Racconti di sculacciata: Filomena
10 Gennaio 2010Giovedì pomeriggio. Suona il campanello: è Filomena, in ritardo come al solito.
Filomena ha 54 anni, assai ben portati. I capelli in origine erano castano chiaro, ma da quando ha visto qualche filo argenteo tra di loro, ha deciso di tingerli biondi e, per evitarne la caduta, li porta corti ma ben pettinati; ha un gran bel petto ed un sedere in sintonia; indubbiamente, c’è qualche chilo di troppo, ma, data la sua notevole altezza, non si nota; è ciò che si dice una bella chiattona. Ed è pure nonna: Marco, il primogenito della sua primogenita, ha compiuto da poco sei mesi.
Filomena è masochista, profondamente masochista in ogni fibra del suo corpo.
L’ho conosciuta rispondendo, io sadico, ad un annuncio su internet. La corrispondenza virtuale è stata lunga e, a tratti, stancante. Ma poi ci siamo visti di persona ed è nata la nostra collaborazione, orsono due anni.
“Sei in ritardo! Come mai?” le chiedo appena le ho aperto la porta di casa.
“Il traffico: c’è stato un incidente, un piccolo tamponamento, giù nella strada principale ma l’autobus non poteva passare. Scusami” Oggi indossa un paio di pantaloni neri, non troppo aderenti, ed una blusa pervinca, non troppo scollata, con intarsi di strass, ai piedi sandali celesti ugualmente appena ornati di strass; un soprabito tre quarti, sfoderato e leggero, di un tono di pervinca appena più chiaro; borsetta pochette in tinta.
“E’ la seconda volta in un mese che arrivi in ritardo – le faccio severo, perché a lei piace così- potevi muoverti prima. Preparati per l’ispezione!”. Appoggia il soprabito e la borsetta sull’appendiabiti dell’ingresso e fila dritta in camera da letto, che NON è la mia stanza da letto personale. Quest’ultima è riservata a me, l’altra alle mie donne.
Filomena si siede sul letto, slaccia il gancetto dei pantaloni neri, abbassa la zip e se li sfila; sotto porta le mutandine nere e le calze autoreggenti : sa che a me non piacciono i collant. Si toglie le mutandine e le appoggia sullo schienale della poltroncina, proprio sopra ai calzoni. Con un certo, voluto, sforzo si mette a quattro zampe sul letto matrimoniale, il corpo parallelo alla testata. Mi infilo il guanto di lattice sulla mano destra. Tra noi non ci sono mai preliminari: entrambi preferiamo così. L’indice ed il medio sovrapposti le frugano la fica, ma non resisto alla tentazione di titillarle il clitoride con l’altra mano. “Non così…è presto!” protesta lei sospirando. Estraggo le dita e le infilo di colpo l’indice nell’ano. Per un attimo, porta il bacino in avanti. Giro un paio di volte l’indice dentro di lei e lo tiro fuori. Il guanto è sporco di marrone, un leggero velo. Faccio due passi e le mostro il dito teso “Beh?” le faccio con tono interrogativo. Lei quasi strabuzza gli occhi per vedere meglio “Non so, forse un peto…eppure mi ero pulita bene bene, prima di venire qua… Perdonami!” la sua voce è sensuale e roca. Le do due pacche forti sul sedere: il grasso adiposo tremola e s’arrossa.
“Scendi e vediamo di sopra” la mia voce è sempre più, fintamente, irritata. Si lascia scivolare e torna a sedersi sulla sponda del letto. Si sfila la blusa e si slaccia il reggipetto: mi porge i due indumenti affinché io li metta sopra agli altri. Avvicino la testa ai prorompenti seni per guardare meglio. Le due ghiere d’acciaio che le stringono la base dei capezzoli sembrano in ordine: non ha cercato di togliersele. Giro le ghiere, hanno l’interno leggermente seghettato: un dentino deve aver afferrato un lembo di pelle, perché Lo (la chiamo così per risparmiare fiato) fa una lieve smorfia con la bocca. I cicciuti capezzoli mi paiono, come dire?, smorti, piuttosto appiattiti. “Rimani così- l’avverto- torno subito”.
