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Sex and Submission

2 dicembre 2010


Sesso e sottomissione: da Sex and Submission

Sex and Submission

4 novembre 2010

Sex and Submission
Immagine tratta da questa galleria di Sex and Submission, il sito dove potrete visionare filmati di donne che vengono sottomesse sessualmente alla volontà dei loro padroni.

Sesso e sottomissione

2 novembre 2010

Il video che vedete è tratto da Sex and Submission, un sito che pubblica filmati, appunto, di sesso e sottomissione. Buona visione a tutti!

Racconti di sculacciate, Giu, parte 4

1 novembre 2010

E’ un androgino, mi spiegò il Professore, uno che non è né maschio né femmina, oppure è tutt’e due! Tipico di Camilla, scegliere sempre nella peggiore spazzatura… chissà perché, odiavo quella donna! Non mi aveva fatto niente personalmente, eppure sentivo astio nei suoi confronti.
Avevo 26 anni, oramai, e mi ero fatta un certo nome nell’ambiente, tanto che potevo scegliere i clienti e lavorare quando mi pareva. Se c’è una cosa buona che ho imparato laggiù all’istituto, è stata la morigeratezza (che belle parole, mi ha insegnato il Professore!), mi basta poco per vivere. Avevo comprato una serie di frustini e pure dei corsetti di cuoio, sia neri che rossi, per i clienti più anziani. Loro ci tenevano molto che li indossassi, quando li ricevevo. Anche se mi costava fatica (ingrassavo troppo) mi stringevo il busto con il corsetto, le mammelle (altra parola colta!) di fuori e prorompenti, il frustino in mano, la faccia cattiva. Ogni tanto qualcuno dei clienti veniva da solo, soltanto a guardarmi.
Il Professore mi aveva tessuto le lodi, del tutto anacronistiche, della verginità fisica ed io ero ancora intatta: per scelta personale e professionale.
Ed anche per me giunse il giorno della resa dei conti! Mi ero sempre chiesta che cosa ci provassero di buono i maschi, i miei clienti almeno, nell’essere presi a frustate o a sculacciate. Io ne avevo prese tante, quando stavo all’istituto, che tremavo al solo pensiero di rimettermi GIU’. E invece, toccò pure a me, con il Professore naturalmente.
Era da un po’ che non lo vedevo, che non veniva più a trovarmi. Era stato ad insegnare in un’altra scuola, mi scrisse, ma appena tornato in città mi avrebbe fatto visita. E lo rincontrai con piacere. Ero triste quel giorno, non sapevo nemmeno io il perché, e speravo che il rivedere una persona che consideravo un amico e non un cliente, mi avrebbe risollevato il morale. Avevo lasciato tutta la giornata libera apposta, soltanto per il Professore.
Stava morendo, mi disse con estrema calma, i dottori gli avevano dato 2 o 3 mesi di vita: il male al polmone non perdona. Mi fece pena, lo giuro. Avevo indosso un bell’abito verde, me lo tolsi così come mi tolsi la sottoveste. Spontaneamente mi chinai, come facevo tante volte quand’ero una ragazzina all’istituto, ed aspettai che lui mi sculacciasse. E godetti, per la prima volta in vita mia godetti! Non mi faceva troppo male, dapprima, mi stava scaldando disse. Poi le sculacciate si fecero sempre più pesanti, sempre più ritmate. Mi bruciava tutto di dietro, ma mi bruciava pure davanti: mi bruciava ed il mio corpo tentava di spegnere l’incendio con i suoi liquidi naturali. Poi, lui smise di sculacciarmi; rimasi a gambe aperte con il busto piegato in avanti e sentii le sue dita carezzarmi proprio lì, meglio molto meglio di quanto potevo fare io da sola…. Aspettavo che mi penetrasse, ero disposta a perdere la verginità tanto preziosa con lui! Invece, la sua mano mi portò oltre le vette del cielo per farmi improvvisamente precipitare negli abissi sottoterra “Non sono più un maschio- mi disse- i raggi ics per fermare il cancro, mi hanno tolto la virilità. Mi dispiace!”
Nooo! L’unico uomo che io abbia veramente amato, l’unico uomo che mi abbia veramente amato e non poteva! Mi misi quasi a piangere per la disperazione.

