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Hortensie, parte 7

16 ottobre 2011

CAPITOLO OTTO
“Cosa avete, marito mio? Vi vedo freddo, quasi scostante, alla mia presenza….Eppoi, non mi frequentate più…” disse Hortensie.
“Abbiamo stabilito che la copula, destinata esclusivamente alla procreazione, sia ben chiaro, avviene solamente il sabato, qualora esso non sia festa comandata o vigilia….umhf…” disse il visconte, inghiottendo un boccone di torta.
“Non intendevo questo; di ciò, nulla men cale…sebbene siamo sposati da sei mesi ed io ancora non sia rimasta pregna… volevo dire che non siete affatto gentile, verso di me, non più almeno come quando eravamo in procinto di… di sposarci…” riprese cocciuta Hortensie
Il visconte ruttò, si aprì la giubba, sistemandosi meglio sulla sedia. Era giunta l’ora di dare una lezione a quella cavalla: come si tengono calmi i cavalli? Con la frusta! “Siete impertinente ed irriconoscente! Vi onoro della mia presenza e del mio lignaggio….”
“E voi dilapidate i miei soldi!” Hortensie scattò. Allora, il marito si alzò, si avvicinò all’adorata mogliettina e le diede un manrovescio da farle voltare la testa. “Meritereste di esser frustata a sangue, per la vostra improvvida presunzione. Dirò ad Hector di prepararmi il cavallo, vado a fare una cavalcata….non so quando, e se, ritorno….”
Evidentemente, come risulta da questo dialogo, i rapporti fra i due coniugi sono decisamente burrascosi. Hortensie comincia a pensare di aver commesso un errore, a sposare il visconte di Salignac. Ah, se il suo povero padre fosse stato ancora abile, lui sì che l’avrebbe messo a posto quel nobilucolo….
Uscendo al trotto dalla villa, il visconte di Salignac incrociò uno staffiere, che invece vi si stava recando al galoppo più sfrenato.
La sera stessa dei funerali del padre, Hortensie decise che doveva punirsi. Doveva punire il suo proprio egoismo, scontare le sue proprie colpe.
“Cosa ve ne dovete fare di sei pezzi di corda annodati in fondo?” chiese Marguerite alla padrona, sinceramente perplessa.
“Portameli e stai zitta! Quando ti ordino qualcosa, voglio che tu lo faccia!” rispose Hortensie, piccata.
Hortensie ha unito insieme le corde, un nastro le circonda stretto stretto nella parte finale. Non è un flagello uguale a quello adoprato in collegio, ma può andare bene. La donna si sfila la camicia da notte dalla parte superiore, arrotolandola intorno ai fianchi. Il braccio destro piegato compie un movimento verso la spalla sinistra; Hortensie si rizza sulla punta dei piedi, quando i sei nodi le colpiscono la schiena. Stringe i denti e ci riprova. Una fitta la pervade tutta. Di nuovo e di nuovo e di nuovo. Non può impedirsi di tremare in ogni fibra e la camicia scivola giù lungo le magre gambe. Adesso Hortensie si percuote le natiche: lì il dolore è più sopportabile… Hortensie comprende ciò che devono provare le serve quando vengono sculacciate…anche lei, mentre le corde mordono sempre più veloci e più rabide le sue chiappe scarne e piatte, prova, forse, la stessa sensazione. Per un attimo Hortensie sospende l’autoflagellazione, per far riposare il braccio stanco e ne approfitta per strofinare insieme le cosce. Il braccio torna a rialzarsi.
“Oh, Dio mio!” sospira affranta Marguerite apparsa sulla soglia della camera. La sua mano rapida artiglia il polso di Hortensie, mentre la sua bocca urla: “No, signora! Non così, basta, basta…Non fatevi ulteriore male…” Hortensie è dolorante ma, nello stesso tempo eccitata. E il contatto della mano della serva con la schiena gonfia, con le natiche brucianti le reca appena sollievo. Hortensie si gira di colpo e poggia le sue labbra, piegando la testa, su quelle umide di Marguerite.

CAPITOLO NOVE
“No, carissima, quello che dici è infattibile!” sembra deluso il visconte di Salignac, mentre riprende ad abbracciare Magdalene. “Ma dai! –lei parla, ma non lo scosta- la morte del padre, la mancanza di figli, la solitudine possono spingere una signora giovane ed instabile a cattivi pensieri, a gesti estremi….” Lui toglie le labbra da quella pelle serica, giusto il tempo di fare una domanda: ” Ma come si fa? La guercia le sta sempre accanto: ho il sospetto che assaggi pure il cibo destinato alla padrona; per non parlare di quella grassa Marguerite, una chioccia…” “Ho io la persona giusta, basta che tu convinca tua moglie a prenderla al proprio servizio…” sogghigna Magdalene.
Helene era una donna bellissima: due profondi occhi celesti in un mare di capelli biondi. Non sembrava appartenere alle classi inferiori, data la sua eleganza. Ed allora perché voleva entrare al servizio della padrona? Fu la prima cosa che si chiese la sospettosa Eugenia. Non aveva l’aspetto di una cameriera…e perché il signor padrone insisteva tanto? Forse, voleva farne la sua amante? Bisogna mettere in guardia la padrona, si disse Eugenia.
Il visconte fu irremovibile. Helene gli era stata raccomandata da una persona cui egli teneva moltissimo e non poteva rifiutargli questo favore; si trattava di una giovane ben educata, alla quale il vaiolo aveva portato via i due figli piccoli; Helene doveva guadagnare qualcosa, oppure vogliamo che vada a mendicare sul sagrato della chiesa oppure faccia qualche insano mestiere?
E così fu. Helene entrò nella villa Recamier per un salario di un luigi d’argento al mese, più due pasti al giorno. Siccome non sapeva fare niente, sarebbe stata impiegata come sguattera in cucina. Almeno, in tal modo decise Eugenia.
“lo sai che quella nuova è proprio strana?- commentò Elisabetta- si vergogna a spogliarsi, perfino davanti a noi, che siamo tutte donne. Dorme sempre con un camicione chiuso fino al collo, e, durante la notte, qualche volta si lamenta… e, poi, fa troppe domande! Quali sono i piatti dei signori? Perché qui non si cucina mai una zuppa? E’ troppo curiosa !” Eugenia annuì gravemente: era d’accordo. Bisognava sorvegliarla attentamente, questa Helene.
Di fuori, la neve ha creato un soffice tappeto bianco. Tutte dormono. E’ il momento di agire. Helene non fa rumore, alzandosi dal letto, i piedi nudi insensibili al gelido pavimento. Deve sbrigarsi a compiere la sua missione: da tre settimane è in quella casa; non c’è più tempo. Arriva in cucina. La cioccolata della padrona è nel bricco di stagno, in un angolo del focolare: lei la vuole sempre calda. E’ Marguerite in persona a versarla nella cioccolatiera, ad assicurarsi che la tazza sia sempre ben pulita, prima di portarla su. Helene si passa la mano intorno al collo, tira fuori dalla camicia da notte il laccetto che assicura la piccola fiala di vetro, piena di un liquido incolore; con estrema attenzione, ne toglie il piccolo tappo di sughero, alza il coperchio del bricco e versa tutto il liquido della fiala nella cioccolata. Rimette a posto il tappetto sulla fiala e la nasconde di nuovo vuota fra i seni. Helene, sempre nel massimo silenzio, ritorna al proprio giaciglio. Eugenia, al suo passaggio, tiene ben chiuso l’ unico occhio, facendo finta di dormire….

