Posts con Tag ‘punizioni’

Right or Spanked 1

21 Gennaio 2012

Questo racconto ci è stato inviato da Master, che mi ha anche segnalato un video che lo ha ispirato. Si tratta di un film che io conosco da anni e che a me personalmente piace molto (lo trovate alla fine del racconto): buona lettura!

L’orologio segnava appena mezzanotte e trentacinque, quando finalmente suonarono alla mia porta le due ospiti.
“Ciao Armando!”
“Elena, Dana… dai, muovetevi! Sta già iniziando la sigla…”
La tivù era sintonizzata sul canale 37, rete di dubbia provenienza e di ancora più dubbia diffusione, mentre loro due si defilavano i soprabiti.
I colori sfavillavano nell’insegna del programma stesso conditi con un jingle di sottofondo assolutamente accattivante, tanto più per chi avesse dimestichezza con l’inglese:
“Spank me… I’m a Bad-bad Girl… Oh!…Spenk me… I’m a bad-bad girl…”
“Era ora che si decidessero a creare un programma serio, al posto di tutti quei telefilm triti e ritriti di vent’anni fa…”
“Già, ed una volta che ne fanno uno, dove lo trasmettono?”
“Ma su TeleXV Armando, è chiaro! Ma poi si è capito che cosa voglia dire ‘XV’?”
“Ma che divaolo ne so, l’importante è che qualcuno si sia finalmente deciso e che la mia antenna lo possa captare!”
“Difatti! Casa mia non la prende!”
“Dai, zitti! Sta iniziando!”

La telecamera inquadrava il centro del palco da dove sbucò fuori un ometto dal volto sorridente. ERa bassetto, appena un pelo tarchiatello, baffetti stirati un po’ alla Paolo Borsellino.
Colpiva notevolmente l’occhio un completo azzurro brillantinato ed una cravatta rossa della medesima caratteristica.
“Benvenuti amici telespettarori a ‘Right or Spanked’, il nuovo programma di TeleXV!!! Immagino che siate già pronti davanti al televisore muniti di pop corn e bibite. E allora… perchè aspettare? FAcciamo entrare… LE CONCORRENTIIIIIII!!!!”
Nuovamente la stessa musica della sigla entrò in azione e la telecamera si spostò ad introdurre due ragazze scortate da delle graziose soubrette vestite provocantemente da conigliette.

“Uhm… niente male, la biondina!” Commentò provocante Dana, scrutandomi lateralmente. Sapevo già cosa desiderasse sentirsi dire, ma io non l’accontentai:
“Si… non è male, ma quella dell’altra volta era decisamente meglio…” le risposi, sminuendo la questione.

La voce del telespettatore si fece protagonista, salutando cordialmente le giovani, ora riprese per intero senza più le ballerine in sottofondo.
“Ecco le nuove protagoniste di questa sera, che si sfideranno in un duello serrato per salvare le proprie natiche e per aggiudicarsi il montepremi che accumuleranno. Sono con noi…”
“Elisa”
“Chiara”
“Benvenute a Elisa e Chiara. Diteci qualcosa di voi che potrà interessare il nostro pubblico a casa, il quale spero sia numeroso!!!” annunciò l’ometto porgendo il microfono alla prima delle due, una biondina che attraverso il primo piano si presentava con la coda da cavallo, occhi azzurri ed un sorriso solo in apparenza timido.
“Mi chiamo Elisa, ho 22 anni, faccio l’apprendista in un salone di parrucchiera e saluto il mio ragazzo; Andrea, che sicuramente mi starà guardando!!!”
“Il tuo ragazzo non ha detto niente, sapendo che venivi qui?”
“No anzi, è stato proprio lui a proporlo…”
“Hai capito il golosone…” scoppiò una risata in studio con la partecipazione della giovane. Sembrava esserci dunque un pubblico, anche se non era mai stato inquadrato.
“Perchè sei venuta a ‘Right or Spanked’?”
Elisa colta un po’ di sopresa tentennò qualche parola di imbarazzo assolutamente costruito e balbettò in seguito:
“Beh…non so…Perchè no?”
“E Simpatica la nostra amica Elisa…”
La scena si spostò alla presentazione dell’altra ragazza, evidentemente di qualche anno meno giovane, capelli neri sciolti, volto un po’ più paffutello ma con due occhi verdi molto significativi.
“Io… mi chiamo Chiara, ho 27 anni, faccio la segretaria in un’azienda di trasporti.”
“Il tuo ragazzo cosa ha risposto quando – ”
“Ehm… Non ho il ragazzo, purtroppo.”
“Ah! Sono convinto però che dopo stasera le cose sicuramente miglioreranno.”
“Speriamo!”
“PErchè sei venuta a questo programma? Per i soldi o…”
“O!” – rispose sorridendo – “perchè si vincono anche dei soldi?”
“Ah! Ah! entrambe la concorrenti sono dotate del giusto spirito, mA adesso non perdiamo tempo! PErchè il tempo, è come il limone…. STRINGE!!! Partiamo con il gioco!”
Seppur poche, si udirono altre risa in sottofondo mentre la musichetta ripartì.

“Che battuta idiota!” replicai secco, con l’annuizione delle mie ospiti poste l’una alla mia destra e l’altra alla mia sinistra del divano.

“E’ la prova della gogna! LE concorrenti dovranno collocarsi in questo strumento di pubblico ludibrio medievale piegando le terga all’insù. Verranno fatte 10 domande, dove ogni risposta corretta farà aumentare il loro rispettivo montepremi di 500 Euro, MA!!!!Se sbaglieranno la risposta, o non la sapranno rispondere…” In quel mentre passò il microfono alla biondina imbarazzata: “Beh…”
“Splendido! La prima domanda non è stata risposta!”
“NO!” Sgranò gli occhi Elisa.
“Stavo scherzando, stavo scherzando. Però se fosse stata una risposta errata, la nostra coniglietta dietro situata avrebbe dato un colpo con questa paletta.”
Era una paletta di legno piatto, spessa ad occhio circa un centimetro, di colorazione chiara.
“LE concorrenti avranno 2 Jolly da poter utilizzare per evitare la penitenza, ma…” e porse il microfono alla seconda.
“Ci si deve svestire dei pantaloni e poi… beh, delle mutande.”
“Risposta esatta. Ricordo che; purtroppo, per motivi di legge le concorrenti indosseranno un minitanga che coprirà le pudenda, ma il resto della visione sarà garantito! E adesso che il gioco abbia inizio, prego accomodarsi.”
Le conigliette aiutarono a distendesi la prima concorrente su una specie di cuscino per l’addome sul quale era installata una struttura atta ad inserire testa e mani.

“Io spero che utilizzi subito i Jolly, la Elisa!” commentai senza pudore verso le due femmine che mi stavano accanto.
“Ed i nostri, di Jolly, non li vuoi usare?” Chiese con far da troietta la Elena, sempre con sguardo attendo rivolto al mio membro.
“Oh si… li userei subito…”
Prese la parola Dana, di identica stirpe, che non perse occasione per incalzarmi nuovamente, istigando ancor più i miei deliri ormonali già in stato allarmante:
“E su chi li useresti? Su di me, o sulla Elena?”
E’ estremamente difficile per un uomo fare queste scelte… sembra che la donna ci goda perfidamente, e così colui che sa mantenersi freddo è colui che potrà avere dei vantaggi in un prossimo futuro: “Su chi se le meriti!”
“E noi le meritiamo?”
“Oh, Si. Tutte e due!”

“Bene! Elisa è il tuo turno! Partiamo subito con la domanda numero 1: La capitale della Finlandia!”
“Oddio… era Stocc.. no, quella era della Svezia… aspetta, aspetta…!
Vi fu un suono chiaramente preregistrato di una ragazza mentre emette un urlo, quasi da film dell’orrore: -AAARGH!- era il segnale che il tempo per dare la risposta era scaduto.
“Ah! Era Helsinki…Abbiamo già sbagliato alla prima domanda… Allora, chiara: subisci la penitenza o giochi il primo Jolly?”
Vi fu un attimo di esitazione, alla quale poi seguì la risposta che il pubblico s’aspettava di sentire accompagnata da gridi di incitazione (e di eccitazione): “Gioco il primo Jolly!”
“Molto bene! Prego la nostra ‘sculaccetta’ di provvedere…”
Si vide dunque, un paio di giovani mani femminili rivestite di sensuali guanti bianchi sollevare la gonna della concorrente ed agganciarli a delle pinzette predisposte a farlo, lasciando l’immagine fissa sul sedere della ragazza per qualche secondo coperto da un paio di mutandine colorate a righe di tessuto molto sottile, attraverso le quali si poteva scorgere il rilievo imponente delle due rotondità e la fessura ad esse intermedia.
“Ricominciamo. Ora non mi fermerò fino a quando non sbaglierai… Domanda 2: Con quale Editto si pose fine alle persecuzioni cristiane nel 313 D.C.?”
“Di costantino!”
“Esatto! Domanda 3: “Tanto Gentile e tanto onesta pare, la donna mia quand’ella altrui saluta…” è un sonetto di quale opera?”
“Divina Commedia”. -AAARGH!-
“Risposta errata. Era la Vita nuova. Sempre di DAnte Alighieri, però è un altro romanzo. Ricordo che puoi giocare ancora un solo Jolly, e che così facendo guadagneresti comunque la somma come se avessi risposto esattamente alla domanda.”
“Lo gioco!” Ci fu il delirio in studio, tra l’altro incomprensibile, poichè ciò che era rivolto al pubblico era il viso e non il vero oggetto di interesse, anche se era installato un megaschermo che riproponeva le stesse immagini trasmesse in onda.

