripensamento improvviso? Mi dispiace ma stasera niente amiche – presi la porta e uscii, la sentii piangere dietro di me, mi andò il cuore in pezzi, stetti a lavoro tutto il tempo pensando a lei, alla fine dopo un’ora decisi di chiamare mio padre, il quale mi consigliò di darle una sculacciata come meritava e che non dovevo nemmeno pensarci su, e chiaro che mio padre pur essendo un padre e un nonno ammirevole abituato all’educazione che aveva ricevuto e dato fosse molto più duro di me, ma decisi che aveva ragione, anche se ormai una sculacciata data dopo quattro giorni mi sembrava una sciocchezza,ma come avevo detto prima mia figlia doveva essere educata in modo un po più rigido dato la situazione e l’età difficile che stava attraversando, di sicuro mi avrebbe odiato ma in futuro mi avrebbe ringraziato come io ho fatto con mio padre.

Telefonai a Greta, era quasi senza voce, il tono era scontroso – stasera chiama pure le tue amiche ma prima che io vada a letto preparati a prenderne – sentii un mmm sospirato – allora posso?- – certo porto da mangiare io va bene? Accendete pure la radio e quello che volete, se vuoi copri la piscina in giardino con il gazebo e passate li la giornata va bene? Fate le brave mi raccomando, quando torno voglio sentirti senza voce ma per quanto hai urlato e ti sei divertita con loro. Ci si vede dopo – la sentii ridere anche se sapevo che era preoccupata poi timidamente mi rispose – grazie, anche se spero che quella di stasera sarà l’ultima – sorrisi – anch’io piccola lo sai che a più male a me che a te – lei con tono sarcastico – si vallo a raccontare al mio sedere – sorrisi – dai devo tornare a lavoro ciao piccola stella di papa – riattaccò, il suo grazie mi rincuorò anche se non era stato molto euforico, di certo anch’io d’altro canto non potevo sperare che saltasse di gioia all’idea di essere sculacciata, anche se un pochino ci avevo sperato.

Arrivato a casa notai che mia figlia mi aveva ascoltato, la trovai spaparacchiata sulla sdraio accanto alla piscina con le sue amiche, mi venne incontro dandomi un bacino e ringraziandomi, subito dopo mi diressi dalle altre per salutarle, erano tutte brave ragazze e ciò mi rendeva felice poi presi il cellulare e chiesi – che pizza ordino per stasera fanciulle? – loro risero alla parola fanciulle poi dopo una lunga e dettagliata discussione decisero che una margherita, una quattro stagioni, una speck e mascarpone e una prosciutto e wuster sarebbero andate bene, chiamai ordinando le pizze, nel frattempo tornai in macchina e andai a nascondere la torta e i troiai per “le ore proibite” .

La serata passò bene mia figlia si divertiva come una matta con le sue amiche, io restai in salotto così le ragazze avevano tutto il piano di sopra libero. Arrivarono le 23:30 io dovevo andare a letto perchè l’indomani mi dovevo alzare presto così salii a malincuore e bussando – piccola posso aprire?- mia figlia rispose con un mugolio, quando aprii la porta le vidi davanti al pc di fronte a facebook, stavano guardando con grosse risate delle foto di un ragazzo, mia figlia si avvicinò tutta preoccupata aveva già capito, accarezzandola sulla testa – dobbiamo cercare quella cosa che avevi detto di aver visto in garage ricordi? – lei annui poi rivolgendosi alle sue amiche – scusatemi torno subito aspettatemi pure qua, se volete state su facebook oppure cercate un film da vedere dopo – le altre quasi in coro risposero di non preoccuparsi. Come uscì dalla stanza la vidi intimidita, era sicuramente arrabbiata e impaurita, meglio avrebbe pesato di più la punizione e potevo calare i colpi.

Si arrivò in silenzio alla porta del garage, come si aprì lei vide su uno scaffale lo spazzolone di plastica che di solito si usa per lavarsi la schiena, il suo passo si bloccò di colpo ma io spingendola da dietro – su non fare storie entra- lei spinta si fece forza ed entrò senza dire niente,si mise di fronte alla sedia con le mani dietro e il viso basso, i capelli coprivano gli occhi che dovevano già essere lucidi per la paura, non cominciai di nuovo a brontolarla perchè ero già stato chiaro il giorno che l’avevo vista a giro invece che a scuola, quindi mi sedetti e la portai sulle ginocchia.

Iniziai a sculacciarla da prima piano poi sempre più forte, fino a che non cominciai a sculacciarla seriamente, bastarono poche di quelle sculacciate perchè lei iniziasse a piangere, sentii il suo corpo vibrare e poi i primi singhiozzi, di solito aspettavo quel momento per la ramanzina e infatti iniziai ciaff ciaff – adesso piangi e? Scommetto che sei pronta a giurarmi che non succederà più vero?- ciaff ciaff lei mentre piangeva – si papa lo promettoooo ahi non lo facciooo più aii scusaaaah – continuai contando sui 120 130 sculaccioni, il sedere doveva già essere bello rosso, infatti presi i pantaloni del pigiama molto carino con gli orsacchiotti e abbassandoli – visto? Sei vestita come una bambina stasera perchè è questo che sei – lei in lacrime e con un filo di voce e l’orgoglio rimasto – non sono una bambina – io mollai 4 sculaccioni veloci adesso sulla pelle nuda coperta solo dalle mutande, il suo corpo sobbalzò adesso ad ognuno di esso e gli schiocchi furono belli forti, ma sapevo che da su non si sarebbero sentiti dato che la stanza era insonorizzata, lei puntandosi con le mani – lo so papa sono stata stupidaaaaa – ciaff ciafff – nooon dovevo scusaaaaaaah- ciaff ciaff ne diedi altri 30- 40 circa anche se con meno forza di prima, vedevo sulle sue natiche i segni delle mie dita, devo dire anche se sono suo padre e non mi sono nemmeno mai azzardato e nemmeno mai mi è venuto in mente di fare certi pensieri su di lei che da quando faceva palestra ha tirato su un bel sederino, mi sentii soddisfatto quasi come se fosse stato il mio, andavo molto orgoglioso di mia figlia e vedere che si stava facendo donna mi rendeva euforico, ma abbandonai questi pensieri e la feci alzare, era l’ora dello spazzolone.

La vidi ferma immobile neanche respirava fra un po, presi lo spazzolone con aria severa – Greta mani alle caviglie forza!- lei tremante esitò per un attimo, io alzando la voce per farle paura ( infatti contavo molto più sul fattore emotivo che sul male ) – allora muoviti! Che vuoi starci tutta la sera qua avanti tanto le devi prendere – lei fece uno scatto per la paura e si chinò stringendo fra le mani le proprie caviglie, io presi le mutandine e liberai i glutei tirandole un po su in modo che andassero a finire in mezzo alla fessura fra le due natiche, infatti era da quando aveva 11 anni che per rispetto verso di lei non le levavo le mutande durante le punizioni e la lasciavo sola quando si faceva il bagno o si cambiava, ormai era una donna ed era giusto che avesse il diritto di far vedere il corpo solo al suo compagno senza essere obbligata dal padre a mostrarsi nuda per ricevere una punizione.

Finita quest’operazione che comunque recava lo stesso molto imbarazzo a mia figlia mi misi alla sua sinistra con lo spazzolone in mano – bene Greta saranno 30 colpi, ti darò 3 serie da dieci, ogni serie sarà più severa, le cose le sai non devi urlare muoverti o toccarti il sedere, se lo fai saranno 3 colpi supplementari ogni volta – lei con voce bassa – si papa – alzai lo spazzolone e diedi il primo colpo sul culetto già rosso come un peperone , non fu molto potente, emise un leggero lamento e andò in avanti con il corpo, continuai lentamente, lasciavo passare all’incirca 5 secondi dopo ogni colpo, arrivato a 10 mi fermai, una volta avevo provato a farla contare ma mi sembrava esagerato e fuori tema nella punizione come ringraziare per i colpi, penso che certe cose devono essere fatte solo nelle coppie che praticano il bdsm e non fra padre e figlia.