BK

Hortensie, capitolo 4

7 settembre 2011

“E’ giovane: ha vent’anni. Non è bella, questo te lo concedo, ma è ricca, assai ricca. E si dice pure che sia ancora vergine… secondo me, faresti assai bene a corteggiarla…” disse Magdalene.
“Mia cara – e lui le baciò il capezzolo scoperto- non ho nessuna intenzione di sposarmi, neppure se fosse la regina! Libero nacqui e morrò sciolto” “Morirai sciocco e spiantato- replicò lei, senza allontanare l’avida bocca maschile dal proprio seno- Fatti avanti! Vai dal conte e chiedigli la figlia in isposa. Sei pur sempre il visconte di Salignac! I tuoi avi hanno combattuto alle crociate! Sangue più che nobile scorre nelle tue vene… Secondo me, ce la potresti fare. Pensa un po’: terreni, rendite, probabilmente un bastone da maresciallo del Regno, bella vita… e poi, ci sarei sempre io a consolarti, al posto di quell’aringa essiccata!” La donna tirò su fra le sue mani la testa dell’uomo e lo baciò sensualmente sulla bocca.
Il visconte Charles Robert de Salignac non aveva un soldo, praticamente, però era d’alto lignaggio…era chiaro che mirava ai beni di Hortensie, l’aveva capito pure il conte d’Angers, ma era ben introdotto a corte, godeva di potenti conoscenze…sì, si poteva accettare la sua proposta. Se non se ne fosse presentata una migliore!
Non era soltanto il futuro della figlia ad angosciare il vecchio conte; lo preoccupava pure la salute della Brolis. Era stata alle sue dipendenze per 28 anni, mica la poteva abbandonare così. Pierrette soffriva di costipazione intestinale e ricorreva sempre più spesso ai clisteri. Glieli preparava lo speziale, e glieli faceva materialmente la sua cameriera. Ma oramai ne serviva uno al giorno, se bastava! E la dama diventava sempre più gialla, sempre più magra, sempre più debilitata…forse un paio di mesi a casa d’Hortensie potevano giovarle alla salute, pensò il vecchio conte.
“Post sufferentiam, gaudium: omnis dolor estitur” aveva detto lo speziale nel suo incomprensibile latino strascicato, poi era passato alla lingua normale. Due oncie di cinnamomo, sei once di peppera, altrettante di calica, e tanti tanti altri ingredienti, ben seccati e ben triturati, il tutto sciolto in una pinta di acqua bollente: cioè, non deve bollire proprio, no!, deve fare le bollicine piccine piccine sotto la superficie e va introdotto molto in profondità, in modo da raggiungere le anse dell’intestino e di sciogliere le pietre che si sono formate là dentro. Madame soffrirà, ed anche parecchio ma il risultato positivo è assicurato, se tratterrà il liquido dentro di sé il tempo necessario, ovverosia il più a lungo possibile. Intanto, sarebbe bene anche lavarle l’intimità femminina, per scacciarne via gli umori maligni che, talvolta, vi si formano. Va bene lo stesso preparato ma l’acqua deve essere assolutamente di fonte, purissima e stavolta proprio bollente.
Più di un anno fa, un bravissimo artigiano ha preso due assi larghe e bien piallate, le ha unite per il lato corto mediante chiavarde, in modo da ottenere una specie di V rovesciata, che si può aprire o chiudere a piacere. Il tappezziere ha rivestito ciascuna asse di morbida lana e, per contenerla, vi ha inchiodato sopra della stoffa. E’ questo il letto in cui madame Pierrette Brolis è solita farsi fare il servizio. Oggi è il gran giorno! Santerre lo speziale ha giurato che oggi risolverà definitivamente, anche se sentirà un po’ di fastidio. Pierrette indossa solamante la camicia, che ha uno spacco sul didietro, proprio in corrispondenza di quei posti. Si distende sul lettino, la pancia in corrispondenza delle chiavarde; un robusto valletto gira la manovella e le due assi cominciano ad avvicinarsi fra loro, portando in alto il bacino di madame. Lei gli dice di fermarsi perché va bene così. Il valletto s’inchina e scompare. Colette è pronta, scioglie i laccetti che uniscono la parte posteriore della camicia, scopendo il magro ed emaciato culo. La cannula è particolarmente lunga e grossa e scotta fra le mani della domestica; madame afferra le maniglie, per tenersi meglio; le dita di Colette scostano le sue natiche, metteno alla luce il foro. Pierrette sussulta all’introduzione della cannula; l’osso di cervo bucato va a fondo, va a fondo…. Sembra non fermarsi mai…Pierrette geme a lungo fra le labbra serrate, ma non può esimersi dal lanciare un urlo quando sentre l’acqua bollente scorrerle dentro. Si contorce, si avvinghia vieppiù alle maniglie per non cadere, non resiste più…non resiste….è sul punto di svenire, quando Colette le toglie la cannula. A Pierrette il ventre va a fuoco, ma deve trattenersi….Colette introduce il tappo di sughero lungo come il dito di un uomo e largo il doppio. Alla domestica dispiace infliggere tanta sofferenza a madame, ma l’hanno detto i medici! Senza cambiare la sacca che contiene ancora tanto liquido, mantenuto caldissimo dal fornelletto sospeso proprio sotto di essa, Colette tuttavia avvita un’altra cannula, più lunga ma più curva della precedente. Scosta le grandi labbra e la infila dentro la natura più intima della padrona. La chiavetta è aperta. Dolore si aggiunge a dolore, nel ventre di madame Brolis. Le urla, ora, sono lancinanti; Colette copre con il proprio vasto corpo quello, assai più minuto, della sua padrona per tenerlo fermo. Con un gorgoglio, l’ultima goccia di medicina scende lungo il budello ed entra nella vagina di Pierrette. La domestica attende qualche battito di cuore, per esser sicura che tutto il liquido sia ben dentro la padrona ed estrae la cannula arcuata dal corpo di lei. Pierrette respira con affanno, è tutta rossa in viso, le gambe tremano come budino, il sudore le cosparge tutto il corpo. Colette riaccosta i lembi della camicia. Ed urla il nome del valletto: bisogna fare presto riportare il lettino in posizione orizzontale. E permettere a madame di liberarsi, prima che perda i sensi.
BK