“Bene!” Replicai incurante.
“Non stai più nella pelle, Armando?”
La squadrai. LE mie emozioni mi tradivano. Cercai di mantenermi rigido e sorrisi, ma non risposi. Scrutai con la coda dell’occhio l’enorme scollatura che faceva apparire enormi quei due seni. Lei probabilmente se ne accorse. Anzi, molto probabilmente.
Attendevo con trepidanza la nottata di sesso che mi aspettava. Ma ancora non era il momento opportuno: le puledre si stavano ancora scaldando…

I guanti bianchi stavano giocando con l’elastichino delle mutandine della concorrente, che disegnavano perfettamente il loro contenuto.
Poi piano a piano, il sedere si scoprì come il sole all’orizzonte durante l’alba, e calarono giù, inesorabilmente fino alle ginocchia. Fischi e deliri in studio.

“Procediamo con le domande, allora. Domanda 4: Con quante z si scrive la parola ‘Eccezionale’?”
“Eh…1?”
“Esatto! Domanda 5: Quale pittore, considerato pazzo, morì uccidendosi con una rivoltella?”
“EH???? Quale pittore…con una rivoltella?” -AAARGH!-
“Risposta Errata, amici telespettatori!!! Era il celebre Vincent Van Gogh. Ora la concorrente è rimasta senza alcun jolly, e pertanto dovrà subire la penitenza datagli dalla nostra ‘Sculaccetta’.”
Partì un coro in studio: “Ooooooooo….”
La telecamera inquadrò il sedere che si stava agitando, sembrava quasi impaziente dell’impatto con la paletta che giunse presto: SCIACK!!!
“Ahiiiii!”
Ed il pubblico qui finì il coro d’esultanza lasciato in sospeso: “…leeeeeee!”
“E questo è solo l’inizioooooooo…. Vai con la prossima domanda 6: Quale musicista scrisse la ‘Badinerie’?”
“LA badineCHE? E che diavolo èEEEEEEEEEEE!” (SCIACK!!!)
“Risposta errata era Johan Sebastian Bach. Domanda 7: Quanti sono i principi fondamentali della costituzione italiana?”
“No… non lo soOOOOOOOOOOOOOO!” (SCIACK!!!)
“MAle, Elisa, male! PEr te ovviamente. Sono 12, ma passiamo alla domanda 8: come si calcola l’area di un triangolo rettangolo.”
“Questa la so: base x altezza, il tutto diviso 2!”
“Ah! PEccato, la risposta è… corretta! Ah! Ah! Ho cercato di intimidirti un po’ dai… Domanda 9: Secondo il principio di ARchimede, un corpo immerso totalmente o parzialmente in un fluido riceve una spinta dal basso verso l’alto pari a cosa?”
“PAri all’oggetto… si quello inserito AHIA!” (SCIACK!!!)
“Al peso del liquido spostato, questo diceva Archimede. Ora l’ultima domanda: Come traduciamo in italiano la parola ‘Neck’?
“Aspetta, era anche un cantante… collo.”
“Si, mi pare l’avesse detto prima del gong. Ok: la nostra amica Elisa ha collezionato la bellezza di 4 risposte esatte + 2 di Jolly: in totale fanno 3000 Euro. MA fra poco ci sarà il turno della seconda concorrente… subito dopo i consigli per gli acquisti…”

La telecamera riprese lo sguardo esausto ma felice di Elisa. Una leggera chiazza sul suo posteriore faceva capire agli intenditori che l’esecutrice non avesse esagerato con la forza.
Durante questo piccolo break, approfittai per portare presso di me il corpo di Elena, accarezzandogli distrattamente un seno.
“Armando, per caso mi stai toccando le tette?”
Un attimo di esitazione, dopodichè vi fu l’affermazione convinta: “Si.”
Non potevo fare differenze. Dovevo dosare le mie energie e le mie attenzioni esattamente al 50% e dunque l’altra mano si mise ad armeggiare con i jeans attillatissimi dell’altra mia ospite, che ricambiò prontamente le attenzioni, massaggiandomi a sua volta.

“Ben ritrovati amici telespettatori a ‘Right or Spanked’, il nuovo programma di TeleXV! LA nostra amica Elisa ha appena totalizzato un montepremi di 3000 Euro nella prova della Gogna, ma ora tocca a Chiara, già messa in posizione durante la pubblicità. Sei pronta?”
“Si”

“Bene! Iniziamo. Domanda 1: Di quale nazione è capitale Riga?”
“Uhm… dev’essere un paese del baltico… provo…Lettonia?”
“Esatto! LA buona sorte ti è propizia… domanda 2: L’anno d’inizio della rivoluzione francese…”
“Ah! Uh… non mi viene…” -AAAAARGH!!!-
“1789! E’ il primo errore, Chiara! Ed ora intendi pagare pegno oppure giocare il primo Jolly?”
“PAgo pegno!”
“Ah! Io ho il dovere di ricordarti che giocando il jolly guadagneresti comunque la somma come se avessi risposto in maniera corretta…”
“Lo so! MA desidero così…”
“Sensazionale amici telespettatori! La nostra amica Chiara ha appena accettato di pagare penitenza. Provvediamo dunque!”
L’immagine stavolta inquadrò il viso, in concentrata attesa, fino a quando gli occhi non si strizzarono per l’evidente impatto della paletta sul culo.
“Proseguiamo con una domanda di letteratura allora: Chi ha scritto ‘La fattoria degli animali’”
“George ORwell!”
“Esatto! Domanda 4: “Di a da in con su per tra fra” sono tutte…
“Uh.. preposizioni?”
“Esatto. La nostra concorrente sta andando avanti come un treno. Domanda d’arte: Chi ha dipinto ‘La Persistenza della memoria’”
“SAlvador DAlì, è il mio preferito.”
“Esatto! Complimenti Chiara! Ora domanda 6: “Chi canta la canzone Song of silence!”
“Mannaggia! Io ascolto solo roba italiana… non la so!” -AAAAARGH-
“Meno male! Il nostro pubblico a casa era preoccupato… ora paghi ancora pegno o giochi il primo jolly?”
“A che domanda siamo arrivati?”
“Questa era la 6°”
“Allora si. Gioco il Jolly!”
“Ah! Allora era tutta una tattica… prego la nostra soubrette di eseguire le tue volontà”
“Si, con i pantaloni su la penitenza fa meno male”
L’inquadratura si spostò nella parte posteriore della gogna, dove le stesse mani che sollevarono la gonna alla prima concorrente sbottonarono i pantaloni della seconda, per poi sfilarli. Sotto di essi vi erano un paio di mutandine bianche con l’orletto ricamato. Con la situazione attuale si poteva valutare un fondoschiena muscoloso e non grosso come ipotizzabile di primo acchito, sicuramente frutto di lunghi esercizi di palestra. Era forse addirittura migliore del fondoschiena di Elisa, che sembrava invece un po’ flaccidetto a confronto.

“LA risposta alla domanda precedente era Simon and Garfunkel. Domanda 7: DA chi viene eletto il presidente della repubblica italiana”
“Uhm mi pare dal parlamento…”
“Si, possiamo darla buona, la risposta completa era “dal parlamento in seduta comune”, comunque noi non siamo così bacchettoni da…”
Scoppiò una risata in studio.
“VAbbè soprassediamo, e proseguiamo con il nostro gioco: domanda 8 di matematica: da cosa è dato il valore del Pi greco?”
“DA cosa è dato il valore del Pi greco? MA che domanda è?” -AAAAAARGH-
“Il tempo è scaduto, ma posso intercedere per la nostra concorrente in quanto la domanda non era scritta in maniera molto comprensibile: penso che i nostri autori intendessero chiedere come viene calcolato, quindi ti accrediterei ancora un po’ di tempo.”
“Non lo so comunque, in matematica sono un po’ negata nonostante il alvoro che faccio… gioco il secondo jolly.”

LE mutande facevano quasi fatica a scendere, incontrando quella resistenza muscolosa sui suoi elastici. Bello.

“Dal rapporto tra circonferenza e diametro di un cerchio. Domanda 9: con che unità di misura si misura la corrente elettrica?”
“Beh, penso Volt…. o WaAAAAAAAAAAAAAtt?” (SCIACK!)
“Nè l’una nè l’altra: la risposta esatta era ‘Ampere’. Ultima domanda, come si traduce la parola spagnola ‘Nalgada’?”
“MA chi lo conosce lo spagno – (SCIACK!)”
L’inquadratura cambiò nuovamente con l’ometto che si avvicinava al viso della ragazza: “cosa hai appena ricevuto?”
“Non mi dire che…”
“LA parola era proprio ‘sculacciata’. Da non credere vero? Sandro, quanto ha totalizzato la nostra concorrente? 3500? Benissimo!”
LA soubrette aiutò la ragazza a ridestarsi, senza porgergli però gli indumenti persi durante il gioco.
“Come vi è parsa la prima parte di questa esperienza?”
Mentre la voce di Elisa iniziava a descrivere il suo stato d’animo, le immagini della sua prestazione venivano riproposte in doppia visuale fronte/retro con l’aiuto del tecnico del montaggio.
“Fa male! Non pensavo così, ma comunque è stato piacevole…”
“E cosa risponde invece la nostra amica Chiara?”
“Io invece pensavo peggio…”
“Eppure le immagini fanno trapelare altro…”
“Beh, un po’ si però…”

Ora come ora, facevo fatica a seguire le immagini del televisore. LE mie attenzioni erano rivolte a quei 2 splendidi corpi che presto sarebbero stati miei. V’era un fremere dentro di me e non c’era più ragione di nasconderlo.

“Ed ora è la volta del prossimo giocooooooooo…”

Video di sculacciate

17 Dicembre 2011

Il video di oggi è segnalato da Master, che ci invia anche la descrizione che vi riporto. Per vedere il video fate click qua.

