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I colori della sculacciata, parte seconda

15 Luglio 2011

Seconda parte del bel racconto di sculacciata di Sofy, la prima parte la potete trovare qui.

…il Padrone non si fece pregare ed immediatamente lo snake tornò a colpire la piccola Alyssa…punishslut alzava il braccio facendo sibilare lo strumento nell’aria e la schiavetta lo vedeva come un lunghissimo,nero e minaccioso serpente che si librava nell’aria x poi abbattersi su di lei…la forza dei colpi tuttavia non era eccessiva perchè la dolce schiava non aveva commesso grandi errori…sciack,sciack,sciack…le strisce rossissime si disegnavano sul sedere e le gambe…Alyssa era contratta nel corpo,si dimenava e rotolava sul foglio,spargendo i colori mischiati tra loro,ma la sua mente era libera…seppur conscia del bruciante dolore dello snake,lei si sentiva felice e fiera in quanto assecondava la volontà del suo amato Padrone. Lei era sua. X tutta la vita aveva cercato queste sensazioni come un’anima senza pace nè riposo,non trovandole mai e sentendosi vuota e disperata fin quando non incontrò il suo amato Padrone,ed ora nessuno l’avrebbe mai fatta tornare indietro. Era talmente persa in questi pensieri da non essersi resa conto che i colpi erano terminati già da un po e che punishslut era inginocchiato al suo fianco e le stava asciugando le lacrime che erano uscite contro la sua volontà,nonostante avesse accettato la punizione con il contegno di una vera e perfetta slave. “Non piangere piccolina,sei stata bravissima” disse il Padrone tirandole indietro la testa e baciandola a lungo e con passione,fino a lasciarla ancora di più priva di forze. La prese in braccio e la portò nel bagno dove le preparò la vasca ricca di acqua e schiuma profumata…la immerse lavando ogni centimetro del suo corpo e Alyssa dimenticò immediatamente tutto il dolore. La sera trascorse in modo tranquillo, il Padrone scese in cantina x portare abbondante acqua fresca da bere a Sofy e qualcosa da mangiare. Vederlo la rasserenò e lei si preparò a trascorrere lì la notte come era giusto…punishslut tornò da Alyssa,chiamarono la piccola infortunata in ospedale x augurarle la buonanotte e si addormentarono sereni. Trascorsero alcuni giorni nei quali Sofy fu ancora punita in modo che imparasse una volta x tutte come comportarsi e la piccola botola divenne un posto molto noto x lei, e finalmente arrivò il dì in cui Silvy sarebbe stata dimessa. Il Padrone e le sorelline erano nella sua stanza di buon’ora ma la piccola pareva decisa a mettere alla prova la pazienza di punishslut, non in modo evidente ma rammaricandosi anche lei x Sofy (erano terribili e c’era solidarietà fra loro anche se adoravano il Padrone) e così punishslut decise di impartirle da subito una piccola lezione… “Dovrei sculacciarti qui davanti a tutti x la tua impertinenza,piccola monella,lo sai? Ma sarò buono e la tua parte la avrai a casa intanto però…” e lasciò la frase in sospeso uscendo dalla stanza e lasciando le sue tre schiavette indisciplinate a fissarsi l’una con l’altra cercando di capire…e non capendo ancora bene quando lo videro tornare con un bel pennarello blu. Il padrone prese una sedia e si accomodò accanto alla dolce Silvy prendendole con cura la gamba ingessata “Tutti scrivono o fanno disegni sui gessi e sarò tanto buono da onorarti di uno dei miei…” “ Padrone ma cosa vuoi disegnarci sopra?” “ Sta buona schiavetta,ora vedrai” e si mise all’opera senza lasciar scorgere nulla e chiedendo ad Alyssa di andare a scovargli un altro pennarello rosso…l’ordine fu prontamente eseguito e,con quello,punishslut potè concludere la sua opera. “Ora potete ammirare…” disse spostandosi e lasciandole osservare. Su tutta la lunghezza del gesso era raffigurato, in modo magistrale, il disegno di un giovane uomo che teneva sulle ginocchia una bella monella sgambettante,con le mutandine alle caviglie e il culetto nudo al vento,mentre veniva sonoramente sculacciata e diceva “ ouch! 1 grazie Padrone! ahii! 2 grazie Padrone!…” . Il disegno era veramente enorme e gli occhi di tutte le schiavette erano sgranati mentre lo fissavano…le guanciotte si imporporarono all’istante x la vergogna…x quanto Silvy si vergognasse,avrebbe dovuto affrontare la situazione perchè il gesso c’era e non poteva cero liberarsene “ Come sta la nostra bella signorina? Che peccato doverci salutare anche se son felice tu faccia rientro a casa!” era la voce della simpatica infermiera che l’aveva assistita durante la permanenza in ospedale… “Ah vedo che i tuoi amici ti hanno fatto un bel disegno e che……” le parole le morirono notando di cosa si trattasse e Silvy avrebbe desiderato poter scomparire al centro della terra. Cercò di balbettare qualcosa ma punishslut intervenne spiegando “Sa sono il Padrone e loro le mie tre schiavette e quando si comportano male io devo punirle,fa parte dell’addestramento…” l’infermiera lo guardava con sconcerto non capendo se scherzasse o meno e decise che battere in ritirata poteva essere la soluzione migliore,posò un bacio sulla fronte di Silvy e sparì. “Bene schiavetta sono stanco e voglio portarti a casa,sali qui e andiamo!” disse indicando una sedia a rotelle. Durante il breve tragitto che portava all’ascensore e dall’ascensore all’auto di punishslut, Silvy capì davvero,x la prima volta nella sua vita, cosa significasse essere in imbarazzo e sembrava che il Padrone si divertisse a camminare molto lentamente,seguito qualche passo dietro dalle altre due schiavette. Era il fumetto di quello che diceva,la cosa più umiliante… e certo tutti guardavano con notevole curiosità il quartetto dove,chiaramente,il giovane uomo dettava le regole. Giunti a casa x Silvy era già stato preparato un comodissimo letto con vari cuscini dove poter poggiare la gamba ingessata e disegnata…ma la sua punizione non era ancora giunta al termine…punishslut le legò entrambe le gambe in alto,con dei ganci messi apposta sopra al letto e prese a sculacciarla….ciaff,ciaff,ciaff…”Hai sempre detto che da sola non eri capace di colpirti bene,ora il tuo adorato Padroncino ti aiuta,contenta?” i colpi si susseguivano e il culetto di Silvy tremava…in mezzo alle gambe,però, dolci umori si facevano strada…e anche Sofy e Alyssa eran sempre più eccitate nel guardare la scena,tanto che avrebbero desiderato immensamente potersi toccare dandosi piacere ma sapevano bene di non aver il permesso…poi la mano di punishslut scese in mezzo alle gambe di Silvy che ormai era davvero provata tra la gamba con il gesso,l’umiliazione subita e questa sculacciata, e così decise che le avrebbe concesso il piacere…dopo averle passato però,un cubetto di ghiaccio proprio lì,in modo da raffreddarla,x poi tornare a farla bagnare…prese una benda di seta nera con la quale le copr’ gli occhi, e così ogni sensazione sarebbe stata amplificata…chiamò Sofy e Alyssa e ordinò a quest’ultima di stuzzicare Silvy mentre lui la sculacciava ancora un po…ciaff,ciaff,ciaff…il sedere diveniva sempre più rosso…la mano di Alyssa intanto faceva il suo dovere e la piccola infortunata provava mille sensazioni…istintivamente si portò le mani sul sedere “Padrone non ho mai provato tante emozioni tutte insieme” “ Certo piccola lo so,ma io ti farò vivere sensazioni che non hai mai immaginato…” e detto questo sostituì la mano di Alyssa con la propria concedendo un orgasmo dilagante alla dolce Silvy,mentre le dava un lungo bacio. Qualche ora più tardi,mentre Sofy leccava e massaggiava i piedi del Padrone,il cellulare di Alyssa squillò…Il proprietario del museo dove lei avrebbe dovuto essere conosciuta come pittrice alla sua prima mostra le ripresentava quest’occasione…le disse che aveva parlato con il suo Padrone (beh lui non lo chiamò così!) e che insieme si erano messi d’accordo. Di lì a un mese Alyssa sarebbe stata ospitata, insieme a chiunque avesse voluto, nella sua casa di campagna e la mostra sarebbe stata allestita lì e tra gli invitati erano previsti nomi di spicco. La schiavetta riattaccò il cellulare con gli occhi che le brillavano e a quattro zampe raggiunse il suo Padrone adorato che le carezzò i lunghi capelli corvini “ Te l’avevo promesso che avresti riavuto la tua occasione…” e così dicendo,la baciò…aggiungendo poi “ Naturalmente il quadro d’onore sarà quello che ti ho aiutato a comporre io e ci aggiungeremo le impronte dei culetti di tutte e tre e poi, tu spiegherai come è stato realizzato…” Sarebbe stata, senza dubbio, una mostra molto interessante…

My Wife 4

22 Maggio 2011

 

“Vieni qua!”

“Manco per niente! Ho già capito quello che vuoi farmi …”

Jo indossa una tutina blu. Le tute da ginnastica sono il suo abbigliamento usuale quando sta in casa: pratiche e comode.

“Vieni qua!” le ripeto.

Stavolta scuote il capo: non spreca neanche il fiato a rispondermi. Sollevo il mio quintale di peso dalla mia comoda poltrona e mi avvicino a lei, a mia moglie. Sono determinato. Piego un po’ la testa verso il basso, per guardarla negli occhi. “Allora?” le faccio, tenendo il foglio all’altezza del mio capezzolo sinistro che corrisponde più o meno all’altezza dei suoi occhi. Lei li abbassa. Anche se non lo sembra, mia moglie è intelligente: ha cervello da vendere (solo quello, magari).

