Posts con Tag ‘sculacciate’

Fessee 15: George e Josephine

22 Gennaio 2012

In paese, ovviamente, c’erano pochissimi apparecchi telefonici; oltre quelle istituzionali, soltanto altre 10 persone ne possedevano uno. E fra loro, c’erano il signor Trebet e la signorina Batleur. Erano amanti, naturalmente, ma non c’era niente di fedifrago: entrambi non erano mai stati sposati, non davano assolutamente scandalo, si incontravano privatamente e con tutte le cautele. Tante volte, dom Louis il parroco aveva chiesto a Georges di regolarizzare la sua posizione verso Josephine, ma lui aveva fatto orecchie da mercante. Quanto a lei, era la terza persona del paese a non frequentare mai la chiesa e non ci poteva esser dialogo con un’atea. Il nonno di Josephine era partito dal paese 65 anni prima, per andare a combattere a Parigi, a fianco dei rivoluzionari: era un mangiapreti e tale pure la nipote.
La signorina Catherine, 48 anni ben portati, quasi nonna, si divertiva tantissimo ad ascoltare le conversazioni dei due, quando lei stava di turno al centralino: in un certo senso, le mettevano una certa eccitazione addosso.
“Carissima, ti telefono perché vorrei incontrarti. E’ possibile stasera?”
“Carissimo, sai quanto ti voglio bene! Però stasera vado dalla Deveraux, sai la solita canasta del mercoledì… però, puoi venire domani, se vuoi –pausa- E’ per la solita cosa, vero?”
“Sì, carissima! Mi sento giù, ho bisogno di una scossa. E’ l’ultima volta che te lo chiedo, giuro!”
“Non è che mi attiri troppo la cosa, lo sai come la penso. Ma ti voglio troppo bene, per rifiutarti un favore: sei il mio migliore amico, forse l’unico che io abbia – pausa- mi dispiace molto doverti far del male, vederti soffrire, anche se sei tu a chiedermelo! – altra pausa- Lo faccio, ma solo per amicizia….”
“Lo so! Grazie, grazie! Se non avessi te… A domani, amor mio”.
Georges e Josephine erano all’opposto, fisicamente; tanto lui era alto e grosso, quanto lei bassina e minuta; eppure, legavano alla perfezione. Josephine aveva insegnato per anni nel ginnasio di C***: tutte le mattine prendeva la corriera che partiva dal paese e ritornava con quella della sera. Antoine, il capo dell’opposizione al sindaco, diceva che lei era stata un’insegnante severissima, ma comprensiva. Georges, invece, non aveva fatto altro per 30 anni che scrivere commedie per il cafe-chantant e poi si era ritirato in quel paese, natio borgo selvaggio.
La governante di Jo si chiamava Mària ed era una contessa! O meglio, il padre era un conte, lassù in una città del Baltico. La rivoluzione bolscevica li aveva costretti a lasciare la Russia e a scappare in Francia e qui Mària si era dovuta adattare, per sopravvivere. Era stata messa incinta, pochi mesi dopo il suo arrivo, da un tizio che neppure conosceva troppo bene; aveva perso la creatura ed aveva dovuto rifugiarsi a C***, andando a servizio per pochi franchi. Qui aveva conosciuto Jo, che l’aveva assunta quando era andata in pensione. Mària era anche la governante di Georges: gliela aveva indicata proprio Jo; ed anche di altre tre famiglie, se è per questo. Era una lavoratrice sgobbona e dai modi raffinati.
A Mària piacevano molto entrambi e, naturalmente, era a conoscenza della loro relazione e l’approvava. Così come sapeva che cosa facessero i due, qualche volta mica sempre, quando si incontravano. Magari l’avessero invitata a partecipare! Ma non era mai successo…eppure a lei, Mària, dava una certa soddisfazione esser presa a sculacciate, di tanto in tanto, ed anche darle le sculacciate, se è per questo. Tutti i venerdì, quando non aveva da lavorare, andava giù al lavatoio ad assistere alla sculacciata pubblica dei bambini: tutti quei sederi paffuti che si arrossavano sotto le materne pacche…poi, le prendeva la commozione: ripensava a sua figlia, che non era mai nata!
Invero, Mària aveva tentato di provocare monsieur Georges, aveva perfino commesso volontariamente piccoli errori, lievi disattenzioni nella speranza che lui la prendesse sotto il braccio, le scoprisse il deretano e la sculacciasse. Ma lui niente! Queste cose le faceva soltanto con la sua adorata Josephine!

Il cibo era stato ottimo, poco ma ottimo. Sempre mangiare moderatamente, prima di…
Si misero a conversare del più e del meno, ma la tensione aumentava fino a diventare palpabile. E così Jo si alzò, prese la grande mano di lui fra le sue fini dita e lo condusse di là. Georges si tolse giacca e gilet, fino a rimanere con la sola camicia; e si abbassò i pantaloni e le mutande fino alle ginocchia e si piegò in avanti, reggendosi all’alto schienale della poltrona. Le sculacciate di Jo non gli facevano mai male, almeno all’inizio, ma quando lei prendeva il ritmo, quando le sue mani arrivavano (era ambidestra e colpiva con entrambe) sulla pelle, il tocco era veramente bruciante. “Vedessi com’è rosso!” fece lei, forse divertita, forse preoccupata o forse tutt’e due le cose. Lui mugugnò: quelle che aveva preso non gli bastavano: sentiva di meritarne ancora di più. Allora lei prese la spazzola da toilette, quella d’osso. Il colore delle grosse natiche di lui si fece ancor più intenso. Durò dieci minuti buoni. Georges aveva un po’ di fiatone, ma mai quanto quello di Jo, quasi sfinita da quell’esercizio fisico. Mentre lei si passava la crema alla calendula sulle mani stanche ed arrossate, lui sedette appena sull’orlo della poltrona, perchè non poteva poggiarci di certo l’intero deretano. Il suo coso era bello dritto: semplice reazione dei nervi pelvici irritati dalla continua percussione. Eppure, Jo non riusciva a staccare lo sguardo da lì. Anzi, no! Lo fece per un istante e fissò gli occhi di lui, imploranti. Lei scosse la testa di qua e di là: non voleva per niente! Mica era una di quelle- l’aveva sentito dire- che provavano attrazione ad esser sculacciate: era normale, lei!.
Si salutarono con un lunghissimo bacio, mozzafiato

SE VOLETE SAPERE COME ANDRA’ A FINIRE, LEGGETE CHRONIQUE DE LA FESSEE!

BK

Fessee 14

12 Gennaio 2012

Nulla di grave, nulla che non fosse guarito entro pochi giorni, sentenziò il dottor Louison-Baquier, dopo che ebbe fatto rivestire Alphred; ma, disse al signor Jerome in separata sede e a voce bassissima, meglio non abusare di simili metodi barbari e crudeli: poffarbacco, si era negli Anni Trenta!
Edwige Deveraux fece una gran risata, quando ebbe ascoltato la diagnosi ed il consiglio del medico ed anche il signor Jerome, di solito così impassibile, si concesse una smorfia divertita. La frusta, secondo loro, stava alla base dell’educazione della prole. Frustali e non ti morderanno mai la mano, come i cani.
Alphred, invece, lo mostrò alla cugina: era ancora gonfio ed un poco bluastro, in punta risultava piuttosto scorticato, gli bruciava, ma di meno dei giorni precedenti, quando faceva pipì, ma il dottore aveva detto che sarebbe rimasto normale. Camille ne fu assai contenta, tanto che lo accarezzò delicatamente, per paura di fargli male. Ovviamente, a quei tocchi prolungati, il coso di Alphred si indurì di nuovo ed il ragazzo fece una smorfia.
Una settimana prima, la zia lo aveva frustato davanti e di dietro, proprio perché egli, insieme alla cugina ed alla domestica di lei, aveva fatto delle cosacce e non voleva per niente tornare ad assaggiare quel tremendo frustino. Con gran fretta, Alphred lo rimise nelle mutande.