Aspettai una trentina di secondi, mia figlia era piegata in silenzio, nella stanza si udiva solo il suo respiro leggermente affannato per il pianto e la tensione, quando alzai nuovamente il braccio la sentii trattenere il respiro, nel momento in cui la colpii adesso in modo più severo strinse le mani alle caviglie strizzando gli occhi ed emettendo solamente un auuuuu a bassa voce. Lasciai passare altri 5 secondi e ciack nell’altro gluteo, dopo 5 iniziò a piangere e lamentarsi dopo ogni colpo, adesso ognuno dei miei colpi procurava un ovale rosso sul suo sedere e alla fine dei dieci colpi alcuni cerchietti sapevo già si sarebbero trasformati in piccoli lividi, anche se chiaramente niente di serio, tempo una settimana e rimaneva solamente un piccolo livido che andava pian piano a scomparire.

Terminò anche questa serie di colpi, mia figlia adesso piangeva e singhiozzava vistosamente, la lasciai riprendere per i soliti 30 secondi – sei pronta per gli ultimi 10? – lei dopo aver tirato su col naso rispose – si papa, ti prego non essere così severo fanno male, poi lo spazzolone è tremendo- io la guardai – silenzio! Avevi a pensarci prima, se sono così severo non è perchè mi diverto ma è solo colpa tua che mi costringi ad esserlo, adesso preparati avanti – .

il suo corpo si fece rigido come i muscoli del suo sedere , le diedi un paio di colpetti – rilassa il sedere forza – lei lo fece anche se tremava vistosamente, lo sapeva che le ultime dieci le avrebbe ricordate per molto tempo, alzai il braccio e ciack un colpo forte sul gluteo destro, si alzò di scatto mettendosi una mano sulla bocca soffocando così l’urlo poi a fatica tornò in posizione, io aspettai che smettesse di irrigidire le natiche e ciaff… sulla sinistra, questa volta pigiò la bocca sulla spalla destra ma restò in posizione, appena si calmò ciack altro colpo. Dopo 5 misi la mano sulla sua schiena , tremava molto, sapevo che facevano male ma la punizione doveva essere terminata alzai il braccio e ciack ciack ciack ciack ciack 5 colpi forti e veloci sul suo sedere, nel mentre si era tentata di tirare su ma con la mano l’avevo tenuta giù, adesso singhiozzava e piangeva veramente, era un bene perchè almeno scaricava l’adrenalina accumulata durante la punizione, non osò nemmeno provare a toccarsi sedere, nel mentre io posai lo spazzolone e la feci inginocchiare in un angolo – adesso stai ferma lì e rifletti fra un po tornerò, fino ad allora non ti muovere di un millimetro o ricominciamo da capo – lei annui col capo, io andai di là, mi parve di vedere delle ombre salire le scale, andai a controllare ma non c’era nessuno, arrivai su, le amiche erano a giocare su internet, le rassicurai dicendoli che stava preparando una cosina per loro mia figlia e di aspettarla qui, notai dei sorrisi strani ma sorvolai, che avessero visto? No di sicuro facevano le stupide o nascondevano qualche sito che stavano guardando. Scesi e tornai da mia figlia, il suo pianto si era attenuato, mentre il suo sedere era bello rosso e adesso aveva evidenti segni ovali sulle natiche – bene Greta alzati pure e vatti a dare una sciacquata ti aspetto in cucina – Greta si alzò e corse in bagno senza nemmeno guardarmi, lo faceva sempre dopo le punizioni.

La vidi tornare dopo 5 minuti, nel frattempo ero andato di nuovo dalle sue amiche dicendo loro che Greta era in bagno a lavarsi il viso perchè aveva respirato troppa polvere e aveva gli occhi gonfi per l’allergia, loro preoccupate mi chiesero se andava tutto bene e aveva bisogno di aiuto ma io declinai gentilmente il loro aiuto dicendo che mia figlia non si voleva far vedere in quello stato.

Come vide cosa avevo preparato lasciò l’espressione da “ se potessi ti ucciderei” a “ grazie papa sei fantastico” guardandola con amore – questi sono per le “ore proibite” mi raccomando solo di tenere un minimo di pulizia – mi fermai per poi riprendere – ah ho detto alle tue amiche che gli occhi rossi sono per via dell’allergia alla polvere guarda di non smentirmi ok?- lei mi venne incontro ancora un po arrabbiata e imbarazzata mi sorrise e annuì senza dire niente prese tutto e poi fece per andare su, all’imbocco delle scale si fermò voltandosi ma poi corse di sopra, il resto della notte fino verso le tre e mezza la passò a parlare spensierata con le amiche ma stando sempre a attenta a non sedersi o poggiare troppo il sedere, ma chissà che le ombre e quei sorrisi non fossero qualcosa di più della mia immaginazione.

