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Sculacciate in pubblico

9 marzo 2012

Una sculacciata ha sempre in sè un elemento di umiliazione, se poi la sculacciata avviene in pubblico o i suoi effetti vengono mostrati pubblicamente l’umiliazione si ingigantisce. Ecco a voi alcune foto che ci vengono inviate da Master proprio a questo riguardo:

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Secondo voi qual è la foto più intrigante? Per me la seconda, dove si vede il culetto sculacciato di una ragazza attraverso una finestra…

Racconti di sculacciata: Fessee 24

6 marzo 2012

La signora Gericault aveva letto un solo libro da cima in fondo in vita sua: i Miserabili. In verità, l’avevano costretta a leggerlo, lei non avrebbe voluto per niente…ma sua madre le faceva togliere le mutandine, la faceva sedere sullo sgabello da pianoforte, con le cosce appoggiate sopra, mica con il culo (quello doveva rimanere ben fuori dal sedile). Poi la mamma le si sedeva accanto, apriva il grosso volume (quante pagine!) e costringeva la figlia a leggere a voce alta. Se la ragazzina incespicava, si stancava, era esitante, il frustino (un ramo vecchio) che mammà teneva in mano, scattava verso l’altro, sempre seguito da un gridolino o da un lamento di dolore. Il venerdì, poi, la madre la sculacciava per bene e tutti potevano vedere i segni rossi lasciati dal frustino sul suo culetto di bambina.
Il tormento ebbe termine soltanto quando la ragazza aveva oltre 18 anni ed i Miserabili se li era imparati a memoria!
Così, nessuna meraviglia se la signora Gericualt volle chiamare Cosette la sua primogenita.
Cosette crebbe con quel nome che le pesava addosso come un macigno. Tutti la prendevano in giro e così, fin dalle elementari, cominciò a farsi chiamare Rossella, che non c’entrava niente ma era pur sempre un nome letterario. Cosette si arrabbiava tanto quando le compagnucce seguitavano a chiamarla così: anzi, una volta si azzuffò pure con quell’antipatica di Nadia. Entrambe finirono sulle ginocchia delle rispettive madri, il venerdì successivo, durante la sculacciata pubblica; soltanto che per loro, la sculacciata durò un po’ (parecchio) di più.
Il signor Gericault abitava in paese, ma lavorava a C***: impiegato di concetto nella Prefettura. Fu nell’estate del 19** che gli arrivò l’ordine di trasferimento. Cosette-Rossella aveva oramai 13 anni ed era una bella ragazza, certamente assai più carina delle altre della sua stessa età. Camille Deveraux, che l’aveva già adocchiata, si turbò del fatto che quella giovane vergine dovesse abbandonare il paese. Ma tant’è: questi sono i casi della vita…
Camille trovò altre fanciulle con cui spassarsela, altri sederi da sculacciare, altre mani da cui esser sculacciata. L’agitazione era al culmine in paese: la guerra, la guerra! Si sarebbe data l’ennesima batosta ai crucchi come 20 anni prima. “A Berlino, a Berlino” si gridava per le strade.
La corriera svoltò sbuffante e con uno stridio di freni si fermò sulla via principale. Ne scese un solo passeggero: una donna. Reggendo una piccola valigia di cartone, questa figura femminile si avviò a passo svelto verso il Municipio. Il brigadiere Lamaine rimase di stucco, vedendola davanti a lui: quella era Cosette Gericault. Si era fatta proprio una gran bella ragazza! I capelli neri mossi, il nasino all’insù, due belle poppe, fianchi larghi da buona fattrice. No, al brigadiere dispiaceva ma Cosette doveva saperlo, non c’erano locande nel paese e nessuno che offrisse un lavoro…
sai, la guerra! La sconfitta! Molti uomini che sono partiti, tanti che non sono più tornati…però puoi provare dalla signorina Deveraux. Dopo la morte della madre, a distanza di pochi giorni se ne era andata perfino Camille (ricordi la petit Camille?) che era stata sua cameriera personale per tanti anni…adesso la signorina ricorre donne ad ore. Ci puoi provare, se ti va male, puoi dormire a casa mia stanotte…domani si vedrà, concluse il brigadiere Lamaine, ammiccando.
“Non mi dire che ti vergogni? Non hai mai visto una donna nuda?” Camille stava distesa nella vasca da bagno, l’acqua fino al collo ma soltanto l’acqua perché il sapone era un bene prezioso, non si poteva sprecarlo.
“Certo che no! Cioè, sì…no….boh, sono imbarazzata…” rispose arrossendo Cosette.
Camille tirò fuori il suo lungo corpo dalla vasca, Cosette le corse accanto con il grosso telo disteso, avvolgendole il busto. “Beh? Strofina! Asciugami!” ordinò Camille. Rapidamente la cameriera strofinò quel busto elegante con il telo che, altrettanto rapidamente, si inumidì. Si voltò per prenderne un altro e Camille lasciò cadere quello che aveva addosso: il suo fisico statuario sembrava diviso a metà. La parte superiore asciutta, rosea, fresca; quella inferiore ancora rorida di goccioline. Visto che la signora rimaneva immobile proprio come una statua, Colette pose un solo ginocchio sul pavimento bagnato e frizionò il ventre della signora, passando poi il telo fra e lungo le cosce. Camille si girò: il posteriore fu asciugato e la mano di Cosette non vi indugiò affatto. “Se vuole rivestirsi….”disse, alzandosi.
Camille rimase ferma, tutta nuda. Sorrise. “Adesso tocca a te, l’acqua è ancora tiepida…ho notato che in queste tre settimane che sei con me, non hai mai fatto il bagno…Non possiamo sprecarla…”. Non che fosse una seguace di Eraclito (anzi, non l’aveva mai sentito nominare) ma Colette sapeva che non ci si può mai bagnare nella stessa acqua, soprattutto se questa aveva già ospitato un’altra persona…. Scosse la testa.
Non se l’aspettava proprio! Un attimo, e Cosette si trovò immersa nella vasca tutta vestita. Ce l’aveva spinta Camille, naturalmente, anzi le afferrò le gambe ed immerse pure queste. Che forza aveva quella donna, come un maschio!
Cosette sputò l’acqua che le era entrata in bocca: non era affatto piacevole stare a mollo con il grembiule, la sottoveste, le mutandine, le calze e le scarpe e l’acqua non era né tiepida né pulita. I suoi tentativi di tirarsi fuori venivano frustrati dalla padrona, che le premeva le spalle. Quel giochetto durò un paio di minuti, poi Camille, allungando il braccio, tirò la catenella che tratteneva il tappo: l’acqua cominciò a gorgogliare giù per lo scarico.
“Andiamo- disse porgendo la mano all’arrabbiata Cosette- andiamo che ti aiuto a cambiarti e ad asciugarti!”. Due paia d’impronte bagnate segnarono il corridoio. Un po’ di imbarazzo, invero, Cosette lo provava: l’ultima volta che si era spogliata davanti ad una donna, aveva 15 anni e quella donna era sua madre. Invece Camille, ancora nuda, sembrava proprio a suo agio…..