Anche il coso di Marcel il carpentiere gli faceva tanto male; sulla punta, portava ancora la garza su cui spiccava una macchiolina rosa. Non è niente, aveva detto il dottore, capita a molti, figurarsi poi ad un fimotico, che è pure monorchico traumatico. Un colpo di bisturi e passa tutto. Sì, ma il taglio era stato parecchio doloroso e la ferita ancora non guariva….

Amèlie introdusse la canna dell’enteroclisma, aveva cercato di fare il più piano possibile, ma la signora aveva emesso un gemito ugualmente; andiamo bene, pensò la domestica, aprendo la chiavetta della grossa sacca impemeabile, sta proprio lì e non riesce ad uscire, ma ce la farà sicuramente: questo è il secondo che le faccio, poverina quanto soffre per questa maledetta stitichezza… Quell’Etienne dei miei stivali, quel professorone…è stato qui sei mesi, l’ha torturata quasi ogni giorno e non ha ottenuto un bel niente! Meno male che se ne è andato, al diavolo gli auguro!

Margot era preoccupata; da un mese non aveva più le sue cose! Eppure, con Jean non aveva fatto niente di irreparabile: sì qualche bacio, sì lui le aveva toccato il seno, sì lei glielo aveva smaneggiato, ma là dentro non c’era mai entrato! Possibile che fosse incinta? No, non era possibile! Che cosa aveva allora, com’era che ritardavano?

Quel giovane cerbiatto lo attirava, lo eccitava assai, non vedeva l’ora di portarselo a letto, di sentirlo dentro di lui e fare in modo di essere lui a penetrarlo, dopo aver coperto di baci quella delicata pelle serica. Marcel Lagardére, coniugato Deveraux, seguitò a fissare quel ragazzo dai tratti femminei, che stava sorseggiando una bibita, al tavolo vicino al suo. Cercava un argomento per attaccare bottone, per iniziare una conversazione e poi, chissà…. Sicuro, se la moglie fosse venuta a scoprirlo, gli avrebbe piagato il culo (e non solo quello) a forza di frustate…o avrebbe di nuovo adoprato la claquette? Marcel rabbrividì, ma fece spallucce e tornò a guardare Antoine….

CHRONIQUE DE LA FESSEE IN EDICOLA LA PROSSIMA SETTIMANA

BK

Racconti di sculacciate: Miss Elisabeth

10 Gennaio 2012

Questo bel racconto di sculacciate ci viene inviato dal nostro caro Amico Geronimo: buona lettura a tutti!

