Hortensie, parte 7
16 ottobre 2011CAPITOLO OTTO
“Cosa avete, marito mio? Vi vedo freddo, quasi scostante, alla mia presenza….Eppoi, non mi frequentate più…” disse Hortensie.
“Abbiamo stabilito che la copula, destinata esclusivamente alla procreazione, sia ben chiaro, avviene solamente il sabato, qualora esso non sia festa comandata o vigilia….umhf…” disse il visconte, inghiottendo un boccone di torta.
“Non intendevo questo; di ciò, nulla men cale…sebbene siamo sposati da sei mesi ed io ancora non sia rimasta pregna… volevo dire che non siete affatto gentile, verso di me, non più almeno come quando eravamo in procinto di… di sposarci…” riprese cocciuta Hortensie
Il visconte ruttò, si aprì la giubba, sistemandosi meglio sulla sedia. Era giunta l’ora di dare una lezione a quella cavalla: come si tengono calmi i cavalli? Con la frusta! “Siete impertinente ed irriconoscente! Vi onoro della mia presenza e del mio lignaggio….”
“E voi dilapidate i miei soldi!” Hortensie scattò. Allora, il marito si alzò, si avvicinò all’adorata mogliettina e le diede un manrovescio da farle voltare la testa. “Meritereste di esser frustata a sangue, per la vostra improvvida presunzione. Dirò ad Hector di prepararmi il cavallo, vado a fare una cavalcata….non so quando, e se, ritorno….”
Evidentemente, come risulta da questo dialogo, i rapporti fra i due coniugi sono decisamente burrascosi. Hortensie comincia a pensare di aver commesso un errore, a sposare il visconte di Salignac. Ah, se il suo povero padre fosse stato ancora abile, lui sì che l’avrebbe messo a posto quel nobilucolo….
Uscendo al trotto dalla villa, il visconte di Salignac incrociò uno staffiere, che invece vi si stava recando al galoppo più sfrenato.
La sera stessa dei funerali del padre, Hortensie decise che doveva punirsi. Doveva punire il suo proprio egoismo, scontare le sue proprie colpe.
“Cosa ve ne dovete fare di sei pezzi di corda annodati in fondo?” chiese Marguerite alla padrona, sinceramente perplessa.
“Portameli e stai zitta! Quando ti ordino qualcosa, voglio che tu lo faccia!” rispose Hortensie, piccata.
Hortensie ha unito insieme le corde, un nastro le circonda stretto stretto nella parte finale. Non è un flagello uguale a quello adoprato in collegio, ma può andare bene. La donna si sfila la camicia da notte dalla parte superiore, arrotolandola intorno ai fianchi. Il braccio destro piegato compie un movimento verso la spalla sinistra; Hortensie si rizza sulla punta dei piedi, quando i sei nodi le colpiscono la schiena. Stringe i denti e ci riprova. Una fitta la pervade tutta. Di nuovo e di nuovo e di nuovo. Non può impedirsi di tremare in ogni fibra e la camicia scivola giù lungo le magre gambe. Adesso Hortensie si percuote le natiche: lì il dolore è più sopportabile… Hortensie comprende ciò che devono provare le serve quando vengono sculacciate…anche lei, mentre le corde mordono sempre più veloci e più rabide le sue chiappe scarne e piatte, prova, forse, la stessa sensazione. Per un attimo Hortensie sospende l’autoflagellazione, per far riposare il braccio stanco e ne approfitta per strofinare insieme le cosce. Il braccio torna a rialzarsi.
“Oh, Dio mio!” sospira affranta Marguerite apparsa sulla soglia della camera. La sua mano rapida artiglia il polso di Hortensie, mentre la sua bocca urla: “No, signora! Non così, basta, basta…Non fatevi ulteriore male…” Hortensie è dolorante ma, nello stesso tempo eccitata. E il contatto della mano della serva con la schiena gonfia, con le natiche brucianti le reca appena sollievo. Hortensie si gira di colpo e poggia le sue labbra, piegando la testa, su quelle umide di Marguerite.
CAPITOLO NOVE
“No, carissima, quello che dici è infattibile!” sembra deluso il visconte di Salignac, mentre riprende ad abbracciare Magdalene. “Ma dai! –lei parla, ma non lo scosta- la morte del padre, la mancanza di figli, la solitudine possono spingere una signora giovane ed instabile a cattivi pensieri, a gesti estremi….” Lui toglie le labbra da quella pelle serica, giusto il tempo di fare una domanda: ” Ma come si fa? La guercia le sta sempre accanto: ho il sospetto che assaggi pure il cibo destinato alla padrona; per non parlare di quella grassa Marguerite, una chioccia…” “Ho io la persona giusta, basta che tu convinca tua moglie a prenderla al proprio servizio…” sogghigna Magdalene.
Helene era una donna bellissima: due profondi occhi celesti in un mare di capelli biondi. Non sembrava appartenere alle classi inferiori, data la sua eleganza. Ed allora perché voleva entrare al servizio della padrona? Fu la prima cosa che si chiese la sospettosa Eugenia. Non aveva l’aspetto di una cameriera…e perché il signor padrone insisteva tanto? Forse, voleva farne la sua amante? Bisogna mettere in guardia la padrona, si disse Eugenia.
Il visconte fu irremovibile. Helene gli era stata raccomandata da una persona cui egli teneva moltissimo e non poteva rifiutargli questo favore; si trattava di una giovane ben educata, alla quale il vaiolo aveva portato via i due figli piccoli; Helene doveva guadagnare qualcosa, oppure vogliamo che vada a mendicare sul sagrato della chiesa oppure faccia qualche insano mestiere?
E così fu. Helene entrò nella villa Recamier per un salario di un luigi d’argento al mese, più due pasti al giorno. Siccome non sapeva fare niente, sarebbe stata impiegata come sguattera in cucina. Almeno, in tal modo decise Eugenia.
“lo sai che quella nuova è proprio strana?- commentò Elisabetta- si vergogna a spogliarsi, perfino davanti a noi, che siamo tutte donne. Dorme sempre con un camicione chiuso fino al collo, e, durante la notte, qualche volta si lamenta… e, poi, fa troppe domande! Quali sono i piatti dei signori? Perché qui non si cucina mai una zuppa? E’ troppo curiosa !” Eugenia annuì gravemente: era d’accordo. Bisognava sorvegliarla attentamente, questa Helene.
Di fuori, la neve ha creato un soffice tappeto bianco. Tutte dormono. E’ il momento di agire. Helene non fa rumore, alzandosi dal letto, i piedi nudi insensibili al gelido pavimento. Deve sbrigarsi a compiere la sua missione: da tre settimane è in quella casa; non c’è più tempo. Arriva in cucina. La cioccolata della padrona è nel bricco di stagno, in un angolo del focolare: lei la vuole sempre calda. E’ Marguerite in persona a versarla nella cioccolatiera, ad assicurarsi che la tazza sia sempre ben pulita, prima di portarla su. Helene si passa la mano intorno al collo, tira fuori dalla camicia da notte il laccetto che assicura la piccola fiala di vetro, piena di un liquido incolore; con estrema attenzione, ne toglie il piccolo tappo di sughero, alza il coperchio del bricco e versa tutto il liquido della fiala nella cioccolata. Rimette a posto il tappetto sulla fiala e la nasconde di nuovo vuota fra i seni. Helene, sempre nel massimo silenzio, ritorna al proprio giaciglio. Eugenia, al suo passaggio, tiene ben chiuso l’ unico occhio, facendo finta di dormire….
BK