CAri soci del blog, Vi segnalo l’ennesimo link di punzioni corporali. In realtà è un collage di vari spezzoni, non un filmato unico. Odo già qualcuno sbadigliare di noia, ma io qui vi incito ad osservare con attenzione che razza di capolavori di inquadrature nonchè di posizioni nonchè di risultati che fanno assumere alle “modelle”.
E qui scatta il sondaggione: qual’è il vostro “pezzo” preferito? ASPETTO NUMEROSI E APPASSIONATI COMMENTI!!!

video di sculacciate
video di punizioni

Fessee 5

6 Dicembre 2011

Pierrette correva; era da un bel pezzo che stava correndo, i polmoni le scoppiavano, il sudore le entrava negli occhi, perciò non vide il ramo basso. Sentì soltanto un tremendo dolore e si svegliò una decina di minuti dopo, il viso pieno di sangue ed un dolore pulsante al naso. Marcel piegato su di lei, la stava chiamando pallido da far paura.
Con la faccina tutta incerrottata, Pierrette fu costretta ad assistere alla punizione di Marcel; era stato lui a convincerla a quella folle corsa nel bosco, a quel gioco pazzesco e, adesso, lei si ritrovava con il setto nasale rotto. “Era una bambina tanto bella –avevano commentato in paese- e chi mai se la sposerà, così sfregiata quando sarà più grande?”
Marcel l’aveva spogliato sua madre stessa, lui piangeva ancora per le botte che gli aveva dato il padre: uno zigomo era rosso, ma già stava diventando bluastro. Fu compito di Emile, il carpentiere, issare il ragazzino di 12 anni sulla staccionata, in modo che il suo corpo fosse a cavallo della prima stecca, il culo verso gli astanti. La frusta che impugnava la signora Deleblacque faceva paura solo a vederla: lunga un metro, rigida come un ramo secco. Pierrette chiudeva gli occhi, ogni volta che la frusta andava a colpire la pelle nuda e si tappava le orecchie con le manine, per non sentire le urla di Marcel. Quello strazio durò un quarto d’ora buono, prima che il sindaco decidesse che poteva bastare. Il culo di Marcel era pesto e sanguinante, la sua mamma lo abbracciò teneramente e protettivamente, quando fu slegato.
Il naso di Pierrette rimase irrimediabilmente rotto. Peccato, perché lei era, nel complesso, una ragazza piacente, però quel difetto…
Così trascorsero parecchi anni. Pierrette faceva la sarta, nell’atelier di madame Marie Putin; era brava a cucire, aveva un tocco delicato, i rammendi che faceva lei erano veramente invisibili e le clienti erano generose con le mance; però, Pierrette non aveva ancora nessun pretendente: chi si sarebbe preso una deturpata? Fu così che Marcel, forse per un senso di colpa, forse per riparare a quanto aveva fatto da bambino, la chiese in moglie. Il buon signor Debeblacque accettò subito, tra i pianti della moglie; a caval donato, non si guarda in bocca, fu il suo commento, pratico.
Aveva 22 anni Pierrette quando si sposò con Marcel, di tre anni più anziano di lei. Marcel faceva di mestiere il carpentiere e, spesso, era chiamato per lavoro laggiù in città, dove stavano costruendo tanti palazzi alti alti. Partiva dal paese il lunedì mattina presto, con il primo postale, e vi ritornava il venerdì pomeriggio, tardi. Forse era a causa di queste sue continue assenze, che la coppia ancora non aveva figli; almeno, così commentava la gente del paese.
Nessuno sapeva la verità.
La signora Deleblacque erudì la figlia sulle cose del sesso, proprio mentre costei stava indossando il bianco abito da sposa che si era cucita da sola: tutta la lezione durò 5 minuti. Ma, la prima notte di nozze, Marcel si gettò, ancora semivestito, sul gran lettone, accanto alla moglie, e subito cominciò a russare, come un carpentiere, appunto. Ad una settimana dal matrimonio, Pierrette ancora non era stata toccata dallo sposo. Lei era troppo vergognosa per confidarsi a chicchessia, aveva pensato che lui fosse stanco, forse pure emozionato…ma possibile che tutte, tutte le nove notti dacché la cerimonia era stata celebrata, lui si addormentasse come un sasso, senza fare niente?
Al decimo giorno, gli chiese ragione di questo suo comportamento. Come risposta, ricevette un sonoro schiaffo! Pierrette rimase allibita, ignorando perfino il dolore sulla guancia. “Guarda, guarda come mi ha ridotto tua madre!” urlò Marcel, tirandosi giù le mutande e mostrando il sedere alla moglie. Il culo di Marcel era pieno di cicatrici, pareva un campo arato per quante ce ne erano…”Più di cento frustate mi ha dato! – seguitò lui, togliendosi del tutto le mutande- Ho avuto la febbre per due mesi, dopo. Non potevo neppure cagare, per quanto mi faceva male… E guarda qui davanti! Apri gli occhi, stronza e guarda!” Pierrette non aveva alcuna esperienza del corpo maschile; sapeva che i maschietti avevano il pistolino invece che la fessurina, soltanto perché li aveva visti durante le sculacciate pubbliche, e quello di Marcel era tale e quale a quello dei bambini: piccolo piccolo! “Non lo sa nessuno, se non mia madre!- lui era sempre più arrabbiato- quando mi legarono alla staccionata, i coglioni si infransero contro il legno. Rimasi legato più di mezz’ora. Mi vennero due coglioni grossi come cocomeri verdi…e la pelle diventò tutta nera. Non ti ricordi, eh? Non ti ricordi che mamma mi portò in citta? Perché la fustigazione era stata troppo atroce per un ragazzino, dissero allora. Ma lo so io le pene dell’inferno che ho sofferto all’ospedale! Me ne tolsero uno e, dissero i dottori, che con quello rimasto non sarei mai stato un uomo! Ti sei mai chiesta perché non ho fatto il militare? Ti ho sposato, soltanto per fartela pagare!” E giù, un altro schiaffo.

BK

L’ultima sigaretta

15 Novembre 2011

Oggi pubblico l’ultima parte del bel racconto di Nadine: buona lettura a tutti!