Mi occorrono due o tre minuti, in cucina, per preparare l’occorrente e torno di là. Lei guarda incuriosita ciò che reco in mano e mi domanda, incerta “Che…che vuoi farmi?” “Zitta e butta giù la schiena!”. Le passo il cubetto di ghiaccio intorno ai capezzoli, prima all’uno poi all’altro: risorgono a nuova vita. Butto il cubetto mezzo consumato nella ciotolina insieme ad altri suoi consimili e mi viene un idea. Pur attraverso il lattice, il gelo del ghiaccio ha intirizzito i miei polpastrelli, figuriamoci se…afferro il cubetto più grosso che trovo e, di colpo, glielo infilo nella fica. Lei sobbalza e tira su il busto “Ma è freddo!” constata. “Stai buona! Stringi le cosce e lascialo sciogliere!” le ordino. E fa così, proprio così. Dato il grasso all’interno delle cosce, non è agevole per lei stringerle ma ci prova. Porto la mia faccia sul suo ventre e le do un morso sulla pelle, proprio dove comincia il pelo. Lei mi tira i capelli sulla nuca: il mio secondo morso lascia appena il segno della chiostra dei denti. Freme Lo, freme: il freddo dentro di lei comincia a farsi sentire.
“Bob – mi fa , rabbrividendo- sarà il ghiaccio ma…ma…devo fare pipì!” “Lo sai dov’è il vasetto “ le rispondo calmo.
Si lascia scivolare giù dal letto, apre lo sportello del comodino e ne estrae il pitale di plastica bianca, di quelli che si comprano in farmacia. Si accuccia e svuota la vescica. Ha ancora le calze e le scarpe, solo quelle; mentre va in bagno a vuotare il vasetto, scorgo che sulle sue natiche sono rimaste le impronte della mia mano. Ci ha messo un po’ troppo tempo. Rientrando, nota che mi sono tolto il guanto. Rimette al suo posto il vasetto: i peli del ventre sono umidi. “Già che c’ero mi sono data una sciacquata: il ghiaccio si era tutto sciolto” si giustifica. Le faccio lo sguardo feroce e Lo si butta sul letto, a pancia sotto: la rete cigola. Ah, che musica il rumore della mia mano, le dita tese ed il pollice sollevato, che impatta la sua carne! Tra uno sculaccione e l’altro, in quel breve attimo di silenzio riesco a sentire i suoi mugolii. La carne succosa va di qua e di là, si piega e stenta a ritornare su. Ogni tanto mi fermo, per osservare l’effetto estetico: riprendo a sculacciare le parti che sono ancora rosate. Ci vuole parecchio tempo, e parecchi colpi data la vastità della superficie, prima che le sue chiappe diventino uniformemente rosse, di un bel rosso profondo. Le infilo una mano sotto, fra corpo e coperta e la palpo: è umida, e non soltanto perché si è lavata. Tra indice e pollice, afferro la ciccia delle cosce e la martirizzo con pizzicotti, sempre più profondi e sempre più frequenti. Lei respira sempre più affannata e sempre più svelta. Il ghiaccio, nella ciotola, si è quasi completamente sciolto: la prendo e ne verso l’acqua diaccia a filo lungo la spina dorsale, cominciando dal coccige. Batte le gambe, si scuote, sgroppa, la pelle rabbrividisce “E’ freddo!” si lamenta: verso le ultime gocce proprio dietro la sua nuca. Tutta la pelle delle spalle è diventata simile a quella di un pennuto e brividi la scuotono. Agita le spalle per far colare l’acqua lungo le parti laterali del busto “Almeno potevi colarla sul culo, che mi brucia tanto” mi rimprovera. Si prende un’altra mezza dozzina di pacche. Si rigira. Mi stendo sopra di lei pur restando con i piedi a terra, in tutti i sensi. Le ciuccio