Racconti di sculacciate: Hortensie parte 3

31 agosto 2011

Dopo 39 giorni di coma, Jules de Recamiere spirò. Era ridotto pelle ed ossa. La vedova inconsolabile ne seguì il feretro ma non resistette nel momento in cui la bara fu deposta dentro la grande nicchia del duomo della città; svenne per il dolore. Tutti la compatirono: cosa avrebbe fatto, così giovane e con un patrimonio di tale entità? Per fortuna, era ancora in vita il padre…lui avrebbe sicuramente preso in mano la situazione!
E così fu. Ma il conte di Recamiere rimase assai deluso quando si sentì rispondere dal vescovo che Hortensie non poteva sposarsi prima che fossero trascorsi tre anni di vedovanza, perché così imponeva il diritto ecclesiastico. Invano, il conte protestò che la figlia era ancora intatta, che il matrimonio non era stato consumato. Il vescovo fu irremovibile. Sì certo, si poteva ricorrere alla Rota diocesana: Hortensie sarebbe stata visitata e, se risultata ancora vergine, il matrimonio sarebbe stato sciolto ipso facto. Ma…ma l’inchiesta, il dibattito, perfino la visita medica sarebbero stati pubblici: chiunque poteva assistervi, purché fosse un fedele devoto di Santa Romana Chiesa. Il conte rinunciò: avrebbe aspettato tre anni.
Tuttavia, comprò alla figlia uno schiavetto. Un bambino avrebbe reso più gioiosa l’atmosfera in quella tetra magione da 23 stanze, più le cucine, più le dependances…
Ahmed era nato là dove scorre il grande fiume, dove i cavalli d’acqua giocano fra loro a rovesciare le piroghe, dove la pioggia è un avvenimento eccezionale. Era appena entrato nella pubertà, che gli arabi attaccarono il suo villaggio. Qualche guerriero, tra i più coraggiosi, tentò di resistere, ma poté fare ben poco contro i fucili dei mercanti di schiavi. Con la catena al collo, Ahmed fu portato via, insieme a tanti altri ragazzi, alle donne più belle ed ai giovani più prestanti. Il ragazzino fu rinchiuso nella grande piroga, incatenato alle pareti di legno; la grande piroga si muoveva tutta, beccheggiava ed Ahmed vomitò anche l’anima. Finalmente, toccò terra. I suoi abitanti erano tanto strani: avevano tutti la pelle pallida! E parlavano una lingua strana, che Ahmed non riusciva a capire…
Il visconte de La Tremoile lo comprò per pochi tornesi al mercato degli schiavi di Marsiglia. Quel ragazzino secco e spaurito valeva assai poco, non dava nessun affidamento. Però, sarebbe stato un buon giocattolino per la cugina del visconte, l’allampanata Hortensie. Così, Ahmed entrò in quella grande capanna, ma dalle pareti diverse rispetto a quella in cui lui aveva abitato per tanti soli…soltanto il bosco, seppure molto alla lontana, gli ricordava le foreste sul grande fiume.
“E’ magro come un’aringa essiccata” esclama Magdalene, guardando quel fuscello nero. “Puzza altrettanto!” osserva Eugenia, arricciando il naso. Ahmed guarda entrambe con gli occhioni sgranati. Quella grassa, chissà perché, gli ricorda sua mamma: due lacrime gli spuntano agli angoli degli occhi. “Lavalo per bene e fallo mangiare” ordina Eugenia.
Ahmed non prova alcun imbarazzo a stare nudo: lui, i compagni e le compagne, la sua famiglia facevano tutti il bagno nudi nelle acque del grande fiume. Ma la donna grassa gli sta facendo male! La striglia gli riga la pelle, la scortica: la piacevole sensazione dell’acqua tiepida si sta trasformando in un incubo. Ahmed morde la mano che gli sta facendo male. Un possente ceffone gli fa sanguinare il labbro. E, subito dopo, una frustata gli arriva dritta in mezzo alla schiena.
La donna alta, quella con i capelli colore dell’orzo maturo, l’ha picchiato! Ahmed si volta inviperito, ma inciampa nell’acqua saponata e finisce letteralmente fuori della tinozza.
“Tienilo fermo! – grida una ancor più invelenita Eugenia ad una sgomenta Marguerite- Deve imparare subito la lezione!” Non ci vuole molto alla grassa serva per bloccare quel ragazzino che peserà, sì e no, cinquanta libbre. La cinghia si abbatte con forza sulle natiche magre, le colpisce, le arrossa, le indolenzisce. Ahmed piange, stacca le mani dal bordo della tinozza e vi finisce dentro, di pancia. Le due ridono come matte. Lui si sente afferrare per un orecchio ed è costretto ad uscire fuori dall’acqua. “Però! Promette bene!” giudica Eugenia, fissando le parti basse dello schiavetto. “Gliene manca un pezzo” osserva Marguerite, sempre attenta alle questioni pratiche. “Sarà ebreo” conclude Eugenia.
Ahmed non capisce una parola di ciò che dicono quelle due, però seguendo la direzione dei loro occhi, si guarda pure lui in basso: cosa avrà di strano?, si domanda attonito.
“Fallo mangiare, ché è troppo magro! Ingozzalo se occorre…e se ti da fastidio o si rifiuta di mangiare, chiamami. Ci penso io. Con questa!” ed Eugenia leva in alto la lunga striscia di cuoio che tiene ancora stretta in mano.

