Racconti di sculacciata: Rebellion
19 Gennaio 2009Un classico racconto di sculacciata da Bob Knees. Buona lettura e buon divertimento.
“Ne ho domate tante, che facevano le ribelli come te! Ti strapperò la pelle. Fuori tutte! Fuoooori!” Non è per nulla facile dirigere un riformatorio femminile. La Maritozzi, ad esempio, una testa calda, sempre pronta a protestare, a sobillare le compagne: un giorno il vitto, un altro giorno l’ora d’aria, un altro ancora chissà cosa. Semina zizzania, malcontento, ribellione. Mi avvicino alla scrivania, apro il secondo cassetto e ne tiro fuori la cintura, quella borchiata.
“Spogliati- le dico- adesso vedremo se un po’ di cinghiate sul culo ti fanno abbassare la cresta…” La ragazza tenta di scappare verso la porta chiusa ma Ester, la prima guardiana, la blocca subito. D’altra parte, non c’è confronto: l’una alta ed esile, l’altra bassa e tracagnotta. La tiene ferma, ma la ragazza scalcia e si divincola: ha diciassette anni, è nel pieno della gioventù. Ester aumenta la sua stretta, costringe la Maritozzi a piegarsi con la testa all’ingiù, il culo all’aria.
Le abbasso i pantaloni della tuta verde e, contemporaneamente, anche le mutandine che porta sotto. Le sue chiappe sono a nudo. Strilla, piange, grida. Arrotolo ben bene la cinghia attorno alla mia mano, con due giri: ne rimangono circa 60 centimetri liberi. Alzo il braccio e comincio. CIAFF e un urlo, CIAFF ed un altro urlo. La Maritozzi si agita, mano a mano che il culo le diventa rosso, lo manda di qua e di là per sottrarsi, cercare di sottrarsi, al bacio rovente. “Basta, basta!” strepita; le nocche delle mani della guardiana sono diventate bianche per quanta forza ci mette a tenerla ferma.
La Maritozzi seguita a chiedermi di smetterla, urla di finirla, che non ce la fa più. Non me ne do per inteso: poteva pensarci prima. Il suo culo è tutto rosso, con circoletti più marcati laddove le borchie si sono impresse sulla pelle. Proseguo più forte, la cinghia fende l’aria sibilando e si schianta sulla carne con un rumore sordo, lasciando una striscia sempre più rossa. La ragazza si sta facendo la pipì sotto: un rivoletto giallo le scorre all’interno delle cosce e va a bagnare l’orlo superiore dei pantaloni, quasi alle ginocchia. Ester, che posso vedere bene in faccia, rossa per lo sforzo di trattenere quella piccola furia, rotea gli occhi: è un invito a terminare quella punizione. Vado avanti per cinque minuti buoni: almeno una sessantina di cinghiate. Il culo della Maritozzi è rosso cupo, tumefatto, tende al violaceo. Non ce la fa più nemmeno a strillare; mormora, tra i singulti di pianto, “basta, basta, non lo faccio più…Ave Maria piena di grazia…basta, vi supplico…”. Quando smetto, ho il fiatone. Mi sfilo la cintura dal pugno, tornando a farla sibilare e con la coda dell’occhio vedo che quei globi infuocati tremano al solo suono nell’aria. Depongo la cinghia nel cassetto e lo chiudo. Ester ha lasciato andare la ragazza, che è caduta a terra in ginocchio. Soltanto adesso che le urla tacciono, sento i “Buuu” di disapprovazione delle altre, raccolte nel corridoio: rumore che, mi accorgo, è assordante. Ester ha un sorrisetto soddisfatto sotto la peluria che le sormonta il labbro: si aggiusta la divisa d’ordinanza. “Alzati e tirati su le mutande e i pantaloni- faccio alla Maritozzi- E torna dalle altre. Guai a te, se dici soltanto una parola di quanto ti è successo…” La Maritozzi tira su con il naso, si passa il dorso della mano sulle guance, nel tentativo di asciugare le lacrime. Si mette in piedi e china leggermente il busto perché le sue dita possano afferrare l’orlo, fradicio, dei pantaloni e delle mutandine. Emette un “Ahi!” quando la stoffa sfiora il culo rosseggiante; scuote la testa e si avvia con passo incerto verso la porta.
Ester scopre i denti gialli in segno di approvazione.