Posts con Tag ‘punizioni’

Video di punizioni a scuola

22 Agosto 2011

Il solito punishslut ci segnala un bellissimo video di punizioni scolastiche, ovviamente gratis e completo: lo potete guardare cliccando qui.

Come al solito vi do qualche anteprima, questa volta vi confesso che mi sono piaciute particolarmente alcune foto del culetto punito della ragazza, eccole qua:

culetto punito
 sculacciate a scuola
culetto ragazza

Punizioni dolorose

13 Agosto 2011

Il video di oggi è segnalato da punishslut, è un video eccitante, per vederlo cliccate qui.
Eccovi alcune foto in anteprima:

culetto punito
dolore culetto

Hortensie

5 Luglio 2011

“Che cosa ha detto?” chiede la padrona, sinceramente stupita, a voce troppo alta e sgranando gli acquosi occhi celesti.

Marguerite si torce le mani, dopo averle impiegate a torcere il grembiule “Ha detto che meriterebbe la frusta!” risponde la domestica, tutto d’un fiato e evitando di guardare la padrona.

“In questa casa si usa frustare la servitù?” torna a chiedere la padrona, mentre un leggero rossore le imporpora le gote.

“No! Non sempre, almeno. L’ultima volta fu sei anni fa, una lavandaia… aveva rubato due paia di calzoni, per rivenderseli. Il signor padrone ha ordinato che fosse battuta – Magdalene è ancor più imbarazzata, vergognandosi a dire ciò che sta per dire- sul… sul posteriore, voi mi capite? Con la stessa paletta che serve a stazzonare le lenzuola….”

“Raccontami un po’ e non aver remore. Sono una donna anch’io…” Hortensie si lecca gli angoli delle labbra.

“Il signor padrone la licenziò, ma voleva che a nessuna delle altre lavandaie, ne avevamo sei allora, venisse in mente di ripetere quel gesto di furto…così portarono Elisabetta, così si chiamava la colpevole, proprio giù alle fontane. Lei strillava, gridava, si ribellava, scalciava ma la trascinarono giù. Due servi l’afferrarono per le braccia e la costrinsero a piegarsi sul bordo della fontana, quello senza il ribaltino per lavare i panni. Le tenevano le braccia ben discoste dal corpo, uno ciascuno. Lo stalliere gli sollevò la gonna, mettendole a nudo il vasto deretano, perché Elisabetta era molto grassa, prese la paletta per il manico e…come si torceva, come urlava la povera disgraziata quando la paletta fece il suo dovere! Aveva …il deretano…rosso rosso, quasi scottato come se si fosse seduta sulla brace…e piangeva, piangeva come una vitella orfana. Io, insieme alle altre, stavo spiando dall’uscio: fu uno spettacolo orrendo. Trattare così una donna, una madre di famiglia! Presa a sculacciate come una monella! E gliene diedero tante, vi assicuro…quando la lasciarono, lei immerse la faccia nell’acqua della fontana, senza neppure pensare a ricoprirsi, quella spudorata! E volete sapere cosa fece subito dopo? Si rimette in piedi, la gonna ancora alzata, si gira e lo mette a mollo nell’acqua! Vi assicuro, signora padrona, si poteva vedere il fumo tanto ce lo aveva rovente…” Marguerite prende fiato, esausta per questa tirata.

La lingua di Hortensie freme nel titillarsi il labbro superiore, appena appena ornato di corta peluria. “Cosa ha fatto questa…come si chiama, questa di ieri?” torna a domandare.

“Elisabetta! – informa Marguerite, a sua volta stupita che la signora padrona si interessi di simili quisquiglie- stava rigovernando, quando ha visto un topo. Capite, un semplice topo! Solo che lei, Marguerite, teneva in mano una pila di piatti: ha urlato, ha lasciato la presa e i piatti tutti per terra! Tutti rotti! Erano quelli del servizio buono, quello per gli ospiti: il signor padrone ci era tanto affezionato. Costavano un patrimonio… Così Eugenia ha detto che Elisabetta meriterebbe di essere frustata per la sua sbadataggine… Cacciarla via, no! Dove andrebbe quella povera ragazza? E’ orfana…non ha nessuno al mondo….” la voce della domestica vibra di compassione.

Hortensie si prende il lungo mento fra le dita, fa finta di pensarci ma ha già preso la sua decisione.

“Sì, potrebbe aver ragione! Una bella sculacciata, sonora e passa la paura! Non lo farà più! Avvertitemi quando è pronta!” esclama Hortensie.

Marguerite piega il capo, perplessa “Avvertirvi di cosa, signora padrona?” fa.

“Di quando la sculacciate! Voglio essere presente…” la signora padrona è quasi infastidita dallo scarso comprendonio della domestica.

Forse sono necessarie delle spiegazioni. “Prendete una lingua di cuoio, legate questa…questa Elisabetta…da qualche parte, scopritele le parti intime e frustatela! Prima, però, chiamatemi….” spiega Hortensie, comprensiva .

La domestica ancora non è convinta “Come, subito? E dove? E come? ”

“Non mi ammorbare con queste domande! Dì ad Eugenia che pensi a tutto lei. Si faccia al più presto! Vai a preparare…Muoviti! O seguirai la stessa sorte della rompipiatti” Marguerite scappa via.

Due ore dopo, in dispensa. Sono tutte presenti. Elisabetta non è male, forse un po’ troppo grassa secondo il senso estetico di Hortensie, ma niente affatto male come corpo e come faccetta, pur appartenendo ad una classe inferiore.

Piange la ragazza, in fin dei conti non ha che 18 anni, piange a dirotto. Vedendo entrare la padrona, cade in ginocchio e la supplica di aver pietà, dice che è stato un malaugurato accidente, che lei ha tanta paura dei topi: è quasi commovente nella sua apologia, la ragazza.

Eugenia stringe nel nodoso pugno la lunga striscia di cuoio: se la è andata a prendere personalmente nella stalla; meglio che nessun altro sappia di quello che sta per succedere, soprattutto i maschi di casa non ne debbono mai venire a conoscenza. “Alzati! – intima a Elisabetta, con il suo spigoloso accento alsaziano- Non fare la bambina! Sul tavolo, distesa a pancia sotto. Marguerite, Adele tenetela ferma!” Invero, Elisabetta, mezzo morta e sul punto di svenire esita alquanto. La devono sollevare di peso, certo non lieve peso, per distenderla sul grosso tavolo. Le bloccano le spalle e le caviglie. Con estrema lentezza, Eugenia, guardando di sottecchi la padrona, che a sua volta ha gli occhi sbarrati e fissi, solleva le gonne della domestica. Appaiono i polpacci, inguainati in grossolane calze a righe, le cosce bianche e dritte, le natiche polpose. Eugenia cerca il cenno di Hortensie, che abbassa la testa. Si abbassa pure la cinghia ed Elisabetta urla come se la stessero scorticando. Il che, in parte, è vero. L’alsaziana non ha lesinato la forza: lo schiocco della cinghia sulla delicata pelle è rimbombato nel vasto ambiente. Il braccio levato, Eugenia guarda di nuovo la padrona.