Lord Talbott l’aveva di nuovo convocata. Era la nona volta in tre mesi. Avrebbe già dovuto licenziarsi da tempo. La paga era buona e ne aveva un terribile bisogno, ma come poteva tollerare quello che le stavano facendo… Tutte le altre assistenti di Frau Blucher erano letteralmente fuggite. Nessuna poteva resistere al clima di sopraffazione morbosa e delirante che vigeva in quell’austera villa del Devonshire. Nessuna tranne Elizabeth. Beth percorse rapidamente il lungo, oscuro corridoio. Il pavimento in legno di quercia scricchiolava sinistramente pur sotto il peso leggero della giovane domestica. – Oh Signore, com’è possibile? Tremo di paura, mi faranno male, sarò umiliata eppure…-. Dinanzi a Beth si aprì il vasto salotto mal riscaldato dal grande camino centrale. Sopra i pannelli di legno di rovere, sul fondo di una tappezzeria consunta, i ritratti degli antenati di Lord Talbott la scrutavano severi. Igor, il vecchio alano, se ne stava accucciato sul tappeto persiano con le palpebre stancamente adagiate sugli occhi. Il padrone si stava già arrotolando le maniche della camicia semi aperta sul petto villoso. La lunga cicatrice provocata dalla scimitarra di un guerriero madhista durante la campagna sudanese* faceva bella mostra di sé sul torace dell’uomo. Erano passati otto anni ormai, ma quando cambiava il tempo faceva sentire la sua presenza. Beth la trovava orribile… orribile e affascinante. Lord Talbott era alto e robusto. Eccellente cavallerizzo e cacciatore, di animali e di uomini. Era considerato un eroe di guerra. I grandi basettoni rossastri e i mustacchi, uniti alla folta capigliatura spettinata gli conferivano un aspetto leonino, un impressione di aggressività e ferocia che mai come in questo caso corrispondevano all’indole autentica del personaggio. Al suo fianco, in piedi, stava Frau Blucher, la temibile governante di origine prussiana. Tozza, torva, corpo massiccio, sguardo duro che giudicava, sempre e comunque, senza alcuna indulgenza. Sebbene vivesse in Inghilterra da molti anni pretendeva di essere appellata Frau anziché Mrs. Blucher. La donna impugnava un lungo frustino flessibile. Ogni tanto sferzava l’aria ma senza guardare Beth, le piaceva solo sentire il fruscio, il suono minaccioso di quello strumento di dolore.
Beth, deglutì. Senti qualcosa, uno stimolo imprecisato nel proprio inguine. Improvvisamente le venne voglia di toccarsi tra le gambe ma resistette all’impulso. Lord Talbott squadrò compiaciuto la ragazza. Il vestito lungo, verde scuro di cotone dozzinale, non rendeva giustizia alla bellezza della giovane. 21 anni, originaria di un misero villaggio del Galles,orfana e povera. Sufficientemente istruita. I capelli nerissimi erano raccolti modestamente in una crocchia che lasciava sfuggire due ciuffi a spirale che le sfioravano le orecchie perfette. Il naso regolare, la bocca carnosa, i grandi occhi grigi spaventati ma al tempo stesso pieni di desiderio, colpevole, perverso. Un incarnato un poco più scuro di quello tipico delle ragazze di quelle latitudini, segno della presenza di sangue mediterraneo nella vene della fanciulla. Talbott ne aveva ammirato il corpo nudo durante le punizioni: i bei seni turgidi dai grandi capezzoli marroni, le cosce tornite come colonne di granito e le belle natiche. Oh, si, Beth aveva un culo duro e pieno dalle rotondità appetitose e lubriche. Ma la pelle, al di là delle apparenze, non era affatto delicata e segnarla adeguatamente non era cosa semplicissima. Anche la resistenza al dolore della giovane era cosa rara. Le altre piangevano come fontane e si dibattevano come invasate dopo poche scudisciate. Ma non Beth. Era una vera fortuna che non se ne fosse ancora andata. Talbott non riusciva a fare meno di punirla sempre più spesso. Con la moglie ci aveva provato ma quando la donna aveva capito che i castighi del marito non erano dettati solo dalla severità maritale ma anche da qualcos’altro, se ne era andata. Separazione solo di fatto, naturalmente (il divorzio era cosa disdicevole, quasi impensabile) ma irreversibile.
_ Beth, piccola sciocca!- La rimproverò aspramente Lord Talbott. – Frau Blucher mi ha riferito della vostra ultima biasimevole impresa –. La recita era cominciata . Beth non vedeva l’ora di essere picchiata duramente e a lungo sul proprio culo vergognosamente messo a nudo ma c’era un rituale da svolgere, ed era assolutamente necessario. – Collins ha trovato i cocci del vaso cinese sotto la scala. Non conosco nessun’ altro in questa casa così maldestro da causarne la rottura!- Collins era il giardiniere. La settimana precedente aveva frustatato Beth con la coramella. 70 cinghiate. Non aveva potuto sedersi per tre giorni. Naturalmente poteva essere stato benissimo Igor, quel goffo cagnone, a compiere il misfatto, ma Beth non tentò neppure di difendersi. – Certo – proseguì Talbott – da ragazza con la testa sempre tra le nuvole e che non dà nessuna importanza ai beni, specialmente quelli altrui, penserete “ ma in fondo non è che uno stupido vaso!” non è così ? confessate!- Certo – rispose la domestica con un tono di voce lievemente piccato e irridente :- Non è che uno stupido vaso!- Frau Blucher, indignata si fece avanti minacciosamente brandendo il frustino. – Screanzata, come osi rivolgerti in questo modo a Sua Signoria! Ora ti faccio sanguinare le terga!- Lord Talbott la fermò ridendo in cuor suo per lo sfrontato autolesionismo della ragazza e per la reazione della governante.
Quel vaso, scellerata fanciulla, era un regalo della mia compianta zia materna per il trentesimo compleanno di mia moglie ed ha, o meglio aveva, ben 250 anni!-. Beth abbassò la testa mortificata.
Non pensate dunque di aver meritato una bella ed esemplare sculacciata? – Signorsì – ed anche una buona dose di frustate?- signorsì – Denudatevi immediatamente!- Beth era già tutta bagnata tra le cosce. Il padrone se ne sarebbe certamente accorto.
Si tolse il lungo vestito verde e poi la sottoveste. Talbott le ordinò di tenersi le calze bianche, almeno per il momento. Naturalmente non portava mutandoni. Il riverbero del camino fece luccicare la folta peluria bagnata di secrezioni vaginali dell’inguine di Beth. La ragazza si sentì sprofondare dalla vergogna e corse a stendersi sulle ginocchia del Lord. Un attimo dopo i possenti sculaccioni di Talbott cominciarono ad abbattersi sulle rotondità posteriori della bella moretta.
Le vigorose manate di Talbott erano autentiche bastonate ma sembrano rimbalzare sulle chiappe sode ed elastiche di Elizabeth. Talvolta le dita del fiero sculacciatore sfioravano il forellino e le labbra del sesso della giovane donna. Allora Beth vibrava come una corda di violino e fra un gemito e l’altro sussurrava a se stessa – oh Signore perdonami! Mi, mi…piace! – . Dopo 200 sculaccioni la prima parte del castigo cessò. La ragazza si massaggiò il culo rossissimo. N on aveva versato una lacrima. Guardò Talbott diritto negli occhi, la bocca semi aperta. Le labbra bagnate di saliva. –Via le calze! Scioglietevi i capelli! – La folta chioma nerissima che raggiungeva l’osso sacro fu liberata in tutta la sua nera e lucente bellezza. Odore di lavanda e sudore, odore di sesso e di femmina si mescolarono, si fusero. Una potente erezione premette sotto le braghe di Lord Talbott, peraltro adornate da una grossa macchia specie sulla gamba destra dove si era appoggiata la micetta della fanciulla. I piedi nudi di Elisabeth scivolarono con grazia sul vecchio tappeto verso la poltrona. La ragazza si inginocchiò esponendo il culo allo sguardo voglioso di Talbott, al frustino di Frau Blucher. La governante le legò i polsi dietro lo schienale. La tensione muscolare percorse il corpo della giovane dalle braccia alle cosce. Beth si voltò per un lungo interminabile secondo verso i propri punitori, battè le palpebre, protese oscenamente il sedere e si girò di nuovo. – tre dozzine di scudisciate Frau Blucher! – Il frustino prese a sibilare, tagliare l’aria, infine colpire con ampi fendenti le natiche della ragazza, dalle reni alla parte superiore delle cosce disegnando note di dolore e di voluttà sul sedere della corrigenda. Stavolta i gemiti di Beth furono più acuti, si udirono i primi singhiozzi, le prime lacrime rigarono il suo bel volto. Talbott avrebbe voluto infilare naso e lingua nella fica di Beth. Avrebbe voluto penetrarla con il proprio membro fino alle viscere e farla urlare, di piacere,di dolore, di piacere e dolore, ma urlare, maledizione!
La sua natura vitale e feroce che aveva potuto liberare impunemente nella guerra africana ma che doveva comprimere nella cosiddetta civiltà stava prepotentemente emergendo. Elizabeth era la preda che aveva sempre agognato,una preda cosciente e volontaria.
La governante colpiva veramente duro, molto peggio di Collins. Al ventisettesimo colpo il dolore raggiunse e superò l’eccitazione. Beth Non poteva ripararsi le natiche poiché aveva i polsi legati. Le fitte al culo erano lancinanti. Al trentaduesimo colpo cominciò a supplicare.
Infine la punizione cessò. Il corpo nudo di Beth era imperlato di sudore, il culo di goccioline di sangue sparse qua e là tra le strisce grigie e violacee in cui era stato dipinto dalle sapienti, crudeli sferzate della governante.
Frau Blucher le sciolse i polsi. Elizabeth raccolse i vestiti e raggiunse la sua stanza. Nessuno disse una parola. Nella vasca di acqua calda, tra i vapori e alla luce del candelabro chiuse gli occhi e si masturbò.
Si stava ammirando le natiche doloranti allo specchio dopo essersi asciugata, ancora completamente nuda, quando Talbott fece irruzione nella stanza. Beth rimase a bocca aperta per la sorpresa, deglutì per la paura. Gli occhi di Talbott sembravano febbricitanti. – Voi non avete il diritto di…- La donna non potè finire la frase. Lord Talbott l’abbracciò e le sue labbra, la sua lingua incollate alle proprie, le impedirono di proseguire la protesta. Beth si sentì sollevare da terra come fosse un panno di seta leggera. Talbott la stese sul letto, supina, le sollevò le gambe e se le appoggiò sulle spalle. Le baciò le dita dei piedi una ad una. Di nuovò la lunga cicatrice sul petto dell’uomo orribile e meravigliosa comparve davanti agli occhi di Beth. Le parlava di violenza, di forza, di lotta e di avventura. Poi sentì la virilità di Talbott farsi strada tra le cosce, pulsare dentro di lei. – Che Dio mi perdoni, amo questo mostro – e si lasciò andare.

* Nota storica. Si riferisce alla guerra anglo-sudanese del 1896 – 1899 condotta dall’ esercito britannico nel Nord del Sudan contro i seguaci del Mahdi (in arabo il ben guidato) una sorta di messia islamico identificato in Muhammad Ahmad morto nel 1885 che aveva scacciato gli egiziani dal paese nel 1884 (L’Egitto era di fatto un protettorato inglese).