“Mi servivano, quei soldi!” mi risponde non degnando l’estratto conto nemmeno di una fugace occhiata.

“Tremilacinquecentosessantadue euro sono una bella cifra. Potevi avvertirmi, almeno, prima di prelevarli! A cosa ti sono serviti ?” le chiedo. Ormai il foglio della banca serve soltanto per sventolarmi.

“Non te lo dico! Quei soldi sono miei quanto tuoi! Lì sopra la scuola ci accredita il mio stipendio…e i pochi spiccioli che ti da quella specie di editore per i tuoi racconti…” replica sempre più piccata.

Torno a sedermi. “Giuseppina – lei sa che quando la chiamo con il suo nome per intero sono veramente arrabbiato- abbiamo il conto in comune ma con prelievi a firma singola, eccetera eccetera. Bastava che tu mi dicessi che quei soldi ti servivano, chessò? per comprarti un vestito nuovo, per fare un regalo ad Annapia…. Non avrei avuto nulla in contrario. Così, mi hai fatto venire quasi un coccolone, ci sono tutte le bollette da pagare…” cerco di essere ragionevole.

E’ la sua volta di avvicinarsi a me. La sua faccia è foriera di tempesta. “Vuoi sculacciarmi perché li ho presi? La schiava va punita perché ha fatto uno sgarbo al padrone? Ebbene, fallo! Picchiami, così sei contento…” Mi mostra le terga, anzi piega leggermente il busto in avanti in modo tale che il suo sederino sia più o meno all’altezza del mio naso.

La tentazione è forte. Ma resisto. Stringo i pugni, serro i denti, inspiro aria, ma resisto. Visto che non succede niente, lei si volta ad affrontarmi.

“L’ultima volta che ci siamo presi una vacanza, è stato due anni fa. Andammo a Parigi, ricordi? E mi costò parecchio… avevo il culo tutto livido, quando montai sull’aereo. Da allora, più niente! Non ti sei più mosso da questa maledetta scrivania! Sempre davanti al computer a scrivere racconti che nessuno leggerà mai, che ti pagano pochi centesimi… va bene! Lo fai solo per i begli occhi di quella lì….”. allude chiaramente a S***, la mia editrice. Prescindendo che S*** ha il fisico di un granatiere in congedo, mi fa piacere (solletica il mio ego) che mia moglie mostri una punta di gelosia, ma è meglio non farglielo capire “…ci sei perfino andato a cena l’altra settimana, una cena tete a tete E che ti ho chiesto conto dei soldi che hai speso, io?” è sempre più inferocita. “Non ho mai pagato una donna in vita mia e tu lo sai bene- mento e so di mentire- abbiamo fatto alla romana. Eppoi, dovevamo discutere di cose di lavoro….”. Spiego, almeno tento di farlo prima che Jo mi si precipiti addosso con le dita piegate a mo’ di artigli, per cavarmi i bulbi oculari. Ci sono molto affezionato ai miei occhi, non gradirei affatto finire al pronto soccorso oftalmico.

Qualcuno, durante le partite, ci ha già provato: gli è andata male. Ho resistito agli attacchi di rugbisti da 120 chili di muscoli, figuriamoci all’assalto di quello scricciolo di mia moglie. In men che non si dica, si trova piegata sulle mie cosce ( tecnicamente, è più comodo delle ginocchia ma l’espressione inglese “ on the knees” fa molto chic); il braccio piegato dietro la schiena, il polso trattenuto dalla mia mano, il mio peso sopra di lei ad immobilizzarla; vero è che con la mano libera, cerca di graffiarmi i polpacci, ma con scarso risultato: si taglia regolarmente le unghie….

Le abbasso i calzoni della tuta insieme alle mutandine, si scoprono le sue natiche paffute ma mosce. Il mio braccio destro compie un ampio giro verso destra per poi ritornare verso sinistra; il palmo colpisce forte la base delle chiappe, spingendole verso il coccige; il rumore dello sculaccione sovrasta quasi lo strillo di Jo. Procedo nello stesso modo per una mezza dozzina di sculacciate. Mia moglie si agita, sbatte le gambe come se fosse impegnata nell’ultima frazione di 100 metri stile libero, strilla come un’oca spennata. Non mi faccio commuovere; sono imperturbabile nello sculacciarla, con tutti i sentimenti! Mi sono documentato: questa tecnica di sculacciare è particolarmente dolorosa per chi la subisce.

E, siccome Jo non è stupida, abbasserebbe le gambe, se potesse. Quante cose si imparano dal rugby! Mi basta spostare la mia coscia destra a sostegno delle cosce di Jo, e lei non può più piegare le ginocchia. Venti, trenta sculaccioni portati con la mano concava ma ben tesa le fanno diventare le chiappe colore del peperoncino. Ah, e la pelle di Jo deve provare la stessa sensazione urticante che si prova strofinando sulla lingua un peperoncino….

Si rimette in piedi come un “misirizzi”; dalla parte anteriore, la cintura dei pantaloni (ed anche quella delle mutandine, suppongo) è ancora al suo posto, poco sopra l’ombelico. Jo mi guata bieca, la bocca le trema per la rabbia, la vergogna ed il dolore; si gratta, più che massaggiarsi, il didietro infuocato. “Com’è che non adopri il frustino, per punire la schiava?” mi fa: ha ancora voglia di litigare.

“Perché sta in cantina. Non mi va di uscire da casa, prendere l’ascensore, scendere al pianoterra, andare in cantina, rovistare fra mille cose e trovarlo…” le spiego razionalmente

[quella sera comprai due pizze, capricciosa per me, margherita per lei: mi teneva il broncio]

[Invece ci andai in cantina. La mattina dopo, mentre Jo era a scuola. Ed andai pure da qualche altra parte]

Vede il vecchio piumino da spolvero in bella mostra sulla consolle, all’ingresso. “Vuoi autoflaggellarti, preso dal rimorso di aver trattato così tua moglie? Annapia dice che dovrei denunciarti….” afferma ancor prima di poggiare la borsa sulla sedia. “Non dire scemenze. Non hai detto nulla di quello che è successo ieri sera. A nessuno! Tantomeno a quel tacchino parlante della tua migliore amica, collega, compagna d’università, eccetera….” ribatto. Jo si piazza davanti a me, gambe larghe e mani sui fianchi “Tanto non ti dirò mai a che cosa servono quei soldi!” Non le è passato!

“ La crociera. Sono passato stamane da tua mamma. E’ tanto contenta: otto giorni in crociera, lei e la sua badante. <<E’ stato un regalo della mia bambina>>, mi ha confessato tutta gongolante…” “No! Non doveva dirtelo! Le avevo detto di non farlo…” Non è che quando è arrabbiata mia moglie diventi più carina: sarebbe impossibile! Però acquista un certo fascino… Le do un bacetto sulla guancia, lei tiene le labbra strette come una vergine vichinga. Getto un’occhiata al piumino, triste e solo accasciato sul vetro della consolle. Jo segue la direzione del mio sguardo, poi abbassa gli occhi “Possibile che abbia sempre ragione tu? Forse avrei dovuto dirtelo…di mamma, della crociera di mamma, intendo… Ma mi ha fatto rabbia che sia andato con quella tua S***…che ci trovi di bello in quell’armadio?” Io taccio. Allora, lei riprende “Va bene, più tardi: adesso sono stanca! Non mi fare tanto male, però, neh…” Mia moglie è così: variabile come le previsioni meteo.

“Sappi che lo fai, mi picchi e nient’altro…” mi dice un paio d’ore dopo. I pantaloni chiari le scendono lungo le corte gambe; armeggia al cavallo per sciogliere il bottone del body; indossa mutandine celeste pallido. Si butta bocconi sul letto: vuole che sia io ad abbassargliele; mai una volta che mi risparmi la fatica! Non si aspettava però che gliele facessi scendere ben al di sotto delle ginocchia: credeva che le portassi appena sotto le chiappe. Le quali, peraltro, mostrano i segni della sculacciatura della sera prima. Quando una raggiunge una certa età, la pelle diventa sempre meno tonica, meno elastica….

Jo stringe i pugni e tende i muscoli. Il frustino si trova a 30 cm dalla sua epidermide: un attimo dopo, la distanza è pari a zero. Appena appena una stria rosata si disegna su quelli che gli scrittori chiamano emisferi ma che, nel caso di mia moglie, sono solidi (?) geometrici dalla forma indefinibile. E dalla consistenza di una gelatina di fragola, dato il colore che ben presto assumono. Ovviamente, non la picchio per farle male, non me la sento, le somministro quella che Petronio Arbiter avrebbe chiamato una “fustigatio erotica”, eccitante per i nervi del bacino e del ventre. Solo che Jo non si è eccitata per niente!

BK

Segni di una sculacciata

20 Aprile 2011

segni sculacciata

Sculacciata di una bionda

14 Aprile 2011

sculacciate bionda
Bellissima ragazza bionda viene sculacciata

Sculacciate garibaldine

13 Marzo 2011

Questo bel racconto ci viene regalato dal nostro amico Geronimo: buona lettura a tutti!