Se seguitiamo così, finiamo stanotte! –pensa Hortensie, perciò dice: “Dagliene trenta…no, facciamo trentacinque. E di quelle forti, che se lo ricordi per sempre” con sua sorpresa, scopre di avere la bocca secca.

Eugenia non è molto forte in aritmetica, ma fino a trentacinque sa contare. E più la frusta, più lei si eccita: e non è la sola ad eccitarsi, in quel consesso. Alza e abbassa il braccio senza soluzione di continuità, non da a Elisabetta nemmeno il tempo di respirare, fra un grido e un altro. Il sedere si arrossa, si imporpora, si gonfia, la pelle diventa sempre più diafana: praticamente non c’è più un pollice di pelle intatto su quelle natiche, che pure sono vaste. Così Eugenia passa alla parte alta delle cosce. Elisabetta sgroppa, cerca di sottrarsi alla stretta delle due che la tengono ferma, divarica le cosce, alza il bacino: si vede la peluria nera e fitta del ventre, oltre che la sua vagina rosea. Eppure, ad Hortensie sembra scorgervi, proprio lì, una qualche traccia di umido; proprio come sta inumidendosi la sua, godendo di quello spettacolo.

“Sono trentacinque, signora!” la voce di Eugenia è leggermente rotta per il fiatone, causatogli dallo sforzo di frustare.

Elisabetta non urla più, si limita a singhiozzare, distesa sul tavolo, con il culo letteralmente in fiamme e segnato, quasi piagato. Hortensie fa un cenno con la mano; le mani della due domestiche si tolgono via. Elisabetta striscia e rincula verso l’orlo del tavolo: ora le sue parti intime si scorgono meglio. Hortensie aveva ragione: è stata una punizione od un piacere per la serva, si domanda tra sé.

Bob Knee

Storia di vere punizioni

1 Luglio 2011

Quello che segue non è un racconto di fantasia, ma è frutto dell’erudizione storica di Bob Knees.

Nella Roma del Rinascimento abbondavano le prostitute o meretrici o cortigiane o puttane; alcune di loro erano celeberrime tra la popolazione, e non solo a coloro che usufruivano dei loro servigi.
La vita di una cortigiana, nella gaudente Urbe di Leone X, non era poi tanto male, e rendeva abbastanza bene: fra i clienti si potevano annoverare gentil homini, ambassadori, perfino cardinali.
Tuttavia, se qualcuna di codeste honeste femine veniva sorpresa ad infrangere le leggi sulla morale, che erano parecchie ed alcune dedicate specificatamente a tale categoria di lavoratrici, oltre la pena prevista per il reato commesso, se ne aggiungeva una accessoria. Già di per sé, la pena detentiva arrecava grande nocumento a quelle donne perché dimorando dentro la prigione la sua bottega grandemente perdeva, non potendo in quel luogo il suo mulino macinare. Perciò, la maggior parte di esse preferiva pagare una forte ammenda per uscire dal carcere, ma, in tal caso, scattava la condanna accessoria. Le staffilate. Si andava da un minimo di 33 colpi ad un massimo di 100, a seconda della gravità del reato.
La pena veniva irrogata sulle piazze principali della città, in modo di esser d’ammonimento alle caste fanciulle che volessero intraprendere la suddetta professione. Ovviamente, i maschi romani accorrevano a frotte a godersi lo spettacolo. Eh, già! Perché gli strumenti usati dall’ esecutore di giustizia, cioè dal boia, andavano tutti a cadere sul medesimo punto: il culo! E questa parte anatomica doveva necessariamente esser nuda, in quel ferale momento.
Due le modalità d’esecuzione della sentenza.
In linea di massima, salve le eccezioni dovute alla sadica fantasia del giudice che irrogava la pena, la condannata era issata sulle spalle di un robusto sergente di polizia, che le teneva ferme le braccia attorno al proprio collo; quando lei era ben saldamente tenuta:
Pubblicata la sentenza, il giorno che si eseguì concorse mezza Roma a così nobile spettacolo. Fu da un gagliardo sergente levata sopra le spalle, e nella pubblica via il boia le alzò i panni in capo e le fece mostrare il coliseo all’aria, e con duro staffile cominciò fieramente a percuoterla sulle natiche, di modo che il coliseo, che prima mostrava una candidezza assai viva, in poco tempo tutto si tinse di color sanguigno.
Così Matteo Bandello, famoso letterato, descrive un’esecuzione ed aggiunge:
alla fine del supplizio, ella fece come il cane mastino, che uscendo fuori dalla cuccia, si scuote tutto e se ne va via. Fece ella la medesima cosa, e ancorché le natiche le dolessero da matti, se ne andava verso casa, senza mostrare un minimo segno di vergogna, come se ritornasse da una cerimonia di nozze.

Il secondo modo di fustigazione era abbastanza simile, ma più atroce per colei che la subiva. Innanzi tutto, vi erano limitazioni ben precise per potere infliggere questo castigo. La donna doveva esser maggiorenne ed ancora fertile, cioè non aver raggiunto l’età della menopausa; doveva esser recidiva e colpevole di reati gravissimi, come la bestemmia.
La fustigazione non era una pena alternativa, al carcere o alla multa, bensì aggiuntiva. Cioè, nella maggioranza dei casi, la meretrice (ma vi furono sottoposte anche donne che non esercitavano per niente tale mestiere, almeno in pubblico) dopo la fustigazione, veniva riaccompagnata in carcere a scontare il periodo di detenzione cui era stata condannata.
Vestita di un camicione, che doveva pagarsi da sé, la donna era condotta sulla pubblica piazza. Sopra una pedana, in modo che fosse ben visibile da ogni angolo, si rizzava un robusto palo. A questo la rea era legata con le braccia ben in alto sopra la testa. Aiutandosi con forbici o con un coltello, il boia divideva a metà il camicione e ne scostava i lembi:
tutto il dorso della famigerata apparve ignudo, dalle spalle alle caviglie: parti del corpo, che l’onesta femmina a tutti deve tener celate, si mostrano impudicamente allo spettatore, ancor più belluino del boia istesso.
di solito, in simili casi si adoprava il nerbo di bue, lungo una novantina di centimetri e ben robusto. Ovviamente, pur avendo a disposizione tutta la parte posteriore del corpo, il boia preferiva indugiare sulle natiche, che dobbiamo presumere ben polpose. Mentre una gragnuola di frustate cade sul culo della donna, l’aiutante del boia, in un angolo del palco, procede ad un operazione particolare. Indossati guanti ben pesanti, da un cesto di vimini estrae lunghi virgulti di ortica ed altrettanto lunghi rami spinosi; li unisce insieme e ne ricava una specie di sferza vegetale, che lega con un pezzo di corda: l’impugnatura è protetta da un panno, in modo che quella parte non punga la mano esecutrice.
Inferto il numero di colpi previsto, il boia appoggia in un angolo il nerbo ed impugna la sferza di ortica e rami spinosi. Con questa percuote a lungo le parti già arrossate, e, forse in qualche punto perfino sanguinanti, della colpevole che, immaginiamo, debba strillare come una gallina spennata. Quando la sferza è ridotta a poco più di un moncherino, il boia la passa più volte fra le cosce della donna, strofinando dal basso verso l’alto.
Slegata, dolorante, vergognosa, semiviva, malferma sulle gambe la poverina fu sostenuta: l’ampia camicia non coprì le sue nudità. A malapena scese i sei gradini, fra gli insulti della folla. Ignuda, fu costretta a salire sul carretto. La frusta del conducente schioccò, ella ebbe un sussulto, eppur la costrinsero all’impiedi; il popolino la dileggiava e nulla poté fare la disgraziata se non versare calde lacrime
E con questa straziante scena, nelle parole di un letterato ottocentesco, si conclude il supplizio.
BK