Memorie di uno spanker: la mia dolce zia

31 Dicembre 2011

Quale migliore occasione per festeggiare la fine di quest’anno che pubblicare un racconto del nostro carissimo Geronimo? Eccolo a voi, insieme ai tanti auguri per tutti gli amici che leggono il blog!

Ero rimasto orfano della mamma che ancora non avevo compiuto tra anni. Mio padre doveva viaggiare molto per lavoro e non poteva portarmi con sé. Mi affidò alla famiglia del fratello maggiore, Giorgio, che gestiva una serra dalle parti di *****. Era sposato con Valeria, una donna alta e formosa, capelli quasi neri, così come gli occhi dallo sguardo profondo, un sorriso radioso come non ne ho mai più conosciuti. Una tipica bellezza degli anni ’60. Avevano due figli, Piero, di pochi mesi più giovane di me, e Gina, una bella ragazzina vivace maggiore di due anni.
Mi crebbero come un figlio. La Zia sostituì in pieno mia madre il cui ricordo si è affievolito sempre più e della quale possiedo ormai solo una immagine vaga. Cara zia, sempre attenta e premurosa, generosa e solare. Le ho voluto e le voglio tuttora un sacco di bene.
Zia Valeria era dolce e affettuosa, si, ma anche molto severa. A quel tempo l’educazione veniva impartita con le botte. Ogni mancanza veniva punita e le punizioni erano sempre corporali. A parte i frequenti scappellotti che non metto neanche in conto, quando la zia ci puniva afferrava un grosso mestolo di legno, o in casi gravi il terribile battipanni di vimini e ci sculacciava di santa ragione, sempre a sedere nudo. Avevamo imparato a tirarci giù da soli braghe e mutande (mia cugina si sfilava la gonna) e a prenderci tutte le botte – quasi mai molte ma sempre energiche – senza opporre resistenza e beccandoci anche le romanzine che accompagnavano ogni mestolata o scarica di batti pannate sui nostri culi indifesi. Potevamo solo frignare a nostro piacimento. Guai a divincolarsi, Aumentava la dose. Prima di coricarci confrontavamo l’entità dei lividi e del gonfiore sui rispettivi sederi. Erano il marchio della colpa ma anche il simbolo dell’affettuosa ancorchè inflessibile disciplina della zia. Lo zio, a parte qualche scapaccione isolato, non ci ha mai picchiato, almeno me e Alfredo. Bastava il suo vocione profondo a intimorirci. Anche un tono appena, appena, più alto costituiva un avvertimento efficace. Gina invece aveva preso una dose industriale di sculaccioni quando ancora frequentava la scuola elementare e un paio di razioni di cintolate da adolescente. La visione del modo in cui erano state conciate il retro delle cosce e le chiappe di mia cugina costituirono un deterrente insuperabile. Meglio non far arrabbiare lo zio. C’ è da dire che la vista delle terga nude e segnate di Gina non suscitarono in me solo pietà, ma anche una nuova sensazione che interessava la mia zona inguinale e che compresi pienamente solo in seguito. Quando ammirai per l’ultima volta il culo cinghiato di Gina, la ragazza aveva ormai quindici anni, io e mio cugino rispettivamente tredici e dodici. La mattina successiva mi masturbai nella ritirata ( Non avevamo ancora il classico bagno con l’acqua corrente) e tra le immagini mentali che mi ispirarono nella circostanza c’erano appunto le cinghiate sul culo nudo prese dalla cuginetta. Non ebbi l’accortezza di chiudere a chiave. Ad un certo punto la Zia, preoccupata perché non mi vedeva e non rispondevo alle sue chiamate aprii all’improvviso la porta. Avevo cercato di nascondere ciò che stavo facendo ma lei aveva capito tutto. “-Brutto zozzone, vuoi diventare cieco?! Alzati e vieni qui!-“ Non avendo a disposizione la mestola mi sculacciò con la mano, in piedi, a lungo e con tutta la forza che aveva. Io piansi per la vergogna più che per il dolore. Alla Zia non sfuggì il principio di erezione in atto. Sospirò e disse “-Ormai sei un ometto e che ometto!-“ aggiunse osservando le dimensioni del mio affare. Mi abbracciò, mi schioccò due baci umidi e caldi sulle guance e mi congedò raccomandandomi di non mettere nei guai le brave ragazze. Da quel momento non mi sculacciò più.
Fu di li a poco, però che potei comprendere in modo più chiaro alcuni miei gusti particolari.
Sapevo che se anche era la Zia Valeria a dirigere la casa, Zio Giorgio era il leone capobranco. Ogni tanto dava una ripassata alla Zia per ricordale, come si diceva una volta con espressione brutalmente maschilista, chi portava i pantaloni. Lo Zio era un uomo burbero dai modi spicci ma certo non un bruto o un violento. Avevo capito vagamente che di quando in quando la zia le prendeva, ma non avevo mai visto lo zio alzare la mano su di lei, Né la moglie aveva mai recato sul viso, lividi, escoriazioni o anche semplicemente arrossamenti improvvisi. Talvolta l’avevo invece vista fare le scale con una certa fatica o sedersi piano facendo smorfie o massaggiarsi il sedere. Gina mi aveva detto che il papà sculacciava la mamma con la cinghia quando non si comportava bene e la picchiava a sedere nudo come faceva con lei (Gina) però la madre le prendeva più spesso perché non era tanto buona mentre lei era una brava ragazzina e bla, bla, bla. Questo petulante discorso mi irritò e sul momento non volli crederle, ma poi cambiai idea. Era un sabato sera. C’era stata una discussione a cena. Lo zio incolpava la moglie di non aver curato bene certe piante di fiori tropicali che erano in effetti morte causando una piccola perdita economica alla ditta familiare dello zio. “- Più tardi t’insegnerò a fare più attenzione, oh se imparerai!- “Disse Giorgio alquanto alterato alla moglie.La zia non replicò ma per tutto il resto della sera se ne stette in silenzio con una espressione triste dipinta sul volto.
Quella notte mi avvicinai alla camera degli zii che si trovava al pianterreno. I muri di quel cascinale erano spessi ed isolavano bene le stanze per cui era difficile sentire i rumori. Dalla porta, invece, si sentiva benissimo.
Guardai nel buco della serratura. Quello che vidi mi turbò profondamente. Un misto di indignazione, compassione e soprattutto eccitazione mi travolsero. La Zia Giorgia se ne stava a quattro zampe su una bassa panchetta. Si appoggiava sui gomiti e il didietro era puntato verso l’alto. La sottana era avvolta sul dorso. Dalla mia posizione vedevo il suo grosso culo nudo, bianco e rosso e le sue belle, giunoniche coscione, anch’esse bianche e rosse. La mia attenzione fu per un attimo calamitata dalla visione del sesso grassottello rivestito da una folta pelliccia nera e dallo spacco di carne più scura simile ad una rosa sbocciata. Poi il guizzo delle cinghiate fortissime e veloci che facevano tremare il povero culone della zia mi rapirono. Si, lo confesso, la povera donna gemeva e piagnucolava, “-Basta, ahiaa! Basta cinghiate, ti prego, Ahia! Ho il culo sempre pieno di lividi, basta Giorgio, ahii! Ahia!.-“, Io però, ero eccitatissimo. Zio continuò a sculacciare imperterrito e senza misericordia per non so quanto tempo. “ Ti avevo avvertito, se ti copri il culo te ne do altre cinque!. Allora prendi! – Slasch, slasch – prendi e prendi – slasch! Slasch!- Una potente erezione mi fece svettare il pisello fuori dai pantaloni del pigiama. Il bel deretano, fino alla metà delle cosce, era gonfio con numerose macchie violacee sul fondo rosso scuro. “-Spero che ti questa punizione ti sia bastata, Valeria, altrimenti…” mentre diceva questo con voce calma, lo zio si mise a massaggiare e baciare le chiappe della moglie. La mano destra si insinuò nella ferita naturale della donna, tra le cosce, Non potevo vedere bene il volto della zia da quella posizione ma sentii distintamente i singhiozzi trasformarsi in gemiti di piacere. Poi il sedere della zia fu coperto da quello dello zio che si era nel frattempo calato le braghe e che si mise a fare un movimento avanti ed indietro con il bacino, come se spingesse ed i gemiti ed i mugolii della zia si mescolarono ai suoi grugniti. Stavano… scopando! Se ne era sempre parlato tra ragazzi ed adesso potevo vederlo dal vivo!. Quello che però mi aveva veramente colpito è che i miei zii facessero l’amore dopo le cinghiate. Forse alla zia non era del tutto dispiaciuto quel trattamento.La punizione li aveva eccitati, sia la vittima che il carnefice, così come aveva eccitato me.
Il giorno dopo la zia era di nuovo allegra, come non fosse successo niente, anche se un po’ dolorante. Lo zio era meno burbero del solito e si mise a pizzicare e a dire paroline misteriose nell’orecchio della zia ridendo poi delle blande proteste della moglie.
Avevo scoperto il binomio che avrebbe segnato tutta la mia esistenza: Sesso e sculacciate. Non vedevo l’ora di mettere in pratica quelle esperienze.