La vicenda è ambientata a fine settembre 1860, nell’Alta Campania. Il decisivo scontro sul fiume Volturno tra l’esercito borbonico e quello comandato dal Generale Garibaldi era ormai imminente. Il tenente Bandi, al comando di quindici garibaldini, stava svolgendo una ricognizione in profondità nel territorio nemico. La notte del 24 settembre individuarono un piccolo convento e in accordo con i due sergenti l’ufficiale decise di rifugiarsi in quel luogo per trovare riparo e fare rifornimento. Tra l’altro erano da poco sfuggiti all’avvistamento di un grosso distaccamento di cavalleria nemica che presumibilmente si aggirava ancora nei paraggi. L’edificio era in pessimo stato di manutenzione. Con un paio di spinte decise da parte di alcuni soldati il vecchio portone dai cardini arrugginiti si aprì. Tre inservienti del convento opposero resistenza, due vennero subito sopraffati riportando solo leggere ferite, un terzo invece tentò la fuga nella campagna. Un primo colpo di moschetto lo sfiorò. Il tenente Banti, che aveva una buona mira, strappò il moschetto al soldato più vicino e sparò sulla sagoma che si allontanava a gambe levate. Un attimo dopo il fuggitivo si accasciò al suolo muovendosi appena. Subito due soldati trascinarono il malcapitato all’interno del cortile mentre alcuni compagni chiusero il portone. L’uomo spirò pochi istanti dopo. “- Mi spiace per questo povero bifolco ma non avevo altra scelta. Speriamo che i Napoletani non siano nei paraggi, altrimenti siamo fregati!-“ disse il tenente rivolgendosi al sergente Grassi. “. Forza Grassi, sguinzaglia gli uomini e vediamo di calmare le “sorelle”-“ Le suore , erano soltanto sei e stavano tutte nel refettorio. L’ora era in effetti insolita ma c’era una ragione perché tutte si trovassero ancora sveglie. Naturalmente gli spari e il trambusto avevano interrotto quello che stavano facendo. La scena che si presentò ai garibaldini, quando fecero irruzione nella sala, li sorprese non poco. Una giovane suora era piegata su di un inginocchiatoio con le sottane tirate su e spillate. il grosso culo nudo era segnato da numerose strisce violacee in rilievo, che si intersecavano soprattutto sulle anche. Il sangue imperlava una miriade di graffi. La donna si copriva il volto e singhiozzava. Una suora che dall’aspetto non sembrava dimostrare più di trent’anni stava alle spalle della punita brandendo un flagello di corde annodate. Era la badessa. “- Fate le brave, “sorelle” e ve la caverete con poco danno-“ esordì il tenente. “-Che cosa ha fatto questa tapina?-“ chiese rivolgendosi alla suora che impugnava la frusta.”-Ha osato lodare quel bandito del Vostro capo!-“ Lo sguardo della donna era altero e tremava di sdegno e d’ira mal repressa. Mostrava una bella dose di coraggio quella baciapile, pensò il tenente Bandi. La donna presentava dei bei tratti somatici, decisamente aristocratici. Occhi grandi di un nero profondo, naso regolare, bocca piccola e carnosa. Una perenne, quasi impercettibile smorfia di tristezza le incorniciava l’ovale del viso. Il Tenente le sorrise in modo sarcastico. A Bandi piaceva umiliare le donne altere. La visione del sedere martoriato della ragazza suscitava in lui profonda irritazione per il motivo della punizione ma nello stesso tempo lo eccitava. Tutti i soldati conoscevano quella sua bizzarra passione per le sculacciate. Non era tipo da uccidere a sangue freddo donne e bambini né da battere brutalmente una signora ma provava un particolare piacere nel punire in un certo modo ragazze e donne maritate Dopo di chè non disdegnava di condividere con alcune di loro divertimenti più “ortodossi”, ma non prima di averle ben castigate. Nessuno faceva però troppo caso a queste sue predilezioni; era un combattente formidabile, coraggioso, abile e spietato e naturalmente un fervente patriota e repubblicano come tutti i suoi commilitoni. “Sarai vendicata, fanciulla, ma noi non saremo così crudeli come queste arpie -“ Soldati, denudate il deretano di queste parassite e insegnate loro il dovuto rispetto per il nostro Generale a suon di cinghiate!-“ Le suore si misero ad urlare, a supplicare, si divincolarono, ma inutilmente. Mentre un soldato le bloccava a terra, l’altro tirava loro su il sottanone nero. Nessuna portava le peccaminose mutande ma solo calze grigie di lana tenute da sobrie giarrettiere. Uno o due soldati per culo, si sfilarono le cinte e si misero senza preamboli a cinghiare energicamente le chiappe candide delle religiose tra risa e schiamazzi. “_Forza miei prodi frustate quei culacci reazionari! Ora vado a dare una sistemata alla Badessa. Continuate a sculacciare fino a quando non torno. Guai a voi se le chiappe non saranno di colore blu!. Tu Grassi, e tu Pilo (l’altro sergente) fatemi un inventario della roba che c’è in questo postaccio di ladri e servi del papa re. Avanti voi, badessa, fatemi strada, andiamo nelle vostre stanze. Ah infermiere, lenite un po’ come potete le sofferenze di questa patriota!-“ Mentre il garibaldino infermiere si prendeva cura della suora fustigata, Bandi si fece accompagnare nella cella-studio della badessa. La teneva stretta per un braccio. Una morsa implacabile e un po’ dolorosa. La Badessa, Donna Maria De Silvestris apparteneva alla piccola nobiltà di provincia. Non aveva avuto mai alcuna vocazione ma i genitori l’avevano in pratica costretta a prendere i voti già a 16 anni per diventare poi diventare rapidamente badessa, pur alquanto giovane per tale incarico, in quel piccolo convento. Il prestigio della famiglia veniva prima di ogni altra cosa. Suora Maria aveva invano cercato di mortificare le proprie pulsioni mondane, la tentazione la tormentava continuamente. Una bella e conturbante novizia e il bel figliuolo dello stalliere l’avevano fatta cadere nel peccato della carne. A nulla erano valsi le preghiere e il cilicio. Ora arrivava quell’odioso senzadio, quel ribelle… Sentiva di nuovo i sensi risvegliarsi. Mentre si avvicinavano alla cella, nel lungo corridoio risuonavano gli schiocchi delle cinghiate e i gemiti e il pianto delle suore duramente sculacciate. “Non state in ansia, aguzzina-“ Le dice sprezzante il tenente, stò per infliggervi il meritato castigo, ma non voglio farlo davanti agli altri…voi, in fondo…mi piacete-“ e proruppe in una risata. Suor Maria guardò stupita il suo carceriere. Si, in effetti è un bell’uomo, pensò, vergognandosi. Il soldato aveva una barba castano scura, incolta. Portava un berretto rosso sporco di polvere e fango,La giubba da ussaro logora e stinta dagli alamari in parte scuciti. La sciabola al fianco destro e la grossa pistola a tamburo infilata nella cintura dei pantaloni. In sintesi la tipica divisa improvvisata dei soldati irregolari. Un aspetto da guerriero, inquietante, aggressivo. Uno sguardo penetrante, crudele e dolce allo stesso tempo. La sagoma dell’uomo la sovrastava di un buon venti centimetri. Una volta entrati nella stanza. Il tenente le intimo di spogliarsi completamente.”Come osate, infame. Volete prendere un corpo consacrato al signore?!-“ tacete ! Non voglio giacere con voi. Voglio battervi e umiliarvi, per questo dovrete essere nuda. Svelta! O vi strapperò le vesti di dosso!-“
La donna cominciò a spogliarsi lentamente. Dapprima si scoprì il capo. Non si era rasata i capelli. Erano lunghi, castani, ondulati e si liberarono disordinatamente sulle candide spalle della donna. Mentre si denudava i bei seni dai grandi capezzoli rossi, Maria guardò sfrontata, il tenente. Non si sentiva affatto umiliata. Baldi sbuffò per l’ irritazione. Il ventre, piatto come un tamburo, recava i segni del cilicio. La folta pelliccia scura della vulva era incastonata tra cosce tornite come colonne di marmo. Iindossava calze di seta; seconda e rivelatrice concessione alle seduzioni del mondo. “- Giratevi! Vi siete punita da sola eh?! Per i vostri peccati, certamente.La vera colpa è affamare il popolo e servire lo straniero! Tutti uguali voi baciapile!-“ Bandi era cresciuto in un ospizio per minori abbandonati gestito come tutti gli istituti del genere, da religiosi. La madre era morta di tubercolosi quando il piccolo non aveva ancora compiuto quattro anni. Il padre era forse un notabile del Granduca di Toscana, assai tirchio nello scucire la retta per il mantenimento del figlio adulterino. In quella sorta di proigione era stato maltrattato. Per questo odiava i preti e le suore.
Il Tenente divenne particolarmente volgare e irridente: “-Gran bel culo madame! Orsù stendetevi sulle mie ginocchia. Ora questa bambina si prenderà una bella sculacciata-“ Maria si stese remissiva sulle ginocchia dell’uomo. Non avrebbe pianto nè supplicato. Non gli avrebbe dato soddisfazione, ripeteva tra sé e sé. Bandi scaricò su quelle collinette indifese tutta la sua rabbia e il suo desiderio. Decine e decine di sculaccioni affondavano tra le carni tremolanti fragorosi e veloci. Il dolore era acuto e crescente e Maria fece ogni smorfia possibile pur di non gridare, ma non vi riuscì. Basta! Ahiaa! Ti prego, Ahioo! No!, ahii, Bastaa! e stremata cominciò a piangere. Bandi sudava e ansimava per lo sforzo ma continuò a sculacciare furiosamente per un bel po’.Alla fine fu discretamente soddisfatto. In genere le altre donne si mettevano a frignare dopo nemmeno metà delle sculacciate che aveva rifilato alla Badessa. Insinuò le dita tra le cosce della donna e trovò il sesso fradicio di umori. “.Non è ancora finita bella!-“ Così dicendo la gettò a terra. Afferrò il fodero della sciabola ed estrasse l’arma. Questa luccicò sinistramente alla luce della candela. “-Dunque Volete uccidermi? Non siete un gentiluomo!-“ Bandi esplose in una risata. “Volete scherzare? Voi credete di potermi insegnare che cos’è un gentiluomo? Mio padre, che Dio lo stramaledica, era uno della Vostra razza!.Un gentiluomo, puah!-“ Afferrò la donna per i capelli e la gettò sul letto.”-A quattro zampe, sorella! Voglio solo bastonare come si deve il vostro nobile deretano!-“Suor Maria si posizionò appoggiandosi sui gomiti. Ora Bandi aveva davanti agli occhi la visione delle generose natiche molto arrossate e del sesso gonfio e umido di desiderio della donna. Maria sentì per una frazione di secondo la lama che fendeva l’aria e subito dopo un dolore lancinante che si irradiava dal centro del suo culo. L’uomo le aveva colpito le chiappe con il piatto della sciabola. Seguirono altri undici colpi secchi e parimenti dolorosi. Maria non aveva più la forza di gridare. Singhiozzava sommessamente. Il culo dal colore indefinibile che sembrava pulsare dolore come un cuore. “.Prendimi, soldato, prendimi ora, così come sono. Avanti bastardo!, ti prego… oppure uccidimi!-! L’ eccitazione travolse il Tenente Bandi. quella bella donna, così altera e fragile allo stesso tempo, così antitetica a lui e così simile per quel suo orgoglio carico di risentimento, lo stava stregando. Si spogliò velocemente e la penetrò da tergo, con irruenza, con brutale passione, spingendo il proprio stocco fino in fondo alle viscere della sua nemica, le mani che impastavano febbrilmente e dolorosamente i fianchi, i teneri seni.Si accasciarono sul letto. Con gli occhi che si guardavano, che si esploravano, forse per la prima volta. Il corpo di lui era coperto di cicatrici. Il mignolo della mano destra era stato sostituito da una rudimentale protesi di legno. Di ogni ferita le raccontò la storia “-Questa me l’ha fatta una scheggia a Curtatone; Avevo 19 anni, questa una pallottola borbonica a Palermo…-“ Le ferite di lei erano invisibili, più profonde, indicibili. Fecero l’amore tutta la notte, ebbri uno dell’altro.
La mattina seguente Maria vestì abiti da contadina, balzò a cavallo, malgrado le fitte al sedere, cercando di nascondere come poteva il notevole disagio e salutò le sorelle dal fondoschiena livido e altrettanto dolorante.
Aveva deciso di seguire il Tenente Bandi, gli avrebbe fatto da guida per tornare alle proprie linee, poi, chissà…Di certo la Chiesa aveva perso una suora e Re Franceschiello una devota suddita.