Racconti di sculacciata: Tre sorelle sfortunate

19 Aprile 2011

L’autore di questo bel racconto di sculacciate è Spanker.
Antonella, Tiziano e Vega sono tre sorelle di 23, 21, 19 anni, sono tre ragazze molto belle: Antonella ha due grossi seni e un bel sedere, Tiziana è la più magra delle tre ed ha un seno piccolo ed un sedere normale, Vega, la più piccola, è una ballerina per cui ha un sedere sodo e un seno normale.
Queste tre ragazze però sono davvero sfortunate, purtroppo quando erano piccole hanno perso la mamma in un incidente stradale e adesso vivono da sole col padre che non si è mai risposato.
Il padre Carlo è un muratore di circa 40 anni, un fisico robusto, però ha un problema non sopporta che le figlie abbiano una loro vita al di fuori della famiglia, così da quando sono piccole le fa sta sempre a casa e le lascia uscire raramente, dicendo che lo fa per proteggerle dal mondo esterno. Fino a quando le tre ragazze erano delle bambine lui riusciva a tenerle a casa però ora che sono cresciute non riesce più a farsi obbedire.
Delle tre sorelle la più calma è sicuramente Antonella, frequenta l’università ed è disciplinata, non rientra mai tardi e svolge le faccende domestiche senza mai lamentarsi.
Tiziana, invece, è più disubbidiente, però a parte il fatto che qualche volta rientra tardi la sera non ha mai dato molti problemi.
Sicuramente la più disubbidiente delle tre è Vega, che non ha un buon rapporto con il padre, poiché lui le proibisce di indossare certi vestiti, non la fa uscire spesso, d’altra parte lei, forse per dispetto, non svolge i suoi compiti domestici, non studia e rientra tardi quelle volte che esce.
Come detto prima Carlo non vuole che le figlie abbiano una vita fuori dalla famiglia, si può dire che è geloso, tanto è vero che da quando le tre ragazze sono diventate “donne”, ossia il loro corpo si è sviluppato e di conseguenza ha capito che i ragazzi si sarebbero interessati alle sue bambine, ha voluto dettare delle regole per fare in modo di preservare i suoi tesori. Così una sera, quando Antonella aveva 16 anni, Tiziana 15 e Vega 13, dopo cena ha detto alle figlie di non alzarsi da tavola perché doveva fare un discorso a tutte e tre.
Lui disse che visto che loro stavano crescendo doveva dare delle regole, e che tali regole dovevano essere rispettate pena non uscire, non telefonare per un mese dopo la trasgressione della regola. Le ragazze rimasero spaesate, però non dissero nulla, a quel punto Antonella, chiese al padre quali regole avrebbero dovuto rispettare; così il padre chiarì i suoi dubbi e disse, che a partire dall’indomani le ragazze prima di uscire si dovevano far vedere da lui, in modo che egli potesse giudicare se il loro abbigliamento era adeguato a quello che dovevano fare, indifferentemente se dovevano andare a scuola o una passeggiata tra amici, una festa, ecc.
Le ragazze chiesero se fosse solo questa la regola, il padre disse che oltre a questa semplice, ma essenziale regola loro quando stavano in casa dovevano indossare un abbigliamento che avrebbe scelto lui stesso. Finite le spiegazioni disse alle ragazze di alzarsi e andare nella loro stanze perché dopo poco sarebbe andato a scegliere l’abbigliamento che ognuna di loro doveva indossare in casa.
Dopo pochi minuti il padre salì al piano di sopra, dove si trovavano le camere da letto, per primo si recò nella stanza di Antonella, entrò e chiese ad Antonella di aprire l’armadio e fargli vedere i suoi capi di abbigliamento. Il padre prese visione e scelse due completi; il primo era costituito da un top scollato e un paio di jeans, mentre il secondo era un vestito semplice non aderente; lui le disse di cambiarsi d’abito mentre lui si recava dalle altre sorelle e che dopo aver visto come sta va con entrambi avrebbe scelto quello più adatto. Fatto ciò il padre uscì dalla stanza per recarsi da Tiziana, così Antonella rimase da sola nella stanza e si preparava a cambiarsi.
Arrivato nella stanza di Tiziana, fece la stessa cosa, però subito trovò l’abbigliamento adatto, ossia visto il fisico più sportivo di Tiziana optò per un pantaloncino da ginnastica e un top elastico, disse anche a lei di cambiarsi e di indossare immediatamente la tenuta casalinga, detto ciò uscì dalla stanza per recarsi dall’ultima la più terribile delle tre.
Carlo entrò nella stanza di Vega e disse anche a lei di aprire l’armadio, mentre stava guardando arrivò Antonella che aveva indossato il top e il pantaloncino di jeans, il padre la guardò e disse che le stava bene, ma prima di decidere doveva vedere anche l’altra opzione, così Antonella uscì dicendo che sarebbe tornata dopo poco con il vestito. Nel frattempo il padre continuava a guardare tra la roba di Vega senza riuscire a trovare qualcosa di adatto, poi notò una gonna molto corta e una camicetta di seta bianca e disse che quello era ciò che avrebbe dovuto indossare in casa. Uscì dalla stanza e nel corridoio incrociò Antonella col vestito e subito capì che quello era l’abbigliamento adatto.
Finita la scelta dei vestiti si recò in salone dicendo che voleva vedere tutte e tre con le loro tenute casalinghe, le tre ragazze scesero e si misero in piedi davanti al padre, egli disse che era soddisfatto e aggiunse che anche quando questi vestiti non fossero andati più bene come misura loro dovevano comprarne di nuovi uguali o quanto meno simili, concluse dicendo alle ragazze di andare a svolgere i loro compiti domestici e si mise a vedere la televisione. Le ragazze prima di andare chiesero al padre come si sarebbero dovute vestire d’inverno visto che i loro abiti erano estivi e che visto che eravamo quasi ad ottobre, la necessità di coprirsi per il freddo da lì a poco si sarebbe manifestata, ma il padre disse di non preoccuparsi perché avrebbe reso la casa calda in modo da poter stare in tenuta estiva anche d’inverno.
La mattina dopo le ragazze si alzarono e si prepararono per andare a scuola, scesero nella cucina e lì c’era il padre che aveva preparato la colazione, le ragazze fecero colazione e finita salutarono il padre per poi andare a scuola; appena prima di uscire dalla porta della cucina il padre le richiamò dicendo: “non ricordate cosa vi ho detto ieri sera; devo controllare il vostro abbigliamento”, le ragazze non capirono ed Antonella esclamò “ma papì indossiamo tutte e tre dei jeans e delle maglie, cosa c’è da controllare”; allora il padre rispose: “forse è colpa mia ieri sera non mi sono spiegato bene quando ho parlato di abbigliamento intendevo tutto anche l’intimo”; detto ciò le ragazze rimasero immobili, così che il padre le fece andare nel salone e gli disse di spogliarsi e far vedere che intimo indossavano, le ragazze obbedirono e si spogliarono, Antonella indossava un completo intimo nero, Tiziana bianco, mentre Vega aveva optato per un completo celeste cielo; il padre non ebbe niente da ridire così che loro si rivestirono ed andarono a scuola.
Antonella e Tiziana frequentavano rispettivamente la terza e la seconda superiore, mentre Vega andava ancora in terza media, questo faceva sì che mentre Antonella e Tiziana tornavano a casa per l’ora di pranzo quando ancora il padre non era rincasato, Vega, invece, usciva di scuola alle 16:00 e arrivava a casa quasi alla stessa ora del padre, quindi mentre Antonella e Tiziana avevano già indossato la loro divisa casalinga Vega doveva indossarla ancora e il padre pretendeva che lei la indossasse davanti a lui.
Il tempo passava e le tre ragazze rispettavano le regole, qualche volta Tiziana e Vega sono state in castigo senza uscire e senza telefono a causa dei risultati scolastici, mentre Antonella non era mai stata disubbidiente.
Gli anni passarono e le tre ragazze crescevano, quando Antonella aveva 18 anni, Tiziana ne aveva 17 e Vega 15, i loro corpi erano ormai sviluppati e non erano molto diversi da quelli che sono oggi, il padre quindi si trovò costretto a dettare nuove regole, così che ancora una volta riunì le ragazze e disse che nuove regole dovevano essere dettate, le ragazze stavolta si aspettavano qualcosa di più di un semplice castigo senza uscita e telefono ed infatti il padre subito fece capire che la cosa sarebbe stata diversa. Carlo disse che da quella sera in poi le ragazze sarebbero state sottoposte a punizioni corporali se avessero trasgredito le sue regole, stavolta le ragazze erano impaurite, ma il padre le rassicurò dicendo che se fossero state brave non sarebbero state punite. Stavolta fu Vega a domandare che genere di punizioni sarebbero state inflitte, visto che sapeva che lei rischiava più di tutte, così il padre disse che avrebbe scelto la punizione più adeguata a seconda dei casi.
Infine il padre disse che i vestiti che fino ad ora avevano indossato in casa non sarebbero stati più necessari in quanto pretendeva che le figlie quando erano in casa da sole con lui dovevano indossare solo la biancheria intima, le ragazze erano titubanti, ma non fecero opposizione.
Passò solo una settimana quando il padre fu costretto ad infliggere la prima punizione corporale a Tiziana, lei infatti, una sera era uscita senza chiedere il permesso al padre, sperando di rincasare senza che lui se ne accorgesse, però i suoi piani furono sventati quando il padre finita di guardare la televisione alle 11 di sera si recò dalle figlie per constatare che stessero dormendo e così si accorse che mancava Tiziana. Visto il suo letto vuoto Carlo svegliò Antonella e Vega chiedendo se sapevano che fine avesse fatto la sorella, ma loro risposero di non sapere dove fosse, comunque il padre disse ad entrambe di alzarsi, e che avrebbero aspettato insieme il ritorno della sorella, per due motivi: il primo Tiziana andava punita, e il secondo loro dovevano assistere alla prima punizione che infliggeva per capire cosa succedeva a chi non rispettava le sue regole. Alle 24:10 Tiziana rientrò e trovò tutta la famiglia che l’aspettava nel salotto, Tiziana capì subito che sarebbe stata punita e immediatamente chiese scusa al padre dicendo che non sarebbe più successo, ma il padre non volle sentire ragioni e le disse di spogliarsi e prepararsi a ricevere la punizione che le toccava. Tiziana scongiurò il padre di non punirla ma il padre non si impietosì, dicendo che più continuava a ritardare la punizione, maggiore sarebbe stata la sua durata; così Tiziana si convinse a spogliarsi e rimase con il reggiseno e gli slip, il padre tornò tenendo in mano il mestolo della cucina, Tiziana ebbe paura, e fece dei passi indietro, ma fu fermata dalla voce autoritaria del padre che le disse che scappare poteva solo peggiorare la su posizione. Tiziana non sapeva cosa fare, così che il padre le spiegò che per la sua azione avrebbe ricevuto 20 colpi sulle mani, Tiziana pregò ancora il padre di non farlo, ma lui le disse di allungare le braccia e stendere le mani per ricevere la punizione, i 20 colpi arrivarono e fecero male però tutto sommato era sopportabile. Data la punizione il padre fece tornare le ragazze a dormire, tranne Tiziana che doveva stare per un ora inginocchiata nell’angolo del salone per riflettere sulla sua azione.
Il giorno dopo Tiziana aveva ancora un po’ di dolore alle mani, ma niente di insopportabile, però quella sera si verificò un altro spiacevole accaduto…
Tornato a casa la sera Carlo trovo una lettera nella casetta postale, il mittente era la scuola di Vega il quale lo informava che la figlia erano tre giorni che non andava a scuola, l’uomo arrivato in casa chiamò subito le tre figlie dicendo che una di loro stasera sarebbe stata punita di nuovo, Tiziana subito si spaventò pensando che il padre volesse ancora punirla per l’azione della sera prima, Antonella invece pensò di essersi scordata di fare una commissione, l’unica tranquilla era Vega la quale pensava che il padre non potesse mai sapere che stava marinando la scuola, tanto che si accomodò sul divano mentre il padre parlava, così che lui le disse, se aveva avuto il permesso di sedersi, ma lei rispose che era sicura che la punizione non toccasse a lei perché non aveva fatto niente di male; allora il,padre le chiese cosa avevano fatto a scuola stamattina, Vega si sentì persa capì che il padre sapeva, ma subito si riprese e disse che avevano fatto un tema, così il padre disse che lo voleva leggere, ma lei rispose che lo aveva consegnato, pensando di essersi salvata, quando il padre dalla tasca tira una lettera e la legge ad alta voce, finita di leggere rivolge lo sguardo a Vega la quale capisce che adesso subirà una severa punizione. Il padre dice a Vega di togliersi il reggiseno e si va a sedere su una sedia, Vega ubbidisce, e si leva il reggiseno, fatto ciò il padre la chiama a se dicendole che per la sua marachella riceverà una sculacciata che durerà 2 ore, Vega sa di non poter fare molto e prega solo il padre di non farle male. Carlo si sistema la figlia sulle ginocchia e comincia la sculacciata, dopo 30 minuti fa alzare la figlia, Vega allora pensa che il padre ha sospeso la sua punizione, ma il padre le ordina di mettersi in ginocchio sulla sedia, ma prima di sfilarsi gli slip, Vega ubbidisce e rimane completamente nuda davanti al padre che subito ricomincia a sculacciarla davanti alle sorelle. Alla fine delle due ore il sedere di Vega era diventato rosso a causa delle sculacciate e in più le bruciava, il padre la mette in ginocchio nell’angolo dicendo che resterà lì fino a quando lui e le sorelle non avessero finito di cenare e che lei dopo avrebbe mangiato e fatto tutti i servizi compresi quelli delle sorelle. Verso le 8 Vega si alzò e andò a mangiare, dopo fece la cucina, ma Antonella non potendola vedere dolorante la sostituì, mentre lo faceva entrò il padre il quale vedendo Antonella fare i piatti punì nuovamente Vega senza darle il tempo di spiegare, dandole altre 100 sculacciate sul sedere, quando finita la punizione Antonella spiegò la situazione punì anche lei dandole 30 cinghiate sulla schiena.