Camminavo per quelle strade che un tempo portavano al mio appartamento. Anche se forse prigione sarebbe stato più giusto come termine. Era fine agosto come l’ultima volta che lo feci, per strada non c’era molta gente e tutto sembrava restato come più di 50 anni fa, tranne ovviamente per macchine più moderne e le persone.
Prima di partire con l’aero mi era venuta anche la stupida paura che qualcuno mi riconoscesse, ma poi guardando la mia faccia consumata dagli anni avevo sorriso dandomi della sciocca ed ero partita.
Il motivo della mia visita era più che ovvio: salutare prima di morire la mia piccola Hanial. Si proprio così, non so come lo sapevo, ma sapevo che da lì a poco sarei morta. Ho pensato spesso ala morte, molte volte ho maledetto il desiderio di lei, spesso avevo infatti pensato di togliermi la vita per poterla incontrare di nuovo, ma poi ogni volta mi rendevo conto che così il sacrificio fatto da lei quel giorno sarebbe stato vano. Quindi una volta di fronte a lei come mi sarei potuta scusare?
Nel frattempo arrivai dove c’era il carretto dei gelati, ciò che videro i miei occhi mi sembrò una visione ed in parte la era. C’ era il carretto ancora lì dove l’avevo lasciato l’ultima volta, un signore sulla sessantina porgeva un cono ad un bimbo, mi resi conto solo dopo uno sguardo attento che ovviamente non era il vecchio che conoscevo, ma un sorriso mi uscì spontaneo quando lo riconobbi : era il figlio del vecchio.
Mi avvicinai ad esso. Di certo non mi potevo presentare da lei senza il gelato non mi avrebbe mai e poi mai ascoltata, pensandolo sorrisi ma anche se quel pensiero felice mi aveva riempito di gioia dai miei occhi iniziarono a cadere le lacrime. Me le asciugai, mi feci forza pensando alla promessa che mi ero fatta prima di partire, ero andata davanti allo specchio e avevo promesso a me stessa di non piangere. La feci pensando che se Hanial mi vedeva piangere ne avrebbe sicuramente sofferto ed era l’ultima cosa che volevo.
Come mi vide il signore anziano si aggiustò gli occhiali guardandomi bene poi scosse il capo. Io da parte mia non volevo scoprirmi, ma quando ordinai il gelato la sua espressione divenne un misto di felicità e malinconia, mi porse il gelato senza dire niente i nostri volti avevano parlato per noi, mi disse solo – la saluti anche da parte mia – a quel punto lo salutai e m’incamminai di nuovo .
Camminai non usufruendo del tapis roulant posti ormai su tutti i marciapiedi, odiavo quelle macchine infernali che volevano rendere per forza semplice la vita di tutti portandoli invece all’ozio totale. Arrivai sul lato opposto del canale, da lì potevo osservare la finestra dove lei si era buttata, un tuffo al cuore mi pervase, mille volte mi ero chiesta se era rimasta viva o se non ci fosse stato quel maledetto temporale sarebbe finita in un altro modo ma invece…
Mi appoggiai alla ringhiera e iniziai a parlare guardando l’acqua del fiume, speravo anzi sapevo che Hanial così mi avrebbe sentita – Hanial ciao. Sono passati molti anni vero? Sono qua per un ultimo saluto prima di andarmene da questo mondo. Ti voglio raccontare cosa mi hai regalato quel giorno .
Una volta atterrata a Milano mi sono rifugiata in un albergo a due stelle, lì ho pernottato 5 giorni senza nemmeno la forza di uscire dall’albergo e con la paura di poter incontrare qualcuno dell’associazione. Al sesto giorno sono uscita e a son di passaggi mi sono fatta portare a Venezia, l’italiano l’ho sempre parlato molto bene quindi non ho avuto problemi con la lingua, mi sono trovata un appartamento e poi mi sono messa in regola con i permessi. Nel primo mese ho preso i soldi e mi sono sistemata per bene trovando un lavoro e cambiando il mio nome, poi una volta sicura e senza problemi sono andata dai carabinieri. Ho denunciato tutto! E stato difficele raccontarlo, ma dovevo farlo.
Dopo pochi mesi anche grazie al passaparola mio su internet mi hanno contattata dicendomi di aver preso i responsabili, quel giorno mi misi a piangere dalla gioia. Fu il primo giorno che fui veramente felice dopo la tua morte. Finalmente i colpevoli avevano pagato, dall’indagine era uscito che anche alcune forze dell’ordine Russe erano immischiate, ma dopo due anni di dura lotta riuscii a vederli in carcere.
Dopo poco decisi di creare una fondazione per salvare tutte le donne che subivano queste violenze e tante altre, grazie sempre al passaparola e un sito su internet riuscii ad avviare l’associazione con i primi fondi donatomi dalla gente, dopo un anno la mia associazione Hanial fu riconosciuta a pieno dallo stato italiano, mi donarono uno stabilimento che grazie a duri sacrifici miei e di molti volontari, fra cui ragazze che dopo averle salvate le avevo dato rifugio siamo riusciti a metterlo a nuovo e renderlo accogliente. Ogni centimetro che ricostruivo potevo vedere il tuo orgoglio per me crescere, sapevo che mi stavi guardando, ogni volta che stavo per arrendermi mi è bastato guardare su e fra un bagliore del solo o in un passaggio di una nuvole ti vedevo. Certo era solo suggestione ma mi è bastato per farmi combattere a pieno delle forze.
Ieri la guida della nostra associazione è passata a una mia collega molto brava e dolce, le ho spiegato le basi per essere a capo di essa e sono le parole che tu mi insegnasti :se proverai odio usalo per trarre la forza per andare avanti, se provi amore insegnalo a più persone possibile. Non sprofondare nella tristezza ma galleggia nella gioia . Queste parole mi hanno accompagnato nella mia vita e ne ho fatto la guida della nostra associazione.
In tutti questi anni ho salvato tantissime ragazze, e tantissime ne ho accolte trattandole come figlie. Ho amato tanto nella mia vita e sono stata felice ogni giorno accerchiata dalle mie figlie. Nella mia vita ho avuto solo due rimpianti : essere stata troppo debole per poterti salvare e non avere la possibilità di trovare il tuo corpo per seppellirti. Ma comunque Hanial ho fatto una tomba per te, ogni giorno sono venuta ad essa salutandoti e curandola, sapevo che tu non eri lì, ma dopo tanti anni e dopo essere maturata ho capito la realtà di quel mio gesto, la tomba era in realtà per rinchiudere i miei sensi di colpa e i miei ricordi più bui, quella tomba è servita per farmi sorridere ogni giorno al ricordo delle tue espressioni così dolci è stupide ma mai banali, non hai mai potuto parlare se non una volta ma tu sei colei che mi ha compresa e capita e ha saputo farsi capire meglio di tutte le altre persone che ho incontrato-. Le lacrime se pur frenate fino a quel momento iniziarono a cadere sulla rena.
Cercai di darmi un contegno per continuare almeno ad avere la forza di continuare – Hanial ti amo tutt’ora e non ho mai smesso di farlo, mi scuso e spero tu mi perdoni, ma da quando mi hai lasciata nessuna persona è riuscita ad entrare nel mio cuore come te. Mi avevi fatto promettere di rifarmi una nuova vita ma non ce l’ho mai fatta perdonami ti prego.
Adesso che ti ho raccontato la mia vita spero che tu sia soddisfatta di come l’ho vissuta, ti prego dimmi che sono stata forte e brava – restai in silenzio ascoltando le voci delle persone e il vento. Lo so che era impossibile ma mi ero aspettata di sentire qualcosa e così fu – sei stata bravissima adesso puoi venire da me ti sto aspettando – mi girai di scatto ma Hanial non c’era, era una madre che incitava la figlia ai primi passi. Sorrisi sapendo però che come le mille cose impossibili che avevo vissuto con te essa era opera tua. Scoppiai a piangere per la prima volta dopo lo sbarco in italia, avevo spesso pianto sommessamente ma adesso piangevo a dirotto.
Una ragazza sulla ventina mi porse un fazzoletto, e mi strinse a se, restai stupita di quel gesto, mi vergognavo ma ero riconoscente, l’odore sul suo collo era di vaniglia, i suoi capelli lunghi come i capelli di Hanial la sua pelle era… feci per alzare gli occhi ma la luce del sole mi accecò per qualche istante. Mi ritrovai a terra con un ragazzo che mi stava prestando soccorso.
Ci volette un po per convincerlo a non chiamare i soccorsi ma alla fine ci riuscii, mi ricomposi alla meglio pensando se ciò che avevo visto era solo un’allucinazione dovuta allo svenimento oppure era lei, sorrisi e volli pensare che fosse lei che mi mandava un messaggio. Guardai il gelato che era ancora poggiato sulla ringhiera sorrisi pensando” non me l’avrebbe mai perdonato se lo facevo cadere” così ripresi a parlare – bene adesso torno indietro, credo andrò a finire i miei giorni nella sala di riposo qua a Mosca. Ho sentito che è molto accogliente. Ti lascio il tuo gelato alla vaniglia – sorrisi – eri così dolce mentre lo mangiavi. Mi ricordo che tutte le volte ti mettevi rannicchiata e non c’era verso di avere la tua attenzione fino a che non lo finivi eheh -. Abbassai il viso – sei sempre stata dolce e pura come una bimba, adesso vado mia dolce piccola, non tarderò molto a raggiungerti , anzi sono convinta che come finirai il gelato mi troverai accanto a te – .
Mi girai e vidi una ragazza con in mano una sigaretta mi avvicinai a lei e ne chiesi una, una volta accesa tornai al fiume – questa è la prima è l’ultima sigaretta lasciamela fumare qua accanto a te senza arrabbiarti – . mi poggiai alla ringhiera e fumai la mia ultima sigaretta col vento che mi accarezzava, alla fine una ventata fece cadere nel fiume il gelato sorrisi sapendo che probabilmente era lei l’artefice e dissi forse le mie ultime parole della mia vita – mangiala piano che ti fa male cucciola – questa era ciò che dicevo sempre ad Hanial, ma non era perchè davvero le faceva del male ma era per farla rimanere nel mondo senza pensieri in cui si trasportava ogni volta che lo mangiava – grazie ancora di tutto Hanial-.
Queste parole che avete letto fino ad ora erano scritte sui fogli ritrovati ai piedi del corpo senza vita della signora Lianh kerogevoski, fondatrice dell’associazione Hanial. Io sono Nadine petrova giornalista del Komsomolskaya, adesso vi dirò le parole dette dal testimone che ha assistito alla morte di Lianh “ stava seduta appoggiata alla ringhiera che scriveva, come ha finito di farlo ha sorriso in modo molto tranquillo, mi ha colpito molto quel suo sorriso perchè mentre sorrideva sembrava che intorno a lei ci fosse un’aura di pace. Ricordo nitidamente una colomba poggiata sulla sua mano. La quale è volata quando la signora è morta accompagnata da una seconda che non avevo notato prima, poi sono scomparse dietro le nuvole.
Questo e ciò che è successo ieri sera sulle rive del Volga, io non ho mai creduto in nulla, ma credo che da oggi osserverò il cielo sapendo che loro due dopo tanti anni si sono ritrovate e adesso stanno vivendo assieme felici e contente. Vi saluto ancora con le lacrime agli occhi sperando che questa storia così dolorosa ma anche piena di amore vi aiuti a superare le difficoltà di tutti i giorni .

Nadine. Petrova .

La Sauna

4 Novembre 2011

Questo racconto è stato scritto da Master.

Avviso: Questo racconto probabilmente sconcerterà alcuni animi sensibili.
Se alla fine del racconto proverete ribrezzo verso un personaggio, significa che ha ottenuto il suo scopo.
LA SAUNA

Katrina fuggì da Kiev ormai già da qualche anno per sfuggire forse più ad un padre troppo frequentemente ubriaco che per colpa di una politica che incentrava la sua economia sulla prostituzione portando il resto del paese alla miseria.
Approfittò di un viaggio clandestino per giungere a Firenze; città peraltro gemellata con quella di nascita, dove avrebbe potuto cercare un lavoro.
Evitò le persone che smielavano buoni guadagni: sapeva tutto di loro e dei loro “lavori”.
Appena giunta in Italia trovò immediatamente lavoro come colf/badante tuttofare presso un’anziana signora quasi centenaria, ma dovette presto fuggire dopo essere stata quasi violentata da Enrico; il nipote di essa, fino a quel momento quasi sconosciuto in quella dimora.
Si rifugiò in un palazzo di una vedova ereditiera cinquantenne dal corpo in evidente decadenza e dall’anima ancora più sadica e cinica, ma lontana dagli uomini di cui aveva così tanto terrore.
Ad un rapido sguardo la sua fisionomia poteva esprimere tutta la bellezza della ragazza dell’est: i capelli biondissimi, spesso raccolti in una lunga treccia, precipitavano da quel viso tipicamente tondo e sublime. GLi occhi, azzurrissimi quasi all’insegna di leggende norrene, facevano trapelare invece una tristezza di una vita vissuta a fuggire dagli uomini che pretendevano di possedere il suo corpo fatto di una sintonia di forme e perfezioni senza nemmeno la cortesia di chiederglielo.
Nonostante gli sforzi per evitare di attirare l’attenzione su di se vestendo abiti casti e coperti, il suo corpo perfetto non passava di certo inosservato nemmeno all’occhio dell’uomo più impotente, soprattutto in quel sedere così invitante.