Punizione di gruppo

25 ottobre 2010

Racconti di sculacciata, Giu, parte terza

24 ottobre 2010

Le chiappe di Mark erano più rosse della salsa di chili, così come era rossa la punta del suo coso, dalla parte opposta.
Mi ero seduta, avevo aperto le cosce e lui aveva appoggiato il bacino, man mano che lo sculacciavo, il suo coso diventava sempre più duro e strofinava l’interno della mia coscia. Gli dicevo che lui era un cattivo bambino, che meritava di essere sculacciato e lui diceva sì sì sì; finché il suo coso diventò duro duro e la mia passerina appena umidiccia. Mark si tirò su di scatto, il coso puntato verso le mie pere e non ebbi neppure il tempo di prenderlo fra le labbra, che scoppiò. Il seme di Mark mi scese lungo il petto e colò giù fino ai peli della passerina.
Avevo imparato molto negli ultimi quattro anni e ne avevo conosciuti di uomini; conosciuti in senso biblico, come bofonchiava lady Pam*** tanto tempo prima all’istituto. Agli uomini piace soffrire, si eccitano mentre soffrono, a questi porci e dopo il tirocinio in questo mi ero specializzata: li prendevo a sculacciate, a frustate, torcevo i loro cosi. E più gli facevo male, più loro godevano. E godevo pure io! Mi piaceva sottometterli, vedere le loro chiappe arrossarsi a poco a poco, striarsi coi colpi di frusta e mi piaceva vederli mosci, in tutti i sensi, dopo che…
“Mark – disse Camilla- mostra il sedere alle signore!” Il fratello sospirò, con gli occhi implorò ancora una volta la sorella di evitargli questa umiliazione e poi si calò i calzoni: era rosso, molto rosso. La signora era morta all’improvviso, e tutta la responsabilità della casa era passata sulle spalle della primogenita Camilla che trattava il fratello esattamente come lo aveva trattato la madre: prendendolo a sculacciate! E poi lui doveva mostrare il risultato a noi della servitù.
Mark ci aveva provato con me, naturalmente quando era ancora viva la signora ma io lo avevo mandato in bianco! Ero alle prime armi e lavorare in quella casa era per me una copertura, come disse il sergente McCrory. Il vero lavoro lo svolgevo di sera, nell’appartamentino che mi aveva trovato l’amico di Elisabeth. Capirai, una vergine era una rarità sulla piazza e lui sapeva bene come farla fruttare. Lavoravo parecchio di labbra e di lingua, ma soprattutto di mani: prima sul culo e poi davanti. La clientela non mancava, il prezzo onesto ed io ero ancora intatta, là sotto.
Tutte le mattine alle 7 mi presentavo a casa della padrona, lavavo i piatti, rassettavo, pulivo i pavimenti, insomma facevo tutto quello che fa una brava sguattera; alle 7 di sera me ne andavo e dopo un’oretta cominciavo il mio vero lavoro. Fu così anche quella mattina, quella mattina in cui Mark ci fece vedere il proprio culo.
Ma la cosa non si fermò lì.
Camilla era lesbica, questo l’avevo capito già da un pezzo. E pure sadica. Ma che fosse tanto pervertita nei confronti delle persone dello stesso sangue, non l’avrei mai immaginato! Mancava Polly, la sorella più piccola a quella riunione. E capii subito il perché. L’andò a prendere Emma la muta e la trascinò per un orecchio, proprio come se fosse una bambina e lo era coi suoi 13 anni. Via l’accappatoio di Pam, le acerbe forme nude. La robusta Elisabeth le piegò la testa e il busto verso il proprio seno gigantesco, facendola piegare. La cinghia nella mano di Camilla sferzò il culo della sorella per 10 volte almeno. La ragazzina strillava come se la stessero spellando viva; il che, in fondo, era la verità!
Quando Camilla finì. Polly si massaggiò le chiappe rosse, ma dal colore diverso da quel rosso che mostravano le chiappe del fratello, il quale era rimasto ancora in piedi, calzoni e mutande abbassate; ma il suo coso dava segni di vita piuttosto cospicua. Pure incestuosi, tutti quanti là dentro. “Tu, Edwige, non racconterai mai quello che hai visto qui dentro stamattina, vero? Altrimenti…” lasciò la frase a metà, facendo però schioccare la cinghia. Perciò sussurrai più tardi a Mark il mio indirizzo: per fare un’opera di bene, per toglierlo da quell’ambiente di depravazione. Aspettai un mese e mi licenziai da quel lavoro: credevo di non rivedere mai più le due sorelle e le loro sconce serve! Invece…