Cosette non aveva mai fatto l’amore con una donna; con un paio di maschi sì, ma con una femmina mai! E non è che le piacque molto: preferiva qualcosa di più sostanzioso! Però, però….un po’ di soddisfazione se l’era tolta, ma dopo.
Camille si era girata bocconi sul letto ed aveva voluto che lei, Cosette la cameriera!, la sculacciasse. Le ritornarono alla mente i ricordi di tanti anni prima, di quando era sua madre a sculacciarla nelle sedute pubbliche. Rivide il lungo corpo di Camille disteso sulle ginocchia della signora Edwige Deveraux la bella, che stringeva in mano la claquette.
Rivide se stessa con la faccia verso il muro, le mutandine calate, la gonnellina alzata, il sederino infocato, e gli occhioni piangenti…rivide la mano di Camille, accanto a lei, che furtivamente le massaggiava il ventre nudo…
“Ahi!” strillò madame. Cosette tornò alla realtà. Le natiche di madame erano rosse come fragole, anzi come ciliegie, data la pelle liscia. “Le ho fatto male, madame?” chiese con voce chioccia. Camille neppure rispose. Scese dal letto, guardò Cosette e le disse, semplicemente ma con voce dura: “Adesso tocca a te!”.

Il cibo era scarso e quel poco che si trovava era di cattiva qualità. L’energia elettrica andava e veniva. I tedeschi avevano fatto una retata a C***: avevano preso una decina di ebrei. Ed avevano preso monsieur Georges: nessuno sapeva dove l’avessero portato. Camille Deveraux e Josephine Battleur si precipitarono a C***. Bussarono a tutte le porte, perfino al comando tedesco: non ottennero niente! Jo era sgomenta, sedeva ranicchiata, lei che era già tanto piccolina, nello scomodo sedile della corriera a carbonella. Piangeva.
“Camille, te la ricordi la signorina Roxane! Non devi odiarla per quello che ha fatto a tua madre…credeva di agire per il meglio…la signorina Roxane si faceva sculacciare da Amélie, mica per trarne piacere…no, non era una pervertita! Riteneva però che la sofferenza, la vera sofferenza fisica, alleviasse la assai più crudele sofferenza morale. Una specie di catarsi…” Camille, oltre che bella, era pure intelligente. Aveva capito cosa voleva la signorina Battleur!