BK

Video di punizioni a scuola

22 agosto 2011

Il solito punishslut ci segnala un bellissimo video di punizioni scolastiche, ovviamente gratis e completo: lo potete guardare cliccando qui.

Come al solito vi do qualche anteprima, questa volta vi confesso che mi sono piaciute particolarmente alcune foto del culetto punito della ragazza, eccole qua:

culetto punito
 sculacciate a scuola
culetto ragazza

Punizioni dolorose

13 agosto 2011

Il video di oggi è segnalato da punishslut, è un video eccitante, per vederlo cliccate qui.
Eccovi alcune foto in anteprima:

culetto punito
dolore culetto

Hortensie

5 luglio 2011

“Che cosa ha detto?” chiede la padrona, sinceramente stupita, a voce troppo alta e sgranando gli acquosi occhi celesti.

Marguerite si torce le mani, dopo averle impiegate a torcere il grembiule “Ha detto che meriterebbe la frusta!” risponde la domestica, tutto d’un fiato e evitando di guardare la padrona.

“In questa casa si usa frustare la servitù?” torna a chiedere la padrona, mentre un leggero rossore le imporpora le gote.

“No! Non sempre, almeno. L’ultima volta fu sei anni fa, una lavandaia… aveva rubato due paia di calzoni, per rivenderseli. Il signor padrone ha ordinato che fosse battuta – Magdalene è ancor più imbarazzata, vergognandosi a dire ciò che sta per dire- sul… sul posteriore, voi mi capite? Con la stessa paletta che serve a stazzonare le lenzuola….”

“Raccontami un po’ e non aver remore. Sono una donna anch’io…” Hortensie si lecca gli angoli delle labbra.

“Il signor padrone la licenziò, ma voleva che a nessuna delle altre lavandaie, ne avevamo sei allora, venisse in mente di ripetere quel gesto di furto…così portarono Elisabetta, così si chiamava la colpevole, proprio giù alle fontane. Lei strillava, gridava, si ribellava, scalciava ma la trascinarono giù. Due servi l’afferrarono per le braccia e la costrinsero a piegarsi sul bordo della fontana, quello senza il ribaltino per lavare i panni. Le tenevano le braccia ben discoste dal corpo, uno ciascuno. Lo stalliere gli sollevò la gonna, mettendole a nudo il vasto deretano, perché Elisabetta era molto grassa, prese la paletta per il manico e…come si torceva, come urlava la povera disgraziata quando la paletta fece il suo dovere! Aveva …il deretano…rosso rosso, quasi scottato come se si fosse seduta sulla brace…e piangeva, piangeva come una vitella orfana. Io, insieme alle altre, stavo spiando dall’uscio: fu uno spettacolo orrendo. Trattare così una donna, una madre di famiglia! Presa a sculacciate come una monella! E gliene diedero tante, vi assicuro…quando la lasciarono, lei immerse la faccia nell’acqua della fontana, senza neppure pensare a ricoprirsi, quella spudorata! E volete sapere cosa fece subito dopo? Si rimette in piedi, la gonna ancora alzata, si gira e lo mette a mollo nell’acqua! Vi assicuro, signora padrona, si poteva vedere il fumo tanto ce lo aveva rovente…” Marguerite prende fiato, esausta per questa tirata.

La lingua di Hortensie freme nel titillarsi il labbro superiore, appena appena ornato di corta peluria. “Cosa ha fatto questa…come si chiama, questa di ieri?” torna a domandare.

“Elisabetta! – informa Marguerite, a sua volta stupita che la signora padrona si interessi di simili quisquiglie- stava rigovernando, quando ha visto un topo. Capite, un semplice topo! Solo che lei, Marguerite, teneva in mano una pila di piatti: ha urlato, ha lasciato la presa e i piatti tutti per terra! Tutti rotti! Erano quelli del servizio buono, quello per gli ospiti: il signor padrone ci era tanto affezionato. Costavano un patrimonio… Così Eugenia ha detto che Elisabetta meriterebbe di essere frustata per la sua sbadataggine… Cacciarla via, no! Dove andrebbe quella povera ragazza? E’ orfana…non ha nessuno al mondo….” la voce della domestica vibra di compassione.

Hortensie si prende il lungo mento fra le dita, fa finta di pensarci ma ha già preso la sua decisione.

“Sì, potrebbe aver ragione! Una bella sculacciata, sonora e passa la paura! Non lo farà più! Avvertitemi quando è pronta!” esclama Hortensie.

Marguerite piega il capo, perplessa “Avvertirvi di cosa, signora padrona?” fa.

“Di quando la sculacciate! Voglio essere presente…” la signora padrona è quasi infastidita dallo scarso comprendonio della domestica.

Forse sono necessarie delle spiegazioni. “Prendete una lingua di cuoio, legate questa…questa Elisabetta…da qualche parte, scopritele le parti intime e frustatela! Prima, però, chiamatemi….” spiega Hortensie, comprensiva .

La domestica ancora non è convinta “Come, subito? E dove? E come? ”

“Non mi ammorbare con queste domande! Dì ad Eugenia che pensi a tutto lei. Si faccia al più presto! Vai a preparare…Muoviti! O seguirai la stessa sorte della rompipiatti” Marguerite scappa via.

Due ore dopo, in dispensa. Sono tutte presenti. Elisabetta non è male, forse un po’ troppo grassa secondo il senso estetico di Hortensie, ma niente affatto male come corpo e come faccetta, pur appartenendo ad una classe inferiore.

Piange la ragazza, in fin dei conti non ha che 18 anni, piange a dirotto. Vedendo entrare la padrona, cade in ginocchio e la supplica di aver pietà, dice che è stato un malaugurato accidente, che lei ha tanta paura dei topi: è quasi commovente nella sua apologia, la ragazza.