Punita dalla compagna di banco, parte 2

25 Novembre 2010

Il racconto di Giorgio, che ha suscitato commenti molti positivi, prosegue. Ecco a voi la seconda parte. Per chi avesse perso la prima, può leggerla cliccando qui.

La mattina dopo a scuola Laura manteneva il capo chino lanciando rapide occhiate all’ amica che le sedeva accanto. Da parte sua Elisa sedeva eretta seguendo con interesse la lezione, fino ad allora si erano solo salutate, approfittando di una pausa dell ‘insegnante chiese sottovoce “brucia ancora il culetto?” Laura arrossi “un PO, stanotte ho dovuto dormire sulla pancia ora va meglio” “magari oggi sarà necessario dargli un’ altra scalda tina, arrivo alla solita ora, tu nell ‘attesa studia qualcosa a tua scelta di matematica che ne hai bisogno” “va bene” rispose Laura annuendo “ti aspetto”. Non è una buona mattinata per Laura, alla seconda ora viene interrogata dalla professoressa di italiano e mostra di non essere preparata prendendosi l’ ennesima insufficienza, “sei proprio una somara” non le risparmia Elisa quando torna al banco quasi piangendo “meglio che oggi ti ripassi anche il rinascimento, appena torni a casa poi dici a tua madre di questa interrogazione e aggiungi che per una settimana laverai e asciugherai i piatti giorno e sera per punizione. Chiaro?” “si Elisa” risponde Laura molto depressa. La mattinata trascorre senza altro di rilievo, uscendo Laura si ferma all’ ingresso a parlare con due amiche ma Elisa che la segue interviene subito “a casa che tua madre ti aspetta”, viene guardata stranamente dalle amiche di Laura ma non si sofferma ed esce. Anche Laura pensa bene di andare per non peggiorare la situazione. A casa, mentre mangia con la madre, continua a rimandare ciò che deve dirle e pur sapendo che Elisa non gradirà finisce per salire in camera dicendo solo “vado a studiare”. Anche quel giorno Elisa viene accolta dalla e dopo averla salutate le chiede se Laura le ha raccontato l’ accaduto di quella mattina. “no, cosa è successo?” chiede. “glielo racconta sua figlia dopo, adesso le parlo” e la lascia salendo verso la camera di Laura che trova seduta alla scrivania incapace di alzare lo sguardo. “in piedi” le dice seccamente e quando Laura si è alzata “togli i pantaloni, adesso ti insegno io a fare quello che ti dico” “nooooo ti prego adesso vado a dirglielo” e resta immobile a capo chino. “togli li” ripete, lentamente Laura li toglie e li appoggia su una sedia “anche la camicetta che ti copre il culo” iniziando a piangere Laura sbottona e toglie la camicetta restando con slip e reggiseno “le mutandine” le sfila e Elisa può gustar si la visione delle natiche abbondanti appena arrossate dal giorno precedente, si porta alle sue spalle, le slaccia il reggiseno e glielo sfila, il grosso seno della ragazza adesso è esposto e ne gode la visione per un attimo poi la prende per un braccio e la guida verso il letto, Laura umiliata ci si lascia deporre sopra senza opporre resistenza. “a quattro zampe adesso” Laura esegue, le mette una mano sul capo e lo spinge in basso lasciandola con il grosso culo pienamente esposto “allarga le gambe” goffamente Laura le apre es ponendo così culo e figa, la visione è irresistibile e non può trattenersi dal dare un pizzicotto su una natica grassoccia provocando un urletto della sventurata “iiiiih” “zitta, ti faccio nitrire io dopo” e Insinua una mano fra le cosce fino ad afferrargli la figa “ti sei toccata ieri sera?” chiede senza lasciarle il tempo di pensare “nooo” dice prontamente Laura. ” Adesso controllo” e inizia a carezzare il pelo biondo che la copre poi insinua due dita fra le labbra e la penetra. Laura ha un sobbalzo e prontamente le arriva uno sculaccione seguito da un secondo. “Elisa… ” “cosa c’ è?” “so.sono vergine” cosa di cui Elisa si compiace “tranquilla per adesso non te la rompo, vediamo piuttosto se ieri sera hai fatto la brava” e lascia penetrare ancora un PO le dita “su strusciati e vediamo ” “vediamo cosa?”sussurra Laura “da quanto ti bagni si riesce a capire se sei venuta, vedrai che fra qualche giorno lo capisco al volo, adesso strusciati” incerta Laura inizia a muovere il bacino e Elisa inizia subito a sentire le dita inumidirsi “brava continua” la incoraggia e sente i movimenti farsi più decisi provocando un’ ulteriore eccitazione, le dita adesso sono immerse negli umori “basta adesso altrimenti mi vieni in mano” un attimo di incertezza e Laura si ferma ormai soggiogata. Le dita si ritirano sfiorando il clitoride e provocando un fremito. “vorresti venire?” le sussurra in un orecchio. “siii” le carezza ancora il clitoride che sente gonfio “ogni quanto eri abituata a toccarti” solo un attimo di incertezza da parte di Laura “tutti i giorni” “allora devi avere una gran voglia” e lentamente sfila le dita non senza carezzarla ancora “adesso però dobbiamo parlare del perché non hai raccontato a tua madre di stamani” “mi vergognavo” sussurra Laura “adesso rimediamo” e così dicendo le appoggia una mano sulle natiche “resta ferma o è peggio per te” cosi dicendo inizia a sculacciarla, con calma colpi, non violenti, lenti che non trascurano nessuna parte del culo che inizia subito ad arrossarsi. Laura fa il possibile per restare ferma ma non riesce completamente e i suoi fianchi fremono, vorrebbe tacere e non sentire i gemiti che le escono dalla bocca “iiiihhh iiiiihhh ihhhhh” cosa che Elisa gradisce, senza interrompere la sculacciata le carezza il fianco e le sussurra “ferma fai la brava cavallina” facendosi forza Laura riesce a fermare il suo tremito e viene lodata “brava vedi che riesci su continua a nitrire mentre ti arrosso il culo” “iiiihhh iiiiihhh ihhhhh” e viene premiata da nuove carezze sui fianchi e sulla pancia. Quando ritiene che il culo sia ben scaldato Elisa interrompe la sculacciata continuando a carezzarla fino a quando con una carezza le raggiunge il seno soppesando la tetta, Laura resta immobile. “allora hai capito che ti conviene essere ubbidiente o devo continuare?” “nooo” la implora Laura “no cosa” la incalza carezzandola sulla pancia fino a raggiungerle la fica ” faccio la brava” e, ormai eccitatissima inizia a strusciarsi contro quella mano che però le sfugge e scivola di nuovo su una tetta stringendola come se la mungesse “adesso resta ferma” con la mano raggiunge ancora la figa dell’amica che trova bagnatissima, ne approfitta per lubrificare le dita “allargati le mele” Laura esita e riceve uno sculaccione rassegnata si porta le mani sulle natiche e le apre, il forellino grinzoso è completamente esposto e un dito già inumidito lo raggiunge prontamente carezzandone il contorno prima di iniziare a premere al fremito incontenibile segue uno sculaccione che riesce a fermarlo. Elisa gioisce sentendo il dito penetrare sempre più. “sei vergine anche qui?” chiede “siiii” “sì cosa?” “ho anche il culo vergine” eccitazione e vergogna le tolgono ormai ogni volontà di opporsi e quando sente un secondo dito entrare non fa un fremito, immobile. Le dita iniziano a muoversi avanti e indietro scopandole il culo, il lieve fastidio viene sostituito dal piacere si sentirsi piena. Adesso sono 3 le dita che la stanno allargando mentre la figa gocciola i suoi umori. L’inculata continua qualche minuto sempre lenta e costante portandola al limite dell’orgasmo, le dita sentono le contrazioni della figa, Laura sta per venire. “basta cosi” le dice estraendole “con quello che hai combinato oggi non meriti certo di venire” le accosta le dita alla bocca ” su puliscile, la lingua di Laura inizia a leccarle incerta, le sente premere e non si oppone mentre le scivolano in bocca “succhia che me le hai tutte sporcate” e Laura succhia. Quando vengono estratte rimane immobile sempre con il capo in basso e il culo, bene arrossato, esposto. “su a lavarti che devi parlare con tua madre” le dice con una leggera pacca sul sedere che la fa sussultare, Laura si alza e docilmente si avvia verso il bagno del quale, per fortuna, la camera dispone. Elisa la segue e le sta dietro mentre l’amica si lava la faccia, gli occhi arrossati “devi fare pipi?” le chiede e Laura annuisce. Prendendola per le braccia la guida verso il water facendola sedere. Laura ha un sussulto, il culo arrossato le duole appoggiato cosi, vorrebbe alzarsi ma le braccia di Elisa la tengono ferma seduta con le cosce aperte. “ti dico io quando farla” rincara, Laura annuisce. Lascia passare qualche secondo “adesso” e subito si sente lo scroscio dell’urina che esce, terminata la minzione le prepara il bidè “vieni che ti lavo la passerina” Laura è pronta a ubbidire e si siede tenendo le gambe ben aperte ed emettendo un “iiiiih” per il bruciore che continua a sentire quando appoggia il culo arrossato. La mano di Elisa scende fra le cosce di Laura, carezza il pelo e con le dita le lava dentro e fuori la figa carezzandola e provocando ancora eccitazione. “come va il culetto?” “brucia” la fa alzare e chinare in avanti “adesso te lo rinfresco” con una crema trovata davanti allo specchio si cosparge le mani “su apriti come prima cha te la spalmo” nuovamente Laura si allarga le natiche e le dita iniziano a scorrere nel solco per poi affondare nel forellino che, già violato, si apre agevolmente, al solito piccolo sobbalzo segue rapido uno sculaccione “ferma” e Laura ammansita si ferma. Il fresco della crema allevia