Madame de Recamiere

27 Giugno 2011

Madame de Recamiere aveva un sistema tutto suo particolare per punire la servitù: la frustava!
Invero, Alexandrina Augustina Hortensie Marie d’ Angers d’Ormesson, chiamata Hortensie per brevità, fin da bambina aveva mostrato una qualche turba, una qualche eccentricità. A 10 anni aveva cosparso di cognac un gatto, tenuto fermo dalla sua domestica personale con grande stoicismo e sprezzo del dolore, dato che le unghie e le zanne del felino le avevano assai insanguinato le callose mani, e gli aveva dato fuoco. Il sieur d’Angers si era inquietato più per il buon cognac sprecato che per la sorte della bestiola. Hortensie aveva assaggiato la sferza di madame Brolis sul proprio sederino ignudo e, invero, non ne aveva tratto nessun insegnamento.
Nell’adolescenza, Hortensie non brillava certo per beltà ed eleganza. Era alta, questo sì, fin troppo!, e proprio la statura la portava a camminare leggermente curva, inoltre era magra e allampanata; se vi aggiungete un viso che ricordava un muso equino e dei denti simili a quelli di un roditore, avrete più o meno il ritratto della contessina. A 13 anni, costrinse uno dei valletti a spogliarsi, soltanto per vedere come era fatto un maschietto e quale fosse la differenza fisica tra i figli di Adamo e le figlie di Eva. La capì fin troppo bene, e finì in collegio, perché era considerata troppo adulta per esser sculacciata.
Il padre aveva scelto per la sua unica figlia, dietro suggerimento di madame Brolis, uno dei collegi più esclusivi ma anche più severi del regno: quello delle Figlie Dolenti di N. S. G. C. Sofferente, dette anche le Flagellate, perché le buone consorelle si flagellavano ogni venerdì di quaresima o quando dovevano scontare un qualche grave peccato, con la mortificazione del corpo. Ed inculcavano la stessa pratica alle loro alunne, oltre a prescrivere loro l’assoluto silenzio nelle ore notturne. Regola, quest’ultima, che Hortensie non intendeva affatto rispettare. Così, la mattina successiva, si ritrovava in cappella, con il torso nudo ed il flagello in mano. La prima volta che le accadde di parlare con una compagna durante la notte, la ragazzina non volle affatto sottomettersi a questa punizione che le appariva assai barbara, almeno quando era lei a subirla; così, la superiora ci pensò personalmente. Tredici staffilate sulla schiena nuda, mentre Hortensie era tenuta ferma e piegata da due buone suore. Il dolore fu acuto, ma non insopportabile: non uscì nemmeno il sangue. E, la sera, giacendo bocconi nel proprio lettino, Hortensie avvertì una sensazione tutt’altro che sgradevole al basso ventre.
Quando Hortensie compì i 16 anni, il padre decise che era giunta l’ora di maritarla. Aveva scelto per lei monsieur Jules de Recamiere, un borghese arricchito, di oltre 50 anni, vedovo per due volte. L’unico pregio di costui era quello di essere molto ricco, di avere vasti possedimenti limitrofi a quelli dei d’Angers e di avere una salute assai cagionevole. Se non aveva avuto figli maschi, pensò il conte, tanto valeva sfruttare l’unica figlia. Una miniatura con l’immagine di Hortensie, assai abbellita dall’abile pittore che l’aveva realizzata, venne mostrata a Recamiere, che già di per sé ci vedeva poco e se la fanciulla non avrebbe risuscitato i sensi dell’anziano promesso sposo, l’avrebbe senz’altro convinto la dote che il conte d’Angers aveva proposto per la propria figliola. Dote che, il conte ne era sicuro, sarebbe ben presto rientrata nelle casse di famiglia.
Fu nella primavera del 1716 che Hortensie si sposò, per procura, dato che ancora non era maggiorenne. Appena vide il suo fidanzato, le venne uno svenimento: per il troppo amore che gli portava, disse eccitata madame Brolis. Le nozze vennero celebrate l’anno successivo. Fu una cerimonia magnifica, a cui furono invitati tutti i nobili e i notabili della zona, compreso il secondo cugino del re. L’unico avvertimento, in vista della futura prima notte di nozze, che Hortensie aveva ricevuto, glielo aveva dato madame Brolis, con un sorrisetto complice “Lascia fare alla natura – le aveva detto sottovoce- e a tuo marito: egli è abbastanza esperto, in tali cose!”
Hortensie aveva indossato la camicia finissima, tessuta con il cotone delle Antille mescolato a fili d’argento, si era distesa sul grande letto ed aspettava che il marito facesse il suo ingresso: egli stava ancora festeggiando insieme agli amici, fra litri di vino e bottiglie di cognac, cinghiali arrosto e jambonet caldi. E c’erano pure, insieme a loro, donne dalle opime forme e giovani effemminati, che sembravano più femmine che maschietti. Che cosa facessero, non doveva assolutamente interessare alla casta sposa!, almeno così le aveva detto il padre.
Hortensie ingannò la lunga attesa dando la caccia ai ragni, le cui costruzioni eteree pendevano agli angoli del baldacchino del talamo nuziale: afferrava tra le sue lunghe mani quegli animaletti e gli strappava le zampe, quando ci riusciva. Lei era ancora semplice ed ingenua nei suoi divertimenti!
Hortensie si assopì, dopo aver completamente disinfettato la zona da tutti gli aracnidi. Verso mezzanotte, sentì cigolare la pesante porta di quercia della stanza. Jules Recamiere vi entrò, il passo traballante ed il singhiozzo in gola. Vedendo la moglie distesa sul letto, scoprì i denti marci e giallastri in quello che doveva essere, nelle suo lascive intenzioni, un sorriso sensuale. Recamiere, arrivato proprio a contatto del talamo, diventò tutto blu in faccia, si portò la mano alla gola e cadde per terra.
Così Hortensie si ritrovò sposa e vergine!
Strinse forte la mano al marito, ma lui non reagì. Da una settimana giaceva immobilizzato sul letto, respirando a rantoli, che erano l’unico segno che fosse ancora vivo. Il cerusico aveva scosso la testa, desolato: la scienza medica nulla poteva fare, se non praticare saltuariamente qualche salasso.
Vestita di già a lutto, perché riteneva che il nero le donasse, aveva gli stopposi capelli giallastri, Hortensie non abbandonò mai un momento il suo sposo. Nel senso, che non si allontanò mai dalla proprietà, mentre lui stava nella sua stanza al secondo piano, guardato da un servitore, quasi pronto a chiamare aiuto qualora il conte avesse dato qualche segno di miglioramento. O di peggioramento. Madame Recamiere riceveva qualche rara ospite, che veniva in visita di convenienza, oppure parlava con gli amministratori della proprietà per curare gli affari del marito. Ma si annoiava a morte. Quasi quasi giunse a rimpiangere l’austera vita del collegio: almeno lì, c’era il diversivo delle flagellazioni.
BK.