i capezzoli, le percorro con la lingua la parte mediana del corpo fino all’ombelico, e scendo giù, sempre leccando: il suo corpo è teso come le corde di un violino o meglio, vista la mole, di un contrabbasso. Si arcua tutta, sta all’acme del piacere, il clitoride, relativamente piccolo, è teso. Urla e quasi mi spacca la mascella con le coscione, quando i miei denti stringono quel ciccio di carne “Mi hai fatto male!” sbotta appena riprende fiato. “E che vuoi? Non sei qui per questo?” Mi tolgo da lei. Si è calmata ma l’eccitazione è sempre molto alta. Vedendo che cosa ho preso, porta in alto le gambe, sorreggendosele con le mani dietro alle cosce. Non può evitare che le sfugga un gemito, mentre il dildo le entra nell’ano, dilatandolo. Vorrebbe masturbarsi: sa che, se lo facesse, le batterei le mani, nel senso che colpirei la parte superiore delle dita con la bacchetta. Abbassa le cosce e porta i piedi, con tutte le scarpe, sul letto, tenendo le ginocchia molto distanti; ho tirato fuori il mio membro e la penetro, ma con delicatezza dapprima, poi sempre più forte. E’ già molto umida. Mi stacco da lei, uscendone fuori “Be’? – mi fa e la delusione, nonché l’eccitazione le si leggono in volto- nemmeno oggi?” “No. –rispondo secco, reinfilando il membro, ancor ben tosto a dire il vero, negli slip e tirando su la zip dei jeans- Non te lo sei meritato. Dai, mettiti questa – le butto addosso la sua vestaglia color oro- che prendiamo qualcosa”. Faccio un caffè e glielo porto. “Ci hai messo troppo zucchero – le dico- finirai con farti venire il diabete!”
Mi ignora mentre lo sorseggia. Guarda l’orologio a parete “ Mio dio, com’è tardi. Devo andare!” Si toglie la vestaglia e cerca l’aggancio per togliersi il dildo dal culo. Non lo trova. Le era sfuggito che io l’avevo tolto appena dopo averlo infilato. “ma…ma..” la mano si agita nell’aria proprio all’altezza dell’ano; prova a togliersi il dildo con due dita: con l’ unico risultato che quello penetra in profondità. “Dai, non fare lo scemo. Levamelo! E’ tardi….” Scopro i denti in un sorriso “No, mia cara. Volevi soffrire, ma non hai sofferto abbastanza: adesso te ne vai in giro con quel coso fino a casa tua…” “Dai, che non posso neppure camminare bene. Comincia a darmi fastidio…” Non ha afferrato lo spirito del gioco. “Quanto mi dai se te lo levo?” le domando. No, non ha proprio capito. Devo sempre spiegarle tutto! “Facciamo così. Io, adesso, ti levo quel coso dal buco del culo. In cambio, giovedì prossimo, ti do cinquanta bacchettate: ci stai?” annuisce con la testa. “Girati!” le faccio e lei si piega in avanti. Togliere il manico è stato facile, rimetterlo non tanto, tanto più che quel coso va sempre più a fondo dentro lo scuro buco. “Sbrigati che mi fa male” protesta lei. Non posso far a meno di osservare che le sua chiappe si stanno schiarendo superficialmente, ma sotto la pelle parecchi capillari si sono rotti. Le rimarranno bei lividi dolenti e il culo gonfio. Finalmente, ce la faccio: riesco ad afferrare il dildo e ad estrarlo. Lei emette un sospiro di sollievo. Si riveste, cominciando dalla parte superiore del corpo. “Il culo mi brucia dentro e fuori” mi avverte. Sorrido sarcastico. Si è completamente rivestita. L’accompagno alla porta. Ci sfioriamo le guance nel classico gesto di darci un bacetto. “Ciao, Lo. A giovedì prossimo” “Ciao Bob, a giovedì”.