Il dolore ed è grata ad Elisa che le fa scorrere nel culo le dita “sei ancora stretta ma per adesso va bene cosi” la prende per i fianchi e la fa rialzare, Laura rimane in piedi incerta “come si dice?” “grazie Elisa” “rimetti camicetta e pantaloni che dobbiamo scendere da tua madre. Mutandine e reggiseno non importa che tanto dopo devi ritoglierli” appena si è ricomposta un piccolo sculaccione la indirizza verso la porta e, seguita dall’amica, si incammina. Giunte al pianterreno trovano la madre davanti alla tv e Laura fattasi coraggio le confessa l’insufficienza presa quella mattina e, sotto lo sguardo di Elisa, aggiunge a testa china che per punizione avrebbe fatto i piatti per una settimana, cosa mai accaduta prima. Anna è compiaciuta e guardando Elisa le chiede come abbia fatto “non è stato difficile, sua figlia ha solo bisogno di essere guidata, vedrà che anche i risultati scolastici miglioreranno anzi se è d’accordo mi fermo a cena così possiamo studiare un po anche dopo che con questa faccenda non abbiamo ancora fatto niente” Anna è naturalmente d’accordo e, risalendo verso la sua camera Laura capisce che sarà ancora una lunga giornata.

Racconti di sculacciata: GIU, parte seconda

22 Ottobre 2010

Mi ritrovai a 18 anni senza un soldo in tasca, con solo il vestito che portavo addosso nella città tentacolare. Avevo trascorso 14 anni nell’istituto e niente altro sapevo della vita. L’unica cosa che possedevo era un biglietto di lady P*** per una sua amica, che aveva bisogno di una sguattera. Non mi fu difficile trovare quella casa: almeno, nel centro storico, la città che mi aveva visto nascere non era molto cambiata. Chiesi indicazioni ad un paio di signore e ci arrivai.
Era una bella casa, una di quelle da ricchi. Mi aprì la porta una cameriera con tanto di crestina. La signora non sembrava male, fu abbastanza gentile. Per i primi tempi avrei potuto dormire vicino alla carbonaia, tanto era estate, ma per l’autunno mi sarei dovuta arrangiare da un’altra parte. 4 scellini a settimana la mia paga, oltre ai pasti, e mi pareva una cifra enorme: ancora non avevo capito che era una miseria!
La signora aveva tre figli, ed uno era maschio. Un bel ragazzo, da quel che potevo giudicare inesperta di certe cose, più o meno della mia età; le due femmine, invece, erano antipatiche e cattive. Per fortuna che i miei contatti con quelle due discole erano ridotti al minimo. Stavo in quella casa da poco tempo che una notte, mentre dormivo, sentii dei rumori. Mi alzai dal letto, lo chiamo così ma erano tre o quattro coperte ammucchiate sul pavimento sporco di carbone, ed andai a vedere. Proprio all’ingresso del sotterraneo, il figlio della padrona si stava sbattendo Nina, la cameriera. Almeno così credevo. Lei stava addossata con la schiena alla parete e lui le stava abbracciato, pancia contro pancia e Nina non toccava neppure il pavimento con i piedi: teneva le gambe intorno alla vita del signorino. E gemeva, gemeva di piacere mentre lui grufolava e dava certi colpi con il ventre…un piccolo baluginìo dall’altra parte del corridoio mi mise in allerta. Sgattaiolai per tornare al mio tugurio e proprio mentre mi ci infilai, udii l’urlo scandalizzato.
C’erano musi lunghi, molto lunghi la mattina dopo tra noi domestiche. Io ero l’ultima arrivata e non potevo fare domande. Le due cameriere confabulavano fra di loro e mi guardavano di sottecchi, abbassando la voce appena mi avvicinavo a loro. Di Nina, nessuna traccia.
La signora scese in cucina, non l’aveva mai fatto prima. Mi guardò fissa e mi indicò con il dito teso “Tu! Mi sembri robusta! Vieni di sopra, alle 10 precise!” Elisabeth, la prima cameriera, fece una specie di risatina ma non volle dirmi perché rideva. “Lo vedrai alle 10 e forse ne sarai pure contenta!” mi accennò.
Mi avevano dato un grembiule da mettermi sopra al vestito, perché era sudicio, dicevano. Alle 10, nella stanza della signora c’erano lei e le sue due figlie. Camilla, la primogenita, aveva l’aria di una che stava per fare salti di gioia. E c’era pure Nina, le braccia lungo il busto, la testa bassa. La signora si rivolse verso di me “Tu sei nuova e non conosci le usanze di questa casa. E’ ora che impari. Non si devono fare certe cose, soprattutto con mio figlio. Hai capito tu?- si rivolgeva a Nina, che già cominciava a piangere- Ti punirò molto severamente e ringrazia Iddio che non ti sbatto in mezzo alla strada. Tu – e si girò verso di me- vai verso quel puff e tienila ferma” Qualcosa di famigliare, molto famigliare risuonò nella mia testa. L’avrebbe sculacciata, esattamente come lady Pam*** faceva con noi, all’istituto.
Nina, esattamente come noi quando ci preparavamo ad essere punite, era in uno stato d’incoscienza. Gli occhi fissi nel vuoto, il passo rigido si fermò davanti al puff, e vi appoggiò le mani piegando il busto in avanti, appena la signora ebbe pronunciato quella maledetta parola “Giù!”. Purtroppo, sapevo bene che cosa dovevo fare. Fu Camilla a sollevare la gonna a Nina, rivoltandole l’orlo fino alla nuca e le abbassò le mutande e lasciò il suo deretano a disposizione della madre. La signora impugnava una cosa strana che non avevo mai visto: seppi solo molto più tardi che era una racchetta da ping pong. E con questa colpiva il sedere nudo di Nina, una, due, cento volte. La ragazza gemeva e si muoveva, rafforzai la mia presa su i suoi polsi. La sculacciata sembrava non finire mai. Polly, la seconda figlia della padrona, si stava strofinando i seni acerbi con espressione trasognata, mentre Camilla pareva di ghiaccio ma i suoi occhi non perdevano mai di vista la racchetta ed il suo bersaglio.
Durò oltre tre minuti, la sculacciata di Nina. La padrona, affaticata smise ed io lasciai andare i polsi della cameriera.
Rialzatasi, Nina stava per tirarsi su le mutande quando la voce della padrona la fermò “Un momento!” Andò di fronte a Nina, che mi volgeva le spalle mostrandomi il suo posteriore rosso rosso, e sicuramente le fece qualcosa perché il busto di Nina si piegò leggermente in avanti. Poi, la padrona tolse la mano e commentò “Questo non ti è piaciuto, vero?” Sentii Nina singultare. La padrona si rivolse di nuovo a me “Tu non hai visto niente, ci siamo capite? Torna dabbasso!
E adesso – verso le figlie- tocca a vostro fratello! Nina, resta con le mutande calate e la gonna alzata, ti vergogni forse? E tu che fai ancora qui? Vattene via, ti ho detto!” Mi precipitai di sotto.
Era normale, mi disse Elisabeth; quando facevamo qualcosa che non dovevamo fare, ci sculacciava. Esattamente come succedeva all’istituto. Ma sculacciava pure i figli, soprattutto Mark. Dopo una mezzora, arrivò anche Nina. Emma la muta le fece capire a gesti cosa voleva che facesse la ragazza. Di nuovo si tolse le mutande e di nuovo si trovò con la gonna alzata, piegata sul grosso tavolo. Emma le spalmò il sedere con una crema dal buon odore che prendeva da un vasetto, che stava nell’angolo più riposto della credenza. Poi la muta batté leggermente le dita sulla spalla di Nina e, agitando l’indice in aria, le fece segno di girarsi. Stavolta potei vedere bene: la passerina di Nina, quella da cui facciamo pipì, era tutta arrossata, come se fosse stata pizzicata e stretta e tormentata in tutte le sue parti. La crema fu spalmata anche lì. Elisabeth fece la sua solita risatina chioccia e aggiunse “Vorrei vedere come stanno adesso il culo e il pisello di Mark!” “Cos’è un pisello?” mi lasciai sfuggire. Giù altre risate, pure Nina stiracchiò le labbra. Elisabeth mi mise un braccio intorno alla spalla, ironica “Ragazza mia, ma ci fai o ci sei?” Il bello è che, allora, nulla sapevo del sesso.
“Meglio così – continuò Elisabeth- vali parecchio nella tua ingenuità e non sei proprio da buttar via- squadrandomi, la sua voce cambio tono: diventò seria- Giovedì è il nostro giorno libero. Ti va di venire con me? Ti farò conoscere un mio amico, un uomo a modo…” La risata senza suono di Emma me la ricordo ancora!