Racconti di punizioni: La punizione di Anna

17 Giugno 2011

Questo racconto ci viene inviato dal nostro amico Warold: buona lettura e grazie all’autore!

Anna era una studentessa di 19 anni, alta e slanciata, due chiappe di marmo e una terza naturale che faceva gola a tutti i suoi amici maschi, viveva a casa con la madre, una distinta signora separatasi dal marito anni prima, quando ancora Anna faceva le scuole superiori.

Nel complesso Anna è una ragazza diligente, studiosa, ha molte amiche ed è bella, molto bella.

Tuttavia ha un difetto, che a vista di molti non lo è: è vogliosa come poche, e le sue esperienze sentimentali si riducono ad avventure brevi e dettate dalla sua voglia di sesso e scopate.

Sua madre non ignora questa parte sconveniente della vita di sua figlia, e attribuisce gran parte della colpa a se stessa, e al fatto che il lungo periodo di litigi con il marito, prima del divorzio, abbia sicuramente danneggiato la figlia.

Però, nonostante questo, ritiene la figlia matura e intelligente, così ha da sempre intavolato con lei un dialogo, cercando di farle capire non solo che il suo atteggiamento è sbagliato e immorale, ma anche pericoloso.

Anna ha dialogato a lungo con la madre, e per un periodo la ragazza è riuscita a placare le proprie irrefrenabili voglie, ma dopo alcuni mesi è tornata a scopare come un riccio, cambiando tre volte il ragazzo.

La madre ha scoperto il diario che la figlia custodisce nel comodino.

Leggendolo è sprofondata nel letto, tremante e dispiaciuta.

In una pagina scritta il giorno prima, Anna descrive il pompino fatto al suo compagno di università, di come gliel’ha scappellato con la lingua e di come gliel’ha ciucciato fino a farlo venire sulle tette di lei.

La pagina prosegue con il racconto di Anna a casa del solito amico, e di come si sia trombata sia l’amico del pompino che un altro amico, e di come gliel’hanno messo nel culo.

La madre ha le lacrime agli occhi, sfoglia il diario a ritroso, prima legge pezzi a caso dei giorni e mesi precedenti, uno più indecente dell’altro, poi si mette e lo legge tutto, e il suo cuore si spezza a momenti.

Così capisce che tutto il suo fiato è stato sprecato, e attende la figlia nel soggiorno buio, con le mani tremanti che reggono il diario.

Nel diario c’era scritto che quel giorno sarebbe andata da un vecchio fidanzato, e che non vedeva l’ora di tirargli una sega con le sue manine delicate e soffici.

Anna rincasò, e si sorprese di vedere sua madre, il volto livido e quasi tumefatto, che la squadrava con gli occhi velati dalle lacrime e con il suo diario segreto in mano!

- – Mamma, cosa ci f…Ehi! Ma quello è il mio diario!-

Senza nemmeno voler sentire come mai sua madre fosse lì ferma nel soggiorno, seduta ad aspettarla, Anna cominciò a sbraitare che sua madre aveva violato la sua privacy, commettendo un errore madornale etc. etc. Anna pareva isterica, gridava come una dannata.

Sua madre si alzò in piedi e le assestò un ceffone in pieno viso.

Anna tremò sulle sue gambe e guardo incredula e col volto velato di lacrime sua madre.

Lo schiaffone le aveva scarmigliato i capelli e arrossato il viso.

La mamma gliene tirò un altro e Anna cadde sul divano.

- Ho provato, da anni, a dialogare con te – la voce di sua madre era rotta e al contempo irata.

- – Ma sei solo una lurida maiala!- indicò il diario alle sue spalle.

- Mamma! Come ti permetti?!-

- Come mi permetto? Vergogna! Tutte le sere in cui abbiamo parlato sono state inutili? Lo credo, adesso…-

- In quel diario ci sono cose orribili e sporche, e tu non mi hai parlato di queste tue voglie Lo sapevo, ma non pensavo fino a tal punto. Ho preso una decisione. L’unico modo per riportarti sulla buona strada è insegnartelo con le maniere forti.-

- -Che intendi dire?-

- – Adesso spogliati del tutto, ti voglio nuda tra cinque minuti in bagno.-

- – M-ma p-perché?- Anna era sul punto di piangere, cominciò a dire che si pentiva di tutto quello che aveva fatto.

- – Dialogheremo domani, cara mia. Stasera voglio impartirti un po’ di disciplina ferrea, e tu la prenderai senza se e senza ma. Sto per punirti, figlia bella.-

Le suppliche di Anna furono inutili, e nemmeno le sue lacrime smossero sua madre, che in silenzio si avviò in bagno ad aspettare la figlia.

Anna tremava e moriva di paura, però cominciò a spogliarsi finchè rimase nuda, bella e lucente.

Si diresse tremante in bagno, dove sua madre armeggiava con la lunga vasca da bagno.

- Allora, vieni qua e non fare storie.-

La squadrò da capo a piedi, le sollevò il mento con una mano in modo da poterla vedere bene in viso e cominciò a esaminarla con mani esperte.

- Quante volte ho cercato di trasmetterti una condotta di vita più equilibrata, ma tu te ne sei infischiata, preferendo rischiare pericolose malattie sessuali e chissà cos’altro…– – Sei una scellerata, ma oggi ti punirò.-

- Prima di tutto, ti faccio un bel bagno ghiacciato, per placare questa tua libido, dopodichè ti sculaccio a sangue!-

La afferrò per i capelli e la spinse dentro la vasca gelata.

Anna cacciò un grido appena la sua pelle sentì il contatto con l’acqua gelida, e spinta dentro dalle mani della madre cominciò a tremare.

La madre si rimboccò le maniche e si inginocchiò davanti alla figlia.

Immerse una spugna ruvida nell’acqua e cominciò a pulirle il petto, il seno invidiato da molti, e bruciava perché quella spazzola era strana e sembrava grattare la pelle.