Passò un po’ di tempo quasi un anno, e quasi ogni sera Carlo era costretto a punire una, due o tutte e tre le figlie per qualcosa che avevano fatto, tanto che non aveva più idee sulle punizioni da adottare, ormai aveva usato tutti i mezzi che conosceva, cinghiate, sculacciate, bacchettate e altro, ma non sapeva più che fare per correggere le figlie, anche perché dato il numero di punizioni ricevute le ragazze avevano distinti segni sia sul sedere che sulla schiena conseguenza delle frustate ricevute.

Una sera dopo cena decise che bisognava cambiare regime e decise di parlare alle figlie; riunito a tavola con le figlie Carlo spiegò la situazione dicendo che i suoi metodi non stavano funzionando, perché loro continuavano a comportarsi male, a questo punto Antonella, pensando di aver capito la situazione, disse: “papà vuol dire che non ci punirai più”, Carlo però la guardo con occhi cattivi e rispose: “cara il fatto che i miei sistemi non funzionino non vuol dire che siano sbagliati, anzi vuol dire che voi siete così cattive da meritare punizioni più severe”, le ragazze cominciarono a tremare credendo che il padre avesse intenzione di dare più frustate ogni volta che facevano qualcosa di male. Vedendo le ragazze tremare, Carlo decise di spiegare cosa sarebbe successo dall’indomani in poi, dicendo che visto che le punizioni dopo la cattiva azione non servivano a riflettere prima di compierne un’altra, da ora in poi le ragazze sarebbero state sottoposte ad una ferrea disciplina domestica, che consisteva nel ricevere ogni sera 350 frustate, così divise: 100 sul sedere, 100 sulla schiena, 50 sul seno e altre 50 sulle cosce dal lato posteriore e altre 50 sulle cosce davanti. A questo punto le ragazze si alzarono in piedi dicendo che lui non poteva fare una cosa del genere, ma lui rispose che la decisione era già state presa, e le aveva solo informato dal trattamento che dalla sera dopo sarebbe cominciato.

Dopo un po’ di urli e pianti le ragazza capirono che la decisione del padre era irrevocabile allora Antonella, chiese come aveva intenzione di infliggere le frustate. Il padre felice del fatto che le ragazze avevano capito la situazione disse che avrebbe continuato a usare la cinta per il sedere e le cosce, mentre per il seno e la schiena avrebbe comprato delle fruste adeguate, in più avrebbe comprato delle catene per poterle legare durante la punizione; le ragazze chiesero come mai avesse intenzione di comprare delle catene visto che fino ad ora non le aveva mai legate; lui rispose che visto che da ora in poi il trattamento sarebbe stato più lungo e doloroso per evitare che loro possano interrompere la punizione con movimenti causati dal dolore preferiva legarle e tenerle ferme per tutta la durata della punizione.

Finita la discussione le ragazze chiesero se il trattamento cominciava da quella sera, ma il padre in un gesto di bontà disse che per stasera non sarebbero state frustate a patto, che si spogliassero e rimanessero nude per tutta la sera, le ragazze obbedirono e rimasero nude fino alla mattina dopo.

Al risveglio le ragazze trovarono una sorpresa, il padre si era già vestito ed era pronto per uscire, le ragazze chiesero dove dovevano andare e il padre le disse che dovevano uscire per andare a comprare l’occorrente per poter cominciare il trattamento di punizione quella sera stesso, le ragazze si vestirono ed uscirono col padre, girarono tutta la città e alle 18:00 tornarono a casa dopo aver comprato una frusta di cuoio lunga da usare sulla schiena e un piccolo frustino con il quale fustigare i seni delle tre sventurate; inoltre, il padre aveva comprato delle manette con catena per tenere ferme mani e gambe durante la punizione.

Appena la porta di ingresso si chiuse dietro le spalle, le ragazze capirono che il padre avrebbe voluto subito cominciare il trattamento di punizione e che essendo la prima sera questo sarebbe stato lungo doloroso ed infinito, tanto che subito il padre disse alle ragazze di spogliarsi ed andare a stendersi nude sul suo letto, le ragazze sapevano che stavolta non potevano fare storie, dovevano essere castigate e senza replicare, così ubbidirono e una volta spogliate andarono nella stanza del padre che stava preparando gli strumenti con il quale le ragazze sarebbero state frustate, infatti, stava preparando la cinta e le fruste, quando loro entrarono le fece sedere tutte e tre sul letto spiegando quali erano le regole da seguire durante il corso della punizione:

sarete frustate una volta, cominceremo dalla più grande alla più piccola;

dovrete contare ad uno ad uno i colpi che vi vengono inferti senza sbagliare, pena il ripetersi della punizione;

non potete urlare, ma soltanto piangere, pena il ripetersi della punizione;

finita la punizione sarete messe in un angolo a meditare, se non mantenete quella posizione per un ora, sarete frustate nuovamente;

le 350 frustate sono lo standard della punizione, se lo ritengo necessario posso aumentare il numero di frustate a mio piacimento e voi dovrete riceverle, se mi fate notare che vi ho frustato di più subirete un ulteriore punizione dopo aver punito le altre.