Racconti di sculacciate: Lost in Punishment, parte 8

26 Settembre 2010

 Arkano ci regala un’altra puntata della sua bellissima saga: grazie all’autore da parte di tutti i lettori del blog!

PART 8

IL DETECTIVE INVISIBILE

Le api ronzano sempre più lontano dalla mia testa. Con la lucidità di pensiero emerge anche la necessità di trovare al più presto un’uscita dalla città fantasma e magari, nel frattempo, anche una pista che possa condurmi alle ragazze scomparse.

Mi stupisco di pensare a Lila come a qualcosa di più di una vittima, di una compagna di queste tristi circostanze.

Ma non devo farmi illusioni, se mai usciremo da qui, ci divideremo e se vorrò rivederla dovrò cominciare ad imparare ad usare internet.

E’ da un po’ che percorro la strada grigia con le linee bianche dipinte con cura, i segnali stradali appena usciti dal cellophan e la fila di casette tutte assurdamente uguali.

Sono di mattoni, le finestre di vetro, l’erba è tagliata e curata nei giardinetti ma non c’è nessuno ad abitarle. Vuoti simulacri di una vita che non c’è e probabilmente non c’è mai stata.

E pensando a questo, ai fantasmi che le occupano ricordo dove ho già visto una scena simile.

Nelle foto della vecchia base militare. Lì per testare gli effetti della micro atomica era stata costruita una “cittadina spettro” (questo è il termine tecnico) che aveva il solo compito di essere bombardata dalle radiazioni.

Ho l’impressione che questa sia la versione 2.0, quella che il Match usa per i clienti più danarosi che non possono accontentarsi di una roulotte sperduta nella sabbia. In quest’ottica tutto comincia ad avere un qualche senso.

Ma prima di fare un altro passo verso la verità sento la suoneria del mio cellulare squillare nel sottovuoto di quell’atmosfera fittizia.

Mi giro in cerca della sua fonte. Adesso le case sono alle mie spalle e sulla strada ci sono solo un paio di negozi o almeno questo sembrano, giusto per dare un tocco di completezza all’inganno.

Che venga da lì il suono? Se il mio cellulare squilla, visto che mi è stato sottratto dopo il colpo in testa, due sono le ipotesi. O i miei aggressori sono sbadati oppure è la trappola più trappola di tutta la mia carriera.

 

***

 

Quando vieni colpita con una specie di grosso mestolo di legno rivestito di plastica dura o ti torturi pensando a come sarà il prossimo colpo o lasci che la mente vaghi in cerca di rifugi dal dolore.

Lila per quanto si sforzi è riportata indietro alla realtà dal rumore sordo della paddle. Il prof sa come maneggiarla, e anche se non può vederne gli effetti sul sedere nudo, dal dolore è quasi sicura che avrà dei lividi grossi sulle chiappe sfumati leggermente nel rosso rubino dei colpi meno forti.

Si è anche dimenticata due numeri nella conta il che significa che si accanirà su di lei per altre due volte oltre il dodicesimo rintocco.

Il prof non si ferma nemmeno un’istante, è come se il suo fosse un unico colpo: fluido nell’affondare, tornare indietro e poi affondare di nuovo. Le gambe di Lila tremano e per mantenersi salda sul sedile le allarga e si abbassa abbracciando lo schienale.

Ora il sedere spunta come una collinetta, le terga sempre più divaricate hanno rivelato abbondantemente ogni segreto.

Anche Margareth non dà pace al suo ventre e la mano che ha infilato nelle mutandine ha trovato casa accogliente nella sua passera.

-14.- Lila lo grida come una liberazione. Subito le mani si portano a massaggiare la parte offesa e la paddle colpendole, le ricorda che non le è consentito. Il prof guarda soddisfatto il lavoro.

-Mi sembra che la vostra nuova compagna mostri una notevole propensione per questo strumento.- lo ripone nella borsa prendendo lo strap.

-Ma fino a che non li avremo provati tutti e tre non possiamo sapere qual è il più adatto alla sua educazione.

La fronte di Lila è madida di sudore, sente i capezzoli assurdamente rigidi come investiti da un’ondata di eccitazione. Anche il clitoride, che sbircia quasi vergognandosene, non è mai stato così grosso.

E, cosa peggiore, in tutto questo emerge come la fame atavica di un cannibale il bisogno di sentire altri impatti sul suo sedere, e non solo lì ma su tutto il corpo.

Vuole bagnarsi nel dolore. La lingua esce tra le labbra e non vista le lecca un po’ e le lacrime che hanno deformato i suoi occhi perfetti, sembrano più di gioia che di sofferenza.

Aveva provato la cinghia del nerd ma non era mai stato il suo strumento preferito, anzi vederlo con la cintura in mano faceva risaltare ancora di più quanto fosse immaturo. Il prof invece sembra essere in simbiosi con qualsiasi cosa brandisca, come se ogni strumento diventasse una parte di se. Questa volta i colpi sono tutti indirizzati allo spacco tra le sue cosce e Lila si rammarica, quando il cuoio sbatte contro la sua cresta di carne, di essersi eccitata in quel modo. Il dolore lì è mille volte superiore a quello provato prima e si riverbera ovunque come un segnale radio nell’etere. Margareth stringe tra le dita le sue labbra per provare anche lei dolore, per contrarre la bocca in un urlo muto come fosse il playback di quello fragoroso e terribile di Lila. Il prof gode nel vedere quella zona preziosa arrossarsi cambiare colore sotto le carezze di cuoio e non la abbandona più.

Le dita di Lila sembrano penetrare nello schienale della sedia e non solo afferrarlo e gli spasmi del suo corpo, la schiena che si piega non fanno altro che esaltarne la bellezza accresciuta dall’onda di dolore che si abbatte su di lei.

 

***

 

-E’ un negozio di vernici- Dico credendo di averlo solo pensato, ma in realtà l’ho detto a voce alta.

Il suono del cellulare non c’è più, ma sono sicuro che venisse da qui. La campanella sulla porta trilla e io entro.

Ci sono solo scaffali ordinati senza spazi vuoti. Il negozio non ha mai visto l’ombra di un cliente. I barattoli di vernice fanno bella mostra di se. Ci sono tutti i colori dell’arcobaleno e anche qualcuno in più.

In fondo si trova la cassa, appoggiata su un tavolo di compensato retto da dei cavalletti come quelli in vetrina che sostengono un manichino da crash test. Lo guardo con la testa gommosa piegata leggermente in avanti e le gambe snodabili, una che tocca terra e l’altra ripiegata all ‘indietro. Ed è allora che sento una presenza vicino a me.

Se ripenso a quello che mi ha detto Lila, ai killer invisibili che hanno trucidato il suo rapitore mi vengono i brividi. E se in questo preciso istante qualcuno celato nell’aria mi stesse puntando contro un fucile.

 

Però se avessero voluto uccidermi lo avrebbero già fatto. Per qualche ragione gli servo in vita. Il rumore è sordo e prima di girarmi so già che è prodotto da una latta che cade in terra. Infatti è li che rotola verso uno scaffale e poi si blocca contro di esso.

Non ho armi ma forse quei taglierini sul bancone a qualcosa possono servire. Mi avvicino e ne prendo uno e poi punto la lama seghettata contro il vuoto.

-Esci fuori, fatti vedere se hai coraggio. E’ facile colpire quando non si è visti.- Scorgo un tubetto di colore bianco e lo prendo. Con la mano dietro la schiena ne svito il tappo. Ora sono armato e pronto a vendere cara la pelle.

-Non dici niente so che siete qui. Non giocherete con me come il gatto con il topo, Randal Savage non si farà mettere all’angolo.

Anche i più attenti commettono errori e l’uomo invisibile non ha tenuto conto della piega che prima c’era sul tappettino e che adesso vedo livellarsi, il che vuol dire che il suo piede è li sopra.

Velocemente punto e premo il tubetto, lo schizzo bianco compie una parabola e poi con mia sorpresa si blocca a mezz’aria e rimane sospeso facendomi individuare dov’è il mio nemico. Sono più rapido del calcio del suo fucile che mi sfiora la faccia e con il coltellino trovo subito il bersaglio, un sorriso di sangue si disegna nell’aria e lì c’è il suo collo e la mia lama lo sta tenendo sotto scacco.

-Fatti vedere. Torna visibile.

Il killer ubbidisce ed è come quando passi velocemente una matita su un foglio bianco sul quale c’era la traccia di un disegno.