Da quella volta non c’è mai stata tregua, il lavoro proseguiva a ritmi serrate di 12 ore al giorno con paga misera che a stento la faceva sopravvivere.
Ne’ il Sabato, ne’ la Domenica sono giorni in cui si consente ad un’immigrata dell’Ucraina un po’ svago o di riposo.
Era un martedì d’un tardo ottobre. Katrina lo sapeva bene perchè di martedì si porta fuori l’immondizia, altrimenti non avrebbe avuto altro modo per ricordarsi quale giorno sia stato tra tutti gli altri così uguali.
MArgherita; o l’arcigna come la chiamano quei pochi che la conoscevano, fece ordine di accompagarla alle saune di via xxxxxxx.
Giunta in loco, essa sfoderò con consueta tracotanza una busta che mise in mano al personale di ingresso, il quale contò le numerose banconote inserite. A controllo ultimato, l’addetto consegnò un paio di chiavi in mano alla vedova.
Dopo essersi spogliata ed equipaggiata di accappatoio a coprire le zone pudiche, l’arcigna fece ingresso nella sauna portandosi dietro quella disgustosa borsa dalla quale non si stacca mai. Fece entrare anche KAtrina, coperta quasi allo stesso modo da degli asciugamani che le procuravano dolore stringendosi attorno a quei seni pieni e sodi.
Dopodichè, chiuse la porta a chiave.
Il silenzio tombale in quel luogo rifletteva la paura che aveva KAtrina nei confronti della donna più anziana. LE rivolgeva la parola unicamente in quei casi in cui era strettamente necessario, e mai e poi mai avrebbe le avrebbe confidato qualcosa su di se o sul suo passato, certa che potesse rivelarsi come un coltello a doppio taglio. Quella donna rappresentava solamente un’isola di sicurezza dalla quale poteva sentirsi sicura dagli uomini, ed essendo clandestina aveva una paura fottuta di uscire allo scoperto a denunciare alcunchè. Doveva solo aspettare il momento di fuggire da un’altra parte. Fuggire, come sempre aveva fatto.

Il dolore sui seni provocati dalla costrizione di quell’asciugamano assai piccolo era a dir poco insopportabile ma cercava di nascondere il fatto in quella faccia da poker. Fu inutile, la vecchia se ne accorse, probabilmente perchè lo aveva previsto e dunque si rivolse alla giovine:
“Che c’è, cara? Sembra che l’asciugamano ti dia fastidio. Se preferisci, puoi anche toglierlo. Non vergognarti.” La voce gentile della vecchia sembrava però falsa e sgraziata, era ovvio che godeva in quel gioco tra pudore e sofferenza della ragazza, la quale tuttavia tacendo non rispose alle provocazioni.
Non passò molto tempo quando la padrona insistette nuovamente:
“CAra figliola! Non puoi continuare così! Levati quell’asciugamano.” Ora la frase assumeva un tono molto più perentorio, difatti dopo la consueta non risposta, l’arcigna allungò una mano verso l’asciugamano ed aggrappandosi ad esso lo tirò con forza gettandolo a terra, lasciando nudo il petto di KAtrina la quale prontamente si portò le mani a copertura.
“E sai perchè ti fanno male? PErchè hai le tette grosse come quelle di una vacca! Ti credi una vacca?”
KAtrina si strinse a sè mirando il pavimento piastrellato d’azzurro.
“FA vedere.” Strinse i polsi della bionda, costringendola a svelare ciò che tentava di nascondere.
“Si. Sei una vacca. Sei venuta in italia per mostrarle a tutti,vero? E allora adesso non tirarti indietro, troia.” Allungò le dita a pizzicare i capezzoli e tirandoli forte. KAtrina inghiottì i lamenti, facendosi sfuggire una lacrima mista tra dolore e tristezza.
CErcò di non opporsi, come fosse una schiava fino a che potè resistere, dopodichè alcuni schiaffi volarono sul viso, facendole colare un rigolo di sangue dal naso assieme ad ingiurie riguardanti le sue virtù.
In quel momento riaffiorò in mente il volto di quell’Enrico, la bestia, colui da cui dover fuggire senza mai voltarsi. Una ferita profonda mai riemarginata, che non ha mai smesso di sanguinare.
L’arcigna odiava quel corpo così perfetto che lei aveva sempre sognato e mai potuto avere e non faceva nulla per nasconderlo.
Ogni riferimento in quelle parole faceva male come un pugnale infilato in mezzo alle costole. Quanto odio per qualcuno che ha avuto solo la sfortuna di essere nato così. Quanto odio. Quanto maledetto odio.
“E fai vedere qua sotto, cosa c’è.”
Una mossa veloce, ed anche il secondo asciugamano finì a terra. E KAtrina taceva, senza dire nulla, senza opporsi, piangendo fino all’ultima goccia della sua anima, ma mantenendo al suo posto gli occhi asciutti.
Sapeva che le conveniva agire così per non peggiorare la situazione. L’arcigna cercava di instaurare un rapporto di conflitto, che invece le veniva negato.
“Grande idea ha avuto l’unione europea, quello di aprire tutte quelle frontiere per far arrivare carichi di puttane dall’est senza controlli.”
Strinse con forza il viso della ragazza.
“Sei una troia? Sei venuta qui per fare la troia? RISPONDI!”
Katrina si limitò a tacere, cercando con quel poco di speranza che aveva nel cuore un briciolo di compassione nell’arcigna, che le venne elargito sottoforma di sputo in un occhio. Istintivamente cercò di ripulirsi, ma altre percosse la fecero desistere.
Così rimase con quella saliva puzzolente sul proprio volto.
L’arcigna smise di pizzicarla e l’osservò tutta nuda, volteggiando attorno al suo corpo come un condor si comporta con la carcassa di un animale morto.
Katrina fissava continuamente il pavimento, incapace di alzare lo sguardo.

Altre spinte ed altre costrizioni la portarono distesa sulla panca occupata fino a poco prima.
“Stai ferma!”
L’arcigna si diresse verso la borsa ed estrasse una frusta di un metro o poco più, mai vista fino a quel momento. La corda nera aveva il diametro di circa un centimetro e mezzo nella parte più spessa.
“Sai? L’ho preso stamattina. Ho pensato che fosse l’ideale per una puledra da monta come te.”
Un tremito freddo percorse l’intera spina dorsale di KAtrina. Era sempre riuscita a contrastare l’invidia dell’arcigna non rivolgendogli verbo. MA stavolta, mesi di rabbia mai repressa non potevano essere evitati.
PArtì una prima frustata. Lo schiocco riecheggiò nella sauna, e bastarono pochi secondi perchè comparve il segno del suo passaggio.
L’arcigna non aspettò che il dolore si assorbisse sotto la pelle prima di calare il secondo. SCIACK. Violento e vicinissimo al primo.
“Perchè non rispondi? Eh? PErchè stai sempre – SCIACK – zitta? Eh?”
Il terzo segno si stampò nella parte inferiore delle natiche.
“PErchè non puoi discolparti. Ecco perchè.” SCIACK.
KAtrina ingoiò un urlo in un singhiozzo, ma non rispose. L’unica arma che aveva era stare zitta.
“Lo sai che il calore, facendo dilatare i vasi sanguigni, rende la pelle molto più sensibile?”
SCAICK – Era vero. Era maledettamente vero.
“MA tanto tu non lo sai. Cosa vuoi sapere tu? Tu sarai brava solo a fare pompini!”
In realtà non lo sapeva nemmeno lei. Gliel’avevano detto quando aveva comprato la frusta e lei aveva imparato la frase a memoria. Cosa ci si può aspettare da chi posside un livello di cultura che sta sotto allo sterco dei maiali?
“MA ora vedrai che grazie a questo giochino ravvederai le tue intenzioni e la smetterai di fare la – SCIACK- scansafatiche.”
KAtrina strinse i denti soffocando l’urlo sul cuscino.
“Ora hai una possibilità. Ammetti di essere – SCIACK -una troia, e finirò presto. Negalo, e ti farò piangere di brutto, a costo di levarti – SCIACK – la pelle dal culo.”
Mai. La dignità mai. Strinse i pugni sapendo a cosa avrebbe portato il suo imperterrito silenzio. Pregò sua madre ed il signore di dargli la forza di resistere a questo orrore e di perdonare colei che le stava alle spalle, perchè scacciasse le tenebre dal suo cuore.
“Ah, si??? E così sia, allora.”
SCIACK – Un colpo secco, subito dopo seguito da un altro.
SCIACK – KAtrina strinse i pugni da farseli doloranti. Un terzo colpo, velocissimo.
SCIACK – Il limite fu superato, Katrina cacciò il primo urlo. Una voce acuta e piena di innocenza vuotata dall’interno.
SCIACK – “Ah! E così sai anche parlare, eh?”
SCIACK – Ogni secondo una frustata. Non c’era nessun tempo in cui poter ricaricare l’aria nei polmoni in modo da sfogare tutto il pianto di cui aveva bisogno.
SCIACK – “Piangi eh, adesso? Dovevi pensarci prima.”
SCIACK – SCIACK – SCIACK – SCIACK -
Le gambe si contorcevano, le braccia battevano pugni scombinati sul pavimento, i denti erano stretti mordendo il cuscino, quasi sbranandolo.
“Allora? – SCIACK – Lo vuoi – SCIACK – ammettere – SCIACK – che sei – SCIACK – solo – SCIACK – una troia – SCIACK – schifosa?”
SCIACK – SCIACK
E KAtrina scalciava e urlava. Il rumore veniva rimbombato all’interno di quella sala peraltro perfettamente insonorizzata. Sembrava un delitto predelintenzionale.
Un altra preghiera per sua madre, che probabilmente in quello stesso momento stava subendo un’angheria simile da parte di quell’ubriacone di suo padre.
SCIACK – La strega sapeva che prima o poi doveva crollare, ma il suo desiderio non era solo quello nell’infliggere dolore. Voleva umiliarla come lei stessa si sentiva umiliata a confronto di un corpo così bello e giovane.
SCIACK –
“E ammettilo… – SCIACK – Cosa sei? – SCIACK – Eh? CHE -SCIACK- COSA – SCIACK – CAZZO -SCIACK- SEI -SCIACK- TU?”
Non ce la faceva più. Sentiva delle crepe sanguinanti aprirsi sulla pelle. E così subito dopo cedette sopprimendo la dignità.
“Sono… SONO UNA TROIA!”
L’inquisizione spagnola nel tardo medioevo con la scusa della caccia alle streghe faceva la stessa cosa con i sospettati. Se fossero stati eretici, avrebbero trovato nel rogo la giusta punizione. Se fossero stati innocenti invece… beh, la loro anima si sarebbe guadagnata la strada verso il paradiso. E KAtrina aveva già guadagnato un posto in paradiso da tempo. Povero angelo senza ali.
Quella dignità che teneva così stretta era caduta a terra mescolandosi alle lacrime ed al sangue.
L’arcigna rallentò.
“NE ERO SICURA! Con quella boccuccia… -SCIACK – con quelle tette… -SCIACK – e con questo culo-SCIACK – … Beh, adesso dovrai aspettare un po’… -SCIACK – ”
Le ultime 4 frustate, quasi a coronare la sua soddisfazione. Poi si fermò. Solo ora si mise a guardare quell’opera raccappricciante. La cieca furia colorava i suoi occhi. Non poteva vedere altro che il suo stesso odio riflesso in uno specchio di striature violacee.