Cosette l’aveva sempre vista da lontano, in mano alla signora Edwige Deveraux. A scrutarla da vicino, faceva impressione. Non tanto il manico, semplice di legno chiaro, quanto la pala: larga come un palmo di un uomo grosso, scura, pesante, dura. La claquette. L’abitino della signorina Jo giaceva abbandonato su una sedia; la sua proprietaria, invece, era in piedi, rigida come un baccalà, gli occhi fissi nel vuoto. Ci rimase parecchio tempo così, a ricordare, poi all’improvviso scosse la testa, come se si fosse risvegliata da un lungo incubo. Si sfilò la sottoveste facendola passare sopra la testa. Si abbassò le pesanti calze arrotolandole verso il basso e fu lei stessa a calarsi le mutandine. Cosette si sedette. La signorina Jo le appoggiò la testa in grembo, rimanendo in piedi, in modo tale che il bacino fosse proteso verso l’alto. Camille era dietro di lei, con la claquette nella mano destra, le nocche delle dita sbianchite; Cosette notò che la sua padrona teneva la lingua all’angolo delle labbra, concentrata ed emozionata. Cosette appoggiò entrambe le mani sulle spalle di Jo, senza premere: era sicura che non ce ne sarebbe stato bisogno. Camille usava la claquette come una racchetta da tennis, quale fondamentalmente era. Puff! fece il cuoio arrivando sopra quelle magre anziane natiche. Jo sussultò. Puff! Jo si aggrappò al grembiule di Cosette. Puff! Puff! Puff! La faccia di Camille diventava sempre più rossa via via che il braccio si alzava e si abbassava. La faccia di Jo si levò verso l’alto, a guardare quella di Cosette: l’ex-insegnante piangeva, mordendosi il labbro inferiore. “E’ tutto rosso!” constatò Camille abbassando il braccio affaticato. Cosette lasciò la presa, Jo si alzò ritta. Si massaggiò a lungo le chiappe, senza dire una sola parola. Non pensò neppure a tirarsi su le mutandine: bevve in piedi il bicchierino di rosolio (dell’ultima bottiglia rimasta) che Camille le porgeva. La maglietta di salute si era aggricciata, scoprendole la pancia fin sotto i piccoli seni, mosci più che morbidi. “Grazie” disse Jo rivolta a Camille e si piegò per risistemarsi le mutandine.

Arrivarono gli Alleati, nel caldo sole di luglio. E Cosette sparì, letteralmente. Non disse niente alla signorina Camille; prese le sue poche cose e le sbattè sul pianale di un camion; ci salì pure lei, aiutata dall’aitante sergente orginario di un paesello dello Iowa.

IL PROSSIMO MESE IN EDICOLA UN ALTRO NUMERO DI CHRONIQUES DE LA FESSEE

Fessee 23

28 febbraio 2012

“E’ una canna da cammelliere; me l’ha prestata la signora Brigitte, la moglie del farmacista. Fa assai male, dice: l’ha provata in qualche rara occasione. Sembra perfetta, per te!” Josephine non rinunciava mai a spiegare qualcosa: quindici anni d’insegnamento le aveva lasciato il segno addosso.
Mària guardò atterrita ed insieme attratta quella canna di durissima palma, lunga quasi la metà di quanto fosse alta la signorina che ora la stava impugnando. Mària non mosse un muscolo: da perfetta cameriera, aspettava gli ordini della padrona. E, da perfetta nobile, manteneva il sangue freddo: noblesse oblige!
“Devi essere completamente nuda, così come stavi nuda con lui. Ti pieghi in avanti, puoi appoggiare le mani e la testa sul puff, se vuoi stare più comoda – Josephine si concesse una risatina a quell’espressione che considerava spiritosa- e prepararti a soffrire, se vuoi seguitare a lavorare….”
Il corpo di Mària mostrava una certa pinguedine, poca cosa: un rotolino di grasso appena sotto l’ombelico, qualche protuberanza ai lati delle cosce, un filo di smagliature. Quanto facesse male la canna, lei lo sapeva già: un paio di volte, monsieur George aveva adoprato il proprio bastoncino da passeggio per sculacciarla. Aveva fatto piano, però un paio di urletti lei li aveva lanciati… e poi, si consolò Mària, la signorina Josephine era così minuta, così fragile, così piccola: non aveva di sicuro una gran forza, con quel fisico. Insomma, sarebbe stato sopportabile. Mària mise nella posizione indicatagli dalla signorina ma, prima, chiese il permesso di togliersi le scarpe (l’unico indumento che avesse addosso), aveva paura che il loro tacco, seppur basso, potesse alterare il proprio equilibrio: di tutto aveva bisogno, in quel momento, tranne che di prendere una storta alla caviglia.