Emerge tratto dopo tratto con la sua divisa non più invisibile e quella mezzaluna rossa sul collo scoperto.

-Mi stavi controllando? Hai il mio cellulare. Non ti aspettavi che suonasse. Lo dico sempre di tenerli spenti.

L’uomo ha un maschera su mezzo viso ma i capelli riccioluti sfuggono al tessuto in boccoli che poco si adattano ad un assassino.

-Non puoi farcela contro di noi.- dice ma il coltello che premo trasforma la frase da un’affermazione ad un dubbio.

-Ci proverò. Dimmi dove avete portato Lila e dov’è Margareth la figlia del generale che avete rapito perché il padre non rivelasse i vostri traffici?

-Sai molte cose ma non sei nemmeno lontanamente vicino alla verità. C’è’ un posto dove la gente va per apprendere e imparare…-

-Stai parlando di una scuola è lì che tenete le ragazze?

-Scoprilo da solo, lì troverai le risposte che cerchi ma ti avviso già che non ti piaceranno.

Non so se è la rabbia o la tensione a muovere il mio pugno e a dargli forza, ma vedendo come il tizio cade all’indietro rovesciando uno scaffale con la roba che gli frana addosso, sono contento di non essermi trattenuto.

Se c’è una cosa che non mi piace fare è spogliare il cattivo di turno per indossare i suoi vestiti ma in questo caso un po’ di invisibilità può farmi comodo a patto di dare una smacchiata al corpetto.

In più ritrovo il mio cellulare che potrebbe essermi utile per uscire, una volta per tutte, da questo pasticcio. Il tizio è un esibizionista che non porta le mutande. Una volta vestito lo lego come un capretto e lascio che il suo pisello anneghi dentro una latta di vernice viola.

Ci metto un po’ a capire come sparire e un altro po’ ad abituarmi alla visione di un mondo senza di me. Inciampo sul tappeto all’ingresso del negozio e quasi cado ma non ci metto poi molto a superare l’iniziale sbandamento e dopo qualche prova sono diventato un perfetto uomo invisibile.

L’orologio della scuola segna le dieci. E’ orario di lezione e io ne ho una in mente per chi c’è dietro all’organizzazione Match.

 

continua…

Racconto di sculacciate: La punizione di Chiara

25 Agosto 2010

Diamo il benvenuto a Franx che invia il suo primo racconto! Grazie all’autore e buona lettura a tutti!