Eugenia stringe nel nodoso pugno la lunga striscia di cuoio: se la è andata a prendere personalmente nella stalla; meglio che nessun altro sappia di quello che sta per succedere, soprattutto i maschi di casa non ne debbono mai venire a conoscenza. “Alzati! – intima a Elisabetta, con il suo spigoloso accento alsaziano- Non fare la bambina! Sul tavolo, distesa a pancia sotto. Marguerite, Adele tenetela ferma!” Invero, Elisabetta, mezzo morta e sul punto di svenire esita alquanto. La devono sollevare di peso, certo non lieve peso, per distenderla sul grosso tavolo. Le bloccano le spalle e le caviglie. Con estrema lentezza, Eugenia, guardando di sottecchi la padrona, che a sua volta ha gli occhi sbarrati e fissi, solleva le gonne della domestica. Appaiono i polpacci, inguainati in grossolane calze a righe, le cosce bianche e dritte, le natiche polpose. Eugenia cerca il cenno di Hortensie, che abbassa la testa. Si abbassa pure la cinghia ed Elisabetta urla come se la stessero scorticando. Il che, in parte, è vero. L’alsaziana non ha lesinato la forza: lo schiocco della cinghia sulla delicata pelle è rimbombato nel vasto ambiente. Il braccio levato, Eugenia guarda di nuovo la padrona.

Se seguitiamo così, finiamo stanotte! –pensa Hortensie, perciò dice: “Dagliene trenta…no, facciamo trentacinque. E di quelle forti, che se lo ricordi per sempre” con sua sorpresa, scopre di avere la bocca secca.

Eugenia non è molto forte in aritmetica, ma fino a trentacinque sa contare. E più la frusta, più lei si eccita: e non è la sola ad eccitarsi, in quel consesso. Alza e abbassa il braccio senza soluzione di continuità, non da a Elisabetta nemmeno il tempo di respirare, fra un grido e un altro. Il sedere si arrossa, si imporpora, si gonfia, la pelle diventa sempre più diafana: praticamente non c’è più un pollice di pelle intatto su quelle natiche, che pure sono vaste. Così Eugenia passa alla parte alta delle cosce. Elisabetta sgroppa, cerca di sottrarsi alla stretta delle due che la tengono ferma, divarica le cosce, alza il bacino: si vede la peluria nera e fitta del ventre, oltre che la sua vagina rosea. Eppure, ad Hortensie sembra scorgervi, proprio lì, una qualche traccia di umido; proprio come sta inumidendosi la sua, godendo di quello spettacolo.

“Sono trentacinque, signora!” la voce di Eugenia è leggermente rotta per il fiatone, causatogli dallo sforzo di frustare.

Elisabetta non urla più, si limita a singhiozzare, distesa sul tavolo, con il culo letteralmente in fiamme e segnato, quasi piagato. Hortensie fa un cenno con la mano; le mani della due domestiche si tolgono via. Elisabetta striscia e rincula verso l’orlo del tavolo: ora le sue parti intime si scorgono meglio. Hortensie aveva ragione: è stata una punizione od un piacere per la serva, si domanda tra sé.

Bob Knee

Storia di vere punizioni

1 luglio 2011

Quello che segue non è un racconto di fantasia, ma è frutto dell’erudizione storica di Bob Knees.

Nella Roma del Rinascimento abbondavano le prostitute o meretrici o cortigiane o puttane; alcune di loro erano celeberrime tra la popolazione, e non solo a coloro che usufruivano dei loro servigi.
La vita di una cortigiana, nella gaudente Urbe di Leone X, non era poi tanto male, e rendeva abbastanza bene: fra i clienti si potevano annoverare gentil homini, ambassadori, perfino cardinali.
Tuttavia, se qualcuna di codeste honeste femine veniva sorpresa ad infrangere le leggi sulla morale, che erano parecchie ed alcune dedicate specificatamente a tale categoria di lavoratrici, oltre la pena prevista per il reato commesso, se ne aggiungeva una accessoria. Già di per sé, la pena detentiva arrecava grande nocumento a quelle donne perché dimorando dentro la prigione la sua bottega grandemente perdeva, non potendo in quel luogo il suo mulino macinare. Perciò, la maggior parte di esse preferiva pagare una forte ammenda per uscire dal carcere, ma, in tal caso, scattava la condanna accessoria. Le staffilate. Si andava da un minimo di 33 colpi ad un massimo di 100, a seconda della gravità del reato.
La pena veniva irrogata sulle piazze principali della città, in modo di esser d’ammonimento alle caste fanciulle che volessero intraprendere la suddetta professione. Ovviamente, i maschi romani accorrevano a frotte a godersi lo spettacolo. Eh, già! Perché gli strumenti usati dall’ esecutore di giustizia, cioè dal boia, andavano tutti a cadere sul medesimo punto: il culo! E questa parte anatomica doveva necessariamente esser nuda, in quel ferale momento.
Due le modalità d’esecuzione della sentenza.
In linea di massima, salve le eccezioni dovute alla sadica fantasia del giudice che irrogava la pena, la condannata era issata sulle spalle di un robusto sergente di polizia, che le teneva ferme le braccia attorno al proprio collo; quando lei era ben saldamente tenuta:
Pubblicata la sentenza, il giorno che si eseguì concorse mezza Roma a così nobile spettacolo. Fu da un gagliardo sergente levata sopra le spalle, e nella pubblica via il boia le alzò i panni in capo e le fece mostrare il coliseo all’aria, e con duro staffile cominciò fieramente a percuoterla sulle natiche, di modo che il coliseo, che prima mostrava una candidezza assai viva, in poco tempo tutto si tinse di color sanguigno.
Così Matteo Bandello, famoso letterato, descrive un’esecuzione ed aggiunge:
alla fine del supplizio, ella fece come il cane mastino, che uscendo fuori dalla cuccia, si scuote tutto e se ne va via. Fece ella la medesima cosa, e ancorché le natiche le dolessero da matti, se ne andava verso casa, senza mostrare un minimo segno di vergogna, come se ritornasse da una cerimonia di nozze.