Poi riguardò quel corpo martoriato e quella frusta. Partì un altro schiocco. A tradimento. Così, per provare il gusto di usare quello strumento uscita dallo status di ira barbarica che la possedeva fin poco prima.
Poi prese il manico della frusta e lo analizzò. La forma vagamente fallica le fece copncepire in testa un’idea diabolica. Lo avvicinò alla fessura venerea di KAtrina, che di sussulto balzò via dalla panca.
“Cosa fai? Prendilo…”
“Signora, la prego… accetterò i suoi castighi, ma non mi induca in altri peccati.”
“Questo è per…”
“Se le fa piacere può frustarmi ancora, ma non si disonori in altro modo agli occhi di Dio, la prego.”
2 frasi veloci, che coprivano la voce della padrona. Infine si girò volgendo i palmi alla parete dopo essersi fatta il segno della croce.
“Può continuare, fin che il signore mi darà la forza.”
La padrona riguardò la frusta, la alzò in aria. Poi si bloccò riabbassando l’arma. Poi la rialzò nuovamente, cercando di colpire ma ottenne un colpo fiappo che aveva circa un quarto di potenza di quelli sferzati prima, ma che su quelle cicatrici faceva comuqnue un male cane.
“Rivestiti!” Fu la risposta secca della strega. “Torniamo a casa!”
Quella sera la signora gli lasciò una pomata per poter cancellare dalla sua anima marcia quel crimine compiuto. Quella sera Katrina fu esonerata dallo svolgere lavori domestici. Ma solo per quella sera.

Questo racconto probabilmente sconcerterà alcuni animi sensibili.
Non c’è dolcezza, nè giustizia, nè punizione, solo tanta crudeltà.
Vi invito a riflettere sul fatto che c’è veramente chi subisce queste ingiustizie.
Se avete odiato l’arcigna vecchia significa che il mio racconto ha raggiunto il suo scopo.
- MASTER -

Hortensie, parte otto

24 Ottobre 2011

CAPITOLO DIECI
La mattina dopo, la cioccolata fu buttata ai porci: una scrofa, che l’aveva avidamente ingoiata, si sentì male. Helene, accusata di fronte ai padroni, negò qualsiasi addebbito, con foga negò, finché Eugenia non ebbe un’idea….
“Avresti dovuto vedere, mia cara. All’improvviso quell’enorme vacca di Marguerite le si è buttata addosso, costringendola fra le sue braccia. Contemporaneamente, quella civetta di Elisabetta afferrava i capelli di Helene e, tirandoli, la costringeva ad abbassare la testa, se non voleva che glieli strappasse tutti… le forbici della guercia sembravano la lama del compianto sire di Bergerac: veloci più del fulmine. I lacci del corsetto di Helene furono tagliati, e poi fu separata anche la maglia che vi stava sotto e perfino la camicia. Sulle spalle nude della bionda Helene apparve in tutta la sua chiarezza il marchio dell’infamia!” La voce di Savignac è particolarmente dura.
Seduta di fronte a lui, Magdalene accenna di sì con la testa “E’ stata coinvolta nello scandalo, era una bambina allora… ma la Chambre des Poissons la condannò lo stesso a ricevere il ferro rovente! Pensa che, prima, l’avevano fatta assistere alla tortura cui avevano sottoposto la madre…. Ma, crescendo, Helene ha seguito le orme materne: è diventata un’esperta in veleni….”
“Te l’avevo detto io: Hortensie è più protetta del re!” tiene a precisare il suo amante, con un pizzico di delusione.
“Però, che angelo di moglie ti sei preso! Una torturatrice…” adesso è Magdalene ad essere irritata.
“Che potevo fare? Intercedere per Helene e confessare apertamente che era al mio servizio, per….beh, lasciamo perdere. Ho proposto che, almeno, la portassero davanti al magistrato….Va bene, Va bene: non guardarmi così! Sarebbe stato peggio…ed allora ho acconsentito. Credevo che sarebbe stata una cosa sopportabile per lei….”
Helene è stretta fra due nerboruti servitori: ha tentato in tutti i modi di lottare, adesso è stanca. Il bavaglio le rende difficoltoso il respiro. Non si oppone quando le tirano su le braccia, legandole i polsi al piolo della scala più alta della stalla; sulla schiena seminuda, in alto a destra, fa spicco la cicatrice lasciata tanti anni prima dal ferro rovente: è a forma di giglio. Eugenia strappa ancora di più la camicia di Helene fino a scoprirle l’intero dorso ed anche una parte delle natiche. Hector non l’ha mai fatto, anzi gli provoca ribrezzo farlo: ma dev’esser come con i puledri, si dice fra sé per darsi coraggio. La frusta schiocca, prima nell’aria e poi sulla pelle: al centro della schiena di Helene, una striscia rossa. Profonda. I biondi capelli paiono spighe di grano al vento, quand’ella butta all’indietro la testa.
Dodici frustate, ha detto la padrona e dodici saranno! Dai, Hector, mettici più forza! Ha cercato di ammazzare la signora, non ti rendi conto che è un’assassina…pensa Marguerite, leccandosi le labbra screpolate. C’è sangue che cola lungo la schiena. Helene è svenuta. Una secchiata d’acqua, e non solo d’acqua, la fa rinvenire. Si guarda intorno spaesata, gli occhi spalancati: il suo cervello recepisce soltanto l’atroce dolore che proviene dalla sua schiena. Non capisce neppure che la stanno slegando e che una mano pietosa le sta riaccostando il vestito….
“ Hortensie sembrava assatanata, quella sera. Pensa un po’ che è venuta direttamente nella mia camera, con indosso soltanto la camicia. Voleva che io la montassi. Mi ha perfino ricattato: minacciava di raccontare al parroco che io non faccio il mio dovere coniugale…E che? Non potevo certo compromettermi di più. L’ho accontentata, ma a lei pareva non bastare mai…magra e allampanata, ha perfino incrociato le gambe dietro le mie reni, nel momento …beh, ci capiamo eh, Magdalene?” dice Savignac

CAPITOLO UNDICI
L’esercito era stato sconfitto, annientato nelle risaie allagate: i nemici avevano la strada spalancata verso la capitale!
I corrieri reali sfiancarono i cavalli per portare l’ordine di arruolamento fin nelle più remote contrade del regno. Il visconte di Salignac partì il giorno stesso del primo anniversario del suo matrimonio; portava con sé tutti gli uomini validi delle tenute de Angers e de Recamier. Cominciò, per la povera Hortensie, un altro periodo nero. Vedova con il marito ancora in vita, senza notizie di lui, con l’angoscia di veder spuntare sulle colline gli stendardi prussiani….
Hortensie cadde nella depressione più cupa: passava giorni interi a scrutare l’orizzonte, in assoluto silenzio, lo sguardo fisso nel vuoto. Rifiutava di mangiare; solo dopo molte reiterate insistenze Eugenia e la fide Marguerite riuscivano a farle inghiottire un po’ di brodo; ma la loro signora, ormai ridotta pelle e ossa, deperiva sempre più. Elisabetta ed altre domestiche commettevano apposta qualche piccolo gesto, nella speranza che la padrona le facesse sculacciare e ne potesse trarre un qualche diversivo. Invano, perché Hortensie era completamente apatica.
“E’ tipico delle giovani donne, che hanno il marito lontano. Diventano isteriche…Remedium unicum non est!” sentenziò lo speziale, a cui Eugenia si era rivolta, prendendo il coraggio a due mani. Egli sapeva che, giù al sud, questi disturbi erano curati a suon di bastonate oppure legando la pazza e costringendola a mangiare, versandole in gola gli alimenti con un imbuto: o inghiottiva o soffocava. Ma tali rimedi non erano applicabili alla signora d’Angers, vedova Recamier, viscontessa de Savignac. Purtroppo!
I nemici erano stati fermati, in una battaglia cruentissima in cui la nobiltà del regno aveva dato mostra di tutto il proprio valore. La notizia arrivò in piena estate, mentre il grano e l’orzo bruciavano nei campi, perché non c’erano uomini che potessero mieterli. Il visconte Charles Robert de Savignac si era comportato da eroe: da solo si era gettato contro una compagnia di picchieri inglesi, ma era stato ferito. Hortensie, ridotta ormai ad uno scheletro, decise di affrontare il primo viaggio della sua vita, per andare a trovare il marito. La accompagnarono Marguerite e Colette: della prima si poteva fidare ciecamente, la seconda era la donna più seria di tutta la servitù. Certo, tre donne sole in viaggio in simili frangenti …l’amministratore Pellissier tentò in tutti i modi di sconsigliarla, ma la signora fu irremovibile: l’amministratore ottenne, almeno, che lei facesse testamento.
C’è una donna al capezzale del visconte. Una donna bellissima e sta piangendo! Sua Maestà aveva inviato il proprio chirurgo personale, ma anche la sua abilità nulla aveva potuto. Il visconte sarebbe sopravvissuto, forse, ma non sarebbe mai più stato un uomo! Era stato indispensabile tagliare e cauterizzare, la picca era entrata troppo in profondità, nell’inguine, tagliando tutto quel che c’era da tagliare. Magdalene ha perso l’amante, Hortensie il marito.
BK