“Occhio per occhio, dente per dente” la voce arrabbiata di Roxane quasi strideva. Non potevano farlo, non a lei! -si disse per l’ennesima volta Edwige Deveraux- lei era la donna più ricca del paese; sua madre li aveva sfamati tutti, durante la carestia dell’11, quando il grano bruciava prima di spuntare…Non potevano farle questo!!!!
Ed invece, lo fecero. Senza rimorsi e senza pietà. Le avevano messo un bavaglio, almeno quello di stoffa fine, perché non volevano che lei strillasse e gettasse nello scompiglio tutto il paese: sarebbe stata una cosa lunga. Lunga e dolorosa, per madame.
Margot ancora ricordava che cosa le aveva fatto la madre di quella donna, che adesso giaceva distesa sul tavolo, tutta nuda, con le gambe spalancate, le caviglie ben legate alle zampe di legno. Margot faceva la sarta, le forbici le sapeva usare. Tagliò rapidamente i folti peli del ventre di madame e poco importava se le due lame d’acciaio ne strapparono qualcuno. Roxane rimescolò la cera bianca nel vasetto, aiutandosi con uno straccio lo afferrò, alzandolo dalla fiamma su cui era stato fino ad allora e lentamente, con estrema lentezza, versò la cera bollente sul pube di madame: la tricotomia doveva esser perfetta, assolutamente perfetta! Il corpo di madame, ancora bello a dispetto dell’età avanzante, si arcuò come l’arco che sta sopra il portale della chiesa, il suo culo ricadde pesantemente sul piano di marmo del tavolino. Roxane contò mentalmente fino a cento; adesso la cera era ancora calda sì, ma maneggiabile: temperatura ideale per questa operazione. Ne afferrò il pezzetto, laddove aveva provveduto a posizionare quella linguetta di carta, nella parte più sensibile sotto le cosce e lo tirò verso l’alto, leggermente. Sì, veniva bene…Roxane strappò tirando verso di sé, in alto.

“Avrei voluto scrivere una bella frase sulle tue chiappe, ma non sono abbastanza abile con questo coso. Comunque, ti posso assicurare, sono ben incise: soltanto che le lettere sono rosse! Ih ih ih… Non ti ho mica ordinato di alzarti! Rimani giù così! Te lo devo spellare!” e Josephine fece, per la ventiseiesima volta, calare il frustino da cammelliere sulle natiche di Mària.

“Vedo che stai sudando – sembrava che Roxane stesse parlando del tempo meteorologico- pensa a quanto deve aver sudato la piccola Camille. Ecco, carina, a te!” e porse la pesante spazzola dai lunghi e fitti denti di acciaio nella mano protesa della “piccola” Camille. Madame Deveraux tornò ad arcuarsi. La spazzola, calata dalla cameriera di sua figlia, era arrivata a contatto con la sua cosina : i denti, sottili aghi, avevano lasciato la loro impronta, mille puntini sulla pelle glabra ed arrossata. “Dagliene esattamente il doppio di quante ne abbia date a te” insistette Roxane a Camille.
Madame riprese a sudare.

“Sessanta possono bastare, ti renderanno difficile sederti e sculettare, per un po’ di tempo. Alzati, che mi sono stancata. Mmmh, però non sei affatto male. Complimenti. Per avere quasi 40 anni, te li porti bene” La signorina Josephine era pure sarcastica, e stava appoggiata al frustino da cammelliere esattamente come Charlot stava appoggiato al proprio bastoncino, nel film che Mària aveva visto la domenica precedente, su in città. La donna russa sollevò il proprio corpo; aveva il desiderio fremente di massaggiarsi le natiche, ma non le avrebbe concesso questa soddisfazione mai: sapeva contenersi lei!

“Adesso, sistemiamo il posteriore! – Roxane sembrava divertita- con lei avevi usato la corda catramata; noi non siamo così raffinate, siamo molto più rustiche noi. Su le gambe!”. Margot e Camille avevano slegato le caviglie di madame Deveraux ma avevano seguitato a tenerle ben strette fra le braccia; adesso, sollevarono le gambe sempre più in alto, verso la testa della loro proprietaria, finché l’unico punto d’appoggio per lei sul tavolo, rimase la schiena. A madame si vedeva tutto, ma proprio tutto: le natiche e lo scuro foro centrale. La cinghia dalle pesanti borchie frustò l’aria ed arrivò al bersaglio. Margot e Camille faticarono non poco a trattenere le gambe di madame aperte e dritte. Lo schiocco si ripeté: un’altra chiazza rossa apparve sulla pelle nivea.