Fatto, ciò Carlo disse ad Antonella di stendersi sul letto a pancia sotto, ordinando alle altre due di legarle mani e piedi al letto. Quando Antonella fu immobilizzata Carlo cominciò a frustarla sul sedere con forza tanto che già le prime 10 frustate lasciarono il segno, gli altri 90 colpi fecero tanti lividi sul sedere. Dopo tocco alla schiena e li Carlo si divertì dandole 100 colpi a ripetizione senza nessuna interruzione, poi riprese la cinta per dare i 50 colpi sulla schiena, Antonella piangeva ma cercava di non urlare anche se non era facile, nel frattempo Carlo guardava le altre due figlie e loro spaventate sapevano che avrebbero avuto lo stesso trattamento di crudeltà. Dopo aver frustato le cosce Carlo disse a Tiziana e Vega di liberare la sorella, fatto ciò Antonella fu libera, ma sapeva che la sua punizione non era finita, appena Antonella fu libera il padre le ordinò di girarsi, lei anche se stravolta dal trattamento appena subito si girò e appena poggiò le parti frustate sul materasso urlò per il dolore, tanto che Carlo subito le fece notare che avendo urlato aveva trasgredito a una regola e quindi doveva aumentare la punizione, ma non le disse cosa voleva fare. Antonella fu nuovamente legata a letto e pronta a ricevere la seconda parte della punizione; inaspettatamente Carlo non frustò Antonella sul seno, ma prima le diede le 50 cinghiate sulle cosce, dicendo che quei seni meritavano un trattamento lento, dopo prese il frustino e cominciò ad alternare i colpi sui grossi seni della figlia, dicendo che invece di 50 gli ne avrebbe dati 100 a causa del suo urlo. Dopo circa 2 ore il trattamento di Antonella fu concluso, ma prima di essere messa all’angolo doveva aiutare Vega a legare Tiziana al letto, dopo averlo fatto andò nell’angolo per riposare ma anche per sentire i colpi di cinghia che fustigavano la sorella.

Tiziana, fu frustata in modo più veloce, ma comunque doloroso, ma per sua fortuna la pena non fu aumentata, ora era il turno di Vega, che fu legata al letto dalle due sorelle.

Vega urlò dopo il primo colpo di cinta, e il padre fu subito costretto a dirle che avrebbe ricevuto 150 frustate sul sedere invece di 100, finite quelle ne prese 100 sulla schiena, ma anche lì ne prese 50 in più a causa di un urlo, sulle cosce si salvò, sia davanti che dietro prese solo quelle “necessarie”, non fu così fortunata sui seni dove per causa di aver sbagliato a contare il padre fu costretto non solo a ripetere la fustigazione sul seno, ma anche a ripetere l’intero trattamento; in conclusione Vega prese 750 frustate in una sola volta ed uscì completamente distrutta tanto che non riuscì a dormire a causa del dolore.

La sera dopo il trattamento fu ripetuto e andò avanti tutte le sere per 15 mesi, poi il padre pensò che bisognava ancora aumentare la crudeltà della punizione, non solo aumentando il numero di frustate che passò da 350 a 500 ogni sera, ma poi faceva il trattamento due volte al giorno, ossia la mattina appena sveglie e la sera prima di andare a dormire, le povere ragazze ogni giorno erano sicure di prendere 1000 frustate, ma qualche volta di più a causa di urla, sbaglio nella numerazione, ecc.

Oggi le tre ragazze sono maggiorenni e ubbidienti, non escono di casa se non per le commissioni, non lavorano, non studiano più, non frequentano ragazzi, ma il padre continua a frustarle nonostante siano ubbidienti, i loro corpi sono pieni di lividi che ormai non si assorbiranno più, sono schiave, e da circa due mesi, il padre pretende di avere rapporti sessuali con tutte e tre pena punizioni corporali se rifiutano.

Racconti di sculacciata: La première dame

20 Febbraio 2011

Questo interessante racconto di sculacciate è stato scritto dal bravissimo Geronimo che ringrazio pubblicamente. Adesso vi lascio alla lettura!

Avvertenza: Ogni riferimento a personaggi reali è puramente voluto

In una nazione europea conosciuta anticamente come Gallia vivono un presidente di origine ungherese e sua moglie, sposata in seconde nozze, nata in una penisola a sud delle Alpi. Li chiameremo Nick e Carlà. Carlà ha delle velleità artistiche, ha anche cantato, fatto la modella. Nick, sbuffa, non ama tutta questa intraprendenza, è geloso, gli prudono le mani. La mogliettina ha un gran bel culo e quando copulano, con lei quasi sempre messa a pecorina, pensa a come gli piacerebbe fare come suo padre con sua madre, quando rompeva troppo le palle, ovvero sfilarsi la cinghia e frustare quel popò così polposo e ancora sodo fino a farlo nero, per riportarla sulla retta via.
Carlà ha fatto i capricci ed ha ottenuto di poter lavorare in una produzione cinematografica: Il film è stato girato da un regista americano newyorkese, piuttosto popolare nel vecchio continente . Il coprotagonista è un fricchettone americano, che chiameremo semplicemente Owen, che un po’ ci prova con “la première dame”, come la chiamano in Gallia. Le Président si adombra, ovvero s’incazza e fa una scenata sul set.
C’ è un clima da guerra fredda adesso in casa, Carlà non si concede e fa l’offesa. Nick sprizza rabbia da tutti i pori., ripensa a quelle scene, a quel bucolico quadretto familiare vissuto nell’infanzia quando assistè non visto alla correzione inflitta dal papà alla mamma. Lei era piegata ventre sul tavolo, l’ampia gonna sollevata sulla schiena, le calze a metà coscia, le mutandone che pendevano dalla spalliera di una sedia e il sederone tutto nudo! Non la vedeva in viso ma la sentiva strillare e piangere mentre papà la sgridava e le frustava le natiche come un forsennato con la grossa cinta. Per il resto di quella giornata la mamma fu tutta moine e sorrisi. Il papà dapprima mantenne un espressione imbronciata ma poi si lasciò un po’ andare. La notte il piccolo Nick sentì il letto cigolare, i grugniti del padre e i gridolini della mamma, che non sembravano proprio di sofferenza. Altri tempi! Riflette il presidente nel suo ufficio. La moglie aveva intenzione di uscire anche quella sera. “-Una cena di beneficienza cheri! Che noia, sai, ma conosci i doveri di una première dame-“ ma non la raccontava giusta, sospetta Nick, per questo l’ ha fatta pedinare, per questo ha incaricato lo staff legale, composto da avvocati di prim’ordine, di trovare il cavillo che gli consenta di mettere le briglie alla mogliettina e di punirla a sua discrezione quando ritenga che non si comporti bene.
Finalmente l’usciere porta un plico riservato. Contiene foto e due relazioni, una dei servizi segreti, l’altra dell’avvocato Dupont. Una miriade di espressioni compaiono sul volto del presidente nel giro di neanche un minuto mentre guarda le foto e legge velocemente le due relazioni: Dal volto teso per la preoccupazione ad una smorfia di rabbia, ad un sorriso sardonico e un po’ cattivello.
Nick alza la cornetta e chiama l’autista. Si precipita a casa. Trova Carla già vestita,con un delizioso tailleur azzurro, un cappellino sulle ventitré dello stesso colore e i sandali dal tacco vertiginoso che la fanno sculettare meravigliosamente ( anche se la fanno apparire molto più alta del marito di quanto già non sia). “- Andavi a fare beneficienza a quell’americano, non è vero?-“ non capisco che cosa vuoi dire cucciolone-“ Non porti le mutandine vero? . Quando ero sposato con ***** e ci vedevamo di nascosto non le portavi mai.Tirati su la gonna!-“ Sei impazzito?, come osi…-“ Carlà non fa in tempo a finire la frase che due sonori ceffoni si stampano sulle sue guance. Mentre alza le mani per massaggiarsi il viso ceffonato, Nick ne approfitta per sollevarle la gonna.”- Ah lo sapevo, hai la fica nuda già pronta all’uso, grandissima putàine!- Carlà non fa in tempo a replicare che il marito le getta in faccia le foto ricevute nel pomeriggio. Tutte la riprendono in atteggiamenti “affettuosi” con l’attore americano. In una in particolare si vede l’uomo seminudo con espressione estatica, gli occhi rivolti al cielo, la bocca semispalancata. Più in basso, all’altezza dell’ inguine del fortunato c’è una testa femminile posta di spalle rispetto all’obbiettivo. In primo piano però compare un gran culo bianco con una inconfondibile voglia a forma di cuore vicino all’osso sacro. “- Oh, mèrde!-“ esclama la donna (espressione intercalare corrispondente grossomodo al nostro: “cazzo!”). “.Cheri, ti prego, io…mi sentivo tanto sola, e quell’uomo è così tenero… vuoi il divorzio?-“ No mogliettina, voglio suonartele di santa ragione!-“ Non puoi, non ne hai il diritto!-“ Nick assume un espressione trionfante. “- Oh si invece!. I miei avvocati hanno scoperto nel Code Napoléon un codicillo molto interessante, te lo leggo: “- Il Presidente non risponde penalmente degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni o posti in essere a salvaguardia del proprio onore familiare -“ Senti Quest’altra: “La première dame deve assoluta obbedienza al marito, Monsieur le Président-“. Carlà è allibita. “Cheri, non vorrai mandarmi in giro con la faccia tumefatta, spero!-“ “-La faccia no, ma il tuo bel derrière oui, mon amour!-“ così dicendo Nick si toglie la giacca e la cravatta, si sfila la cinghia. “- Fila in camera, stenditi sul letto con uno, anzi due cuscini sotto e non piagnucolare, ne avrai modo tra poco, quando ti avrò sculacciato a dovere, smorfiosa puttanella che non sei altro! “- Fammi almeno mettere le mutande!-“ supplica Carlà.”-Che sciocchezza! Da che mondo è mondo le sculacciate si somministrano a culo nudo!.La donna è spaventata, cerca di fuggire, ma cade a causa dei tacchi rischiando di slogarsi una caviglia. Nick l’afferra saldamente per i capelli e la trascina in camera sordo ad ogni preghiera. Presto risuonano i caratteristici schiocchi provocati dall’ impatto della cintola sulle rotondità muliebri di Carla. Nick le ha bloccato le braccia dietro la schiena e frusta a tutta forza il culo e il retro delle cosce. Naturalmente il sesso di lui si è notevolmente ingrossato. “- Oh, che bello sculacciare un così bel derrière!. D’ora in poi ti punirò in questo modo per ogni più piccola disobbedienza, vedrai se non ti faccio rigare diritta!. Non toccherai una sedia per qualche giorno!-“ Carlà non ha più lacrime: Il culo è incandescente, rosso scuro e pieno di strisce livide. La donna quasi non sente più le cintolate il cui ritmo e forza stanno progressivamente calando; infatti il marito è un bagno di sudore e comincia ad ansimare.Ma tra cosce Carlà è un autentico lago. Sul cuscino la chiazza si è vistosamente allargata. “Oh, mon amour!- ; “oh, cheri!la darò solo a te, lo giuro!-” Nick getta la cintura e si toglie i pantaloni.
E’ arrivato il momento di fare la pace!.