Il secondo modo di fustigazione era abbastanza simile, ma più atroce per colei che la subiva. Innanzi tutto, vi erano limitazioni ben precise per potere infliggere questo castigo. La donna doveva esser maggiorenne ed ancora fertile, cioè non aver raggiunto l’età della menopausa; doveva esser recidiva e colpevole di reati gravissimi, come la bestemmia.
La fustigazione non era una pena alternativa, al carcere o alla multa, bensì aggiuntiva. Cioè, nella maggioranza dei casi, la meretrice (ma vi furono sottoposte anche donne che non esercitavano per niente tale mestiere, almeno in pubblico) dopo la fustigazione, veniva riaccompagnata in carcere a scontare il periodo di detenzione cui era stata condannata.
Vestita di un camicione, che doveva pagarsi da sé, la donna era condotta sulla pubblica piazza. Sopra una pedana, in modo che fosse ben visibile da ogni angolo, si rizzava un robusto palo. A questo la rea era legata con le braccia ben in alto sopra la testa. Aiutandosi con forbici o con un coltello, il boia divideva a metà il camicione e ne scostava i lembi:
tutto il dorso della famigerata apparve ignudo, dalle spalle alle caviglie: parti del corpo, che l’onesta femmina a tutti deve tener celate, si mostrano impudicamente allo spettatore, ancor più belluino del boia istesso.
di solito, in simili casi si adoprava il nerbo di bue, lungo una novantina di centimetri e ben robusto. Ovviamente, pur avendo a disposizione tutta la parte posteriore del corpo, il boia preferiva indugiare sulle natiche, che dobbiamo presumere ben polpose. Mentre una gragnuola di frustate cade sul culo della donna, l’aiutante del boia, in un angolo del palco, procede ad un operazione particolare. Indossati guanti ben pesanti, da un cesto di vimini estrae lunghi virgulti di ortica ed altrettanto lunghi rami spinosi; li unisce insieme e ne ricava una specie di sferza vegetale, che lega con un pezzo di corda: l’impugnatura è protetta da un panno, in modo che quella parte non punga la mano esecutrice.
Inferto il numero di colpi previsto, il boia appoggia in un angolo il nerbo ed impugna la sferza di ortica e rami spinosi. Con questa percuote a lungo le parti già arrossate, e, forse in qualche punto perfino sanguinanti, della colpevole che, immaginiamo, debba strillare come una gallina spennata. Quando la sferza è ridotta a poco più di un moncherino, il boia la passa più volte fra le cosce della donna, strofinando dal basso verso l’alto.
Slegata, dolorante, vergognosa, semiviva, malferma sulle gambe la poverina fu sostenuta: l’ampia camicia non coprì le sue nudità. A malapena scese i sei gradini, fra gli insulti della folla. Ignuda, fu costretta a salire sul carretto. La frusta del conducente schioccò, ella ebbe un sussulto, eppur la costrinsero all’impiedi; il popolino la dileggiava e nulla poté fare la disgraziata se non versare calde lacrime
E con questa straziante scena, nelle parole di un letterato ottocentesco, si conclude il supplizio.
BK