Racconti di sculacciate: Fessee 8

29 Dicembre 2011

“Marcel, sono stufa di sopportare le tue sconcezze! -urlò un’arrabbiatissima madame Edwige- Abbiamo fatto un patto fra noi, ricordi? Ti ho concesso di divertirti con i tuoi amanti, purché lo facessi in gran segreto: mai e poi mai, avresti dovuto rendere pubbliche le tue inclinazioni! In cambio, saresti stato mio marito di fronte a tutti ed il padre di mia figlia. Che cosa hai da dire, debosciato?” quest’ultima domanda era stata pronunciata con un tono di voce simile al sibilo di uno staffile, quello staffile che ben presto si sarebbe abbattuto sulle natiche di Marcel.
Costui non replicò, chinò il capo. Allora, la moglie gli abbassò di colpo con un unico gesto i pantaloni del pigiama, denudandolo dalla cintola in giù e si rivolse alla propria figlia Camille “Prima penserò a mio marito e dopo toccherà a te!” le urlò la madre, brandendo in alto il frustino.
Marcel si piegò in avanti, permettendo così alla moglie di colpirgli per bene il culo nudo; ogni volta che il frustino entrava in contatto con la pelle delle sue chiappe, Marcel si rizzava sulla punta dei piedi e si stringeva vieppiù la carne delle cosce con le sue lunghe dita. Camille poteva chiaramente vedere il culo dell’uomo arrossarsi sempre più e dipingersi ghirigori rilevati: ammirava Marcel, in cuor suo, per la stoicità con cui sopportava il dolore bruciante delle sculacciate. Tra poco, sarebbe stato il suo turno: e non aspettava altro. Inconsciamente, la sua mano si spinse sul basso ventre. Camille chiuse gli occhi.
Il sibilo e lo schiocco del frustino era cessato. Camille riaprì le palpebre. Marcel si era rimesso in posizione eretta e la moglie gli era passata davanti. Sei o sette volte, Edwige calò il frustino e Camille vide la schiena dell’uomo piegarsi in avanti per altrettante volte. L’acconciatura di maman era piuttosto scomposta, quando i suoi occhi fissarono la figlia, ignorando completamente il marito, ancora seminudo. “Spogliati e mettiti in posizione!” intimò maman a Camille. Lei si sfilò la camicia, restando completamente nuda, ad eccezione delle babbucce. Si piegò verso la sedia, ne afferrò i braccioli, appoggiò la testa sul pianale: era pronta. Ed era anche orgogliosa: sapeva che Marcel avrebbe sbirciato, avrebbe visto le sue giovani intimità, quello che c’era fra le sue cosce e quello che c’era fra le sua natiche. A Marcel le donne non piacevano affatto, però mostrarsi nuda di fronte a lui eccitava ugualmente la ragazza. Le sue unghie graffiarono la pelle dei braccioli: oggi, maman era veramente arrabbiata! Piano piano il calore proveniente dal posteriore di Camille si diffuse verso l’anteriore, via via che il frustino lasciava le sue dolorose impronte sulle chiappe protese; Camille percepì chiaramente un senso di umido, dentro la propria grotta. Sperò ardentemente che sua madre finisse presto di frustarla, non tanto per far terminare la sofferenza, quanto per poter correre di là, in camera sua, e titillarsi e soddisfarsi. Poi, domani mattina sarebbe tornata Camille, la sua cameriera, e l’avrebbe baciata, l’avrebbe medicata, la sua lingua si sarebbe insinuata là dentro e la figlia di Edwige avrebbe goduto di nuovo….
“Alzati!” ordinò maman. Camille obbedì. La tentazione di massaggiarsi era forte: le faceva particolarmente male, forse la pelle si era aperta da qualche parte. Le girava un po’ la stessa: era il sangue che defluiva dal cervello, dopo esser rimasta così a lungo piegata, si disse la ragazza; le succedeva sempre più spesso, ma passava subito.
LEGGETE IL SEGUITO DI QUESTA STORIA SU CHRONIQUES DE LA FESSEE IN EDICOLA IL PROSSIMO MESE
BK