Racconti di sculacciata: Dal diario di Federica

11 Novembre 2010

Questo racconto ci è stato inviato dal bravissimo Hensto. Abbiamo già fatto la conoscenza di Pablo e Federica in questo bel racconto di sculacciate.

Caro Diario,
ti sto per raccontare cose che io stessa stento a credere siano realmente accadute, se non avessi segni e sensazioni ben tangibili che non si è trattato di un sogno, ma di realtà. Tu sai bene, mio amatissimo Diario, come da ormai alcuni mesi io avessi instaurato un nuovo “regime” e un nuovo “ménage” con Pablo, iniziandolo ad una disciplina basata su punizioni corporali e sonore sculacciate. Bene, tutto sembrava essersi incanalato in questo modo: cioè, lui le prendeva e io gliele davo, a farla breve, e questo con buona soddisfazione e piacere da parte di tutt’e due.
Tuttavia venne un giorno in cui accadde qualcosa di inaspettato, per me ma credo anche per lui, che cambiò per sempre ciò che era stato, imprimendo un nuovo corso al nostro “ménage”. Tutto cominciò in auto, a dire il vero, mentre stavamo per raggiungere la nostra casetta in montagna dove avremmo trascorso il finesettimana. Era uno splendido venerdì pomeriggio, e Pablo era alla guida mentre io, molto rilassata, giravo lo specchietto verso di me per aggiustarmi un pochino il viso con qualche colpetto di rimmel e di mascara. Ad un certo punto, rompendo il silenzio, Pablo venne fuori così: “ Fede, sai cosa ti dico? Domani mattina ci alziamo presto e andiamo a fare una bella gita su alle Malghe Alte… è un bellissimo giro, c’è più di metà da fare nel bosco, arriviamo per mezzogiorno, prendiamo il sole… e ci portiamo due panini. Ok?” “Ma Pablo” risposi io “ Lasciami dormire un po’… uffa … domani mattina voglio andare a fare shopping in paese e poi…” “Niente da fare” riprese lui in tono deciso “tu domani vieni con me in gita. Sveglia alle sei e mezza. Niente storie e ricordati di preparare i panini!” Si era espresso in modo così perentorio che rimasi del tutto sorpresa e incapace di replicare, anche perché ero poco abituata a farmi comandare, per cui rimasi zitta, sgranando gli occhi e riponendo il mio necessaire. “Mmm” fece lui guardandomi di sbieco e riaggiustandosi lo specchietto retrovisore che io gli avevo spostato. Il resto del viaggio proseguì quasi del tutto silenziosamente, ma qualcosa era accaduto dentro di me e dentro di lui, lo percepii chiaramente ma non seppi precisarlo a me stessa: se dovessi tradurre ora in parole la sensazione che ebbi, potrei dire che lo sentivo scivolare via dal mio controllo, mente mi adagiavo in una passività che già impercettibilmente, ma inesorabilmente, cresceva di momento in momento.
Durante l’ultima parte del breve viaggio, e poi durante la cena, non ci fu storia particolare: parlammo poco, ma mentre lui sembrava molto sereno, io invece sentivo un crescente turbamento e una fastidosa inquietudine, come se qualcosa dovesse accadere da un momento all’altro… e quel qualcosa puntualmente accadde. Mentre io terminavo di lavare i piatti, Pablo stava rovistando in alcuni scatoloni che contenevano pile di vecchi libri che avevamo portato dalla città. Ma io non sapevo ancora (ma, ahimé, a breve l’avrei saputo) di aver commesso un tragico errore, destinato a ribaltare il nostro ménage di coppia. Infatti, mentre mi stavo sfilando i guanti di gomma dopo aver chiuso il rubinetto, Pablo fece la sua comparsa in tinello con un piccolo libro rossiccio in mano e con l’aria di un gatto che abbia appena messo le mani su un grasso topolino. In un istante riconobbi quel libro, rabbrividii e capii di essere perduta.
“Federica, cos’è questa roba?” fece lui, con aria tra il severo e il divertito, dando un colpettino sul dorso del libretto che teneva in mano.
“Ma… niente, che ne so?” feci io arrossendo e cercando al contempo di dissimulare l’imbarazzo.
“Niente non direi” disse tranquillamente Pablo, sedendosi sul divano con il corpo del reato sulle ginocchia mentre si accendeva uno dei suoi sigari preferiti. “Te lo dico io cos’è, anche se tu lo sai molto meglio di me”. Tirò una profonda boccata e aprì il libretto. Io avrei voluto fuggire, nascondermi, andar via sparire, non essere lì con lui, non aver mai scelto di vivere con lui, ma non potevo fare niente, ero una povera topina in trappola ormai!
“Si tratta di un tuo diario scolastico, cara la mia Federica” (quando mi chiamava Federica e non Fede era sempre un brutto segno). “Anzi, più precisamente” e qui tirò un’altra profonda boccata, che sadicamente prolungò in modo esagerato per dilatare l’attesa, “si tratta del TUO diario scolastico dell’anno 1984-85” continuò, sfogliandolo con calma olimpica. Io ero agitatissima, ma dovevo dire qualcosa, e, come quando si è troppo agitati per rispondere come si deve, fallii il bersaglio:
“Pablo, se cerchi voti negativi per vendicarti, hai sbagliato persona, io avevo tutti 7 e 8 ! “ dissi in un tono forzatamente trionfale, ma non ero convinta neanch’io, probabilmente perché sapevo che non era lì il punto…
“Oh, certo, cara, non ne ho mai dubitato! Guarda, non so neppure quale pagina del diario contiene i voti, ammesso che siano qui, ma io sto leggendo altre cose assai più interessanti!” Pablo girò altre pagine e, quando vidi il punto a cui era arrivato, impallidii.
“Ecco il punto! “ Esclamò! “Una bellissima e molto istruttiva corrispondenza tra te e una tua compagna, amica del cuore… pagine e pagine di confidenze e pettegolezzi… come facevi ad andare così bene a scuola se passavi il tempo a scrivere alla tua amichetta?” disse Pablo alzando un po’ il tono di voce e guardandomi fisso negli occhi.
“Ma…”
“Niente ma e siediti qui vicino a me che lo guardiamo meglio insieme..”
Mi sedetti automaticamente, come chi non sia più dotato di volontà propria. Avevo ormai perduto il potere.
“Vediamo un po’…” proseguì Pablo “Ecco! Leggi un po’ qui!” mi prese il braccio e cerco di tirarmi verso di se’ e verso il diario, e io ebbi un breve moto di ribellione, ma lui mi tenne stretta e alzò la voce: “Guarda qui, ho detto !!!” “Leggi!!!”
Emisi un singhiozzetto e feci cenno di no con la testa. “Leggerò io, allora!” e prese a leggere, profanando i miei segreti di diciottenne, le mie più intime confidenze. Ancora adesso, caro diario, non so perché reagii in quel modo, o meglio perché non reagii ma subii completamente la sua inquisizione. Forse, dentro di me, mi sentivo colpevole e VOLEVO essere scoperta, essere sgridata, essere punita, essere in SUO potere, essere umiliata e … non farmi dire altro, caro diario! Sigh! Per diversi mesi lo avevo soggiogato con le mie sgridate, le mie sculacciate, le mie punizioni… ero contenta, e anche lui… ma ora era finita… ero crollata! Pablo cominciò a leggere con voce chiara: “Cara Francesca, tu non sai cosa mi è successo ieri sera! E’ venuto da me Marco, chiaro che voleva fare una sveltina, ma faceva il bravo ragazzo per non dare nell’occhio. Io però l’ho beccato subito, così gli ho detto di spogliarsi pure che avremmo fatto quello che lui voleva. Lui non era convinto, esitava, non si fidava, allora io gli ho detto che se non si sbrigava avrei detto a tutti e a tutte che Marco ha un pisello piccolo piccolo e non gli tira neanche. Lui allora si è spaventato e si è spogliato… allora io ho cominciato a fare la dolce, e a dirgli che lui sì era un figo, che mi piaceva solo lui, che erano anni che aspettavo questo momento. Allora, mentre lui comincia a cuocere come un pesce lesso e fa gli occhi da merluzzo, lo abbraccio e, comnciando ad accarezzarlo e a palparlo lo porto verso la porta della camera… poi all’improvviso apro la porta, gli tiro una ginocchiata nelle palle con tutta la mia forza e gli do’ uno spintone gridandogli “E adesso fuori di qui, stronzo!” e subito richiudo la porta a chiave! Che risate, Francy! Pensa che era fuori nudo che gridava come un pazzo e batteva pugni sulla porta (dopo aver ripreso fiato) e io niente, non rispondevo. Ma il bello è che poi sono arrivati i miei e l’hanno beccato in pieno!!! Che figura!! Ah ah ah ah!! Oggi non l’ho visto ma penso che…”
“E qui è cancellato e poi non si capisce, ma questo è sufficiente…” fece Pablo richiudendo con violenza il diario e piantandomi gli occhi in faccia. Io mi vergognavo come non mai, avrei voluto scomparire e cercavo di distogliere lo sguardo da lui, ma era impossibile, non mi mollava…”
“Guardami bene in faccia!” esclamò “E vergognati di quello che hai fatto!!!”
Io ero col capo chino, e quando provai ad alzarlo e lo guardai timidamente, il mio destino era ormai a un passo dal compiersi. Feci appena in tempo a vedere la sua mano alzata… CIAFFF … subito dopo sentii il primo schiaffo arrivare sulla mia guancia sinistra.
Mi misi immediatamente a piangere, ma il mio tentativo non ebbe successo, perché tre secondi dopo arrivarono, di seguito e uno per guancia, gli altri due schiaffi.
CIAFF CIAFFF.
Ripresi a piagnucolare: “No ti prego, Pablo, non picchiarmi!!” Ma il mio modo di dirlo non fu altro che una conferma per entrambi che ero contenta e che era iniziata tra noi una nuova fase.
“Ora fila immediatamente a letto e non fiatare più sino a domattina. Sveglia alle sei, e non farmi aspettare, chiaro?”.
“Ma…” intervenni timidamente, ancora piagnucolando “non avevi detto sei e mezza?”.
“Ho detto sei” disse in tono ancor più duro “Hai sentito male. E adesso stai zitta e fila a letto immediatamente se non vuoi prendere un altro schiaffo.
Piangendo e singhiozzando sommessamente, caro diario, andai a letto velocemente, continuando a piangere mentre mi svestivo. Ero in preda a una strana convulsione, non sapevo bene cosa fosse, anche perché la mia ragione si rifiutava di ammettere che stavo in realtà godendo: come potevo io, Federica la sculacciatrice, godere nel prendere schiaffi dal suo uomo! Eppure, dentro al letto mi toccai e ritraendo la mano mi accorsi di essere tutta bagnata.