“Ti sei sgranchita? Adesso, rimettiti giù a quattro zampe. Come una cagna!” la punta del frustino ondeggiò minacciosa come un pendolo. Cagna a me? Ma chi si crede di essere, questa stronza? Queste cose Mària le pensò, ovviamente, in russo. Come statura e come peso, Mària era il doppio di Josephine, bastò un solo ceffone per mandare col sedere per terra quello scricciolo di ex insegnante. Troppo basita per reagire, l’ex insegnante si vide precipitare addosso quella montagna di carne nuda, si sentì rotolare come un giocattolino e si trovò con la guancia sul nudo pavimento, proprio accanto al frustino cadutole di mano e abbandonato. Tutto il peso di Mària le fu sopra, le grasse natiche gonfie poggiavano sulle scapole di Josephine, che faticava pure a respirare; la faccia della donnona russa rivolta verso i piedi della donnina sotto di lei. In un attimo, con malagrazia, Mària sollevò la gonna: apparve il sederino della sua ex padrona, coperto dalle coulottes. Non rimase coperto a lungo. Appena le mutandine furono calate, le mani di Mària cominciarono a battere quel tamburo di carne. Tutte le musiche della sua terra sconfinata contribuirono a comporre quella melodia.

“Oh, che strano: hanno portato pure un’altra che viene dallo stesso paesino. Ha tutta la schiena ustionata: dice che è caduta su un braciere acceso! Ci poteva stare attenta, visto che è pure incinta…il marito l’ha tirata subito su: un paio di medicazioni e la rispediamo a casa. Quanto a quell’altra, invece, è un’isterica: ha paura di tutto ed urla soltanto a vedere il camice bianco dell’infermiera…Una gran bella donna, per carità, ma deve avere qualche rotellina allentata…Ah, potresti aver ragione: potrebbe essere una porcona! Ci sono tante a cui piace farsi fare quelle cose…comunque, neppure lei è grave. Fra tre giorni, potrà esser dimessa. Ho sentito dire che in quel paesino, c’è un’infermiera, una ex infermiera, che è molto brava. Potrebbe esser lei a medicare la signora….” disse il medico del pronto soccorso al collega.

LA CONCLUSIONE NEL NUMERO VENTURO DI CHRONIQUES DE LA FESSEE
BK

Fessee 22

25 febbraio 2012

“Mica sei stato molto delicato, ci sei andato forte!” constatò lei.
“Neppure tu ti sei risparmiata. Sembri piccola e fragile, ma ne hai di forza in quelle braccia” ammise lui.
“Quante me ne hai date?” chiese lei.
“Non lo so, non le ho contate. Pure tu, però, devi aver raggiunto il centinaio” commentò lui.
Stavano uno di fronte all’altra, distesi su un fianco per ovvi motivi, ed erano nudi. Lui allungò una mano dietro la nuca di lei e le spinse in avanti la testa, finché le loro labbra si toccarono. Si erano sculacciati di buona lena, reciprocamente. Per prima era toccato a Josephine: si era buttata bocconi sul letto. George l’aveva spogliata lentamente, proprio come piaceva tanto a lei; per ultime, erano state tolte le mutandine. Quando Josephine si era rialzata, George si era già calato tutto ed aveva sbottonato la camicia. Fu lui a distendersi sul letto e lei a metterglisi in piedi alle spalle, ed aveva alzato il braccio….

“Piccola vipera, vieni qui! Dammi la spazzola!” Madame spostò all’indietro il puff sul quale era seduta, senza nemmeno alzare il culo da esso. Camille eseguì prontamente: piazzò la propria testa proprio nel grembo della signora padrona, grembo a malapena coperto dal corto negligée. La ragazza spinse ben in alto il bacino; fu prodromo del piacere sentire le mani di madame sollevarle la gonna ed abbassarle le mutandine fini. Il dorso della spazzola era di peltro, intarsiato d’argento e, quindi, freddo. Diventò ben presto caldo, a seguito dei contatti, brevi ma frequenti, con la pelle serica. Frattanto, ben puntellando il busto con le braccia, Camille aveva afferrato il bordo delle mutande di madame con i denti e lo stava trascinando verso il basso; l’indumento non avrebbe percorso molta strada, data la posizione seduta della proprietaria, ma quel tanto che bastava a Camille: portare allo scoperto una porzione di carne e pelle; una porzione piccola, ma la più importante, forse, per certe femmine. E così fu. La spazzola colpiva sempre più veloce; la lingua di Camille si adeguava a quel ritmo, il corpo di madame si tendeva come un violino, tanto che le diventava difficoltoso maneggiare agevolmente la spazzola, sebbene, adesso, ne impugnasse il manico con sole due dita. Finalmente, Camille lo prese fra le labbra, piccolo bottoncino carneo, che si induriva sempre più. La rosea appendice orale lo circumnavigava, sfiorandone il perimetro. Camille ne appoggiò la base alla chiostra inferiore dei denti. E calò all’improvviso la mandibola.