Arrivata alla passera, cominciò a sfregargliela con violenza, dovendo tenerla ferma con l’altro braccio perché Anna gridava per il dolore.

Dopo la fece uscire.

La sua pelle era lucida e la fica arrossata.

Le porse un asciugamano e le ingiunse di pulirsi in fretta.

- Ti aspetto in salotto per la sculacciata.-

Dopo dieci minuti, Anna giaceva in lacrime sulle ginocchia della madre, nuda e impotente.

La madre se la sistemò alla meglio e cominciò ad accarezzarle il magnifico culetto.

Le divaricò le chiappe allo spasmo e fece piovere le prime, secche sculacciate, accompagnandole a un’altra ramanzina.

Le manate cadevano con ritmo serrato prima su una mela poi sull’altra, e ben presto si fecero rosso chiare e poi di un rosso scuro, e a quel punto la pioggia era sistematica e il polso della madre si era fatto rigido e colpiva duramente.

Cominciò a cambiare bersaglio, colpendo l’attaccatura del culo alle cosce, le strettoie più profonde e persino la passera già irritata da prima.

Cambiò quindi ritmo: da manate secche e serrate una dopo l’altra cominciò a limitare i colpi nel tempo, ma ogni ceffone era della massima potenza e ben calibrato.

Levava in aria il braccio, come per prendere la rincorsa, e colpiva con violenza.

Anna ormai gridava e piangeva, chiedendo perdono per tutte le sconcezze commesse.

Altri cinquanta colpi fortissimi e intervallati tra loro, poi seguì una raffica di sculacciate talmente rapida che la mano della madre si vedeva male, sfocata, e il culo di Anna era ormai del color della porpora.

Dopo mezz’ora, si concluse la sculacciata.

La trascinò sul divano e la fece distendere.

Le inarcò la schiena con una pila di cuscini, come se fosse a quattro zampe, e sfilò l’ampia cintura dai pantaloni.

Il supplicare della figlia si era ridotto a un lamentoso piagnucolare che non si capiva nemmeno bene.

La madre cominciò a scudisciarle il culo con la cinghia.

Un colpo sulla chiappa destra, che tremolò tutta e si tinse di rosso intenso.

Un altro secco e preciso sulla sinistra, che seguì la stessa sorte della prima.

Una serie di frustate più basse, con cui colpì la fica di Anna, la quale ruggì per il dolore, piangente come mai lo era stata prima d’ora.

- Hai fatto la maiala, e ora ne paghi le conseguenze.-

Cinghiata in mezzo alle chiappe.

- – Ho tentato invano di parlare con te, ma a quanto pare fiato sprecato…-

Cinghiata nella fica, segue urlo immane.

- – Sei solo una piccola puttanella-

Altre dieci cinghiate ridussero male il culo di Anna, ormai viola.

La madre lasciò per terra la cintura e si avvicinò al culo rovente della figlia.

Le esaminò l’ano confermando che era stato violato più volte.

La rabbia la portò a sfoderarle un pizzicotto doloroso sulla passera e un’ultima serie di sessanta sculacciate a mano nuda tra chiappa e figa.

Dopodichè la mandò a letto senza cena.

L’Istitutrice parte seconda

9 Maggio 2011

Seconda parte del racconto di Giorgio, la prima parte la potete trovare qui.