Racconti di sculacciate: Le avventure domestiche di Pablo e Federica

5 Novembre 2010

Hensto è un nuovo autore che ci ha inviato dei bei racconti di sculacciata. Oggi pubblico il primo. Buona lettura e grazie al nostro nuovo amico! Ricordo a tutti che chiunque può partecipare al blog, basta inviare una mail a sculacciata76@yahoo.it

Un “nuovo corso” per Federica e Pablo

Me ne stavo tranquillamente sdraiato sul divano, con la testa in grembo a Federica che mi accarezzava e mi coccolava dolcemente. Le sue mani delicate e affusolate scorrevano delicatamente sul mio viso, e qualche volta sfioravano i miei capelli lunghi e ondulati. Ce ne stavamo tutti e due in piacevole silenzio, quando ad un tratto Federica parlò:

Tesoro, questo pomeriggio guarderemo insieme i tuoi compiti di inglese, sai?”

Quest’idea mi colse completamente impreparato: da qualche mese frequentavo un corso di inglese, ma non pensavo che la mia ragazza si interessasse ai compiti a casa che mi venivano assegnati, anche perché, pur essendo stata proprio lei quella che all’inizio mi aveva spinto ad intraprendere il corso, non mi aveva poi chiesto più nulla da quando questo era cominciato.

Ma cosa dici, Federica? Stai scherzando?”

Affatto, amore, sto parlando molto seriamente!” continuò lei, mentre mi faceva intendere, con un gesto delicato delle mani, di girarmi sulla pancia. Sapeva che tale posizione mi piaceva anche di più di quella supina, e quindi quel gesto non mi stupì: ora la mia faccia era a contatto con le sue cosce rivestite di collant scuro, e, mentre con la coda dell’occhio destro guardavo l’eleganza e la sensualità dei suoi piedi ben scolpiti dentro alle sue scarpe classiche, nere e col tacco a spillo, con la coda di del sinistro vedevo i colori vivaci della sua gonna scozzese.

E dopo aver ripreso ad accarezzarmi i capelli, aggiunse, in tono leggermente più alto:

E, se scopro che non li hai fatti come si deve, le prenderai di santa ragione!” disse, appoggiando la sua mano destra sul mio didietro.

Rimasi per un momento come attonito: Federica sembrava seria, anche perché non era nel suo stile burlarsi di me in questo modo… Perciò, cosa le aveva preso? Non poteva realmente trattarmi come uno scolaretto svogliato…

Federica, non capisco… ma che ti prende?”

Capirai più tardi, quando comincerò a scaldarti il sedere e a fartelo rosso!” rispose lei in tono severo mentre mi accarezzava il sedere.

Detto ciò, mi fece cenno di alzarmi e di lasciarla andare: doveva andare a fare alcune commissioni ma sarebbe tornata nel giro di un paio d’ore.

Ricordati che quando torno controlliamo i compiti di inglese” ­– mi disse, mentre taccheggiava verso la porta con la borsetta a tracolla – “e se non è tutto in ordine ti prenderai una bella sculacciata!”. Dopo aver detto queste ultime parole chiuse la porta dietro di sé.

Non sapevo più cosa pensare, anche perché mi ero ormai convinto che Federica facesse sul serio.