“Come sarebbe a dire che non è tuo figlio? Io avuto rapporti soltanto con te, dopo che ti sei operato! Sì, è vero: ho fatto l’amore con Jean, te l’ho confessato e me lo hai fatto scontare a suon di cinghiate. Ma è acqua passata! Non lo vedo più, neanche gli parlo più! Devi credermi: quello che porto in grembo, è proprio tuo figlio! Quello che ti hanno detto i medici di allora? Possono essersi sbagliati, è passato tanto tempo! Si diceva in paese che l’asino del signor Moulin, dopo che glene avevano tolto uno, seguitava beatamente a spassaresela con le asine. Che???? Ripeti! Va bene: te la darò questa dimostrazione! Così avrai la certezza che sarà tuo figlio!” Pierrette abbassò il capo: era decisa a tutto, oramai. Anche a ….

Mària aveva gli occhi rossi e gonfi. Il signore l’aveva licenziata, così di colpo senza darle spiegazioni. Le aveva annunciato che lei non era più gradita, a casa sua. Tra otto giorni sarebbe potuta passare a prendere quello che le spettava! Pure la signorina Josephine le sembrava nervosa, quel pomeriggio. Eppure doveva dirglielo, sentiva il bisogno di esternare a qualcuno la propria delusione, la propria rabbia insino. Lei gli aveva dato tutto, nel vero senso della parola, e adesso lui le dava il benservito! “Signora, posso dirle una cosa?” chiese Mària, con grande rispetto, alla signorina Josephine.

“Si vede che nel gioco a tre, sono favorita. O più brava, chissà?- Arletty era trionfante- A proposito com’è che la tua Camille non ha potuto partecipare alla partita, oggi? … Spero si riprenda presto. Comunque, sei andata sotto di brutto!
Duemilanovecentoottantrè punti: sono quasi 3000. Siccome ho vinto io, arrotondiamo per eccesso. Sta bene anche a te, Margot? Bene! Camille, pancia sul tavolo!” Peccato che la claquette avesse un manico così corto che Arletty non poteva impugnarlo a due mani, ma anche con una mano sola sarebbe andato bene. Vibrò la prima sculacciata sul culo nudo ed esposto di Camille Deveraux.

La posizione era scomoda, ridicola ed anche infamante, per una dama del suo rango. D’accordo, ma mica poteva andare dal medico condotto: si trattava di cose troppo intime. Così si era decisa a recarsi da Roxane: quella curava tutti, come i missionari curavano i negri, qualunque malattia avessero. L’aveva fatta sedere sul piano di marmo del tavolo di cucina, mica su una comoda poltrona: sul tavolo di cucina! Le aveva fatto allargare le ginocchia ed aveva infilato la sua grossa testa sotto le gonne; con soddisfazione, Edwige Deveraux notò che pure Roxane aveva parecchi capelli bianchi. “Non è niente, appena un po’ arrossato: passerà con una leggera lavanda rinfrescante” sentenziò la ex infermiera tirando fuori la testa. Neppure le porse la mano per aiutarla a scendere, ma Edwige era ancora agile: fece un saltello e si rassettò l’elegante vestito. “Adesso passiamo alla cameriera di vostra figlia. Me l’avete portata apposta, no?” disse la donnona, stendendo un coperta di lana grigia sul piano del tavolo. “Signora Edwige, è meglio che voi non siate presente….” aggiunse, rigida ed autoritaria. Costretta ad uscire, mentre quella lì visitava la bastarda: che affronto! Tuttavia, madame Deveraux obbedì.

Lo dicevano tutti che la signorina Josephine ed il signor George erano legati da una liasion: era solare. Non è vero, non era la sua amante! Si, è vero qualche volta avevano fatto l’amore, ma rapidamente senza malizia. Lui insisteva tanto, era tanto triste. Lui faceva pena a Mària, era come se il suo bambino mai nato stesse chiedendole di succhiare il latte. E lei glielo aveva fatto succhiare. Mica solo il latte, in verità… No! Non poteva chiederle questo! Vero che lei aveva bisogno di lavorare, vero che, magari, aveva sbagliato ad assentire alle profferte, davvero insistenti, del signor George ma non poteva chiederle questo: ne andava della sua dignità. Era una contessa, in fin dei conti!! Mària fissò Josephine dritta negli occhi.