Hortensie, parte 7

16 Ottobre 2011

CAPITOLO OTTO
“Cosa avete, marito mio? Vi vedo freddo, quasi scostante, alla mia presenza….Eppoi, non mi frequentate più…” disse Hortensie.
“Abbiamo stabilito che la copula, destinata esclusivamente alla procreazione, sia ben chiaro, avviene solamente il sabato, qualora esso non sia festa comandata o vigilia….umhf…” disse il visconte, inghiottendo un boccone di torta.
“Non intendevo questo; di ciò, nulla men cale…sebbene siamo sposati da sei mesi ed io ancora non sia rimasta pregna… volevo dire che non siete affatto gentile, verso di me, non più almeno come quando eravamo in procinto di… di sposarci…” riprese cocciuta Hortensie
Il visconte ruttò, si aprì la giubba, sistemandosi meglio sulla sedia. Era giunta l’ora di dare una lezione a quella cavalla: come si tengono calmi i cavalli? Con la frusta! “Siete impertinente ed irriconoscente! Vi onoro della mia presenza e del mio lignaggio….”
“E voi dilapidate i miei soldi!” Hortensie scattò. Allora, il marito si alzò, si avvicinò all’adorata mogliettina e le diede un manrovescio da farle voltare la testa. “Meritereste di esser frustata a sangue, per la vostra improvvida presunzione. Dirò ad Hector di prepararmi il cavallo, vado a fare una cavalcata….non so quando, e se, ritorno….”
Evidentemente, come risulta da questo dialogo, i rapporti fra i due coniugi sono decisamente burrascosi. Hortensie comincia a pensare di aver commesso un errore, a sposare il visconte di Salignac. Ah, se il suo povero padre fosse stato ancora abile, lui sì che l’avrebbe messo a posto quel nobilucolo….
Uscendo al trotto dalla villa, il visconte di Salignac incrociò uno staffiere, che invece vi si stava recando al galoppo più sfrenato.
La sera stessa dei funerali del padre, Hortensie decise che doveva punirsi. Doveva punire il suo proprio egoismo, scontare le sue proprie colpe.
“Cosa ve ne dovete fare di sei pezzi di corda annodati in fondo?” chiese Marguerite alla padrona, sinceramente perplessa.
“Portameli e stai zitta! Quando ti ordino qualcosa, voglio che tu lo faccia!” rispose Hortensie, piccata.
Hortensie ha unito insieme le corde, un nastro le circonda stretto stretto nella parte finale. Non è un flagello uguale a quello adoprato in collegio, ma può andare bene. La donna si sfila la camicia da notte dalla parte superiore, arrotolandola intorno ai fianchi. Il braccio destro piegato compie un movimento verso la spalla sinistra; Hortensie si rizza sulla punta dei piedi, quando i sei nodi le colpiscono la schiena. Stringe i denti e ci riprova. Una fitta la pervade tutta. Di nuovo e di nuovo e di nuovo. Non può impedirsi di tremare in ogni fibra e la camicia scivola giù lungo le magre gambe. Adesso Hortensie si percuote le natiche: lì il dolore è più sopportabile… Hortensie comprende ciò che devono provare le serve quando vengono sculacciate…anche lei, mentre le corde mordono sempre più veloci e più rabide le sue chiappe scarne e piatte, prova, forse, la stessa sensazione. Per un attimo Hortensie sospende l’autoflagellazione, per far riposare il braccio stanco e ne approfitta per strofinare insieme le cosce. Il braccio torna a rialzarsi.
“Oh, Dio mio!” sospira affranta Marguerite apparsa sulla soglia della camera. La sua mano rapida artiglia il polso di Hortensie, mentre la sua bocca urla: “No, signora! Non così, basta, basta…Non fatevi ulteriore male…” Hortensie è dolorante ma, nello stesso tempo eccitata. E il contatto della mano della serva con la schiena gonfia, con le natiche brucianti le reca appena sollievo. Hortensie si gira di colpo e poggia le sue labbra, piegando la testa, su quelle umide di Marguerite.

CAPITOLO NOVE
“No, carissima, quello che dici è infattibile!” sembra deluso il visconte di Salignac, mentre riprende ad abbracciare Magdalene. “Ma dai! –lei parla, ma non lo scosta- la morte del padre, la mancanza di figli, la solitudine possono spingere una signora giovane ed instabile a cattivi pensieri, a gesti estremi….” Lui toglie le labbra da quella pelle serica, giusto il tempo di fare una domanda: ” Ma come si fa? La guercia le sta sempre accanto: ho il sospetto che assaggi pure il cibo destinato alla padrona; per non parlare di quella grassa Marguerite, una chioccia…” “Ho io la persona giusta, basta che tu convinca tua moglie a prenderla al proprio servizio…” sogghigna Magdalene.
Helene era una donna bellissima: due profondi occhi celesti in un mare di capelli biondi. Non sembrava appartenere alle classi inferiori, data la sua eleganza. Ed allora perché voleva entrare al servizio della padrona? Fu la prima cosa che si chiese la sospettosa Eugenia. Non aveva l’aspetto di una cameriera…e perché il signor padrone insisteva tanto? Forse, voleva farne la sua amante? Bisogna mettere in guardia la padrona, si disse Eugenia.
Il visconte fu irremovibile. Helene gli era stata raccomandata da una persona cui egli teneva moltissimo e non poteva rifiutargli questo favore; si trattava di una giovane ben educata, alla quale il vaiolo aveva portato via i due figli piccoli; Helene doveva guadagnare qualcosa, oppure vogliamo che vada a mendicare sul sagrato della chiesa oppure faccia qualche insano mestiere?
E così fu. Helene entrò nella villa Recamier per un salario di un luigi d’argento al mese, più due pasti al giorno. Siccome non sapeva fare niente, sarebbe stata impiegata come sguattera in cucina. Almeno, in tal modo decise Eugenia.
“lo sai che quella nuova è proprio strana?- commentò Elisabetta- si vergogna a spogliarsi, perfino davanti a noi, che siamo tutte donne. Dorme sempre con un camicione chiuso fino al collo, e, durante la notte, qualche volta si lamenta… e, poi, fa troppe domande! Quali sono i piatti dei signori? Perché qui non si cucina mai una zuppa? E’ troppo curiosa !” Eugenia annuì gravemente: era d’accordo. Bisognava sorvegliarla attentamente, questa Helene.
Di fuori, la neve ha creato un soffice tappeto bianco. Tutte dormono. E’ il momento di agire. Helene non fa rumore, alzandosi dal letto, i piedi nudi insensibili al gelido pavimento. Deve sbrigarsi a compiere la sua missione: da tre settimane è in quella casa; non c’è più tempo. Arriva in cucina. La cioccolata della padrona è nel bricco di stagno, in un angolo del focolare: lei la vuole sempre calda. E’ Marguerite in persona a versarla nella cioccolatiera, ad assicurarsi che la tazza sia sempre ben pulita, prima di portarla su. Helene si passa la mano intorno al collo, tira fuori dalla camicia da notte il laccetto che assicura la piccola fiala di vetro, piena di un liquido incolore; con estrema attenzione, ne toglie il piccolo tappo di sughero, alza il coperchio del bricco e versa tutto il liquido della fiala nella cioccolata. Rimette a posto il tappetto sulla fiala e la nasconde di nuovo vuota fra i seni. Helene, sempre nel massimo silenzio, ritorna al proprio giaciglio. Eugenia, al suo passaggio, tiene ben chiuso l’ unico occhio, facendo finta di dormire….