Madame de Recamiere

27 giugno 2011

Madame de Recamiere aveva un sistema tutto suo particolare per punire la servitù: la frustava!
Invero, Alexandrina Augustina Hortensie Marie d’ Angers d’Ormesson, chiamata Hortensie per brevità, fin da bambina aveva mostrato una qualche turba, una qualche eccentricità. A 10 anni aveva cosparso di cognac un gatto, tenuto fermo dalla sua domestica personale con grande stoicismo e sprezzo del dolore, dato che le unghie e le zanne del felino le avevano assai insanguinato le callose mani, e gli aveva dato fuoco. Il sieur d’Angers si era inquietato più per il buon cognac sprecato che per la sorte della bestiola. Hortensie aveva assaggiato la sferza di madame Brolis sul proprio sederino ignudo e, invero, non ne aveva tratto nessun insegnamento.
Nell’adolescenza, Hortensie non brillava certo per beltà ed eleganza. Era alta, questo sì, fin troppo!, e proprio la statura la portava a camminare leggermente curva, inoltre era magra e allampanata; se vi aggiungete un viso che ricordava un muso equino e dei denti simili a quelli di un roditore, avrete più o meno il ritratto della contessina. A 13 anni, costrinse uno dei valletti a spogliarsi, soltanto per vedere come era fatto un maschietto e quale fosse la differenza fisica tra i figli di Adamo e le figlie di Eva. La capì fin troppo bene, e finì in collegio, perché era considerata troppo adulta per esser sculacciata.
Il padre aveva scelto per la sua unica figlia, dietro suggerimento di madame Brolis, uno dei collegi più esclusivi ma anche più severi del regno: quello delle Figlie Dolenti di N. S. G. C. Sofferente, dette anche le Flagellate, perché le buone consorelle si flagellavano ogni venerdì di quaresima o quando dovevano scontare un qualche grave peccato, con la mortificazione del corpo. Ed inculcavano la stessa pratica alle loro alunne, oltre a prescrivere loro l’assoluto silenzio nelle ore notturne. Regola, quest’ultima, che Hortensie non intendeva affatto rispettare. Così, la mattina successiva, si ritrovava in cappella, con il torso nudo ed il flagello in mano. La prima volta che le accadde di parlare con una compagna durante la notte, la ragazzina non volle affatto sottomettersi a questa punizione che le appariva assai barbara, almeno quando era lei a subirla; così, la superiora ci pensò personalmente. Tredici staffilate sulla schiena nuda, mentre Hortensie era tenuta ferma e piegata da due buone suore. Il dolore fu acuto, ma non insopportabile: non uscì nemmeno il sangue. E, la sera, giacendo bocconi nel proprio lettino, Hortensie avvertì una sensazione tutt’altro che sgradevole al basso ventre.
Quando Hortensie compì i 16 anni, il padre decise che era giunta l’ora di maritarla. Aveva scelto per lei monsieur Jules de Recamiere, un borghese arricchito, di oltre 50 anni, vedovo per due volte. L’unico pregio di costui era quello di essere molto ricco, di avere vasti possedimenti limitrofi a quelli dei d’Angers e di avere una salute assai cagionevole. Se non aveva avuto figli maschi, pensò il conte, tanto valeva sfruttare l’unica figlia. Una miniatura con l’immagine di Hortensie, assai abbellita dall’abile pittore che l’aveva realizzata, venne mostrata a Recamiere, che già di per sé ci vedeva poco e se la fanciulla non avrebbe risuscitato i sensi dell’anziano promesso sposo, l’avrebbe senz’altro convinto la dote che il conte d’Angers aveva proposto per la propria figliola. Dote che, il conte ne era sicuro, sarebbe ben presto rientrata nelle casse di famiglia.
Fu nella primavera del 1716 che Hortensie si sposò, per procura, dato che ancora non era maggiorenne. Appena vide il suo fidanzato, le venne uno svenimento: per il troppo amore che gli portava, disse eccitata madame Brolis. Le nozze vennero celebrate l’anno successivo. Fu una cerimonia magnifica, a cui furono invitati tutti i nobili e i notabili della zona, compreso il secondo cugino del re. L’unico avvertimento, in vista della futura prima notte di nozze, che Hortensie aveva ricevuto, glielo aveva dato madame Brolis, con un sorrisetto complice “Lascia fare alla natura – le aveva detto sottovoce- e a tuo marito: egli è abbastanza esperto, in tali cose!”
Hortensie aveva indossato la camicia finissima, tessuta con il cotone delle Antille mescolato a fili d’argento, si era distesa sul grande letto ed aspettava che il marito facesse il suo ingresso: egli stava ancora festeggiando insieme agli amici, fra litri di vino e bottiglie di cognac, cinghiali arrosto e jambonet caldi. E c’erano pure, insieme a loro, donne dalle opime forme e giovani effemminati, che sembravano più femmine che maschietti. Che cosa facessero, non doveva assolutamente interessare alla casta sposa!, almeno così le aveva detto il padre.
Hortensie ingannò la lunga attesa dando la caccia ai ragni, le cui costruzioni eteree pendevano agli angoli del baldacchino del talamo nuziale: afferrava tra le sue lunghe mani quegli animaletti e gli strappava le zampe, quando ci riusciva. Lei era ancora semplice ed ingenua nei suoi divertimenti!
Hortensie si assopì, dopo aver completamente disinfettato la zona da tutti gli aracnidi. Verso mezzanotte, sentì cigolare la pesante porta di quercia della stanza. Jules Recamiere vi entrò, il passo traballante ed il singhiozzo in gola. Vedendo la moglie distesa sul letto, scoprì i denti marci e giallastri in quello che doveva essere, nelle suo lascive intenzioni, un sorriso sensuale. Recamiere, arrivato proprio a contatto del talamo, diventò tutto blu in faccia, si portò la mano alla gola e cadde per terra.
Così Hortensie si ritrovò sposa e vergine!
Strinse forte la mano al marito, ma lui non reagì. Da una settimana giaceva immobilizzato sul letto, respirando a rantoli, che erano l’unico segno che fosse ancora vivo. Il cerusico aveva scosso la testa, desolato: la scienza medica nulla poteva fare, se non praticare saltuariamente qualche salasso.
Vestita di già a lutto, perché riteneva che il nero le donasse, aveva gli stopposi capelli giallastri, Hortensie non abbandonò mai un momento il suo sposo. Nel senso, che non si allontanò mai dalla proprietà, mentre lui stava nella sua stanza al secondo piano, guardato da un servitore, quasi pronto a chiamare aiuto qualora il conte avesse dato qualche segno di miglioramento. O di peggioramento. Madame Recamiere riceveva qualche rara ospite, che veniva in visita di convenienza, oppure parlava con gli amministratori della proprietà per curare gli affari del marito. Ma si annoiava a morte. Quasi quasi giunse a rimpiangere l’austera vita del collegio: almeno lì, c’era il diversivo delle flagellazioni.
BK.

Racconti di punizioni: La punizione di Anna

17 giugno 2011

Questo racconto ci viene inviato dal nostro amico Warold: buona lettura e grazie all’autore!

Anna era una studentessa di 19 anni, alta e slanciata, due chiappe di marmo e una terza naturale che faceva gola a tutti i suoi amici maschi, viveva a casa con la madre, una distinta signora separatasi dal marito anni prima, quando ancora Anna faceva le scuole superiori.

Nel complesso Anna è una ragazza diligente, studiosa, ha molte amiche ed è bella, molto bella.

Tuttavia ha un difetto, che a vista di molti non lo è: è vogliosa come poche, e le sue esperienze sentimentali si riducono ad avventure brevi e dettate dalla sua voglia di sesso e scopate.

Sua madre non ignora questa parte sconveniente della vita di sua figlia, e attribuisce gran parte della colpa a se stessa, e al fatto che il lungo periodo di litigi con il marito, prima del divorzio, abbia sicuramente danneggiato la figlia.

Però, nonostante questo, ritiene la figlia matura e intelligente, così ha da sempre intavolato con lei un dialogo, cercando di farle capire non solo che il suo atteggiamento è sbagliato e immorale, ma anche pericoloso.

Anna ha dialogato a lungo con la madre, e per un periodo la ragazza è riuscita a placare le proprie irrefrenabili voglie, ma dopo alcuni mesi è tornata a scopare come un riccio, cambiando tre volte il ragazzo.

La madre ha scoperto il diario che la figlia custodisce nel comodino.

Leggendolo è sprofondata nel letto, tremante e dispiaciuta.

In una pagina scritta il giorno prima, Anna descrive il pompino fatto al suo compagno di università, di come gliel’ha scappellato con la lingua e di come gliel’ha ciucciato fino a farlo venire sulle tette di lei.

La pagina prosegue con il racconto di Anna a casa del solito amico, e di come si sia trombata sia l’amico del pompino che un altro amico, e di come gliel’hanno messo nel culo.

La madre ha le lacrime agli occhi, sfoglia il diario a ritroso, prima legge pezzi a caso dei giorni e mesi precedenti, uno più indecente dell’altro, poi si mette e lo legge tutto, e il suo cuore si spezza a momenti.

Così capisce che tutto il suo fiato è stato sprecato, e attende la figlia nel soggiorno buio, con le mani tremanti che reggono il diario.

Nel diario c’era scritto che quel giorno sarebbe andata da un vecchio fidanzato, e che non vedeva l’ora di tirargli una sega con le sue manine delicate e soffici.

Anna rincasò, e si sorprese di vedere sua madre, il volto livido e quasi tumefatto, che la squadrava con gli occhi velati dalle lacrime e con il suo diario segreto in mano!