Avevo parecchi clienti, per lo più di una certa età. Mezz’ora, un’ora con ciascuno e 2 sovrane finivano nel mio borsellino; avevo messo da parte un discreto gruzzoletto; niente d’eccezionale, però mi ero comprata un paio di vestiti decenti. E la vita da prostituta a tempo pieno, sebbene una prostituta una po’ speciale, non era affatto disprezzabile.
Fino a che non arrivò lui. Non ho mai saputo il suo vero nome, voleva semplicemente farsi chiamare il Professore. E professore lo era davvero: sprizzava autorità e severità da tutti i pori. Lo sculacciai mentre stava in piedi, infatti era troppo grosso per farlo distendere sulle mie ginocchia. Ci misero molto tempo le sue chiappe a diventare colore della porpora. Volevo prendere in bocca il suo coso dritto, ma lui rifiutò “Posso resistere per ore così, è la mia disgrazia!” commentò afflitto e mi propose di esser lui a sculacciare me. Fui io a respingere la proposta. Me la ripetè la seconda volta che venne da me. Più per scherzo che per soldi, gli chiesi 5 ghinee se voleva sculacciarmi. Non poteva permettersi di spendere così tanti soldi e allora niente da fare, bello mio! Fu allora che mi fece LA proposta ed io ci caddi, come un’aragosta cade nella rete. I nostri incontri futuri non avrebbero avuto niente a che fare con il sesso: lui mi avrebbe soltanto insegnato di storia, di letteratura, di matematica, di filosofia perché vedeva che la mia cultura era scadente; all’istituto avevo imparato soltanto a leggere e a scrivere. Ancora oggi, non so perché accettai: erano tutti soldi che non guadagnavo, stando con lui. Lui parlava ed io ascoltavo e più ascoltavo, più rimanevo affascinata: quanto è bella la storia. Re Artù, Carlo Magno, l’Impero Romano…come erano dolci le parole di Romeo e di Giulietta, come potenti erano i versi di Milton! Il Professore aveva posto una sola condizione. Gli avrei chiesto spontaneamente di essere sculacciata se fossi stata soddisfatta di quello che avevo imparato, alla fine delle lezioni. Quello sarebbe stato il compenso per il Professore!
Era il secondo giovedì di un mese dispari, la serata in cui Mark veniva abitualmente da me. Andai ad aprire la porta e mi trovai di fronte tutt’e tre i fratelli! Camilla, Mark e Polly, in più c’era una quarta persona che non conoscevo…
Da più di due anni, come ho detto prima, non frequentavo più quella casa, ed ecco che ricomparivano i fantasmi del passato, come avrebbe detto il Professore. A cosa dovevo quella visita inattesa? Io non me la facevo con le donne!
Erano venuti da me, disse Mark, perché io li conoscevo da tanto tempo. Camilla buttò sul tavolo un sacchetto sonante di monete. Ad occhio e croce, quanto potevo guadagnare in due settimane di onesto lavoro… La quarta persona si rivelò essere una donna, benchè nulla avesse di femminile. Alta, secca, i capelli cortissimi, le tette inesistenti, i fianchi squadrati. Era lei la mia cliente per quella sera, mi disse Camilla. Loro tre si sarebbero limitati ad osservare. Forse.
Non mi piaceva picchiare le donne, già l’ho detto, però per quella cifra avrei sculacciato anche mia madre, se l’avessi conosciuta. “Spogliati e mettiti in ginocchio a quattro zampe, sul tappeto” ordinai alla sconosciuta. Che fosse una donna, lo si poteva capire soltanto da una cosa: non aveva il pisello penzoloni fra le gambe!
Si mise a quattro zampe ed io, allargando i piedi e tirandomi su la vestaglia, mi misi a cavalcioni su di lei. Le sue chiappe erano secche e asciutte. Le colpii fino a che mi fece male la mano. La donna mugolava, così come Camilla che aveva infilato una mano sotto la propria gonna. Stavo sculacciando quella donna, quando….