Racconti di sculacciate: Fessee 7

26 Dicembre 2011

Tra poco Marcel sarebbe rientrato a casa e l’avrebbe presa a cinghiate, come faceva sempre, ogni fine mese, da quando aveva scoperto che…. Lei doveva prepararsi, vestirsi, truccarsi; le rimaneva poco tempo prima che il marito arrivasse.
Pierrette si sedette davanti allo specchio; passò il mascara sulle ciglia, il belletto sulle labbra, la cipria sugli zigomi e sulle guance; evitò di guardare il proprio naso rotto riflesso nello specchio.
Indi, iniziò la complessa operazione di vestirsi; dopo 6 mesi di matrimonio, sapeva quello che piaceva a Marcel. Per prima cosa indossò le mutande, quelle corte che arrivavano appena all’inizio delle cosce, di cotone fine perché lei, con lo stipendio da sarta, non poteva permettersi quelle di seta pura. E, sopra le mutandine, il reggicalze, nero; era una novità assoluta nell’abbigliamento femminile, era uscito da poco pure a Parigi, dove andava a ruba; costava un occhio della testa, ma ne valeva la pena. Agganciò l’orlo delle calze color carne agli appositi gancetti del reggicalze, si alzò per lisciarsi le gambe e farvi aderire meglio le due calze. La gonna era molto semplice, tenuta da tre bottoni su un fianco, ma era aderente: le rendeva perfetto il posteriore. Dalla testa, Pierrette infilò la canottiera, di tipo maschile e, sopra di questa, una maglietta piuttosto leggera: lui doveva vedere i suoi seni sotto la stoffa; non allacciò i polsini della camicetta.
Meglio rimanere digiuna; se avesse mangiato, anche soltanto una tartina, poteva succedere come l’altra volta: aveva rivomitato tutto, a causa del dolore. Pierrette si sedette al tavolo di cucina ed aspettò.
Appena il marito si fosse spogliato, appena si fosse lavato, lei glielo avrebbe detto, subito. E lui avrebbe sfilato la cintura dai propri pantaloni, abbandonati sulla spalliera della sedia, l’avrebbe arrotolata un paio di giri intorno alla grande mano muscolosa ed avrebbe guardato la moglie. Allora, lei sarebbe andata vicino al grande letto matrimoniale, si sarebbe slacciata la gonna, sganciate le calze, sfilato il reggicalze e se lo sarebbe tolto. Poi, avrebbe fatto scivolare le mutandine lungo le cosce, le ginocchia ed i polpacci, finché non fossero arrivate alle caviglie. E si sarebbe piegata in avanti, con la faccia e le mani a contatto con la morbida superficie del letto, avrebbe appoggiato il busto sul materasso, proteso in alto il posteriore; ed avrebbe aspettato il sibilo della cintura e la prima sferzante frustata. Oggi, gliene avrebbe date parecchie: almeno una trentina, aveva calcolato Pierrette. Dopo che gli avrà confessato che l’ha fatto un’altra volta, l’ennesima.
Marcel non provava alcuna fatica: era abituato ad alzare e ad abbassare il braccio, per piantare i chiodi nel suo mestiere. Invece del martello, adesso stringeva in pugno la cintura dei pantaloni; forse avrebbe dovuto usarla dalla parte della fibbia, su quella puttana della moglie; l’avrebbe fatto il prossimo mese! Afferrò con la mano libera i corti capelli di Pierrette e la costrinse a rimettersi in piedi; poi, senza lasciare la presa, la costrinse ad inginocchiarsi di fronte a lui. Le mani di lei corsero ad aprire lo spacco nelle mutande maschili, ad afferrare il pene e portarselo alle labbra. Lo sentiva crescere quel cosino, mentre la lingua di lei lo tormentava. Pierrette ripensò a Jean: quello sì che era un maschio. Però, questo lo doveva a Marcel, per quello che lei, o meglio: sua madre, gli aveva fatto tanti anni prima. Il suo culo doloroso ed infiammato era niente rispetto a come era stato ridotto quello di Marcel, dalla frusta di madame B*** e poi, Pierrette si sarebbe consolata martedì, fra le braccia di Jean. Lui le avrebbe accarezzato la pelle, le avrebbe baciato ad uno ad uno il lividi lasciati dalla cinghia, eppoiiii…. Quasi inavvertitamente, Pierrette strinse i denti: il mugugno di Marcel le fece capire che gli aveva dato un po’ di fastidio. Lei ritornò a far saettare la lingua.
BK.

Racconti di sculacciate: Fessee 6

22 Dicembre 2011

Camille si asciugò le lacrime sulle gote, prima di tirarsi su le mutandine e di abbassarsi la gonnellina. Il sederino le bruciava da impazzire; zia Pierrette glielo aveva fatto rosso, quella strega sfregiata!
Massaggiandosi le natiche con entrambe le manine, Camille si avviò verso il muro, aspettando che le altre la raggiungessero. Era venerdì, toccava alle femminucce. Il sindaco, per salvaguardare la morale, aveva deciso che le sculacciate pubbliche non sarebbero più state promiscue, ma, da adesso in poi, un giorno tutte le bambine, un altro giorno tutti i maschietti.
Le signore che avevano provveduto alla bisogna spostarono le sedie e si diedero alle affabili conversazioni; l’aria, dopo il tramonto, era dolce. Le bambine punite dovevano stare con la faccia rivolta verso il muro ed aspettare che le madri, o le parenti più strette, come nel caso di Camille che era orfana, avessero smesso di chiacchierare.
Camille trascorse quell’oretta faccia al muro, ripensando a che cosa aveva fatto per meritarsi tale trattamento. Niente!, si convinse. Il fatto era che sua zia l’odiava e non si lasciava mai scappare un’occasione per punirla. Anche a casa, faceva così. Bastava che la piccolina commettesse qualche innocua mancanza e fioccavano le punizioni, talune durissime altre più sopportabili. Oramai, Camille era abituata ad andare a letto senza cena oppure a lavare i piatti oppure a pulire la nonna che era paralizzata e si faceva tutto sotto.
Soltanto zio Marcel mostrava un po’ di compassione per lei; spesso interveniva nei confronti della moglie, rimproverandola che era stata troppo dura verso la nipotina; qualche volta le comprava perfino i dolcetti. Camille tirò su col naso, ripensando allo zio.
“Andiamo, torniamo a casa!” le disse zia Pierrette, battendole la mano sulla spalla; Camille la seguì come un cagnolino, dopo aver fatto un sorrisetto alle altre bambine, ed aver visto che pure loro avevano gli occhioni lucidi. Tutte, tranne una. Si chiamava Camille pure lei, ma era maligna e dispettosa verso tutti. Era un tipo che sembrava fremere, quando c’erano le punizioni pubbliche, sembrava le piacesse spogliarsi e distendersi sulle ginocchia della mamma, la signora Edwige, ed esser presa a sculaccioni. E la signora Edwige ce ne metteva di forza, nel darglierli! Ma Camille non frignava, non emetteva un gemito, non agitava il culetto per sottrarlo a quella pioggia infuocata. Si alzava, le mutandine alle ginocchia, ma la gonnella calata giù a coprire le parti colpite, si metteva con la faccia contro il muro e non diceva mai niente. Un venerdì, la nostra Camille aveva perfino visto che l’altra Camille insinuava furtivamente la mano sotto la gonna, davanti. Eh già, lei era grande: aveva 12 anni! Quando sarebbe arrivata a quell’età, la nostra Camille sarebbe scappata da casa, aveva deciso così da tanto tempo.
Si subivano le sculacciate pubbliche fino ai 14 anni; dopo tale età, i panni sporchi si lavavano in casa.
E fu proprio alla vigilia del suo quattordicesimo compleanno che Camille Deveraux espose per l’ultima volta il proprio sedere nudo alle sue compagne di sventura. Era diventata una bella ragazza, bella come la mamma Edwige, alta e formosa ed un po’ civetta, la giudicava la nostra Camille.
Anche quando non toccava a loro, tutte le ragazzine del paese erano costrette ad assistere alla sculacciata pubblica: così avrebbero imparato a non esser cattive. Per un caso miracoloso, quel venerdì c’erano soltanto le Deveraux; tuttavia le signore formarono il solito circolo di sedie, un pochino scostata verso il centro del cerchio quella della signora Edwige. Elegantissima, come al solito: unica concessione, la manica destra del vestito tirata su a scoprire il braccio. E, cosa ancor più eccezionale, c’era pure il marito, e padre di Camille, il bel signor Marcel. Anche se era molto molto più vecchio di lei, ogni volta che lo vedeva la nostra Camille si sentiva sconvolgere dentro: le piaceva tanto! Con i baffetti sempre ben curati, con quel suo fare signorile, la figura alta e dritta. Stava discosto dal cerchio di sedie, defilato, in disparte ed aveva un’espressione tesa sul viso, pallidi gli angoli delle affinate labbra.
Intanto, la figlia si era abbassata le mutandine e, come al solito, aveva appoggiato il proprio ventre sulle ginocchia di mammà; ormai era diventata troppo alta e pesante per far gravare sui materni arti tutto il proprio corpo, perciò sia i suoi piedi che le sue mani toccavano il selciato.
“La mia Camille ha commesso un grave peccato – stava dicendo la signora Deveraux con la figlia sulle ginocchia, il bel culo nudo- per questo deve esser punita severamente. Non basta la mano di una donna qual io sono, c’è bisogno che ella provi una sonora sculacciata!” E stretta nel pugno della signora, apparve all’improvviso, la claquette. La nostra Camilla rabbrividì e notò che pure il signor Marcel rabbrividiva alla vista di quello strumento terribile.
SE VI SONO PIACIUTE LE NOSTRE STORIE NON PERDETE IL PROSSIMO NUMERO DI CHRONIQUES DE LA FESSEE
BK