- – Mamma, cosa ci f…Ehi! Ma quello è il mio diario!-

Senza nemmeno voler sentire come mai sua madre fosse lì ferma nel soggiorno, seduta ad aspettarla, Anna cominciò a sbraitare che sua madre aveva violato la sua privacy, commettendo un errore madornale etc. etc. Anna pareva isterica, gridava come una dannata.

Sua madre si alzò in piedi e le assestò un ceffone in pieno viso.

Anna tremò sulle sue gambe e guardo incredula e col volto velato di lacrime sua madre.

Lo schiaffone le aveva scarmigliato i capelli e arrossato il viso.

La mamma gliene tirò un altro e Anna cadde sul divano.

- Ho provato, da anni, a dialogare con te – la voce di sua madre era rotta e al contempo irata.

- – Ma sei solo una lurida maiala!- indicò il diario alle sue spalle.

- Mamma! Come ti permetti?!-

- Come mi permetto? Vergogna! Tutte le sere in cui abbiamo parlato sono state inutili? Lo credo, adesso…-

- In quel diario ci sono cose orribili e sporche, e tu non mi hai parlato di queste tue voglie Lo sapevo, ma non pensavo fino a tal punto. Ho preso una decisione. L’unico modo per riportarti sulla buona strada è insegnartelo con le maniere forti.-

- -Che intendi dire?-

- – Adesso spogliati del tutto, ti voglio nuda tra cinque minuti in bagno.-

- – M-ma p-perché?- Anna era sul punto di piangere, cominciò a dire che si pentiva di tutto quello che aveva fatto.

- – Dialogheremo domani, cara mia. Stasera voglio impartirti un po’ di disciplina ferrea, e tu la prenderai senza se e senza ma. Sto per punirti, figlia bella.-

Le suppliche di Anna furono inutili, e nemmeno le sue lacrime smossero sua madre, che in silenzio si avviò in bagno ad aspettare la figlia.

Anna tremava e moriva di paura, però cominciò a spogliarsi finchè rimase nuda, bella e lucente.

Si diresse tremante in bagno, dove sua madre armeggiava con la lunga vasca da bagno.

- Allora, vieni qua e non fare storie.-

La squadrò da capo a piedi, le sollevò il mento con una mano in modo da poterla vedere bene in viso e cominciò a esaminarla con mani esperte.

- Quante volte ho cercato di trasmetterti una condotta di vita più equilibrata, ma tu te ne sei infischiata, preferendo rischiare pericolose malattie sessuali e chissà cos’altro…– – Sei una scellerata, ma oggi ti punirò.-

- Prima di tutto, ti faccio un bel bagno ghiacciato, per placare questa tua libido, dopodichè ti sculaccio a sangue!-

La afferrò per i capelli e la spinse dentro la vasca gelata.

Anna cacciò un grido appena la sua pelle sentì il contatto con l’acqua gelida, e spinta dentro dalle mani della madre cominciò a tremare.

La madre si rimboccò le maniche e si inginocchiò davanti alla figlia.

Immerse una spugna ruvida nell’acqua e cominciò a pulirle il petto, il seno invidiato da molti, e bruciava perché quella spazzola era strana e sembrava grattare la pelle.

Arrivata alla passera, cominciò a sfregargliela con violenza, dovendo tenerla ferma con l’altro braccio perché Anna gridava per il dolore.

Dopo la fece uscire.

La sua pelle era lucida e la fica arrossata.

Le porse un asciugamano e le ingiunse di pulirsi in fretta.

- Ti aspetto in salotto per la sculacciata.-

Dopo dieci minuti, Anna giaceva in lacrime sulle ginocchia della madre, nuda e impotente.

La madre se la sistemò alla meglio e cominciò ad accarezzarle il magnifico culetto.

Le divaricò le chiappe allo spasmo e fece piovere le prime, secche sculacciate, accompagnandole a un’altra ramanzina.

Le manate cadevano con ritmo serrato prima su una mela poi sull’altra, e ben presto si fecero rosso chiare e poi di un rosso scuro, e a quel punto la pioggia era sistematica e il polso della madre si era fatto rigido e colpiva duramente.

Cominciò a cambiare bersaglio, colpendo l’attaccatura del culo alle cosce, le strettoie più profonde e persino la passera già irritata da prima.

Cambiò quindi ritmo: da manate secche e serrate una dopo l’altra cominciò a limitare i colpi nel tempo, ma ogni ceffone era della massima potenza e ben calibrato.

Levava in aria il braccio, come per prendere la rincorsa, e colpiva con violenza.

Anna ormai gridava e piangeva, chiedendo perdono per tutte le sconcezze commesse.

Altri cinquanta colpi fortissimi e intervallati tra loro, poi seguì una raffica di sculacciate talmente rapida che la mano della madre si vedeva male, sfocata, e il culo di Anna era ormai del color della porpora.

Dopo mezz’ora, si concluse la sculacciata.

La trascinò sul divano e la fece distendere.

Le inarcò la schiena con una pila di cuscini, come se fosse a quattro zampe, e sfilò l’ampia cintura dai pantaloni.

Il supplicare della figlia si era ridotto a un lamentoso piagnucolare che non si capiva nemmeno bene.

La madre cominciò a scudisciarle il culo con la cinghia.

Un colpo sulla chiappa destra, che tremolò tutta e si tinse di rosso intenso.

Un altro secco e preciso sulla sinistra, che seguì la stessa sorte della prima.

Una serie di frustate più basse, con cui colpì la fica di Anna, la quale ruggì per il dolore, piangente come mai lo era stata prima d’ora.

- Hai fatto la maiala, e ora ne paghi le conseguenze.-

Cinghiata in mezzo alle chiappe.

- – Ho tentato invano di parlare con te, ma a quanto pare fiato sprecato…-

Cinghiata nella fica, segue urlo immane.

- – Sei solo una piccola puttanella-

Altre dieci cinghiate ridussero male il culo di Anna, ormai viola.

La madre lasciò per terra la cintura e si avvicinò al culo rovente della figlia.

Le esaminò l’ano confermando che era stato violato più volte.

La rabbia la portò a sfoderarle un pizzicotto doloroso sulla passera e un’ultima serie di sessanta sculacciate a mano nuda tra chiappa e figa.

Dopodichè la mandò a letto senza cena.