Mi presento: mi chiamo Chiara, ho 19 anni, e frequento l’ultimo anno di Liceo Classico.
Altezza media, magra, terza di reggiseno: sono una ragazza piuttosto normale, cresciuta in una famiglia molto “liberal”, dove non ho mai ricevuto nemmeno un buffetto, essendo una ragazza tralaltro molto responsabile.
Non è così invece per Francesca, la mia migliore amica, che oltre ad avere un certo caratterino, ha anche una particolare situazione familiare: dopo la morte del padre, la madre si è risposata con un uomo, Andrea, che fin da subito ha mostrato le sue doti educative con la allora bambina; con lo sbocciare dell’adolescenza di Francesca, e in particolare guarda caso di una sua quarta di reggiseno, le punizioni sono stranamente aumentate: Francesca è ora una ragazza con un fisico invidiabile, e le poche volte che l’ho sbirciato in biancheria,
Una sera i genitori della mia amica uscirono per un convegno, dove poi sarebbero rimasti a dormire: Francesca colse la palla al balzo, mi invitò da lei, e subito decidemmo di dirigersi alla discoteca.
E li iniziò la prima discussione, perchè lei voleva prendere la BMW del patrigno, mentre io reputavo più prudente andare con la sua Panda da neopatentata, ma con Francesca era impossibile discutere, non c’era verso.
Arrivati in discoteca, io andai subito dai nostri amici, mentre invece Francesca cominciò a ballare con un ragazzo mai visto prima, ed a un certo punto non la vidi più.
Quando la andai a cercare era sdraiata su un divanetto con il ragazzo, la mano di lui sotto la sua gonna, e quando la tirai per portarla via di lì, mi diede addirittura uno schiaffo!
Esterrefatta, uscii fuori di corsa, intenta ad andarmene con o senza di lei, quando mi raggiunse correndoe pregandola di perdonarla.
Accettai, se non altro perchè aveva la macchina, e poi volle a tutti i costi guidare, nonostante le mie insistenze, perchè sospettavo avesse bevuto.
Non guidava molto bene, e ovviamente accadde il peggio: tamponammo la macchina davanti a noi, e un ora dopo eravamo al commissariato.
Arrivò subito il suo patrigno, che essendo il medico del commissario, riuscì con molto scuse e ringraziamenti a farci uscire subito, e poi ci portò direttamente a casa.
Francesca era terrorizzata: era uscita senza il loro permesso e aveva distrutto la macchina sportiva del patrigno ubriaca, sapeva cosa l’attendeva, mentre io ero tranquilla, visto che non avevo bevuto, e avevo cercato di fermarla in tutte le sue stupidaggini.
Arrivati a casa, il patrigno ci fece sedere sul divano e cominciò la ramanzina: ” Ma siete matte? andare in quei postacci, e guidare ubriache, ma non temete, perchè la punizione di stasera supererà qualsiasi vostra aspettativa”
Io protestai: “Ma io cosa c’entro? Non volevo prendere la sua macchina, non ho bevuto, avrei voluto guidare io e se non fosse per me Francesca si starebbe ancora facendo sbattere da quel ragazzo! E lei non può punirmi! Se mi tocca la denuncio!”
Il patrigno guardò Francesca “Che ragazzo? Ci penseremo dopo. Comunque hai ragione, non ho l’autorità per punirti” Mi stupii molto “ma posso di sicuro punire Francesca”.
Così dicendo la prese sulle ginocchia e cominciò a sculacciarla sulla gonna, con colpi forti e veloci; Francesca mugolava dal dolore, cercando di resistere, io ero imbarazzata per la punizione impartita di fronte a me, ma ero anche eccitato dal vedere la mia amica in quella posizione di sottomissione, e d’altronde se lo meritava…
La punizione durò a lungo, troppo a lungo, finchè Francesca urlando chiese ” ti prego basta, non mi hai mai sculacciato così a lungo” “intanto questa è solo la prima delle parti in cui è divisa la tua punizione, poi lo devi chiedere alla tua amica Chiara quandov uole che questo finisca” le rispose lui.
Io ero incredula: “Cosa? ma che vuol dire?” “Vuol dire che fino a che non subirai anche tu la giusta punizione che meriti, Francesca può anche dire addio alle sedie per un mese” “Non intendo cedere ai suoi ricatti!” “Beh, le cose stanno cosi: non mi interessa sapere di chi è la colpa e di chi no, ve la dovete vedere tra voi, ma intanto io sculaccerò entrambe, oppure Francesca avrà una punizione decuplicata!”.
Io non sapevo che fare, quando Francesca, che continuava a subire i colpi del padre, urlò “Ti prego Chiara, aiutami, poi ce la vediamo tra noi, ma salvami da questo pazzo”
Io pensai “Al diavolo! qualche colpo sui jeans non dev’essere la fine del mondo, la sta massacrando, e poi almeno mi dovrà un favore”" e gli dissi “Okay, ci sto”.
Il patrigno non parve sorpreso. Mi prese sulle ginocchia, mi carezzò il sedere per un attimo, annuendo della sua rotondità, e cominciò la sculacciata; i primi colpi non mi parvero molto duri, faceva molto meno male di uno schiaffo, ma poi aumentò sia il ritmo sia la forza delle sculacciate e sentii un calore sul sedere che mi faceva sentire ogni singola sculacciata.
La sculacciata finì con io che mugolavo e mi dimenavo sotto i suoi colpi, incapace di restare ferma per il dolore. Con un ultimo poderoso sculaccione sulla chiappa destra, Andrea mi fece alzare.
Andò in bagno, prese una spazzola, e tornò nella stanza, squadrandoci “Bene, adesso vi voglio in mutande per la seconda parte” tuonò, battendosi la spazzola sul palmo della mano. Ancora una volta protestai “Cosa? Ha avuto la sua sculacciata, ora basta! E non ho intenzione di mettermi in mutande davanti a lei! ” “Cosa pensavi?” mi rispose lui “che la sculacciata fosse quella del bambino con la nonna, cinque sculaccioni e via? Povera piccola, fai tanto la dura, ma poi non riesci a resistere nemmeno a una piccola sessione con la mano. E quando proverai la spazzola? e la cinghia sul culetto nudo? E poi per colpa vostra ho rinunciato a una notte di sesso con la mia sexy mogliettina” aggiunge, fregandosene della presenza della figlia “le vostre nudità sono una magra consolazione” Ma Francesca non aveva nemmeno fatto caso alla squallida battuta, ricordando con un brivido le volte che aveva subito il morso della frusta sul suo sedere.
“Francesca, togliti subito la gonna, e piegati sul tavolo, gomiti sul piano e sedere in alto” la mia amica era riluttante a spogliarsi, ma il padre le ordinò “Ora!” e quando se la fece scivolare ai piedi, si scoprì che Francesca…non portava le mutandine.
Andrea era allibito “Cosa? Ma stiamo scherzando? Francesca, sei andata in discoteca senza mutande, o forse c’entra quel ragazzetto di cui si parlava prima” L’imbarazzo della mia amica rivelò subito la risposta, e il patrigno si girò verso di me “E tu bell’amica che sei, che lasci che questa scema si comporti come una mignotta! Per insegnarvi il senso di responsabilità reciproco, ogni volta che Francesca urlerà, saranno 5 colpi in più per te Chiara”, e detto questo cominciò a colpirla alternando le due chiappe, le quali erano ormai passate da rosa a rosso vivo.
Francesca resistette fino alla cinquantesima sculacciata, poi cacciò uno strillo in occasione di colpi particolarmente forti o mirati. Dopo il centesimo, urlava senza ritegno, mentre il patrigno, guardandomi soddisfatto, contava ad alta voce i numeri delle urla. Io ero furiosa: “Francesca ma che cazzo, io ti paro il culo e tu mi metti ancora di più nei guai! Cerca di contenerti!” “ahiiaaaaa Chiara non ce la faccio, scusa scusa ahiaaaaaa” “Diciassette, diciotto” contava Andrea, sornione. Io cercai di controllarmi, vedendo il godimento che la mia frustrazione provava nel patrigno e aggiunsi, gelida “Vorrà dire che dopo faremo i conti, nel vero senso della parola”.
Un brivido mi scosse il corpo. Mi sentivo dominatrice, nel vedere la faccia impaurita di Francesca alla mie parole, sapendo che avrei avuto il diritto di decidere sulla sua punizione, e di disporre a piacimento del suo corpo.
Andrea mi riportò alla realtà: “Togliti i pantaloni, spankee ribelle, e piegati a novanta gradi, gomiti sul tavolo” Mi tolsi i jeans, covando pensieri di vendetta anche sul patrigno di Francesca, che mi poggiò una mano sul sedere, palpandolo, e dando qualche sculacciata preliminare.
Di scatto mi abbassò le mutandine, e prima che mi voltassi disse “Volevo vedere il colore del tuo culetto, sai, per avere poi un confronto prima-dopo” dopo di che, iniziò a colpirmi con la spazzola, con forza e a ritmo elevato.
Non aveva niente a che vedere con la mano, la spazzola colpiva indescrivibilmente più forte, con una sensazione di bruciore che non mi sarei mai immaginata.
Il dolore era fortissimo, mentre il patrigno della mia amica mi colpiva su tutte le parti del fondoschiena, godendo di ogni singolo colpo e del controllo sul mio corpo, ma io, con una prova di orgoglio, resistetti e non urlai, mugolando solo versi di dolore.
Quando finì ero stremata, al limite della sopportazione, ma contenta di me stessa, e feci per andare, quando lui mi prese all’altezza del seno, afferrandone uno e palpando con vigore, e mi costrinse con la forza di nuovo piegata sul tavolo.
Alle mie parole di protesta lui spiegò “ti mancano quelle bonus, vediamo, 23 urli della tua cara amica, fanno 115 spazzolate supplementari” e aggiunse, con una punta di sadismo “Francesca, mettiti davanti a lei dall’altra parte del tavolo, e voglio che tu, Chiara,la guardi negli occhi, e dopo ogni colpo dica il numero dello sculaccione e  ringrazi la tua amica, dicendo “Grazie Francesca, per questa sculacciata”.
Io non volli dargliela vinta, così fissai intensamente negli occhi Francesca, pensando a quello che sarebbe successo dopo: non avevo più dubbi, mi sarei vendicata sulla mia amica nello stesso modo in cui lei stessa mi aveva procurato questo tormento.
Lei era in piedi davanti a me, nuda dalla vita in giù, e io fissavo il suo corpo nudo, il suo pube peloso, il suo seno prosperoso ancora coperto dal top scollato, pensando alle punizioni più soddisfacenti per attuare la mia vendetta.
E poi iniziarono le sculacciate, che furono di gran lunga peggiori della precedenti: Andrea aveva cambiato tecnica, ora dava ogni colpo distanziato dai precedenti, in modo da poter prendere piu slancio. Il dolore, ovviamente, era raddoppiato.
“Uno! Grazie Francesca, per questa sculacciata! Due! Grazie Francesca, per questa sculacciata! Tre! Grazie Francesca per questa sculacciata!”
Non ce la facevo più, e mi sostenevo solo grazie al pensiero che dopo ci sarei stata io, dall’altra parte, così resistetti fino al cinquantesimo, quando cominciai a piangere, per il dolore e lo sconforto. Andrea se ne accorse, e sadicamente aumentò la forza dei colpi, in un crescendo di urla.
Al centesimo si fermò, e disse “Forse gli ultimi 15 te li vuole dare Francesca”. Lei disse di no, ma il patrigno aggiunse “O questi 15, con forza, sulle chiappe di Chiara, o 30 frustate sulle tue. Decidi” Francesca mi guardò e disse “Scusa Chiara, ma 15 colpi di spazzolo sono un centesimo di 30 frustate con la cinghia”. Io ero senza parole per la vigliaccheria della mia amica. In quella situazione mi ci aveva messo lei!
“Bene Francesca, ora posizionati dietro di lei, e colpisci forte, e tu Chiara, devi ringraziarla e chiederne ancora di più forti”. Mi rendevo conto che era il suo nuovo giocattolo, la ventata di novità nelle sue punizioni, ma ogni mia ulteriore riflessione fu cancellata dal colpo di Francesca, che non era fortissimo, ma comunque si sentiva, e in più era dato da lei, la ragione per cui ero mezza nuda a 90 gradi! “Grazie Francesca, ti prego, colpiscimi più forte”. E andammo avanti così per altri 15.
Prima che mi rialzassi, Andrea mi abbassò le mutandine, per verificare le condizioni delle mie chiappette: erano rossissime, e mi bruciavano oltre ogni immaginazione.
Lo lasciai fare, ma invece di rialzarmele subito dopo, me le abbassò ai piedi, dicendo ” Per l’ultima parte della punizione non ti servono, anzi, comincia a toglierti maglietta e reggiseno, perchè vi voglio completamente nude. Ora!”
Io titubai, mentre Francesca si spogliava. Non l’avevo mai vista nuda. Il suo seno, una quarta abbondante, era ancora meglio di come mi ero immaginata, e capii perchè Francesca era la ragazza più desiderata della scuola: con la mia terza raggiunta per eufemismo, le mie erano sì più sode, ma non erano nemmeno lontanamente belle come le sue. Improvvisamente, tutti i miei pensieri di punizione si focalizzarono su esse, anche se non sapevo ancora come. Ma ci avrei pensato…
Intando Andrea si era tolto la cintura, e con un colpo sulle cosce mi ricordò che anche io dovevo togliermi qualcosa, cosi mi affrettai a sfilarmi la maglietta e slacciarmi il reggiseno, prima che colpisse ancora, magari sulla mia patatina scoperta.
Ora eravamo l’una di fianco a l’altra, due ragazze attraenti di 19 anni completamente nude, ma due tipo diversi: la bellezza morbida delle curve di Francesca, e il mio corpo longilineo; anche i due boschetti erano diversi, il mio più chiaro e curato del suo.
Andrea ci guardò, valutandoci “Sai Chiara, ho sempre suggerito a Francesca di curare di più la sua fighetta, ma si vede che ai ragazzi che rimorchia in discoteca va già bene così, ma di tette preferisco quelle della mia figliastra, anche se dopo un po’ cominciavo a stufarmi: è bello avere un po’ di carne fresca” disse ridendo, senza nascondere la sua eccitazione, che d’altronde era ben visibile all’altezza della patta.
“Sarò clemente, ve ne darò solo venti a testa, così almeno posso tornarmene da mia moglie, dopo tutto questo sculacciare…” Si avvicinò e prese Francesca di forza, la piegòa 90 gradi e disse “Non vi conviene urlare, e Francesca sa bene perchè” detto questo le poggiò una mano sulle tette e le diede la prima scudisciata. Francesca si morse le labbra per non urlare, e mi parve strano, visto che prima non si era fatta remore. Nemmeno quando ero io a pagare i suoi strilli!
Al secondo Francesca urlò, e io capii: il patrigno, subito dopo, le strizzò il seno, torcendo il capezzolo. Doveva fare un male cane.
La punizione di Francesca finalmente finì, con ulteriori suoi strilli, e ulteriori strizzate.
Poi toccò a me.
Andrea, guardando il mio sedere malmesso, disse “Chiara, vedo che tu stai molto peggio della mia figliastra, se tu vuoi possiamo fare che invece di venti te ne prendi solo dieci, e le altre dieci Francesca” La mia amica sbarrò gli occhi, io riflettei. Non volevo rovinarmi il divertimento per dopo, nè avere debiti con lei. Chiedi di riceverle tutte e venti, e subii il doloroso trattamento solo una volta, quando mi tradii sull’ultima. ” Strizzare le tue non è come farlo con quelle di Francesca”, osservò il patrigno, mettendo a confronto le rispettive dimensioni.
“Bene ragazze, è tutto, per stasera, io vi lascio qui a confrontarvi e discutere tra voi. Buona serata, e non passate troppo tempo sedute davanti alla televisione!” sghignazzò, prima di uscire.
Francesca allungò debolmente una mano verso il top, sfinita.
Non ti rivestire, la ammonii io. La sua notte era appena cominciata…

Franx

Nel caso in cui il racconto vi piaccia, e avessi buoni stimoli per andare avanti, ho messo in cantiere ulteriori tre racconti sullo stesso filone.
Questo era abbastanza classico, ma in seguito vorrei provare nuove cose, in particolare ovviamente un racconto sarà incentrato sulla punizione di Chiara a Francesca, come pronosticato abbastanza chiaramente, la punizione del patrigno riguardo la questione fidanzato, e infine la vendetta di Chiara sul patrigno.
Il primo lo vorrei trattare con tematiche lesbo, sempre riferite al tema “punizioni”, il secondo vorrei che fosse qualcosa di particolare, ho già in mente qualcosa, comunque la frizione erotica tra Francesca e il patrigno aumenterà, e forse ci sarà la stessa Chiara, ma non è detto, il terzo invece tratterà di questioni più di dominanza, anche se non ai limiti del sadomaso, che non apprezzo nella sua forma più dura e pura.
Se avete consigli o richieste, non avete che da apporli in calce al racconto. Grazie a tutti!