Il cuginetto

20 Dicembre 2011

La mano di Alphred si insinuò dentro la patta dei pantaloni, aprì lo spacco delle mutande e ne tirò fuori il coso, già duro; cominciò a smaneggiarselo. La visione di quei due corpi femminili seminudi che si strusciavano fra di loro era troppo eccitante per un ragazzo di appena 16 anni. Camille e Camille continuarono a baciarsi, le loro lingue si intrecciavano, mentre le mani dell’una titillavano stringevano i capezzoli dell’altra, che a sua volta, aveva infilato la mano nelle mutandine della prima; nonostante avessero entrambe la bocca impegnata, mugolavano di piacere…
Camille Deveraux girò gli occhi per osservare, soltanto per un attimo, il cuginetto; capì subito che cosa egli stesse facendo e se non avesse avuto le labbra a contatto con quella della sua servetta, avrebbe sorriso.
Il fiotto di Alphred schizzò nell’aria, proprio nello stesso istante in cui si spalancava la porta della serra.
Madame Edwige era molto arrabbiata, altrettanto monsieur Jerome. Le loro facce non promettevano niente di buono.
“Madame ritiene che venti frustate possano bastare a questi….disgraziati, per insegnar loro la buona educazione e la corretta condotta?” era una domanda retorica, quella dell’uomo dai lunghi mustacchi.
Gli occhi di Edwige Deveraux sprizzavano ancora rabbia: “Forse non sono sufficienti! Ritengo che ne meritino il doppio! Ma, per mia figlia, saranno ancora di più!” Si rivolse alle tre facce che le stavano davanti ed il suo tono era apocalittico: “ Spogliatevi qui! Ognuno davanti agli altri! Toglietevi ogni cosa, fino a rimanere nudi. Nudi come vermi, quali siete: immonde bestie!” anche la voce di madame tremava di rabbia.
I tre di fronte a lei non avevano scelta: una era la figlia, una la cameriera personale di costei, uno il nipotino che era andato a F*** suo ospite per trascorrervi un mese di vacanza. In campagna. Villeggiatura tranquilla, a premio dei suoi ottimi risultati scolastici… insieme alla cugina, ed alla cameriera di lei, non aveva fatto altro che eccitarsi, da due settimane a quella parte ed aveva tirato troppo la corda. Non solo quella!
Vedendo le due ragazze denudarsi, Alphred decise di seguire il loro esempio. Tutto rosso in viso, fece come loro: si tolse tutto, ma proprio tutto, compresi i calzini.
“ Camille – disse madame alla propria figlia- metti un guanciale al centro del letto e stenditici sopra. Muoviti!” Quando la ragazza ebbe obbedito, la maman porse il frustino a monsieur Jerome e gli ordinò di dare cinquanta frustate. Nonostante fosse abituata, nonostante le piacesse, nonostante si eccitasse ad esser sculacciata, a Camille si rizzarono i capelli in testa, ad udir quelle parole. Cinquanta frustate, erano un’enormità e poi date da un uomo adulto! Ma non avrebbe piatito, non avrebbe implorato, non avrebbe chiesto pietà.
Fece tutto quello che la maman le aveva ordinato: distese il proprio ventre sopra al guanciale, messo di traverso al centro del letto in modo da sostenere il bacino e, di conseguenza, anche il culo. Monsieur Jerome era uno esperto. Vibrava un colpo ogni cinque secondi circa, in modo che la ragazza avesse tempo di assaporare la sofferenza. Appena il bruciore della frustata accennava ad attenuarsi, appena la pelle si gonfiava, lui dava l’altro. Dalla schiena alle ginocchia, tutto il dorso di Camille era striato da profonde righe rosse. La ragazza era stata costretta a mordere la coperta del letto, ad afferrarne la stoffa stretta stretta fra le dita; aveva sinanche battuto le gambe, per allieviare quell’atroce dolore. E quei due maledetti che contavano a voce alta, obbedendo all’ordine di mammà: ben presto avrebbero sofferto pure loro, quello che stava soffrendo lei. La punizione di Camille Deveraux durò oltre dieci minuti. E lei era veramenta tutto un dolore, allorché la madre imperiosa le ordinò di alzarsi, aggiungendo che, per essa, ancora non era finita.
A veder quel bel corpo nudo colpito da tante frustate, Alphred si era di nuovo eccitato; il suo coso era rispuntato ritto e pieno, ma il ragazzo aveva resistito alla tentazione di toccarselo; si vergognava, e così aveva unito le mani dietro la schiena. Fu la voce della zia a riscuoterlo dalla contemplazione del corpo nudo della cugina, arrossato almeno dalla parte di dietro, di cui aveva avuto agio di vedere tutti i pertugi.
Il coso dritto di Alphred entrò in contatto con il guanciale ed egli si accorse che questo era stranamente umido: Camille deve aver sudato, ipotizzò. Non si era ancora messo bene, non si era ancora rilassato che gli arrivò la prima frustata, direttamente al colmo delle natiche. Alphred urlò a quell’improvviso dolore, si girò su un fianco. Tentò di farlo, almeno. Perché zia Edwige si buttò sopra di lui, col busto sopra alla sua schiena: per un attimo, Alphred percepì come due punte di frecce dure a contatto con le sue scapole nude; dopo, la zia si sistemò, bloccandogli le braccia. Alphred non ebbe ritegno ad urlare, via via che le frustate gli rigavano schiena e natiche e cosce; agitava il bacino, batteva i piedi nell’aria ma tutto questo sembrava incattivire ancor più monsieur Jerome. L’asola di cuoio del frustino schioccava sulla pelle nuda del ragazzo, imprimendovi il proprio marchio e l’asta di ferro del fusto, rivestita di pelle, completava l’opera. Ad Alphred sembrò un’eternità la durata di quell’atroce punizione. “Venti” aveva appena detto Camille la serva, che le mani di zia Edwige lasciarono le braccia di Alphred; egli era veramente tutto pesto, sul dorso, e malfermo sulle gambe. Ma il suo coso era ancora ben duro e dritto, sporgendo dal profilo del corpo. “E’ ora che tu impari le regole del paese in cui vivi- disse zia Edwige, non senza una punta d’ironia- vai accanto a tua cugina, faccia al muro!” Camille gli rivolse un timido sorriso, quand’egli la raggiunse.
Data la loro posizione, non potevano vedere ciò che stava succedendo a Camille deuxieme, ma potevano ben immaginarlo. Monsieur Jerome agiva come una macchina, ordinato e preciso. Udivano il sibilo del frustino, lo schiocco che faceva sulla carne e, subito dopo, il gemito di Camille; gemiti che si trasformarono ben presto in grida vere e proprie. Ci furono una decina di secondi di silenzio, prima che Camille li raggiungesse, dopo che la sua punizione ebbe termine. “Giratevi!” ancora una volta la voce di Edwige schioccò. I tre obbedirono e videro che, adesso, era madame Deveraux ad avere qualcosa in mano. “ E’ la cinghia con cui mi frustava la mia compianta madre- tenne a puntualizzare- fa veramente male, ve lo assicuro. Camille, siediti sul bordo del letto” Quando la figlia ebbe poggiato il culo dolorante sul materasso, la madre le diede una spinta, facendola cadere di schiena “Tieni ben discoste le ginocchia” strillò. La larga striscia di cuoio si abbattè fra le cosce di Camille, proprio lì sopra. Quattro paia d’occhi videro le cosce contrarsi, per una, due, tre volte. Stavolta, Camille non ce la fece a resistere: alla quinta frustata, urlò. La madre sembrava invasata: allungò il suo lungo busto e con la cinghia colpì la figlia sul petto, proprio sui capezzoli.
“Credo che basti così, madame” fu la voce secca di monsieur Jerome a risvegliare Edwige dalla furia che l’aveva assalita. Camille, seduta sul letto, piangeva come una fontana, i piccoli seni rossi come ciliegie. “Andate tutti di là e rimaneteci fino a domattina” sentenziò la nobildonna.
IL PROSSIMO NUMERO DI CHRONIQUES DE LA FESSEE SARA’ ANCORA PIU’ RICCO…
BK