Ieri a Matteo è toccata una brutta avventura.
Era già da alcune settimane che la nostra Istitutrice diceva che era necessario che Matteo fosse visitato dal medico per verificare il suo stato di salute generale e se lo sviluppo fosse normale.
Matteo, ovviamente, non era d’ accordo, ma non osò ribellarsi temendo di essere punito subito per la sua ribellione.
Anche in questa occasione dovetti essere presente perché era giusto – così disse la donna – che io fossi al corrente di tutto.
Arrivati nello studio, la segretaria ci fece accomodare nel gabinetto medico.
La dottoressa Barbara R., era una bella donna, giovane, forse sui trentacinque anni, alta e bionda. Indossava un camice bianco, molto corto ed un paio di sandali senza calze. I bottoni del camice sia quelli in alto che quelli inferiori erano slacciati sicché le gambe risultavano bene in vista ed anche il reggiseno bianco di pizzo.
L’Istitutrice s’ accomodò su di una poltrona mentre Matteo, come da precisi ordini impartiti dal medico, si spogliava in un’ anticamera all’ uopo preposta.
Io mi sedetti su una scomoda sedia di metallo a fianco di un mobiletto contenente varie attrezzature mediche.
La nostra Istitutrice e la dottoressa si conoscevano ed anzi erano addirittura amiche
“Forza, Matteo, spogliati completamente”, ordinò la dottoressa.
“Signora…, completamente nudo… è umiliante…”.
“Ma non hai motivo di aver vergogna del tuo corpo, sei così carino quando sei tutto nudo… non costringermi a darti una nuova sculacciata” – intervenne l’Istitutrice
“Sì…, sì… signora, va bene”. Rispose lui, evidentemente turbato nel vedersi costretto a mostrare impudicamente tutta la sua nudità.
“Bene, Matteo, adesso per favore fatti vedere bene, su voltati”. Ordinò l’Istitutrice.
“Sei veramente un bel ragazzo. Che magnifico culo hai… la tua Istitutrice deve alimentarti molto bene…”.
L’Istitutrice, posta dietro di lui, gl’ impediva ogni tentativo di fuga mentre il medico osservava attentamente e minuziosamente tutto il suo corpo.
“Su…, non fare il bambino e fammi vedere cosa nascondi qui”- ordinò il medico scostandogli le mani che tentavano di celare i genitali.
La donna non riuscì a trattenere un’ esclamazione di sorpresa quando vide il cazzo di Matteo che, anche se giovane, è già ben dotato.
Terminata la visita, la dottoressa sentenziò:
“Il ragazzo è sanissimo. L’ unico consiglio che mi sento di dare è quello di somministrargli regolarmente un bel clistere per tenere l’ intestino sempre sgombro e pulito. Se crede, posso fargliene uno io stessa, anche subito”.
L’Istitutrice, accettò riconoscente e mentre la dottoressa preparava l’ attrezzatura occorrente per l’enteroclisma, Matteo arrossì violentemente e strinse il pene fra le cosce per cercare di non mostrarlo. Era particolarmente imbarazzato di essere nello studio di un medico donna, nudo e nell ’ attesa di ricevere un copioso serviziale. Sinora, infatti, solo tre donne l’ avevano visto nudo: la mamma, la nostra Istitutrice ed io.
Tutto nudo, Matteo si era ora disteso su di un piccolo letto posto in un angolo dell ’ ambulatorio. Il ragazzo si mise a gemere ed a supplicare, giurando e spergiurando che non era per nulla sofferente e quando vide ciò che la dottoressa intendeva usare su e dentro di lui, ruggì come un leone e si dibatté con tutte le forze. Tuttavia la dottoressa R. aveva acquisito una certa esperienza anche con i pazienti più recalcitranti ed in meno che non si dica, Matteo si ritrovò col sedere che s’ innalzava, fremente di vergogna, attraverso le cosce della dottoressa, che però non poteva di certo mantenerlo in quella posizione e, nel medesimo tempo, introdurgli il clistere.
Allora, nervosa, proferì:
“Se non fosse per la tua età, credimi, t’ impartirei davvero una severa sculacciata”.
La nostra Istitutrice, radiosa, incalzò:
“Oh ma come non sai che lo sculaccio spesso e volentieri perché è un monello disubbidiente.” E poi rivolta verso di me “ anche lei le prende e severamente, vero Lisa?”
Sentendomi avvampare il viso non seppi far altro che tacere, ma questo diede modo alla nostra Istitutrice di continuare ad incalzarmi fino ad ordinarmi di alzarmi e di mostrare i segni dell ’ultima punizione con il righello sul mio culetto.
“Se non ubbidisci entro 5 secondi appena arriviamo a casa ne prendi 100 tutti d’ un fiato, capitoo?”.
Di scatto mi alzai voltando la schiena alla dottoressa e sollevando la gonna e poi abbassando quel poco che serviva i miei slip.
“Abbassali bene gli slip che ci sono dei segni anche sulle tue cosce e voglio che la dottoressa li veda senza difficoltà”
Rimasi in quella posizione finchè non mi fu ordinato di rivestirmi e sedermi di nuovo al mio posto.
Ora il bersaglio delle due donne era ritornato ad essere Matteo
“Oh, ma lui crede che solo perché ha diciotto anni sia esente da un simile trattamento? Però non è così e se lo ritieni puoi sculacciarlo come vuoi”
La dottoressa non se lo fece ripetere. Furono necessarie solo una dozzina di sculacciate affinché Matteo acconsentisse a ricevere nel suo intimo buco contratto, la cannula nera dello strumento sanitario. Era necessario lubrificare con della vaselina filante l’apertura recondita del ragazzo e l’Istitutrice si offrì volontariamente e di buon grado. Ma prima omaggiò ancora il monello di una sculacciata supplementare.
Il giovane, urlò con tutta la forza di cui era capace. Dopo quella sculacciata sublime e devastante, la donna mantenne allargate allo spasmo le natiche di Matteo, che tentavano, invano, di contrarsi per la paura e la vergogna. Il ragazzo restò appoggiato sul ventre, col culo in fiamme, bene esposto alle nuove, piacevoli sevizie, mentre le sue lunghe gambe pendevano, senza reazione apparente, sul tappeto. Senza difficoltà, la dottoressa preparò il paziente; impugnò la cannula che l’Istitutrice le porgeva, si piegò sopra quel bel culo rotondo e sussurrò:
“Resta tranquillo e, soprattutto, non contrarti…, vedrai che non è poi così terribile come pensi”.
La cannula, ben lubrificata con la vaselina, attraversò lo sfintere e penetrò nel retto. Matteo, non seppe raccontarmi, in seguito, quanto tempo ci volle affinché tutto il liquido gli entrasse nel ventre, in ogni caso, siccome non riusciva a trattenerlo, gli fu concesso di recarsi quasi subito nel bagno adiacente.
Mentre evacuava, le due donne si misero a parlare.
“… Ecco, segui queste prescrizioni per le medicazioni del ragazzo…”.
Asserì la dottoressa porgendo una ricetta all’Istitutrice.
“Va bene, ma devo confessarti che non ho mai somministrato i clisteri e non so se riuscirò ad infilare la cannula tanto facilmente”.
“Non ti preoccupare per le difficoltà che potresti incontrare. Se gli somministrerai un clistere ogni settimana, come ti ho detto, alla fine ci farai la mano e quest’operazione diverrà sempre più semplice. Per quanto riguarda Lisa, invece, penso che qualche clistere farà bene anche a lei. Me la porti…, le farò una visita di controllo…, è molto importante a questa età che tutto sia sotto controllo.”
Matteo, rientrò proprio in quel momento, rosso in volto come una ciliegia matura e si sedette sul bordo del lettino con le ginocchia che gli tremavano.
“Già che ci sono, esaminerò anche l’apparato genitale di Matteo, così potrai stare tranquilla”. Annunciò la dottoressa rivolgendosi all’Istitutrice.
“Mettiti in ginocchio ed appoggiati sui gomiti”, ordinò la donna indossando un paio di guanti di lattice.
Quindi, aggiunse: “Ebbene…, non hai capito quello che ho detto?”
Matteo si mise a singhiozzare ma non fece alcun movimento, non aveva intenzione di sottostare a quella visita, era così umiliante….
“Su, andiamo, smettila di mostrarti ridicolo, fammi vedere piuttosto il tuo sedere…, così posso finire il mio lavoro e tu potrai tornartene a casa”.
Matteo, ancora non si muoveva ed allora la dottoressa rincarò: “Sciocco che sei, cerchi dunque un’altra sculacciata?”
“Lasci che mi occupi io di lui”, intervenne l’Istitutrice.
“Mi serve solo qualcosa che… dovrei avere quello che mi serve nella borsetta”.
Dopo una breve ricerca, la donna estrasse un oggetto che suscitò l’immediata reazione del ragazzo.
“No, no…, non la spazzola signora, la prego…, no, la supplico, non la spazzola… m’inginocchio signora, m’inginocchio… sono obbediente vede? M’inginocchio…”.
“Bisognava esserlo prima, mio caro ed impertinente ragazzo”.
“Signora…, no…, no…”.
Già l’Istitutrice s’era seduta sul bordo del lettino, bloccando il ragazzo ed aveva cominciato ad usare la spazzola con un’abilità inimmaginabile. Lo sfortunato e sfinito sedere si offriva teso al di sopra delle cosce dove, all’intersezione, appariva una leggera peluria. Ad ogni alzata di braccio, la spazzola, ricadendo, colpiva con precisione, ora una parte, ora un’altra, di quel sedere sofferente ed indifeso.
Solo con le orecchie, secondo i suoni prodotti, piatti o rimbombanti, si poteva intuire se la sculacciatrice colpiva con il dorso di legno o con la parte irsuta. Matteo, riusciva a malapena a sopportare i colpi dati con il legno; quando era sculacciato con la parte irta di punte, specie se i colpi cadevano sulle cosce, non riusciva a controllarsi ed alte grida riempivano lo studio medico.
Progressivamente, la donna cessò di sculacciarlo e, quasi a volerne aumentare la vergogna, gli domandò:
“Il signorino è stato ben servito?”
“Sì…, sì, basta la prego, oh sì signora… mi brucia da morire ed è terribile…”.
“Sarai dunque saggio e ti presterai obbediente a quello che ti sarà richiesto dalla dottoressa?”
“Sì, signora… sì… il mio sedere, basta che non usi la spazzola…”.
“Ebbene, offrile immediatamente il culo ed allarga bene le cosce, in modo tale che lei ti possa vedere bene…, lo sai che è per il tuo bene e per la tua salute che la dottoressa ti esamina…”. Spiegò pazientemente l’Istitutrice.
Per esaminare… esaminò infilando un dito inguantato e bene lubrificato nell’ano di Matteo
“Ok, per fortuna non ci sono tracce di emorroidi, ma ora vediamo proprio i genitali che alla tua età devono essere già completamente formati e sviluppati. Girati e distenditi con la schiena sul lettino.”
Matteo, forse atterrito ancora dalla punizione con la spazzola, non osò obiettare e fece come gli era stato detto.
La dottoressa si era nel frattempo cambiata i guanti e prese tra le dita il cazzo di Matteo che era stato per tutta la durata della visita in una altalenanza di erezioni e afflosciamenti.
Ora era del tutto moscio, ma come le dita della dottoressa l’avevano preso per girarlo di qua e di là come un oggetto da esaminare, si era subito parzialmente indurito.
“ Vediamo lo stato del filetto e se il prepuzio si inizia a scoprire”
Io ero seduta a meno di un metro da loro e potevo osservare tutto molto bene. Sentivo una strana eccitazione prendermi ed un umidore tra le mie cosce serrate allo spasmo.
Con parole di grande sorpresa la dottoressa riuscì agevolmente a scoprire tutto il prepuzio di Matteo. A quel punto la sua erezione era evidentissima. La dottoressa continuava a maneggiare quel coso girandolo e soppesandolo in tutti i modi e controllando più e più volte lo stato del filetto e la sua elasticità. Il suo rosso prepuzio scompariva e poi riappariva perché lei tirava in giù la pelle con movimenti molto abili. Si vedeva che era una dottoressa molto esperta e scrupolosa.
Ad un certo punto però successe un fatto irreparabile!!!!
Matteo si contrasse e di botto un fiotto di liquido saltò fuori dal buchino posto alla sommità del suo prepuzio bagnando i guanti della dottoressa e persino il suo braccio scoperto.
“Maah cosaaa!! – urlò la nostra Istitutrice su tutte le furie – sei un maiale incontinente, un pervertito, un debosciato!! Che figura mi fai fare con la dottoressa?’ Cosa penserà ora di noi?? Faremo i conti a casa… vedrai che ti farò passare la voglia di fare il maleducato….”