IL SEGUITO NEL NUMERO DI CHRONIQUES DE LA FESSEE IN EDICOLA DAL MESE VENTURO

BK

Fumetto di sculacciata

23 febbraio 2012

Un altro fumetto di sculacciate segnalato da Nadine:











Fessee 21

22 febbraio 2012

“Ho chiuso!” annunciò trionfante, dopo aver deposto le sue carte sul tappeto verde, scoperte. “Dai su, facciamo i conti!” spronò la donna seduta alla sua destra. Rapido calcolo con la matita copiativa dalla punta inumidita “Sono 2580 punti per te, seconda Arletty che si salva, terza io con 846 punti di differenza ed ultima Camille, a ben 1120 punti” disse la ragazza, dopo aver effettuato somme e sottrazioni.
“Beh, allora che aspettate? Pagate!” e Camille si alzò dal tavolo, fremente; con mossa assai rapida, raccolse le carte sparse sul tappeto verde e le rimise nella raffinata scatola di legno intagliato.
Accidenti alla sfortuna, accidenti alla canasta del mercoledì, accidenti a lei e a quando aveva accettato di giocare!, pensò una furibonda Margot.
Camille stava aspettando, ansiosa. Margot si alzò con lentezza, scostò la sedia all’indietro con il polpaccio, si sciolse la cintura dei larghi pantaloni bianchi e li tirò giù, contemporaneamente alle mutandine; indi, si piegò con il busto sullo stesso tavolino da gioco che aveva appena visto la sua sconfitta.
“ 846 punti corrispondono ad 8, se non sbaglio. Si era detto una ogni cento punti, arrotondati per difetto” Camille Devereaux non aveva neppure terminato di parlare che abbatté la claquette sulla natica sinistra di Margot.

Poveraccio! Chissà cosa l’aveva spinto a tanto? pensò l’agente Roettiers, depositando il foglio del cablogramma sulla scrivania, già ingombra di fogli. Il solerte agente ritenne che fosse il caso di avvertire al più presto il sindaco. Charles Patin era un concittadino, anche se aveva lasciato il paese da più di due anni; avevano ritrovato il suo corpo lassù, nelle acque limacciose del grande fiume; non c’erano dubbi che si fosse suicidato, almeno così diceva il cablo: caso chiuso.
L’agente Roettiers si commosse, pensando a come l’avrebbe presa la signorina Roxane: lei era l’unica, forse, ad aver voluto bene a Charles….

“Adopera questa!” disse Roxane. “No, signora! Sono appena due ore che vi ho fatto il servizio…quello mensile che vi ha ordinato il medico di città: siete troppo debilitata! E questa è grossa, questa fa male, tanto male!” protestò Amèlie.
“Adopera questa! – ripeté la donna- o sarò io ad adoprarla su di te, per la prima volta in vita mia!” Inghiottendo la saliva che non aveva nella bocca secca, Amèlie prese la cintura che la padrona le porgeva. Era una cinghia alta, pesante, i buchi circondati da borchie di ferro, assai rilevate e dall’aspetto cattivo; e non aveva fibbia. Ad Amèlie faceva una certa impressione perfino stringerla in mano. Pur se l’aria era fresca, Roxane si era denudata completamente, aveva appoggiato le mani aperte al muro, aveva allargato i piedi nudi sul pavimento in cotto, aveva rivolto la faccia verso la domestica per farle le ultime raccomandazioni “Colpisci forte! Me lo merito. Te lo devo, Charles!” aveva gridato al vento e di nuovo era tornata a fissare il muro.

“L’hai fatto apposta, a perdere così disastrosamente l’ultima mano?” chiese Camille, massaggiando il culetto della sua cameriera arrossato dalla claquette. Camille non rispose, sospirò voluttuosa. Con il loro movimento concentrico, le mani della padroncina lasciarono le chiappe di Camille, senza abbandonare la pelle e passarono sui fianchi e poi sul pube. Scesero in basso, molto in basso, sempre massaggiando. La domestica mugulò. D’eccitazione.

“Siete tutta rossa, padrona. Perdonatemi, ma non ce la faccio più: soffrite troppo!” Amèlie butto a terra la cintura. Roxane si staccò dal muro: aveva gli occhi grondanti lacrime e non certo per il dolore fisico, almeno non solo per quello. Si sedette sullo sgabello, il contatto con il legno arrecò ulteriore fastidio alla pelle escoriata. “Lo avevano castrato, capisci? I turchi lo avevano castrato, dopo che lui aveva cercato di salvare una povera ragazza da una pena atroce ed infamante; lo avevano castrato come si fa con i cavalli! Lui me lo ha raccontato e piangeva, piangeva…ed io non ho saputo aiutarlo…” le mani di Roxane sollevarono i propri grossi seni “Raccoglila e colpisci qui!” ordinò ad Amèlie.

Non poteva vivere senza di lui! Se ne era accorta. Subito. Lo aveva apostrofato con termini tremendi, che nemmeno lei credeva di conoscere, lo aveva cacciato via. Non si doveva più permettere, non avrebbe mai più dovuto osare… ma, sbollita la rabbia, Josephine aveva riflettuto: aveva lasciato da parte l’orgoglio ferito ed aveva dato ascolto al cuore. Ed erano parole che non le piacevano affatto, quelle del sentimento; non le piacevano, ma lei pianse lo stesso. Lo spettro della solitudine, lo spettro della vecchiaia le comparvero davanti: Georges se ne era andato, era sparito dalla sua vita, avrebbe avuto altre donne. Lei non l’avrebbe permesso! Josephine portò all’orecchio la cornetta del telefono e batté rapida sulla forcella dell’apparecchio appeso al muro.