Racconti di sculacciate: FESSEE

12 Dicembre 2011

“Sei pronta, mia cara?” “Sono pronta, maman!” “E allora, dai! Non vedi come egli stia aspettando?”
la bella Edwige abbassò il braccio e la claquette arrivò per la prima volta sulle nude natiche del marito, disteso sulle ginocchia dell’amata moglie. Nello stesso istante, anche maman diede il via alla sua performance: soltanto che lei adoprava una corta striscia di cuoio piegata in due, sulle chiappe nude e rotondette del giovane Antoine.
Una decina di minuti dopo, le melucce dei due maschietti erano più rosse di quelle che si colgono sugli alberi nel caldo sole di luglio.
“Hai gridato e ti sei agitato! Questo non si conviene ad un uomo! – riprovò maman al ragazzo ancora piegato su quel ballatoio largo e possente rappresentato dalle cosce di lei- sembri piuttosto una ragazzina! Ah, già tu ti consideri tale… Devo forse passare alla frusta?” “No, no, signora! – implorò Antoine- Vi prego risparmiatemi! E’ tremenda la frusta, fa uscire il sangue: l’ultima volta che l’avete usata, mi avete piagato la schiena….” “Voglio essere misericordiosa – concesse la donna anziana- Edwige – e volse la testa verso la coppia composta dalla figlia e dal genero- se hai finito con tuo marito, puoi procedere!” “Subito, maman. Lui ne sarà felice!” un ultimo, tremendo, colpo di claquette si abbatté sulle chiappe più che arrossate di Marcel, come ad indicargli che il peggio doveva ancora venire, per lui.
L’uomo, tutto tremante, si alzò da quella vergognosa posizione e si mise dritto davanti alla moglie: il suo fallo era alzato e proteso. La claquette partì dal basso verso l’alto e ritornò in basso: nel suo percorso, colpì per due volte quella carnea protuberanza. Marcel si piegò in avanti per il dolore, per un attimo. Il suo fallo era ancora eretto, sebbene diventato di colore rossastro.
Edwige allargò le ginocchia ed alzò la gonna: sotto, non indossava nulla. Marcel si inginocchiò e protese la testa fra le cosce della moglie. Maman lanciò un’occhiata soddisfatta ai due che stavano assolvendo, a modo loro, i doveri coniugali e vibrò un’altra tremenda cinghiata sulle reni di Antoine, ordinandogli nel contempo di alzarsi. Anche il giovane obbedì. Sapeva fin troppo bene che cosa lo attendeva. Rapidamente, nudo com’era, andò verso la parete, vi appoggiò i palmi aperti, posizionandoli esattamente 15 centimetri sotto la cornice inferiore del quadro con la veduta settecentesca di Venezia e protese all’infuori il sedere rovente. “Sì, credo che questo possa andar bene!- giudicò maman, rigirando fra le mani un fallo di caucciù- è certamente più lungo e più grosso di quello che mio genero possiede naturalmente e che a te sembra piacere tanto. Vedremo se ti piace anche questo!” si avvicinò alle spalle di Antoine, gli pose la mano sinistra sulla spalla, stringendo forte le dita. E spinse il godemiche dentro il ragazzo, dal basso verso l’alto, senza alcuna delicatezza. Quando quel coso gommoso entrò dentro di lui per tutta la sua lunghezza, le unghie di Antoine tracciarono segni sull’intonaco della parete, segni che si aggiunsero ai tanti che già c’erano.
Maman osservò soddisfatta ciò che aveva fatto e si sedette di nuovo. “Louiselle!” strillò. Un attimo dopo, la porta si aprì per far entrare una giovane donna, piuttosto grassoccia e dalla faccina simpatica. Ella era nuda, completamente nuda. Evitò di guardare il fratello che aveva quel coso dentro di sé, ed anche Marcel, la cui faccia era ancora affogata tra le gambe dell’altra signora, si avvicinò alla signora padrona e le disse, rassegnata: “Sono pronta, madame!” girandosi a mostrare le terga alla donna seduta. La doppia cinghia si levò in alto e si abbassò; lo schiocco fece girare la testa alla bella Edwige, ma ella arrovesciò gli occhi e sospirò: era arrivata al momento culminante, spasmodico…la petit mort l’ebbe sua preda.
Flop! fece il godemiche quando maman l’estrasse dal retto di Antoine; il ragazzo esalò un respiro e portò in avanti il bacino. Avrebbe voluto correre con la mano verso l’inguine, per porre fine al tormento ma, se l’avesse fatto, gli sarebbe capitata la frusta. Quell’orrendo arnese di nervo di cavallo intrecciato…le unghie graffiarono di nuovo la parete.
Maman consegnò il fallo di caucciù nelle mani di una piangente Louiselle, che lo prese come se fosse un oggetto alieno: l’avrebbe lavato, da lì a poco, asciugato per bene e rimesso a posto, nel cassetto insieme agli altri.
NON PERDETE IL PROSSIMO NUMERO DI CHRONIQUES DE LA FESSEE
BK