Allo stesso tempo, però, era per me inconcepibile che la mia ragazza potesse picchiarmi per davvero, e soprattutto trattarmi come un bambino. Non aveva mai alzato le mani su di me, e forse neanche minacciato di farlo, tranne una volta in cui mi disse che mi avrebbe dato uno schiaffo se avessi continuato a prenderla in giro, ma lì si trattava di un mezzo scherzo. Ora però il problema era serio, anche perché, se da un lato mi sentivo umiliato e sentivo intaccato il mio ruolo maschile, dall’altro ero rimasto come affascinato, o meglio come ipnotizzato dalle sue minacce: mi attirava quello che mi proponeva, e la testimonianza più evidente era che, mentre mi parlava in quel modo, tenendomi la testa sul suo grembo, avevo avuto un’erezione quasi istantanea. Memore di ciò, cominciai ad azzardare l’ipotesi che si trattasse di uno stratagemma di Federica per movimentare la nostra relazione sessuale: era un po’ che c’era calma piatta su quel versante, e forse la sua idea era davvero buona, ammesso che le cose stessero davvero così. Mi calmai e decisi di accendere la televisione per occupare la mente in altro modo aspettando che tornasse Federica, e la cosa funzionò per un po’, finché, guardato l’orologio e resomi conto che sarebbe rientrata a minuti, di colpo mi venne in mente che io i compiti di Inglese che venivano dati da fare a casa non li avevo mai fatti! Un brivido misto ad eccitazione si impadronì di me… Accidenti, e se me le avesse date sul serio? Federica aveva l’aria di una che picchia, e le sue mani, solitamente così dolci, avrebbero potuto diventare davvero molto dure, e a spese del mio disgraziato culetto! Ma non feci in tempo a seguire più a lungo questa catena di pensieri ed emozioni, che il campanello suonò, facendomi sussultare per la prima volta da quando io e Federica stavamo insieme.

Le aprii la porta sorridendo, ma lei mi guardò appena, e mentre si dirigeva con passo deciso verso la cucina, mi disse ad alta voce: “Prendi tutti i tuoi quaderni e piazzati in camera, arrivo tra un minuto!” Rimasi senza parole mentre, restando fermo dove mi trovavo, osservavo il suo profilo in cucina mentre sistemava gli acquisti, prendendoli dai sacchetti e riponendoli sugli scaffali e nel frigorifero. Federica era piuttosto bella: aveva i capelli lunghi, neri e lisci, occhi blu e un bel corpo, slanciato e nello stesso tempo ben tornito. Era una donna piacevole, simpatica e piena di calore quando era in vena, ma i suoi atteggiamenti di freddezza erano quelli che – pur rivelandone il carattere intrattabile – costituivano la principale molla della mia eccitazione, ed era in quelle situazioni che andavamo quasi sempre a finire a letto.

Cosa fai ancora qui? Fila immediatamente in camera e tira fuori i quaderni!” esclamò, indicando con un dito la camera da letto.

Ubbidii come un agnellino: smisi di pensare e feci ciò che mi aveva ordinato. Mi sedetti su una sedia con i miei due quaderni in mano, e dopo poco Federica arrivò e si sedette sul bordo del letto di fronte a me, con le gambe accavallate. Aveva un’aria estremamente sexy, e con un tono dolce e severo al tempo stesso, piantò i suoi occhi nei miei e mi disse che doveva controllare se facevo i compiti correttamente, perché, aggiunse, altrimenti avrei avuto una punizione. Quest’ultima parola fu pronunciata con una dizione così chiara e armoniosa che non potei credere che il suo contenuto potesse essere così spiacevole… Deglutii, e le porsi rapidamente i due quaderni di inglese.

Federica li prese ed aprì il primo dei due, che era quello dei compiti e dei lavori svolti in classe. “Cosa c’è qui dentro?” chiese mentre lo sfogliava velocemente, con scarso interesse. “I compiti in classe” risposi. Poi prese il secondo ed io ebbi di nuovo un brivido, il secondo di quella giornata. “E questo invece?” esclamò Federica aggrottando la fronte.

Come mai è completamente bianco?”

Cominciai a balbettare… “Ehm, sì, quello è … quello che usiamo…”

Cosa stai farfugliando??!! Usate quando? Dimmi a cosa ti serve questo quaderno e perché è completamente vuoto!!”, quasi urlò Federica, alzandosi in piedi e sovrastandomi, visto che io stavo invece seduto.

E’ il quaderno…ehm… è il quaderno dei compiti di casa…”, mormorai in un filo di voce.

E perché è bianco?” riprese lei in tono sempre più severo e arrabbiato.

E’ … è bianco perché… io i compiti a casa non li ho mai fatti”, finii per ammettere, in un tono talmente basso e debole da essere quasi inudibile.

Federica si risedette e riaccavallò le gambe, riprendendo a parlare col tono iniziale, calmo, dolce, ma severo e, direi, inesorabile.

Adesso ti do tante di quelle sberle che te ne ricorderai!”

Ma io …” – continuai a balbettare – “…non pensavo che fosse…”

Non inventarti delle scuse, tesoro! Avanti, vieni qui!” ordinò.

Andai ad accucciarmi presso le sue gambe accavallate, cercando di appoggiare le mani sulle sue ginocchia.

Scusami, ma io…” PAFF!

Mi arrivò un primo, sonoro ceffone sulla guancia sinistra.

Tu niente, e non voglio nessuna scusa! Adesso le prendi”, disse alzando bene in alto la mano sinistra e colpendomi con il palmo la guancia destra: PAFF!

E di santa ragione, anche! ” PAFF! PAFF! PAFF! PAFF!

Mi assestò quattro sberle decise, due per guancia, usando a turno entrambe le mani.

Non ti permettere mai più di comportarti in questo modo e di disimparare il poco che impari in classe!”

Tirai su con il naso, con una netta sensazione di calore e di bruciore alle guance. Federica si alzò in piedi ed io mi inginocchiai davanti a lei, abbracciandole le cosce e guardandola da sotto in su con l’aria di chi cerca pietà, ma lei mi fissò negli occhi con durezza e continuò da quella posizione a schiaffeggiarmi sonoramente. PAFF! PAFF! PAFF! PAFF! PAFF! PAFF! PAFF! PAFF!

Era la prima volta che prendevo una tale serie di schiaffoni, e mi venne voglia di piagnucolare un po’, non tanto per il dolore quanto per l’umiliazione. Federica mi tirò poi verso di sé, si sedette nuovamente sul bordo del letto, e, mentre io restavo inginocchiato, cominciò a sbottonarmi i pantaloni con le sue dita affusolate e con un’aria sempre severa ma al contempo estremamente seducente.

Mentre eseguiva quell’operazione (che mi procurò la seconda erezione della giornata) mi disse che ero un ragazzino svogliato, e che avrei preso il resto.

Mi fece stendere sulle sue ginocchia, e dopo avermi sistemato bene in grembo cominciò a darmele, con un ritmo serrato e senza fermarsi. SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK!

Ripresi a piagnucolare, ma lei disse: “Perché piangi, amore? Mammina ti ha scaldato il sedere? Lo sai che adesso te le do’ sul sederino nudo, come si faceva una volta?” E mentre diceva questo mi abbassò lentamente gli slip.

Adesso” – SMACK! SMACK! SMACK! – “ti faccio il culetto rosso.”

SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK!

Lo sai che te le sei proprio meritate questa volta?”

SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK! SMACK!

Sob, sniff, sniff”, fu l’unica mia risposta, anche perché il mio didietro cominciava veramente a fiammeggiare. Poi, dato che ci fu una pausa, presi coraggio e aggiunsi: “Ti prometto che non lo farò più”. Un’altra serie di sonori sculaccioni fu la risposta, accompagnata da questa frase: “Lo spero bene, perché se si dovesse ripetere ne prenderesti il doppio!”

Sniff, sob, sob, sob…”

Dopo un’altra pausa riprese a sculacciarmi con ritmo più lento e a parlarmi in tono dolce: “Su, tesoro, non piangere… lo so… la mamma te le ha suonate… ma te le sei meritate…”

Intanto vidi che il suo piede sinistro s’era leggermente sfilato dalla scarpa, e questo, insieme al calore ormai piacevole che sentivo e alle parole che mi stava dicendo, mi fece avere la terza erezione.

Continuò così ancora per un paio di minuti, che dell’intera sculacciata furono i più piacevoli per me, dopodiché mi fece alzare e, ripreso il tono severo di prima, mi ordinò di filare immediatamente in un angolo, girato verso il muro.

E guai a te se ti muovi perché ne prendi ancora. E, detto questo, uscì velocemente dalla camera.