Sogni perversi

1 Aprile 2011

Oggi pubblico un altro racconto di punishslut, auguro a tutti buona lettura. Colgo l’occasione per ricordare che tutti coloro che lo vogliono possono contribuire al blog, basta inviare una mail a sculacciata76@yahoo.it

Anche questo non parla nello specifico di una punizione di sculacciate
ma è sostanzialmente un racconto che verte sul sadomasochismo senza
tante pretese….
So che alcuni storceranno il naso , pazienza… mi rifarò con i prossimi!
Intanto leggete e commentate questo che prossimamente cercherò di “non
uscire dal seminato” ;)

Dopo averti spogliata quasi completamente in maniera molto brusca,
quasi strappandoti di dosso i vestiti.. vieni rudemente strattonata e
insultata.

Vieni palpeggiata in ogni parte del corpo e sculacciata come se fossi
la peggior sgualdrina.

Pochi minuti dopo ti ritrovi imbavagliata e legata stretta ad una
sedia ma in un modo innaturale: all’incontrario cioè con le gambe ben
allargate e il sedere ben esposto!

La prima serie di sculacciate a mani nude non è ancora finita e tu già
ti stai eccitando…

Appena riapri gli occhi noti che sta entrando una ragazza vestita in
maniera molto provocante con un sorriso beffardo; sta portando delle
mollette per il bucato e gode della tua umiliazione e della tua
vulnerabilità…

Mentre sceglie da quale parte del tuo corpo afferrerà dei lembi di
pelle da stringere in quella dolce morsa…sta giocando con i tuoi
capezzoli e ad ogni tuo lamento per i colpi ricevuti sulle natiche
ormai arrossate lei ride sguaiatamente schiacciandoli leggermente tra
le sue dita dalle unghie rosso fuoco, alternando i peggiori insulti a
dolci carezze, togliendoti il bavaglio per farti star zitta ti da un
lungo bacio saffico…

e noti che questo sta facendo eccitare
tremendamente i maschi che iniziano a scaldarsi sul serio…

Sul tuo sedere gonfio e dolorante continuano a piovere sculaccioni a
mani nude dei due porci che si alternano per mettersi nella posizione
migliore che permette di allungare il braccio nella massima velocità
per ricadere a mano aperta sempre con gli schiaffoni sullo stesso
punto: il tuo fondoschiena di un rosso rovente…

ouuhhhh inizi a gemere e ti contorci tra i legacci che ti tengono ferma,

ma la mistress non accetta lamentele e al posto del bavaglio decide di
infilarti in bocca le tue stesse mutandine, sgualcite e impregnate dei
tuoi umori.

Gli schiaffeggiatori continuano imperterriti prima uno sulla sinistra
e poi l’altro sulla destra, oppure unendo le loro forze per meglio
compiacere la mistress che ti sovrasta e ogni tanto si passa la mano
sotto la gonna godendo appieno della scena e incitandoli, alternando
ora ad alcuni colpi tra le cosce e nella parte bassa delle gambe
sempre più aperte che lasciano ben in mostra il tuo sesso ormai
gocciolante.
I
due ci hanno preso proprio gusto e mentre uno rimira soddisfatto la
sua opera d’arte (il tuo culo somigliante a due bei pomodori maturi e
roventi) l’altro si avvicina al tuo viso per meglio godersi i mugolii
che provengono dalla tua bocca , che ansimante riesce solo a emettere
delle pseudolamentele insensate, infatti potresti anche implorare
pietà ma il maiale che hai davanti è talmente eccitato dalla tua
posizione oscena che ti sussurra all’ orecchio: Lurida cagna, ora mi
mostrerai come hai imparato bene a succhiare durante il tuo
addestramento!

E così, mentre l’altro riprende nuovamente a schiaffeggiarti
sonoramente il didietro, lui estrae l’uccello inturgidito e te lo
piazza davanti alla faccia, schiaffeggiandoti le guance con il suo
arnese , ma la mistress lo blocca e gli ordina di slegarti…quale
magnifica perversione avrà in mente ora?

Dopo essere stata slegata, con le braccia segnate da quelle corde ti
viene tolto il bavaglio e sei costretta ad indossare nuovamente le
mutandine ricolme della tua saliva…

La mistress ti prende per i capelli e per dimostrare la tua
gratitudine a faccia in giù sul pavimento sei obbligata a leccare i
suoi stupendi stivali di pelle lucida!

Peccato che quando non hai più saliva la mistress si imbestialisce e
facendoti mettere a novanta ti costringe a strusciarti con le parti
intime lungo tutta la lunghezza dello stivale, il che non fa che
riacutizzare il dolore della sculacciata da poco terminata.

Se ti comporterai bene questi signori smetteranno di infierire sul
tuo bel culetto!