Mentre l’uomo le frusta il culetto, lei…

19 gennaio 2010

Racconto: Bionda

16 gennaio 2010

La bionda represse un sorriso, vedendo quel “cosino”; se non di dimensioni eccezionali, ci si aspettava che, in un uomo grande e grosso, fosse almeno normale; invece era piccolo come quello di un bambino.
Lui si accorse della smorfia della bionda, e sorrise a sua volta: c’era abituato allo sgomento delle partner. Ma per una freccia piccola e spuntata, molte altre ne aveva nella sua faretra. La sua mano, leggera delicata ed eccitante, massaggiò il monte di Venere, si aprì la strada verso il clitoride. La bionda aprì ancor di più le grasse cosce per facilitarlo. Lei mugolò, mentre le dita di lui proseguivano il proprio lavoro d’esplorazione. Un brivido percorse la schiena della donna, le cui dita strinsero la coperta; il bacino si sollevò, quel tanto che permetteva il peso di lei. Lui tolse la mano, e la portò a carezzarle il ventre; ebbe il buon gusto di non indugiare sulle smagliature né sulla cicatrice dell’operazione. Come i capelli di Medusa, sembravano serpenti, pensò la bionda in una reminiscenza scolastica, serpenti che le si attorcigliavano intorno ai seni, sollevandoli, accarezzandoli, titillandoli. Lei sentì ancora la ben nota sensazione. Le mani di lui giocavano con le mammelle grosse, le trattavano come se fossero di fragile cristallo, lucidandole. Egli scivolò verso il ventre di lei con la testa: la barba le faceva un leggero solletico sulla pelle dell’interno coscia. La lingua di lui cominciò a giocare con la sua natura più intima, dentro e fuori. L’umido pezzo di carne fece inturgidire vieppiù il piccolo cicciolo nascosto. Oddio, fa che non… pensò la bionda…. Nooooo, Siiiiii… L’umore femminile si mescolò alla saliva maschile. Lui leccò l’inguine, attratto dall’afrore di femmina, come un gattino lecca la ciotola piena di latte: tocchi brevi e rapidi.
Mai nessuno le aveva fatto così; non che lei avesse lunga esperienza, ma questa era la prima volta che… sentì di nuovo quel piacevolissimo calore, giù in basso, ardente calore che neppure la lingua bagnata riusciva a spegnere, anzi il contrario. “Basta! Basta!” gemette, ma era una preghiera affinché lui continuasse. Invece, l’uomo barbuto la prese in parola; sollevò la testa e strinse le palpebre, interrogativo. La bionda aprì al massimo le gambe, passò la destra sopra il capo di lui e si girò bocconi. La coperta non era per niente fresca, non le arrecava quel minimo di refrigerio che pure aveva sperato. Rimase così, a pancia sotto, in attesa. Non le fece per niente male. Capì che il suo coso le stava penetrando nell’ano, ma era solo fastidio non dolore. Lui rimase dentro per qualche secondo, poi sfilò il coso ancora duro. Lei supplicò mentalmente che ricominciasse a toccarla. E lui lo fece. La sculacciò. Con il palmo aperto, picchiando quelle natiche adipose, con forza con violenza. La bionda sentì il dolore, e, insieme, il piacere. Di nuovo. Di nuovo l’orgasmo. Mai successo, così: due consecutivi. Il culo le bruciava tutto, forse si stava gonfiando, di sicuro era rosso, stabilì la bionda pur senza vederlo. Le percosse generavano calore e tremore, l’uno si diffuse in profondità verso il pube, l’altro si espandeva sulle ampie natiche. La bionda godette, ancora.

Public Disgrace: umiazione per strada e sul bus

7 dicembre 2009

Nuova galleria da Public Disgrace: una schiava viene umiliata pubblicamente e poi costretta a fare sesso.