BK

Hortensie, capitolo 4

7 Settembre 2011

“E’ giovane: ha vent’anni. Non è bella, questo te lo concedo, ma è ricca, assai ricca. E si dice pure che sia ancora vergine… secondo me, faresti assai bene a corteggiarla…” disse Magdalene.
“Mia cara – e lui le baciò il capezzolo scoperto- non ho nessuna intenzione di sposarmi, neppure se fosse la regina! Libero nacqui e morrò sciolto” “Morirai sciocco e spiantato- replicò lei, senza allontanare l’avida bocca maschile dal proprio seno- Fatti avanti! Vai dal conte e chiedigli la figlia in isposa. Sei pur sempre il visconte di Salignac! I tuoi avi hanno combattuto alle crociate! Sangue più che nobile scorre nelle tue vene… Secondo me, ce la potresti fare. Pensa un po’: terreni, rendite, probabilmente un bastone da maresciallo del Regno, bella vita… e poi, ci sarei sempre io a consolarti, al posto di quell’aringa essiccata!” La donna tirò su fra le sue mani la testa dell’uomo e lo baciò sensualmente sulla bocca.
Il visconte Charles Robert de Salignac non aveva un soldo, praticamente, però era d’alto lignaggio…era chiaro che mirava ai beni di Hortensie, l’aveva capito pure il conte d’Angers, ma era ben introdotto a corte, godeva di potenti conoscenze…sì, si poteva accettare la sua proposta. Se non se ne fosse presentata una migliore!
Non era soltanto il futuro della figlia ad angosciare il vecchio conte; lo preoccupava pure la salute della Brolis. Era stata alle sue dipendenze per 28 anni, mica la poteva abbandonare così. Pierrette soffriva di costipazione intestinale e ricorreva sempre più spesso ai clisteri. Glieli preparava lo speziale, e glieli faceva materialmente la sua cameriera. Ma oramai ne serviva uno al giorno, se bastava! E la dama diventava sempre più gialla, sempre più magra, sempre più debilitata…forse un paio di mesi a casa d’Hortensie potevano giovarle alla salute, pensò il vecchio conte.
“Post sufferentiam, gaudium: omnis dolor estitur” aveva detto lo speziale nel suo incomprensibile latino strascicato, poi era passato alla lingua normale. Due oncie di cinnamomo, sei once di peppera, altrettante di calica, e tanti tanti altri ingredienti, ben seccati e ben triturati, il tutto sciolto in una pinta di acqua bollente: cioè, non deve bollire proprio, no!, deve fare le bollicine piccine piccine sotto la superficie e va introdotto molto in profondità, in modo da raggiungere le anse dell’intestino e di sciogliere le pietre che si sono formate là dentro. Madame soffrirà, ed anche parecchio ma il risultato positivo è assicurato, se tratterrà il liquido dentro di sé il tempo necessario, ovverosia il più a lungo possibile. Intanto, sarebbe bene anche lavarle l’intimità femminina, per scacciarne via gli umori maligni che, talvolta, vi si formano. Va bene lo stesso preparato ma l’acqua deve essere assolutamente di fonte, purissima e stavolta proprio bollente.
Più di un anno fa, un bravissimo artigiano ha preso due assi larghe e bien piallate, le ha unite per il lato corto mediante chiavarde, in modo da ottenere una specie di V rovesciata, che si può aprire o chiudere a piacere. Il tappezziere ha rivestito ciascuna asse di morbida lana e, per contenerla, vi ha inchiodato sopra della stoffa. E’ questo il letto in cui madame Pierrette Brolis è solita farsi fare il servizio. Oggi è il gran giorno! Santerre lo speziale ha giurato che oggi risolverà definitivamente, anche se sentirà un po’ di fastidio. Pierrette indossa solamante la camicia, che ha uno spacco sul didietro, proprio in corrispondenza di quei posti. Si distende sul lettino, la pancia in corrispondenza delle chiavarde; un robusto valletto gira la manovella e le due assi cominciano ad avvicinarsi fra loro, portando in alto il bacino di madame. Lei gli dice di fermarsi perché va bene così. Il valletto s’inchina e scompare. Colette è pronta, scioglie i laccetti che uniscono la parte posteriore della camicia, scopendo il magro ed emaciato culo. La cannula è particolarmente lunga e grossa e scotta fra le mani della domestica; madame afferra le maniglie, per tenersi meglio; le dita di Colette scostano le sue natiche, metteno alla luce il foro. Pierrette sussulta all’introduzione della cannula; l’osso di cervo bucato va a fondo, va a fondo…. Sembra non fermarsi mai…Pierrette geme a lungo fra le labbra serrate, ma non può esimersi dal lanciare un urlo quando sentre l’acqua bollente scorrerle dentro. Si contorce, si avvinghia vieppiù alle maniglie per non cadere, non resiste più…non resiste….è sul punto di svenire, quando Colette le toglie la cannula. A Pierrette il ventre va a fuoco, ma deve trattenersi….Colette introduce il tappo di sughero lungo come il dito di un uomo e largo il doppio. Alla domestica dispiace infliggere tanta sofferenza a madame, ma l’hanno detto i medici! Senza cambiare la sacca che contiene ancora tanto liquido, mantenuto caldissimo dal fornelletto sospeso proprio sotto di essa, Colette tuttavia avvita un’altra cannula, più lunga ma più curva della precedente. Scosta le grandi labbra e la infila dentro la natura più intima della padrona. La chiavetta è aperta. Dolore si aggiunge a dolore, nel ventre di madame Brolis. Le urla, ora, sono lancinanti; Colette copre con il proprio vasto corpo quello, assai più minuto, della sua padrona per tenerlo fermo. Con un gorgoglio, l’ultima goccia di medicina scende lungo il budello ed entra nella vagina di Pierrette. La domestica attende qualche battito di cuore, per esser sicura che tutto il liquido sia ben dentro la padrona ed estrae la cannula arcuata dal corpo di lei. Pierrette respira con affanno, è tutta rossa in viso, le gambe tremano come budino, il sudore le cosparge tutto il corpo. Colette riaccosta i lembi della camicia. Ed urla il nome del valletto: bisogna fare presto riportare il lettino in posizione orizzontale. E permettere a madame di liberarsi, prima che perda i sensi.
BK

Racconti di sculacciate: Hortensie parte 3

31 Agosto 2011

Dopo 39 giorni di coma, Jules de Recamiere spirò. Era ridotto pelle ed ossa. La vedova inconsolabile ne seguì il feretro ma non resistette nel momento in cui la bara fu deposta dentro la grande nicchia del duomo della città; svenne per il dolore. Tutti la compatirono: cosa avrebbe fatto, così giovane e con un patrimonio di tale entità? Per fortuna, era ancora in vita il padre…lui avrebbe sicuramente preso in mano la situazione!
E così fu. Ma il conte di Recamiere rimase assai deluso quando si sentì rispondere dal vescovo che Hortensie non poteva sposarsi prima che fossero trascorsi tre anni di vedovanza, perché così imponeva il diritto ecclesiastico. Invano, il conte protestò che la figlia era ancora intatta, che il matrimonio non era stato consumato. Il vescovo fu irremovibile. Sì certo, si poteva ricorrere alla Rota diocesana: Hortensie sarebbe stata visitata e, se risultata ancora vergine, il matrimonio sarebbe stato sciolto ipso facto. Ma…ma l’inchiesta, il dibattito, perfino la visita medica sarebbero stati pubblici: chiunque poteva assistervi, purché fosse un fedele devoto di Santa Romana Chiesa. Il conte rinunciò: avrebbe aspettato tre anni.
Tuttavia, comprò alla figlia uno schiavetto. Un bambino avrebbe reso più gioiosa l’atmosfera in quella tetra magione da 23 stanze, più le cucine, più le dependances…
Ahmed era nato là dove scorre il grande fiume, dove i cavalli d’acqua giocano fra loro a rovesciare le piroghe, dove la pioggia è un avvenimento eccezionale. Era appena entrato nella pubertà, che gli arabi attaccarono il suo villaggio. Qualche guerriero, tra i più coraggiosi, tentò di resistere, ma poté fare ben poco contro i fucili dei mercanti di schiavi. Con la catena al collo, Ahmed fu portato via, insieme a tanti altri ragazzi, alle donne più belle ed ai giovani più prestanti. Il ragazzino fu rinchiuso nella grande piroga, incatenato alle pareti di legno; la grande piroga si muoveva tutta, beccheggiava ed Ahmed vomitò anche l’anima. Finalmente, toccò terra. I suoi abitanti erano tanto strani: avevano tutti la pelle pallida! E parlavano una lingua strana, che Ahmed non riusciva a capire…
Il visconte de La Tremoile lo comprò per pochi tornesi al mercato degli schiavi di Marsiglia. Quel ragazzino secco e spaurito valeva assai poco, non dava nessun affidamento. Però, sarebbe stato un buon giocattolino per la cugina del visconte, l’allampanata Hortensie. Così, Ahmed entrò in quella grande capanna, ma dalle pareti diverse rispetto a quella in cui lui aveva abitato per tanti soli…soltanto il bosco, seppure molto alla lontana, gli ricordava le foreste sul grande fiume.
“E’ magro come un’aringa essiccata” esclama Magdalene, guardando quel fuscello nero. “Puzza altrettanto!” osserva Eugenia, arricciando il naso. Ahmed guarda entrambe con gli occhioni sgranati. Quella grassa, chissà perché, gli ricorda sua mamma: due lacrime gli spuntano agli angoli degli occhi. “Lavalo per bene e fallo mangiare” ordina Eugenia.
Ahmed non prova alcun imbarazzo a stare nudo: lui, i compagni e le compagne, la sua famiglia facevano tutti il bagno nudi nelle acque del grande fiume. Ma la donna grassa gli sta facendo male! La striglia gli riga la pelle, la scortica: la piacevole sensazione dell’acqua tiepida si sta trasformando in un incubo. Ahmed morde la mano che gli sta facendo male. Un possente ceffone gli fa sanguinare il labbro. E, subito dopo, una frustata gli arriva dritta in mezzo alla schiena.
La donna alta, quella con i capelli colore dell’orzo maturo, l’ha picchiato! Ahmed si volta inviperito, ma inciampa nell’acqua saponata e finisce letteralmente fuori della tinozza.
“Tienilo fermo! – grida una ancor più invelenita Eugenia ad una sgomenta Marguerite- Deve imparare subito la lezione!” Non ci vuole molto alla grassa serva per bloccare quel ragazzino che peserà, sì e no, cinquanta libbre. La cinghia si abbatte con forza sulle natiche magre, le colpisce, le arrossa, le indolenzisce. Ahmed piange, stacca le mani dal bordo della tinozza e vi finisce dentro, di pancia. Le due ridono come matte. Lui si sente afferrare per un orecchio ed è costretto ad uscire fuori dall’acqua. “Però! Promette bene!” giudica Eugenia, fissando le parti basse dello schiavetto. “Gliene manca un pezzo” osserva Marguerite, sempre attenta alle questioni pratiche. “Sarà ebreo” conclude Eugenia.
Ahmed non capisce una parola di ciò che dicono quelle due, però seguendo la direzione dei loro occhi, si guarda pure lui in basso: cosa avrà di strano?, si domanda attonito.
“Fallo mangiare, ché è troppo magro! Ingozzalo se occorre…e se ti da fastidio o si rifiuta di mangiare, chiamami. Ci penso io. Con questa!” ed Eugenia leva in alto la lunga striscia di cuoio che tiene ancora stretta in mano.

BK