Non è vero ragazzi?

I due annuiscono anche se già pregustavano la seconda razione e in
particolar modo quello a cui non l’hai succhiato ha uno sguardo che
sembra dire Piccola troietta ti insegno io, quando avrai le chiappe
striate di viola vedremo come ciucci!

La mistress intanto si accontenta di palpeggiarti e graffiarti con le
sue unghie e i tuoi lamenti non fanno che stuzzicarla ancor di più.
Basta lagne! Gli stivali non luccicano come voglio e questo significa
che la tua punizione era solo un antipasto.. voi andate a prendere i
ceci che questa puttanella deve imparare con chi ha a che fare!

Dopo aver gettato di fronte a te una distesa di ceci vieni fatta
mettere in ginocchio e inizi subito a soffrire come una cagna dovendo
cambiare spesso posizione ma i due energumeni ti tengono stretta per
le braccia e ti sollevano per bene rimettendoti nella posizione
iniziale…

la mistress decide di metterti una benda intorno agli occhi e per
prolungare l’agonia ricomincia a pinzarti i seni con le mollette, ti
mordi le labbra per non guaire, poiché tremi al solo pensiero degli
attrezzi che potrebbero usare su di te…ma per intanto sei talmente
presa a ciucciare i due membri che non ci pensi. I due si mettono ad
ansimare e senti qualcosa di viscido e caldo che ti cola giu per la
gola, bevila tutta troia o saranno guai!!!

Ma senti un rivolo che cola giu dalla bocca e questo significa
ulteriori sofferenze,,,

La luce ti acceca appena riapri gli occhi e quando vedi la mistress
con in mano due grosse e pesanti spazzole ti scappa un gemito.

Durante la tua cecità temporanea lei ne ha approfittato per indossare
un enorme strap on e con una spinta ti butta faccia a terra
insultandoti come meriti, iniziando a tormentarti con 100 colpi si
spazzola sul sedere.

I due portano un cavalletto al quale vieni fissata a pancia in giù,
mettendoti in posizione per la più esemplare punizione tu abbia mai
subito, per incrementare la tua vergogna e la tua umiliazione viene
chiamata un’altra ragazza, che ti fa subito la cortesia di allargarti
le doloranti natiche, offrendo il tuo pertugio indolenzito alla
penetrazione tanto desiderata dalla mistress, che le porge una
spazzola e per incitarla inizia a colpirti sempre più forte tra le
cosce.

Intanto i due porci
Ghignanti stanno riempiendo le coppe del reggiseno con i ceci che
erano sparsi per terra….Quando la mistress esce ti costringe a
ciucciare lo strap on, minacciandoti di farlo provare anche all altra
ragazza, ma lei si limita a colpirti le natiche viola con le spazzole
osservando di tanto in tanto il buchino sfondato.

Vieni fatta scendere dal cavalletto e quasi non riesci a camminare dal
dolore, ma anche i due porci hanno il loro giochino da provare, e tra
atroci tormenti e le risate generali sei costretta ad indossare il
reggiseno rigonfio di ceci…

Perfetto! Adesso ci divertiamo,,dice la ragazza che dopo averti
piazzato una miriade di mollette qua e la mentre devi trattenere le
lacrime ti obbliga a fare dei piegamenti con le braccia in avanti, se
non esegui bene l’esercizio arriva un bel colpo di spazzola, ma questa
volta dalla parte delle puntine,,, prima che tu sia sfinita del tutto
arriva la mistress, che ti rassicura: rilassati tra poco sarai sulla
croce di s andrea!

Spankettina punita da punish slut

2 Marzo 2011

Questo resoconto mi è stato inviato da Spankettina, punita secondo le indicazioni di punish slut.

 

Ciao Padrone,
eccomi qui farti il resoconto di questa mattina.
Mi sono svegliata alle 7.30 gia’ agitata per quello che dovevo fare. Sono andata nel ripostiglio e tirato fuori una scatola dal mucchio di quelle estive, l’ ho aperta, e ho tirato fuori uno zoccoletto di legno nero con un po di tacco. Sono tornata in camera e ho appoggiato lo zoccoletto sul bordo del letto, mi sono tirata su la lunga maglia che uso per dormire, ho tirato giu’ le mutandine fino a meta’ coscia e mi sono piegata in avanti poggiandomi con la mano sinistra al bordo del letto. Con la.destra ho impugnato lo zoccolo per il tacco, l’ho appoggiato sulla natica destra, e ho fatto partire il primo colpo, non troppo forte, come mi hai ordinato. Gli altri undici si sono susseguiti con ritmo regolare. Alla fine mi sono riposata un attimo perche’ la spalla, a tenerla piegata all’indietro cominciava a farmi male.
Dopo che ho riposato un minutino ho ripreso con la seconda razione di colpi, quelli a media potenza, anche con questi ho incominciato dalla chiappetta destra, poi la sinistra e così via. Questi colpi ho incominciato a sentirli perchè sinceramente gli ho dati con una certa decisione, e dopo i primi, incominciavo a gemere e a stiracchiare il culetto per provare un minimo di sollievo. I primi 12 gli ho dati lenti e cadenzati, ma gli ultimi 12, invece gli ho dati veloci uno di fila all’altro. Incominciavo a gemere sempre più forte e ogni tanto mi veniva da piegare le ginocchia.
Per gli ultimi dodici colpi, quelli forti, mi sono sdraiata sul letto, con le gambe ben sollevate, ho impugnato stretto lo zoccoletto, ho preso la mira e SSTACK, il primo colpo fortissimo. Questa volta ho sentito il mio culetto bruciare e mi è uscito un gridolino di dolore misto piacere. Ho continuato per tutti i colpi che mi hai ordinato, prendendo sempre bene la mira e tentando di colpire più forte che potevo. Questi colpi mi hanno fatto male, anche perche qualche zoccolettata è finita sull’attaccatura tra sedere e gamba, dove la pelle è più sensibile. Alla fine ho lasciato cadere zoccolo e gambe, ho ripreso fiato un minuto, e sono andata in castigo nell’angolo, in ginocchio, faccia al muro e mani sopra la testa, ma dopo dieci minuti non ce l’ho più fatta e ho dovuto massaggiarmi il culetto. Dopo altri cinque minuti mi sono alzata, con le ginocchia un po doloranti e sono andata a guardarmi allo specchio. Il culetto era delicatamente arrossato nella parte centrale, più che bruciarmi mi pizzicava, e fortunatamente, il pizzicore mi sta durando tutt’ora!
Ora sono quì a scriverti con le gambe leggermente divaricate, dovendomi impegnare perchè sono abituata a tenerle accavallate, e con una sottile scomodità a stare seduta. Le mie colleghe non si sono accorte di nulla, ed è da tutto il giorno che sento attorno a me uno stato di sottile eccitazione e appagamento.
Grazie Padrone per la punizione che mi hai impartito, anche se è stata severa sò che lo hai fatto per il mio bene!
Ciao