Maledizione, proprio adesso deve squillare! George si staccò dal corpo sodo e profumato di Mària e si avviò, arrabbiato, all’apparecchio telefonico che non la smetteva di emettere il suo fastidioso trillo. Mària richiuse i bordi del grembiule sul petto, si rassettò i capelli, scosse un paio di volte la testa, si aggiustò le mutandine ben in vita e seguì il proprio datore di lavoro, nel corridoio.

Un altro e un altro e un altro! Madame Deveraux sprizzava rabbia da ogni poro: i capelli bianchi stavano diventando troppi e si notavano troppo! Doveva correre subito ai ripari. “Camiiiillleeee!” gridò a voce alta, la bella Edwige.
Arrivarono entrambe, entrambe rosse in volto e discinte nel corpo; la domestica aveva perfino dimenticato di allacciarsi completamente il grembiule nero, nella concitazione di correre dalla padrona: la cintura calata delle mutandine lasciava intravedere qualche pelo bruno. L’altra Camille, la figlia di madame, invece aveva avuto il buon gusto di mettersi addosso una vestaglia, ma i capezzoli sembravano voler traforare la stoffa. Edwige le guardò bieca: lo stavano facendo, un’altra volta. Della serva non le importava niente, ma della figlia sì. Doveva sposarsi, metter su famiglia. Non poteva seguitarsi a scopare tutte le ragazze del paese e, soprattutto, la cameriera personale. Va bene, ci avrebbe pensato dopo alle vicende di sua figlia, adesso era più urgente l’altra cosa: “Preparami la tintura, svelta!” ordinò madame.

“Ti credi che forse io non sappia che ti sbatti la governante? Credi che io sia sorda e cieca? E dire che sono stata proprio io a mandartela! Mi prenderei a schiaffi per averlo fatto…oddio, che ho detto!” Josephine era praticamente in ginocchio davanti al suo George. “Non fraintendermi – si affrettò ad aggiungere- non intendevo questo. Però, se vuoi, sono disposta a tutto”. Lui la sollevò con dolcezza, le stampò un bacio sulla fronte, piegando appena la testa “Hai perfettamente ragione – disse- meritiamo entrambi una sonora punizione!”.

Pierrette fissò un’ultima volta il viso dell’ostetrica; non poteva credere alle sue orecchie: era incinta! Il sorriso su quel faccione piatto le diede la conferma. Un bambino, un bambino di Marcel. Chissà come sarebbe stato contento lui, quando lei glielo avesse detto al suo rientro a casa, venerdì.

Roxane si guardò allo specchio: i seni erano pieni di lividi, eppure Amèlie gliene aveva date soltanto quattro, nemmeno troppo forte. Era là sopra che Charles aveva poggiato la testa l’ultima volta che lo aveva visto, era giusto così. Roxane si infilò la maglietta; lo struscio della lana lungo la pelle irritata della schiena, le diede fastidio; lei strinse i denti. Appoggiandosi con una mano al bordo del lavandino, sollevò da terra una gamba per infilarla nelle mutande, fece altrettanto con l’altra gamba. Aveva un po’ di fiatone: sono troppo grassa e troppo vecchia! Si calzò ben bene l’indumento intimo. Benché fosse cotone, la stoffa le fece male ugualmente nel suo cammino verso i fianchi: le natiche dovevano essere ben irritate, constatò. Dopo aver indossato la sottogonna e la gonna, Roxane fu costretta a sedersi per calzare le scarpe basse: eh sì, le chiappe erano proprio dolenti!

“Ahia! – strillò madame- stai attenta con quella spazzola. E’ la terza volta che mi tiri i capelli. Se lo fai un’altra volta, giuro che te la faccio assaggiare sul culo, questa maledetta spazzola!” Gli occhi di Camille brillarono: non alla prossima, neppure alla successiva, ma alla terza o quarta passata di spazzola, avrebbe fatto in modo di incappare in un bel groviglio di capelli.

IL PROSSIMO MESE IN EDICOLA UN ALTRO NUMERO DI CHRONIQUES DE LA FESSEE!

BK

Fumetto di sculacciata

21 febbraio 2012

Questo fumetto di sculacciata ci è stato offerto dalla cara amica Nadine: buona visione!








Una classica sculacciata

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Un video di sculacciate davvero molto classico, piacevole da vedere

Sculacciate d’altri tempi

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Un tempo le cattive ragazze venivano sculacciate a dovere…